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martedì 2 gennaio 2018

Imposimato, il suo impegno per un'Italia virtuosa

Era stato candidato una volta e proposto da migliaia di cittadini addirittura due volte per la Presidenza della Repubblica Ferdinando Imposimato, scomparso poche ore fa a Roma, dopo un impegno lungo una vita per le istituzioni: lo ha fatto soprattutto come magistrato (rivestendo l'incarico di giudice istruttore in alcuni tra i processi più importanti), continuando poi da giurista e da "tecnico" esperto a occuparsi di questioni italiane e internazionali legate alla criminalità, al terrorismo e ai diritti negati, senza mai accettare di fermarsi di fronte a verità processuali ritenute insoddisfacenti. 
In molti hanno apprezzato la sua integrità assoluta, la passione e la costanza messa in ogni battaglia intrapresa. Lo hanno fatto innanzitutto per ogni atto compiuto e per ogni parola pronunciata a favore della legalità e contro le mafie: in molte occasioni lo si ricorda relatore con Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, unito a lui innanzitutto dal dolore (anche il fratello di Imposimato, Franco, fu ucciso dal crimine organizzato); anche quando le sue posizioni nette e intransigenti hanno creato fratture tra chi era pronto a sostenerle e chi non le condivideva - è accaduto in occasione del suo sostegno al "no" per il referendum sulla riforma costituzionale del 2016 e, più di recente, della sua contrarietà all'obbligo vaccinale - nessuno ne ha mai messo in dubbio la profonda onestà intellettuale, dimostrata fin da quando si è occupato delle pagine più nere della storia italiana (dal caso Moro al processo contro la Banda della Magliana).
Il suo lungo impegno come magistrato, che certamente ha contribuito in massima parte alla sua notorietà, non può peraltro far dimenticare che Ferdinando Imposimato ha avuto anche una storia politica non secondaria: nella sua vita, infatti, è stato parlamentare per ben tre legislature e il suo cammino è proseguito anche dopo la sua presenza all'interno delle Camere. Fu eletto una prima volta nel 1987: non era iscritto ad alcun partito, ma venne inserito come "indipendente di sinistra" - così si diceva allora - nelle liste del Partito comunista italiano: venne candidato al Senato nel collegio di Santa Maria Capua Vetere e Aversa e venne eletto, potendo partecipare ai lavori dell'intera X legislatura. 
Nel 1992, al ritorno alle urne, il magistrato fu candidato di nuovo, questa volta alla Camera, nel collegio di Napoli-Caserta: nel frattempo, però, il Pci si era trasformato in Partito democratico della sinistra, riducendo il simbolo della prima elezione a una "pulce" alla base della quercia di Bruno Magno. Anche con il nuovo simbolo e sottoposto alla preferenza unica, peraltro, Imposimato fu eletto senza problemi: nel suo collegio arrivò terzo per numero di consensi personali (dietro a Giorgio Napolitano - top scorer di quel collegio e futuro presidente della Camera, dopo l'elezione al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro - ma davanti ad Antonio Bassolino, l'anno dopo eletto sindaco di Napoli). 
Nel 1994, il magistrato si presentò nuovamente al Senato, candidato dall'intera coalizione di sinistra dei Progressisti: sfiorò il 40% nel collegio di Caserta e battè il candidato del Polo del Buon governo Salvatore Antonio De Biasio. Quella legislatura, la XII, finì decisamente in anticipo e fu anche l'ultima di Imposimato: nel 1996, infatti, fu ricandidato dall'Ulivo nello stesso collegio di due anni prima ma, anche se la coalizione riuscì ad arrivare al governo e il senatore uscente ottenne più voti rispetto al turno elettorale precedente, fu sconfitto dal candidato del Polo per le libertà Carmine De Santis e in seguito non fu più ricandidato alle elezioni politiche. 
Nel frattempo, peraltro, la militanza di Imposimato si sposto su altri soggetti politici sempre all'interno del centrosinistra. Quando, all'inizio del 1998, la Federazione laburista guidata da Valdo Spini si apprestava a contribuire alla nascita dei Democratici di sinistra, i contrari a quella scelta si staccarono e, coordinati dal padovano Riccardo Ronchitelli, fondarono il Movimento per l'unità socialista e laburista: tra loro c'era anche il magistrato, chiamato proprio da Ronchitelli. Quel gruppo - assieme ai Socialisti italiani, al Psdi e alla parte di Partito socialista fedele a Ugo Intini - fu tra le anime fondatrici dei Socialisti democratici italiani, di cui Imposimato divenne il responsabile del dipartimento Giustizia.
Negli ultimi anni il nome dell'ex magistrato è stato accostato spesso a quello del MoVimento 5 Stelle (cui non aderì mai, pur condividendone alcune premesse e posizioni), soprattutto perché Imposimato fu tra le persone più indicate dagli attiVisti nella prima consultazione online per individuare il candidato alla Presidenza della Repubblica nel 2013 (le "Quirinarie", vinte da Milena Gabanelli, anche se poi il candidato ufficiale fu il terzo classificato, Stefano Rodotà). Il consenso ottenuto allora fu confermato quando fu ripetuta la votazione due anni dopo, all'indomani delle dimissioni di Giorgio Napolitano: in quell'occasione fu proprio Imposimato a prevalere sugli altri nomi proposti.
Prima ancora di essere proposto per la prima volta per il Quirinale, peraltro, Imposimato aveva fondato - nel 2012 - Italia Virtuosa, un "movimento politico culturale che si ispira ai principi e valori della Costituzione Repubblicana e della Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo". L'impegno del nuovo gruppo era fondato sull'uguaglianza, un valore scritto nella Carta ma che era necessario rendere concreto, mantenendo saldi la scelta per la democrazia e per la repubblica parlamentare, la lotta per la verità e la giustizia, il contrasto al populismo, alla corruzione e alla ragion di Stato. Nel programma c'era, tra l'altro, la consapevolezza che l'Italia dovesse essere pienamente parte di un'Europa vera, unita, federale, solidale; soprattutto, era necessario lavorare per "l'integrazione economica tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come premessa per il superamento di ogni contrapposizione sul piano politico tra popolazioni diverse per cultura, lingua, etnia, religione, usi e costumi". 
Il disegno di "una grande comunità euro mediterranea come strumento di pace e di sviluppo in tutto il mondo" era al centro del progetto di Imposimato e, non a caso, era stato raffigurato in modo plastico nell'emblema del movimento, che aveva l'Italia al centro, ma con ben visibili il resto dell'Europa e le parti dell'Africa e dell'Asia che si affacciano sul Mare Nostrum; il tutto era circondato dai colori dell'arcobaleno, per richiamare l'idea della pace come fine dell'Euromediterraneo per il mondo intero. Cromaticamente forse il risultato non era dei migliori (troppe tinte, non ben armonizzate tra loro), ma l'immagine era congrua rispetto al messaggio da trasmettere: con qualche aggiustamento - e con il nome portato all'interno - probabilmente il logo non avrebbe sfigurato sulla scheda alle prossime elezioni. Ora che il suo artefice non c'è più, a lavorare per un'Italia virtuosa dovrà provvedere qualcun altro.

martedì 10 novembre 2015

Il Senato si allarga: arriva il Movimento Base Italia

Ognuno ha il passatempo che preferisce: c'è chi fa o ascolta musica, chi scrive, chi dipinge, chi gioca. E c'è chi tiene sotto controllo nome e composizione dei gruppi parlamentari: un'attività semplice, che può dare risultati interessanti. Capita così che un amico ti segnali - mentre tu eri perso a fare altro - che al Senato c'è una sorpresina: il nome completo del gruppo Grandi autonomie e libertà è cambiato di nuovo, esattamente per la sesta volta in due anni e mezzo. La spiegazione è semplice: se si sceglie di dare visibilità alle singole componenti del gruppo (il Regolamento non lo richiede per forza, è una decisione di ogni singolo gruppo), ogni movimento che introduca nuovi partiti nel gruppo o ne faccia venir meno qualcuno si traduce in una modifica del nome. A volte si tratta semplicemente di una scelta di visibilità politica; altre volte questo porta anche a vantaggi concreti, ad esempio se qualche legge elettorale (nazionale o regionale) riconosce alla presenza qualificata in Parlamento l'esenzione dalla raccolta delle firme.
Il ritocco che qui interessa, in ogni caso, è fresco fresco, risalendo al 4 novembre: alle componenti dichiarate di Grande Sud, Popolari per l'Italia, Moderati e Federazione dei Verdi si è aggiunta quella del Movimento Base Italia, al quale ha aderito da pochissimo il senatore Bartolomeo Pepe, eletto con il MoVimento 5 Stelle e da aprile rappresentante dei Verdi al Senato. "Conoscevo già personalmente Pepe - spiega la coordinatrice nazionale del Mib, Emanuela Naso - e avevamo già collaborato con lui nei mesi scorsi per la presentazione di alcuni progetti di legge su temi a noi cari. Non abbiamo mai chiesto a Pepe di rappresentarci, per noi ognuno è liberissimo di determinarsi come crede; è stato lui, un giorno, a chiederci se poteva fare parte della nostra compagine e noi abbiamo accettato. Ci ha fatto molto piacere, probabilmente lui si è accorto che noi le cose non le urliamo in piazza, ma le facciamo". 
Il Movimento Base Italia, in effetti, come partito non è apparso da poco, ma opera già dal 2012, con l'idea di restituire la politica ai cittadini "attraverso una vera azione di pulizia allontanando definitivamente i Politici disonesti dalle istituzioni", come si legge nel sito. La "base" di cui si parla nel nome sarebbe data dalle persone che vogliono aderire al progetto, "mentalmente aperte, ricercatrici e promotrici di una Democrazia Partecipata" e che possono fungere da fondamenta - da "base", appunto - per il futuro. "Siamo l'unico partito ad aver presentato una richiesta di referendum contro l'euro, chiedendo di abrogare le disposizioni di legge o con forza di legge che l'hanno introdotto in Italia (proposta che, per ora, non ha ottenuto abbastanza firme, ndb) - precisa la Naso - siamo stati anche ricevuti dal Presidente della Repubblica nel 2013, dunque non siamo proprio gli ultimi arrivati...".
All'atto della costituzione venne probabilmente naturale mettere in evidenza il concetto di Base e richiamare l'Italia in forma grafica e cromatica: si spiegano così l'uso del tricolore nella resa del nome, il massimo rilievo dato alla parola "Base" e la sagoma del Bel Paese subito sotto, in blu, con la suddivisione regionale a richiamare le peculiarità territoriali; a completare tutto, il fondo azzurrino da partito "pigliatutto", che si rivolge a tutti gli elettori. Poco dopo si è intervenuti per rendere l'emblema più gradevole, aggiungendo un bordino esterno bianco, togliendo rilievo e ombreggiatura alle scritte (Italia viene ingrandita) e allo Stivale e rendendo il fondo un po' più scuro. 
Da circa un anno, poi, si è ulteriormente modificato il segno, mettendo tutto il nome in bianco su uno sfondo ancora più scuro, con sfumatura radiale, mentre il tricolore si sposta in un segmento circolare in basso, ospitando anche la sigla del partito. E' proprio questo simbolo a trovare rappresentanza ora al Senato, per ridare agli interessati alla partecipazione una "base" da cui partire.

venerdì 15 maggio 2015

Partito nuovo del territorio, un impegno serio "a tempo"

Mentre l'attesa per le regionali cresce, l'occhio deve restare vigile e battere la Rete, per scoprire nuovi progetti simbolici. E quindi prima o poi bisognava incontrare anche il Partito nuovo del territorio, nato in quel di Bergamo tre anni e mezzo fa: una realtà giovane, ma che ha diritto come le altre di dire la sua.
Anche perché le sue brave particolarità, il Pnt, le ha. Innanzitutto nel suo sito è tra le poche formazioni a riportare per intero, oltre al testo dello statuto - che ora è quasi obbligatorio per legge - anche quello dell'atto costitutivo, in un'operazione di chiarezza e trasparenza molto apprezzabile. Si scopre così che la formazione ha sede ad Aviatico - Monte Poieto ed è stata costituita il 12 ottobre 2011 per impulso di tre persone, Anselmo Stefano Dentella (che ne è il segretario), Maurizio Cortinovis (presidente) ed Egidio Radaelli (segretario amministrativo).
Il fine del movimento è nobile, ambizioso e difficile allo stesso tempo: "recuperare all'attività Politica l'indispensabile capacità di disegnare un futuro coerente per l'Italia attraverso il confronto civile sui programmi ed il profondo rispetto delle Istituzioni e dei valori costituzionali". Chi non condividerebbe obiettivi simili, senza allo stesso tempo sentirsi almeno un po' spaventato per il peso enorme del compito che assumerebbe su di sé?
Il grado di difficoltà è terribilmente aumentato dal fatto che quegli scopi - per perseguire i quali non basterebbe forse una vita - hanno una data di scadenza: nell'atto costitutivo, infatti, si legge che "il partito si scioglierà una volta raggiunti gli obiettivi per cui si costituisce e comunque non oltre il termine della prima legislatura successiva al 2025". Quindi, a conti fatti, un tempo dannatamente breve, tra l'altro con la possibilità di operare solo su scala nazionale: è lo stesso documento a prescrivere ai soci che il partito "potrà presentarsi solo alle elezioni per il Parlamento Italiano ed Europeo". 
E' lo statuto del partito a descrivere il simbolo della formazione: "da un cerchio di contorno azzurro, con all'interno un cerchio più piccolo raffigurante, in bianco, la penisola italiana, ed in rosso e verde i confinanti mari, e contornato dalla scritta 'PARTITO NUOVO DEL TERRITORIO' su campo bianco". Lo sforzo di fantasia, bisogna dirlo, non è enorme, l'uso dei colori è più che frequente, così come in molti hanno utilizzato in precedenza (a livello nazionale e locale) la silhouette del nostro paese: a pescare nell'archivio enorme dei contrassegni depositati in occasione delle elezioni politiche, si può scovare almeno un simbolo affine, denominato Per l'Italia e presentato al Viminale nel 1996. Niente a che vedere, in ogni caso, con l'orizzonte ideale del Pnt: riuscirà a portare avanti la sua battaglia, con qualche risultato positivo per tutti noi? Auguriamoglielo e auguriamocelo: male non ci fa di sicuro. 

sabato 13 luglio 2013

Addio "Monti", per una Scelta civica



L’aveva detto alcuni mesi fa, ora l’ha tradotto in pratica: Mario Monti ha alleggerito del suo cognome il simbolo di Scelta civica per l’Italia, che con la prima assemblea pubblica di questa mattina avvia definitivamente il suo percorso di trasformazione in partito. L’elemento tricolore, creato dall’agenzia di comunicazione Proforma a dicembre, è rimasto, così come l’impianto dell’emblema, con la stessa circonferenza color carta da zucchero, il fondo bianco, il font utilizzato per i testi e la dicitura grigia «Scelta civica» nella parte superiore dell’emblema.
A cambiare, e in modo significativo, è invece la parte bassa del contrassegno. La dicitura «Con Monti», come da programma, è stata eliminata, ma non si è trattato di un’asportazione chirurgica, destinata a lasciare immutato il resto dell’emblema (magari con qualche piccolo spostamento, per non sbilanciare l’immagine). L’espressione «Per l’Italia», infatti, non solo è rimasta nel simbolo, ma ha visto crescere a dismisura le parole «L’Italia»: scritte in maiuscolo come tutti gli elementi testuali del contrassegno, hanno però assunto la stessa importanza visiva che aveva inizialmente il nome del senatore a vita e capo della coalizione. Non aveva fatto in tempo a farlo Berlusconi, sostituendo al nome del Pdl l’unica parola «Italia»; lo aveva fatto pochi mesi fa Pier Ferdinando Casini con la sua Udc, togliendo il proprio nome dal segmento circolare rosso per inserirvi la scritta «Italia» (almeno fino alle elezioni politiche, quando aveva fatto inserire di nuovo il suo patronimico, quando Calderisi dal Pdl aveva paventato grane per chi avesse usato “in società” il nome di Monti su più emblemi). 
Si può interpretare in più modi questo passaggio: dalla semplice “spersonalizzazione” del partito (che non sembra convincere troppo vari analisti), al tentativo di rimettere in gioco Monti per ruoli diversi da quelli del capo politico (non a caso, in questi giorni qualcuno all’interno della Bocconi non aveva visto con estremo favore l’idea di un ritorno del senatore a vita alla guida dell’università, qualora avesse mantenuto la guida del suo futuro partito). Aver scelto uno stratagemma grafico simile a quello dell’Udc, poi, oltre a proiettare in qualche modo il costituendo partito verso un traguardo ambizioso (quasi a voler dire che le altre forze politiche si curano meno del Paese), sembra voler lanciare un messaggio a Cesa e compagni, perché non abbandonino il percorso politico iniziato a dicembre. A Monti, alla fine dei conti, è convenuto molto, all’Udc molto meno.

venerdì 23 novembre 2012

I moderati di Samorì alla rivoluzione. Anche loro

Ma poi chi l'ha detto che i moderati non possano fare la rivoluzione? E chi ha detto che i rivoluzionari possano stare solo a sinistra? Deve averci pensato seriamente Gianpiero Samorì, modenese, avvocato, docente di diritto fallimentare poi divenuto banchiere, prima di decidere di candidarsi alle primarie del Pdl, volendo proiettarsi alla Presidenza del Consiglio in caso di vittoria del centrodestra. Magari ha pensato anche al suo (ormai ex) potenziale compagno di viaggio Vittorio Sgarbi, che qualche mese prima aveva creato, senza crearsi alcun problema, il Partito della rivoluzione. Sta di fatto che il nome di Samorì figura tra la ventina di candidati alla guida dello schieramento di centrodestra e la presentazione è avvenuta in pompa magna, sotto l'insegna dei "Moderati italiani in rivoluzione".
L'ossimoro lo hanno visto quasi tutti, in quella convention a Chianciano del 18 novembre che ha svelato alla più parte degli Italiani l'esistenza di una nuova formazione politica. Lasciate perdere la storia dei pullman di vecchietti dirottati all'incontro e convinti di fare una gita (c'è chi si porta il pubblico da casa anche in partiti più grandi, chi è senza peccato prenda il secondo pullman) e non pensate all'ennesimo candidato indagato, di cui si stanno occupando i giornali in questi giorni: pensate solo che i media domenica hanno certificato l'esistenza in vita di un nuovo potenziale leader e di una nuova sigla politica, quasi spaziale a leggerla Mir (un po' troppo sovietica, per i più diffidenti).
Non sarà un partito magari, solo un movimento, nato anche da poco, ma già con due simboli al proprio attivo. Già, perché ancora domenica scorsa il sito riportava ancora il primo emblema, con una grafica piuttosto cheap e autoprodotta, in stile "fine prima Repubblica", con tre freccette a comporre il tricolore e indicare le tre parole fondamentali del nome del movimento, la sigla puntata bianca (feralmente bordata di nero) a sovrastare tutto, lo sfondo azzurro-Pdl (del resto da lì Samorì viene) e l'Italia regionalizzata azzurrina. A Chianciano, invece, un grafico doveva averci messo lo zampino: il poco elegante carattere Stencil ha lasciato il posto a un "bastoni" più pulito, giusto con un filo di ombreggiatura, la sagoma dello Stivale si è rimpicciolita e il tricolore, più fine e sfumato sullo sfondo quasi blu oltremare, è in basso, quasi in posizione Pdl. Il simbolo nuovo, in effetti, è proprio quello e nel giro di qualche giorno finisce anche sul sito.
Tutto bene? Non tanto. All'indomani di questa new entry politica, abbiamo provato a telefonare alla segreteria del Mir, per chiedere le riproduzioni dei due simboli da usare in questo articolo. Ha risposto una voce femminile, giovane e cortese, che però ha richiesto di mandare la solita e-mail al solito indirizzo, dicendo di dover aspettare «di essere autorizzata a inviare il materiale». Ovviamente, nel momento in cui questo post viene pubblicato, non si è ricevuto un bel niente e le immagini mostrate sono in qualche modo recuperate dalla Rete e adattate alla bisogna: se questa è la partenza, quanto a trasparenza e fluidità, c'è poco da sperare.

domenica 8 luglio 2012

Il marchio che nacque simbolo

In principio fu soprattutto il simbolo. Nel senso che – lo si è già detto – gli emblemi sulle schede la legge li ha sempre chiamati «contrassegni», ma in fondo era sempre l’aspetto identitario-simbolico a prevalere. Non a caso, che fossero stampati in un austero e spartano bianco e nero (sulle schede elettorali e su manifesti e volantini economici) oppure in un avveniristico colore (sulle grafiche elettorali più ardite e curate), attorno all’immagine scelta per identificare il partito c’erano solo poche scritte e tanto, tanto bianco, racchiuso dal tondo che delimitava il contrassegno.
Doveva leggersi bene quel disegno, farsi riconoscere da qualunque occhio e richiamare i sentimenti e i valori che s: in una frazione di secondo il compagno comunista doveva trovare la falce e il martello sulla doppia bandiera in alto a sinistra (almeno finché non arrivarono Pannella e gli altri radicali a fare a cazzotti per avere il primo posto e per chiedere il sorteggio dell’ordine dei simboli), mentre il pio democristiano non doveva avere dubbi e mettere la croce sullo scudo già crociato, magari in fondo a destra; i socialdemocratici cercavano il sole, proprio come i cugini socialisti, ma con il mare alla base e senza arnesi troppo impegnativi; fiamme, edere e bandiere (in teoria colorate, ma ci si accontentava) avevano i loro cercatori affezionati e, di tanto in tanto, alcuni amanti occasionali.
Poi venne il colore e ci fu la rivoluzione, sia pure per gradi. Innanzitutto scoppiò una strana voglia di depositare simboli a tutti i costi, visto che nel 1992 tra accettati e ricusati di contrassegni se ne contarono 242 e nel 1994 già solo gli ammessi furono 312. A poco a poco, però, quei cerchi sulle schede e sui manifesti cominciarono a colorarsi sempre di più, anche intorno ai simboli, come se il bianco, tutto d’un colpo, facesse paura o desse fastidio. E i colori che si riversavano in quei tondi, guarda caso, erano quelli della bandiera italiana (così il bianco andava bene, purché fosse delimitato dal verde e dal rosso) cui si aggiungeva l’azzurro, passato dai Savoia alle maglie della Nazionale.
Gli elettori quasi non se n’erano accorti, ma i simboli erano diventati sempre più rari, fino a sparire quasi del tutto negli ultimi partiti nati: ormai gli emblemi erano diventati contrassegni a tutti gli effetti, né più ne meno come i marchi che affollano gli scaffali dei supermercati. E non a caso li progettano le agenzie pubblicitarie. E pazienza se, a colpo d’occhio, è sempre più difficile riconoscere i principi e i programmi che si nascondono dietro un emblema: viva l’Italia, vota italiano, verrebbe da dire guardando i colori usati in abbondanza, ma in fondo è un po’ poco.