sabato 1 ottobre 2022

Per fare il nuovo Pd ci vuole un simbolo (ma serve un'identità chiara)

Nessuno dei commenti sul risultato elettorale del 25 settembre ha classificato il Partito democratico tra i vincitori di questa chiamata alle urne; ne, del resto, poteva essere altrimenti. Il 19,07% ottenuto alla Camera è ben più basso del 33,18% del Pd di Walter Veltroni del 2008 (che perse) e del 25,43% del Pd di Pierluigi Bersani del 2013 (che "non vinse"); è di poco più alto del 18,76% ottenuto dal Pd guidato da Matteo Renzi nel 2018, ma allora quella percentuale era frutto di 
6.161.896 voti, mentre ora le schede con la croce sul Pd sono state 5.356.180.
Nella prima conferenza stampa seguita al voto, il segretario dem Enrico Letta ha parlato di risultato insoddisfacente (pur nella sostanziale tenuta, a fronte delle flessioni significative di altri partiti di rilievo) e della necessità di un percorso accelerato verso il nuovo congresso, con lui che non si candiderà alla segreteria. Si è trattato del primo segno di rinnovamento, che ne preparava altri, in forma di auspicio e non solo. Questi ieri sono stati condensati nella lettera rivolta alle iscritte e agli iscritti "sul Congresso Costituente del Nuovo Pd" (così si legge nel sito del partito) e diffusa attraverso i canali demDi seguito il testo della lettera, che sembra opportuno riportare per intero:

Carissime e carissimi,
sono passati pochi giorni dal voto che ha sconvolto gli equilibri politici italiani ed europei e sento la necessità di rivolgermi a ciascuno di voi per ringraziarvi dello straordinario impegno profuso in questa durissima campagna elettorale.
Abbiamo perso. Ne usciamo con un risultato insufficiente, ma ne usciamo vivi. E sulle nostre spalle c’è oggi la responsabilità di organizzare un’opposizione seria alla destra. 
Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi. Le basi per ripartire ci sono. Pur avendo subito la concorrenza di chi ci ha preso di mira con inusitata asprezza, con il dichiarato obiettivo di mettere in discussione la nostra stessa esistenza in vita, siamo il secondo partito italiano, la forza guida dell’opposizione e uno tra i maggiori partiti riformisti e progressisti europei. E ciò in un contesto nel quale tutte le forze politiche principali, tranne FdI, hanno perso molti o moltissimi consensi rispetto alle precedenti elezioni politiche. Oppure ottenuto risultati molto inferiori rispetto ai proclami. 
L'esito di queste elezioni è stato segnato dall’impossibilità - non torno qui sulle responsabilità - di presentarci con un quadro vasto di alleanze. La legge elettorale, profondamente sbagliata e che abbiamo provato invano a cambiare, favorisce chi le realizza. La destra, pur con tutte le sue divisioni, si è coalizzata e ha prevalso nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali, ottenendo così la maggioranza dei seggi in Parlamento. Ad essa non corrisponde una maggioranza nel Paese: ciò accresce il nostro dovere di organizzare una opposizione dura e intransigente sui valori e sulle politiche, sempre nell’interesse generale dell’Italia e delle istituzioni repubblicane.
Allo stesso tempo, in questa campagna scandita da insidie e veleni, si sono manifestati evidenti i limiti della nostra proposta ed è emersa una mancanza molto grave di capacità espansiva nella società italiana. Sono limiti che ci obbligano a un confronto serissimo e sincero tra di noi. 
Perché il Pd, per sua stessa natura, deve essere un partito espansivo e largo. Se manca questa aspirazione entra in crisi la sua ragione d’essere. Per questo dobbiamo essere pronti a rimettere tutto in discussione. Ora possiamo farlo, dopo potrebbe essere troppo tardi. 
Fermarsi a enunciare le tante, pur legittime, ragioni consolatorie per un risultato che comunque ci assegna il ruolo di guida dell’alternativa sarebbe sbagliato. Non è questo l’atteggiamento col quale ho voluto interpretare il mio compito di guida del PD. E non sarà questo il modo con cui vivrò questa fase. 
Quel che vi propongo è di accettare di entrare in profondità nei problemi per risolvere i nodi che ci bloccano e poi, a partire da questo sforzo genuino e determinato, di scegliere insieme la nuova leadership e il nuovo gruppo dirigente.
Abbiamo bisogno di un vero Congresso Costituente. Per questo vi chiedo di partecipare con passione e impegno, accanto ad altri che spero vorranno raggiungerci per fare insieme un percorso che, come proporrò alla Direzione convocata per la prossima settimana, dovrebbe essere articolato in quattro fasi. 
La prima sarà quella della "chiamata". Durerà alcune settimane perché chi vuole partecipare a questa missione costituente, che parte dall’esperienza della lista "Italia Democratica e Progressista", possa iscriversi ed essere protagonista in tutto e per tutto. 
La seconda fase sarà quella dei "nodi". Consentirà ai partecipanti di confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere. Quando dico tutte, intendo proprio tutte: l’identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l’organizzazione. E quando parlo di dibattito profondo e aperto, mi riferisco al lavoro nei circoli, ma anche a percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche. 
La terza fase sarà quella del "confronto" sulle candidature emerse tra i partecipanti al percorso costituente. Un confronto e una selezione per arrivare a due candidature tra tutte, da sottoporre poi al giudizio degli elettori. 
Infine, la quarta fase, quella delle "primarie". Saranno i cittadini a indicare e legittimare la nuova leadership attraverso il voto. 
Tutto può svolgersi a regole vigenti. E quindi può iniziare rapidamente. È un percorso aperto che può e deve coinvolgere, oltreché i nostri mondi di riferimento, anche il paese intero, dimostrando a tutti la forza e l’utilità di un partito-comunità, contrapposto ai tanti partiti personali che abitano oggi la nostra scena politica. 
Infine, è un percorso che concilia l’urgenza di affrontare i nostri problemi con la indispensabile rigenerazione del gruppo dirigente. Contenuti forti e volti nuovi sono entrambi necessari. Gli uni senza gli altri rischiano di trasformare il Congresso in un casting e in una messa in scena staccata dalla realtà e lontana dalle persone. Se non li bilanciamo con attenzione, ci trasformiamo definitivamente nelle maschere pirandelliane che evocai nel mio ormai lontano discorso del 14 marzo 2021. 
So che vogliamo tutti evitare questo epilogo. So che vogliamo tutti arrivare presto a un nuovo Pd e a una nuova leadership. 
Se ci muoviamo insieme in questa direzione, con coraggio e tempismo, dimostreremo di essere capaci di tornare in sintonia con le attese del Paese. 
Vi chiedo di credere in questo progetto e di esserne protagonisti attivi seguendo le indicazioni che usciranno dal dibattito della Direzione convocata per giovedì 6 ottobre. 
Vi chiedo soprattutto di avere fiducia nel "noi collettivo" che è molto meglio della somma dei tanti io. Questa è la grande forza del Partito Democratico. Questa è la nostra missione.

I contenuti politici sono certamente rilevanti in questa lettera aperta. A chi frequenta questo spazio, tuttavia, non può sicuramente sfuggire quanto scritto da Letta parlando della seconda fase del percorso costituente, quella dei nodi: quella in cui coloro che parteciperanno potranno "confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere", includendo "l'identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l'organizzazione". Sì, anche il simbolo. Una discussione e un confronto, peraltro, da non limitare agli organi rappresentativi nazionali del partito, ma da portare con un "dibattito profondo e aperto" nei circoli dem, come pure in "percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche". Già questo sarebbe oggettivamente un tratto di novità: fino a questo momento si era parlato in modo sommario, non diretto, di possibili cambi di nome o di simbolo, ma sempre come operazioni interamente gestite dal vertice, senza discussione con la base. Giusto per rinfrescare la memoria, se n'era parlato all'inizio del 2020, poco prima delle regionali in Emilia-Romagna, quando l'allora segretario Nicola Zingaretti aveva dichiarato alla Repubblica "Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito", lasciando presagire che ci si doveva aspettare una denominazione e un fregio politico nuovi; il deflagrare dell'era Covid-19 ha suggerito di mettere da parte questi progetti per occuparsi di altro, senza che per questo la vita del Pd sia stata meno travagliata (lo stesso arrivo di Letta alla segreteria è figlio di quella stagione).
Anche in precedenza, del resto, più di una voce - a volte con nome e cognome, più spesso indistinta e legata a rumors - si era levata per suggerire di mettere mano al nome e, già che ci si era, di ritoccare poco o molto anche il simbolo (in modo permanente e non solo con riferimento alla singola tornata elettorale). Su questo sito, ad esempio, tra il 2016 e il 2017 si era parlato almeno in un paio di occasioni della possibilità di dimezzare il nome del partito, chiamandolo solo "Democratici", anche se quell'etichetta non era affatto nuova. Nessuna persona che appartenga alla schiera dei #drogatidipolitica, infatti, può seriamente avere dimenticato che i Democratici era la creatura politica di Romano Prodi e Arturo Parisi, nata nel 1999 in vista delle elezioni europee: come simbolo Francesco Cardinali (AdvCreativi) aveva realizzato un asinello che guardava all'iconografica classico-satirica dei dem degli Stati Uniti, ma nello stile ricordava piuttosto l'asinello cartoon di Pinocchio nella versione Disney. Ancora prima, a metà del 2010, quando non erano ancora passati tre anni dalla fondazione del Pd, Debora Serracchiani sul Post aveva bollato quello del suo partito come un "asettico marchio-logo" che aveva sostituito "simboli identitari di fortissimo impatto" (scudo e falce-martello), di cui frattanto avevano preso il posto "gentili e rassicuranti simboli vegetali" (ci torniamo tra poco).
Ora, qui si sta parlando di rinnovare il Partito democratico e la sua guida - si può, per una volta, evitare di parlare di leadership? - insieme alla classe dirigente, e non di costituire un nuovo soggetto politico (anche se le persone più scaramantiche avrebbero preferito questa soluzione, nella speranza che fosse necessario darsi una casa nuova per lasciare dietro le spalle tutte le storture e i difetti di quella vecchia); l'intenzione comunicata da Letta, in ogni caso, non sembra meramente "di facciata" e, soprattutto, non deve essere così se vuole sperare di avere qualche effetto positivo per il partito stesso. 
Certamente i confronti sul nome e sul simbolo riguardano gli aspetti più legati all'immagine del partito, dunque quelli più visibili e delicati: il fatto che proprio il segretario dichiari pubblicamente che i segni distintivi del Pd possono essere messi in discussione dalla base del partito stesso sembra dimostrare che la fase di cambiamento, di passaggio è autentica. Se negli ultimi anni le modifiche ai simboli sono state sostanzialmente frutto di scelte 'dall'alto', operazioni pensate e volute dai vertici per un riposizionamento politico (con un coinvolgimento della base ridottissimo o pressoché nullo), forse la situazione in cui ora versa il Pd ricorda di più quelle - assai travagliate - che hanno interessato il Pci e il Msi, anche se in entrambi questi casi si era di fronte a un radicale mutamento ideale, i cui impulsi erano venuti interamente dai vertici, anche in materia simbolica.
Tornando alla transizione che riguarderà il Partito democratico, nei pensieri scritti da Debora Serracchiani dodici anni fa si ritrovano due parole chiave su cui concentrarsi ora per capire meglio la situazione, cioè "simbolo" e "identitario". Non è un mistero che, nel corso degli anni, si siano registrati vari segni di insoddisfazione nei confronti dell'emblema realizzato nel 2007 da Nicola Storto, allora 25enne creativo da poco entrato nell’agenzia Inarea di Antonio Romano. Quando fu intervistato da questo sito, Storto spiegò che il committente - il Pd di Veltroni - aveva espressamente chiesto "un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani". Per assurdo, l'aver rispettato in pieno quelle 'regole d'ingaggio' creando un fregio basato sul lettering delle iniziali del partito e sul tricolore ha comportato un problema: quello del Pd, infatti, è sempre stato vissuto come marchio o come logo, non come simbolo, per la mancanza al suo interno di un'immagine definita, un soggetto in cui riconoscersi. 
Un'immagine, a dire il vero, c'era e c'è, per quanto piccola: ci si riferisce, ovviamente, al rametto di ulivo posto sotto al logo tricolore, assente nei primi studi del simbolo di Storto, ma inserito su pressante invito dei committenti (sempre l'autore spiegò al sottoscritto che si trovò "la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole"). Quelle richieste, in fondo, si possono capire: la scelta di richiamare nel fregio politico del Partito democratico 'l'antenato' all'origine di quella forza politica - dunque l'Ulivo che Romano Prodi aveva voluto nel 1995 - finiva per ricordare un altro passaggio storico precedente (che pure fu realizzato in condizioni diverse, come evoluzione di un unico partito e non con la sostanziale unione di due strade politiche diverse). Quando infatti il Partito comunista italiano, tra il 1990 e il 1991, scelse di trasformarsi nel Partito democratico della sinistra, non aveva abbandonato del tutto il fregio tradizionale: era stato un modo per rendere chiaro che il Pds era lo stesso soggetto politico (e giuridico) che si chiamava prima Pci e per impedire a chi non condivideva il nuovo corso ideale di appropriarsi degli antichi segni (come in effetti tentò di fare il gruppo che poi si sarebbe denominato Rifondazione comunista). La doppia bandiera con falce e martello, tuttavia, era stata posta da Bruno Magno - come ha raccontato lui stesso anche su questo sito - alla 'base' di un vero simbolo, cioè l’albero della sinistra, che pure da più parti fu subito 'battezzata' come una quercia: si era trattato di un'immagine chiara, che aveva avuto un ruolo e un impiego nella storia della sinistra e nel corso degli anni tante persone si sono riconosciute e identificate, anche sul piano ideale. 
Com'è noto, il simbolo del Pci smise di coprire parte del tronco della 'quercia' nel 1998: in quell'anno il cammino di evoluzione conobbe un'altra tappa con la costituzione dei Democratici di sinistra e fu sempre Magno a sostituire falce e martello con la rosa del Partito socialista europeo, nel quale i Ds - in continuità con il Pds - si collocarono. Tornando al Partito democratico invece, è facile notare che il Pd di oggi non è identico al Pd delle origini per idee, posizioni e guida (anche se non mancano tratti comuni e varie persone sono rimaste, le modifiche conosciute in quindici anni di attività sono parecchie) e non è nemmeno identico all'Ulivo del 1996 o del 2006, eppure il rametto è rimasto dov'era stato collocato nel 2007. Non è affatto un caso, come sa chi conosce da anni questo sito, che alla fine del 2013 Andrea Rauch, vale a dire colui che aveva creato il simbolo dell'Ulivo per Romano Prodi (poi 'narrato' insieme ad Alessandro Savorelli) basandosi su un ramoscello di ulivo che aveva personalmente strappato da un albero vicino alla sua casa di campagna, avesse chiesto all'allora segretario dem Matteo Renzi di rimuovere il rametto dal simbolo, un po' per la perdita di legame tra Pd e Ulivo, un po' perché quella miniatura era quasi illeggibile all'interno del nuovo logo (che anzi ne veniva 'sporcato'). La richiesta di Rauch non è stata esaudita, né da Renzi, né da chi è venuto dopo di lui.
Volendo tirare le somme (e parafrasando Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo e Gianni Rodari), per fare il "nuovo Pd" ci vuole un simbolo, ma un simbolo vero, ben identificabile - anche sul piano figurativo - e in cui potersi riconoscere, in grado di suscitare emozioni e non 'sacrificato' all'interno di un logo più anonimo. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi e non solo perché creare un simbolo per un partito - come si è visto abbondantemente nel corso degli anni - è un lavoraccio. Il fatto è che, continuando sul sentiero rodarian-endrighiano, "per fare un simbolo ci vuole un'identità", per giunta definita con una certa chiarezza (nei suoi contenuti e nei suoi confini), altrimenti la missione di chi deve creare il segno grafico diventa praticamente impossibile. Qui si tocca indubbiamente un tasto assai dolente, perché l'identità rappresenta un problema con cui il Partito democratico ha fatto i conti fin dalla sua nascita (e, se possibile, anche prima) e che ciclicamente - tra "ma anche", battaglie sui valori e cambi di vertice - si è ripresentato. Se non si affronta seriamente e con senso di responsabilità la questione, diventa impossibile dare un simbolo al "nuovo Pd"; di più, sarebbe inutile persino cambiare del tutto il contenitore, perché ci si porterebbe dietro il 'difetto di fabbricazione' maggiore del Partito democratico. In un caso o nell'altro, si rischierebbe una sconfitta - grafica e ideale - in partenza: almeno in politica, prima di decidere la foto da mettere sulla carta d'identità, è essenziale mettersi bene d'accordo su come riempire il documento.