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martedì 6 gennaio 2026

Fiamma tricolore, tra origini ufficiali e (possibili) ascendenti

Nemmeno a farlo apposta, come ideale seguito del post di tre giorni fa, in cui si diceva che all'inizio del nuovo anno non mancano questioni simboliche da affrontare, si è riaccesa - è il caso di dirlo - la discordia sulla fiamma tricolore. La scintilla, se si vuole, è stata la scoperta tardiva di un post di Riccardo Pescante, vicedirettore di Rai Sport. in cui una raffigurazione di quella fiamma era accompagnata alla didascalia "26 dicembre 1946. Le radici profonde non gelano". Il post - che ora è visibile solo grazie agli screenshot fatti in precedenza, visto che il profilo di Instagram del giornalista è stato reso privato - ha fatto divampare varie polemiche politiche. Di queste è giusto che si occupino i media; in questo spazio, semmai, è interessante cercare di analizzare l'immagine diffusa e contestualizzarla, per quanto possibile.
Innanzitutto, di che fiamma si parla? Quella del Movimento sociale italiano, ovviamente, ma quale esattamente? Chi avesse potuto visitare nel 2017 la mostra Nostalgia dell'avvenire (promossa dalla Fondazione Alleanza nazionale) o si fosse limitato anche solo a scorrere alcuni dei manifesti o dei materiali di propaganda prodotti dal Msi nel corso degli anni, infatti, avrebbe notato con facilità che il simbolo in questione ha avuto varie raffigurazioni, anche piuttosto diverse tra loro, dunque non è inutile cercare di capire a quando risalga la grafica diffusa. A guardare bene l'immagine, in particolare la traccia di un timbro rosso alla destra della fiamma, la si indentifica esattamente nel manifesto conservato dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e visibile in rete. La base trapezoidale da cui parte la fiamma, di colore rosso, contiene la traccia (bianca) di un altro trapezio e la sigla "MSI" senza punti.
Non è difficile notare qualche differenza rispetto al contrassegno elettorale impiegato alle elezioni politiche del 1948: al di là della riproduzione in bianco e nero, com'era rigorosamente prevista allora, la forma della fiamma era più "stretta" e dritta, anche se i "denti" delle parti verde, bianca e rossa erano praticamente uguali; la differenza più marcata riguardava la sigla, proposta con un tratto bianco molto sottile e con il punto dopo le prime due lettere. Quello stesso emblema era finito sulle schede elettorali delle amministrative celebratesi nel 1947 a Caserta (21 settembre), Roma (12 ottobre) e Campobasso (30 novembre).
Il fregio, tuttavia, al tempo della nascita del Movimento sociale italiano - il 3 o il 26 dicembre, a seconda che si scelga il primo momento informale o quello della formalizzazione - non esisteva. Lo raccontava, tra l'altro. lo stesso Giorgio Almirante, nella sua Autobiografia di un "fucilatore" (Edizioni del Borghese, 1973):
Faccio un balzo indietro di molti anni e rivedo la mia gente come la riconobbi all'indomani della guerra civile e della latitanza: la gente che salì le scale di corso Vittorio numero 24, a Roma, per la prima riunione indetta dal Movimento Sociale Italiano. Era il gennaio 1947, il MSI era appena stato fondato, nessuno lo conosceva. Si può dire senza ironia che neppure noi lo conoscevamo, noi i fondatori e primi dirigenti. [...] Io non so chi fossero i sessanta o settanta partecipanti alla prima riunione indetta dal neonato MSI e dal sottoscritto quale segretario del neonato MSI, in corso Vittorio numero 24. So che avevamo affisso un piccolo avviso dinanzi al portone; so che erano stati pubblicati, qualche giorno prima, gli orientamenti programmatici che fino al 1948, campagna elettorale politica e poi primo congresso del partito, a Napoli, costituirono tutto il nostro programma; so che l’ingresso era libero; so che fino all’ultimo paventammo che non venisse nessuno; so che ci parve un miracolo quella modesta affluenza di pubblico [...]. Non c'erano persone importanti. Il partito aveva soltanto un nome, non aveva ancora un simbolo, tanto meno aveva una tessera. Ricordo che, nella mia piramidale ingenuità e nella mia totale incompetenza in fatto di partiti, ero a quell’epoca contrario all'adozione di una tessera. Era ancor fresco, o piuttosto era bruciante il ricordo delle tessere strappate e dei distintivi celati dopo il 25 luglio e l'8 settembre. Ignoro, pertanto, se da quel primo gruppetto di ascoltatori siano più in là emersi altrettanti iscritti al nostro partito. Probabilmente no. Ma si trattava, senza alcun dubbio, della mia gente; non perché condividesse un pensiero politico che largamente era ancora inespresso, ma perché sentiva la necessità spirituale di un incontro: di un incontro diverso da quello che già in quei primissimi anni la rinata democrazia aveva saputo offrire.
Proprio la sede di Corso Vittorio a Roma, peraltro, sarebbe stata teatro - in qualche modo - della nascita del simbolo del partito, proprio in vista delle elezioni amministrative del 1947 ricordate sopra. Così Adalberto Baldoni racconta, nel suo libro Destra senza veli (Fergen, 2018), la nascita del simbolo del Movimento sociale italiano (il testo è riportato col consenso dell'editore, Federico Gennaccari): 
Il simbolo del nuovo partito viene ideato nel settembre 1947, prima delle elezioni comunali di Caserta e di Roma, in modo casuale e singolare. Un giorno, scendendo le scale della sede centrale di Corso Vittorio, Giorgio Almirante incontra un mutilato di guerra che gli dice: "Segretario, ce l'hai il simbolo? Scegli la fiamma tricolore che è il simbolo dei combattenti". Almirante rimane perplesso. Risale le scale, entra nel suo studio e traccia su un foglio la bozza di una fiamma. Pochi giorni dopo la fiamma tricolore appare per la prima volta sui muri della capitale. 

Antonio Mazzone ricorda che, per il simbolo, [Giovanni] Roberti coinvolse un suo amico, il pittore Emilio Maria Avitabile (poi autore anche del simbolo della Cisnal), chiedendogli di immaginarne uno. L'artista preparò un bozzetto, raffigurante una fiamma e una persona, che venne inviato al direttorio chiamato a scegliere il simbolo. "Il direttorio scelse la fiamma. Allora [Giovanni] Tonelli inviò una lettera a Roberti per comunicargli che avevano scelto la fiamma come simbolo del partito. Roberti diede la lettera al pittore. Quando poi uscì fuori la versione di Almirante, scrissi al segretario del partito e mia moglie, figlia di Avitabile, diede la lettera di Roberti ad Almirante che avrebbe dovuto correggere la sua iniziale versione. Purtroppo non ne fece una copia ed Almirante non solo non corresse la versione ma non restituì nemmeno la lettera".
In Rete si trovano varie immagini di una cartolina che si fa risalire ai primi anni '50 e che riproduce un manifesto realizzato da Emilio Maria Avitabile: non è dato sapere se questa sia esattamente l'immagine di cui parla Baldoni, chiesta da Roberti (tra i promotori del partito) al pittore nato a Catania nel 1910 e morto a Napoli nel 1989 ma di certo questa occupa un posto rilevante nell'iconografia del Msi; di più, l'episodio richiamato da Baldoni nel suo libro conferma che, con riguardo alle origini dei simboli storici delle forze politiche italiane, non c'è mai piena concordanza o certezza sulla loro esatta genesi.
La fiamma tricolore, com'è noto, si è conservata anche dopo la svolta del 1994, prima ridotta all'interno del simbolo di Alleanza nazionale (ma sempre con la base trapezoidale con la sigla Msi, anche perché senza "quella sembrerà la fiamma del Pibigas. Si ricorda, le bombole Pibigas? Ma per carità!", come disse Raffaela Stramandinoli, nota come "donna Assunta Almirante" a Sebastiano Messina della Repubblica - nell'edizione del 27 settembre 1994 -  preoccupata che il residuo del fregio diventasse "uno specchietto per le allodole"), poi reinserita nel simbolo di Fratelli d'Italia (prima microscopica all'interno della "pulce" di An, poi privata della base nell'attuale versione del fregio).
Se le origini della fiamma del Msi si famno risalire al riferimento ai combattenti (e non di rado ci si riferisce agli Arditi, anche se le loro "fiamme" - sia intese come mostrine, sia pensando al fregio del X Reggimento arditi - avevano tutt'altra forma, non è inutile ricordare che il concetto di fiamma tricolore era già presente in precedenza, peraltro non solo in Italia. Si prenda, per esempio, l'immagine del Rassemblement National Populaire, partito francese del 1941 dell'area "collaborazionista" (che avrebbe concorso al governo di Vichy: al centro della sua iconografia c'era una tripla fiaccola, con le fiamme rispettivamente tinte di blu, di bianco e di rosso. Si tratta ovviamente di un'immagine diversa rispetto alla fiamma tricolore che il Front National di Jean-Marie Le Pen avrebbe fondato nel 1972, impiegando una fiamma pressoché identica a quella del Msi (il cui uso - con il blu al posto del verde - "era stato evidentemente concordato con Almirante", come ha ricordato lo scorso anno Marco Tarchi, nel suo libro scritto con Antonio Carioti Le tre età della Fiamma, pubblicato nel 2024 da Solferino). Il significante-significato della fiamma e il tricolore nazionale erano comunque stati accostati.
Tornando all'Italia, merita di essere considerata l'immagine del manifesto pubblicitario - conservato sempre dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e indicatomi, come il precedente, da Roberto D'Angeli, autore di un importante studio sul Partito fascista repubblicano e osservatore attento di questo sito - che caratterizzò, nel 1939, la prima mostra di Leonardo da Vinci e delle Invenzioni, realizzata a Milano al Palazzo dell’Arte (quello della Triennale): l'illustrazione, realizzata (almeno) l'anno precedente da Giorgio Muggiani, morto nel 1938, era dominata dalla figura di un uomo che stringeva in mano una fiaccola protesa in avanti, mentre la fiamma - piegata all'indietro - si tingeva dei colori della bandiera (il verde più vicino alla fiaccola, il bianco al centro e il rosso nella parte frastagliata). L'idea della fiaccola con il tricolore nel fuoco, com'è noto, sarebbe stata ripresa dal fregio che ha caratterizzato per anni il Fronte della Gioventù (il soggetto, come ricorda sempre D'Angeli, era già stato usato nel 1947 dal Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori, organo del Msi, poi confluito con la Giovane Italia nel FdG), per poi essere reinterpretata dalla Destra - il partito di Francesco Storace - sia pure in una diversa lettura grafica.
Si può, volendo, risalire ancora più indietro. Chi scrive, infatti, ha ricevuto in questi giorni da Maurizio Mengana un disegno - da lui acquistato di recente - datato 1936 e attribuito all'artista Bruno Tano (Padova 1913 - Macerata 1942): vari elementi sono da Mengana ricondotti alla Mostra della Rivoluzione fascista tenutasi al Palazzo delle Esposizioni dal 1932 al 1934 e ripetuta nel 1937 e al centro spicca un braciere - quasi olimpico, visto che il 1936 era l'anno dei giochi a Berlino - con una fiamma, rappresentata proprio come tricolore.
Naturalmente con ciò non si sostiene affatto che la fiamma, e in particolare la fiamma tricolore sia un segno chiaramente e inequivocabilmente fascista. Si pensi alla fiamma a varie cuspidi contenuta nel simbolo di Giustizia e libertà, come alla fiaccola accesa - con fiamma che si sviluppa in orizzontale - del Partito repubblicano italiano, visibile su alcune tessere antecedenti e successive alla seconda guerra mondiale (1923 e 1946, per fare qualche esempio). Le immagini viste, al pari di altre che si possono individuare, mostrano però che quel tema grafico era utilizzato anche in quell'ambito (assieme ad altri), come pure in altri contesti nazionali, e ha probabilmente lasciato un segno tale da farsi presente a chi è stato chiamato a creare il simbolo del Msi, in vista delle prime elezioni.

mercoledì 16 maggio 2018

Pomezia, la fiamma del Msi diventa una punta di lancia

Sembra non conoscere mai fine il contenzioso elettorale (e non solo) che oppone il Movimento sociale italiano di Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro e Fratelli d'Italia, sempre imperniato sulla legittimità dell'uso della vecchia fiamma del Msi. L'ultimo episodio, solo in ordine di tempo (e c'è da giurare che non sarà affatto l'ultimo), si è svolto nei giorni scorsi a Pomezia, sul litorale romano, dopo la presentazione delle liste per le elezioni amministrative previste per il 10 giugno.
Da un comunicato emesso dal raggruppamento locale del partito di Saya e Cannizzaro, firmato dal presentatore della lista, Gennaro Sorrentino, si apprende infatti che il 13 maggio la Sottocommissione elettorale circondariale competente, che ha sede a Velletri, ha invitato il Msi a sostituire il proprio contrassegno elettorale, ritenendo che l'immagine della fiamma possa "trarre in errore l’elettore", essendo questa presente anche nel simbolo di Fratelli d'Italia.
La decisione era sostanzialmente prevedibile, come ogni altra volta in cui questo è accaduto: è ancora vigente l'art. 30, comma 1, lettera b) della legge n. 570/1960 (sull'elezione delle amministrazioni comunali), in base al quale la Commissione elettorale competente ricusa, tra l'altro, i contrassegni "riproducenti simboli o elementi caratterizzanti di simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento, possono trarre in errore l'elettore". Si discute da anni, come è noto, sulla portata dell'avverbio "tradizionalmente" (quale lasso di tempo permette di parlare di "tradizione"? Basta una legislatura, magari nemmeno intera? Quale periodo di non impiego può far ritenere interrotto l'uso tradizionale?), ma da sempre è questa la disposizione che è stata utilizzata per chiedere al Msi-Saya la sostituzione dell'emblema, tanto a livello nazionale quanto alle elezioni amministrative (anche se non sono certo mancati casi in cui quel simbolo è stato ammesso, magari convivendo con quello di Fdi o addirittura come parte della stessa coalizione). 
Tutto chiarito? Sul piano normativo volendo sì, a livello pratico e concreto non tanto. Perché in modo altrettanto prevedibile i presentatori della lista del Movimento sociale italiano hanno lamentato nel loro comunicato stampa - significativamente intitolato La giustizia a volte è bendata come la Dea della Fortuna... - un'inadeguata valutazione del caso. In particolare, il comunicato fa riferimento all'ultima - salvo errore - decisione dei giudici civili sul "caso fiamma", ossia l'ordinanza del Tribunale di Roma del 7 giugno 2017, emessa nella causa n. 13731/2017 (e di cui su questo sito mi sono già occupato). Quella decisione, originata da un ricorso ex art. 700 c.p.c. in via d'urgenza del Msi (e non di Fratelli d'Italia, come è scritto invece nel comunicato) volto a impedire che Fratelli d'Italia continuasse a usare l'antica fiammella, si era in realtà chiusa male per il partito di Cannizzaro, il cui ricorso era stato rigettato con tanto di condanna alle spese (cioè l'esatto opposto di quanto riportato nel comunicato); ciò non toglie, tuttavia, che per la giudice Cecilia Pratesi che si era espressa in merito, la "sintetica e globale comparazione" dei contrassegni del Msi e di Fdi ne consentisse "agevolmente una efficace distinzione (stante la preponderanza del colore azzurro nel simbolo di Fdi [...] e la diversa proporzione che assume il simbolo della fiamma [...])". 
Quelle osservazioni, fatte sulla base dei simboli in uso allora, possono essere riferite senza alcuna modifica anche al nuovo emblema adottato da Fratelli d'Italia (sia nella versione ufficiale, sia - a maggior ragione - in quella elettorale nazionale, in cui è preponderante il nome di Giorgia Meloni), che peraltro adotta la fiamma senza più base trapezoidale: per questo, riprendendo ancora le parole dell'ordinanza, non si dovrebbe parlare di "effetto decettivo [...] sul piano elettorale per la netta distinguibilità dei due contrassegni". Era inevitabile, dunque, che il Msi, pur non essendo uscito vincitore da quella decisione, scegliesse di far valere almeno la parte di questa che gli risultava favorevole, se non altro per difendere a livello teorico la propria posizione. 
Visto però che la teoria è una cosa, la pratica è un'altra, per evitare di restare fuori dalle prossime elezioni amministrative (magari anche dopo aver impugnato la decisione della Commissione elettorale davanti al Tar, senza certezza sull'esito), il Msi locale ha concluso che "ad oggi l’unica strada percorribile, a malincuore, è la modifica del contrassegno": per questo, il depositante ha presentato un nuovo emblema, che mantiene la scritta "Destra nazionale" e, al posto della fiamma, piazza al centro del simbolo una punta di lancia (così la chiama Il Caffè) tinta da un tricolore a bande diagonali. La partecipazione è così assicurata, ma il gruppo locale del Msi non rinuncia a esprimere per altre vie le proprie ragioni: è stato infatti annunciato un esposto al prefetto di Roma (cui è legata la Sottocommissione che si è espressa sul contrassegno) su quanto è avvenuto. Non servirà granché, visto che ormai le decisioni sono state prese e le elezioni si svolgeranno con il simbolo modificato, ma almeno resterà traccia.

sabato 8 luglio 2017

Msi, la fiamma è di tutti?

Si è parlato ieri del progetto politico elettorale - Alleanza della destra nazionale - cui sta lavorando da alcune settimane il Movimento sociale italiano - Destra nazionale di Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro: si è visto anche come l'uso della storica fiamma tricolore all'interno del contrassegno sarebbe garantito, secondo i dirigenti dello stesso (Nuovo) Msi, dalla sentenza della Corte d'appello di Firenze del 2016 che aveva negato ad An e alla Fondazione An il titolo a impedire al Msi l'uso dei segni distintivi missini. 
Meno fortunata è stata, ma solo in apparenza, un'altra decisione - questa volta un'ordinanza - emessa dal Tribunale di Roma un mese fa, il 7 giugno esattamente, a seguito di un ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile presentato a febbraio dallo stesso Msi, per chiedere come provvedimento d'urgenza l'inibizione a Fratelli d'Italia dell'uso della fiamma tricolore (contenuta nel simbolo-"pulce" di An). Il partito di Saya e Cannizzaro l'aveva chiesto proprio in virtù di quella sentenza della Corte d'appello fiorentina che, avendo - a detta del Msi - accertato la dismissione del simbolo da parte di An, rendeva illegittimo l'uso dello stesso emblema da parte di Fdi (che dalla Fondazione An l'aveva ricevuto, prima provvisoriamente e ora in modo più stabile): un uso che, secondo Cannizzaro, oltre a confondere gli elettori, creava un danno economico al suo partito, intenzionato a vendere gadget con il marchio missino. La giudice Cecilia Pratesi ha rigettato la richiesta, anche se le ragioni sono da guardare con attenzione, perché le conseguenze potrebbero essere di non poco conto. 
Da una parte, infatti, la giudice ha negato la confondibilità dei due emblemi, sufficientemente distinti sul piano cromatico (l'azzurro dominante di Fdi e il bianco del Msi) e per la diversa proporzione della fiamma, per cui non vi sarebbe alcun effetto decettivo sul piano merceologico e, secondo chi ha emesso l'ordinanza, anche elettorale, essendo i due simboli "nettamente distinguibili"; dall'altra, nella decisione si è negata anche la lesione dell'identità personale del Msi, poiché - basandosi proprio sulla sentenza fiorentina citata prima - la fiamma sarebbe stata il simbolo di "un patrimonio ideologico ben radicato nella storia politica italiana" e, venuto meno il Msi "storico", "non può essere inibito ad altre entità politiche, figlie della medesima identità ed ispirazione, di richiamare - nel proporsi al pubblico - la simbologia storicamente propria della stessa unica matrice".
Nei giorni successivi sui media il contenuto dell'ordinanza è stato diffuso come riconoscimento della legittimità dell'uso della fiamma fatto da Fratelli d'Italia (ma nel testo dell'ordinanza, che si inserisce in un procedimento a cognizione sommaria, non si valuta la legittimità della ricezione della fiamma dalla Fondazione An) o, addirittura, come riconoscimento dell'esclusiva a beneficio di questo partito (cose che nella decisione proprio non c'è). Leggendo bene il provvedimento, in realtà, le due affermazioni della giudice hanno qualcosa di innovativo e di favorevole al partito di Cannizzaro.
Agli occhi dello studioso, in effetti, è strano che un giudice civile abbia detto che l'uso del simbolo composito di Fratelli d'Italia, rispetto a quello del Msi, non comporta "effetto decettivo" (cioè ingannevole) neanche sul piano elettorale, visto che l'ambito delle elezioni è considerato "speciale" ed è retto da regole specifiche rispetto a quello civile, più ampio, dei titoli di proprietà industriale; eppure, se il tribunale si è sentito di poter e dover dire questo, la sua decisione potrebbe spiegare effetti anche nel procedimento che precede le elezioni.  
Certo, tali conclusioni hanno un peso relativo, essendo contenute in un'ordinanza ex art. 700 c.p.c.; se però fossero confermate nel giudizio di merito conterebbero di più. Il valore aumenterebbe se diventasse definitiva la sentenza della Corte d'appello di Firenze del 2016, su cui la decisione del tribunale di Roma si basa nel riconoscere il diritto di chiunque si ritenga "erede politico" di un partito a reinterpretare il simbolo originale di questo, purché non si confonda con gli altri eredi. Il punto debole dell'ordinanza è l'accettazione acritica della tesi alla base della sentenza fiorentina, in contrasto con quanto deciso fino ad allora sulle scissioni seguite a una virata ideologica in un partito (prima sulla lite tra la futura Rifondazione comunista e il Pds e poi proprio sul Msi di Rauti, non ancora Fiamma tricolore, contro An): solo chi resta nel partito - anche se ha cambiato idee, nome e simbolo - mantiene i diritti sui segni del passato, a differenza di scissionisti e altri emuli. Detto questo, è vero che dagli eventi di Fiuggi del 1995 - e dal presunto abbandono del vecchio simbolo, anche se per chi scrive reale abbandono non fu - sono passati oltre vent'anni: sebbene Fratelli d'Italia abbia ricevuto in uso il simbolo di An dalla fondazione, sembra difficile continuare a privare un gruppo che voglia seguire gli ideali missini della possibilità di avere un simbolo molto vicino a quello storico (tanto più che An, specie alla fine della sua storia, fu cosa molto diversa rispetto al Msi). 
"Quelli di Fratelli d'Italia - precisa Candida Pittoritto, portavoce del Msi - si sono incastrati con le loro mani. Giusto poche settimane prima, quando avevamo fatto ricorso contro l'esclusione delle nostre liste alle elezioni comunali di Verona e Lecce, loro avevano sostenuto la tesi della confondibilità del simbolo; davanti al tribunale di Roma, invece, hanno negato che gli emblemi di Msi e Fdi fossero confondibili, puntando tra l'altro sulla protezione che darebbe loro la rappresentanza parlamentare e sul loro disinteresse per la vendita di gadget con quel marchio che noi abbiamo registrato. A questo punto, la decisione del giudice ci mette in condizione di utilizzare senza problemi in ambito elettorale il simbolo, proprio perché è stato ritenuto non confondibile; io stessa, del resto, mi sono candidata a sindaco a Cerveteri col simbolo del Msi, in una delle coalizioni c'era anche Fratelli d'Italia e i due simboli hanno convissuto sulla scheda".
Lo scontro, c'è da giurarci, è ben lontano dall'essere risolto. Anche perché, al di là dell'aspetto elettorale, c'è quello dell'uso del marchio e nemmeno su questo il Msi intende demordere: "Visto che poi non è stato messo in discussione il nostro diritto sul marchio - continua Pittoritto - dai vertici del Msi partirà presto una denuncia-diffida a Fratelli d'Italia, perché loro non possono utilizzare la fiamma per farne gadget, nemmeno le bandiere, dunque saranno chiesti i danni. In sede di elezioni politiche, poi, non solo ci presenteremo al Viminale con il nostro simbolo, a questo punto legittimato, ma attraverso quest'ordinanza ci opporremo all'uso delle bandiere di Fdi in campagna elettorale". Se il ministero accetterà questo punto di vista, ora non è dato sapere; per conoscere il finale della storia, comunque, basterà aspettare qualche mese. Il tempo di finire la legislatura, sciogliere le Camere, mettersi in fila e depositare i simboli. 

giovedì 9 febbraio 2017

La fiamma del Msi, lungo 70 anni di "nostalgia dell'avvenire"

La copertina del catalogo della mostra
"Cosa spingeva un giovane o un anziano - nel dopoguerra e fino a vent'anni fa - a rifiutare il voto clientelare e ribellarsi al potere, alla retorica e all'ideologia dominante e avvicinarsi alla fiamma tricolore pur sapendo di scottarsi?" Se lo chiede Marcello Veneziani, nel tentativo di andare alla radice della militanza all'interno del principale partito della destra italiana, durante tutta la storia della Prima Repubblica: un partito - il Movimento sociale italiano - che, al netto di ogni giudizio ideologico, si presentava "più difficile" di altri per chi decideva di iscriversi e partecipare alla vita politica - soprattutto locale - con quelle insegne scomode che non portavano "vantaggi personali o politici né riconoscimenti", ma in compenso procuravano a chi le vestiva la sensazione di essere "un esule in patria, un alieno o perlomeno - dice sempre Veneziani - uno che aveva sbagliato epoca".
Non è un caso che queste parole si trovino in apertura del catalogo di Nostalgia dell'avvenire. Il Movimento Sociale Italiano a 70 anni dalla nascita: la mostra, voluta dalla Fondazione Alleanza nazionale (cioè il soggetto presieduto da Franco Mugnai che ha, per statuto, il fine di "conservazione, tutela e promozione del patrimonio politico e di cultura storica e sociale che è stato proprio, fino alla sua odierna evoluzione, della storia della 'destra' italiana" e di cui Veneziani è il presidente del Comitato scientifico), fino a domani racconterà ai visitatori una storia non solo - per usare sempre le parole di Veneziani - di "un partito differente" (il che è stato oggettivamente vero, comunque la si pensasse sui suoi aderenti e simpatizzanti), ma anche, e forse soprattutto, di una "minoranza in disparte, coi suoi ideali, i suoi sentimenti, la sua rabbia". E non è un caso che quello stesso estratto sia stato scelto per aprire l'articolo, per introdurre un viaggio in quasi mezzo secolo di storia, accompagnato e marcato anche dall'evoluzione di un simbolo - la fiammella tricolore, appunto - che in quegli anni ha saputo indubbiamente suscitare emozioni (per qualcuno di ammirazione, per altri di profondo disgusto).


Le prime fiamme

La mostra - ideata da Veneziani e curata da Giuseppe Parlato, mentre del catalogo si è occupata Simonetta Bartolini - inizia il racconto già "prima della Fiamma", quando si tentava di riunire e riorganizzare "i fascisti dispersi e sconfitti", finita la seconda guerra mondiale (1945-1946), mediante iniziative di coordinamento (specie di Pino Romualdi) e il varo di testate neofasciste; il vero punto d'inizio, tuttavia, si ha il 3 dicembre 1946, con la stipula dell'atto costitutivo del Msi - anzi, MO.S.IT, come si legge sul documento e come per pochi giorni il nuovo soggetto politico si chiamerà - che porta, tra le altre, le firme di Romualdi, Arturo Michelini ed Ernesto De Marzio.
In quell'atto non si parla di simboli; in compenso, meno di un mese dopo, il 26 dicembre 1946, mentre il comitato centrale elabora l'Appello agli Italiani (primo documento politico del partito), la giunta esecutiva del Msi - la sigla da qui in avanti, non cambierà più, anche in omaggio all'esperienza della Repubblica sociale italiana - fa diffondere un'altra affissione rivolta a tutti gl'Italiani per "dar voce all'Italia": stampata lì c'è esattamente la stessa fiamma che gli elettori troveranno sulle schede il 18 aprile del 1948, in occasione delle prime elezioni politiche della Repubblica. 
L'unica differenza, e non di poco conto, si verifica sul piano cromatico: sulla scheda elettorale l'emblema sarà stampato in bianco e nero - e resterà così, per qualunque soggetto fino al 1992, anno a partire dal quale, per tutte le elezioni, i contrassegni saranno rappresentabili a  colori - mentre sul manifesto in questione la fiamma appare con tutti i suoi colori al posto giusto, compreso il rosso della base trapezoidale con le lettere bianche (e la "I" finale senza il punto, come sarebbe stato anche in seguito). Quella base che, per una certa tradizione (non fondata però), rappresenta la bara di Mussolini, anche in nome di quella "comunione ideale tra i Morti e i vivi" (con quella maiuscola che forse non è dettata dal semplice rispetto per i defunti) invocata nel citato Appello agli Italiani.
In quei primi anni con pochi mezzi (soprattutto tecnici), tuttavia, non è scontato che l'emblema - senza cerchio, perché per gli usi diversi dalla scheda elettorale in questa fase non serve - sia riprodotto sempre allo stesso modo: girano probabilmente disegni diversi, alcuni a colori e altri in bianco e nero, e capita che si usi alternativamente questa o quella grafica. Basta prendere tre documenti relativi al 1948 (manifestini elettorali da distribuire, il dettaglio di un elenco di candidati alle stesse elezioni della Camera e una lettera di Arturo Michelini) per notare che le forme della fiamma e della base sono tutte diverse tra loro e, a loro volta, differiscono anche - poco o molto - dal segno utilizzato alle elezioni politiche di quello stesso anno. Quasi a dire che cambia il significante, ma il significato è sempre il medesimo, come "fedeltà a un'idea storica - il fascismo - e a un Capo - Mussolini - che", come sottolinea Parlato nella sua introduzione alla mostra, "potevano anche essere discussi culturalmente ma che, in termini di vissuto umano, erano un punto di riferimento ineludibile".
La stessa varietà si riscontra puntualmente nelle tessere di iscrizione al partito (sebbene i fondatori rivendichino la scelta di fondare non un partito ma un movimento, per "poter parlare - scrive ancora Parlato - a nome di tutti gli Italiani e non soltanto a una sola parte"): in quegli anni, per tutte le forze politiche, i frontespizi delle tessere ricordano più delle opere d'arte da condividere che semplici segni di affiliazione; è normale, dunque, attendersi variazioni sul tema, interpretazioni della fiamma e di ciò che questa rappresenta, per gli illustratori e per tutti gli iscritti. 
Già nei primi anni, peraltro, capita di imbattersi in soluzioni grafiche che in qualche modo anticipano ciò che sarebbe stato (e sembra quasi di poter comprendere come mai sia stato scelto come titolo e filo conduttore della mostra l'espressione "Nostalgia dell'avvenire", slogan coniato direttamente da Giorgio Almirante, che più di chiunque altro ha rappresentato la storia di quel partito): se si prende la tessera del 1949, per esempio, si vede una fiamma non frastagliata (e, stranamente, a colori invertiti), che sembra aver ispirato il creatore del logo più recente del Front National di Marine Le Pen (dopo che il padre Jean-Marie, assieme soprattutto ai dirigenti di Ordre nouveau François Duprat e Alain Robert, nel 1972 aveva scelto proprio la fiamma del Msi come base per il suo Front, cambiando ovviamente il verde nel bleau francese).

sabato 28 maggio 2016

Il Msi querela Fratelli d'Italia: "Sequestrate tutti i simboli"

Si è già citata qui la massima del venerato maestro Vujadin Boškov, "partita finisce quando arbitro fischia". Ora, la partita per individuare i partecipanti alle elezioni comunali è già finita da tempo, anche se l'arbitro ha dovuto fischiare più volte: a Torino, per dire, i fischi sono stati tre (alla scadenza dei termini concessi dalla commissione elettorale, dopo le sentenze del Tar e dopo quelle del Consiglio di Stato), dovendo sorteggiare ogni volta la posizione di candidati e liste. Per qualcuno, però, serve un altro fischio: ne è certo Gaetano Saya, fondatore del "suo" Movimento sociale italiano, ora presieduto dalla moglie Maria Antonietta Cannizzaro. Ieri, infatti, è stata depositata alla Procura della Repubblica di Torino una sua denuncia-querela nei confronti di Giorgia Meloni e dei legali rappresentanti torinesi di Fratelli d'Italia, nonché di Franco Mugnai come presidente della Fondazione Alleanza nazionale: per Saya, questi soggetti sarebbero responsabili di varie violazioni penali delle norme sul diritto d'autore e di altri reati quali "appropriazione indebita, truffa, contraffazione, alterazione o uso" di segni distintivi.
La vicenda, manco a dirlo, nasce dal tormentato percorso verso le elezioni della lista del Msi presentata a Torino: prima bocciata (due volte) dalla commissione elettorale, poi riammessa dal Tar e infine riesclusa dal Consiglio di Stato (su ricorso di Fratelli d'Italia) per il ben noto problema dell'uso indebito della fiamma tricolore, già utilizzata da un partito presente in Parlamento. Già all'indomani della decisione dei giudici di Palazzo Spada, i vertiti del partito avevano annunciato sul sito www.destranazionale.org ben tre azioni, una contro quegli stessi giudici (per una serie di reati che avrebbero viziato la decisione con cui la lista è stata esclusa), una seconda volta ad accertare la situazione del patrimonio che fu del Msi "storico" e una terza, appunto, contro i rappresentanti di Fdi e della Fondazione An: al momento si ha notizia solo di quest'ultima.
Dopo l'esito sfavorevole del processo davanti ai giudici amministrativi, era lecito pensare che il Msi avrebbe tentato di rivolgersi ai giudici civili in via cautelare e d'urgenza, ex art. 700 del codice di procedura civile, per chiedere che a Fratelli d'Italia fosse inibito l'uso della fiamma tricolore proprio in vista delle elezioni. La via scelta dall'ufficio legale del movimento, invece, è quella della denuncia penale, relativa alle ipotesi di violazione del diritto d'autore: il 10 febbraio 2006, infatti, è stato accettato il deposito a nome dello stesso Saya dell'opera denominata "Parallelepipedo con fiamma tricolore" e che altro non è che il simbolo del Msi, comprendente anche la dicitura "Destra nazionale" all'interno di un cerchio; l'anno dopo il disegno è stato registrato come opera figurativa. Lo stesso segno, poi, nel 2011 è stato registrato come marchio per la classe 45 ( servizi giuridici, servizi sociali e personali)
Utilizzando il simbolo di An - con la fiammella tricolore - nel proprio emblema e contrassegno elettorale, secondo Saya Fratelli d'Italia violerebbe il suo diritto d'autore (poiché utilizzerebbe la fiamma senza il suo permesso, modificando tra l'altro l'emblema rispetto a quello depositato e senza indicarlo come autore) e commetterebbe anche una serie di altri reati, relativi allo stesso disegno visto anche come marchio; evidentemente le stesse accuse sono rivolte anche verso la Fondazione An, in quanto prima utilizzatrice del simbolo e come soggetto che ne ha concesso l'uso (indebitamente, per Saya) a Fdi. Oltre alle indagini sui reati denunciati, Saya ha chiesto anche che il simbolo di Fratelli d'Italia sia sequestrato e confiscato in modo "immediato e urgente" in tutta l'Italia, a partire da Torino, con tanto di pubblicazione della sentenza sui giornali, per dare alla decisione la massima pubblicità possibile. 
Ora, è chiaro l'intento del Msi di impedire in ogni maniera l'uso del simbolo a Fdi a ridosso delle elezioni, soprattutto dopo l'esclusione del candidato missino Salerno a Torino. E' lecito dubitare, tuttavia, che l'iniziativa presa possa avere qualche effetto pratico. Tanto per cominciare, avere scelto come strada la denuncia-querela, visti i tempi della giustizia penale, rende di per sé ben difficile che la magistratura possa intervenire in pochi giorni, prima che si vada a votare (non si può mai sapere, comunque...); confiscare il simbolo, peraltro, sarebbe poco utile, dal momento che ormai tutti i documenti sono stati presentati e il contrassegno di Fdi è già stato stampato (o è in via di stampa) su milioni di schede sparse per tutta l'Italia.
In più, come si è già detto, per la legge uso ordinario di un segno e uso elettorale dello stesso sono due fattispecie del tutto diverse, che rispondono a norme diverse: la normativa elettorale, in particolare, si pone come "legge speciale" rispetto a quella dei segni distintivi (e come cosa distinta rispetto al diritto d'autore). Da ultimo, non si può non osservare che, in base ai documenti in nostro possesso, Saya ha depositato come opera non il segno della fiamma tricolore - a dispetto del titolo, che peraltro parla di "parallelepipedo", quando c'è invece un trapezio - ma l'intero suo simbolo, indicando peraltro come data di "produzione o messa in commercio" il 1° dicembre 2003. E' vero dunque che lui ha depositato come opera figurativa quel segno e come tale andrebbe tutelato, ma in questo caso sembra difficile che la tutela possa riguardare anche la fiamma tricolore in sé e per sé: Fratelli d'Italia non usa l'emblema del Msi di Saya, ma il simbolo che fu di Alleanza nazionale, concepito da Massimo Arlechino all'inizio del 1994 - ben prima del 2003, dunque - e utilizzato fino al 2009 (anno della messa in liquidazione di An). 
E' poi appena il caso di ricordare che, ferma restando la registrazione dell'opera a firma di Saya, questa contiene un emblema che, in quella forma, esiste almeno dal 1958 (e, sia pure con un disegno leggermente diverso era già presente alle elezioni di Roma del 1947 e alle prime elezioni politiche del 1948). A maggior ragione, dunque, è difficile pensare che la denuncia di Saya possa portare a qualche incriminazione per l'uso da parte di terzi (Fratelli d'Italia e Fondazione An) di un emblema che esisteva, nel suo nucleo principale, ben prima rispetto alla data di "produzione"; il denunciante avrebbe avuto (anche in sede civile) più margini di ragione se Fdi avesse utilizzato nel contrassegno proprio il suo simbolo, con tanto di scritte e dettagli grafici identici (compresa la fattura della sigla M.S.I., con tutti i punti). Difficile dunque attendersi novità clamorose nei prossimi giorni, che però non si possono escludere completamente: la sentenza di corte d'appello di Firenze di pochi mesi fa e quella del Tar Torino di poche settimane fa, pur inattese in punto di diritto, sono arrivate comunque, dunque non resta che aspettare...

mercoledì 18 maggio 2016

Torino, il Consiglio di Stato esclude la fiamma del Msi

I pronunciamenti del Consiglio di Stato di oggi, oltre a riammettere anche la seconda lista di Stefano Fassina, sono tornati anche sui due casi simbolici sollevati nei giorni scorsi dal Tar Torino. Uno di questi si è concluso nel modo giuridicamente più logico: il riferimento è al caso del Movimento sociale italiano di Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro, le cui liste sono state bocciate nei comuni di Torino e Carmagnola dalla Commissione elettorale circondariale per la presenza (ritenuta indebita) della fiamma tricolore, ma erano successivamente state riammesse dai giudici amministrativi di primo grado, ritenendo che non vi fosse alcuna confondibilità con il contrassegno di Fratelli d'Italia e che l'uso della fiamma fatto dal partito di Giorgia Meloni, pur presente in Parlamento, non poteva ritenersi "tradizionale" e dunque non poteva creare alcuna "precedenza" per quell'emblema.
I giudici di Palazzo Spada, invece, hanno di nuovo escluso il simbolo - in particolare con riferimento alla lista presentata a Torino, con candidato sindaco Roberto Salerno - proprio in virtù della presenza della fiamma. Questo è il contenuto della sentenza, per la parte che interessa: 
L’art. 14, comma 6, del d.P.R. n. 361 del 1957 prescrive, infatti, che «non è ammessa inoltre la presentazione da parte di altri partiti o gruppi politici di contrassegni riproducenti simboli o elementi caratterizzanti simboli che per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento possono trarre in errore l’elettore».Analogamente l’art. 33, comma 1, lett. b), del d.P.R. n. 570 del 1960, richiamato dalla Commissione, stabilisce che essa «ricusa i contrassegni che siano identici o che si possano facilmente confondere con quelli presentati in precedenza o con quelli notoriamente usati da altri partiti o raggruppamenti politici, ovvero riproducenti simboli o elementi caratterizzanti di simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento possono trarre in errore l’elettore».Si deve rilevare, anzitutto, che le disposizioni in esame si riferiscono, testualmente, anche agli elementi che caratterizzano il contrassegno e non necessariamente al contrassegno nel suo complesso, stante la indubbia e, si direbbe, la spesso esclusiva capacità connotativa dei simboli più che del contrassegno in toto considerato.Ora la “fiamma tricolore”, come ha rilevato la Commissione nel provvedimento di ricusazione contestato, costituisce un elemento incontestabilmente e profondamente caratterizzante, per ragioni di ordine storico prima ancora che ideologico, il contrassegno di “Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale”, utilizzato in modo stabile e, comunque, tradizionalmente da tale forza politica presente attualmente in Parlamento.E tanto è stato accertato, del resto, anche dall’Ufficio Elettorale Centrale Nazionale della Corte Suprema di Cassazione, nella decisione del 19.1.2013, laddove ha chiarito che la finalità tutelata dall’art. 14, comma 6, del d.P.R. n. 570 del 1960 è quella di orientare correttamente l’elettore nella sua scelta consapevole, costituendo circostanza con sicuro potenziale decettivo la presentazione di un contrassegno contenente un simbolo – la fiamma tricolore – dotato di capacità identificativa del patrimonio politico e del bagaglio ideologico di un movimento che sia presente in Parlamento.Nella conoscenza degli elettori, come ha rilevato la Cassazione in tale decisione, il simbolo suddetto rimane legato ad un determinato tessuto ideologico-politico, dal quale essi devono poter distinguere le connotazioni peculiari di altri movimenti.Tanto basta a ritenere non rilevanti, ai fini del presente giudizio, tutte le considerazioni svolte nel controricorso dal Movimento Sociale in ordine alla storia del movimento, al preuso del simbolo, alla legittimità del suo utilizzo e alle controversie che ne hanno caratterizzato la tormentata storia.Tali considerazioni, recepite dalla sentenza impugnata, non sono in grado di superare il dato decisivo qui evidenziato e, cioè, che la indubbia idoneità decettiva della fiamma tricolore, per il suo pregnante significato simbolico, costituisce elemento che pienamente giustifica, ai sensi delle sopra esaminate disposizioni, l’esclusione della lista dalla competizione elettorale.Ne segue che, in accoglimento dell’appello, la sentenza impugnata deve essere riformata, con conseguente esclusione della lista “Destra Nazionale – M.S.I.”.
Come si vede, il Consiglio di Stato, pur non richiamando la continuità giuridico-associativa tra il Msi-Dn fondato da Giorgio Almirante e Alleanza nazionale (così come rivendicata, invece, nel ricorso di Fratelli d'Italia), ha però riconosciuto come la fiamma sia "un elemento incontestabilmente e profondamente caratterizzante, per ragioni di ordine storico prima ancora che ideologico, il contrassegno" di Fdi-An: si parla effettivamente di uso tradizionale ma, prima ancora, di uso "in modo stabile", cosa che può dirsi comprovata dal 2014 in poi e che è stata confermata anche dall'approvazione dello statuto di Fdi (contenente pure il simbolo "conteso") da parte della Commissione di garanzia degli statuti dei partiti politici.
Per sottolineare che quella fiamma rimandava comunque ad An, viene citata la decisione dell'Ufficio elettorale centrale nazionale all'inizio del 2013, alla vigilia delle elezioni politiche, resa sempre contro il Msi-Cannizzaro: è vero che in quel momento la Fondazione An non aveva ancora concesso a Fdi l'uso del simbolo, ma si poteva confermare allora come stavolta che costituiva "circostanza con sicuro potenziale decettivo la presentazione di un contrassegno contenente un simbolo – la fiamma tricolore – dotato di capacità identificativa del patrimonio politico e del bagaglio ideologico di un movimento che sia presente in Parlamento". Allora si parlava di An (che in Parlamento non c'era più da qualche anno, ma era ancora presente nella mente di molti), ora si parla di Fratelli d'Italia, che di quel simbolo ha ottenuto l'uso.
Più ancora che tutte le vigente legate alla (ri)costituzione del Msi, alla registrazione della fiamma come marchio e opera dell'ingegno e alla stessa titolarità riconosciuta in sede civile (con sentenza non passata in giudicato) al gruppo della Cannizzaro, il Consiglio di Stato ha ritenuto rilevante "la indubbia idoneità decettiva della fiamma tricolore, per il suo pregnante significato simbolico", per cui doveva ritenersi pienamente giustificata l’esclusione della lista dalle elezioni. E poco importa che l'identità riguardasse solo un particolare del contrassegno di Fdi, evidentemente diverso in una visione "globale" rispetto a quello del Msi-Cannizzaro: il "particolare" non era un elemento qualunque, ma una parte caratterizzante e lo stesso testo delle disposizioni da applicare consentiva una valutazione analitica del segno. Occorre dare atto ai giudici amministrativi di seconde cure, dunque, di avere correttamente interpretato le disposizioni e di avere inquadrato il caso in maniera giuridicamente credibile, anche se il tutto si è tradotto nell'esclusione di uno dei concorrenti dalla competizione.

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Postilla del 19 maggio

In coda a questo articolo, bisogna correttamente dare conto anche della posizione del Msi, che, dopo la sentenza di ieri, è intervenuto con il candidato escluso, Roberto Salerno: questi ha lamentato come "il Consiglio di Stato, proprio su ricorso del partito, Fdi, che lo sta utilizzando illegittimamente ha escluso un partito che, invece, per sentenza esecutiva (Firenze) ne ha pieno possesso e proprietà e che il Tar Piemonte riconosce anche sotto altri profili (confondibilità e uso tradizionale) ammesso alla competizione elettorale". Per lui si tratta di "un vulnus alla vita democratica della Nazione che altera e condiziona gli equilibri politici nazionali, essendo Torino una città di 1 milione di abitanti", pertanto occorre "trovare una immediata risposta sia in sede penale che civile, che non tarderà ad arrivare specie per i particolari che ora dopo ora cominciano a comporre un quadro inquietante di intrecci e rapporti a cominciare dalla presenza senza alcun titolo del sig. Ignazio La Russa a Palazzo Spada nelle ore che hanno preceduto la sentenza".
Giusto il 16 maggio, infatti nel sito del Msi-Cannizzaro si leggeva - in una "lettera aperta" alle massime autorità - che "in data odierna, il sig. La Russa Ignazio, di Fratelli d'Italia, si trovava all'interno del Consiglio di Stato, uscendo da una stanza, a braccetto con un Alto esponente del Consiglio stesso, negli stessi minuti il Sig. Andriani Avvocato della Fondazione di AN, presentava un ricorso contro la sentenza del Tar Piemonte, in merito alla ricusazione delle liste del M.S.I. – Destra Nazionale. Poiché tale atteggiamento ravvisa un dolo specifico da parte del membro appartenente al Consiglio di Stato [...] chiediamo alle Supreme Autorità dello Stato di intervenire in tal senso, Annunciando sin d’ora che procederemo con denuncia penale nei confronti del sig. La Russa, unitamente al Consigliere coinvolto". Questo elemento, ovviamente, non tocca in alcuna maniera le riflessioni giuridiche svolte ieri, ma è corretto riportarlo per non nascondere le lamentele della parte che in Consiglio di Stato ha avuto la peggio.

venerdì 29 gennaio 2016

Fiamma, altolà della Fondazione An al Msi

Non mi si dia della cassandra o del facile profeta di sventura, ma qualche giorno fa, quando ho scritto del rilancio del Movimento sociale italiano - Destra nazionale, coordinato da Francesco Proietti Cosimi e (ri)fondato a suo tempo da Gaetano Saya, avevo sospettato che si mettesse di traverso la Fondazione Alleanza nazionale che, in qualità di soggetto giuridico titolare delle posizioni che erano state del Msi, nel 1995 rinominato Alleanza nazionale, risulta tuttora titolare dei segni distintivi del partito che fu di Almirante.
A volerlo fare apposta, due giorni fa è stata emessa una nota dalla Fondazione An - di cui ha dato ad esempio notizia il Secolo d'Italia - che non lascia adito a dubbi: "Sono apparsi in questi giorni a Roma manifesti riportanti abusivamente il simbolo del Movimento Sociale Italiano (la fiamma tricolore con l’acronimo Msi). Contestualmente notizie di stampa riferivano l’intento di utilizzare tale simbolo da parte di un nascente partito politico, con riferimenti sia ad una sede sia a persone fisiche in guisa tale da trarre in inganno i cittadini. Al riguardo la Fondazione Alleanza Nazionale informa di essere incontestabilmente l’unica legittima detentrice di tale simbolo e pertanto che agirà in giudizio ove perdurasse l’indebito uso dello stesso da parte di chiunque. Numerose pronunce giudiziali hanno infatti stabilito che il diritto alla utilizzazione del simbolo della fiamma tricolore, del nome Movimento Sociale Italiano Destra Nazionale e dell’acronimo Msi spetta esclusivamente alla Fondazione Alleanza Nazionale". 
La stessa nota si preoccupa di indicare espressamente alcune di queste pronunce, che potrebbero essere dettagli da drogati di politica giudiziaria, ma è giusto riportare per completezza. Da una parte, tre decisioni del tribunale di Firenze (ordinanze cautelari del 4 aprile 2006 e - in sede di reclamo - 4 luglio 2006, con la successiva sentenza del 29 aprile 2008, n. 1660) hanno inibito l'uso della fiamma con sigla al Nuovo Msi di Saya e di Maria Antonietta Cannizzaro, dichiarando che Alleanza nazionale - allora pienamente operante - aveva su quel segno un diritto esclusivo. 
Più di recente, e comunque dopo la decisione di sciogliere An, un decreto ex art. 700 c.p.c. (quello con cui un giudice può emettere un provvedimento di urgenza) del 17 maggio 2013 del Tribunale di Avellino, confermato con successiva ordinanza (non impugnata) del 4 giugno 2013, ha affermato quanto segue: "È documentata la titolarità in capo alla ricorrente Fondazione (Alleanza Nazionale) del diritto di utilizzazione esclusiva degli emblemi, simboli, loghi e della denominazione Alleanza Nazionale e di ogni altro segno identificativo, compresi gli acronimi, già appartenuti all'associazione Alleanza nazionale ovvero alle aggregazioni e ai movimenti politici che vi hanno dato causa". Questo è bastato al tribunale a inibire a soggetti diversi dalla fondazione (e da coloro cui l'organismo lo abbia concesso, come Fratelli d'Italia) tanto l’uso del nome, del simbolo e dell’acronimo Msi, quanto quello "di nomi, sigle e emblemi con essi confondibili".
Una grana in più, ma davvero prevedibile, per il Msi-Saya, che nel frattempo - ne ha scritto giusto ieri Carlantonio Solimene sul Tempo - ha fatto scalpore anche per avere scelto come nuovo tesoriere Francesco Belsito. Sì, proprio lui, il Belsito che nella Lega Nord finì al centro di uno scandalo legato all'uso dei finanziamenti pubblici ai partiti (scoppiato a pochi mesi dal "caso Lusi" legato alla Margherita). La via verso le amministrative di Roma sembra tutt'altro che comoda...

sabato 23 gennaio 2016

Msi, la fiamma brucia ancora

Ma chi l'ha detto che "non ritorna mai più niente"? Nessuno vuole contraddire il principe De Gregori (Viaggi e miraggi), ma in politica il suo verbo non vale, per lo meno nello studio simbolico. Più appropriato è citare Eraclito e il suo "eterno ritorno dell'uguale", anche se in effetti sarebbe meglio mettere mano all'idea del filosofo e parlare di "eterno ritorno del quasi uguale": quando un emblema ritorna, infatti, difficilmente è identico a quello del passato, se non altro perché nel frattempo tecniche e gusti grafici sono cambiati e limitarsi alla copia carbone di un disegno - che magari all'inizio era fatto a mano, senza essere ben curato - non è mai la scelta più gradevole.
Di più, il ritorno di cui ci si occupa oggi non è nemmeno troppo nuovo, riguardando la fiammella tricolore. E, si badi, non tanto quella mignon che era nel contrassegno di Alleanza nazionale, di cui è titolare la Fondazione An e che dalla fine del 2013 l'organismo ha concesso all'evoluzione di Fratelli d'Italia (dopo che altri soggetti, a partire dalla Destra di Storace e Io Sud di Adriana Poli Bortone avevano provato a ricostituire il Movimento per An, fermati sul nascere dalla fondazione stessa). Stavolta la fiamma che ritorna è proprio quella del Movimento sociale italiano - Destra nazionale. Così almeno si intende dalla caterva di manifesti che da qualche giorno tappezzano vari angoli di Roma: fondo nero, come da tradizione, con uno slogan tipicamente "da fiamma" ("Nel buio della politica noi ci siamo") e l'indicazione di un luogo che per molti romani parla da sé: via Ottaviano 9, la storica sede della destra romana. Lì ebbe sede per molti anni il Msi, lì nel 2011 venne fondato il Movimento sociale europeo e fu quella stessa sede che qualche mese fa le forze dell'ordine tentarono di sgombrare per eseguire uno sfratto, impedito dai militanti della sezione Prati (guidata da Alfredo Iorio, che di quella sede è il responsabile)
Proprio in quella sede questa mattina, a mezzogiorno, è stato presentato il simbolo "rinnovato" del Msi. Che, a scanso di equivoci, non è un partito appena nato, ma quello che sostiene di aver rifondato in continuità con la vecchia esperienza Gaetano Saya. Se la presidenza è di Maria Antonietta Cannizzaro, coordinatore nazionale da alcuni mesi è Francesco Proietti Cosimi, deputato per due legislature, in An nella XV e nel Pdl (con passaggio a Fli) nella XVI: l'emblema lo ha presentato proprio lui.
E' lo stesso Proietti Cosimi a dichiarare al Tempo - intervistato da Pietro De Leo - che "il Msi-Dn è un partito che ha sempre continuato ad esistere con il suo simbolo e i suoi iscritti, che ammontano a diverse migliaia" e la presentazione di oggi è il primo passo verso un rilancio nazionale, che partirà dalle prossime elezioni amministrative: "Ci presenteremo nelle città maggiori, da Roma, ovviamente, fino a Napoli, Bologna, Milano e Torino. Ma correremo anche nei centri più piccoli". L'idea di base è la riaggregazione della destra ("la guerra tra poveri non conviene"), perché, per Proietti Cosimi, "per fare il centrodestra, prima occorra rifare la destra, e al momento non c’è, e non mi pare sia rappresentata da Fratelli d’Italia". Né, beninteso, da Matteo Salvini, autore di "una grande operazione di marketing" che è piaciuta a destra "ma solo perché al momento mancano dei punti di riferimento". 
Per il Msi si dovranno fare le primarie (anche) a destra per scegliere il sindaco di Roma, ma nell'agenda ci sono varie altre cose, a partire da una manifestazione prevista al cinema Adriano il 28 febbraio: in quella data fu ucciso nel 1975, proprio all'ingresso della sede di Via Ottaviano 9, Mikis Mantakas, militante del Fronte della Gioventù. Anche questo, a ben guardare, è un ritorno, così come, lo è lo stesso Msi di Saya, Cannizzaro e Proietti Cosimi. Nato nel 2000 come Destra nazionale, il partito negli anni successivi sembra subire una trasformazione: "dal 2003 al 2005 - si legge nel sito - dopo un lungo, difficile lavoro, osteggiato da forti ed agguerriti poteri occulti, Gaetano Saya riusciva nell’impresa in cui molti avevano fallito, riportare sulla scena politica Nazionale il glorioso nome e simbolo storico". Come possa esserci riuscito, Dio sa come; di certo il Ministero dell'interno non ha mai ammesso l'emblema, che è riuscito a finire sulle schede giusto in qualche comune, in cui il metro di giudizio di confondibilità non è stato applicato rigidamente. 
Vero è che nel 2011 il Msi-Dn è riuscito a registrare come marchio una personale versione della fiamma tricolore del Msi, con la base trapezoidale nera e il punto anche dopo la "I". La versione presentata oggi, invece, ingrassa decisamente la scritta "Destra nazionale" e propone la fiamma a base rossa e lettere bianche, proprio come quella presente nel simbolo di An. La foggia della fiammella, in ogni caso, è la stessa in uso dalla metà degli anni '60 (microritocchi a parte) ed è inconfondibile: riusciranno realmente a usare quel segno oppure la Fondazione An (titolare giuridico del segno della fiamma come soggetto che ha "ereditato" tutte le posizioni di An, già denominata Msi-Dn) e Fratelli d'Italia si metteranno di traverso?

lunedì 16 dicembre 2013

La nuova, vecchia fiamma della Destra sociale

A suo modo è una notizia: la Fiamma tricolore non c'è più. Per lo meno in Rete: dal 10 dicembre, infatti, il sito risulta ufficialmente "in manutenzione". Sembra una delle conseguenze dell'ultimo, teso comitato centrale che il 26 novembre ha bocciato l'ipotesi del segretario Luca Romagnoli, che vedeva con favore l'adesione del movimento alla nascente federazione che - con Storace, la Poli Bortone e altri - voleva riportare sulle schede il simbolo di An.
Non è più online il sito della Fiamma tricolore, come si diceva, ma c'è quello nuovo nuovo (presentato proprio oggi) e ancora in allestimento della Destra Sociale, la denominazione con cui Romagnoli e il resto della Fiamma si era presentato alle europee del 2009 e alle regionali dell'anno successivo. Non è il sito di un partito, ancora non se ne parla: è però un contenitore politico che raccoglie una parte significativa di ex aderenti alla Fiamma, a partire dallo stesso Romagnoli e dalla stragrande maggioranza degli iscritti di Lazio e Piemonte, mentre altri si stanno aggiungendo dalla Basilicata e da altre parti d'Italia.
"C'è bisogno di Destra sociale - scrive nel sito Romagnoli - c’è voglia di ripartire in modo diverso con nuovi entusiasmi e concretezza. Con una nuova formula, una organizzazione diversa dalla classica formula Partito; partecipare alle elezioni si può con un simbolo, una lista e un programma senza per questo dover immediatamente ripercorrere strade organizzative tanto classiche quanto oggi un po’ obsolete".
L'idea, dunque, è quello di radunare un gruppo di persone non tanto attorno a un soggetto politico istituito, ma a un programma e, magari, a un modo di fare: "con più sorrisi e meno mistica - precisa Romagnoli - con più partecipazione e meno settarismo, con più vera socialità e trasversalismo e con tanto meno velletarismo esclusivista". Parole che, senza fare riferimenti diretti, sembrano rivolte a chi è rimasto nella "vecchia casa": il primo appuntamento per vedere come ripartire è fissato per l'11 gennaio del nuovo anno, in luogo ancora da definire.
L'intento, insomma, è "cercare ancora linee di vetta alla luce della Fiamma". Perché una fiamma, in qualche modo, dovrebbe esserci ancora nell'avvenire della Destra sociale. Quasi certamente non quella appena abbandonata (essendo frutto di una scissione, il gruppo non può fregiarsene), ma una soluzione sarà trovata.
Nel frattempo, Romagnoli e gli altri lanciano una piccola provocazione simbolica: recuperano il contrassegno verde varato nel 2009 e, al posto della fiammella che usavano dal 2002, piazzano quella storica del Msi, con tanto di base trapezoidale rossa a scritte bianche (era la versione di An, ma è proprio il primo simbolo che Rauti aveva tentato di presentare nel 1995, alle elezioni suppletive di Padova, simbolo che aveva irritato da morire La Russa ed era stato bocciato dal Viminale). Così, per vedere di nascosto l'effetto che fa e, magari, se qualcuno da fuori si brucia.

(Pubblicato anche su Termometro Politico)