venerdì 28 maggio 2021

Sotto i mille: verso la rivoluzione di quorum, raccolta firme (e simboli)

Si prepara una "piccola rivoluzione" per le elezioni comunali
, a partire da quelle che si svolgeranno tra il 15 settembre e il 15 ottobre di quest'anno (secondo quanto previsto dal decreto-legge n. 25/2021, convertito con legge n. 58/2021): due giorni fa, il 26 maggio, il Senato ha discusso a tempo di record e approvato un progetto di legge che ora dovrà compiere lo stesso percorso alla Camera (ed è molto probabile che si arriverà presto al risultato). La rivoluzione è "piccola" sia perché riguarda solo un paio di punti, piuttosto limitati, delle norme applicabili alle elezioni dei sindaci e dei consigli comunali, ma soprattutto perché, con tutta probabilità, avrà effetti per i comuni piccoli e piccolissimi, a partire dai comuni "sotto i mille" che ogni anno Massimo Bosso passa autorevolmente in rassegna, per scovare curiosità, liste seriali, improbabili affollamenti, candidature senza radici nei comunelli e altre chicche. Anzi, è probabile che le norme approvate a Palazzo Madama e da approvare a Montecitorio facciano tramontare definitivamente il mondo "sotto i mille" per come lo si è conosciuto finora.

Le proposte iniziali

Le modifiche che potrebbero essere approvate a breve, in effetti, pur essendo state discusse rapidamente, erano state proposte oltre due anni fa. Tutto era iniziato, in particolare, con la presentazione di un disegno di legge da parte del senatore della Lega Luigi Augussori, alla sua prima legislatura dopo essere stato consigliere (e presidente del consiglio comunale) a Lodi. Il suo progetto di legge (il n. 1196) si occupava del quorum di validità delle elezioni comunali qualora si fosse presentata regolarmente una sola lista e, appunto, del numero di firme da raccogliere nei microcomuni; il testo era stato comunicato alla presidenza del Senato il 2 aprile 2019, in un certo senso in tempi "avveduti ma non sospetti". In quei giorni non erano ancora state presentate le liste per le elezioni comunali 2019 (le ultime tenutesi in primavera, per le quali il termine scadeva il 27 aprile) e certamente erano ancora di là da venire casi clamorosi come quello di Carbone (Pz), che nel 2020 ha catturato l'attenzione dei media, facendo accendere un faro sulle elezioni "sotto i mille" e sulle loro storture; d'altra parte, però, che casi anomali si presentassero soprattutto nei comunelli di tutta l'Italia (soprattutto in Piemonte e in Molise, ma non solo) era cosa nota da tempo, per i #drogatidipolitica e per chi era abituato a spigolare le pagine cartacee e online delle testate in cerca di notizie curiose. Tra queste rientrava certamente anche il fatto che in non pochi comuni (piccoli, ma non solo) in cui una sola lista era finita sulla scheda le elezioni risultassero nulle, perché non era andato a votare almeno il 50% delle persone iscritte alle liste elettorali comunali.
Augussori aveva pensato di risolvere questo problema precisando che nel numero dei soggetti iscritti alle liste elettorali non dovevano conteggiarsi le persone residenti all'estero, spesso in numero consistente soprattutto nei piccoli comuni di alcune parti d'Italia, al punto da costituire fin dall'inizio una pesante minaccia alla validità del risultato elettorale. Con riferimento alla questione delle firme, invece, Augussori aveva proposto di dividere in due blocchi l'attuale categoria dei comuni "sotto i mille": nei comuni con almeno 500 abitanti si sarebbero dovute raccogliere tra 25 e 50 firme (estendendo la norma oggi efficace per gli enti tra 1000 e 2000 abitanti), mentre in quelli con meno di 500 abitanti sarebbe stato necessario un numero di firme pari a "non meno del 5 per cento e [a] non più del 10 per cento degli elettori, con arrotondamento all'unità più prossima". La relazione del disegno di legge, in realtà, si limitava a illustrare la misura, senza indicare alcuna giustificazione per essa; chi frequenta questo sito, tuttavia, non ha alcun bisogno di ulteriori spiegazioni.
Il 2 luglio 2019 (quindi dopo le elezioni amministrative) era poi stato presentato un altro disegno di legge (il n. 1382), stavolta dal senatore Pd Mino Taricco, nato ed eletto in Piemonte (dettaglio tutt'altro che irrilevante per chi studia da vicino i comuni "sotto i mille"). Anche in questo caso c'era la volontà di porre rimedio alle storture mostrate dalla disciplina elettorale, richiedendo anche qui che il quorum di validità delle elezioni non tenesse conto degli elettori residenti all'estero (anche se forse lo faceva in modo non troppo chiaro, con un riferimento al "50 per cento degli elettori residenti"). Il testo, poi, non si proponeva di agire sul piano delle firme, evidentemente considerando le oggettive difficoltà "sociali", in realtà molto piccole, a raccogliere anche solo poche firme (col rischio magari di creare inimicizie o desideri di rivalsa in paesi in cui tutti si conoscono); preferiva invece richiedere che nei comuni con meno di 3000 abitanti le liste dovessero "contenere almeno due terzi dei candidati residenti nel comune nel quale si svolgono le elezioni per il rinnovo del consiglio", partendo dal dato di fatto che - come si leggeva nella relazione - era sempre più frequente nei comunelli la presentazione "di candidati sindaco e di liste che nulla hanno a che fare con quelle comunità" (contando magari sulla presentazione di una sola altra lista e "sulla riserva elettiva a garanzia delle minoranze"), sorretta da "motivazioni e scopi che tutto possono rappresentare fuorché il bene delle comunità chiamate al voto"; la richiesta di un legame della maggior parte delle persone candidate con la comunità avrebbe dovuto "evitare sgradevoli e inaccettabili strumentalizzazioni".

Cosa prevede il testo

A dispetto della presentazione nel 2019, tuttavia, il percorso di discussione in commissione Affari costituzionali del Senato è iniziato soltanto il 10 marzo di quest'anno - pochissimi giorni dopo l'approvazione e pubblicazione del "decreto elezioni 2021" - e ha reso opportuno un breve ciclo di audizioni (durante il quale, pochi giorni dopo, sono stati auditi, oltre a un rappresentante dell'Anci, anche Carlo Fusaro, Felice Besostri e Angelo Schillaci). La discussione in commissione, in concreto, è durata due mesi, fino all'approvazione di un testo il 26 maggio, approdato subito in aula e immediatamente approvato all'unanimità delle persone presenti (al di là di una astenuta).
In commissione, tuttavia, il testo era stato modificato rispetto a quello del senatore Augussori (assunto come testo base). In particolare, con riguardo al problema del quorum, se alle elezioni concorre una sola lista (in qualunque comune, a prescindere dalla sua popolazione), perché i suoi candidati siano tutti eletti il numero dei votanti non dev'essere "inferiore al 40 per cento degli elettori iscritti nelle liste elettorali del comune", posto che nel corpo elettorale totale "non si tiene conto degli elettori iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero che non hanno votato": si è dunque ritenuto opportuno abbassare comunque il quorum di validità, a prescindere dalla questione dei residenti all'estero (lo aveva suggerito anche Schillaci), senza per questo immiserire il valore della consultazione; in più, si è precisato che il conteggio è fatto solo ex post, cioè computando regolarmente nel corpo elettorale l'elettore residente all'estero che però sceglie di votare (e si sforza, anche economicamente, per tornare al suo paese). Resterebbe, ovviamente, la necessità che l'unica lista in corsa riporti "un numero di voti validi non inferiore al 50 per cento dei votanti": se, dunque, va a votare anche solo il 40% di chi ha diritto al voto, ma le schede sono nulle o bianche per oltre la metà, l'elezione è comunque nulla. È bene precisare che si tratta, in questa parte, delle stesse modifiche alle norme elettorali che erano state adottate una tantum in sede di conversione del decreto-legge n. 25/2021, riferito alle elezioni di quest'anno.
Con riguardo invece alla presentazione delle liste alle elezioni comunali, tuttora regolata dall'art. 3 della legge n. 81/1993, il testo approvato dal Senato riporta per intero la "scansione" delle firme richieste nei vari comuni a seconda della fascia di popolazione (risultante dall'ultimo censimento), limitandosi di fatto ad aggiungere le norme previste per i comuni fino a mille abitanti. In particolare, servirebbero tra 15 e 30 sottoscrizioni nei comuni tra 751 e 1000 abitanti; tra 10 e 20 firme nei comuni tra 501 e 750 abitanti; nei comuni più piccoli, fino a 500 abitanti, le liste dovrebbero essere sottoscritte da almeno 5 e non più di 10 persone iscritte alle liste elettorali comunali. Si tratta, soprattutto per i comuni più piccoli, di un significativo abbassamento dell'asticella rispetto alle richieste iniziali del ddl Augussori (per il quale, per esempio, sarebbero servite tra le 25 e le 50 firme in un comune di 500 abitanti, tra le 15 e le 30 firme in uno di 300): si è evidentemente considerata l'esigenza - anch'essa sollevata in sede di audizione degli esperti - di non rendere troppo gravosa la raccolta firme, con il rischio di aggravare il procedimento (e gli oneri a carico degli uffici), ma soprattutto di aumentare le situazioni in cui è presente una sola lista, con i rischi a questo connessi e - in ogni caso - con una riduzione significativa del favor per la partecipazione politico-elettorale. Queste misure non erano state anticipate con la riguardo all'anno 2021 neanche in sede di conversione del citato decreto n. 25, quindi per farle entrare in vigore servirebbe proprio la conclusione del procedimento legislativo;  anche a quelle poche firme, in ogni caso, si applicherebbe la riduzione prevista solo per quest'anno dal decreto (ma dovrebbero comunque essere raccolte).

La discussione in aula

Come si è detto, il plenum del Senato ha approvato senza riserve le norme: meritano un po' di attenzione alcune delle parole pronunciate in aula il 26 maggio e tratte dal resoconto stenografico.
La relatrice del testo, la leghista Daisy Pirovano (già sindaca di Misano di Gera d'Adda, comune del bergamasco piccolo ma non piccolissimo: nel 2014 Pirovano è stata rieletta con il 100% dei voti, in quanto unica candidata, benché il comune avesse 2316 elettori, 1614 dei quali votanti), ha sottolineato l'ottima collaborazione in seno alla commissione Affari costituzionali, al comitato ristretto e anche con l'apporto del sottosegretario Ivan Scalfarotto. Con riguardo al quorum di validità, la senatrice ha ricordato che in presenza di una sola lista alle elezioni comunali "spesso si fa fatica a raggiungerlo, non tanto perché la lista o il candidato non sono apprezzati, ma perché i cittadini, consapevoli del fatto che c'è solo una lista, a volte credono che non sia necessario recarsi alle urne"; il mancato computo, ai fini del quorum, delle elettrici e degli elettori residenti all'estero che non votano è stato considerato anche alla luce della "situazione pandemica, che ha reso ulteriormente difficoltosi gli spostamenti" e di situazioni particolari, soprattutto legate ai piccoli comuni montani sempre più spopolati "in cui gli iscritti all'AIRE sono addirittura di più rispetto ai residenti". Sul piano delle firme richieste per i comuni "sotto i mille", Pirovano è stata netta nel dire che si è voluto evitare di penalizzare "i Comuni più piccoli con popolazione ridotta", ma si è pure cercato di arginare "il rischio di liste farlocche che vengono presentate senza che i cittadini ne siano a conoscenza". Con le norme approvate dal Senato, ognuno dei dieci candidati nelle liste dei "comunelli" (più il candidato alla carica di sindaco) "è comunque nella condizione di recuperare almeno una firma, che sia da un parente, da un amico o da un conoscente, per non andare proprio a penalizzare la raccolta firme nei piccoli Comuni".
Nei brevi interventi dei due senatori che avevano proposto i disegni di legge, merita segnalare che per Taricco quello in discussione è un intervento "di democrazia reale in alcuni territori marginali, nei quali si verificavano purtroppo situazioni che non aiutavano le comunità locali a gestire in modo corretto i procedimenti elettorali", a partire dal problema "delle liste straniere", che nei piccolissimi comuni finivano "per occupare gli spazi delle minoranze, creando una serie di problemi e di diseconomie locali". Augussori, invece, ha sottolineato che le due questioni trattate dal testo "apparentemente sono disgiunte tra di loro, ma [...] in realtà si integrano e si sostengono a vicenda: alla base c'è la sempre maggiore difficoltà "di trovare persone disponibili [...] a sacrificarsi a volte per ricoprire il ruolo di sindaco nei piccoli Comuni" (a fronte, per esempio, di "un'indennità irrisoria" ma con gravi responsabilità in caso di azioni ritenute illegittime), che produce spesso presentazioni di una sola lista ed espongono vari comuni al commissariamento (avendo come "unica ancora di salvezza [...] proprio la seconda lista di supporto, che permettesse di aggirare il raggiungimento del quorum", parole eloquenti che svelano senza dirlo con nettezza l'origine di molte seconde liste). Quelle stesse situazioni, peraltro, favorivano l'iniziativa di "liste intruse o farlocche (come le abbiamo definite con un termine che ormai è diventato giuridico)": nel suo intervento Augussori diche chiaramente che queste sono legate alle famose aspettative pagate o al tentativo di correre - appunto - come seconda lista e ottenere i seggi di minoranza, vuoi nella ricerca di "visibilità politica di alcune liste, magari anche di alcune aree estremiste (non faccio distinzione tra destra e sinistra)", vuoi per "godere dei permessi retribuiti per assenza dal lavoro e di benefit vari" (ma, a quanto sostiene il senatore, con seri risvolti economici: "Il bilancio comunale, nella sua parte agibile, va tutto a coprire le spese che vengono generate da queste liste farlocche").
Leonardo Grimani (Italia viva) ha sottolineato l'importanza, "laddove non si trovano delle candidature e non si riesce a creare una contrapposizione tra due o più liste, [...] di salvaguardare la possibilità che anche una sola lista possa portare all'elezione del sindaco", evitando il commissariamento, ma anche di evitare "la possibilità che arrivino all'ultimo minuto, come avviene normalmente, liste costruite in altri territori solo per marcare una presenza", restituendo alla singola comunità locale "la possibilità di esercitare democraticamente un controllo anche sulla presentazione delle liste".
Voto favorevole è arrivato pure da Fratelli d'Italia, anche se Antonio Iannone aveva presentato un emendamento (con altri senatori di Fdi) che fosse sufficiente per l'unica lista in corsa ottenere voti pari almeno al 20% dei votanti (come del resto aveva proposto Anci). Le misure contenute nel testo sono comunque state ritenute accettabili, pur richiedendo una maggior attenzione per "i cittadini delle comunità più piccole, soprattutto quelle delle aree interne, che soffrono di un problema di disantropizzazione" (con problemi che vanno ben oltre il momento elettorale). La questione è stata affrontata pure da Valeria Valente (Pd), mettendo in luce come lo spopolamento dei piccoli comuni produca anche problemi che ricadono sulle procedure elettorali (con l'incidenza degli iscritti Aire); sul tema delle liste "opportunistiche e strumentali", che approfittano "della riserva elettiva a garanzia delle minoranze [...] con obiettivi che sono abbastanza lontani dal bene di una comunità e di un territorio", ha riconosciuto che la richiesta di firme in quei territori - abbandonata nel 1993 - può essere un ostacolo alla partecipazione, ma ha ritenuto importante evitare "effetti controproducenti" anche grazie alla modulazione del numero di firme in base agli abitanti. 
Loredana De Petris (presidente del gruppo misto - .componente Liberi e uguali - Ecosolidali) ha smentito che il testo intenda produrre un "piccolo intervento", sia per la collaborazione delle varie forze politiche, sia per il tentativo di contribuire alla soluzione di alcuni problemi dei piccoli comuni (che rappresentano la maggioranza di quegli enti); in più è risultata ancora più netta l'ammissione per cui "molto spesso si facevano delle liste quasi finte - chiamiamole così - per evitare" il problema del quorum, mentre ora si sarebbe dato un contributo di trasparenza e si sarebbe ridata "forza al momento delle elezioni democratiche", specie le comunali, "forse le più importanti" perché lì "una comunità decide come esprimere non soltanto le proprie esigenze, ma anche il governo del territorio".
Al di là delle osservazioni sul metodo di lavoro della commissione Affari costituzionali proposte dal forzista Luigi Vitali (che peraltro ha sottolineato l'incardinamento nella stessa commissione di un ddl presentato dal M5S Gabriele Lanzi, volto a consentire in modo stabile la nomina dei rappresentanti di lista con posta elettronica certificata, senza autenticazione) e del sostanziale intervento adesivo al testo di Maria Laura Mantovani (M5S), sono interessanti le osservazioni di Cristiano Zuliani, senatore leghista ma tuttora sindaco di Concamarise (Vr), comune poco al di sopra dei mille abitanti nell'ultimo censimento: Zuliani, eletto nel 2014 la prima volta, nel 2019 ha fatto il bis ma la sua lista della Lega era l'unica in corsa, pur non avendo avuto problemi di quorum. In quanto ricco di esperienza vissuta, merita di essere riportato quasi per intero, di seguito: 
In Italia ci sono Comuni che vengono sciolti per infiltrazioni mafiose, ma anche altri che vengono commissariati da un commissario prefettizio a causa di problematiche connesse alla raccolta delle firme per le presentazioni delle liste o alla partecipazione al voto. Il commissario, che non è certamente una cattiva persona, va ad amministrare una comunità, soprattutto se piccola, occupandosi di atti semplicemente formali e di routine. Non si fa nulla di nuovo e non si avanza alcuna nuova proposta. Per una comunità avere un commissario prefettizio è una disdetta, non - ripeto - per la sua incapacità, ma perché non vi è nulla di nuovo.
Talvolta, quando nei Comuni si presenta una sola lista, i vecchi oppositori in Consiglio comunale che non riscuotono più consenso fanno la guerra al candidato sindaco e alla lista unica scoraggiando le persone ad andare a votare. Ciò è uno sbaglio enorme. Chiunque sia il candidato, di qualunque corrente politica (da destra a sinistra), se c'è una sola lista è giusto che quel candidato e quell'amministrazione vengano votati. Chi scoraggia la gente ad andare a votare si macchia di un errore madornale. 
Sono sindaco di un piccolo Comune di quasi 1.080 abitanti e così ce ne sono tanti in Italia, da Nord a Sud. Ora ho avuto la fortuna e l'onore di essere stato eletto parlamentare, ma nel quotidiano - in questo contesto se ne parla - ci sono dei sindaci eroi. Mi riferisco a quei sindaci che magari sono anche responsabili d'area dell'ufficio tecnico e hanno delle enorme responsabilità, non paragonabili a quelle che attualmente ho da parlamentare. (Applausi). Sono sindaci che quotidianamente portano gli anziani, con l'auto dei servizi sociali, nei CEOD, nei centri di sostegno e negli ospedali e che fanno attraversare i bambini sulle strade davanti alle scuole. Sono sindaci tuttofare che spalano la neve, tagliano l'erba e fanno tante altre cose di ordinaria amministrazione che, a livelli superiori della politica, anche per una questione di tempo, non si fanno. Sono persone che amano la propria comunità. 
[...] Qui non se ne parla (oppure lo si fa, ma molti non conoscono bene la questione), ma in Italia a volte succede quanto capitato recentemente anche nella mia Verona (parliamo di un articolo del 13 maggio 2018). In occasione delle elezioni amministrative ci sono dipendenti pubblici, in particolare delle Forze di polizia, che, visto che la legge lo permette, presentano una lista alternativa a quella del sindaco pur di avere un'aspettativa temporanea per la campagna elettorale. [...] Quello delle aspettative elettorali è un fenomeno nato in sordina una decina di anni fa, ma che è andato via via crescendo fino ad assumere proporzioni considerevoli. 
Questo è uno dei casi che spiega perché il provvedimento in esame è molto positivo, soprattutto anche per gli italiani residenti all'estero, discendenti degli emigrati nell'Ottocento (il Veneto ha dato un forte contributo all'emigrazione in quel periodo). In questo modo garantiamo una sicurezza, perché nella raccolta delle firme non ci sarà più bisogno di raggiungere un certo numero e non saranno nemmeno necessari i voti degli italiani residenti all'estero.
Se la Camera approverà il testo così come ricevuto dal Senato, probabilmente l'attenzione ai "comuni sotto i mille" come fenomeno tramonterà definitivamente. Le norme in discussione, infatti, dovrebbero disincentivare tanto la presentazione di "seconde liste di comodo", presentate con lo scopo più o meno dichiarato di evitare il commissariamento; in certe realtà - quelle con un elettorato tradizionalmente meno responsivo - il problema potrebbe non sparire del tutto, ma solo la pratica potrebbe darne prova. Dovrebbe essere definitivamente stroncato, invece, il malvezzo di presentare liste di extra muros, "imbucandosi" nelle amministrazioni dei microcomuni a decine o centinaia di chilometri di distanza, per il mero tentativo di partecipare ed eleggere consiglieri o con scopi meno nobili. La necessità di raccogliere firme sul posto (anche poche), infatti, dovrebbe essere un deterrente, richiedendo la presenza fisica sul territorio dei candidati o di loro collaboratori e la disponibilità di un soggetto autenticatore (ammesso, ovviamente, che ci siano persone residenti disposte a sottoscrivere la lista). Questo dovrebbe scoraggiare tanto le candidature "all'insaputa dei candidati" emerse in misura copiosa lo scorso anno, quanto la pratica delle "candidature per l'aspettativa elettorale", che già il deputato forzista Pierantonio Zanettin aveva proposto di colpire rendendo non retribuita l'aspettativa elettorale anche per chi appartiene alle forze di polizia.
In concreto, ciò dovrebbe tradursi nella sparizione dalle schede elettorali dei microcomuni di numerosi simboli: sia quelli di forze politiche minori ed estreme, sia quelle di progetti più o meno consistenti ma da sempre nel cuore dei #drogatidipolitica (e che nel corso del tempo avevano fatto emergere vari "eroi" della presentazione seriale di liste, specie in Piemonte), sia soprattutto di quella marea di simboli anonimi e inguardabili, dalla grafica 0.0, che in certe realtà si presentavano puntualmente (a volte affollando in modo improbabile manifesti e schede, senza che nessuno conoscesse i candidati). Tutto questo sembra ragionevole sul piano giuridico e, se si vuole, "morale"; di certo i cultori della microItalia che vota e i #drogatidipolitica si apprestano, con un po' di tristezza, a dire addio a un filone d'indagine che aveva riservato molte soddisfazioni. A meno che, beninteso, qualcuno non abbia voglia di trovare altre vie per partecipare e sfidare le norme elettorali. Non sarà facile, specie in tempi di stanca, ma perché diffidare della fantasia altrui?

mercoledì 19 maggio 2021

"Lanciami le componenti!" pure al Senato, moderatamente (e con dubbi)

Adelante con juicio
. Si potrebbe riassumere così il parere votato (si suppone a maggioranza) dalla Giunta per il regolamento del Senato sulla possibilità di costituire componenti politiche all'interno del gruppo misto anche a Palazzo Madama. Ci sono volute ben quattro sedute della Giunta per il regolamento del Senato, con un percorso iniziato addirittura lo scorso anno (2 dicembre 2020, 27 gennaio, 17 marzo e, appunto, 11 maggio 2021), per arrivare a una decisione sul punto, di fronte alle numerose richieste di formare delle componenti - praticamente non normate nel regolamento del Senato - e nella necessità di adottare una linea definita, senza dover adottare al momento una modifica puntuale del regolamento stesso (se ne riparlerà, probabilmente, quando si dovrà rimettere mano al testo in vista della prossima legislatura, dopo la riduzione del numero dei parlamentari).
Mentre si scrive, in effetti, non è ancora disponibile il resoconto sommario dell'ultima seduta, dunque non si può ancora conoscere il contenuto della discussione sul parere approvato. Questo, però, è già noto perché è stato letto in aula dalla presidente Maria Elisabetta Alberti nella seduta di ieri, martedì 18 maggio, ed è stato riportato per intero nel resoconto stenografico. Ecco, di seguito, il testo: 
Tenuto conto della disciplina prevista per i Gruppi parlamentari dall'articolo 14, comma 4, terzo periodo, del Regolamento, è consentita la costituzione di componenti politiche all'interno del Gruppo Misto purché rappresentino partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali. I senatori che intendono costituire una componente politica all'interno del Gruppo Misto devono essere autorizzati a rappresentare il partito o movimento politico detentore del contrassegno presentato alle elezioni, mediante dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante di tale formazione politica.
Va detto che il parere peraltro prosegue, esprimendosi sulla possibilità di esprimere dichiarazioni di voto in dissenso rispetto alle indicazioni del gruppo misto, visto che le richieste di dare voce a quei dissensi sono aumentate di pari passo con l'affollamento del gruppo misto, che si è fatto dunque più disomogeneo. Sul punto, la Giunta ha deciso che spetta alla Conferenza dei capigruppo stabilire i tempi aggiuntivi previsti dall'articolo 109, comma 2-bis del Regolamento e i tempi assegnati ai senatori che intendono dissociarsi dalle posizioni espresse dal rappresentante del Gruppo Misto. Il regolamento prevede che, qualora si preveda un solo intervento per gruppo, anche per il gruppo misto valga un limite massimo di dieci minuti, ma se più membri chiedono di parlare quel limite passa a quindici minuti e va distribuito tra i vari interventi; non è espressamente regolata l'ipotesi delle dichiarazioni di voto in dissenso - come invece si fa per i gruppi in generale, prevedendo che chi si discosta dal voto del gruppo possa parlare per un massimo di tre minuti - ma quindi ora dovrà essere la Conferenza dei capigruppo ad assegnare quei tempi in più.
Tornando alla questione delle componenti del gruppo misto, al momento sembra che la lunga discussione abbia prodotto una soluzione "minima", che regola in via di convenzione ciò che non è previsto a chiare lettere dal regolamento del Senato (che cita una sola volta le componenti, all'art. 156-bis, ma per una fattispecie minore, cioè la possibilità di presentare ogni mese una sola interpellanza con procedimento abbreviato). L'accordo che emerge dal parere votato dalla Giunta pare voler conservare anche per le componenti l'orientamento restrittivo introdotto dalle modifiche regolamentari approvate alla fine del 2017, in materia di formazione dei gruppi parlamentari. Come si ricorderà, quell'intervento aveva lo scopo di scoraggiare la frammentazione: ora è consentita solo la formazione di gruppi di almeno dieci membri - al di là del gruppo di almeno cinque persone riferito alle minoranze linguistiche - che rappresentino un partito o comunque una lista che abbia presentato candidature alle elezioni del Senato con un proprio contrassegno, ottenendo l'elezione di senatori; quanto al sorgere di gruppi in corso di legislatura, è possibile solo per gruppi espressione di "singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati". Si è già visto come in passato solo l'accordo con il Psi abbia consentito a Italia viva la costituzione di un gruppo autonomo, proprio perché si è ritenuto che il Partito socialista, come parte del cartello Insieme, si sia presentato alle elezioni "unito" ad altre forze politiche (avendo eletto in Senato Riccardo Nencini, sia pure in un collegio uninominale e non sotto le dirette insegne della lista cui partecipava il suo partito).
Evidentemente, nella discussione in Giunta sulla linea di condotta da tenere in materia di requisiti per consentire la costituzione di componenti, si è ritenuto di dover tenere conto della scelta severa fatta dal Senato alla fine della scorsa legislatura. In passato non era stato così: anche sulla base del fatto che quelle componenti di fatto non contavano quasi nulla, ma erano essenzialmente "etichette" per riconoscersi, nel gruppo misto di Palazzo Madama poteva costituirsi qualunque componente, anche di una sola persona, senza che questa dovesse corrispondere a un partito che aveva partecipato alle elezioni, addirittura senza dover per forza corrispondere a un partito (fu il caso soprattutto di Insieme per l'Italia di Sandro Bondi e della compagna Manuela Repetti, denominazione addirittura priva di simbolo, come ben sa chi segue da tempo I simboli della discordia). Ora, invece, chi vorrà costituire una componente politica del gruppo misto al Senato potrà farlo solo se questa rappresenta uno tra i "partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali" e, per giunta, sarà necessario farsi rilasciare dal legale rappresentante del partito di cui si vuol costituire la componente una dichiarazione ad hoc per dire che quelle persone elette al Senato sono "autorizzate a rappresentare" la forza politica che detiene il contrassegno usato alle elezioni. Per essere chiari, se questa convenzione fosse stata valida nella scorsa legislatura, non sarebbe potuta nascere, in autonomia dalla Lega Nord, la componente della Lega per Salvini premier nel gruppo misto (costituita invece il 3 novembre 2017, un mese e mezzo prima che le modifiche al regolamento del Senato fossero approvate, da Roberto Calderoli, allora come ora membro della Giunta per il regolamento...) e quel soggetto politico, dunque, non avrebbe nemmeno potuto chiedere l'inserimento della stessa Lega per Salvini premier nel Registro dei partiti politici (la procedura può essere iniziata solo a seguito della partecipazione alle elezioni europee, politiche o regionali o potendo contare su un gruppo parlamentare o, appunto, una componente del gruppo misto). 
Sulla soluzione adottata si può fare qualche osservazione, senza nascondere alcune perplessità, anche sul linguaggio utilizzato (ma le riflessioni dovranno essere riconsiderate quando sarà reso noto il contenuto della discussione in Giunta). Innanzitutto qui non si è indicato alcun requisito numerico, dunque si deve immaginare che anche una sola persona eletta in Senato possa costituire una componente. Si chiede poi che il partito di cui si vuole costituire la componente abbia partecipato "alle ultime elezioni nazionali", dunque esso può essersi presentato anche solo alla Camera, mentre l'art. 14, comma 4 del regolamento del Senato chiede che i candidati siano stati presentati (anche o solo) al Senato e per giunta sia stato eletto un senatore (peraltro, per coloro che leggono l'art 14, comma 4, penultimo periodo come norma a sé, slegata dal resto del comma, nessuno di questi due requisiti sarebbe richiesto per i gruppi autonomi sorti in corso di legislatura, ma finora non pare che questa posizione abbia trovato sponda in Senato). Si tratta di una differenza non secondaria, ma non irragionevole, se non altro perché è molto più facile che uno o più senatori, invece che fondare un nuovo partito (che avrebbe problemi a costituire un gruppo), scelgano di aderire a un soggetto politico già esistente e che magari aveva presentato candidature solo alla Camera, anche senza eleggere nessuno. Per inciso, qualcuno potrebbe anche tentare di sostenere che anche le elezioni europee sono da considerarsi "nazionali", essendo regolate dalla stessa legge in tutta l'Italia (legge che peraltro rimanda spesso a quella per le politiche) e prevedendo un deposito centralizzato dei contrassegni al Ministero dell'interno: non sembra questo l'intento, ma considerando che in passato in Senato si è vista anche la componente dell'Altra Europa con Tsipras, qualcuno potrebbe pensarci.
Qualche riserva, invece, non si può evitare con riguardo al requisito in base al quale i soggetti politici cui si riferiscono le varie componente debbano avere presentato candidature alle ultime elezioni nazionali "con il proprio contrassegno, da soli o collegati". Ci si vuole probabilmente riferire alle situazioni delle liste "sciolte" o "coalizzate", ma il parere dimentica di trattare il caso di un partito o di un movimento che abbia partecipato in modo visibile a un "cartello elettorale", inserendo dunque il proprio simbolo nel contrassegno. L'esempio del Psi è eloquente: dal 4 giugno 2018 al 17 settembre 2019 Riccardo Nencini è risultato unico membro della componente del Psi, inizialmente costituita come Psi-Maie-Usei, poi dal 6 aprile solo Psi-Maie. In base alle regole stabilite ora in via convenzionale, quella componente forse sarebbe potuta sopravvivere come "continuazione" della compagine costituita all'inizio della legislatura, ma se Nencini avesse chiesto di costituirla ex novo a legislatura iniziata avrebbe avuto difficoltà, poiché il suo partito a rigore non si è presentato alle elezioni del 2018 né "da solo" (non ha presentato liste per conto proprio), né "collegato", ma casomai "unito" (a Verdi, Area civica e ulivisti nel cartello Insieme), però quella parola non è stata ripresa nel parere votato dalla Giunta per il regolamento
Naturalmente può essere che nel più stia il meno, per cui se si consente a un partito presentatosi "unito" di costituire un gruppo autonomo a maggior ragione questo dovrebbe poter costituire una componente del gruppo misto; le parole però hanno un peso, soprattutto se sono quelle di un parere che deve "integrare" un regolamento parlamentare, quindi il fatto che una certa parola non sia presente non può essere considerato come trascurabile. Anche perché il parere citato parla di "contrassegno", che è l'emblema con cui le liste (o le candidature singole nel collegio uninominale della Valle d'Aosta, oltre che in caso di elezioni suppletive) si presentano agli elettori, mentre ogni partito e movimento si identifica con il "simbolo", che in caso di lista presentata da una sola forza politica può essere utilizzato come contrassegno, ma non di rado è utilizzato come elemento di un contrassegno composito, più ampio (come appunto quello della lista Insieme). Non a caso, quando il regolamento parla della costituzione di gruppi autonomi (in corso di legislatura) all'art. 14, comma 4, penultimo periodo, non parla affatto di contrassegni, ma di partiti o movimenti "che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati": non c'era dubbio sul fatto che il Psi potesse costituire un proprio gruppo, mentre sarebbe lecito averlo con riferimento alle componenti. L'impressione, insomma, è che il parere sia stato redatto mescolando i termini usati per due fattispecie leggermente diverse, creando una certa confusione: il problema si può risolvere, ovviamente, ma era meglio non crearlo, visto che si stava cercando di chiarire una situazione poco definita.
In base al parere, in ogni caso, potrebbero sorgere componenti politiche di tutte le formazioni che hanno partecipato alle elezioni (e che ovviamente non hanno già un gruppo a Palazzo Madama), quali Potere al popolo, il Popolo della Famiglia, Partito comunista, fino ai soggetti più piccoli, cui si potrebbero aggiungere - in caso di interpretazione estensiva del parere stesso - i partiti che hanno presentato liste congiuntamente con altre forze politiche (a partire da Noi con l'Italia, Centro democratico e dai tanti soggetti presenti all'interno di Civica popolare). Bisogna anche dire che il fatto che le persone elette al Senato che vogliano costituire (da sole o collettivamente) una componente politica debbano essere "autorizzat[e] a rappresentare il partito" cui il contrassegno si riferisce dal legale rappresentante del partito stesso consente, in linea teorica, la formazione della componente anche a chi non fa parte di quel partito, "accontentandosi" del consenso esplicito e formale del legale rappresentante di un partito al sorgere di una componente con quel nome. Oggettivamente al Senato dovrebbe avere un rilievo assai ridotto: a Palazzo Madama, a differenza di quanto previsto per la Camera, le componenti non sono automaticamente dotate di risorse e spazi per il loro funzionamento, quindi dovrebbe esserci meno interesse alla costituzione o al mantenimento di una componente. Certo è che qualche persona eletta al Senato, magari fuoriuscita dal proprio gruppo originario, potrebbe essere interessata a costituire una componente per avere un minimo di visibilità (e, in qualche caso, di tempo riservato per gli interventi in dissenso) e così potrebbe incrociare l'interesse di un soggetto politico esterno alle Camere ad apparire nei lavori di aula: in questo senso, potrebbero aver interesse - anche solo per provocazione - ad entrare in aula senza aver eletto nessuno CasaPound Italia e Forza Nuova (anche per cercare di "blindare" la loro esistenza attraverso la presenza a Palazzo Madama), come pure il Partito comunista dei lavoratori, il Partito valore umano o il vecchio Pri. 
La formulazione del parere, tra l'altro, in teoria potrebbe essere interpretata come l'art. 14, comma 5 del regolamento della Camera, per cui la componente deve rappresentare il partito che ne consente il sorgere, ma si tollera che a quel nome ne sia abbinato un altro, cioè quello in cui effettivamente si identificano i membri della componente. Il fenomeno è noto fin dalla XV Legislatura e si è ripetuto anche in quella attuale (si pensi alle componenti nate grazie a 10 volte meglio, Alternativa popolare e Federazione dei Verdi), anche se al Senato la ricordata assenza di risorse dedicate alle componenti non incoraggerebbe operazioni simili; esse potrebbero comunque essere tentate - visto che il parere non parla in alcun modo di elezione di senatori, dunque qui non si potrebbe far valere alcuna differenza rispetto al regolamento della Camera - dai rappresentanti di formazioni politiche nate in corso di legislatura. L'unica certezza, infatti, è che partiti e movimenti nati dopo le elezioni non possono costituire alcuna componente con il proprio nome, come denunciato in aula da Mattia Crucioli, che si riconosce in L'alternativa c'è e ha parlato di interpretazione "liberticida", perché non consente in alcun modo alle compagini nate in corso di legislatura, di maggioranza e soprattutto di opposizione, di avere visibilità (nessuno di L'alternativa c'è, tra l'altro, partecipa alla Giunta: per il gruppo misto l'unico membro presente è la presidente Loredana De Petris, di Leu). 
Proprio Crucioli e le altre persone elette in Senato che rappresentano L'alternativa c'è - forza politica che, incidentalmente, non ha ancora scelto il suo simbolo - stanno protestando da ore, soprattutto per (ri)ottenere la possibilità di parlare in dissenso rispetto alla posizione del gruppo misto (della questione si occuperà la Conferenza dei capigruppo); sulla questione della componente, tuttavia, potrebbero cercare di percorrere la strada prima ricordata dell'abbinamento dei nomi - a patto, ovviamente, di trovare tra le formazioni che si sono presentate alle elezioni un soggetto disponibile -  visto che ciò è stato permesso per il gruppo di Italia viva e alla Camera continua a essere praticato senza troppi problemi (ricordando, come si diceva, che per le componenti non ci sarebbe nemmeno il problema di dover annoverare tra i membri una persona eletta con il partito che si vuole rappresentare, ma basterebbe la dichiarazione del legale rappresentante del partito che si prestasse a un'operazione simile). Non si tratterebbe, bisogna dirlo, di una pagina splendida del diritto parlamentare, ma c'è chi potrebbe ritenere che sia ancora peggio consentire solo a una parte dell'opposizione di esprimersi in modo visibile, comprimendo in sostanza le posizioni dell'altra parte, magari nata proprio in occasione della formazione del nuovo governo. In ogni caso, ora che una regola pur minima è stata fissata - almeno temporaneamente - anche al Senato, qualcuno nell'aula di Palazzo Madama potrebbe perfino adottare come grido di battaglia, alla Jeeg Robot, "Lanciami le componenti!"

giovedì 13 maggio 2021

Coraggio Italia, il progetto di Brugnaro: tre marchi e un nome non nuovo

Una manciata di ore fa la notizia si è diffusa: Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, è pronto a "scendere in campo", a impegnarsi in politica per qualcosa di più ampio rispetto alla città lagunare e con un progetto - un partito? Una semplice associazione? Qualcosa di diverso - denominato Coraggio Italia. Magari insieme a Giovanni Toti, incontrato proprio mercoledì a Roma. A dare la notizia è stata, come spesso accade in questo ambito, l'agenzia Adnkronos, che ha ricondotto a Brugnaro tre domande di marchio, depositate quasi un mese fa - il 15 aprile - a nome dell'Associazione Un'impresa comune.
I primi commentatori hanno già proposto - inevitabili? - collegamenti con il percorso che tra il 1993 e il 1994 aveva riguardato Silvio Berlusconi: la comune matrice imprenditoriale di successo, l'interesse per il centrodestra, la scelta di depositare con un certo anticipo la base per il futuro marchio politico (e non a proprio nome: le prime versioni, ancora acerbe, del simbolo di Forza Italia erano state depositate il 24 giugno e il 13 settembre 1993 a nome di una società milanese denominata Novelty Service) e l'opzione per un nome enfatico ed esortativo. "Coraggio Italia", in fondo, non è molto diverso da "Forza Italia", al punto che la versione veneta di Roberto Benigni, di fronte a un'arzilla signora anziana dal nome Italia Ballarin - sul calco dell'Italia Ceccarini citata dall'attore toscano in Tutto Benigni '95-'96 - potrebbe essere tentato di incoraggiarla dicendole "Energia Ballarin!" invece che "Coraggio Italia!", per non rischiare di essere scambiato per un sostenitore del nuovo, possibile progetto di Brugnaro.
Che Coraggio Italia si possa ricollegare all'attuale sindaco di Venezia
(confermato da una manciata di mesi), per Adnkronos si deduce dal fatto che l'associazione Un'impresa comune, con sede a Mestre, risulta anche aver registrato - il 5 febbraio scorso - il dominio Brugnarosindaco.it (che pure esiste dal 2015, cioè dal tempo della prima candidatura alle elezioni comunali veneziane). Si tratta ovviamente di un indizio, ma piuttosto significativo. E che si stia intanto ragionando su un progetto - politico, partitico, elettorale o cos'altro - con varie declinazioni di uso lo dimostrerebbe anche il fatto che la citata associazione ha depositato tre domande di marchio per lo stesso concetto, espresso in tre maniere diverse.
La prima non è altro che la denominazione scelta, nuda e cruda: "
Una impronta - recita la descrizione - raffigurante la dicitura Coraggioitalia, in caratteri di fantasia, essendo la seconda lettera I della dicitura Coraggioitalia di dimensioni maggiori". La seconda è minimamente più elaborata, cioè "una impronta raffigurante la dicitura 'Coraggio Italia', in caratteri di fantasia, essendo la dicitura Coraggio posta superiormente alla dicitura Italia di dimensioni maggiori, essendo il tutto racchiuso entro una impronta quadrata". La terza risulta essere l'immagine più affine a un contrassegno elettorale: "il marchio - si legge sempre nella descrizione - consiste in una impronta raffigurante la dicitura 'Coraggio Italia, in caratteri di fantasia, essendo la dicitura Coraggio posta superiormente alla dicitura Italia di dimensioni maggiori, essendo il tutto racchiuso entro una impronta circolare attorno alla quale è presente una fascia circolare aperta superiormente".
La descrizione oggettivamente non è scritta in modo piano, per giunta non c'è alcuna indicazione di natura cromatica (del resto non è stato rivendicato alcun colore nelle domande); tuttavia, a ben guardare, non è difficile immaginare come il simbolo pronto per le schede elettorali potrebbe risultare in technicolor: la "fascia circolare aperta superiormente", infatti, potrebbe tranquillamente essere tinta con un tricolore nella parte alta (con il bianco a dare l'impressione dell'apertura, ove non ci fosse una circonferenza di chiusura), mentre la parte inferiore della fascia potrebbe essere colorata di blu, giusto per completare gli ingredienti cromatici di un potenziale partito catch all, che voglia rivolgersi in modo rassicurante a tutti i moderati grazie ai quattro colori nazionali. Quanto al cerchio centrale contenente il nome scelto, se la font scelta - Din - per la dicitura "Coraggio Italia" non è troppo lontana dal carattere simil-Gill utilizzato per il simbolo della "lista personale" Luigi Brugnaro sindaco, da quell'esperienza si è seriamente tentati di prendere anche il colore fucsia-magenta, scelto nel 2015 da Mauro Ferrari e Paolo Bettio per la prima campagna elettorale di Brugnaro e confermato cinque anni dopo, sempre con successo. Anche il Gazzettino, in un articolo a firma di Michele Fullin, dà per probabile il dominio del colore fucsia che ha portato fortuna nella città lagunare e si è legato a Brugnaro più che a chiunque altro.
Mentre il sindaco di Venezia - che tale comunque resterebbe - si limita a dire di aver intenzione - magari con il contributo di Toti, che conta su una piccola pattuglia parlamentare - di "dare rappresentanza politica a quel 30% di italiani di centro che oggi non ha un partito di riferimento", è sempre il Gazzettino a ricordare che però il nome non è nuovo. Perché il Movimento Coraggio Italia è stato costituito nel 2014 a Bari: aveva un suo sito (ora non accessibile) e ha tuttora una pagina Facebook (il cui aggiornamento è fermo al marzo 2020). L'idea era di costituire un movimento "
a totale servizio del cittadino": chissà come la prenderanno dopo queste notizie, aderendo al progetto nascente di Brugnaro o rivendicando il loro precedente e prolungato uso del nome...

mercoledì 12 maggio 2021

La disputa sul Partito liberale europeo: i marchi che complicano le cose

A volte non servono lunghi documenti per (tentare di) stroncare un'idea, un progetto, un simbolo per qualche ragione sgraditi: possono bastare, in fondo, poche righe per (cercare di) togliere ogni barlume di legittimità a un'iniziativa. Si prenda, per esempio, la comunicazione che, l'8 maggio, il Partito liberale italiano ha rilasciato ad alcune agenzie di stampa, che l'hanno immediatamente rilanciata:
In merito alla costituzione del Ple è doveroso ricordare che il proprietario del marchio e del simbolo del Pli e del Ple è il Partito Liberale Italiano. Va menzionato altresì che è stata già prodotta una diffida per l’uso fraudolento di tale denominazione.
Il riferimento è alla presentazione ufficiale alla stampa del Partito liberale europeo, in un evento tenutosi a Roma, all'Hotel Nazionale, in piazza di Monte Citorio, proprio nel giorno 8 maggio (e alla vigilia della Festa dell'Europa). In quell'occasione - che ha trovato spazio sui media anche per alcuni interventi di figure di rilievo, quali Matteo Salvini, Vittorio Sgarbi e Giovanni Toti (ma si sono visti anche l'ex M5S Emilio Carelli e l'ex sindaco di Parma Pietro Vignali, riabilitato poco meno di un anno fa - si sono fatti conoscere, tra gli altri, il presidente Francesco Patamia, il segretario Marco Montecchi e il tesoriere Giovanni Antonio Cocco. Il progetto politico, in quell'occasione, è stato definito come "una nuova forza liberale, convintamente europeista, aperta al dialogo con i movimenti riformisti di centro, le iniziative civiche e il mondo moderato di centrodestra già a partire dalle prossime amministrative".
Proprio l'8 maggio, tuttavia, il Pli ha emesso la nota sopra citata. La frase "il proprietario del marchio e del simbolo del Pli e del Ple è il Partito Liberale Italiano", piuttosto circostanziata, merita qualche riflessione. Nessun dubbio sulla titolarità del simbolo del Pli, se non altro perché ormai è utilizzato da oltre quindici anni; se si parla di marchio, tuttavia, corre l'obbligo di notare che i tentativi di registrare come marchio quello stesso simbolo - insieme ad altri già legati al Partito liberale di Stefano De Luca - non sono andati a buon fine. Le domande di marchio datate 2011 e 2014, infatti, dal database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi risultano rifiutate (e non è dato sapere se alla base vi sia il noto atteggiamento ostile del Ministero dell'interno alla registrazione come marchio dei simboli, specie di forma rotonda, che hanno significazione politica e possono essere impiegati come contrassegni elettorali; tanto nel 2011 quanto nel 2014, infatti, il Pli esisteva già da tempo, era approdato anche nelle aule parlamentari e quindi l'emblema poteva essere registrato come segno notorio, com'è avvenuto in passato per il MoVimento 5 Stelle). Curiosamente l'8 marzo è invece stata depositata richiesta di marchio verbale per l'espressione "Partito liberale italiano", ma non dal partito, bensì dal ravennate Gian Luca Lombardi (di cui non è dato sapere se abbia legami con il partito).
Quanto al Ple, compulsando la stessa banca dati si nota che il 26 marzo 2021 risulta depositata domanda di marchio verbale per la dicitura "Partito liberale europeo", con riferimento alla sola classe 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali): il richiedente è proprio il Partito liberale italiano (e come rappresentante è stata indicata la stessa avvocata che si era occupata in precedenza delle procedure per i marchi figurativi). Si tratta della prima domanda per quell'espressione e non risulta alcuna richiesta per una grafica che la contenga. Non pare dunque del tutto congruo dire che il Pli è titolare del marchio del Ple e forse nemmeno del simbolo: il marchio verbale, pur depositato, è ancora sottoposto al vaglio senza essere stato registrato e non risultano marchi antecedenti. L'uso della denominazione "Partito liberale europeo" da parte del Ple è peraltro precedente rispetto a quello fatto valere dal Pli: già solo l'articolo che in questo sito era stato dedicato al simbolo del Ple è datato 8 marzo, ma lo stesso dominio www.partitoliberaleeuropeo.it è stato registrato il 28 settembre 2020; la pagina Facebook è nata il 6 febbraio 2021, tutte date precedenti quella del deposito della domanda di marchio.
E se, al di là di questa domanda di marchio, il Pli rivendicasse altri titoli sull'espressione "Partito liberale europeo", magari ritenendo di poter utilizzare in esclusiva l'aggettivo "liberale"? Se fosse messa in campo, questa spiegazione non basterebbe affatto: da una parte, nessun soggetto politico potrebbe rivendicare l'uso esclusivo di una parola qualificante un orientamento politico, potenzialmente comune a più forze politiche (lo ha ribadito più volte l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione, anche con riferimento proprio all'aggettivo "liberale"); il discorso vale pure per la combinazione "liberale europeo" o "liberali europei", non rivendicabile in esclusiva da alcuno (tanto più che il Pli non risulta essere nemmeno parte dell'Alde). Al più il Pli potrebbe lamentarsi - con qualche ragione - della somiglianza data dall'uso dell'espressione "Partito liberale", sulla quale (anche senza l'aggettivo "italiano") quel soggetto politico ha maturato diritti; la frase del comunicato, tuttavia, lascia intendere altro, cioè che l'esclusiva riguardasse proprio il nome integrale del Ple. Così non è - almeno in base ai dati di cui si è in possesso - e, per non avere scocciature, la neonata forza politica potrebbe semplicemente chiamarsi "Movimento liberale europeo", ma già ora si era cautelata adottando una grafica del tutto diversa, punto che fin qui è stato considerato dirimente nelle controversie sorte in passato quando era in comune una parte del nome (anche se non due terzi dello stesso, come accade ora).
Al di là di tutto ciò, questa vicenda mostra con chiarezza come l'ormai sempre più frequente prassi di depositare nomi e simboli partitici come marchi per sperare di averne dei vantaggi in termini di tutela presenta più difetti che pregi: in questo caso, per esempio, rischia di far prevalere un tentativo di registrazione (non ancora andato in porto) su un uso più risalente, sia pure di poco. Allo stesso tempo, non sarebbe troppo corretto depositare e anche registrare un nome o un simbolo come marchio per "occuparlo", decidendo magari di usarlo solo in seguito se qualcuno - ignorando quel precedente privo di pubblicità - pensasse di distinguere la propria formazione con un nome o un simbolo simili. Per questo e per altri motivi, sarebbe bene smettere una volta per tutte di cercare tutela per un simbolo attraverso la strada del marchio, pensata per altri fini: chi sceglie di percorrerla pensando di proteggersi, in realtà complica solo le cose.