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venerdì 23 giugno 2023

Molise, simboli e curiosità sulla scheda

Mancano ormai pochi giorni all'apertura delle urne in Molise per l'ultimo appuntamento con le elezioni regionali per il 2023 (ovviamente salvo sorprese al momento non preventivabili). Certamente la regione cambierà guida: Donato Toma, presidente uscente della giunta, non si è ricandidato, o meglio non è stato riproposto dal centrodestra, che punta dunque su un altro aspirante presidente, Francesco Roberti. Se la vedrà con altri due candidati: Roberto Gravina, espressione unitaria dell'alleanza tra M5S e centrosinistra, ed Emilio Izzo, candidato alternativo e "altro", a capo della lista-movimento Io non voto (i soliti... noti). Cinque anni fa - le elezioni si celebrano alla scadenza naturale della legislatura - i concorrenti erano quattro (in rappresentanza di centrosinistra, centrodestra, M5S e CasaPound Italia). Quanto alle liste regionali, anch'esse sono in calo: 14, rispetto alle 16 del 2018. Prima di passare all'analisi dei contrassegni di lista, è il caso di ricordare che la legge elettorale molisana prevede che anche le candidature a presidente della giunta regionale siano accompagnate da un contrassegno (unico, non essendo possibile farsi sostenere dall'insieme dei simboli delle liste).

* * *

Emilio Izzo

1) Io non voto (i soliti... noti)

Il sorteggio ha collocato in prima posizione la candidatura di Emilio Izzo, di cui questo sito si è appena occupato, proprio a partire dal simbolo adottato dall'unica lista presentata a sostegno, Io non voto (i soliti... noti). Si rimanda dunque a questo articolo per sapere di più del progetto di candidatura dell'ex consigliere provinciale di Isernia e combattivo sindacalista all'interno del Ministero della cultura. In questo caso ci si limita a dire che il simbolo con il maialino nero su fondo rosso è impiegato da Izzo anche per distinguere la propria candidatura, dunque è riportato due volte sulla scheda elettorale, con un messaggio del tutto coerente.
 

Roberto Gravina

Seconda candidatura estratta è quella di Roberto Gravina, attuale sindaco di Campobasso (sostenuto dal M5S ed eletto nel 2019, quindi in scadenza tra un anno) e aspirante presidente sostenuto da una coalizione che unisce centrosinistra e MoVimento 5 Stelle. Il contrassegno presentato per sostenere la sua candidatura ha in primo piano l'espressione "Gravina presidente" di colore blu, sotto la quale si riconosce la sagoma del Molise di colore giallino. Quella tinta, insieme alla circonferenza rossa e al segmento circolare inferiore con il riferimento all'anno di votazione (anche se è colorato di verde e non di rosso) può rimandare alla struttura del simbolo del M5S e far pensare a una prevalenza all'interno della coalizione, ma non è per forza indicativo.  
 

2) Costruire democrazia

La coalizione che sostiene Gravina è composta da 6 liste. La prima estratta è denominata Costruire democrazia. Per chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica di livello superiore la visione del simbolo non rappresenta una novità completa: l'emblema con il fiore bianco era già stato avvistato sulle schede molisane del Senato nel 2013 e su quelle per le regionali di quel territorio nel 2011 e nel 2013 (il primo anno nella coalizione di Di Laura Frattura abbinata al gruppo Partecipazione democratica, il secondo in una coalizione alternativa con Fare per Fermare il declino e Democratici per il Molise, a sostegno della candidatura di Massimo Romano); in entrambe le occasioni elesse un consigliere. Non stupisce dunque che il capolista di quella formazione (nata nel 2009) sia proprio Romano, eletto in regione nel 2011.  
 

3) MoVimento 5 Stelle

La seconda lista della compagine che appoggia la candidatura di Gravina è quella presentata dal MoVimento 5 Stelle: la sua presenza non può certo stupire, trattandosi della forza politica con cui Gravina è stato eletto sindaco di Campobasso quattro anni fa (e con cui si era già proposto alle amministrative precedenti). Il simbolo schierato è il secondo emblema ufficiale indicato dallo statuto, ma è quello ormai usato costantemente da quando il M5S ha scelto di divenire ufficialmente un partito: sotto la grafica tradizionale, un segmento circolare rosso ospita il riferimento al 2050 come anno dell'auspicata neutralità climatica. 
 

4) Molise democratico e socialista

La coalizione a sostegno di Gravina prosegue con Molise democratico e socialista, formazione elettorale che unisce le forze di Molise democratico e solidale (gruppo legato all'ex consigliere Antonio D'Ambrosio) e del Partito socialista italiano. Il nome della lista è sostanzialmente una crasi delle due realtà, mentre il simbolo è una "bicicletta" che affianca le miniature dei due emblemi (dominati rispettivamente dal fumetto col profilo della regione e dal garofano). I due cerchi sono nella banda centrale bianca, mentre il segmento rosso superiore contiene il nome della lista e quello blu inferiore riporta il motto "In difesa dei diritti di tutti". Sul piano grafico si poteva fare senz'altro di meglio, ma è meritorio il ritorno del garofano sulle schede.
 

5) Alleanza Verdi e Sinistra - Reti civiche - Alternativa progressista

Risulta ancora più pieno (e sicuramente più "ammassato") del contrassegno appena descritto quello della lista Alleanza Verdi e Sinistra - Reti civiche - Alternativa progressista. Nel simbolo coniato in occasione delle elezioni politiche, che accostava Europa Verde e Sinistra italiana, è stata inserita anche la dicitura "Alternativa progressista", ma soprattutto lo spazio per Ev e Si è stato ridotto per la necessità di inserire - ma sarebbe meglio dire incastrare - in basso anche il Movimento Equità territoriale fondato e promosso da Pino Aprile. 

6) Partito democratico

La coalizione che appoggia Gravina a queste elezioni comprende anche il Partito democratico, che ha dunque scelto di convergere sulla candidatura del sindaco M5S di Campobasso, in un quadro di sostanziale unità di buona parte delle forze di opposizione uscenti. In questo caso il Pd ha scelto di schierare sulle schede elettorali il suo simbolo ufficiale, senza aggiungere alcun riferimento territoriale né il nome della persona sostenuta come aspirante presidente; la stessa scelta, del resto, era stata compiuta nelle precedenti elezioni regionali molisane cui i dem hanno partecipato, dunque si ravvisa una continuità. 
 

7) Progresso Molise - Gravina presidente

L'unica lista della compagine elettorale di Gravina che contiene il nome del candidato è quella "civico-personale", una presenza assai frequente negli ultimi anni. La formazione si chiama Progresso Molise - Gravina presidente e presenta un simbolo, se possibile, ancora più pieno dei due visti sopra. L'elemento più visibile, al centro, è proprio il richiamo al candidato alla presidenza della giunta regionale, stretto tra l'altra parte del nome della lista (in basso, in bianco su segmento verde acqua) e, in alto, cinque sagome a mezzo busto di persone - come a voler legare il progresso alla componente umana - leggermente sovrapposte tra loro e con attenzione alla miscela dei colori (varianti dal verde all'azzurro-blu). Partecipano alla lista anche candidature indicate da Volt.
 

Francesco Roberti

Terzo e ultimo candidato alla presidenza della regione Molise è Francesco Roberti, sindaco di Termoli e scelto dal centrodestra per cercare di mantenere la guida dell'amministrazione regionale dopo la giunta Toma. Pure in questo caso è stato presentato il contrassegno della candidatura, in cui il blu è il solo colore che si alterni al bianco: tinge il riferimento al candidato nella parte superiore e il segmento in cui trova posto l'espressione "per il Molise". Il cognome di Roberti, decisamente visibile, induce a riflettere sulla strategia dei due principali candidati: di norma, infatti, nelle regioni in cui i contrassegni dei candidati sono ancora previsti (e per tutti gli anni in cui questi sono stati impiegati in tutte le regioni ordinarie) si preferiva schierare emblemi anonimi, per non rischiare che chi votava mettesse la croce solo su quei simbolo e non anche su un contrassegno di lista, perdendo voti preziosi; qui, invece, centrodestra e centrosinistra allargato hanno scelto di correre questo rischio.

8) Lega

Sono 7 le formazioni che fanno parte della compagine elettorale a sostegno di Roberti. L'estrazione ha indicato per prima la Lega, già presente alle precedenti elezioni regionali, ma allora con il riferimento al Molise sotto al cognome di Matteo Salvini. Questa volta invece è stato impiegato proprio il contrassegno coniato per le elezioni politiche del 2018, dunque con la dicitura completa "Salvini premier" sotto la statua di alberto da Giussano a spada sguainata. Sarà interessante vedere il risultato della Lega, che nel 2018 (al suo esordio elettorale molisano) aveva ottenuto l'8,23%, allora senza riuscire a superare Forza Italia. 
 

9) Unione di centro - Democrazia cristiana - noi Di Centro

Della seconda lista della coalizione di centrodestra si era già in qualche modo parlato nei giorni scorsi, nel dare conto dell'esclusione della Dc-Cirillo e della presenza di un altro simbolo che univa lo scudo crociato e la dicitura "Democrazia cristiana". Si è anticipato, quindi, che l'Unione di centro e noi Di Centro (partito di Clemente Mastella, citato solo come sigla, come a voler indicare una "nuova Dc") formano una lista comune con anche l'apporto di Gianfranco Rotondi (Verde è Popolare), che ha concesso l'uso della denominazione "Democrazia cristiana" riconosciutogli nel 2004. Lo scudo è più grande del consueto e occupa tutto lo spazio possibile tra i due nomi maggiori disposti ad arco, rendendo ancor meno visibile le antiche vele di Ccd e De. Concorre alla lista anche Italia viva con il coordinatore regionale Donato D'Ambrosio (ma c'è pure Molise al centro).
 

10) Fratelli d'Italia

Non poteva mancare nella coalizione di centrodestra che sostiene Roberti l'apporto di Fratelli d'Italia: superare il 4,45% di cinque anni fa, visti i consensi di cui gode il partito a livello nazionale, sembra decisamente alla portata. Sul piano grafico nessuna novità per Fdi, che impiega esattamente lo stesso contrassegno del 2018, già schierato alle elezioni politiche di quell'anno. Tra le persone candidate, oltre ad Angelo Michele Iorio (già presidente della regione), c'è Aida Romagnuolo, che nel 2001 fece presentare al Viminale il simbolo Vola Molise, con una farfalla bianca su fondo blu che ricordava quella della Rai. 
 

11) Forza Italia

Nel 2018 Forza Italia era stata la lista più votata della coalizione di centrodestra, con il 9,38%; si vedrà se questa volta saprà mantenere il primato. Si tratta ovviamente delle prime elezioni senza Silvio Berlusconi, con il nome che è rimasto sul simbolo (anche perché i documenti per le candidature sono stati presentati prima della sua morte, quindi non ci si poneva proprio il problema); il contrassegno impiegato ha come base quello delle ultime elezioni politiche (dunque con il riferimento al Partito popolare europeo), con l'inserimento della dicitura "per il Molise" al posto dell'appellativo "presidente" sotto il cognome di Berlusconi.
 

12) Popolari per l'Italia

Non può non destare curiosità la ricomparsa sulla scheda elettorale del simbolo dei Popolari per l'Italia, partito fondato dall'ex ministro Mario Mauro e da tempo ben poco visibile a livello nazionale. Basta però guardare ai risultati elettorali di cinque anni fa per non stupirsi: la lista aveva ottenuto il 7,12%, battendo Udc e Fdi e riuscendo a eleggere due consiglieri (uno, Vincenzo Niro, è vicepresidente del partito). Il simbolo è quello già noto - per chi ne ha memoria, ma per chi appartiene ai #drogatidipolitica non ci sono dubbi in materia - con il tricolore spalmato su tre frecce, su uno sfondo azzurro blu a cerchi tangenti.
 

13) Il Molise che vogliamo

Si ha l'impressione di trovarsi di fronte a una lista civico-politica, con colori affini alle sensibilità moderate e di centrodestra (per l'uso dei quattro colori nazionali) guardando il contrassegno di Il Molise che vogliamo, formazione promossa dall'europarlamentare Aldo Patriciello. In effetti, se il nome è piuttosto generico e potrebbe adattarsi a ogni parte politica, il segmento azzurro superiore - quasi a voler simboleggiare il cielo - e l'arcobalenino tricolore in basso (non proprio regolare, ma comunque mosso) ricordano decisamente il vecchio simbolo del Popolo della libertà; tra i candidati, c'è il vicepresidente del consiglio regionale Gianluca Cefaratti. 
 

14) Il Molise in buone mani - Noi moderati

Ultima lista della coalizione di centrodestra e dell'intero panorama elettorale molisano del 2023 è Il Molise in buone mani - Noi moderati. Sembra di poter parlare di "lista del candidato presidente", visto che è la sola a inserire - anche qui in grande evidenza - il nome dell'aspirante guida della giunta regionale; c'è però anche la partecipazione di Noi moderati, evoluzione del progetto centrista delle ultime elezioni politiche. Di fatto, tra l'altro, sembra che la grafica del contrassegno sia quella di Noi moderati ribaltata, visto che il gruppo legato a Maurizio Lupi occupa la parte inferiore del cerchio (tinta di un blu diverso rispetto a quello del simbolo da poco varato), giusto sotto a una "onda" tricolore. 

sabato 17 giugno 2023

Io non voto (i soliti... noti): Izzo sfida il Molise con un maiale nel simbolo

L'ultimo appuntamento con le elezioni regionali nel 2023 si celebrerà, come detto, il 25 e il 26 giugno in Molise. Se finora si è parlato di una lista che non parteciperà al voto (quella della Democrazia cristiana), prima della panoramica su tutte le formazioni che finiranno sulla scheda elettorale non è possibile non dedicare un po' di attenzione a una lista che ha destato non poca attenzione già prima di essere ufficialmente presentata e ammessa alla competizione. Ci si riferisce a Io non voto (i soliti... noti): una lista con titolo e sottotitolo, si potrebbe dire, che schiera come candidato presidente per la giunta regionale Emilio Izzo, classe 1954, a lungo impegnato con vari ruoli - e anche a livello sindacale - presso diversi istituti del Ministero dei beni e delle attività culturali (ora della cultura) in Molise. Sarà lui a sfidare i candidati del centrodestra (Francesco Roberti) e dello schieramento che unisce centrosinistra e M5S (Roberto Gravina).
Tra le ragioni per cui la lista - che si è autodenominata "Movimento politico di salvezza pubblica" (i media spesso hanno usato la dicitura "Comitato di salute pubblica") - ha fatto subito parlare di sé, oltre al nome scelto, c'è inevitabilmente il simbolo presentato e finito sulle schede. Su fondo rosso, infatti, oltre al nome - scritto in un inconfondibile carattere Bodoni Poster bianco - campeggia l'inconfondibile sagoma di un maiale: salvo errore, si tratta della prima volta che lo si trova in un contrassegno elettorale. Il motivo di questa scelta lo spiega direttamente Izzo, raggiunto da questo sito tra una tribuna televisiva e l'altra: "Il maiale, come molte persone sanno, mangia di tutto e ingrassa perché quello che gli si mette davanti mangia; non tutti sanno, però, che è in grado di mangiare anche carne umana. Da questo punto di vista, la similitudine con la classe politica, molisana e non, risulta abbastanza chiaro: negli ultimi 15 anni i politici hanno fatto diventare la regione l'ultima ruota del carro. Siamo la devastazione completa in tutti settori, a partire dalla sanità. I soliti noti di cui parliamo nel nome sono quelli che hanno fatto la devastazione e per questo li accostiamo al maiale, il maiale ha mangiato tutto il mangiabile, incluso l'uomo, perché abbiamo perso tutto. Ora, visto che del maiale non si butta nulla, noi ci candidiamo perché vogliamo mangiarlo noi prima che ci mangi lui".
L'idea di schierare un maiale come emblema elettorale è nata nelle ultime settimane, quando è maturato il progetto di partecipare a queste elezioni regionali, ma il concetto di fondo per Izzo è nato ben prima: "Io da una vita lotto per difendere gli ultimi, i poveri, l’ambiente. Ogni volta che andavo per le mie proteste insieme ad altre persone sotto i palazzi che contano, incluso quello della Regione, puntualmente chi stava dentro non usciva mai a parlare con noi: prendevano tanti soldi e se ne fregavano della povertà. L'idea che fosse il momento di smettere di votare per 'i soliti noti', dunque, sta da molto tempo nella mia testa, anche se poi attuarla non è una cosa semplice: senza dubbio non era facile schierarsi contro i blocchi di potere, quello del centrodestra che ha guidato la regione negli ultimi cinque anni e quello che unisce centrosinistra e MoVimento 5 Stelle". 
Tra le difficoltà superate in queste ultime settimane, Izzo mette anche la raccolta delle sottoscrizioni necessarie a partecipare: "Questi signori, nel 2017, hanno scritto una norma per cui i partiti che stanno in Parlamento, che sono rappresentati in consiglio regionale o che sono registrati a livello nazionale non devono nemmeno fare la fatica di raccogliere le firme, a differenza di chi è nuovo. Questo fa rabbia, ma noi ci siamo messi d'impegno e in pochi giorni ci siamo riusciti, andando ben oltre il minimo di 300 sottoscrittori: posso dire quindi che per noi la raccolta firme è stata un successo e la gente ci ha già voluto sostenere". 
Certo può sembrare curioso che oltre 300 persone abbiano firmato per una lista che mette in evidenza l'espressione "Io non voto". Un'espressione che tra l'altro non è nuova: chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica sa che dal 2006 al 2014 è stato depositato presso il Viminale il contrassegno della lista civica nazionale "Io non voto", progetto concepito da Carlo Gustavo Giuliana, palermitano trapiantato a Belluno, per anni impegnato a fotografare la protesta di chi non si reca alle urne con il proprio simbolo. Vero è che lo si è visto di rado sulle schede elettorali; forse anche per questo, Emilio Izzo non conosceva quel precedente uso del nome. "Mi faccia però precisare una cosa: io - chiarisce - non ho mai pensato di non votare o di assecondare la deriva dell'astensionismo. Il fatto è che in Italia non c’è una regola che stabilisce che se alle elezioni vota meno del 50% il risultato elettorale non è valido: in questo modo finisce che meno persone vanno a votare e più di fatto ai 'soliti noti' conviene, perché si votano da soli e con il sostegno dei pochi che stanno con loro. Ecco perché non mi limito a dire 'io non voto', restando sul terreno della protesta, ma preciso che 'io non voto i soliti... noti', formulando una proposta e dando un'alternativa concreta a chi condivide quest'idea. Di più, non faccio questo con un percorso simile a quello dei 5 Stelle, che all'inizio non erano conosciuti da nessuno: io lo faccio a quasi 70 anni, come punto di arrivo di un percorso che le persone conoscono e che è volto ad abbattere un sistema".
Per Izzo, tra l'altro, questa non è la prima esperienza elettorale: nel 1995 era stato eletto consigliere provinciale di Isernia, si è tra l'altro candidato due volte alle comunali di Isernia con la lista Isernia domani (2007 e 2016) e nel 2013 alle regionali era tra i candidati di Rivoluzione democratica (declinazione locale di Rivoluzione civile). "Ho scelto di riprovarci, lanciandomi in una avventura difficilissima e disperata, anche per lo sbarramento che taglia fuori dal consiglio le liste legate ai candidati alla presidenza che non hanno raggiunto l'8%, ennesimo segno di questa classe politica che non vuole innovarsi. Io in ogni caso concorro e do la possibilità alle elettrici e agli elettori di votare per persone diverse dai 'soliti noti'. Lo faccio con colori che mi piacciono molto: il nero simboleggia il buio e l'oscurità della notte da cui dobbiamo uscire; il rosso indica il risveglio, la passione e la lotta, non per forza di sinistra. Ho cercato di dare al simbolo un'immagine immediata ma non per questo sgradevole: se avessimo usato un'immagine verosimile di un maiale, per esempio, avremmo creato qualcosa di cattivo gusto e avremmo fatto prevalere la dimensione della rabbia su quella della proposta". Benché la legge richieda l'8%, quale risultato lascerebbe comunque soddisfatto Izzo? "Già raggiungere il 5% mi sembrerebbe significativo, ma ricevo segnali confortanti: in questi giorni mi hanno chiamato anche dall'Abruzzo, dalla Puglia, dal Lazio e dalla Campania, mostrando interesse per questo progetto e l'intenzione di esportarlo se l'esito fosse interessante". Toccherà aspettare qualche giorno per sapere se il maialino contro i "soliti noti" dovrà varcare i confini del Molise.

martedì 6 giugno 2023

Molise, cosa ci insegna l'esclusione di Elisabetta Trenta e della Dc

Nei giorni 25 e 26 giugno 2023 sono previste le elezioni regionali in Molise, le ultime previste quest'anno. Ci sarà tempo per analizzare i simboli destinati a finire sulla scheda elettorale; nel frattempo è il caso di occuparsi, almeno per un attimo, di una lista che risulta esclusa da questa competizione. Ci si riferisce alla Democrazia cristiana, che aveva scelto di sostenere l'ex ministra della difesa Elisabetta Trenta come candidata alla presidenza della giunta regionale: si tratta - giusto per non fare confusione circa i vari soggetti politici che operano in campo con lo stesso nome - della Dc che riconosce come proprio segretario Antonio Cirillo e che ha come portavoce e coordinatore politico nazionale l'ex consigliere regionale Fabio Desideri. Ieri il Tribunale amministrativo regionale del Molise ha respinto il ricorso con cui si era chiesta la riammissione della lista; potenzialmente è ancora possibile che il Consiglio di Stato - qualora sia impugnata questa sentenza nelle prossime ore - riammetta la formazione, riportando a 15 il numero delle liste in campo (era stata presentata ed esclusa - per numero insufficiente di candidati -  anche quella di Forza Nuova: non risultano ricorsi), ma è assai probabile che il quadro non muti ulteriormente.
Occorre precisare subito che, come correttamente riportato dai media, l'esclusione della lista della Dc non è stata legata all'uso dello scudo crociato. E questo nonostante tra le liste ammesse a partecipare alle prossime elezioni regionali ci sia anche quella guidata dall'Unione di centro (Udc): questa, oltre a schierare lo scudo in primo piano (e ingrandito rispetto al solito), contiene nel contrassegno anche i riferimenti a Noi Di Centro (la formazione guidata da Clemente Mastella) e soprattutto alla Democrazia cristiana, denominazione apportata da Gianfranco Rotondi, secondo quanto gli era stato concesso nel 2004 dai legali rappresentanti del Ppi - ex Dc. Il problema dell'eventuale confondibilità - peraltro acuito dalla compresenza di denominazione e scudo in due emblemi diversi: non è stato diffuso il simbolo esatto della Dc-Cirillo, ma la descrizione del contrassegno fa pensare che sia stato lo stesso ricusato dal Viminale prima delle ultime elezioni politiche  - non si è proprio posto, visto che gli uffici elettorali hanno escluso la lista per invalidità formali che non hanno nemmeno portato i collegi a esaminare l'ammissibilità delle candidature e del rispettivo contrassegno.
Fin dall'inizio i media hanno parlato del ritardo con cui i documenti legati alla presentazione della lista e della candidatura di Trenta sarebbero stati consegnati: si era parlato di pochi minuti rispetto al termine delle ore 12 fissato per il 27 maggio scorso, ma il verbale di deposito in effetti indicava le ore 15 e 16. Dal ricorso si apprende che Sabatino Esposito, delegato della lista Democrazia cristiana (nonché indicato dal sito del partito quale segretario amministrativo e, da statuto, legale rappresentante), si era recato presso il tribunale di Campobasso, dove aveva sede l'Ufficio unico circoscrizionale, insieme ad Antonio Cirillo (segretario del partito) e Antonio Cardone (uno dei candidati). Esposito sarebbe arrivato alle ore 11 e 55, "attendendo pazientemente, all'interno della sede della Commissione elettorale e precisamente (aula di udienza adibita ad anticamera) che il predetto Ufficio terminasse le operazioni inerenti le altre liste di candidati". I tre soggetti sarebbero "[e]ntrati (in orario) all’interno del locale adibito alla presentazione delle liste, e nelle more dell’attesa del loro turno, venivano avvisati da un addetto presso il Tribunale che era necessario andare a prendere un 'numero elimina code' ovvero un 'tagliando' [...] presso un locale dislocato differente da quello presso cui si consegnava la documentazione": la scelta di richiedere il ritiro del tagliando per accedere alla sala del deposito sarebbe stata adottata, secondo l'ufficio elettorale, "ai fini della necessaria numerazione provvisoria dell’ordine delle liste, specie quelle non infrequentemente presentate proprio a ridosso del temine finale". Si sarebbe temporaneamente allontanato dal locale per la consegna delle liste - allontanamento ritenuto "meramente funzionale ad adeguarsi alle regole autostabilite dall'Ufficio Unico Circoscrizionale", cioè al procurarsi il tagliando - proprio il delegato di lista (Esposito), mentre sarebbero rimasti lì gli altri due membri della delegazione, con tanto di documenti da consegnare. 
Nel frattempo, però, si era fatto mezzogiorno: le porte del luogo di consegna delle liste sono state chiuse (con le due persone della Dc, non delegate, all'interno) e a Esposito, giunto nel luogo di consegna dei tagliandi inevitabilmente dopo le 12, non è stato consegnato il famoso tagliando: "solo all'esito di alcune rimostranze gli veniva consentito l'ingresso" nella stanza di presentazione delle liste per raggiungere le due persone rimaste lì dentro. La consegna, dopo un'anticamera di oltre tre ore, sarebbe poi effettivamente avvenuta alle 15 e 16, come riportato sul verbale: il delegato di lista non avrebbe contestato quell'orario (senza impugnare il verbale per querela di falso, ma - a quanto pare - senza nemmeno far annotare proprie osservazioni alla cancelliera redigente) sia perché effettivamente si riferiva al momento della consegna, sia perché l'ampio ritardo era dovuto alle precedenti operazioni di deposito che si erano protratte.
Oltre al problema dell'orario, però, sarebbero emerse altre criticità: in particolare, alla dichiarazione di collegamento della lista della Dc di Esposito alla candidatura di Elisabetta Trenta non corrispondeva "analoga e convergente dichiarazione" resa da Trenta; in più, risultava presentata l'accettazione della candidatura da parte di Elisabetta Trenta, ma non la dichiarazione di presentazione della candidatura stessa, con le relative firme richieste. Tali mancanze, per gli uffici elettorali, sarebbero state così gravi da far cadere candidatura e lista. Per i presentatori della lista, invece, quei documenti c'erano e sarebbero stati consegnati alla cancelliera in sede di deposito, con relativa verbalizzazione della consegna: anzi, proprio la procedura di consegna (a seguito delle singole richieste della cancelliera ricevente) e il verbale, secondo Esposito, avrebbero generato in lui "la certezza nell’affidamento circa il suo buon operato, avendo egli consegnato tutto quanto richiesto dall’addetta dell’Ufficio". Come dire: se sono stati consegnati i documenti espressamente richiesti e, si suppone, la persona che ha redatto il verbale ha controllato che fossero effettivamente quelli prescritti, la consegna era regolare e completa, per cui eventuali mancanze non si potevano addebitare ai presentatori. Quanto alla presentazione della candidatura a presidente, secondo gli esponenti della Dc questa poteva essere fatta con lo stesso modulo di presentazione della lista, dunque anche con le medesime firme a sostegno (visto che la lista sosteneva esplicitamente Trenta). 
Nessuno di questi argomenti, tuttavia, è stato considerato valido dal Tar Molise. Sulla questione più dibattuta, vale a dire quella dell'orario di consegna, per i giudici è "astrattamente condivisibile l’affermazione del ricorso che 'ciò che rileva, ai fini della tempestività del deposito del materiale, non è l’orario di consegna dello stesso, ma l’orario di arrivo dei delegati presso l’ufficio stesso muniti della necessaria documentazione' (in quanto le lungaggini delle operazioni di consegna delle liste giunte sul posto prima di quella ricorrente non potrebbero essere addebitate al delegato di quest’ultima)", ma per loro "proprio la tempestività dell’arrivo del sig. Esposito presso l’Ufficio è rimasta sfornita di qualsivoglia serio conforto probatorio". Quando sono state chiuse le porte della stanza del deposito delle liste, lì c'erano due persone la cui presenza per il Tar era "irrilevante" (pur essendo candidate o figure apicali della Dc), mentre il delegato di lista era altrove e per il collegio rileva soprattutto la "circostanza - con ogni probabilità non casuale - che l’interessato non ha mai potuto conseguire [il] “tagliando” dal personale della cancelleria", dunque non ci sarebbero prove della presenza del depositante effettivo nei locali dell'ufficio elettorale prima della scadenza dei termini (e, in più, non ci sarebbe stato nemmeno un ritardo "lieve", non rilevando a quanto pare l'argomento dell'anticamera dovuta alle molte liste depositate prima).
Sulla questione della mancanza di un espresso atto di presentazione della candidatura di Elisabetta Trenta, con sottoscrizioni espressamente rivolte a questo, il Tar appare piuttosto netto. Per i giudici amministrativi, le norme in vigore (l'art. 6 della legge regionale n. 20/2017, cioè la legge elettorale) parlano espressamente della presentazione della candidatura a presidente della giunta regionale (e di dichiarazione di collegamento con una o più liste), sottoscritta da almeno 300 elettori del Molise: quelle firme, per il collegio, sono "un elemento strutturale prescritto a pena di invalidità" della candidatura. Interessa soprattutto la contestazione della tesi dei presentatori, secondo i quali la legge non richiede che la candidatura alla presidenza e le relative firme a sostegno risultino da "moduli differenti da quelli previsti per la presentazione della lista dei candidati consiglieri". Non solo le istruzioni per la presentazione delle candidature fornivano in allegato due moduli diversi per presentare una lista o una candidatura alla presidenza, ma le sottoscrizioni hanno "un oggetto differenziato" e diversi "presupposti e contenuti" per le due fattispecie (e, del resto, i presentatori della lista non hanno contestato che la mancanza della presentazione della candidatura potesse far venir meno anche la lista e che in effetti un atto espressamente configurabile come presentazione della candidatura mancasse). Queste osservazioni hanno reso inutile la valutazione dell'altra mancanza rilevata dagli uffici elettorali, quella della dichiarazione di collegamento di Trenta con la lista della Dc.

Come si diceva, è ancora possibile che la Dc ricorra al Consiglio di Stato, mentre non risulta che abbia fatto ricorso al giudice amministrativo Elisabetta Trenta (non si sa se abbia provato almeno a impugnare gli atti davanti all'ufficio elettorale regionale). In ogni caso, da quanto deciso dai giudici di prime cure su questo caso si possono trarre alcuni insegnamenti pratici per il futuro. 
Primo insegnamento: occorre prestare la massima attenzione alle previsioni della singola legge elettorale regionale. Dal ricorso e dalla sentenza questo non emerge, ma si può supporre che la mancata raccolta firme a sostegno della candidatura di Trenta alla presidenza (oltre che della lista della Dc) sia dipesa anche dal fatto che la legge elettorale molisana prevede espressamente la raccolta firme anche per la presentazione delle candidature alla presidenza, mentre altre leggi elettorali regionali la escludono (a partire da quelle di Lombardia e Lazio) o comunque non la prevedono (Friuli - Venezia Giulia); la previsione esplicita della richiesta di sottoscrizione anche della candidatura alla presidenza (che vale pure qualora l'unica lista a sostegno sia esonerata dalla raccolta firme, come pure qualora vi siano più liste, esonerate o no) è rafforzata dalla previsione del divieto per il membro del corpo elettorale di firmare per più liste, mentre chi firma per una lista può firmare anche per un candidato alla presidenza. Quanto è accaduto in quest'occasione, oltre a costituire un secondo episodio sfortunato nel rapporto tra Elisabetta Trenta e chi dovrebbe preoccuparsi della regolarità della sua candidatura (si ricordi la mancata presentazione alle suppletive di Roma-Primavalle nel 2021, quando non tutte le firme raccolte sarebbero state di elettori residenti nel collegio interessato dal voto), suggerisce davvero di porre tutta l'attenzione possibile alle norme elettorali in vigore, senza cadere nella tentazione di scegliere le interpretazioni più "leggere" o meno impegnative. 
Il Tar, peraltro, ha ritenuto di poter compensare le spese tra le parti, a dispetto della complessiva infondatezza del ricorso: ciò fa pensare che qualche "attenuante" sulla questione della (mancata) presentazione della candidatura presidenziale di Trenta sia stata riconosciuta, magari proprio per il fatto che le firme sono richieste in Molise e non altrove (una situazione che, oggettivamente, non appare troppo ragionevole e forse meriterebbe di essere rivista, in nome di una soluzione comune). Se si legge solo la motivazione sul primo motivo di ricorso, quello relativo al ritardo nella consegna della lista e nella mancata prova della presenza del delegato nel luogo di consegna della lista prima della scadenza dei termini, è facile riscontrare ben altro tono, più compatibile con una decisione di soccombenza che con una compensazione delle spese. Tra l'altro, la mancanza di un esplicito atto di presentazione della candidatura alla presidenza debitamente sottoscritto avrebbe fatto venir meno comunque la lista della Dc, quindi per economia processuale i giudici avrebbero potuto trattare anche solo quel punto, ottenendo lo stesso risultato: il collegio, invece, ha voluto trattare anche la questione del ritardo. Sulla base di quanto accaduto a Campobasso, quindi, chiunque in futuro voglia presentare candidature farà bene a preoccuparsi - tra l'altro - di due cose: 1) di preparare e controllare per tempo tutti i documenti, presentandosi in comune o negli uffici giudiziari con un opportuno anticipo, senza voler emulare a tutti i costi la Dc di un tempo che si metteva in fila per ultima mirando all'ultimo posto sulla scheda (quando l'ordine di presentazione determinava anche l'ordine di stampa, prima dell'avvento del sorteggio); 2) di indicare due delegati alla presentazione della lista, in modo che uno vada a prendere l'eventuale numero/tagliando necessario o comunque "tenga il posto" in fila, mentre l'altro presidia la documentazione, eventualmente insieme ad altre persone a supporto. 
Si tratta, sotto questo profilo come a proposito delle firme, di prendere su serio le norme che regolano le elezioni, vale a dire uno dei riti fondamentali della democrazia. Certamente occorre tutelare il favor participationis senza scoraggiare la partecipazione di chi intende ricevere i voti, così come eccedere in "rigorosissime formule sacramentali" (come le definisce il ricorso della Dc) non è salutare; allo stesso tempo, però, le regole finché ci sono vanno rispettate e occorre fare il possibile per compiere tutti gli atti richiesti. Si possono leggere le disposizioni in modo da dimezzare gli sforzi richiesti (raccogliendo firme solo per la lista, pensando che valgano certamente anche per la candidatura a presidente), così come ci si può attardare fino agli ultimi minuti del tempo concesso per il deposito dei documenti (anche solo perché magari non si è riusciti a sistemare tutto prima), ma in quel modo si accetta il rischio che qualcosa vada storto, anche in modo irreparabile. Una cosa è certa: stavolta nessuno potrà imputare a una delle varie Dc la mancata partecipazione al voto a causa dello scudo crociato; se però tutte le carte - della lista e della candidatura a presidente - fossero state in regola, il problema quasi certamente sarebbe sorto e il simbolo sarebbe finito una volta di più davanti ai giudici.

venerdì 19 maggio 2023

Simboli sotto i mille (2023): ... alla fine (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

Il viaggio elettorale nei comuni sotto i mille abitanti cambia completamente scenario quando si abbandona il Nord (e qualche regione del Centro dalle caratteristiche piuttosto simili a quell'area) e si passa alle località del Centro-Sud. Non mancano anche qui alcune liste legate a piccoli movimenti politici; tuttavia, come ormai siamo abituati a vedere da alcuni anni, sono frequenti (e in qualche caso si può ben dire che prolificano) le liste di cui, a rigor di logica, è praticamente impossibile giustificare la presenza, a meno di supporre - ma indagare sui singoli casi non spetta a noi - che si tratti di candidature presentate essenzialmente allo scopo di ottenere licenze elettorali. Il riferimento, per chi non lo ricordasse, è all'istituto previsto dall'art. 81, comma 3 della legge n. 121/1981 (Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza): sulla base di questo, "Gli appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento della accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale e possono svolgere attività politica e di propaganda, al di fuori dell'ambito dei rispettivi uffici e in abito civile".
Come si possono individuare queste liste? In alcuni casi è facile: i contrassegni elettorali sono molto semplici (con impegno minimo sulla grafica e sui nomi, con uso abbondante di "Insieme" e "Svolta") e per giunta spesso si sono visti in passato in altri comunelli; non mancano però casi di simboli leggermente più elaborati, magari presi dal web. Se si ha la possibilità di passare in rassegna le candidature legate a quei contrassegni - dunque se si trovano i manifesti sui siti dei comuni - ci si trova spesso davanti a liste di 10 candidati (oltre all'aspirante sindaco, ma il gruppo può essere più ridotto), tutte persone in età lavorativa; molti di quei nomi, per chi ha buona memoria, sono già apparsi in altre competizioni e, per giunta sono pluricandidati in microcomuni e regioni diverse; quanto ai programmi, sono pressoché tutti uguali o, comunque, molto generici. Va riconosciuto che in altri casi l'individuazione di queste liste è più difficile, specialmente se si mimetizzano come piccoli movimenti locali; il verdetto delle urne, tuttavia, anche in quei casi lascia pochi dubbi, visto che generalmente quei simboli raccolgono uno o due voti, ma spesso anche zero, tranne in qualche caso in cui è presente una sola lista locale.
Il fenomeno delle "liste per le licenze" interessa essenzialmente le regioni del Molise, Abruzzo, Lazio e Campania, mentre risulta pressoché inesistente nelle altre; andiamo in ogni caso con ordine e riprendiamo il viaggio dopo il tragitto dal Piemonte alle Marche. Attention, prêts? Si parte! 

Le prime tappe di questo nuovo cammino sono in Lazio: i comuni interessati sono sette, in tutti ci sono liste esterne. Consideriamo innanzitutto il Movimento sociale Fiamma tricolore, partito politico che nulla ha a che spartire con le "liste per le licenze": i "fiammisti" si sono presentati a Campodimele (in provincia di Latina) e Roccagiovine (in provincia di Roma), piccole località di cui riparleremo, e anche in un comune decisamente più grande, Aprilia (Lt), che ha oltre 74000 abitanti. Il risultato, in ogni caso, nei microcomuni che qui interessano è stato pessimo: zero voti a Campodimele e solo uno (pari allo 0,57%) a Roccagiovine: considerando che in quest'ultimo comune erano presenti ben sei liste (e non è il record di questa tornata), ma l'unica formazione locale aveva ottenuto il 90,23%, ottenere uno dei tre seggi di opposizione non era un'impresa impossibile.
Il movimento Italia dei Diritti, da sempre attivo nei piccoli comuni laziali con una presenza costante nelle rispettive elezioni amministrative, ha fatto le cose in grande e ha concorso con proprie liste - tutte complete di dieci nomi - in tutti e sette i centri al voto. I risultati? Zero voti a Cervara di Roma, Campodimele, Rocca Sinibalda (Ri) e Varco Sabino (Ri); un solo voto a Filettino (Fr) e Belmonte in Sabina (Ri), mentre a Roccagiovine - comune in cui il candidato sindaco era il leader del movimento, Antonello Rocco De Pierro - sono arrivati 15 voti (8,62%) e anche i tre consiglieri comunali della minoranza, poiché la lista ha ottenuto quasi tutti i voti non attribuiti alla formazione vincitrice. Al di fuori di questo caso, però, questa volta la sortita elettorale di Italia dei Diritti è stata sostanzialmente un flop.
In cinque di questi comuni - con schede elettorali piuttosto affollate, soprattutto a Cervara e Campodimele (rispettivamente 374 e 778 abitanti): per ciascuno dei due enti si sono affrontate 8 liste e a Campodimele sarebbero state 9 se fosse stata ammessa anche L'Alternativa, il cui candidato sindaco era Fabrizio Pignalberi - si è presentato un altro movimento già noto a chi legge questo sito, vale a dire Progetto Popolare: il soggetto politico, che ha base a Colleferro, concorreva a Cervara di Roma, Roccagiovine, Filettino, Campodimele e Varco Sabino, sempre con liste complete. Se in passato il simbolo aveva ottenuto qualche risultato, questa volta i presentatori sono riusciti nell'incredibile impresa di non prendere nemmeno un voto in alcuno dei cinque comuni, suscitando forti perplessità sull'effettivo scopo politico di queste presenze.
A Varco Sabino troviamo la prima lista presentata da L'Altra Italia, movimento che si è già incontrato in passato nei nostri viaggi. La presenza lì non era casuale: in questo comune l'aquila fiammata nel 2018 elesse i tre consiglieri di minoranza con 9 voti (7,26%), essendo l'unica altra lista presente oltre a quella risultata vincitrice. giocando sul fatto che erano la seconda lista presente. Il candidato sindaco in corsa quest'anno, pugliese (e tesoriere del movimento), è diverso rispetto all'aspirante del 2018, ma nel turno elettorale appena celebratosi le liste locali erano due e non più una sola: la seconda, Insieme per Varco, ha raccolto solo 14 voti (12,73%), ma questi sono bastati per ottenere tutti e tre i seggi di minoranza, visto che a L'Altra Italia è rimasto un solo voto a disposizione.
Il Movimento politico Libertas si è presentato a Rocca Sinibalda e Belmonte in Sabina, cioè curiosamente i due comuni "sotto i mille" del Lazio nei quali non concorreva Progetto Popolare: quella doppia partecipazione ha raccolto solo due voti (0,40%) a Rocca Sinibalda, mentre a Belmonte il risultato è rimasto a quota zero. Per restare in argomento, a Roccagiovine si è invece presentato il Movimento politico Veritas, piuttosto enigmatico a prima vista, anche per un minimo di assonanza con la formazione citata subito prima. La storia dei due gruppi, in effetti, è almeno in parte collegata, visto che facevano entrambi riferimento ad Antonio Fierro (presidente prima di Veritas, il cui simbolo è finito nelle bacheche del Viminale già nel 2013, poi di Libertas), anche se alle ultime elezioni politiche il simbolo del Mpl era stato depositato sia da Paolo Oronzo Magli (candidato sindaco alle ultime elezioni romane) e da Fierro, ma il primo era stato ricusato (per l'uso della parola "Libertas" in uno scudo) e il secondo non era stato ritenuto in grado di contrassegnare liste (per carenze nella documentazione). Di certo erano ignari di tutto questo le elettrici e gli elettori di Roccagiovine: nessuno di loro ha scelto il simbolo di Veritas (per l'occasione arricchito con la sigla "DC" in grande evidenza: chissà che ne penserebbero Gianfranco Rotondi, Totò Cuffaro e altri soggetti interessati alla Democrazia cristiana...).
Sempre a Roccagiovine si è presentata pure Alternativa sociale italiana, forza politica reale, con base a Castrovillari, in trasferta per la prima volta fuori dalla Calabria: il capolista, Nicola Aronne, è in effetti l'animatore di quel soggetto politico, mentre la candidata sindaca è nata nella non troppo lontana Tivoli. La lista, che è riuscita a convincere perlomeno un elettore - facendo meglio di due delle sei formazioni in lizza - per l'occasione ha inserito nel proprio simbolo l'espressione "Lega autonomia", con la prima parola in decisa evidenza, collocata su fondo blu, scritta in giallo e in carattere Optima, lo stesso che caratterizza la Lega Nord dal 1992 e tuttora è usato dalla Lega salviniana (la stessa soluzione della parola gialla su fondo blu ricorda un po' gli attuali contrassegni leghisti); non risulta che la lista abbia avuto problemi di ammissibilità per quelle scelte verbali e grafiche, in più va detto che il capolista lo scorso anno si era proposto come aspirante sindaco a Carpanzano (Cs) proprio con la Lega. 
Solo a Campodimele si trova la lista I Cittadini delle Culture e Colture d'Italia, con un simbolo piuttosto elaborato e con vari tocchi naïf. Del movimento politico non si sa nulla, ma se non altro il candidato sindaco, Antonio Pelagalli, ha divulgato la sua candidatura su Facebook e in loco, affiggendo manifesti e distribuendo opuscoli: sarà per questo che, se non altro, almeno un voto a Campodimele per la lista è arrivato (mentre 4 candidati sindaci su 8 sono rimasti a bocca asciutta). on abbiamo altre info su questo movimento, che ottiene un solo voto. 
In proporzione è andata peggio a L'Alternativa, collegata al movimento Più Italia di Fabrizio Pignalberi e - come si è detto - esclusa a Campodimele (per l'incandidabilità di alcuni componenti della lista), ma ammessa a Cervara e a Filettino: in entrambi i comuni la casella di scrutinio è rimasta vuota. Guardando proprio a Cervara, la lista Cervara Futura - forse quella con il contrassegno più curato in assoluto - ha vinto con il 64,69% staccando di molto le formazioni Rinnova Menti (19,23%) e Armonia per Cervara (15,03%) che comunque hanno ottenuto rispettivamente due e un seggio, in virtù dei voti raccolti (rispettivamente 55 e 43 su 286) con i loro simboli certamente dignitosi e con un nucleo originale.
Non passa certo inosservato il risultato elettorale di Belmonte in Sabina, nel reatino: lì l'unica lista locale ha preso 360 voti su 365, un risultato pari al 98,63%! Per le altre quattro liste in corsa, tutte esterne, sono rimasti a disposizione solo cinque elettori: tre hanno scelto SiAmo Italia, uno Alternativa Verde, uno Italia dei Diritti (lo abbiamo già detto), mentre nessuno ha votato per il Movimento Politico Libertas. Sulla base di questo risultato, la lista SiAmo Italia  simbolo molto semplice e già ampiamente visto in vari comunelli negli scorsi anni - con soli tre voti (0,82%) ha ottenuto i tre seggi dell'opposizione, per il candidato sindaco Giuseppe Rufo - lo stesso rimasto a zero l'anno scorso a Civitella Alfedena con Patrioti? - e probabilmente per le prime due persone indicate in lista. Tre voti pesantissimi, dunque, visto che lo 0,82% delle urne esprime il 30% del consiglio comunale: casi simili inducono seriamente a pensare se sia opportuno mantenere un meccanismo simile o se valga la pena correggerlo (con qualche forma di sbarramento o con una distribuzione dei seggi meno distorsiva). Per concludere il discorso su SiAmo Italia, questa formazione è risultata presente anche a Campodimele e Cervara (2 voti in ciascun comune), mentre a Filettino sulla scheda c'erano anche Noi Patrioti e Alternativa Verde (rimaste entrambe a zero voti).
Non si può però concludere il cammino in Lazio senza guardare con più attenzione il quadro delle candidature dei due comuni più citati fin qui, Campodimele e Cervara: oltre a quanto si è già detto fin qui, infatti, occorre rilevare la presenza di alcuni nomi e simboli decisamente ricorrenti sui manifesti e sulle schede elettorali dei microcomuni negli ultimi anni, pur avendo riportato finora risultati quasi impercettibili (al punto da far sorgere il pensiero che in quei casi il desiderio di fare politica c'entri poco). A Campodimele, in particolare, il manifesto dei candidati - proposto in bianco e nero... buuuhhh!!! - è aperto dal recordman attuale delle candidature a sindaco "sotto i mille", 10 in 10 anni consecutivi in altrettanti comuni (collocati in 5 province diverse tra Molise, Abruzzo, Campania e ora Lazio) e con 7 simboli diversi, 10 voti presi in totale: la sua corsa con Alternativa in Comune si è conclusa con zero voti, ma non è improbabile che il suo nome torni anche in futuro (anche perché il record assoluto di candidature consecutive nei microcomuni - ben 11 - resta per ora nelle mani di una persona il cui nome e cognome quest'anno non figuravano su alcuna scheda, nemmeno su quella di Ripabottoni in cui il soggetto si era candidato nel 2018 e nel 2013). I frequentatori di elezioni "sotto i mille" possono ricordare anche la lista +Verde Cuore Ambientalista, che ha fatto capolino a Cervara ottenendo un voto.

Lasciato il Lazio, è tempo di passare all'Abruzzo: sette comuni con meno di mille abitanti, tutti con la presenza di liste esterne. Le uniche riconducibili a un movimento politico sono quelle de L'Altra Italia a Pietranico (un voto) e a Castelguidone (4 voti, 2,19%); tra l'altro, su entrambi i comuni appena citati c'è qualcosa da dire. In particolare, a Pietranico vince il sindaco uscente con il 69,84%; due seggi di opposizione vanno a Uniti per Crescere (53 voti, 17,38%) e uno a La Nuova Svolta (38 voti, 12,46%); va detto che quest'ultima lista ha nome e simbolo riconducili alla note liste esterne, ma il risultato ottenuto ai seggi e soprattutto la candidata sindaca, assessora uscente di quello stesso comune, escluderebbero quest'ipotesi. L'Alternativa (zero voti) sembra invece lasciare pochi dubbi.  
A Castelguidone c’era una sola lista locale che prende il 90,16% (165 voti su 183), la minoranza è andata a L'Alternativa - nome e simbolo già trovati in passato, ma grafica diversa da quella appena vista - con 14 voti (7,65%), mentre è rimasta fuori per un solo voto L’Altra Italia (le sue schede erano 4). Curiosità: a Castelguidone si era votato nel 2022, l'unica lista presente era quella di Rinascita Italia (formata da L'Altra Italia e altri soggetti) e l'unico elettore che si era recato ai seggi aveva lasciato bianca la sua scheda, quindi il commissariamento era stato inevitabile; questa volta, essendoci tre liste, non si è posto alcun problema di quorum.
Anche a Pizzoferrato (Ch) c'era una sola lista locale che ha ottenuto il 84,62%. Si è recato alle urne solo il 34,70% degli aventi diritto, al netto degli iscritti Aire (gli elettori sono 1484, gli abitanti meno di mille) il quorum del 40% sarebbe forse stato superato, ma il problema non si è posto per la presenza di altre quattro liste: Uniti per Crescere, 48 voti (10,26%) e due seggi, il Futuro 17 voti (3,63%) e il restante seggio e - eccole! - le immancabili Lista Alfa e Lista Beta, rispettivamente quattro e tre voti, tanto per mantenere l’ordine alfa-betico grazie al corpo elettorale. 
Simbolico - è il caso di dirlo - il caso di Barete (Aq): le due liste locali, graficamente facili da individuare, hanno preso 440 voti su 443, ma a completare il quadro hanno provveduto ben sei liste esterne, tutte con simbolo composto da nome in nero su sfondo bianco cerchiato di nero (viva la fantasia!), con l'unica licenza dell'uso di due caratteri diversi: Nuova Era, Salvati Sindaco, Insieme per Barete,  Lista Gamma, Finalmente Noi e Lista Beta (le prime tre hanno ottenuto un voto a testa, le altre tre nemmeno quello). Sembra evidente la regia comune dietro queste operazioni, ma risuona la stessa domanda sorta l'anno scorso a Gamberale (Ch): che fine ha fatto qui la Lista Alfa (o Alpha)??
Erano invece solo due le liste a Turrivalignani (Pe) lì Idea Futura, chiaramente locale, ha ricevuto il 75,74% dei voti, ma appare eclatante il risultato di La Nuova Svolta (scritta nera su sfondo arancione) che stavolta ha preso 114 consensi, pari al 24,26% e ovviamente ha eletto i tre consiglieri di minoranza. Una curiosità: il candidato sindaco, Fabrizio Francescone, nel 2018 era stato eletto consigliere - da candidato sindaco, che era - a Pietranico, sempre con La Nuova Svolta (ma allora il nome era scritto su una sola riga e su fondo bianco).
Tra gli altri comuni interessati dal voto - limitando comunque l'attenzione agli enti con popolazione legale inferiore ai mille abitanti - si possono citare Lucoli (Aq), che ha registrato la presenza di una sola esterna (Uniti per Lucoli, cui è andato un unico voto su 562), e Roccamorice (Pe), ove La Novità ha raccolto 2 voti su 507.

L'ultimo sguardo ai comuni abruzzesi è stato piuttosto rapido perché occorreva affrettarsi in vista delle tappe del viaggio più attese dai #drogatidipolitica, quelle del Molise: questa regione è ricca di comuni "sotto i mille" e ogni anno pullulano le liste extra muros, in particolare quelle che si sospetta siano state presentate al mero scopo di ottenere licenze. In questo turno elettorale non particolarmente nutrito si è votato in otto comuni e in tutti c'erano liste esterne, così come però in ogni comune c'erano due o tre formazioni locali, evidentemente presentate anche per escludere estranei dall’amministrazione comunale.
La Fiamma Tricolore ha concorso a Salcito, Campochiaro, Ripabottoni, Montorio, Sessano e Belmonte del Sannio: tutte liste da 7 candidati più l'aspirante sindaco, con doppie candidature di ciascuna persona, quindi inquadrabili come liste politiche. Nei due comuni in cui la Fiamma non si è presentata, Macchia Valfortore e Castelpizzuto, c'era invece L’Altra Italia: sarà stato un caso? Il bottino, in ogni caso, è stato magro per la Fiamma, che con 10 voti raccolti a Belmonte (2,54%), uno a Ripabottoni e zero negli altri comuni ha visto frustrato uno sforzo organizzativo rilevante. Peggio è andata però a L'Altra Italia: nessuno l'ha votata a Castelpizzuto e Macchia Valfortore. 
Non mancano le liste di Progetto Popolare, presentate a Salcito, Campochiaro, Ripabottoni, Montorio, Sessano e Castelpizzuto: benché sembri incredibile nemmeno un elettore, proprio come nel Lazio, ha messo la croce su questo simbolo... A Salcito, Campochiaro e Macchia Valfortore c'erano poi le liste di La Gente come Noi - Libertà: si trattava di liste non piene (con qualche candidato in più comuni) e composte anche da persone in età avanzata, ormai da pensione. Questi indizi fanno pensare che non si tratti di "liste per le licenze"; un'ulteriore conferma può arrivare dal simbolo usato, identico a quello depositato al Ministero dell'interno prima delle ultime elezioni politiche da Orlando Iannotti (appena rieletto consigliere di Oratino, in provincia di Campobasso, dopo esserne stato sindaco in passato), come nuova immagine dei Forconi; nessun voto, però, è arrivato a questo movimento nei tre comuni citati.
L'attenzione già prima che si aprissero i seggi, però, era tutta per le immancabili liste "sospette", che schieravano nomi e simboli in parte già visti e in grado di attirare ormai l'attenzione dei media nazionali (se n'è occupata anche l'Ansa). Il record questa volta spetta a Salcito con 9 liste (che sono pur sempre meno delle 11 di cinque anni fa), segue a ruota Campochiaro con 8: ovviamente in questi numeri sono comprese le liste locali che si candidato seriamente all’amministrazione del comune. Ironia della sorte, una delle liste presentate a Ripabottoni era legata alla candidatura a sindaco di tale Orazio Civetta, primo cittadino uscente: l'unica che si sarebbe potuta chiamare "lista Civetta" (rigorosamente con la maiuscola) non era affatto una "lista civetta" (perfino per chi si ostina a chiamarle così, ma abbiamo già detto che è sbagliato), ma il nome in effetti era Uniti per Ripabottoni, vincitrice per la terza volta di fila come il suo candidato.
Volendo fare una rapida carrellata delle liste extra muros nei comuni andati alle urne in Molise, si deve inevitabilmente partire dalla competizione a 9 di Salcito: lì c'erano Libertà Politica, Solo per il Paese, Verso la Libertà e Sanniti (le prime due con nome in grassetto corsivo su fondo bianco, la terza con un aereo nero su fondo giallo, la quarta con nome bianco su fondo rosso, ma tutte e quattro rimaste a bocca asciutta, non riuscendo ad aggiudicarsi nessuno dei 457 voti validi espressi, proprio come Fiamma tricolore, Progetto popolare e La Gente come Noi). Spostandoci a Campochiaro troviamo Unione Cittadina e Votiamo Insieme (stessa grafica 0.0 vista prima, con nome in Times New Roman corsivo su fondo bianco, e stesso risultato finale: zero voti raccolti sui 413 validi).
Un po' di varietà in più si può riscontrare a Macchia Valfortore: ritroviamo ancora Sanniti (4 voti), Voto Libero (altra grafica ultrabasic già nota e 2 voti), Ancora Insieme (zero per la stretta di mano su fondo verde). Vale la pena rilevare che in questo comune la seconda lista, Insieme, ha preso solo 25 voti (7,62%), ma il suo soggetto grafico "manesco" multicolore e il carattere usato per il nome della lista rimandano al simbolo della lista vincitrice (Interesse comune, con le sagome umane in cerchio): si è trattato di una semplice coincidenza o si è assistito a un'operazione elettorale organizzata per neutralizzare le liste estranee?
A Montorio nei Frentani Liberi di Volare (uccello rosso ad ali spiegate su fondo giallo) ha ottenuto un solo voto, Ancora Insieme (stessa grafica vista prima) nemmeno quello; a Ripabottoni Insieme per... il futuro non aveva più il candidato dei record come cinque anni fa, ma è rimasta a zero voti come Progetto Popolare. Resta da dire di Sessano del Molise e di Castelpizzuto: nel primo comune La Nuova Svolta, La Mia Città e Progresso sono tutte rimaste a zero voti (con le ultime due liste che, perlomeno, hanno fanno un certo sforzo grafico); nel secondo ente va segnalata la lista Per Castelpizzuto (anche qui simbolo un minimo elaborato), rimasta a zero voti come Progetto Popolare e L'Altra Italia. Si chiude dunque il viaggio in terra molisana, forse meno ricco che in passato ma certamente non privo di soddisfazioni (per chi esplora i fenomeni elettorali) e di spunti di riflessione (per chi pensa che ci sia qualcosa da sistemare).

Esaurito il Molise, tocca alla Campania che offre qualche caso interessante. Partendo dalle liste politiche, la Fiamma Tricolore ha ottenuto 3 voti (0,66%) a Letino (Ce), mentre L'Altra Italia a Greci e Cairano è rimasta a quota zero, confermando per quel soggetto politico un risultato decisamente negativo a fronte di varie liste presentate. Lo stesso bilancio potrebbe fare Progetto Popolare, apparsa a San Lupo (BN) e ancora a Letino, comune in cui ha raccolto l'unico suo voto di questa tornata elettorale, a fronte di ben 13 liste presentate. Delle tre liste presenti a Romagnano al Monte solo una era locale, premiata con 252 voti su 260 (96,92%): a La mia Città (già vista in Molise) sono andati 5 voti e 2 seggi, mentre Insieme si può con tre voti ha ottenuto il seggio rimasto. Anche qui c'è di che riflettere...
Ad Arpaise (Bn) si è registrata l'unica presenza "sotto i mille" del PPA-Popolo Partite Iva di Antonio Piarulli, ma si è tentati di pensare che in paese siano tutti lavoratori dipendenti, perché nessuno ha votato quella lista. Sui manifesti e sulle schede elettorali si potevano trovare anche Noi Arpaise Bene Comune e Arpaise nel Cuore (scritta con font uguale) e poi Insieme Ancora e La Mia Città 2023… per un totale di cinque liste esterne che hanno preso, in tutto, UN solo voto (se lo è aggiudicato la formazione denominata Noi Arpaise, rimasta comunque ovviamente fuori dal consiglio comunale, non potendo competere con i 240 voti della seconda lista).
Ci ha poi incuriosito il caso di Rocca San Felice (Av). La lista del sindaco uscente Guido Cipriano, Insieme per Rocca, ha ottenuto 460 voti (85.24%); la minoranza è andata a Insieme per Rocca San Felice, con un simbolo totalmente diverso e quindi non confondibile a dispetto del nome simile, con 43 voti (7,98%) e a Per Rocca con 32 voti (5,94%); non potevano mancare Insieme Ancora e Progresso, che hanno ottenuto due voti a testa. Una rapida ricerca consente di identificare le due liste di minoranza come locali, peraltro molti cognomi delle persone candidate si ripetono, nella passata amministrazione ben cinque consiglieri si chiamavano Santoli.
A Cairano (Av) ha vinto con 148 voti (83,15%) la lista Democrazia e Sviluppo, in continuità con l'amministrazione uscente, visto che il sindaco eletto nel 2018 era capolista questa volta; con 29 voti (16,29%) si è piazzata al secondo posto e ha ottenuto i tre seggi di minoranza Costruiamo il Futuro, il cui candidato sindaco - Giuseppe Frieri -  era consigliere uscente. Ha votato solo il 23,04% degli aventi diritto, così si spiegherebbe la scelta di presentare una seconda lista locale (nel 2018 ne corsero appunto solo due); evidentemente non ci si  aspettava la presenza di La Mia Città (1 voto), Uniti si Vince e L'Altra Italia che invece nessuno ha scelto. Una curiosità: in lista con Costruiamo il Futuro, al numero 2, c'era un candidato con un nome e un cognome storico: Gabriele D’Annunzio.
Hanno concorso sei liste a San Lupo, con una competizione molto accesa tra San Lupo Noi il Futuro e Rinascita - Di Palma Sindaco: è finita 271 a 245 per la prima formazione, con Concetta Di Palma che ha fatto meglio del 2018 quando si era fermata a 170 voti (31,31%, mentre stavolta ha avuto il 47,48%). Le altre quattro liste, come in parte abbiamo già visto, sono Uniti si Vince, Progetto Popolare, Progresso e La Svolta - Continua... che presenta, stranamente, un simbolo con un minimo di elaborazione grafica (mutuata però da Stanchi dei soliti, lista sorta in modo del tutto genuino a Crotone nel 2011); a queste liste, in ogni caso, non è arrivato neppure un voto.
Nel casertano, a Letino le liste erano sette: il sindaco uscente Pasquale Orsi è stato riconfermato con 401 voti (87,55%), poi troviamo Letino: Torni a risplendere (con i due punti incorporati) che ha ricevuto solo 53 consensi (11,57%), ma sono bastati per eleggere i tre consiglieri di minoranza; va detto che il candidato sindaco è nato proprio a Letino ed era consigliere di minoranza uscente, mentre nel 2018 la competizione era stata molto più tirata (finì 257 a 244). Le altre cinque sono le già viste Fiamma tricolore, Progetto Popolare e le immancabili +Verde Cuore Ambientalista, Uniti si vince e Alternativa in Comune: se ai primi due simboli arriva un voto a testa, le ultime tre non hanno convinto - giustamente, ci si permette di dire - nessun elettore.
Quanto a Perito, nel salernitano, le liste erano solo due, come nel 2018: se allora era finita 332 a 300 per Carlo Cirillo contro Ivana Cirillo, quest'anno - con simboli diversi - Pietro Apolito (vicesindaco uscente) ha sconfitto 408 a 148 Pasqualino Cirillo  (e a questo punto c'è il grande rimpianto di non aver visto candidato il Partito della follia creativa o una qualunque delle creazioni elettorali del dr. Giuseppe Cirillo...).

La parte più consistente del viaggio è ormai stata compiuta. Non c'è infatti nulla di particolare da segnalare in Puglia e Basilicata, in cui si è votato in quattro comuni "sotto i mille" (due per regione) ma si sono presentate solo due liste locali in ciascuno di essi e anche quelle risultate sconfitte hanno ottenuto esiti competitivi (dunque non apparivano come liste "di comodo").
Le ultime tappe riguardano la Calabria, regione in cui meritano attenzione essenzialmente le liste di Alternativa sociale italiana, presentate oltre a quella vista prima a Roccagiovine in Lazio. La formazione politica con base a Castrovillari si è presentata a Malito, Serra d'Aiello e Canna. A Malito (capolista anche qui era Nicola Aronne), con 29 voti (5,78%), la lista ha sfiorato il seggio perché la seconda lista, La Torre, ne ha presi 98 (17,33%) e 87 diviso 3 fa giusto 29, ma il terzo seggio è stato conquistato comunque da La Torre per aver ottenuto più voti. Quest'ultima lista era presente anche nel 2018 e allora non aveva preso neppure un voto, l’allora candidata sindaca questa volta era tra le candidature al consiglio comunale (in lista c'era comunque almeno una persona nata a Malito).
A Serra d'Aiello Asi ha ottenuto un solo voto su 367 (tra le due locali è finita 230 a 136). A Canna, infine, 4 voti (0,88%) sono andati ad Asi, mentre stupisce il risultato della terza lista, Insieme per Cambiare Canna, che pur candidando persone native del luogo ha ottenuto solo 33 voti (7,28%) e nessun seggio. La competizione principale è finita infatti 239 a 177 tra Viva Canna (del sindaco uscente confermato) e SiAmo Canna: chissà se a qualcuno è venuto almeno per un attimo in mente di osare, anche solo per vedere l'espressione dei funzionari del comune nel ricevere i documenti di un'ipotetica lista Canna Libera...

Si chiude così il viaggio elettorale "sotto i mille" per quest'anno, in attesa di sapere se sarà stato anche l'ultimo (qualora le norme sulle elezioni nei piccoli comuni completino il loro percorso parlamentare) o se sarà necessario battere ancora - come facciamo ininterrottamente dal 2016 - comune per comune, sito per sito, albo per albo, manifesto per manifesto.