Visualizzazione post con etichetta Federazione dei Verdi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Federazione dei Verdi. Mostra tutti i post

martedì 9 marzo 2021

Facciamo Eco, nuova componente grazie alla Federazione dei Verdi

L'evento era stato annunciato da giorni, in particolare da Rossella Muroni, già presidente di Legambiente ed eletta alla Camera nelle liste di Liberi e Uguali: "
Alla fine del 2017 Piero Grasso mi ha proposto di candidarmi da indipendente con il nascente progetto di Liberi e Uguali: aveva in mente un partito moderno, con valori chiari e con lo sguardo fisso sul futuro, soprattutto sui temi dello sviluppo sostenibile. [...] Sono passati tre anni e da allora ho provato a lavorare affinché prendesse forma quel 'progetto visionario'. La storia la conoscete: LeU non è mai nata. LeU esiste come gruppo parlamentare, nella maggioranza e al Governo. Esiste anche nei sondaggi e nell'immaginario delle persone, specialmente di quelle che si sono impegnate affinché diventasse qualcosa di più. Ma non nella realtà, perché non ha saputo - o voluto - essere all’altezza della sfida che sognava di vincere". Così Muroni il 3 marzo aveva annunciato il suo ingresso nel gruppo misto, con l'idea di creare "un presidio Verde in Parlamento". 
Questo presidio è stato presentato ufficialmente oggi, nelle forme di una nuova componente politica del gruppo misto, denominata Facciamo Eco - Federazione dei Verdi e composta, oltre che da Muroni, da Alessandro Fusacchia (eletto in +Europa) e da Lorenzo Fioramonti (eletto con il MoVimento 5 Stelle, uscito all'inizio del 2020 e che in molti si attendevano di vedere alla guida di un gruppo o almeno di una componente, denominata proprio Eco). La componente non è ancora stata formalmente registrata nel sito della Camera (anche se probabilmente sarà annunciata nel corso della seduta odierna), ma per Muroni è soprattutto un'articolazione "assolutamente preziosa e indispensabile in un momento in cui tutti parlano di transizione ecologica. Abbiamo votato la fiducia al governo Draghi, ma proprio per questo siamo convinti che c’è bisogno di uno scatto di responsabilità e di incalzare questo esecutivo sui temi della transizione ecologica, e non solo". 
Il primo nome della componente, quello più aderente alla presenza parlamentare effettiva, è Facciamo Eco: il nome richiama tanto l'ecologia, quanto l'economia (quindi una via che renda compatibili entrambi i piani), "ma - aggiunge Muroni - significa anche 'fare eco' alle tante voci che rimangono fuori dal Parlamento e chiedono di essere ascoltate, comprese quelle del mondo dell'innovazione culturale, della scuola, della formazione, dell'innovazione in campo ambientale; penso per esempio migliaia imprese green che potrebbero dare un grande contributo a questo paese in termini economici e di posti di lavoro e invece non trovano riferimenti. Non possiamo assolutamente accettare che la transizione ecologica rimanga uno slogan o un'indicazione che arriva dall'Europa".
Il nome della componente, peraltro, è composto anche da un'altra parte e, naturalmente, non è un caso: sempre Muroni ha infatti ricordato, in modo piuttosto franco, che la componente "vede la luce grazie alla collaborazione dei Verdi italiani". Com'è ben noto a chi frequenta questo sito, perché una componente di almeno tre persone sorga occorre che questa rappresenti un partito che esisteva con certezza al tempo delle elezioni e abbia presentato candidature alle ultime elezioni della Camera "anche congiuntamente con altri". Questo requisito è integrato dalla Federazione dei Verdi, che ha concorso al voto del 2018 all'interno della lista Insieme Italia Europa, insieme al Psi e ad Area civica. 
Muroni si è però affrettata ad aggiungere che l'iniziativa parlamentare nasce "anche in ambito europeo", rivendicando il collegamento con rappresentanti dei Verdi europei, visto che la transizione ecologica non può che avere un respiro continentale: "In Parlamento ci batteremo per le generazioni future, cui stiamo fisicamente sottraendo risorse; poi ci batteremo per l'ecologia vera e non di facciata, quella del greenwashing; ci batteremo per l'Europa come punto strategico e per coloro che meritano riscatto anche se non vengono ascoltati; ci batteremo per la cura dei processi, della relazione tra le persone, del pianeta; ci batteremo per i talenti, di cui il nostro Paese è ricchissimo ma fanno fatica ad emergere". In questo senso, i membri della componente hanno presentato anche un pacchetto programmatico "per partire": il servizio civile ambientale, una riforma fiscale "verde" per sostenere le imprese nella transizione ecologica, digitalizzazione e sburocratizzazione della pubblica amministrazione, classi scolastiche a misura di studente, più valore alle competenze green e, in generale, più investimenti per una nuova cultura (anche tecnologica, ma non solo) che possa rigenerare tanti luoghi d'Italia.
Proprio in virtù del sostegno che ha consentito il sorgere della componente benché nessun esponente "verde" sia stato eletto nei collegi uninominali o plurinominali nel 2018, è intervenuta Elena Grandi, co-portavoce dei Verdi, sottolineando la necessità dell'impegno congiunto sulla giustizia ambientale e sulla giustizia sociale. "Siamo molto contenti come Federazione dei Verdi di far parte di questo progetto - spiega - così potremo lavorare su temi che a tutte e tutti noi stanno a cuore: abbiamo gli strumenti per fare un grande lavoro insieme, nella consapevolezza che la ripresa che dovrà partire da questa transizione ecologica". Tra le altre persone intervenute, va segnalata anche Vula Tsetsi, segretaria generale del gruppo verde (European Green Party) al Parlamento europeo, che ha ribadito il pieno sostegno alla componente ecologista alla Camera attraverso i Verdi italiani: "Per noi l'Italia è un paese di estrema importanza, vediamo una crescita molto importante in tutta l'Europa e crediamo sia politicamente molto importante concentrarsi sull'Italia perché possa essere interessata da questa 'onda verde', mentre siamo sorpresi di tutti questi partiti che si proclamano veri ecologisti, ma sono stati al governo, potevano fare e non hanno fatto, quindi non vanno presi sul serio". 
Al di là del contenuto della conferenza stampa, Fioramonti su Facebook ha dichiarato: "In questa fase politica, in cui tutti si reinventano ecologisti, è importante che chi ha una storia di impegno concreto sul fronte ambientalista faccia sentire la propria voce, dando spazio a tutte quelle realtà associative e scientifiche che da decenni si battono per una vera transizione ecologica del Paese. Grazie all'accordo con la Federazione dei Verdi, abbiamo deciso di mobilitarci per ricordare come un vero cambiamento sia possibile solo dando 'voce' a chi non ce l'ha, soprattutto le nuove generazioni, che ci chiedono un'inversione di rotta tanto radicale quanto concreta per garantire un futuro sostenibile. L'ambientalismo politico non può prescindere da una nuova visione dell'economia, che sia improntata ai valori dell'ecologia, facendo leva su tutti gli ecosistemi dell'innovazione tecnologica e sociale".
Particolarmente interessante, tuttavia, è un post pubblicato il 3 marzo (lo stesso giorno dell'uscita di Muroni da Leu) sulla sua pagina Facebook da Alessandro Fusacchia, che dopo l'abbandono di +Europa il 12 ottobre 2019 ha continuato a identificarsi almeno in Movimenta, associazione politica che nel 2017 lo stesso Fusacchia ha contribuito a fondare e che inizialmente era vicina a Radicali italiani, poi ha continuato il suo percorso come piattaforma di innovazione politica progressista, ecologista, femminista ed europeista. 
Il post di cui si parlava poc'anzi dà conto di alcuni passaggi dei mesi scorsi, particolarmente interessanti per chi studia le dinamiche dei partiti e delle articolazioni parlamentari (in particolare il sorgere e la permanenza delle componenti). Merita di essere riportato un passaggio: 
Da quando un anno e mezzo fa - al momento del varo del secondo governo Conte - avevo lasciato +Europa, la componente al Misto di cui sin dal mio arrivo alla Camera facevo parte con i colleghi Bruno Tabacci e Riccardo Magi (anche loro eletti di +Europa), era diventata de facto una componente ‘tecnica’, puramente istituzionale, senza più una prospettiva politica comune. Tra dicembre e gennaio si era poi verificata l’uscita di Magi e l’ingresso di molti colleghi, principalmente ex 5stelle, incoraggiati dall’ipotesi illustrata da Tabacci di diventare uno spazio di riferimento per Giuseppe Conte, cosa che aveva ritrasformato la natura della componente. In questi anni ho sempre considerato Movimenta la piattaforma con cui portare avanti istanze e battaglie in cui credo, dialogare con altre realtà, costruire iniziative. Mi è sembrato quindi logico e naturale prendere un’iniziativa politica complementare anche in Parlamento, concorrendo a creare una componente nel gruppo Misto con colleghe e colleghi con cui sento – a partire proprio da Rossella Muroni, di cui vi invito a leggere l’intervista rilasciata oggi a Repubblica – piena affinità politica e con cui sono pronto a scommettere che un altro modo di fare politica sia ancora possibile. Prima di muoverci, abbiamo preferito aspettare che la crisi di governo si risolvesse e che il nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi fosse pienamente a regime, non volendo che la nostra operazione venisse letta diversamente da quello che è. Adesso si può tornare a discutere di visioni politiche e di priorità per l’Italia.
Quella annunciata oggi è solo una componente, non c'è l'idea di costituire un partito: "Io - ha detto Muroni rispondendo a una domanda di Emanuele Bompan, del Fatto Quotidiano, alla fine della conferenza stampa - penso che i partiti non vadano fondati in Parlamento, men che meno con una componente del gruppo misto; il tentativo è di dare il contributo a ridefinire un campo che mi sembra pieno di macerie, ma vogliamo essere molto attenti a essere disponibili per un processo di ricostruzione, non certo a essere l'ennesima frazione che si crea. Non si tratta né di iscriversi ai Verdi né, appunto, di fondare un partito, ma di avere una componente in Parlamento utile a chi fuori da qui vorrebbe tanto fare politica ma è ormai scoraggiato". In effetti un vero simbolo della componente non c'è: alla fine della conferenza stampa Fusacchia, Muroni e Fioramonti hanno mostrato ai fotografi una grafica semplicissima, contenente il nome della componente (anzi, per l'esattezza quello mostrato era il sito FacciamoEco.it) bianco su un rettangolo verde chiaro, a sua volta su fondo viola. Si tratta dei colori che caratterizzano il citato sito web, senza che si possa parlare di un simbolo, che in effetti non è nemmeno richiesto: l'unico che serviva davvero, in fondo, era quello dei Verdi.

martedì 16 aprile 2019

Europee 2019, il Fronte Verde partecipa alle liste di Europa Verde

Tra oggi e domani, com'è noto, presso le corti d'appello delle cinque circoscrizioni individuate dalla legge (Milano, Venezia, Roma, Napoli, Palermo) occorrerà depositare le liste per poter concorrere alle elezioni europee 2019. Le formazioni che hanno dovuto raccogliere le firme - essenzialmente il Partito comunista italiano, se ce la farà - hanno dovuto scegliere i candidati tempo fa, prima che i sostenitori sottoscrivessero quegli elenchi; le liste esenti dall'obbligo della raccolta, invece, potrebbero fino all'ultimo modificare i nomi (purché, ovviamente, il resto della documentazione sia corretto e completo). Anche per questo, proprio questa mattina il Fronte Verde - che aveva presentato il simbolo al Viminale ma non era nella condizione di presentare liste, vista la mancanza della dichiarazione di trasparenza - oggi ha potuto annunciare la sua adesione ufficiale al progetto politico del cartello ecologista Europa Verde, inserendo propri candidati nelle liste da questo presentate.
“Abbiamo deciso, mantenendo con coerenza la nostra idea di una futura Confederazione ecologista, di inserire nostri candidati nelle liste di ‘Europa Verde’, di cui condividiamo il programma ambientalista", spiega il presidente nazionale del Fronte Verde Vincenzo Galizia: l'accordo sembra essere stato facilitato - oltre che dalla mancata partecipazione dei Verdi al progetto elettorale della Sinistra europea - dalla caratterizzazione esclusivamente ecologista della formazione, senza alcun altro riferimento alle forze (come Possibile) che hanno comunque contribuito alle liste. 
Saranno espressione del Fronte Verde, in particolare, le candidature "di due qualificate donne da sempre impegnate - sottolinea ancora Galizia - su battaglie in difesa della Natura, degli animali e della giustizia sociale"; si tratta di Giuliana Farinaro (segretaria federale di Caserta) nella circoscrizione Sud ed Elvira Maria Vernengo (segretaria federale di Palermo) per la circoscrizione Isole, mentre nelle altre tre circoscrizioni saranno date indicazioni di voto. L'operazione, di fatto, è espressione di un accordo tra il Fronte Verde e la Federazione dei Verdi (capofila del progetto elettorale di Europa Verde): "un grazie particolare - continua Galizia - va all'amico Massimiliano Cacciotti, che si è adoperato in questi mesi come tramite tra le varie anime ecologiste. Noi del Fronte Verde siamo pronti a dare il nostro contributo, tutti gli ambientalisti uniti, in un'unica onda verde per la salvezza del Pianeta. Per una nuova Europa Verde dei popoli, fortemente impegnata sui temi della giustizia sociale e della solidarietà, favorevole a un'economia verde e circolare, che ponga come urgenza l'uscita dalla dipendenza dei combustibili fossili per puntare ancora di più su rinnovabili ed efficienza, che combatta in maniera concreta i cambiamenti climatici e che si liberi definitivamente dalla plastica". Anche senza il proprio arciere sulle schede, dunque, il Fronte Verde parteciperà alle prossime europee: si vedrà se sarà l'inizio di un cammino o solo un passaggio, comunque rilevante.

venerdì 3 maggio 2013

Ambienta-Liste e lune che sorridono

Dopo lo scherzetto delle elezioni del 2004, con la lista Verdi-Verdi e Verdi federalisti, gli ambientalisti che non si riconoscono nelle posizioni “sinistre” della Federazione dei Verdi non sono certo sazi: nel 2005 ci sono le elezioni regionali e quella è un’ottima vetrina per avere visibilità e, magari, ottenere un posto da consigliere che non guasta. 
In Piemonte Maurizio Lupi ci riprova con i Verdi-Verdi, recuperando l’orsetto che ride dei tempi migliori (messo in pausa l’anno prima), ma cambiando in seconda battuta il resto dell’emblema: via il colore verde e la scritta Verdi-Verdi, che al Sole che ride non piacevano per niente (specie dopo la sentenza del Consiglio di Stato dell’anno prima) e si sperimenta una nuova dicitura, «l’Ambienta-Lista», un giochetto di parole che può tornare buono in futuro. Sotto all’orso, l’indicazione gigantesca del cognome di Enzo Ghigo, candidato del centrodestra alla presidenza della regione: c’è chi è pronto a scommettere che all’inizio il nome non ci fosse o fosse molto più piccolo, e sia stato ingrandito ad arte su consiglio dello stesso Ghigo dopo aver scoperto che la Lista consumatori, in quel momento gestita dal gruppo di Renzo Rabellino, aveva il simbolo occupato per metà proprio dal cognome di Ghigo. Il quale doveva aver pensato di vendicarsi di quel tiro mancino “simbolico” di Michele Giovine (in quel momento impegnato per la Lista consumatori e che in seguito avrebbe passato qualche guaio a causa di firme false) suggerendo a Lupi lo stesso stratagemma grafico, forse nella segreta speranza che nessuno dei due gruppi ottenesse alcun eletto, mentre dalle urne ne ricevono uno a testa. E pensare che qualcun altro era pronto a giurare che Lupi stesse tentando un accordo proprio coi “nemici” Verdi-Rossi, ovviamente in cambio di una candidatura blindata che non è mai arrivata.  
In Lazio, invece, è di nuovo in pista Roberto De Santis, il vero ideologo degli ambientalisti non di sinistra: anche lui tenta di fare la sua lista in appoggio al centrodestra, dunque a sostegno della candidatura di Storace. Il simbolo scelto, a suo modo, è devastante, a partire dal nome scelto per la formazione, «Ecologisti verdi»: una sinfonia di verde in varie tonalità colora il contorno del cerchio e buona parte del fondo, quella che sta sotto a un arcobaleno di cinque colori. In alto, in un irrealistico cielo bianco, da dietro l’arcobaleno occhieggia una luna arancione, disposta a mo’ di sorriso (così anche gli alfieri del sole ridente sono serviti) e, su tutto, è sovrapposta la denominazione del partito, con la parola «Verdi» in assoluta evidenza (ma vah!) e tinta in un vezzoso verdino chiaro.  
Per l’ufficio centrale circoscrizionale, però, mancano dei certificati elettorali e le firme depositate non sono più sufficienti, dunque la lista per il momento resta fuori: per la Federazione dei Verdi è ugualmente allarme rosso, perché l’ufficio avrebbe concesso una proroga di due giorni per integrare la documentazione e potenzialmente gli Ecologisti Verdi non sono ancora fuori gioco. Per questo, il Sole che ride fa immediatamente ricorso al Tar e convoca conferenze a destra e a manca, denunciando a sua volta irregolarità nella raccolta delle firme (sempre loro, ieri, oggi e domani). «Firme doppie o triple, stessa identità ma grafie diverse, elenchi in cui i firmatari seguono un preciso e inverosimile ordine alfabetico e che compaiono più volte nello stesso fascicolo»: c’è tutto questo nella denuncia presentata da Angelo Bonelli, in quel momento capogruppo verde alla Pisana. Qualcosa in effetti ci doveva essere (ma quanti possono dire di essere davvero mondi, in tema di sottoscrizioni?): prima il Tar, poi il Consiglio di Stato escludono la lista dalla competizione e la luna che sorride non vedrà mai le schede.  
Non è la fine della storia, naturalmente: anzi, la parola «Ecologisti» sfoderata nel 2005 finisce per legarsi a doppio filo a De Santis, ma per raccontarla ci sono le prossime puntate.

lunedì 4 marzo 2013

Quando il Verde non è rosso


Un orsetto, tanto pacifico e sorridente all'apparenza, si era trasformato in una vera spina nel fianco. A ogni elezione che si svolgesse anche in Piemonte, Maurizio Lupi si presentava con il suo simbolo dei Verdi Verdi e prendeva voti. "Sottraendoli con l'inganno alla Federazione dei Verdi", secondo gli attivisti del Sole che ride. Nel 2003 la partita rischiò di farsi davvero insidiosa. Ai Verdi Verdi, infatti, si erano riavvicinati Roberto De Santis e parte di coloro che avevano dato vita all'esperienza dei Verdi liberaldemocratici: c'erano le basi per un percorso politico comune che, sulla carta, poteva portare grossi cambiamenti sul fronte ambientalista.
Non era un "matrimonio d'amore", quello tra Lupi e De Santis: lo racconta proprio quest'ultimo, nel suo libro Da una "grigia" a una "verde" politica. "Lupi non aveva una precisa identità culturale ma solo fini personalistici. Questo ci permetteva, garantendogli quello spazio elettorale di cui aveva bisogno, di avere mani libere nel costruire un percorso politico dotandolo di uno specifico programma e dunque di un’anima. Il contenitore dei Verdi Verdi, almeno formalmente poiché da sempre storicamente presenti, poteva dare maggiore credibilità al progetto". De Santis ci avrebbe messo le idee e l'elaborazione teorica del programma, Lupi il simbolo storico e la notorietà: potenzialmente ne avrebbero guadagnato entrambi. Non devono aver avuto una vita facile, i Verdi Verdi anche in versione "allargata": con il Sole che ride da anni schierato con la sinistra, la lista dell'orsetto continuava a salutare ma spesso lo faceva da un'alleanza di centrodestra o, comunque, in quel modo erano considerati dai simpatizzanti della Federazione dei Verdi. "Non esisteva ancora culturalmente e sotto il profilo programmatico, un approccio alle questioni ambientali con un taglio e profilo in netta antitesi al pensiero ideologico dominante - riconosce De Santis - eppoi in questo paese c'è sempre il bisogno di confinarti in una categoria: se non sei di destra, sei di sinistra e viceversa. Ma non avevamo altri mezzi, pertanto eravamo senza via d’uscita". Lo capì bene proprio Roberto De Santis, quando - da segretario nazionale dei Verdi Verdi - si candidò alle elezioni provinciali di Roma: come slogan della sua campagna elettorale scelse due affermazioni quasi in antitesi, da una parte "L'ambiente non ha colore", dall'altra "Il Verde non è rosso". 
Quella volta i Verdi Verdi dovettero accontentarsi di 5418 voti, lo 0,56% dei consensi totali; De Santis come candidato presidente superò le 6mila preferenze, ma la percentuale si fermò allo 0.51%. Roma e Piemonte a parte, il partito avrebbe voluto estendersi territorialmente per acquistare più spazio: per essere sicuri di partecipare alle elezioni, però, occorrevano le firme. Operazione brigosa e che rischia di non pagare, se alla fine non si elegge nessuno (soprattutto perché nessuno ti aiuta, se pensa di non vedere risultati). Eppure nel 2004 il salto di qualità era quasi a portata di mano: c'era il turno più nutrito delle elezioni amministrative e, soprattutto, si votava per rinnovare il Parlamento europeo. I Verdi Verdi sarebbero stati della partita, ma la storia merita di essere raccontata a parte.

domenica 17 febbraio 2013

Gruppi verdi crescono

Dopo aver partecipato alle elezioni amministrative e regionali del 1985, le Liste Verdi decidono che va bene giocare fuori dagli schieramenti, ma coordinarsi nel gioco è decisamente meglio. Arrivano così a costituire, il 16 novembre 1986 a Finale Ligure, una Federazione delle Liste Verdi: nel darsi uno statuto comune, le liste decidono ovviamente di mantenere il contrassegno che l'anno precedente aveva ottenuto una buona accoglienza e l'interesse di vari elettori. Continua dunque a (sor)ridere il sole che dall'inizio campeggia sugli emblemi scelti da ciascuna Lista Verde in Italia e diventa a sua volta emblema della federazione, destinato a durare decisamente a lungo, fatte salve alcune modifiche grafiche.
Tutto sembra andare per il meglio, tant'è che nel 1987 il soggetto politico presenta il suo contrassegno alle elezioni politiche, ricavandone un buon bottino di deputati e senatori (quattordici parlamentari in tutto, non male come primo risultato). Alle elezioni europee del giugno 1989 si presenta lo stesso emblema, aggiungendo giusto la dicitura "Verdi Europa" (anche se, in effetti, i Verdi europei usano più facilmente un girasole, ma chisseneimporta), eppure spunta un incomodo: il suo nome è Verdi Arcobaleno. A dispetto del nome, non c'è nessun elemento iridescente nell'emblema che caratterizza la formazione nata dall'incontro di Mario Capanna (e degli altri ex Arcobaleno di Democrazia proletaria), di alcuni fuoriusciti dai Radicali (da Adelaide Aglietta a Francesco Rutelli) e di altri con sensibilità ambientalista: ci sono solo - ovviamente non sulle schede, ancora in bianco e nero, ma sui manifesti e in tv - il verde della parte superiore del cerchio di sfondo e il giallo della parte centale della mezza margherita che costituisce il simbolo del partito. Eppoi c'è quella parola maiuscola, "Verdi" (scritta tra l'altro proprio in verde, per lo meno sui manifesti) che non può passare inosservata. Risultato, la Federazione delle Liste Verdi raccoglie il 3,8% (con 3 seggi), ma i Verdi Arcobaleno da soli si portano a casa il 2,4% dei voti (e 2 seggi). 
Le due formazioni capiscono in fretta che disperdere le forze, in questo caso, non paga: già alle regionali del 1990 - salvo qualche regione in cui scelgono di continuare a presentarsi separatamente - iniziano un cammino di condivisione, che le porta a scegliere un simbolo comune. E' una sorta di compromesso grafico tra i due emblemi precedenti: l'elemento figurativo resta il sole che ride (la cui presa sugli elettori è già stata verificata), ma in primo piano c'è la scritta maiuscola "Verdi", che indubbiamente risalta. Tempo pochi mesi e a dicembre, a Castrocaro, i due soggetti si fondono: da lì in poi ad agire è la Federazione dei Verdi, il cui simbolo è la versione leggermente ritoccata di quello elaborato pochi mesi prima. Sembra la fine di un percorso; eppure, nell'arcipelago verde spunteranno altre isole che rivendicheranno, a vario titolo, il loro ruolo. Gli elettori se ne accorgono nel 1992, ma per arrivarci c'è tempo.

giovedì 7 febbraio 2013

Quando il sole cominciò a ridere

Con quel nome, esistevano già ed erano conosciuti da una buona parte degli elettori, anche quando le schede elettorali erano in bianco e nero. Del resto, i "rossi" erano rossi già allora nelle teste della gente, a dispetto della stampa monocromatica (i "bianchi" lo erano abbastanza, a giudicare dagli spazi vuoti nel contrassegno; i "neri", per parte loro, lo erano ancora di più, senza il tricolore visibile della loro fiamma); non ci si stupisca dunque se gli ambientalisti, fin dall'inizio, in politica - e non solo in Italia - si sono chiamati Verdi e ancora adesso continuano a chiamarsi così, anche se alle elezioni non si presenteranno direttamente, ma solo attraverso Rivoluzione civile.
Era molto semplice e a un tempo dirompente il loro primo contrassegno, comparso sulle schede di qualche elezione regionale nel 1985: nel cerchio, completamente nero senza sfumature, risaltavano per il loro colore bianco il nome della "Lista verde" (di costituire un partito di livello nazionale, ancora non si parlava) e, al centro, il disegno subito ribattezzato da tutti "sole che ride". I primi ad adottarlo, dieci anni prima, erano stati vari antinuclearisti danesi, ma da allora quel sole divertente e divertito era diventato in tutto il mondo uno dei simboli preferiti degli attivisti contrari al nucleare
Arrivò a sbarcare anche in Italia, pare per iniziativa di quel vulcano di Marco Pannella: raccontano alcuni sedicenti ben informati che quel segno, come marchio, se lo era già messo da parte Marco Pannella, un po' come con la "rosa nel pugno" del Partito socialista francese; gli stessi ben informati sono pronti a giurare che proprio Pannella, per concedere l'uso del contrassegno alle liste, non abbia voluto alcuna contropartita. Un dono in piena regola, dunque, che ancora oggi dura: possono non presentarsi alle elezioni con il loro emblema tradizionale, ma quel sole sorridente, alla fine dei conti, nessuno vuole spegnerlo.

giovedì 12 luglio 2012

Cronaca di un Registro mai nato

A volte, per scegliere un simbolo, c’è chi si mette proprio d’ingegno: per tanti anni il lavoro era appannaggio soprattutto di cervelli (che sceglievano il tema del disegno) e mani (che, a matita o a china, davano forma all’idea, spesso con grande attenzione ai dettagli); negli ultimi anni le mani sono passate dall’impugnare pennini a digitare comandi su una tastiera e muovere il mouse per spostare un elemento, ingrandirlo o rimpicciolirlo (ma qualche sacca di disegnatori compulsivi rimane, dura a morire). Restano i cervelli, che in qualche caso esercitano poco la fantasia, in altri la sollecitano a ritmi di lavoro degni di un direttore creativo d’avanguardia in ambito pubblicitario.
Eppure trovare il proprio simbolo e dargli una forma non dovrebbe essere così difficile. Nel 2007, il senatore dei Verdi Natale Ripamonti (assieme al collega repubblicano Antonio Del Pennino) presentò un emendamento alla Finanziaria per chiedere l’istituzione di un «Registro speciale per la tutela dei simboli e dei contrassegni di partito», così che a nessuno venisse più in mente di scopiazzare i segni già rappresentati in Parlamento: protestarono un po’ tutti, perché inserire una norma così all’interno di una Finanziaria sembrava assurdo (d’accordo, per ogni deposito di simbolo lo Stato incassava 5mila euro, ma per alcuni non bastava), in Senato però i sostenitori del Registro non fecero nulla per nascondersi. Sta di fatto che Mauro Cutrufo, barbuto esponente della Democrazia cristiana per le autonomie e non ancora vicesindaco di Roma, prima che il microfono si spegnesse per sforamento dei tempi, riuscì a sentenziare: «Sono disponibili in tutto il Paese circa 50 milioni di simboli». Come a dire: con tutti gli emblemi ancora da sfruttare, vorrete mica clonare proprio i nostri?
Essì, qualcuno che voleva farlo c’era. E lo ha fatto, prima di quella norma (ci avevano rimesso, guarda caso, i Verdi, ma anche la Lega Nord, che difatti quel Registro lo voleva eccome) e anche dopo. Già, perché l’emendamento che istituiva quel Registro, per toglierlo da quella collocazione innaturale, fu stralciato dalla Finanziaria e divenne un disegno di legge a parte. Che lì si arenò, affettuosamente abbandonato ai flutti di una legislatura che sarebbe finita in anticipo e a un inevitabile insabbiamento. Per la gioia, ovvia, dei guastatori e clonatori di professione.