Appartiene pienamente alla natura del mondo la morte delle persone, così come il decadimento del loro corpo e (spesso, ma non sempre) delle loro energie; nonostante questo, non ci si abitua mai davvero a quei passaggi e a quel momento che in tante versioni di latino era indicato come dies supremus. L'ultimo giorno, sì, ma volendo anche quello più alto, perché da lì - anche per chi non crede - si possono contemplare tutti i giorni precedenti; quello decisivo, perché permette un primo bilancio sul percorso della vita di una persona, lasciando che altri in seguito si occupino di come quel percorso è stato ricordato, valorizzato, trasmesso.
Queste osservazioni, certamente valide per la vita quotidiana di chiunque, valgono a maggior ragione in politica: un ambito in cui, per giunta, capita non di rado che alcune figure particolarmente riconoscibili abbiano un cursus honorum lungo, a volte lunghissimo, tanto da far sospettare - specialmente, come sia ricordato più volte, in area democristiana, forse più predisposta di altre a questi pensieri - una sorta di tensione all'eternità da parte di costoro. A ricordare che il tempo per ciascun essere umano è comunque definito, anche quando è molto dilatato, provvede puntualmente l'incontro inesorabile con la "nera signora", dopo il quale occorre arrendersi all'idea che quella persona non sarà mai più candidata o eletta, non rilascerà più dichiarazioni e interviste, anche se verosimilmente sarà sufficiente attingere alle tante parole dette in passato e consegnate ai media per immaginarne il pensiero in varie circostanze (a costo di strattonarlo, in modo più o meno vistoso). Tutto questo vale anche, naturalmente, per Emma Bonino e per Raffaele Costa, morti oggi alla rispettiva età di 78 e 90 anni; entrambi piemontesi (anzi, della provincia di Cuneo: di Bra lei, di Mondovì lui), hanno vissuto resistenze completamente diverse, accomunate però da una lunghissima militanza politica, da una consistente presenza nelle aule parlamentari e nelle istituzioni (entrambi hanno ricoperto incarichi ministeriali) e dalla chiara riconducibilità a un'area politica - quella radicale per Bonino, quella liberale per Costa - anche se entrambi i cammini sono stati legati a più sigle partitiche e a più simboli.
In queste ore, in questi giorni saranno moltissimi i ricordi, gli articoli, le testimonianze, ovviamente anche gli interventi critici, sicuramente rispettabili in quanto rispettosi (diversamente dai commenti francamente inaccettabili che puntualmente, quando la vita di un politico finisce, e non di rado anche prima, è sempre più frequente leggere). In questo sito, data la particolarità del punto di osservazione che si adotta, invece che ripercorrere per intero le biografie di chi non c'è più si preferisce concentrarsi su alcuni momenti, alcuni passaggi cruciali che hanno avuto un valore simbolico, anche in senso letterale.
Quando divenne segretario del Partito liberale italiano dopo Renato Altissimo (dimessosi dopo essere finito nell'elenco degli "avvisati" di "Mani pulite"), il 27 maggio 1993, Raffaele Costa era alla sua quinta legislatura e alla sua terza esperienza da ministro: era alla guida del dicastero dei trasporti, nella compagine del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi. Era già da tempo innescato il processo che stava squassando la politica italiana - lo stesso governo Ciampi era nato dopo il successo travolgente dei referendum del 18-19 aprile, incluso quello che aveva trasformato il sistema elettorale del Senato in senso maggioritario, e Giuliano Amato aveva lasciato Palazzo Chigi proprio perché aveva letto quel risultato referendario come un avviso di sfratto per chi stava governando - e probabilmente lo stesso Costa dovette avere la sensazione che la sua segreteria del Pli sarebbe stata l'ultima, un po' perché il sistema politico stava cambiando, anche per gli effetti delle inchieste sulla corruzione, un po' perché i debiti del partito avrebbero impedito di continuare giuridicamente quella storia. Così in effetti fu: dal 4 al 6 febbraio 1994 si tenne all'hotel Ergife di Roma il XXII congresso del Pli, l'ultimo, perché alla fine la platea congressuale decise - forse illegittimamente, perché secondo alcuni non si raggiunse la maggioranza indicata allora dallo statuto - lo scioglimento del partito, avviandolo alla liquidazione, per poi fondare subito dopo la Federazione dei liberali (inizialmente con quasi tutti gli ex delegati del Pli, poi essenzialmente con coloro che erano meno legati al centrodestra), sotto la guida di Raffaello Morelli.
Nello stesso periodo in cui venne scelto come segretario del Pli, tuttavia, lo stesso Costa fondò con Alfredo Biondi e - tra gli altri - Stefano De Luca, allora sottosegretario alle finanze del governo Ciampi, l'Unione di centro, formazione politica cbiaramente alternativa alla sinistra, nata per mano di liberali, ma potenzialmente pronta ad accogliere altri soggetti moderati, con diverse sensibilità. In un convegno organizzato dal Pli il 13 agosto 1993 Biondi definì l'Udc "una speranza di proposta e non di protesta"; per Costa era soprattutto frutto di un pensiero ben chiaro, legato alla riforma elettorale politica appena approvata, le "leggi Mattarella": "Noi dobbiamo pensare - si ascolta nell'intervento, riproposto da Radio Radicale - che nel futuro ci troveremo di fronte a un Paese che elettoralmente si spaccherà [...] e buon per noi se si dividerà in due tronconi e non in un troncone della sinistra e in una miriade di tronconi al centro e al centrodestra. Noi abbiamo davanti una scenario in cui la sinistra aspira legittimamente e persino con dignità a guidare il nostro Paese, ma lo fa con delle idee che sono molto diverso dalle nostre [...]. E allora noi, che pur riconosciamo ad altre forze politiche la possibilità, la dignità, la legittimità di guidare il nostro Paese, abbiamo [...] il dovere di batterci affinché le nostre idee prevalgano". Nella necessità di guardarsi intorno per sapere con chi collaborare, sulla base dei programmi, Costa disse di avere avviato un sondaggio "per cominciare timidamente a saggiare il polso della situazione, a sentire i nostri 18500 iscritti e anche molti amici vicini a noi [...]. Gran parte degli amici ci ha chiesto di collaborare esclusivamente fra le forze politiche di centro; una modesta quota ha chiesto di collaborare con le forze politiche di centrodestra; qualcuno ci ha chiesto - non pochi, ma non moltissimi - di aprire un discorso con la Lega; molti ci hanno invece chiesto di combattere la battaglia da liberali. Io vi devo dire che combatte la battaglia da liberali è sicuramente utile, sicuramente bello e sicuramente in cima ai miei pensieri ma [...] neppure la Democrazia cristiana, neppure il Pds sono in grado di combattere una battaglia da soli".
L'Unione di centro iniziò a mettere radici sui territori, partecipò ad alcune elezioni amministrative nell'autunno del 1993 (ma lo fece con simbolo disomogenei, di cui varrà la pena parlare in seguito), poi, sciolto il Pli, emerse come principale soggetto politico dichiaratamente liberale finito in naturale dialogo con la compagine che si stava creando attorno alla figura di Silvio Berlusconi: alla conferenza di presentazione del Polo delle libertà Costa definì la "sua" Udc "il filone liberale più tradizionale" di quella coalizione. Sfruttando la possibilità di mostrare fino a cinque contrassegni accanto al nome di ciascun candidato nei collegi uninominali (strategia spiegata a fondo da Peppino Calderisi), anche l'Unione di centro schierò sulle schede rosa il proprio simbolo, nel frattempo consolidatosi: un nastro tricolore (composto da due bande rosse e due verdi alternate tra loro e separate da strisce bianche) annodato e delimitato da una corona circolare blu riportante il nome del partito. Accompagnato anche da quel simbolo, Costa riuscì a farsi rieleggere deputato nel collegio di Fossano - rioccupando anche la carica di ministro della sanità nel primo governo Berlusconi - e si fece confermare pure nelle due legislature successive. Nel frattempo, però, l'Udc - diventata Unione liberale di centro - aveva di fatto aderito a Forza Italia; anche in seguito, in ogni caso, Costa non rinunciò a proporre iniziative liberali all'interno di quel partito, come l'area Liberalismo popolare (con la fondazione delle Case del cittadino). Nessuna, tuttavia, ebbe la forza di quel logo voluto da Raffaele Costa, decisamente nazionale ed elitario insieme, elegante, istituzionale eppure poco tradizionale dell'Udc, che tuttavia ballò per poco più di un'elezione; la sigla, in compenso, nel giro di qualche anno avrebbe traslocato dai post-liberali ai post-democristiani, facendo dimenticare a più di qualcuno quell'episodio precedente, tutto meno che irrilevante.
Quanto a Emma Bonino, ci sarebbe l'imbarazzo della scelta a ricordare episodi della sua vita, tutti intrecciati strettamente con la storia radicale (anche dopo gli ultimi dissidi con Marco Pannella, che avevano portato a dividere le loro strade); eppure almeno un paio di passaggi hanno un valore simbolico imprescindibile.
Il primo si colloca nel 1999, dopo la campagna "Emma for President", con cui Bonino - allora commissaria europea per la cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari e la risposta alle crisi - fu proposta come potenziale Presidente della Repubblica per succedere al Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro. Di voti dal Parlamento in seduta comune - che elesse invece Ciampi al primo scrutinio - ne avrebbe ottenuti soltanto 15, ma la campagna capillare con tavolini e gazebo in giro per l'Italia aveva lasciato il segno e, al momento delle elezioni europee, la commissaria dimissionaria Bonino (che di legislature - sia pure non intere, a seguito della prassi radicale delle dimissioni anticipate - ne aveva già attraversate 6, fino all'ultima in cui era stata eletta nel 1994 per il Polo della libertà nel collegio uninominale della Camera di Selvazzano Dentro) era la radicale più nota in assoluto tra chi questa volta avrebbe potuto votarla davvero. Così, in occasione della seconda assemblea nazionale dei Radicali per la Rivoluzione liberale e gli Stati Uniti d'Europa, tenuta a Monastier di Treviso il 10 e l'11 aprile 1999 (quando ancora non si era votato per il Quirinale), al secondo giorno dell'assemblea Marco Pannella fece una proposta chiara, netta: "Per l'Europa, con la riprova dei questi ultimi quattro-cinque anni, con non solo la vox populi, ma con i riconoscimenti politici e giornalistici di tutta l'Europa e non solo, che cosa d'altro e di meglio può essere proposto 'for Europe' se non 'Emma for Europe'? [...] La cosa semplice per la quale prendo la parola è per proporre a Emma, innanzitutto a tutti noi di annunciare sin d'ora che per le elezioni europea gli elettori del popolo italiano potranno anche scegliere le liste Emma Bonino, anche - se necessario - come voto di appello al voto 'for president' che fosse ispirato ancora una volta semplicemente a calcoli e a tristezza di Palazzo. [...] Nel '92 inventammo, dovemmo inventare per la prima volta in Italia delle liste con il nome di una ditta e la ditta era Marco Pannella; oggi, per gli stessi motivi, ma con la crescita delle ragioni e con una posta infinitamente più importante - storicamente, per il Paese, per noi e per l'Europa - adesso è il momento nel quale dovresti guidare le liste Emma Bonino". La sua risposta - ascoltabile, come l'intervento di Pannella, su Radio Radicale - fu la seguente:
Succederà che in questi giorni sentiamo dibattiti dei più vari, sulla necessità della riforma dell'Europa [...] o di come metterci tutti in grado di meglio prevenire, di meglio guidare, di meglio... e fiumi, fiumi di parole e righe per dire quanto l'Europa sia inadeguata, impreparata, di quanto il trattato che entra in vigore il primo maggio sia obsoleto, si riferisca praticamente a un mondo che non esiste più. Credo che sia nostra responsabilità - insieme ad altri, ma intanto nostra - fare in modo che, passata l'emergenza, passata l'emozione, non si vada tutti col cervello in vacanza o anche magari fisicamente in vacanza e che di queste profonde necessità di riforma - italiana, europea e del Consiglio di sicurezza - rimanga non testimonianza, ma azione. E so perfettamente quanto sia importante - Jean Monnet ce l'ha detto tanto tempo fa, 'Nulla è possibile senza le persone, niente dura senza le istituzioni' [...] -che chi ha una visione federalista e politica dell'Europa riesca a mettere al prossimo Parlamento europeo una testa di ponte di deputati determinati e convinti [...] della necessità di rivedere i trattati con assoluta urgenza e di far incardinare, per esempio, quell'Unione diplomatica e militare che sommessamente mi ero permessa... E quindi so perfettamente quanto sia importante incardinare al Parlamento una testa di ponte determinata, federalista, che non fa del turismo internazionale, ma sa fare dell'attività politica transnazionale [...]. E se, per meglio esplicitare questo programma politico, se "Emma for Europe" o "Bonino for Europe" evoca, esplicita meglio oggi di "Pannella for Europe" o di "Radicali for Europe" questo nostro programma politico, se meglio e più direttamente evoca non solo la nostra storia, i nostri ideali, le nostre battaglie, la nostra voglia di dare un'anima politica liberale all'Europa e alle sue istituzioni - quello che in realtà ho cercato di testimoniare nel modo migliore possibile per me col mio mandato di commissario europeo, mettendoci tutta me stessa - allora, se questo si ritiene, che questo nome, questa faccia sia immediatamente più evocativa, che non ha bisogno di tanti giri di parole [per dire] 'Questa è l'Europa che vogliamo', allora, in questo contesto, allora il mio nome, la mia faccia, che sono patrimonio di tutti coloro che da cinquant'anni federalisti sono - patrimonio radicale ma non solo - allora il mio nome, la mia faccia sono a disposizione.
Le parole di Emma Bonino, come già la precedente proposta di Pannella, scatenarono un applauso incredibile: lei aveva accettato di farsi simbolo e contestualmente era già pronto il simbolo per le elezioni europee, curato presumibilmente da Aurelio Candido. Il cognome di Bonino era l'ingrediente fondamentale su fondo giallo, disposto su un tracciato curvilineo simile a quello che Candido aveva creato nel 1992 per la Lista Pannella; al cognome erano aggiunti il nome "Emma" in carattere Mistral (com'era scritta la parola "lista" nel 1992) e il simbolo della pace rosso e bianco, il tutto racchiuso in una corona blu con le stelle d'Europa (simile a quella delle europee del 1994, ma più consistente). Quel contrassegno fu depositato al Viminale - anche se formalmente a presentarlo fu sempre l'Associazione politica nazionale 'Lista Marco Pannella' - e fu tradotto in liste, che toccarono l'8,45%, la più alta percentuale mai raggiunta dall'area radicale. Nel 2001 fu ripresentato il simbolo della "Lista Bonino" (ma il nome divenne "crescente" e si aggiunse in rosso il sito www.radicali.it); nel 2006 i radicali parteciparono con i socialisti alla Rosa nel Pugno (contrassegno con cui Emma Bonino fu eletta alla Camera, per poi diventare ministra del commercio estero), mentre nel 2008 fu depositato - ma non utilizzato, viste le candidature nelle liste del Pd, che garantirono a Bonino il seggio al Senato e la successiva elezione a vicepresidente di Palazzo Madama - il simbolo Lista Bonino per Pannella presidente; nel 2010 il simbolo della Lista Bonino del 2001 fu inserito in un altro cerchio giallo, con la dicitura "Lista Marco Pannella", vivendo così ancora per una stagione (quella in cui Bonino non riuscì a essere eletta presidente della giunta regionale del Lazio).
Emma Bonino ovviamente c'era anche nel 2013, candidata della Lista Amnistia Giustizia Libertà, non coalizzata e ben lontana dall'ottenere voti sufficienti per superare lo sbarramento del 4%; ciò non le impedì, fallito il tentativo di Pier Luigi Bersani, di diventare comunque ministra degli esteri del governo guidato da Enrico Letta. Tra il 2014 e il 2015 divenne particolarmente evidente la distanza tra Pannella e Bonino, distanza che parve essere la stessa misurata tra il Partito radicale, da un lato, e Radicali italiani dall'altro (e in quel clima, subito prima della morte di Marco Pannella, maturò la presentazione del simbolo delle liste "radicali" alle elezioni comunali di Milano e Roma del 2016, alla cui conferenza stampa di lancio era presente la stessa Bonino).
Tempo un anno e mezzo e Bonino fu pronta a farsi nuovamente simbolo, sia pure per un nuovo progetto politico (in qualche modo in coerenza con il concetto di "biodegradabilità" dei soggetti politici e dei loro simboli praticata in area radicale o post-radicale). Il 23 novembre 2017 fu presentato il logo - creato da Stefano Gianfreda - di +Europa, soggetto politico-elettorale frutto dell'impegno di Forza Europa e Radicali italiani: con Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi c'era anche lei. Fin dall'inizio si pose il grave problema della raccolta delle firme, unito alla difficoltà di indicare prima della ricerca dei sottoscrittori - in base all'interpretazione della legge elettorale - tanto le candidature quanto le eventuali alleanze. Fu in ogni caso subito chiaro che il nome di Bonino avrebbe assicurato, ancora una volta, riconoscibilità e maggiori possibilità di superare lo sbarramento del 3%: nel simbolo presentato a novembre nemmeno un mese più tardi fu aggiunto - su un segmento giallo, colore già impiegato dalla lista Bonino - il riferimento "con Emma Bonino", leggermente spostato in alto e forse rimpicciolito per fare posto alla "pulce" di Centro democratico, dopo che fu accolta - il 4 gennaio 2018 - l'offerta di Bruno Tabacci di un apparentamento tecnico per sfruttare l'esenzione dalla raccolta firme spettante a Cd. già impiegato necessariamente e dovendo anche L'associazione-partito fu fondata il 10 gennaio (anche con l'apporto di Centro democratico e di Gianfranco Spadaccia) e il nome ufficiale fu +Europa, ma con atto separato Bonino mise a disposizione il proprio nome e altrettanto fece nel 2022, alla vigilia delle elezioni politiche anticipate: in nessuno dei due casi le liste riuscirono a superare il 3%, ma i loro voti concorsero all'elezione di un numero non irrilevante di parlamentari delle coalizioni di centrosinistra e, comunque, alla vittoria in alcuni collegi uninominali (incluso quello che nel 2018 riportò Bonino al Senato per l'ultima volta).
Fa una certa impressione che "Emma" - tra le poche persone del mondo politico per cui il solo nome sia sufficiente a evocare una figura e la sua azione - se ne sia andata proprio nel giorno in cui l'aula di Palazzo Madama, la sua ultima casa istituzionale, ha approvato una norma (su cui bisognerà tornare molto presto) che moltiplica per quattro il numero di firme che i partiti non presenti in Parlamento dovrebbero raccogliere per presentare liste: chissà che ne pensa lei ora, là dove "non arrivano gli ordini / a insegnarti la strada buona", magari avvolta nel fumo delle sue sigarette.




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