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lunedì 23 agosto 2021

1994: la Lega immigrazione no di Gremmo mancò l'approdo in Liguria

Il 1994 si prospettava come un anno davvero difficile per Roberto Gremmo, soprattutto dopo le novità assai poco gradevoli che gli aveva riservato l'anno precedente. La mancata rielezione in consiglio regionale in Valle d'Aosta era stata un brutto colpo per lui, così come l'abolizione dell'esonero dalla raccolta firme alle elezioni amministrative e regionali per i partiti che erano rappresentati in Parlamento lo era stato per il suo progetto politico autonomista. Per essere presenti alle elezioni comunali e provinciali - per le quali si sarebbe continuato ad applicare il sistema a elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia - occorreva infatti di nuovo andare territorio per territorio in cerca di sottoscrizioni o avere referenti locali in grado di fare lo stesso. Una cosa relativamente facile per un partito strutturato a livello nazionale o almeno regionale (ugualmente tenuto a raccogliere le firme), ma ben più onerosa per un gruppo che disponeva di minor forza e, pur essendo riuscito con abilità e un po' di fortuna ad approdare in Parlamento con un rappresentante, avrebbe dovuto faticare molto di più per farsi conoscere comune per comune.
La situazione per Gremmo non era semplice neanche nel suo Piemonte. Da una parte, la Lega Nord era cresciuta moltissimo, arrivando al 23,35% alle comunali di Torino, risultando il primo partito (ma Domenico Comino era rimasto fuori dal ballottaggio per aver avuto meno voti personali di Valentino Castellani, che poi al secondo turno aveva battuto lo sfidante Diego Novelli); dall'altra si profilava una concorrenza insidiosa. 
Da La Stampa del 10 febbraio 1993, pag. 35
Alle stesse elezioni del 1993, infatti, si era proposto come sindaco anche 
Claudio Pioli, eletto nel 1992 deputato con la Lega Nord, ma iscritto al gruppo misto dal 23 febbraio 1992, giusto un paio di settimane dopo la chiusura del congresso piemontese leghista che aveva confermato segretario Gipo Farassino (di stretta osservanza "bossiana"), alla fine non sostenuto da Pioli. Proprio Pioli era stato indicato come possibile candidato alla segreteria da Renzo Rabellino, eletto nel 1990 consigliere regionale con la Lega Nord Piemont nella circoscrizione di Torino (dietro a Farassino, nel 1992 divenuto deputato). Rabellino, espulso dalla Lega e passato anch'egli al gruppo misto, all'indomani dell'espulsione aveva annunciato una rifondazione della Lega nel segno del federalismo, del liberismo economico e dell'attenzione alle minoranze. 
Il progetto sarebbe diventato più concreto in seguito (come Lega per il Piemonte), ma già alle elezioni comunali del 1993 c'era stato il tempo per mettere in piedi una lista a sostegno di Pioli, denominata Lega per Torino e contrassegnata da una stilizzazione della Mole Antonelliana blu (come il profilo del centro cittadino) su fondo giallo. La Lega Nord aveva protestato contro l'ammissione di quel simbolo (e anche di quello della Lega vento del Nord, a sostegno del candidato dei Verdi-Verdi Maurizio Lupi e con all'interno la "pulce" della Lega alpina lumbarda di Gremmo e De Paoli), ma l'emblema era rimasto al suo posto. Alla fine Pioli aveva ottenuto l'1,73%, ma la Lega per Torino aveva raccolto il 2,12%: se quei voti fossero andati a Comino, al ballottaggio ci sarebbe andato certamente lui e la sfida con Novelli sarebbe stata di sicuro interesse. A Gattinara, addirittura, dove la Lega Nord non era riuscita a presentare la propria lista, la Lega per Gattinara (sempre del gruppo Pioli-Rabellino) era arrivata al 31,18%, poco più di quattro punti sotto la lista vincitrice. Farsi strada in Piemonte, dunque, era sempre più difficile, anche per chi - come Gremmo - per anni era riuscito a emergere in varie situazioni, a dispetto delle tante batoste ricevute.
Nel 1994 erano previste le elezioni europee, ma finita l'esperienza del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi erano sempre più vicine anche le elezioni politiche. Le norme con cui si sarebbe votato erano note da mesi, cioè fin dall'entrata in vigore delle leggi nn. 276 e 277 del 1993, nate sulla spinta del referendum elettorale di quell'anno (che aveva cancellato la distribuzione proporzionale dei seggi al Senato): proprio quelle ribattezzate da Giovanni Sartori - sul Corriere della Sera nell'editoriale del 19 giugno 1993 - Mattarellum, visto che relatore di quelle disposizioni alla Camera era stato Sergio Mattarella (e il nomignolo affibbiato al deputato Dc, attuale Presidente della Repubblica, non era proprio un complimento).
Non solo le leggi elettorali erano note per tempo; dalla fine del 1993 erano ufficialmente noti anche i collegi uninominali che l'apposita commissione - guidata dal presidente dell'Istat, Alberto Zuliani e composta da vari docenti ed esperti, incluso Antonio Agosta, viceprefetto e capo dell'ufficio legislativo del ministro per le riforme elettorali ed istituzionali, Leopoldo Elia - aveva individuato per la Camera e per il Senato (i collegi plurinominali - circoscrizioni della Camera, invece, si trovavano già come allegato alla legge n. 277/1993, mentre al Senato la distribuzione dei seggi non assegnati nei collegi uninominali sarebbe avvenuta su base regionale, accogliendo l'indicazione dell'art. 57 della Costituzione). C'erano dunque tutti gli strumenti per poter riflettere a dovere sulle candidature, cercando di prevedere il funzionamento della nuova legge elettorale.
Anche Gremmo, dunque, rifletteva sugli spazi che avrebbe potuto trovare con la nuova legge, anche fuori dal Piemonte. "La distribuzione dei seggi al Senato, in effetti, era molto interessante per noi - spiega Gremmo oggi - proprio perché prevedeva la ripartizione proporzionale su base regionale dei seggi che non venivano assegnati nei collegi uninominali". Il meccanismo, un po' complesso, merita di essere ripercorso in breve. Per Palazzo Madama non erano previste due schede come per Montecitorio (una per il rispettivo collegio uninominale, una per il relativo collegio-circoscrizione plurinominale): ce n'era una sola, di colore giallo, sulla quale erano stampati i nomi delle persone candidate nel rispettivo collegio uninominale; a ciascun nome era affiancato un solo contrassegno (alla Camera i simboli a fianco della persona candidata potevano essere fino a cinque). 
Circa i tre quarti dei seggi assegnati (su base demografica) a ogni regione erano attribuiti nei collegi uninominali al candidato più votato; il restante 25% dei seggi era invece distribuito tra i gruppi di candidati contrassegnati dallo stesso simbolo in ragione proporzionale. Il modo in cui ciò avveniva però era interessante per le forze minori: per non favorire troppo i partiti e i "cartelli" tra forze politiche che avevano già vinto nei collegi uninominali, il numero di voti di ciascun gruppo di candidati distinto dallo stesso simbolo si calcolava sommando solo i voti ottenuti dai candidati non eletti nei collegi uninominali. In questo modo, anche qualche forza politiche che avesse ottenuto con i suoi candidati buone percentuali (pur non vincendo nemmeno un collegio) avrebbe potuto sperare di ricevere un seggio in seconda battuta. Ovviamente, però, i posti da distribuire non erano infiniti, trattandosi del 25% dei posti disponibili in ogni Regione: si andava dall'unico seggio non uninominale del Trentino-Alto Adige ai 12 della Lombardia. Più basso era il numero dei seggi da distribuire con il "recupero" proporzionale, meno c'era spazio per forze diverse da quelle che avevano vinto almeno un collegio uninominale in regione (anche se i simboli più vittoriosi erano altri); al contrario, con l'incremento dei seggi della quota proporzionale aumentavano anche le possibilità di ottenere eletti per i contrassegni che si erano distinti pur senza vincere nemmeno un seggio e non arrivando nemmeno secondi o terzi a livello regionale.
Si trattava di puntare di nuovo sul Senato per cercare di ottenere un seggio
, come aveva fatto nel 1992 la Lega Alpina Lumbarda, ma stavolta le possibilità erano meno e i calcoli erano più difficili. Come detto, poi, si trattava di capire dove e come presentarsi per sperare di avere qualche possibilità. Si è già accennato alle difficoltà per Gremmo in Piemonte: al di là dell'exploit del Carroccio del 1993 (che avrebbe senz'altro giovato alle candidature comuni con Forza Italia che i leghisti si apprestavano a presentare), si stavano già muovendo Renzo Rabellino e Claudio Pioli con la loro Lega per il Piemonte, il cui simbolo - con il classico drapeau piemontese accostato al giallo e al blu, presi direttamente dalla cromia torinese - aveva già iniziato a circolare da qualche mese, per cui era difficile pensare che ci fosse altro spazio (Gremmo ricordava bene gli effetti deleteri della corsa separata dei piemontesisti alle politiche del 1987, in più il nuovo sistema elettorale avrebbe reso la corsa ancora più difficile). Anche la Lombardia era già al completo: fuori dai due schieramenti principali che si stavano formando, c'era appunto la Lega alpina lumbarda del senatore uscente 
Elidio De Paoli, in cerca di riconferma, ma era probabile che pensasse a candidature autonome anche il gruppo legato a Pierangelo Brivio e alla moglie Angela Bossi, sorella di Umberto, da tempo in rotta con il Senatùr ma anche non in ottimi rapporti con De Paoli.
Dove altro, dunque, si poteva tentare la presentazione? L'ideale sarebbe stato scegliere una regione non troppo lontana, così da poterla raggiungere senza troppi problemi, in cui si poteva contare già su qualcuno in loco e nella speranza che non ci fossero troppe liste a contendersi i seggi del "recupero proporzionale". A conti fatti, l'unica regione che rispondeva almeno ai primi due requisiti era la Liguria: lì infatti c'era Aldo Coppola, con cui nella seconda metà degli anni '80 Gremmo aveva fondato la Lega ligure, presentandosi anche ad alcune elezioni amministrative e cercando di unire le forze nella circoscrizione Nord-Ovest in vista della presentazione della lista dell'Union Piemonteisa (Piemont - Lombardia autonomista), poi sfumata a causa della mancanza di un pugno di certificati elettorali.
Di certo però in quell'occasione non si sarebbe potuta rispolverare la Lega ligure, come non avrebbe avuto senso schierare un movimento dichiaratamente piemontesista nel nome; quanto alla Lega alpina, non doveva essere parsa una proposta appetibile in Liguria. Occorreva qualcosa di diverso, che andasse oltre lo "steccato" autonomista e che fosse in grado di fare breccia tra le persone. Gremmo a quel punto ripensò al progetto di lista contro la droga e l'immigrazione clandestina, concepito e lanciato con grande clamore nel 1989 in vista delle comunali torinesi dell'anno dopo, ma mai finito sulle schede perché nel 1990 poco prima delle elezioni il Parlamento aveva sensibilmente aumentato le firme necessarie per sostenere le liste. Quel progetto poteva tornare buono una manciata di anni dopo, un po' rivisitato: Gremmo ritenne opportuno lasciare da parte il tema della droga (e il simbolo del teschio con la siringa, d'impatto ma decisamente macabro) per concentrarsi sull'immigrazione clandestina, avvertita come un problema da varie persone in molte regioni del Nord, Liguria inclusa.
Trovata l'idea, la prima cosa da fare era concepire il contrassegno. Si optò per una grafica in bianco e nero, per renderla comunque efficace e diretta. Dagli ultimi progetti politici di Gremmo il simbolo riprese la parola "Lega", scritta in carattere bastoni con la "A" a forma di triangolo rettangolo; la difficoltà di visualizzare in modo immediato e non troppo attaccabile il contrasto all'immigrazione portò a scrivere semplicemente "immigrazione no", ponendo la parola "immigrazione" su una fascia nera (non a caso...) che veniva tagliata e squarciata da una spada impugnata. 
"Devo anche dire - ricorda Gremmo - che, al di là del tema scottante dell'immigrazione, non potevano escludere che qualche elettore, vedendo sulla scheda un simbolo con la scritta 'Lega no' e una spada impugnata, senza pensarci troppo avrebbe potuto dare il voto a noi invece che allo spadone di Alberto da Giussano". Non era certo automatico che le cose potessero andare così, ma non era nemmeno un'idea del tutto campata in aria: a quelle elezioni, infatti, le schede del Senato non avrebbero contenuto candidature legate al 
simbolo del Carroccio puro e semplice, bensì a quello del Polo delle libertà, con la statua del guerriero di Legnano sopra la bandierina di Forza Italia alla prima uscita. Con quella nuova grafica, dunque, poteva essere meno immediato riconoscere il simbolo della Lega Nord e gli elettori avrebbero potuto votare con qualche esitazione in più. 
Fatto preparare il simbolo, occorreva depositarlo al Ministero dell'interno
, tra l'11 e il 13 febbraio 1994. Ci andò Anna Sartoris, la moglie di Gremmo, con una certa calma, come dimostra il numero d'ordine piuttosto alto (219) con cui figura tra i contrassegni ammessi: collocato subito dopo gli emblemi del Polo delle libertà, del Ppi e della Lega alpina lumbarda, quello della Lega immigrazione no si sarebbe potuto presentare soltanto in Piemonte e in Liguria (alla Camera e al Senato). In quell'anno da record per i simboli depositati (ne risultarono ammessi addirittura 304, rispetto ai 320 depositati, entrambi numeri da primato assoluto), peraltro, tra i primi spiccava il contrassegno della Lega per l'autonomia del Nord, presentato da Pierangelo Brivio e Angela Bossi per il deposito delle liste in varie regioni settentrionali. 
Quanto al gruppo di Rabellino, depositò la Lega per il Piemonte, insieme ad altri emblemi che sarebbero tornati utili alla Camera: oltre al Piemont Liber già visto nel 1992 (ecco svelato, probabilmente, chi lo aveva concepito...), furono depositati Unione per il federalismo, Ivrea provincia, Gruppo autonomia ossolana e Alba provincia. Questi, in particolare, sarebbero serviti come simboli di appoggio ai candidati della Lega per il Piemonte, messi accanto all'emblema di quest'ultimo sulla scheda rosa dei collegi uninominali della Camera interessati: Sergio Sbaffo a Verbania fu appoggiato da Lega per il Piemonte, Unione per il federalismo e Ossola libera; quest'ultimo venne sostituito da Alba provincia per la candidatura dello stesso Rabellino nel collegio di Alba e così via. Quei simboli sarebbero stati anche un test: in base ai voti presi qua e là, si sarebbe forse capito quali simboli sarebbero tornati utili anche in futuro, per nuovi appuntamenti elettorali.
L'esame del Viminale non riservò sorprese a Gremmo e a Rabellino, i cui emblemi furono tutti ammessi. Ebbe disco rosso, invece, il simbolo della Lega per l'autonomia del Nord, perché la combinazione di parole "Lega" e "Nord" in evidenza fu ritenuta confondibile con il simbolo della Lega Nord. Brivio e sua moglie Angela Bossi dovettero correre in fretta ai ripari: conservarono la rosa camuna presente sul fondo azzurro (che nessuno aveva contestato) e modificarono la dicitura presente sul contrassegno in "La Lega di Angela Bossi". Il simbolo in quel caso fu ammesso: probabilmente Umberto, fratello di Angela, non era contento, ma allora la Lega Nord non aveva inserito il cognome del suo leader nel simbolo e in ogni caso l'inserimento del prenome (peraltro con la stessa grandezza del cognome e non furbescamente più piccolo, come in seguito spesso sarebbe avvenuto) aveva scongiurato ogni ulteriore confondibilità. 
Nessun problema invece per un altro emblema depositato dal gruppo di Brivio, cioè Alleanza lombarda, per esteso Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda, evoluzione del soggetto che nel 1990 aveva portato lo stesso Brivio in consiglio regionale in Lombardia e che nel 1993 era apparso sulle schede elettorali delle comunali a Milano, a sostegno appunto della candidatura di Angela Bossi. Questa volta era sparita la rosa camuna (anche perché era stata già usata nel contrassegno depositato poco prima) e il fondo era stato colora di blu, con un cerchio azzurro al centro (in stile 45 giri, ma un po' eccentrico) recante l'ulteriore riferimento alla Lombardia. Difficile pensare che i depositanti pensassero davvero di usare l'emblema, tanto più che come circoscrizioni erano state indicate Toscana e Lazio: una destinazione oggettivamente improbabile.
Il simbolo di Roberto Gremmo e Anna Sartoris, dunque, aveva superato l'esame del Viminale (e in fondo non era scontato: è vero che anche in seguito contrassegni contrari all'immigrazione, anche più irritanti sul piano grafico, sarebbero ugualmente stati ammessi, ma oggi forse un emblema simile avrebbe qualche difficoltà in più). Il vero ostacolo da superare, tuttavia, era ancora una volta costituito dalla raccolta delle firme: per la nuova legge ne servivano tra 500 e 1000 per ogni collegio uninominale alla Camera (e un numero variabile di firme, a seconda della popolazione, per presentare liste nelle circoscrizioni per la quota proporzionale) e tra 1000 e 1500 per ogni collegio uninominale al Senato. Oggettivamente non erano poche, ma agli occhi di Gremmo valeva comunque la pena tentare quella "operazione Liguria", cercando di coprire almeno i tre collegi di Genova, cioè i più popolosi e dunque più appetibili per la ricerca dei voti; del resto, secondo l'ideatore del progetto proprio nel capoluogo era più forte la tensione legata all'immigrazione, quindi sarebbe stato più semplice trovare persone disposte a firmare e magari anche a votare per il simbolo della Lega immigrazione no.
"Decisi di investire un po' di soldi in quell'impresa - racconta ancora Gremmo - e andai più volte a Genova con mio figlio Gabriele per raccogliere le firme: là ci davano una mano Coppola e un paio di altre persone che pagavamo per il supporto. Il ritmo della raccolta era buono, nonostante il freddo: una volta addirittura nevicò e, per proteggerci durante i banchetti, ricordo che comprai un passamontagna per me e mio figlio". Il tempo a disposizione non era molto; in ogni caso, le firme arrivavano e Gremmo iniziava a pensare che l'obiettivo fosse a portata di mano.
Dopo circa una settimana dall'inizio della raccolta, però, arrivò una telefonata da Coppola: "Gremmo, è il caso che vieni qui: abbiamo un problema". Lui per l'ennesima volta partì e chiese a Coppola cosa fosse successo: "Mi disse - continua il suo ricordo - che la persona che avevamo chiamato per autenticare le firme, in qualità di giudice conciliatore, di fatto non aveva più quell'incarico e dunque non aveva più titolo nemmeno per autenticare le firme; i fogli con le sottoscrizioni, però, li aveva tenuti lui e si rifiutava di consegnarceli. Io mi arrabbiai molto, anche perché per quelle autenticazioni era già stato profumatamente pagato, quindi chiesi a Coppola quali alternative avessimo: lui mi disse che avremmo potuto denunciarlo, ma non lo avrei mai fatto anche perché non saremmo comunque riusciti a riottenere quei moduli pieni di firme in tempo. Non c'era nemmeno il tempo di ripartire daccapo con la raccolta firme cercando un altro autenticatore: non potemmo far altro che rinunciare". 
La sortita elettorale ligure di Gremmo con il nuovo simbolo, dunque, non ci fu: lui, certamente deluso per la nuova battuta di arresto, dovette accontentarsi di inserire la moglie Anna Sartoris come candidata della Lega alpina lumbarda nel collegio senatoriale di Vigevano (dove comunque avrebbe ottenuto il 4,35%). Alla fine le persone candidate con quel simbolo - incluso il già citato Attilio Daniele Capra de Carré e vari altri membri di quella famiglia - il 27 e 28 marzo 1994 ottennero a livello regionale il 4,31% al Senato: meno di Alleanza nazionale al suo esordio (6,66%) ma più della Lista Pannella - Riformatori (3,82%). Queste tre formazioni, grazie anche all'alto numero di seggi distribuiti con il "recupero proporzionale", elessero un rappresentante a testa a Palazzo Madama: l'eletto per la Lega alpina lumbarda fu di nuovo Elidio De Paoli, confermato stavolta nel collegio di Albino. 
La partita in Liguria sarebbe stata comunque difficile: i Progressisti vinsero 4 collegi uninominali su 6, il Polo delle libertà si aggiudicò gli altri 2 e si vide assegnare altri 2 seggi nella quota proporzionale; l'ultimo rimasto toccò al Patto per l'Italia, che a livello regionale aveva ottenuto il 14,84% (sarebbe stato davvero arduo raggiungere quel livello per un progetto nuovo, non nazionale e non nato in Liguria, peraltro con una presenza nei soli collegi di Genova). Quanto al Piemonte, si divisero i seggi il Polo delle libertà, i Progressisti, il Patto per l'Italia e Alleanza nazionale (8,66%), mentre la Lista Pannella - Riformatori con il 4,4% rimase fuori: per la Lega per il Piemonte, che si fermò all'1,83%, non ci fu nulla da fare, ma anche per Gremmo ottenere un seggio sarebbe stato quasi impossibile.
Alle europee tenutesi il 12 giugno 1994 Pierangelo Brivio riprovò a presentare il simbolo originario della Lega per l'autonomia del Nord, ma fu bocciato di nuovo; questa volta si oppose alla sostituzione, ma la sua opposizione fu rigettata dall'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo per la mancata notifica di quella stessa opposizione alla Lega Nord, evidente controinteressata. Tornò invece in bacheca e sulle schede il simbolo della Lega alpina lumbarda, agevolato dall'esenzione dalla raccolta firme, vista la presenza in Parlamento di De Paoli; questa volta, però, al posto dell'alpino e del profilo montuoso, furono inseriti i riferimenti agli stemmi di Piemonte (lambello), Lombardia (croce di San Giorgio) e Veneto (leone di San Marco), tutti interpretati in bianco, azzurro e blu. E proprio perché non c'era bisogno di firme, le liste furono presentate in tutte e cinque le circoscrizioni, anche dunque al Centro, al Sud e nell'Italia insulare: in tutte le liste era presente Anna Sartoris, ma c'erano altri nomi riconducibili a Gremmo, come Alberto Seghesio e Gianpiero Carlo Riva Vercellotti. A livello nazionale, tuttavia, la lista si fermò allo 0,34% e nella circoscrizione Nord-Ovest non andò oltre lo 0,67%, superata anche dalla Lega di azione meridionale di Giancarlo Cito (0,72%) anche grazie all'adesione di Maurizio Lupi dei Verdi-Verdi. Lui aveva preso 757 preferenze, Anna Sartoris 743: si era battuta bene, ma non era bastato.
Oggettivamente il 1994 non era stato facile per i progetti di Gremmo. Da lì in avanti lui sarebbe tornato essenzialmente al suo lavoro di maestro e avrebbe intensificato la sua attività di studioso (producendo numerose pubblicazioni proprio dal 1994); sarebbe venuto il tempo di altre battaglie, ma conviene parlarne in un'altra occasione.

giovedì 15 ottobre 2020

1993: la tegola delle firme sulla Lega alpina di Gremmo

Il simbolo usato a Mantova (1992)
Il 1992 sembrava essere iniziato bene, anzi, benissimo per i progetti politici ed elettorali di Roberto Gremmo. Mentre lui era consigliere regionale in Valle d'Aosta per l'Union autonomiste (e contemporaneamente consigliere comunale a Torino, senza che fosse ancora arrivata la sentenza di primo grado sulla vicenda delle firme a sostegno della lista alle amministrative) e la moglie Anna Sartoris aveva la stessa carica nel consiglio regionale piemontese per Piemont Union Autonomia, era arrivata anche l'elezione di un senatore sotto le insegne della Lega alpina, sia pure nella sua versione lombarda. L'ingresso di Elidio De Paoli a Palazzo Madama dopo le elezioni politiche del 5 aprile 1992 non era importante solo per il risultato in sé, ma anche per gli effetti che avrebbe portato, almeno per qualche anno, ai progetti concepiti dallo stesso Gremmo. 
Non si deve dimenticare, infatti, che era ancora in vigore il decreto-legge n. 161/1976 (convertito con legge n. 240/1976), in base al quale le liste che utilizzavano simboli di partiti che avessero eletto almeno un rappresentante in parlamento o contassero su un gruppo parlamentare avrebbero potuto presentare candidature per le elezioni regionali, provinciali e comunali senza raccogliere le firme; l'interpretazione costante, dall'inizio degli anni '80, era che fosse sufficiente anche solo un contrassegno elettorale composito, che contenesse semplicemente il simbolo esente, anche in miniatura. Gremmo lo sapeva bene, visto che aveva concorso alla nascita e al consolidarsi della regola con le sue iniziative elettorali autonomiste (realizzate con l'appoggio tecnico dell'Union Valdôtaine e della Lista "del melone" per Trieste, poi con quello della Liga Veneta), ma dopo le elezioni politiche del 1992 vide davanti a sé, almeno idealmente, crollare un muro spesso parso invalicabile. Fino ad allora, infatti, per presentarsi alle elezioni locali e regionali l'unica alternativa a una gravosa raccolta firme - specie dopo che la legge n. 53/1990, poco prima che iniziasse la campagna elettorale di quell'anno, aveva paurosamente innalzato il numero di sottoscrizioni necessarie per far correre una lista alle comunali - era poter contare sull'appoggio di un partito già presente in Parlamento e disponibile a prestare la propria "pulce" per esonerare le liste; da quel momento in poi, invece, Gremmo avrebbe potuto contare direttamente sulla Lega alpina lumbarda, pronta a finire su ogni emblema locale per traghettarlo direttamente su manifesti e schede, senza dover raccogliere nemmeno una firma. Che l'autonomista piemontese fosse intenzionato a fare sul serio lo dimostrò alla prima occasione utile, anche per sperimentare meglio il meccanismo della "pulce". Nell'autunno del 1992, infatti, si tennero alcune rilevanti elezioni comunali e provinciali, soprattutto in Lombardia, e Gremmo presentò o fece presentare candidature in più occasioni, grazie al simbolo della Lega alpina.  
A volte andò così così, altrove invece andò bene: 5,2% e un seggio a Mortara, 4,1% e due seggi a Monza, 4,4% e altri due eletti a Varese. Ancora più interessanti furono le elezioni provinciali: se a La Spezia la Lega ligure ottenne un consigliere con il 3%, al voto del 27 e 28 settembre 1992 la Lega alpina lumbarda andò benissimo a Mantova, con il 6,7% e due eletti. Il simbolo impiegato era memorabile: la "pulce" della Lega alpina lumbarda non era nemmeno microscopica, ma a spiccare maggiormente era la nuova dicitura in alto, Lega padana Nord, ovviamente con la parola "Padana" assai più piccola e stretta tra gli altri due termini, riportati a caratteri cubitali e massicci. A sinistra, poi, c'era tutto lo spazio per inserire una curiosa figura di donna, molto simile alla Statua della Libertà, ma in realtà non la era. "Presi quella figura - ricorda Gremmo - dal simbolo del Movimento per l'indipendenza del Territorio libero di Trieste [soggetto politico nato nel 1959, a lungo guidato da Giovanni Marchesich, ndb]. La fiaccola e la corona in testa in effetti ricordano il monumento americano, ma i triestini avrebbero potuto riconoscere anche qualche somiglianza con la statua della Vittoria alata che sormonta il Faro della Vittoria di Trieste". Già nel simbolo originale mancavano le ali, ma era un modo per unire l'idea della libertà cara agli indipendentisti e un segno del territorio. Questa rilettura singolare della Libertà poteva andare bene anche al di fuori del territorio triestino e poteva colpire l'elettore; in più, qualche malizioso sarebbe stato pronto a notare che la statua con il braccio teso avrebbe richiamato la posizione di Alberto da Giussano, potendo dunque ottenere qualche voto in più, dato per scelta o persino per caso.
Si diceva che alle elezioni provinciali di Mantova la Lega padana Nord - Lega alpina lumbarda ottenne il 6,7%, grazie a 17545 voti, un centinaio di schede in più rispetto a Rifondazione comunista. Per carità, anche lì la Lega Nord aveva puntualmente sbancato, prendendo il quintuplo dei voti della Lega alpina e aggiudicandosi ben 11 consiglieri, ma al partito di Gremmo ne toccarono comunque due. Uno di questi rimase "in famiglia", perché fu occupato da Gabriele Gremmo, il figlio del leader autonomista; il secondo, invece, toccò a Attilio Daniele Capra de Carré, che era stato il candidato alla presidenza della provincia (e che era già stato eletto consigliere comunale a Varese proprio per la Lega alpina lumbarda dopo le elezioni del 13 e 14 dicembre 1992). Si trattava di un personaggio singolare, sul quale vale la pena di soffermarsi un poco. 
Il nome di Attilio Capra de Carré, milanese, discendente di una famiglia di nobili origini, era comparso nella lista dei presunti affiliati alla loggia massonica P2 rinvenuta nel 1981 a Castiglion Fibocchi; sarebbe poi rispuntato nelle cronache, sia perché si sarebbe scoperto che Villa Certosa in Sardegna, prima che se la comprasse Silvio Berlusconi, era passata anche nelle sue mani, sia perché a metà degli anni '90 sarebbe entrato in affari con Wanna Marchi e la figlia (e proprio lui avrebbe presentato loro Mário Pacheco do Nascimento, che lavorava nella sua casa di Milano). Ma il nome di Capra non era nuovo neanche in politica: alla fine di luglio del 1991 aveva aderito al nuovo partito Lega italiana, promosso da Domenico Pittella; quella formazione (che nel simbolo tricolore aveva cinque spighe, ma ha avuto anche un triangolo, scelta non casuale...) aveva scelto di unirsi ad altri gruppi nella lista Lega delle leghe (quella con il quadrifoglio). Dopo il risultato elettorale del tutto insoddisfacente alle politiche, tuttavia, Pittella aveva deciso di dimettersi e, il 15 aprile 1992, la segreteria nazionale aveva nominato come commissario per sei mesi proprio Capra de Carré, con il mandato di mettere a punto "una strategia politica che impegni su tutto il territorio nazionale questa formazione che intende principalmente assolvere ad una funzione di stimolo dei partiti tradizionali". Nella sua qualità di commissario della Lega italiana, evidentemente, Capra de Carré decise di concludere un'alleanza con Roberto Gremmo che portò a candidature unitarie in quelle occasioni.
Ci aveva creduto tanto, l'autonomista piemontese, a quel nuovo inizio reso possibile dall'elezione al Senato di Elidio De Paoli, al punto da scrivere nelle ultime pagine del suo libro Contro Roma: "La fenice autonomista è risorta dalle fiamme. Siamo usciti dal ghetto ove qualcuno voleva tenerci. [...] Ci siamo portati a casa il 'simbolo': niente più raccolte di firme snervanti e pericolose, niente più imboscate". Così sarebbe dovuta andare; Gremmo, però, non sapeva che le cose nel giro di qualche mese sarebbero cambiate. Nemmeno venti giorni dopo il voto politico del 1992, infatti, era stato presentato (da Achille Occhetto e altri deputati Pds) un primo disegno di legge in materia di elezioni amministrative, per proporre l'elezione diretta del sindaco: il 14 luglio era iniziato in commissione Affari costituzionali il percorso che avrebbe portato all'approvazione della legge n. 81/1993, che di fatto ha disegnato il sistema elettorale attuale per le amministrazioni comunali, riuscendo nel contempo a evitare il referendum abrogativo che si sarebbe dovuto tenere nel 1993.

Intermezzo: come cadde l'esenzione dalla raccolta firme

In realtà all'inizio Gremmo non aveva di che preoccuparsi: delle 19 proposte di legge sulle elezioni locali presentate nella XI legislatura a Montecitorio, nessuna metteva in dubbio la possibilità per i partiti presenti in Parlamento di presentare liste senza raccogliere firme; molte, anzi, non si erano occupate delle candidature. Quelle che l'avevano fatto, di solito avevano regolato la sola candidatura a sindaco, riconoscendo il diritto a presentarsi a persone sostenute da una parte significativa di elettori, ma anche ai partiti presenti nel consiglio uscente (n. 1051 - Mario Segni e altri), in Parlamento (n. 1266 - Antonio Mundo e altri; n. 1406 - Carmine Mensorio), in Parlamento o in consiglio regionale (n. 1314 - Umberto Bossi e altri) o ancora a livello statale, regionale o comunale (n. 1374 - Giorgio La Malfa e altri; n. 1540 - Raffaele Mastrantuono): in questi casi quelle forze politiche non avevano bisogno di firme. Si distaccavano la proposta del Partito socialista italiano (n. 1288 - Giusi La Ganga e altri), che proponeva un'elezione di secondo grado sostenuta da almeno il 40% dei consiglieri; quella dei Verdi (n. 1344 - Marco Boato e altri) che prevedeva che le liste potessero essere presentate, oltre che dallo 0,5% del corpo elettorale locale, "dai legali rappresentanti di ciascun partito o movimento politico che abbia conseguito con il medesimo contrassegno almeno un eletto nelle precedenti elezioni" (si immagina comunali) e quella - la n. 1251 - riconducibile a parte della Democrazia cristiana e con primo firmatario Adriano Ciaffi, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera. Quest'ultima proposta, tra le cause dell'ingovernabilità di molti comuni da affrontare, indicava la frammentazione dei consigli comunali: servivano correttivi come il "significativo aumento delle firme dei presentatori delle liste" per "ridurre la eccessiva proliferazione di liste alle elezioni comunali".
Poiché nessuna proposta aveva toccato il "privilegio" per i partiti rappresentati in Parlamento, nel primo testo unificato per la discussione - presentato il 31 luglio da Ciaffi, indicato come relatore di maggioranza - si era prevista l'esenzione dalla raccolta firme (oltre che per le liste presentate nei comuni sotto i mille abitanti) per le liste presentate da "un partito o gruppo politico rappresentato nel consiglio uscente" e si fosse chiaramente scritto che continuavano "ad applicarsi le disposizioni di cui all'articolo 1, lettera b), del decreto-legge 3 maggio 1976, n. 161", appunto quelle che esoneravano dalla ricerca di sottoscrittori le liste per le elezioni comunali, provinciali e regionali ove si fossero distinte - secondo il testo allora vigente - con "contrassegni tradizionalmente usati da partiti o gruppi politici che abbiano avuto eletto un proprio rappresentante anche in una sola delle due Camere o nel Parlamento europeo o siano costituiti in gruppo parlamentare anche in una sola delle due Camere", nonché le liste in cui i simboli dei partiti esenti fossero stati "integrati da nuovi motti o sigle ed anche se affiancati ai simboli o alla denominazione di altri partiti o movimenti". 
Il 23 settembre 1992, però, Ciaffi presentò un secondo testo unificato, scelto come testo base dopo vari incontri e tentativi di mediazione, in cui quelle disposizioni del 1976 venivano invece espressamente abrogate, per cui anche i partiti presenti in Parlamento erano assoggettati alla (inasprita) raccolta firme: una novità di cui non si erano trovate tracce nelle discussioni precedenti. Il 25 settembre Ciaffi dichiarò all’Adnkronos che per lui la vera novità della sua proposta, insieme all'elezione diretta, era proprio la reintroduzione delle firme obbligatorie per tutti: "I cittadini potranno presentare proprie liste e candidati mentre scompare il privilegio di 'esenzione' che i partiti avevano perché già rappresentati in Parlamento". A suo dire le ostilità dei partiti laici (soprattutto Pli e Pri) al nuovo testo erano legate proprio a quella disposizione: "si preoccupano di scomparire e al contempo dicono di volere la semplificazione".
Il 29 settembre, sempre in I commissione, si levarono varie voci contrarie alla nuova disposizione, soprattutto da parte dei partiti minori: Oscar Mammì (Pri) parlò di una logica volta a "conservare i partiti maggiori, eliminando quelli più piccoli", perché nelle grandi città sarebbe riuscito a presentare liste "soltanto chi si avvale di un forte apparato di partito o di forti organizzazioni collaterali"; Ignazio La Russa (Msi) denunciò "uno sbarramento penalizzante per i piccoli partiti", con il rischio che venissero inserite in lista "persone in grado di raccogliere firme" pur essendo "molto discutibili" (mentre per il collega di partito Maurizio Gasparri in certe zone anche le forze di maggioranza avrebbero avuto difficoltà nella raccolta, mentre fu ancora più duro il giorno dopo Altero Matteoli, parlando di un inaccettabile "tentativo di eliminare tutti i piccoli partiti"). Il 30 settembre il liberale Egidio Sterpa parlò addirittura di disposizioni "in contrasto con il dettato costituzionale perché violano il principio della segretezza del voto: si pensi, soprattutto nei piccoli centri, in quanto sarà difficile vincere la ritrosia della gente a firmare una lista e si pensi al rischio del mercato delle firme" (affermazioni sottoscritte dal repubblicano Adolfo Battaglia); Valerio Zanone riconosceva che "richiedere un certo numero di sottoscrizioni soltanto per partiti e movimenti che per la prima volta partecipano alle elezioni" produceva "una disparità di trattamento rispetto alle formazioni già presenti nella vita politica", per cui non era contrario all'idea che tutti dovessero raccogliere le firme, ma quelle previste dal testo base erano così tante da rischiare l'incostituzionalità, anche per "una enorme sperequazione tra i requisiti richiesti per candidarsi al consiglio comunale e quelli necessari per candidarsi ad altre cariche più importanti". 
Il 6 ottobre si discusse dell'articolo 3, che conteneva l'abrogazione dell'esonero dalla raccolta firme per i partiti presenti in Parlamento. Per la prima volta emersero nette le ragioni di chi voleva sottoporre tutte le liste da presentare alle elezioni amministrative all'onere di sottoscrizione: il socialista Bruno Landi ricordò che l'esenzione per le forze politiche presenti in Parlamento e in consiglio era stata accusata di voler "conservare il sistema partitocratico", per cui si era esteso a tutte le liste l'obbligo di raccogliere le firme, così che i candidati dei partiti potessero contare anche "sull'investitura di un certo numero di cittadini". Erano sulla stessa linea Enzo Balocchi (Dc) e Vincenzo Recchia (Pds): si doveva perseguire il doppio obiettivo di "evitare la presentazione di liste di folklore" (con la raccolta firme non troppo semplice) e di mettere alla prova i partiti tradizionali. Per il Dc Pietro Soddu (che aveva ripreso parole di Claudio Martelli) era giusto perseguire "maggiore trasparenza ed una riduzione del ruolo dei partiti nella presentazione delle liste" e per Diego Novelli (La Rete) non dovevano esserci posizioni acquisite tra i concorrenti, attribuendo responsabilità ai presentatori delle liste; Francesco D'Onofrio (Dc) sottolineò che "tutti i partiti hanno dignità per stare fra la gente, per la sottoscrizione delle liste", chiedendo che le forze politiche si riprendessero sul campo la dignità persa altrove e auspicando che le liste fossero fissate e pubblicate prima della firma per "eliminare quel mistero in cui è avvolta la formazione delle liste da parte delle segreterie di partito" (come avrebbe precisato il giorno dopo). Ragioni opposte furono offerte da chi voleva conservare l'esenzione: per il missino Carlo Tassi non era un privilegio ma la conseguenza "del consolidamento di una tradizione" e rimuoverla voleva dire porre "i partiti che hanno una lunga tradizione sullo stesso piano di qualsiasi altra lista occasionale, magari di folklore". Per Mammì, garantita la "decisionalità" del consiglio comunale col premio di maggioranza, non c'era motivo di ridurre la rappresentatività con vari congegni; Sterpa rilevò il "notevole dispendio di risorse" per autenticare le firme, non sostenibile dai partiti minori. 
Il dibattito proseguì nei due giorni successivi. L'idea di esentare solo le forze politiche presenti nel consiglio uscente, in nome del loro radicamento territoriale, piuttosto che quelle presenti in Parlamento (che potevano non avere legami con il singolo territorio) era stata sostenuta da Adolfo Battaglia (Pri) e Marco Boato (Verdi), ma fu bocciata da Roberto Maroni (Lega Nord), per il quale così si sarebbero discriminati i partiti presenti in Parlamento: per l'esponente leghista, in ogni caso, l'obbligo di raccogliere le firme non era "un elemento impeditivo dell'emergere di nuove forze politiche - e la storia della Lega [...] lo dimostra - e costituisce altresì un momento interessante di verifica, di contatto con la propria base elettorale dei partiti tradizionali". Alla fine, in ogni caso, l'abrogazione dell'esonero dalla raccolta firme fu mantenuta nel testo presentato alla Camera e Ciaffi, nella sua relazione di maggioranza, sottolineò che "sono sempre i cittadini a presentare le candidature, sia quando sono associati in partiti sia quando non lo sono o addirittura vogliono a essi contrapporsi". La Camera respinse gli emendamenti volti a reintrodurre l'esenzione in forme più o meno simili a quelle in vigore dal 1976 - incluso un emendamento a prima firma del leghista Maroni con cui si volevano esonerare dalla raccolta delle sottoscrizioni le liste che erano emanazione di un partito presente in Parlamento o in un consiglio regionale - e così la norma fu approvata già nel primo passaggio parlamentare, il 12 gennaio 1993.

Una strada, improvvisamente, in salita

A partire da quel giorno, probabilmente, Roberto Gremmo sentì il suo progetto autonomista decisamente in pericolo: l'enorme fatica fatta per entrare in Parlamento con la Lega alpina (sia pure nella versione "lumbarda") stava per essere del tutto vanificata da quella disposizione che si voleva trasformare in legge in fretta, per evitare il referendum sulla legge elettorale comunale e poter applicare le nuove norme già alla prima tornata di elezioni amministrative del 1993. Non mancarono tentativi in Senato - soprattutto da parte di Rifondazione comunista, del Movimento sociale italiano, della Lega Nord e del verde (ex Dp) Emilio Molinari - di reintrodurre l'esenzione dalla raccolte firme almeno per le forze presenti in Parlamento: curiosamente, né negli emendamenti, né negli interventi in aula si riscontra mai il nome di Elidio De Paoli, che pure avrebbe avuto molto interesse a far restare quell'esonero. In ogni caso, il 13 marzo 1993 l'aula di Palazzo Madama approvò un emendamento interamente sostitutivo dell'articolo 3, che riduceva il numero di firme richieste ma continuava a prevedere il superamento dell'esenzione. L'ultima possibilità di ritoccare la norma, nella nuova lettura necessaria dopo le modifiche in Senato, sfumò il 24 marzo, con la bocciatura di tutti gli emendamenti all'articolo che qui interessa. Da quel giorno, dunque, divenne chiaro a tutti, e a Gremmo in particolare, che il calvario delle firme da raccogliere alle elezioni amministrative sarebbe ripartito, dopo un solo turno di sollievo per lo stesso Gremmo (e non poteva nemmeno dirsi che era una macchinazione di Bossi contro la Lega alpina lumbarda, visto che il Carroccio i suoi emendamenti per tornare all'esenzione li aveva presentati).
Nel frattempo, però, c'era da affrontare la campagna elettorale in Valle d'Aosta: il 30 maggio 1993, infatti, i cittadini valdostani erano chiamati a rinnovare il consiglio regionale. Roberto Gremmo, dopo l'elezione ottenuta nel 1988, aveva conquistato il diritto a ripresentarsi senza dover raccogliere le 500 firme prescritte dalla legge regionale. Avrebbe potuto ripresentarsi con il simbolo dell'Union autonomiste con cui aveva centrato l'obiettivo cinque anni prima, ma pensò che forse il miracolo dei voti conquistati allora - sottraendoli all'Union Valdôtaine - non si sarebbe ripetuto. L'autonomista pensò allora di sperimentare anche in Valle d'Aosta la Lega alpina, sperando che potesse andare come in Lombardia e che ciò che non era riuscito in Piemonte fosse possibile un po' più a nord: nel simbolo - in bianco e nero - rese più evidenti la parola "alpina", il disegno dell'alpino e il profilo delle montagne, senza aggiungere riferimenti specifici alla Valle d'Aosta. L'esperimento fu coraggioso, ma poco fortunato: quella volta arrivarono solo 603 voti, quando per la legge ne sarebbero serviti 2323 (un trentacinquesimo dei voti validi espressi, secondo la nuova legge elettorale valdostana) per eleggere un consigliere. 
La notizia del seggio perso in Valle d'Aosta arrivò in piena campagna elettorale per le elezioni amministrative del 1993, le prime a tenersi con il nuovo sistema dell'elezione diretta e - come si è visto - con l'obbligo per tutti di raccogliere le firme richieste dalla legge. A dispetto della difficoltà, la Lega alpina era riuscita a presentarsi almeno a Milano e a Torino: nel capoluogo lombardo il simbolo consolidato della Lega alpina lumbarda era stato schierato a sostegno di Pier Gianni Prosperini, mentre a Torino il gruppo aveva sostenuto la candidatura di Maurizio Lupi, fondatore dei Verdi-Verdi, assieme ad altre due liste. In quel caso, tuttavia, era tornato buono il simbolo varato nell'autunno del 1992 alle provinciali di Mantova, con la "superpulce" della Lega alpina lumbarda - che non serviva più a ottenere l'esenzione dalle firme, ma tanto valeva inserirla, anche se la parola "Lumbarda" usata in Piemonte era ai limiti del grottesco - collocata a fianco della Statua della Libertà reinterpretata e sotto al vero nome della lista. Che stavolta non era "Lega padana Nord", ma "Lega vento del Nord", ma le parole intermedie erano sempre poco visibili. 
Quelle esperienze non furono positive, anche perché la legge n. 81/1993 aveva anche ridotto il numero dei seggi da assegnare (da 80 a 50 a Torino, da 80 a 60 a Milano), dunque eleggere un rappresentante era diventato automaticamente più difficile. A Torino la Lega vento del Nord dovette accontentarsi dello 0,96%, a Milano andò meglio con l'1,15% ma il risultato era ben lontano dal consentire l'elezione di un rappresentante. A conti fatti, peraltro,
la lista che sosteneva Prosperini ottenne oltre 800 voti in più della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda, che aveva appoggiato la candidatura di Angela Bossi. Sì, proprio la moglie di Pierangelo Brivio e sorella di Umberto, il quale peraltro si godeva il trionfo della Lega Nord che, superando il 40%, aveva portato al ballottaggio Marco Formentini, poi vittorioso contro Nando Dalla Chiesa sostenuto dal centrosinistra. Quella volta nel simbolo di Angela Bossi era rimasta la rosa camuna, ma rispetto al contrassegno con cui nel 1990 era diventato consigliere regionale Brivio (anche grazie ai suggerimenti e all'aiuto di Gremmo) era apparsa anche la parola "Lega", sperando che potesse portare un valore aggiunto. Quella volta non bastò, oggettivamente, e per la famiglia Brivio il miracolo non si sarebbe ripetuto; il nome coniato, in compenso, avrebbe ottenuto ancora risultati in seguito (e con un cognome già noto), ma è il caso di riparlarne a dovere in un'altra occasione.