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martedì 5 novembre 2019

Democrazia cristiana, la questione del congresso da rifare (come e perché)

Tre giorni fa, parlando del patto federativo tra varie realtà associative e politiche tutte riferite alla Democrazia cristiana, si era detto che - per la comune partecipazione dell'Udc, di Gianfranco Rotondi e della Dc guidata da Renato Grassi - potevano esserci gli spazi per un ritorno della Dc per una scelta politica (mettendo di nuovo insieme nome e simbolo storici); si era però messo in guardia dal ritenere del tutto alle spalle la diaspora. Una ventina di giorni fa, infatti, si era dato conto su questo sito delle due diverse assemblee che il 12 ottobre si erano svolte quasi contemporaneamente a Roma, l'una per (ri)costituire, l'altra per far ripartire la Dc, ritenendo entrambe che la celebrazione del XIX congresso lo scorso 14 ottobre 2018 - quello che aveva eletto Grassi alla segreteria - fosse viziata. Se nel post dello scorso 13 ottobre si è parlato con ampiezza del contenuto dell'assemblea costituente convocata - tramite la Gazzetta Ufficiale - da Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, è venuto il momento di approfondire il contenuto dell'altra assemblea, presieduta da Nino Luciani, lo stesso che aveva provveduto alla convocazione dell'assemblea dei soci Dc del 26 febbraio 2017 all'Hotel Ergife a Roma (in quanto primo firmatario della richiesta di convocazione nel 2016). Lo stesso Luciani da sabato ha messo a disposizione sul proprio sito il verbale di quell'assemblea (cui in seconda convocazione hanno partecipato 53 soci, personalmente o per delega), in modo che chiunque sia interessato possa rintracciarlo.  


L'assemblea riconvocata

La convocazione, materialmente attuata da Luciani, era stata disposta da Gianni Fontana, che dopo il discusso congresso era diventato presidente del consiglio nazionale, ma la convocazione sarebbe stata fatta ancora in qualità di presidente dell'associazione Democrazia cristiana, carica assunta dopo il voto degli iscritti intervenuti all'assemblea dell'Ergife del febbraio 2017. Vari soci della Dc - soprattutto quelli che sostenevano, se non la legittimità dell'assise, almeno l'opportunità di non mettere in discussione quel passaggio e lasciar proseguire l'operato di Grassi - erano rimasti perplessi dal fatto che l'iniziativa di convocare l'assemblea degli iscritti fosse venuta da Fontana, visto che, dopo il congresso (formalmente ancora valido ed efficace), l'assemblea dei soci e il ruolo stesso di presidente dell'associazione erano venuti meno, sostituito dagli organi eletti dal congresso. 
Consultando il verbale, in effetti, si apprende che questa tesi è stata sostenuta, durante l'assemblea del 12 ottobre, da Nicola Troisi, che dopo il congresso riveste la carica di segretario amministrativo della Dc. Per lui le premesse appena ricordate facevano sì che la convocazione di quell'assemblea fosse addirittura inesistente, unendo a ciò altre considerazioni: al di là della mancanza di una sala che potesse contenere tutti gli iscritti (come richiesto a suo tempo dal giudice Guido Romano per l'assemblea del 2017), Troisi sosteneva che eventuali contestazioni sulla validità del congresso avrebbero dovuto essere mosse entro i termini previsti dallo Statuto e, in ogni caso, si sarebbe dovuto attendere l'esito del ricorso contro gli atti del congresso, presentato l'anno scorso da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni.
Diversa era la tesi della maggioranza dei partecipanti alla stessa assemblea, compreso il presidente del congresso, Raffaele Lisi: per lui, quell'assise in realtà non si costituì mai legittimamente. Ciò avrebbe comportato l'inesistenza o almeno la nullità di tutti gli atti congressuali, compresa l'elezione del segretario e dei componenti del consiglio nazionale: stando così le cose, si doveva considerare ancora esistente l'assemblea dei soci convocata attraverso il giudice Romano e Gianni Fontana ne era ancora il presidente (fino a revoca o dimissioni), dunque aveva titolo per disporre la riconvocazione dello stesso organo assembleare.


I lamentati vizi del congresso 

Ma cosa sarebbe successo di tanto grave al congresso del 12 ottobre da portare vari soci a ritenerlo invalido? Lisi, come presidente dell'assemblea, sostiene che non sarebbe mai stato consegnato alla presidenza il verbale della commissione per la verifica dei poteri: questa avrebbe dovuto procedere all'identificazione dei delegati regionali - in base ai verbali dei congressi regionali - per legittimarli a votare al congresso. Lisi e il segretario del congresso, Emilio Cugliari, chiusero il loro verbale rilevando la mancata consegna del verbale della commissione (mentre solo il 16 gennaio 2019 il presidente di quell'organo, Mauro Carmagnola, avrebbe comunicato che quella commissione di fatto non aveva potuto operare). In quelle condizioni, per Lisi, il congresso sarebbe stato addirittura inesistente e comunque invalido: questi vizi si sommerebbero a quelli (già relativi alla convocazione) alla base dell'azione di Cerenza e De Simoni per far invalidare l'assise.
Per Luciani, materiale convocatore e presidente dell'assemblea del 12 ottobre, era opportuno "cercare una pacificazione in famiglia", senza rivolgersi nuovamente ai giudici: la soluzione da lui perseguita è stata far deliberare all'assemblea - con voto a maggioranza su un testo proposto da Lisi - la nullità del XIX congresso (così come svolto nel 2018) per vizio procedimentale e la riconvocazione dello stesso. Luciani in particolare nega che non vi siano state contestazioni tempestive dei vizi congressuali, soprattutto sullo svolgimento del precongresso regionale nel Lazio (e pure altrove, a quanto si è capito). 
In più ci sarebbe la decisione dell'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo presso la Cassazione, con cui si è rigettata l'opposizione della Dc al provvedimento di ricusazione del simbolo alle ultime elezioni europee: la decisione non si limitava a ribadire la legittimità dell'uso dello scudo crociato da parte dell'Udc e a confermare che non c'era alcuna affiliazione al Ppe (dunque il suo emblema non poteva essere usato), ma aggiungeva che la Dc "dal 1993 [...] ha definitivamente cessato la propria attività politica" e mancherebbe "la dimostrazione storico-giuridica della continuità" della Dc-Grassi con la Dc storica. "Al di là del fatto che mi pare che l'Ufficio elettorale sia andato oltre le proprie competenze, non spettando a esso pronunciarsi sulla continuità giuridica della Dc, visto che era sufficiente rilevare la legittimità dell'uso dello scudo fatto dall'Udc - precisa Luciani - è significativa l'affermazione della Cassazione, che coincide tra l'altro con i contenuti dell'esposto che Cerenza e De Simoni avevano inoltrato al Viminale proprio per comunicare le loro iniziative legali per far invalidare l'assemblea del 2017 e il congresso del 2018: di fatto, mi pare che persino la Cassazione abbia riconosciuto che il procedimento seguito fin qui non è stato corretto e il congresso del 2018 non ha avuto gli effetti sperati".



La via dell'autonullità e altre questioni legali


La strada scelta dall'assemblea convocata da Luciani per rimediare ai problemi riscontrati, dunque, è stata quella di una sorta di "autodichiarazione di nullità" degli atti congressuali con conseguente loro revoca: una via che si può comprendere, se non altro per evitare le lungaggini processuali, ma che appare scivolosa proprio perché non ci si è rivolti al giudice per rimuovere gli effetti degli atti contestati. "Non vedo perché debba apparire scivolosa - ribatte Luciani - Se dei privati stipulano un accordo per uno scopo e poi ritengono che quell'accordo abbia dei vizi, possono certamente tornare sui loro passi; certamente, però, se nel frattempo qualcuno sulla base di quell'accordo fatto venire meno 'in autotutela' ha maturato diritti o aspettative, dev'essere in qualche modo ristorato". 
A quali situazioni pensa? "Innanzitutto a coloro che si sono iscritti alla Dc dopo il congresso, pagando una tessera, pensando che il partito operasse in condizioni di legittimità: della loro posizione si occuperà il consiglio nazionale, eletto dal nuovo congresso, che però certamente riconoscerà loro l'iscrizione appena possibile. Ci sono poi alcune persone che, per le posizioni assunte nella diatriba sulla validità del congresso, sono state in qualche modo lese nella loro onorabilità, venendo sospese o diffidate per avere agito per denunciare i vizi congressuali o cercare di rimuoverli, finendo anche indicate come tali sul sito della Dc [il riferimento è alle posizioni di Lisi, Emilio Cugliari e dello stesso Luciani, ndb]: per ora l'assemblea ha espresso loro solidarietà, così come ha espresso disappunto per quelle condotte che avrebbero fatto emergere con chiarezza l'invalidità del congresso non nell'immediato, ma solo dopo settimane, finendo per ledere le aspettative di chi credeva di aver partecipato a un'assise valida o di essere eletto validamente a una carica".
Dopo la decisione dell'assemblea, resta comunque il problema della celebrazione del congresso: lo statuto oggettivamente detta una procedura diversa da quella che è stata e sarà comunque seguita: "In effetti il rispetto dello statuto sarebbe quasi impossibile in queste condizioni di 'ripartenza' - precisa Luciani - ma a ben guardare è già stato il giudice Romano a derogare allo statuto nel 2016, quando ha convocato l'assemblea dei soci e le ha dato potere di eleggere un presidente per l'associazione, come prevedeva l'ordine del giorno presentato: lo ha fatto perché mancavano gli organi che avrebbero dovuto procedere agli atti che si volevano ottenere, quindi l'autodichiarazione di nullità del congresso ci riporta a quel regime di deroga inaugurato dal giudice. Del resto, se ci si pensa, lo statuto della Dc lo hanno formato e deliberato i soci di allora: l'assemblea dunque in un primo tempo era sovrana, fino a quando ha deciso con uno statuto che le decisioni spettassero a un congresso e qui la situazione non è molto diversa".


Le conclusioni dell'assemblea

Oltre a dichiarare la nullità del congresso del 2018, l'assemblea del 12 ottobre convocata da Luciani ha, tra l'altro, conferito allo stesso Luciani l'incarico di "presidente ad interim" dell'associazione, con il compito di nominare i commissari regionali per le elezioni dei delegati al congresso, fissare il giorno unico delle elezioni dei delegati e del congresso nazionale, nonché alla redazione del regolamento congressuale (simile al precedente, ma da modificare secondo i princìpi e criteri direttivi sottoposti ancora da Luciani all'assemblea, per far fronte alle difficoltà riscontrate durante il precedente tentativo congressuale). 
La stessa assemblea ha poi approvato all'unanimità la mozione di Salvatore Napolitano, Valentina Valenti e Pellegrino Leo, con cui si proponeva di porre fine alle liti politiche e giudiziarie in casa democristiana (organizzando un forum della Dc che predisponga "un progetto politico socio-economico-culturale di sviluppo del Paese e del proprio ruolo in Europa, nella continuità ideale dei cattolici/popolari" per poi ragionare di alleanze politiche e programmatiche, anche tese al vero ritorno in politica della Democrazia cristiana), mentre ha preso atto della comunicazione di Raffaele Lisi della contemporanea assemblea costituente della Dc che aveva eletto Franco De Simoni segretario e Raffaele Cerenza segretario amministrativo, rilevando che quelle attività "concretizzano un 'recesso volontario' dalla Dc storica di appartenenza, oltre che una palese incompatibilità".
A proposito, che ne sarà del ricorso di Cerenza e De Simoni contro il congresso del 2018? "A mio modo di vedere - nota Luciani - visto che l'assemblea ha provveduto a rimuovere gli atti congressuali di cui si contestava la validità, il procedimento per dichiarare la nullità del congresso dovrebbe venire meno, perché non c'è più il motivo di insistere in quella richiesta". Posto che è lecito avere dubbi su questo esito - se non altro perché il giudice potrebbe ritenere che quell'assemblea non avesse titolo per deliberare - resterebbe comunque in piedi l'altro procedimento civile, per invalidare l'assemblea del 2017, da cui tutto era iniziato. 
Colpisce ancora, tra l'altro, che quella convocazione di assemblea sia stata disposta nel 2016 dal giudice Guido Romano sulla base dell'elenco di iscritti formato successivamente al consiglio nazionale del 2012 che proprio Romano aveva dichiarato nullo nel 2014: sul nuovo inizio del 2017 pende dunque un'incertezza ulteriore? "Parlando con i miei colleghi giuristi dell'università di Bologna - dice Luciani - si è rilevato che il giudice che aveva annullato il congresso del 2012 non si era espresso sulla validità dell'elenco degli iscritti, pur essendosi secondo noi basato anche su quello per altri suoi ragionamenti sulla legalità statutaria: non lo aveva avallato, insomma, ma nemmeno disconosciuto". E il giudice Romano che aveva disposto la convocazione dell'assemblea sulla base di un elenco cui di fatto aveva tolto valore due anni prima? "Beh, siamo stati davanti a lui tre volte e non ha mai eccepito la non regolarità di quell'elenco. In più, quando io ho convocato l'assemblea, mi sono cautelato inserendo nella convocazione l'invito anche agli altri eventuali aventi diritto, quindi abbiamo fatto del nostro meglio per fare bene; quando poi ho ricevuto una lettera di diffida da alcuni iscritti che si erano rivolti a un'avvocata, io l'ho inviata al giudice e lui non aveva eccepito nulla" (in effetti il giudice aveva risposto, di suo pugno: "Visto, agli atti non sussistendo provvedimenti da adottare e essendo devoluto al Sig. Nino Luciani l'esecuzione degli adempimenti connessi alla convocazione dell'assemblea della Democrazia cristiana"). 
Per l'ennesima volta, dunque, al centro della discussione ci sono anche questioni formali, che potrebbero produrre nuove liti. Sul punto Luciani è netto: "Sull'osservanza della legge, tenga presente l'episodio del Vangelo di Luca in cui Gesù, a pranzo in casa di un fariseo, guarisce di sabato un malato sotto gli occhi dei dottori della Legge e dei farisei, per poi chiedere 'Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?', lasciando tutti senza parole. Al momento la Dc è bloccata e, se la si vuole fare davvero, è inutile tenerla bloccata: occorre guardare al risultato e non ai cavilli legali, per questo abbiamo cercato di risolvere la situazione provvedendo noi stessi a rimuovere gli effetti del congresso contestato, così da procedere regolarmente e magari partecipare con tutti i crismi alla federazione di cui si parla". Si vedranno gli sviluppi della vicenda: gli episodi passati, però, non promettono nulla di tranquillo.

venerdì 11 ottobre 2019

Dc e scudo crociato: riassunto (e la mia tesi) una volta per tutte (3)

La seconda parte del riassunto delle puntate precedenti sulla Dc e sullo scudo crociato si era chiusa con una sentenza della Corte di cassazione a sezioni unite civili pubblicata alla fine del 2010. In teoria doveva essere la parola "Fine" sulle dispute che avevano contrapposto - nel corso degli anni - personaggi come Piccoli, Buttiglione, Marini, Rotondi, Duce, Castagnetti, Sandri, Pizza e tanti altri. In realtà, senza bisogno di scomodare Tiziano Terzani, quella fine ha rappresentato un nuovo inizio: più di una persona ha voluto leggere nella sentenza della Corte d'appello di Roma del 2009 (confermata dalla Cassazione nel 2010) non solo la certificazione che la Democrazia cristiana non era mai stata sciolta - vero: nessuno voleva scioglierla, ma soltanto cambiarne il nome - ma la dichiarazione che tutti i partiti che avevano operato dal 1994 (Ppi compreso) erano di fatto soggetti giuridici nuovi, mentre la "vecchia" Dc continuava a esistere, ma era rimasta in sonno da allora. Sonno da cui, evidentemente, per varie, instancabili figure doveva essere risvegliata. 

12) No, il commissario (chiesto da Fiori) no!

Publio Fiori, ad esempio, era convinto che per la Cassazione la Democrazia cristiana continuasse a esistere - dormiente - come soggetto distinto dal Ppi e dagli altri partiti operanti in seguito: per riprendere l'esempio fatto nella prima parte, era inconcepibile che Marco Cerri (il Ppi) fosse lo stesso soggetto che prima si chiamava Franco Porta (la Dc), visto che aveva fatto di tutto (e pure male) per cambiare nome. Fiori, che per primo aveva lamentato anomalie nel passaggio Dc-Ppi e nel 2006 aveva costituito con Clelio Darida Rifondazione democristiana (poi Rinascita popolare), nel 2011 contestava l'idea - rilanciata nel 2008, dopo la querelle elettorale di Pizza, da Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Giulio Andreotti - di consegnare all'Istituto Sturzo lo scudo crociato per far cessare le liti. "Troppo semplice, troppo facile e troppo comodo [...] mettere una pietra tombale su una così importante tradizione ideale, politica e socioeconomica": era meglio costituire un comitato per riconvocare "l'ultimo Consiglio Nazionale del partito" (senza i consiglieri che avevano aderito al Ppi o ad altri partiti) per eleggere i nuovi vertici e riprendere l'attività oppure, ove ciò non fosse stato possibile, chiedere al Tribunale di Roma di nominare "un Commissario Straordinario che accerti l’illegittimità di tutti i provvedimenti assunti in nome della Dc dopo la sua presunta trasformazione" (agendo per recuperare gli immobili ceduti senza titolo e chiedendo il rendiconto a chi aveva gestito i beni del partito), puntando a riaprire il tesseramento e a un nuovo congresso. 
In effetti Fiori ad aprile del 2011 si rivolse al Pm del tribunale romano, a nome proprio e di altri democristiani, sostenendo che dopo la Cassazione del 2010 si era accertato che la Dc "ha continuato ad esistere mantenendo formalmente inalterate le sue funzioni politiche e i suoi rapporti giuridici/patrimoniali" ma da oltre quindici anni non era legittimamente gestita, dunque occorreva ripristinare la legalità statutaria con la nomina del curatore speciale. La Procura della Repubblica, però, in maggio sottolineò che la decisione passata in giudicato non aveva affatto detto che la Dc aveva continuato a esistere come soggetto autonomo, ma solo che il cambio di nome Dc-Ppi non era avvenuto secondo lo statuto: ciò non comportava alcuna mancanza di legale rappresentante della Dc e, per giunta, nemmeno interessi pubblici da tutelare con l'intervento del Pubblico ministero. Niente curatore speciale, dunque: bisognava tentare altre strade.


13) Ripartire dal consiglio nazionale: il primo tentativo (fallito) di Fontana

In effetti, nelle ultime righe del suo provvedimento, una soluzione la Pm sembrava suggerirla: sottolineando che la nomina del curatore può essere chiesta anche dal soggetto da rappresentare, aveva scritto che "i medesimi membri della Dc, qualora lo ritengano utile e necessario al fine di consentire al partito di riprendere l'attività politica, possano procedere essi stessi, nel rispetto delle previsioni statuarie, alla ricostituzione degli organi associativi e alla nomina di un nuovo rappresentante con i tempi e i modi ritenuti più opportuni". Probabilmente la magistrata si riferiva all'ultima evoluzione della Democrazia cristiana, cioè il Ppi, visto che non credeva che la Dc fosse sopravvissuta come soggetto autonomo; per altri, invece, quelle frasi provavano che occorreva passare per la ricostituzione degli organi e si doveva partire riconvocando l'organo meno numeroso e che per ultimo si era espresso sulla questione del nome (il 29 gennaio 1994), cioè il consiglio nazionale.
Secondo lo statuto Dc, per la convocazione occorreva la richiesta di un quinto dei membri, da notificare - mancando organi superiori - a chi avrebbe dovuto convocare l'organo, cioè il presidente del consiglio nazionale. La carica nel 1994 era ricoperta da Rosa Jervolino Russo: la richiesta le fu inviata, lei "tuttavia si rese irreperibile e non si fece trovare né per il tramite di lettera raccomandata A/R, né con iscrizione dell’appello all'Albo pretorio di Napoli" (è scritto sul sito www.democraziacristiana.cloud). Si è scelto allora di procedere con l'autoconvocazione ad opera del primo firmatario, che era Clelio Darida (consigliere anziano), aiutato soprattutto da Ettore Bonalberti e Silvio Lega. 
Convocazione del consiglio nel 2012
L'appuntamento era per il 30 marzo 2012, con tanto di convocazione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e l'idea di riaprire il tesseramento e ripristinare gli organi. In quella sede si sono presentati circa 30 aventi diritto sulla platea di oltre 180 (morti compresi), eleggendo segretario politico l’ex ministro Gianni Fontanapresidente del consiglio nazionale Silvio Lega e ristabilendo come segretario amministrativo Alessandro Duce
Quel gruppo dirigente avrebbe celebrato (di nuovo) il XIX congresso il 10-11 novembre 2012, confermando Fontana alla segreteria, anche se nelle settimane successive - che avrebbero dovuto portare alle elezioni politiche del 2013 - il gruppo sarebbe riuscito a spaccarsi con l'elezione di Ombretta Fumagalli Carulli al posto di Lega e le lamentele del gruppo che aveva promosso la riattivazione del partito ma a quel punto non si sentiva più rappresentato. Tempo qualche settimana, però, e gli ostacoli lungo il percorso sarebbero stati ben più gravi e non superabili (non in quel modo, per lo meno).
La "sentenza Romano" del 2014
Il fatto è che già alla riunione dell'autoconvocato consiglio nazionale si era litigato di brutto - alzando non poco la voce, in favore di telecamere - su questioni formali: alcuni avevano lamentato dei vizi nella convocazione e nell'operato dell'organo. Quelle critiche si erano poi tradotte in due ricorsi, volti a dichiarare nulli gli atti del consiglio nazionale: uno era stato presentato a nome dell'associazione degli iscritti Dc del 1993 da Raffaele Cerenza (presidente della stessa associazione, partecipante come avvocato alla causa che portò alla "sentenza Manzo" e come interveniente nel processo d'appello) e Gianni Potenza; l'altro da Angelo Sanza (in quel momento legato all'Udc) e Federico Fauttilli. A gennaio del 2013 - pochi giorni prima del deposito dei simboli per le elezioni - un giudice del Tribunale di Roma, Guido Romano (un nome da tenere a mente), ha sospeso l'efficacia degli atti del consiglio nazionale nel 2012, perché a norma delle disposizioni attuative del codice civile (art. 8) occorreva l'invio di un comunicazione personale a ciascun avente diritto, condizione non soddisfatta dalla pubblicazione della convocazione del consiglio sulla Gazzetta Ufficiale; la decisione è stata confermata dalla "sentenza Romano" del 2014. 
Nel frattempo, a marzo del 2013, era intervenuto un altro giudice dello stesso tribunale - Francesco Scerrato - per sospendere gli atti del XIX congresso (che, in ogni caso, non avrebbero resistito alla nullità dell'antecedente consiglio nazionale del 2012), sospensione diventata annullamento con una sentenza del settembre 2015. In quel caso chi aveva agito si era lamentato del mancato rispetto dello statuto sulla convocazione del congresso e sulla formazione della platea congressuale. 
Era stato inutile per chi aveva tentato di rifare la Dc che non si era potuto seguire lo statuto perché le dimensioni non erano più quelle di un tempo, visto che "se si intende essere i continuatori dell'esperienza politica della Dc e se quel partito aveva un determinato statuto - aveva scritto il giudice - è conseguenziale che quello Statuto deve essere osservato in ogni sua parte". 
Morale, il tentativo della "Dc-Fontana" iniziato nel 2011 di riunire il consiglio nazionale era naufragato piuttosto male; per non disperdere quelle forze, Fontana fondò comunque l'Associazione Democrazia cristiana, sperando che dai giudici arrivassero sentenze di altro segno (che non sono arrivate).


14) Porte sbarrate e tentativi a ripetizione    

Piccolo passo indietro rispetto al 2014-2015. Si è detto che l'ordinanza del giudice Romano del 2013 era arrivata poco prima del deposito dei simboli per le elezioni politiche: l'emblema della Dc-Fontana è stato ricusato comunque per l'uso dello scudo crociato, stabilmente presente in Parlamento con l'Udc, ma Viminale e Cassazione ne bocciarono altri due, quasi identici tra loro (uno più chiaro, uno più scuro). Uno lo aveva depositato Alessandro Duce, ritenendo che la sospensione del consiglio nazionale del 2012 avesse nuovamente reso lui unico (e ultimo) legale rappresentante della Dc; l'altro lo aveva fatto presentare Francesco Mortellaro, fondatore nel 2010 e coordinatore di un "Comitato di Coordinamento Associativo Politico della Democrazia Cristiana", volto a "ripristinare gli obiettivi ideologici, politici, e morali del partito della Democrazia Cristiana, nonché di salvaguardarne l'intero patrimonio immobiliare che è stato indebitamente acquisito da soggetti non aventi alcuna legittimazione" e di difendere pure l'uso del simbolo da impieghi indebiti, con l'obiettivo di convocare un congresso (il tutto basato sulla citata sentenza di Cassazione del 1998, non quella del 2010). 
Non era stato più fortunato un ricorso dello stesso Mortellaro al Tribunale di Roma per ottenere che all'Udc fosse inibito l'uso dello scudo in vista delle elezioni: il giudice Riccardo Rosetti si era espresso quando ormai il deposito era già avvenuto (come pure le ricusazioni e l'esame delle opposizioni), sottolineando che non si era dimostrato che quel comitato fosse la Dc (quella Dc storica) né di avere posto in essere le procedure statutarie per riattivare la Dc e ricostruirne gli organi, così non c'erano motivi per credere che i fondatori del comitato potessero rappresentare il partito.
Non era andata bene nemmeno alla Dc guidata da Angelo Sandri, almeno quando si era trattato di depositare il simbolo per le europee: nuova bocciatura del Viminale, confermata dall'Ufficio elettorale nazionale della Cassazione (praticamente con lo stesso testo di sempre). Questo nonostante dal 14 al 15 dicembre 2013 a Perugia si fosse tenuto un XXII congresso - terminato con la rielezione di Sandri - che da una parte si poneva in continuità con le attività di riattivazione portate avanti dal 2001-2002 (perché per lo stesso Sandri l'aver riconosciuto ammissibile l'azione legale iniziata nel 2002 contro il Cdu equivaleva ad aver riconosciuto la coincidenza tra Dc storica e Dc "riattivata", che lui riteneva di rappresentare), dall'altra prendeva atto a suo modo delle sentenze del 2009 e del 2010: la convocazione del congresso e la legittimazione a partecipare sarebbero state estese a tutti gli iscritti del 1992-1993 e questo per Sandri era sufficiente a riannodare i fili con la storia giuridica della Dc ferma al 1994 (sul punto è lecito avere dubbi di natura giuridica). A dispetto degli ostacoli a livello nazionale, si deve comunque riconoscere una presenza politica ed elettorale della Dc-Sandri in molte realtà locali, un fenomeno che non si attenuerà con il tempo.
Nel frattempo, se si erano sostanzialmente perse le tracce della Dc-Pizza (lui stesso non era stato eletto in Parlamento nel 2013), non erano mancati altri tentativi di ridestare il partito. C'era chi aveva tentato di mettere in piedi altri comitati, come gli iscritti che si erano riuniti nel 2012 e avevano eletto alla presidenza il pugliese Raffaele Lisi, per convocare un congresso straordinario degli iscritti 1992-1993 ("straordinario" in senso etimologico, extra ordinem, non il "congresso straordinario" previsto dallo statuto) ed eleggere gli organi dirigenziali previsti dallo statuto vigente, "per dare continuità giuridica, organizzativa e ripristinare, con piena legittimazione, gli obiettivi ideologici e politici della associazione partitica". Il tutto senza riconoscere titolo ai dirigenti democristiani del 1994, ritenuti decaduti dalle loro cariche visti i limiti temporali dettati dallo statuto (non è chiaro perché il tempo decorso non dovrebbe far decadere anche le iscrizioni al partito, ma tant'è).
Altri invece avevano cercato di ricostituire la Dc "dal basso": era l'idea, per esempio, di Pellegrino Leo, altro pluripartecipante a ogni iniziativa per rimettere in moto la Dc (e depositante al Viminale, prima delle europee del 2014, di un emblema identico a quello di Sandri, ottenendo lo stesso risultato). Per lui nessuna carica del partito - men che meno quella di segretario amministrativo - era stata risparmiata dalla decadenza negli anni successivi al 1994 e poteva dirsi iscritto alla Dc solo chi in seguito non aveva militato in altri partiti (interpretando in modo severo lo statuto): questi "democristiani incrollabili" avrebbero dovuto "riaprire" le sezioni di un tempo mai soppresse e "contarsi", per poter ridare corpo al partito (benché, di nuovo, non fosse chiaro come mai gli anni trascorsi non avessero fatto decadere anche la qualità di soci), ma anche per individuare la platea degli iscritti. 
Secondo lui, infatti, invece che ricorrere allo statuto sarebbe stato meglio fare leva sul codice civile, che all'articolo 20 consentiva la convocazione dell'assemblea dell'associazione su richiesta motivata di almeno un decimo degli associati: mancando gli amministratori della Dc a causa del decorso del tempo, raccogliendo le firme ci si sarebbe potuti rivolgere direttamente al presidente del tribunale scelto. 
In effetti, Leo ha sondato questa possibilità, inoltrando istanza al Tribunale di Roma per la convocazione dei soci ex art. 20 del codice civile, firmandola con Alberto Alessi (già deputato, figlio di Giuseppe Alessi che aveva fondato la Dc e disegnato il suo primo simbolo) e il professore bolognese Nino Luciani. Il giudice l'aveva dichiarata inammissibile perché non era stato prodotto alcun elenco di iscritti e comunque era notorio che i tre istanti non rappresentavano un decimo degli associati: non aveva però chiuso la porta all'idea che si arrivasse alla convocazione per quella via, anche in mancanza degli amministratori. 
Alessi e Luciani, peraltro, avevano nel frattempo - il 12 novembre 2013 - ritenuto opportuno dare vita a una sorta di "partito ponte", la Democrazia cristiana nuova: doveva essere "uno strumento politico ed elettorale immediatamente operativo" in grado tanto di confermare gli ideali e i programmi della Dc storica, quanto di sostenere la riorganizzazione della Dc, scrivendo nello statuto che la Dc nuova si sarebbe sciolta "automaticamente al momento della costituzione della Dc storica anche sul piano organizzativo e del contestuale riconoscimento della proprietà esclusiva del simbolo con lo scudo crociato". Nel frattempo, per non farsi impedire l'attività, era stato elaborato un altro emblema, che riportava comunque in evidenza la sigla Dc e un elemento crociato.
Non sono mancati, per la cronaca, altri tentativi di rimettere in piedi la Dc senza l'intenzione di combattere una battaglia giuridica per riconnettersi al partito nato nel 1943, magari con nomi diversi (come la Federazione dei Democristiani di Ugo Grippo e Luigi Baruffi o il Movimento politico Libertas di Antonio Fierro) o comunque con simboli nuovi (come la Democrazia cristiana storica di Francesco Crocensi). Il tutto mentre l'Associazione degli iscritti alla Dc del 1993 presieduta da Raffaele Cerenza ha continuato la sua opera per tentare di ricostruire la situazione patrimoniale della Dc, rivolgendosi alla Camera per ricostruire i bilanci della Dc storica (e compiere una ricognizione sui bilanci dei partiti che hanno tratto benefici dal patrimonio democristiano, verificando anche l'esistenza di eventuali rimborsi elettorali che sarebbero spettati alla Dc) e a varie procure della Repubblica perché indagassero su eventuali irregolarità legate alla gestione degli immobili già legati alla Dc.
Quello che pochi sapevano era che, nel frattempo, qualcuno si stava muovendo per cercare di far tornare la Democrazia cristiana in un modo che sembrasse anche giuridicamente credibile, sperando di farsi un regalo di Natale anticipato.


15) Un giudice riconvoca l'assemblea Dc. Eppure...

Il regalo in effetti è arrivato il 14 dicembre, quando al Tribunale di Roma è stato depositato il decreto del giudice Guido Romano, con cui effettivamente si disponeva la convocazione dell'assemblea nazionale della Dc presso l'hotel Ergife di Roma (il congressificio per eccellenza), indicando per la seconda convocazione la data del 26 febbraio 2017: un provvedimento che chiudeva un iter iniziato il 12 maggio 2016, con un'istanza rivolta al presidente del tribunale da cinque persone - primo firmatario Nino Luciani - che agivano per conto del 10% degli iscritti alla Dc.  
Come ci erano riusciti, considerando che le deleghe allegate erano oltre 200? La platea di iscritti era di circa 2000 persone? Quella del 1993 certamente no, ma risultavano 1742 gli iscritti dell'elenco fornito al giudice. Come mai così pochi? Evidentemente non poteva trattarsi degli iscritti del 1993 (di cui tra l'altro non esistevano elenchi accessibili), ma di coloro che nel 2012 avevano confermato la loro iscrizione in occasione del XIX congresso che aveva confermato alla segreteria Gianni Fontana: proprio quel percorso che era stato bloccato dallo stesso giudice Romano con le sue decisioni del 2013 e del 2014. Aveva ragione il giudice nel dire che "in sede di volontaria giurisdizione, al Tribunale è devoluta esclusivamente la funzione di valutare la legittimità formale della richiesta", lasciando ogni altra questione all'eventuale contenzioso aperto in seguito (e la cosa sembrava certa o quasi), dunque al magistrato toccava solo valutare se il numero dei richiedenti corrispondeva almeno al 10% degli iscritti risultanti dall'elenco fornito; colpisce però che a disporre quella riunione sia stato proprio lo stesso giudice che, dichiarando nullo il consiglio nazionale del 30 marzo 2012, aveva privato di validità quell'elenco di iscritti. E anche se quell'elenco fosse stato valido, si sarebbe riconvocata l'assemblea della Dc-Fontana (quella del 2012), non certo quella storica: il dubbio rimaneva, visto che il giudice aveva notato come la decadenza di tutti gli organi sociali facesse venire meno il bisogno di provare l'inutile tentativo di chiedere la convocazione agli amministratori dell'associazione (quali organi erano decaduti, quelli della Dc-Fontana che aveva visto invalidate tutte le sue azioni o quelli della Dc storica grazie al decorso del tempo?).
La decisione del tribunale, in ogni caso, era arrivata (dopo tra l'altro che ai richiedenti si era chiesto di documentare la disponibilità di una sala in grado di contenere tutti i soci e qualcuno aveva anticipato di tasca sua i soldi per il contratto) ed era un passo importante, che in precedenza era sempre mancato. Alcune polemiche formali erano iniziate peraltro già nelle settimane precedenti l'assemblea, la cui convocazione spettava al primo firmatario, Luciani; quando poi l'assemblea si è effettivamente tenuta, se ne sono viste di ogni colore. Lì, ascoltato Fratelli d'Italia e cantato O bianco fiore, tra una polemica e l'altra si è arrivati a eleggere alla presidenza dell'associazione di nuovo Gianni Fontana: sarebbe toccato a lui portare la Dc a celebrare un'altra volta il XIX congresso. La data, tuttavia, è stata spostata più volte (con ampio corredo di polemiche sulla gestione del partito), fino a quella definitiva del 14 ottobre 2018 (con puntuale diffida dell'Udc): lì è stato eletto alla segreteria Renato Grassi


16) Verso la fine, tra ricorsi, sentenze, liquidazioni e fondazioni

Poteva andare tutto liscio? No, ovviamente, visto che per Raffaele Cerenza e il suo vice Franco De Simoni non era stata valida la convocazione dell'assemblea del 26 febbraio 2017 per vizi di vario tipo. Loro hanno presentato un ricorso già ad aprile del 2017, ma non si è ancora arrivati a una decisione nemmeno provvisoria e lo stesso vale per l'impugnazione degli atti del congresso del 2018, con nuove contestazioni circa la sua validità; nel frattempo non era andato a buon fine un ricorso presentato da Cerenza per inibire all'Udc l'uso dello scudo crociato e la Dc-Fontana si era vista bocciare il suo simbolo alle elezioni politiche, ma aveva accettato di sostituire lo scudo con una bandiera crociata (con grande scorno di molti, che hanno considerato quella scelta una resa: il tentativo di correre alle europee nel 2019 sotto le insegne del Ppe per non raccogliere le firme non sarebbe andato meglio) per poi diffidare dall'uso del nome Dc tanto Cerenza quanto Rotondi
Già, perché in tutto ciò, Gianfranco Rotondi ad agosto del 2018 aveva messo da parte il suo ultimo partito, Rivoluzione cristiana, per rispolverare la sua vecchia Dc (non più per le autonomie) e metterla a disposizione per un'eventuale federazione democristiana sotto l'antico nome (e magari anche lo scudo, se lo avesse apportato l'Udc); a luglio del 2019, tuttavia, anche quella Dc è stata sciolta assieme al Cdu (di cui Rotondi era ancora tesoriere) e i due simboli sono stati conferiti alla Fondazione Fiorentino Sullo, ribattezzata Fondazione Democrazia cristiana (il tutto mentre l'Udc rivendicava per l'ennesima volta la titolarità esclusiva dello scudo crociato e nelle settimane successive provava a concepire un nuovo disegno federativo di natura democratica cristiana). 
Sempre a luglio, tra l'altro, la Cassazione si è definitivamente pronunciata su una vicenda processuale iniziata nel 2006 con una citazione di Angelo Sandri, che aveva chiamato in giudizio Ccd, Cdu, Udc, Ppi e Dc-Rotondi, chiedendo che si dichiarasse nullo il cambio di nome da Dc a Ppi del 1994 (con conseguente costituzione di un nuovo partito), si inibisse a soggetti diversi dalla Dc-Sandri l'uso di nome e simbolo storici e si condannassero tutti i partiti nuovi a restituire i beni indebitamente sottratti nel frattempo. In primo e in secondo grado (2009 e 2017) le domande di Sandri sono state respinte (nessuno aveva voluto costituire un nuovo partito col nome di Ppi, non si è accolta la tesi dell'invalidità del mutamento di nome e non ci sono elementi per dire che la Dc-Sandri coincide con la Dc storica, anzi la Dc-Rotondi aveva il diritto di chiedere alla Dc-Sandri di non usare più il suo nome); un'ordinanza della Suprema Corte ha semplicemente dichiarato inammissibile il ricorso di Sandri, perché formulato in un modo ritenuto scorretto. 
Per la seconda volta, dunque, la Cassazione si è espressa su vicende relative alla Democrazia cristiana e allo scudo crociato (senza contare ovviamente i numerosi pronunciamenti sui contrassegni presentati per le elezioni politiche ed europee: almeno una decina, se non di più). I contenziosi, tuttavia, non sono finiti: restano in piedi, soprattutto, quelli legati alla validità dell'assemblea del 26 febbraio 2017 e del congresso del 2018, ma le cause saranno trattate l'anno prossimo. Nell'attesa, Cerenza - come presidente dell'associazione di iscritti alla Dc del 1993 - ha comunque autoconvocato per il 12 ottobre (domani) a Roma un'assemblea costituente del partito, ritenendo illegittimi i passi compiuti dal 2016; lo stesso giorno e quasi alla stessa ora, peraltro, Nino Luciani ha convocato un'analoga assemblea, ritenendosi delegato a ciò da Gianni Fontana (ma non con il consenso degli organi della Dc-Grassi). 
La vicenda, come si vede, non sembra avere fine e non l'avrà a breve termine; nel frattempo, resta sempre in sospeso la questione del Ppi, per il quale - lo ha detto abbastanza chiaramente la Cassazione - la dichiarazione di inesistenza delle delibere del cambio di nome non vale. In un processo, insomma, si è stabilito che la persona che si faceva chiamare Marco Cerri in realtà era ancora Franco Porta, ma quell'accertamento non valeva nei confronti di Cerri, che è ormai consunto dal tempo ma è ancora in vita e al momento può ancora farsi chiamare col nome che ha scelto tanti anni prima. Nonostante questo, c'è ancora chi si rifiuta di accettare l'idea che il Ppi e la Dc siano lo stesso soggetto giuridico, pur di non lasciare la titolarità di nome e simbolo democristiani a chi li aveva voluti mettere da parte: piuttosto che ammettere che Marco Cerri (il Ppi) sia la persona che prima si chiamava Franco Porta (la Dc), preferiscono pensare che al momento del cambio di nome Cerri sia diventato un'altra persona e che Porta sia sopravvissuto, da qualche parte, nell'attesa che qualcuno lo svegli dal sonno. Ci vorrà un altro tribunale per chiarire anche questo, una volta per tutte?


(3 - fine)

sabato 28 settembre 2019

E se il 12 ottobre si tenessero due assemblee della Democrazia cristiana?

Il 12 ottobre, lo si è già detto, dovrebbe essere il giorno in cui i soci della Democrazia cristiana del 1993 cercheranno per l'ennesima volta di risvegliare il partito con un'assemblea costituente, autoconvocata dal presidente dell'associazione che raccoglie gli iscritti di allora (Raffaele Cerenza) in nome e per conto dell'intera platea dei soci, poiché - secondo chi ha studiato questa soluzione - l'assemblea degli iscritti sarebbe l'unico organo rimasto della Dc, dopo il lungo sonno iniziato con il passaggio di nome a Partito popolare italiano nel 1994, fatto senza la convocazione di un congresso.
Vi raccontiamo ancora questa storia sempre uguale e sempre diversa - verrebbe da dire ricalcando e parafrasando l'incipit del film Il compagno Don Camillo - perché sempre diversi ma sempre uguali, almeno nello scopo (e, non di rado, nelle persone coinvolte), sono i tentativi di far tornare sulla scena politica la Democrazia cristiana, tentando di seguire una strada che appaia la più legittima possibile. Ed è proprio in questa ricerca che si finisce per avere puntualmente idee diverse e spesso anche per scontrarsi, armati di scudo crociato, con una foga e una tenacia che a quella di Don Camillo non ha nulla da invidiare. In tutto questo, può persino capitare che la Dc riunisca due assemblee diverse, potenzialmente simili negli scopi e nella composizione, nello stesso giorno e addirittura quasi alla stessa ora, ma ovviamente in luoghi diversi.
Già, perché il 12 ottobre, a quanto si apprende, oltre alla riunione degli iscritti del 1993 (auto)convocata da Cerenza per le 9 e 30 presso la sala di Via Quattro Cantoni 53, è in via di convocazione (o è già stata convocata, non è ancora chiaro) per le 10 dello stesso giorno in via XX settembre 68/B, presso la sala dell'Istituto Volpicelli, l'assemblea degli associati alla Dc che figuravano nell'elenco degli iscritti depositato a suo tempo presso il tribunale di Roma (e sulla base del quale alla fine del 2016 era stata disposta dal giudice Guido Romano l'assemblea della Dc del 26 febbraio 2017), dunque l'assemblea della Dc che si riteneva essere stata riattivata per mezzo del tribunale di Roma. Due assemblee della Dc, dunque, a mezz'ora e a due, tre chilometri di distanza (a seconda che ci si sposti a piedi o in auto): se della prima si è già abbondantemente parlato, è il caso di dire qualcosa di più sulla seconda (visto che inizia più tardi).
Quest'assemblea è stata materialmente convocata da Nino Luciani, già ordinario di scienza delle finanze a Bologna e a Roma, ma soprattutto primo firmatario - a maggio del 2016 - della richiesta al tribunale di Roma di disporre la convocazione dell'assemblea dei soci Dc su richiesta di circa 200 iscritti. Proprio Luciani era stato incaricato dal giudice Romano di convocare materialmente l'assemblea e di presiederla (inizialmente, finché non fu sostituito da Renato Grassi): dalla citata riunione del 26 febbraio 2017 Gianni Fontana uscì eletto come presidente dell'associazione, rimasto alla guida fino al XIX congresso (riprendendo la vecchia numerazione) svoltosi il 14 ottobre 2018, con l'elezione alla segreteria di Renato Grassi.
Il fatto è che nelle settimane successive da più parti l'esito di quel congresso è stato contestato da un paio di fronti: da una parte Raffaele Cerenza (assieme al suo vice Franco De Simoni) aveva contestato la legittimità della convocazione e dello svolgimento del congresso, avendo già impugnato gli atti del 2017 che lo precedevano e avendo riscontrato nuove anomalie nei passaggi preparatori all'assise; altre irregolarità sarebbero state lamentate da altri aderenti alla Dc - in particolare alcuni membri dell'ufficio di presidenza del congresso, Raffaele Lisi ed Emilio Cugliari - tanto gravi da rendere potenzialmente nullo il congresso stesso (perché sarebbe mancata la consegna del verbale della commissione di verifica dei poteri dell'assise, che avrebbe dovuto verificare la legittimità della platea congressuale); a ciò è comunque seguito un contenzioso interno, con la sospensione di Lisi e Cugliari dal partito.
In questa situazione decisamente intricata, Fontana aveva maturato la decisione di dimettersi dalla carica di presidente del consiglio nazionale Dc, ottenuta dopo il XIX congresso del 14 ottobre 2018; dal 22 giugno risulta suo successore il trentino Renzo Gubert. Il fatto è che in seguito, precisamente il 15 luglio 2019, lo stesso Fontana ha delegato a Nino Luciani la convocazione dell'assemblea dei soci "come già fosti incaricato dal giudice Guido Romano in data 13 dicembre 2016", ritenendo che fosse una soluzione più sicura e inclusiva rispetto alla riconvocazione della platea congressuale del 2018. Luciani dunque (che precisa di essere stato "incaricato ad attuare la convocazione di Fontana, non a convocare" l'organo) ha predisposto la lettera di convocazione per l'invito personale ai soci - seguendo le prescrizioni emerse in precedenti pronunce dei giudici - indicando come ordine del giorno per la (sua) assemblea del 12 ottobre 2019: 1) comunicazioni del presidente; 2) determinazioni in ordine alle elezioni degli organi statutari, in particolare in ordine al congresso nazionale; 3) deleghe operative.
Ora, sembra chiaro che Fontana abbia delegato Luciani a convocare l'assemblea della Dc riattivata nel 2017 in base al codice civile sul presupposto che non riconosce alcuna validità agli atti congressuali del 2018. Egli quindi avrebbe agito non nella qualità di presidente del consiglio nazionale Dc (carica che non rivestiva più da alcuni giorni e comunque successiva al congresso contestato), ma di presidente dell'associazione Dc eletto nel 2017 e tuttora in carica: questo, ovviamente, se si prende per buona la nullità o inesistenza del congresso del 2018, anche se - è il caso di ricordarlo - nessun giudice si è ancora pronunciato sul punto.
Naturalmente la situazione non poteva essere tranquilla, per cui appena Luciani ha avuto notizia dell'iniziativa di Cerenza e De Simoni, ha sostenuto l'illegittimità di un'autoconvocazione dell'assemblea costituente, ritenendo che lo statuto obbligasse prima a chiedere la convocazione a un organo superiore (circostanza contestata da Cerenza e dagli altri, convinti che non vi sia alcun organo cui rivolgersi) e che peraltro l'assemblea si sarebbe dovuta convocare con avviso personale a ciascun componente, non mediante annuncio pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Per non disperdere le forze, ha suggerito un'assemblea unica (si suppone che intenda far convergere tutti i soci sulla convocazione inviata da lui). Il tutto, peraltro, mentre il dirigente organizzativo della Dc guidata da Grassi, Antonio Fago, sconfessa l'iniziativa di Luciani, ritenendo che dopo aver deliberato la convocazione del congresso del 2018, la stessa assemblea dei soci avrebbe esaurito il suo mandato e notando che i partecipanti alla riunione del 12 ottobre convocata da Luciani (e all'altra?) decadranno da soci della Dc di Grassi, per il loro contrasto alle decisioni degli organi "regolarmente eletti". Si prevedono nuove scaramucce da ogni parte, tanto per cambiare...

mercoledì 31 ottobre 2018

Dc, cariche rinnovate per ridare corpo allo scudo crociato

Alla fine il tanto evocato - per volerlo o scongiurarlo - XIX congresso della Democrazia cristiana è stato celebrato (il 14 ottobre) e, di seguito (il 27), si è tenuto anche il primo consiglio nazionale che da quella riunione sarebbe derivato: in queste due occasioni, il partito si sarebbe dato di nuovo un segretario politico (Renato Grassi) e avrebbe ricostituito gli organi nazionali, a partire dalla direzione nazionale e dal segretario amministrativo (Nicola Troisi), con l'intenzione di ritornare pienamente operativo a livello nazionale per poter riutilizzare il simbolo dello scudo crociato nella vita politica ordinaria e agli appuntamenti elettorali. 
Naturalmente, trattandosi di vicende democristiane, c'è da sospettare che avranno strascichi in tribunale, non appena a qualcuno verrà in mente di presentare ricorso o se atti precedenti a quelli relativi a quest'assise saranno dichiarati nulli o annullati (in particolare, quelli relativi all'assemblea degli iscritti del 26 febbraio 2017, impugnati da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, la cui ultima udienza è prevista per il 19 marzo 2019).  
Volendoci fermare ai fatti, questa volta la Dc si è data come segretario un suo dirigente del passato, che peraltro nel corso del tempo ha militato anche in altri partiti che hanno rivendicato l'eredità almeno politica dello scudo crociato, al punto da adottarlo come emblema: risultò, in particolare, tra i fondatori dell'Udc, di cui è stato anche segretario organizzativo nazionale. La candidatura di Grassi, alla fine, è risultata l'unica rimasta in campo: si era infatti presentato anche Nino Luciani (già primo firmatario della richiesta di convocazione dell'assemblea Dc e candidatosi anche allora come presidente dell'assemblea dei soci), ma all'ultimo momento sarebbe stata eccepita la mancanza di una lista di candidati a suo sostegno e non ci sarebbe più stato tempo per sanare il problema. 
La mozione approvata alla fine del congresso - così come la si legge nel sito www.democraziacristiana.cloud - rilancia l'idea di riproporre "un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri", da attuare superando "le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele" e considerando il partito riattivato come "una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni". Occorre dunque verificare in concreto la possibilità di ricostruire, sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana, l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della Dc dopo la diaspora del 1994": ciò dovrà essere fatto aprendo innanzitutto il tesseramento "a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio 'la politica come la più alta forma della carità' (Paolo VI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa aderendo allo statuto e al codice etico della Dc".
Si sarebbe alla fine trovato un accordo per legare questo progetto a un nuovo nome, quello appunto di Renato Grassi (già scelto, peraltro, per presiedere l'assemblea del 26 febbraio 2017 al posto di Luciani), ma anche per non escludere del tutto Gianni Fontana, che fino a questo momento dell'assemblea dei soci Dc era stato il presidente, pur se ampiamente discusso da più parti. Fontana, alla fine, è stato eletto presidente del consiglio nazionale del partito (non senza polemiche e proteste, tanto da parte di chi lo avrebbe voluto ancora alla guida della Dc, quanto soprattutto da chi lo aveva sostanzialmente accusato dell'inattività del partito e di aver depositato per le politiche del 2018 un simbolo diverso da quello tradizionale, bocciato dal Viminale). 
Non è ancora dato sapere come il partito (che ritiene di essersi) riattivato intenderà percorrere la via della "ricomposizione della diaspora" democristiana, se con una federazione con altre forze o con l'invito a chi si ritiene parte della storia Dc a iscriversi al partito. Anche questa volta non mancano, a dire il vero, polemiche per lamentate irregolarità nelle convocazioni dei soci e nei congressi locali; può essere che siano superate, come può essere che si trasformino in nuove carte bollate. Tra i motivi di polemica, c'è anche la contestazione mossa da alcuni in base alla quale il sito del Nuovo Cdu guidato da Mario Tassone indicherebbe ancora Renato Grassi come titolare del dipartimento organizzativo del partito ed è possibile che lo sia stato anche al momento del congresso democristiano: ciò, secondo alcuni, comporterebbe l'ineleggibilità di Grassi alla segreteria della Dc (ma sul sito dei democristiani è apparso il riferimento alla decisione del Nuovo Cdu di azzerare le cariche nazionali già dall'aprile scorso). 
Nel frattempo, il consiglio nazionale ha deliberato di riaprire il tesseramento (sarà la direzione nazionale del 10 novembre a decidere come fare operativamente) e deciso che tutte le convocazioni degli organi del partito avverranno attraverso la posta elettronica (per non spendere altri soldi che non ci sono). In Abruzzo, peraltro, si continua a parlare della possibilità di presentare una lista unitaria da parte dell'Udc e della Dc riattivata da Gianfranco Rotondi, magari con la candidatura di quest'ultimo alla presidenza e con l'unione del nome e del simbolo storici. Una mossa che a chi ritiene di essere in piena continuità giuridica con la Dc storica non è piaciuta per niente. Sarà un'altra occasione per far sorgere contrasti?

mercoledì 10 ottobre 2018

XIX congresso della Dc: mancava giusto la diffida dell'Udc...

La telenovela dell'avvicinamento al (sedicente) XIX congresso della Democrazia cristiana si arricchisce di un nuovo, prevedibile - anche se non scontato - capitolo, di matrice sfacciatamente simbolica. Si apprende, infatti, che in questi giorni Gianni Fontana, che si qualifica come presidente dell'assemblea dei soci della Dc (in seguito all'elezione del 26 febbraio 2017) ed Ettore Bonalberti, tra coloro che più si sono impegnati per il ritorno in attività del partito e tra i maggiori sostenitori dello stesso Fontana, hanno ricevuto una raccomandata dal contenuto non proprio rassicurante. Il mittente della lettera, datata 4 ottobre, era Salvatore Ruggeri, segretario amministrativo e - come da statuto - legale rappresentante dell'Udc.
Motivo scatenante della lettera era stata la ricezione, da parte di alcuni iscritti al partito guidato da Lorenzo Cesa, di una comunicazione inviata da Bonalberti e firmata da Fontana "con la quale si dava notizia dell'imminente celebrazione di un'assemblea, a Roma, in data 14/10/2018": il problema non era (tanto) la convocazione dell'assemblea in sé, quanto il fatto che su quei documenti ovviamente comparissero "il simbolo con lo scudo crociato e la scritta Libertas", emblema utilizzato dalla Dc storica fino al 1993-1994 e che, dalla sua fondazione nel 2002, è parte del contrassegno dell'Udc, fondata proprio in quell'anno. 
Nella sua missiva il segretario amministrativo del partito sottolinea che "le plurime iniziative intraprese dall'On. Fontana, con l'intento di dare una continuità storico-politica, ma soprattutto giuridica, allo storico partito della DC, sono state ritenute illegittime dal Tribunale di Roma con molteplici provvedimenti" (citandone, tra l'altro, un paio resi tra il 2013 e il 2016 seguiti a un'azione della Dc-Fontana tesa "ad inibire all'Udc l'uso del proprio contrassegno" e conclusa invece con la condanna alle spese di chi aveva chiesto l'inibitoria).
Più che la questione della continuità giuridica tra Dc storica e Dc-Fontana, in realtà, all'Udc interessa la tutela del proprio uso dello scudo crociato: più spazio, infatti, viene dato alle decisioni dell'Ufficio elettorale centrale nazionale del 2013 e del 2018 che hanno negato la legittimità dell'uso dello scudo da parte della Dc-Fontana, vista la sua presenza all'interno del contrassegno dell'Udc (in verità nel 2018 l'ufficio elettorale ha respinto l'opposizione della Dc "per l'assoluta mancanza di interesse del ricorrente che ormai utilizza il nuovo contrassegno depositato", visto che il rappresentante del partito guidato da Fontana aveva sostituito l'emblema a seguito dell'invito del Viminale). 
Tutto ciò è bastato a Ruggeri per dire che "a fronte di innumerevoli turbative perpetrate negli anni da sedicenti movimenti politici che assumevano di essere i veri continuatori della Dc" (anche di molto precedenti al gruppo di Fontana), l'Udc "ha più volte ottenuto dall'Autorità Giudiziaria (anche in sede di tutela cautelare) il pieno riconoscimento all'uso in via esclusiva del proprio contrassegno" (anche se in effetti dimentica di dire che, a livello locale, non è accaduto di rado che i simboli di varie Democrazie cristiane fossero ammessi anche con lo scudo crociato). Su queste basi, "l'uso del simbolo con lo scudo crociato e la scritta Libertas da parte dell'associazione denominata Associazione Democrazia Cristiana è da considerarsi […] illegittimo, nonché gravemente lesivo dei diritti dell'Udc", dunque il segretario amministrativo dell'Udc ha invitato e diffidato Fontana e Bonalberti "ad astener[s]i immediatamente dall'utilizzo del simbolo dello scudo crociato, con o senza la scritta centrale LIBERTAS, in ogni occasione, elettorale e non, a qualunque livello", dandone comunicazione entro cinque giorni, altrimenti "saranno poste in essere tutte le più opportune iniziative, in ogni sede competente, anche in relazione al risarcimento dei danni".

L'iniziativa dell'Udc non è rimasta priva di risposte. Ettore Bonalberti ha scelto di scrivere direttamente a Lorenzo Cesa: "tu sai quanto sia inappropriato addebitarmi un utilizzo illegittimo dello scudo crociato per il quale ho combattuto una vita (anno di iscrizione alla DC: 1962, sino alla fine e poi….). Tanto più in una fase nella quale, a più riprese, mi hai confortato nell’idea di una possibile ricomposizione sul piano politico delle nostre vicende". 
Bonalberti non vuole parlare del contenzioso giuridico "che ci perseguita da molti, troppi anni" (e per lui va risolto con una soluzione politica, sottolineando che "lettere raccomandate come quelle dell’On Ruggeri […] non favoriscono quelle iniziative tendenti alla ricomposizione dell’area democratico cristiana") e allude solo di striscio - ma intanto lo fa - alle notizie che hanno visto Cesa partecipare all'iniziativa "Più Italia" voluta dall'ex parlamentare An Andrea Ronchi (e "Più Italia", curiosamente, è anche un simbolo depositato come marchio proprio da Antonio De Poli dell'Udc): preferisce continuare a pensare all'idea di ricomporre la diaspora Dc; tuttavia - precisa - "se proprio si intende continuare la battaglia indegna e suicida, dopo il congresso della Dc di domenica prossima, i nuovi organi dirigenti decideranno, in assenza di corrispondenti e auspicabili reciproche iniziative politiche, se e come rispondere sul piano giurisdizionale alle intimazioni di cui alla raccomandata dell’on. Ruggeri". 
Nel 2016-2017 l'Udc non aveva reagito alla convocazione - disposta dal tribunale di Roma - dell'assemblea degli iscritti all'Ergife, mentre lo aveva fatto in passato, in occasione di vari tentativi precedenti. Dopo la raccomandata del segretario amministrativo Udc, a quanto pare, dunque, è molto probabile che si prepari l'ennesima gita in tribunale per coloro che si contendono lo scudo crociato: pronti alla nuova puntata?