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mercoledì 1 dicembre 2021

La guida di Novelli ai manifesti della Repubblica, tra idee, arte e simboli

Chi appartiene alla categoria più o meno nobile - a seconda dei punti di vista - dei #drogatidipolitica non può non avere un interesse particolare per i manifesti politici. Non si parla, per una volta, di quelli che la legge impone tuttora di stampare prima di ogni consultazione, per dare notizia delle varie fasi dei procedimenti e, quando si tratta di elezioni, per indicare i nomi delle persone candidate e i simboli con cui queste si presentano. Qui ci si riferisce ai manifesti fatti stampare dai partiti e da ogni altro soggetto politico, in vista di un'elezione o senza appuntamenti elettorali in arrivo. Il manifesto è un oggetto multidimensionale, a dispetto del suo spessore minimo (che lo rende anche piuttosto fragile): è certamente uno strumento per informare e comunicare, un mezzo di propaganda politica ed elettorale (non a caso è citato già dall'art. 1 della legge sulla propaganda, la n. 212/1956, nata peraltro in un periodo in cui il manifesto era uno dei pochi strumenti "per mostrare e far vedere, anziché spiegare e raccontare"), ma è anche una forma di espressione aperta a ogni tecnica compatibile con la stampa; in non pochi casi diventa un'opera d'arte - anche qui, a prescindere dalla tecnica utilizzata - che dimostra il suo valore anche al di fuori del contesto in cui il singolo manifesto è stato prodotto. 
I manifesti nascono per essere guardati e osservati, ma - soprattutto a distanza di tempo - meritano anche di essere analizzati a dovere, collocandoli nel contesto in cui sono stati concepiti e cercando di "farli parlare" il più possibile, per chi abbia interesse a conoscere meglio. Da pochi giorni è uscito I manifesti politici. Storie e immagini dell'Italia repubblicana, volume pubblicato da Carocci (263 pagine, 24 euro) e scritto da Edoardo Novelli, ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università di Roma Tre, da anni impegnato in ricerche nell'ambito della comunicazione politica: lui, tra l'altro, è responsabile scientifico e curatore dell'Archivio degli spot politici e dei manifesti, il cui sito è stato da poco rinnovato e ampliato. Il libro raccoglie, divisi per decenni, oltre cento manifesti "segnanti" riportati quasi a tutta pagina (ma ne propone pure altri, di dimensioni minori, utili a contestualizzare): li hanno prodotti partiti, liste, soggetti politici di vario tipo, in occasione di campagne elettorali o referendarie, eventi rilevanti di livello nazionale o internazionale, snodi fondamentali della vita dei rispettivi gruppi (cambio di nome/simbolo, morte di leader storici, ...). 

Un viaggio nella società figurata (e in chi la ritrae)

Scorrere quelle "immagini da muro" consente di viaggiare nella storia dell'Italia repubblicana, nella società del tempo o - almeno - in quella che chi ha commissionato o elaborati quei manifesti aveva in mente o voleva raggiungere, mobilitandola o cercandone il sostegno. Non era detto, ovviamente, che società figurata e società reale coincidessero, anche perché potevano comunque convivere, nel panorama assai variegato e frammentato dell'Italia dal 1946 in poi. Eppure ogni sguardo offerto da ciascun manifesto, si dimostra carico di storie, idee, emozioni, inviti, moniti, speranze, paure squadernate o timori difficili da ammettere (di non essere capiti, di non essere abbastanza convincenti): per indagare e ricostruire certe epoche, certi passaggi, anzi, il manifesto politico è - come rilevato da Novelli - la "fonte primaria e privilegiata". Certo, col passare del tempo cambiano forme e contenuti, il calore delle idee dei primi decenni (quelli della propaganda e delle ideologie) in più di un caso lascia il posto alla professionalità un po' più fredda degli anni più recenti (quelli della comunicazione) e lo stesso strumento del manifesto appare meno utilizzato di prima, soppiantato da altri mezzi, ma non per questo il viaggio si fa meno interessante. 
A guidare il cammino è innanzitutto un'introduzione generale a "segni, codici e culture visive dell'iconografia politica italiana", nella quale Novelli dà conto dei criteri di scelta dei manifesti inseriti nel volume (e oggettivamente la scelta è stata difficilissima, vista la quantità di materiale iconografico destinata all'affissione prodotta nel corso degli ultimi 75 anni): ci sono vari manifesti famosi (e purtroppo non possono esserci tutti, ma di certo era impossibile fare diversamente, anche avendo a disposizione più pagine), alcuni meno noti e altri da riscoprire, grazie agli elementi in più apportati dal volume, ma tutti significativi per il tempo di cui parlano e il pezzo di società cui si rivolgono. 
Manifesti di Ettore Vitale (Psi, 1973), Michele Spera (Pri, 1970)
e Andrea Rauch (L'Ulivo, 1995)
L'autore ricorda fin dall'inizio, poi, che percorrere la storia dei manifesti equivale a fare un viaggio nella grafica italiana, nei suoi linguaggi - sempre più considerati dagli studiosi, come giustamente evidenzia Novelli - e nelle sue tecniche, incontrando nomi che meritano il massimo rispetto (alcuni dei quali sono comparsi più volte sulle pagine di questo sito), da Piergiorgio Maoloni a Gino Galli, da Ettore Vitale a Michele Spera, da Bruno Magno ad Andrea Rauch. Ogni decennio, poi, si apre con un paio di pagine che ricostruiscono il contesto storico e anticipano i filoni principali presi in esame, soprattutto attraverso le immagini scelte, a loro volta illustrate con una pagina di testo.

Un decennio dopo l'altro

Aldo Beldì per il Cln (1945), Manlio D'Ercoli per la Dc (1946),
anonimo per Comitato civico (1948)
Così, negli anni '40 emerge subito che il manifesto "è un'attività più pittorica che grafica", affidata spesso a figure già esperte in altri campi, quali la pubblicità (è il caso di Aldo Beldì, che firma uno dei primi manifesti figurativi del dopoguerra, in cui la Liberazione italiana è accostata alla Rivoluzione francese). Chi ha lavorato in passato per il regime fascista non smette di realizzare opere da affissione, riprendendone anzi temi e soggetti (è clamoroso il caso di Manlio D'Ercoli, che in un manifesto per la Dc ritocca una sua opera precedente realizzata per i Ludi Juveniles del 1942; nota Novelli che lo stesso autore avrebbe in seguito lavorato anche per il Pci). Con quelle prime affissioni si voleva celebrare, mobilitare, colpire chi guardava, anche a costo di provocare uno shock: era il caso della campagna elaborata per i Comitati civici di Luigi Gedda, che nei suoi manifesti fece ampio uso di un bestiario (in questo caso l'asino che non vota), che nella politica italiana sarebbe tornato in massa - e anche sulle schede elettorali - tra la fine degli anni '90 e l'inizio del decennio successivo.
Augusto Cavazzoni per il Pri (1948), anonimo per il Msi (1954),
anonimo per il Pci (1958)
Il filone artistico nei manifesti politici sarebbe prevalso anche negli anni '50: se alla fine del decennio precedente non pochi manifesti hanno lo stile della locandina o del cartellone pubblicitario (si veda ad esempio il manifesto pensato da Augusto Cavazzoni, esponente del liberty, per i repubblicani), lo stesso può dirsi per molti di quelli prodotti negli anni successivi, specie se legati a occasioni in grado di scatenare molta enfasi (è il caso del manifesto commissionato dal Msi in occasione del ritorno di Trieste all'Italia, con temi e motivi che richiamano la propaganda della Rsi). Il tempo, però, oggettivamente passa e la società cambia: avanza il progresso, si diffondono nuove abitudini (a partire dai consumi) e nuovi interessi di massa. Così, se in un numero sempre maggiore di manifesti appaiono immagini legate all'industrializzazione (per magnificarne gli effetti o additarne le conseguenze negative), nelle affissioni fanno capolino anche fenomeni di costume come il festival di Sanremo: non stupisce più di tanto che, nell'anno della vittoria schiacciante di Nel blu dipinto di blu, persino il Pci non abbia resistito a parafrasarne il ritornello, apostrofando Amintore Fanfani con "Dal blu dipinto di blu / facciamolo scendere giù" (probabilmente ripagando con la stessa moneta il segretario della Democrazia cristiana che poche settimane prima, secondo la vulgata, aveva coniato il distico "Lo scudo dipinto nel blu / lo devi votare anche tu").
Anonimo per il Psiup (1946), Marcello Dudovich per la Dc (1948),
Berthelet per il Psdi (1953)
 
In quei primi anni di Repubblica, alcuni manifesti sono stati dedicati in modo esplicito alle donne, alle quali solo nel 1946 era stato esteso il diritto di elettorato attivo e passivo. Non stupisce affatto che ogni partito abbia cercato di rivolgersi a loro per chiedere il voto o, per lo meno, di comunicare con le donne che avrebbero potuto mobilitarsi a favore di quella forza politica. Ogni partito, ovviamente, ha rappresentato le donne in modo diverso: con lo sguardo rivolto all'avvenire e con la fabbrica alle spalle (il Psiup), nella posa e nell'abbigliamento di una Madonna mentre regge un bambino (Marcello Dudovich per la Dc), di nuovo mamma, ma ritratta da anziana, riflessiva e serena, oltre che rassicurante per il ménage familiare (Berthelet per il Psdi).
Alfredo Lalia per la Dc e anonimo per il Pli (1963)
Un primo momento di cambiamento notevole dell'immagine dei manifesti si ha con gli anni '60: aumentano i motivi geometrici e astratti, nonché il trattamento dei testi come se fossero immagini; allo stesso tempo, i partiti - quelli maggiori, ma non solo - cercano di rinnovare la loro immagine, per apparire al passo con i tempi. Proprio in quegli anni si collocano due episodi rilevanti relativi alla Dc, entrambi datati 1963. Uno è legato alla campagna "La Dc ha 20 anni" nata in seguito ai suggerimenti dello psicologo motivazionale Ernest Dichter (volti a "svecchiare" il partito) e all'ispirazione di una campagna francese concepita per sostenere il "sì" alla Quinta Repubblica: fu l'ingresso del marketing nella propaganda politico-elettorale, avvenuto mentre a capo della Spes - cioè l'Ufficio studi, propaganda e stampa - c'era Adolfo Sarti, ma la storia ricorda pure che la Dc quella volta invece che crescere perse consensi (e qualcuno approfittò dello spazio bianco accanto allo slogan per scrivere commenti irriferibili rivolti alla ragazza dipinta da Alfredo Lalia). In quello stesso anno, peraltro, qualche persona vicina alla Spes fece sapere alla direzione del Pci che i democristiani stavano realizzando un manifesto con lo slogan "Cammina coi tempi, cammina con noi", così alle Botteghe Oscure Giancarlo Pajetta di battere la Dc sul tempo e di produrre un manifesto con lo stesso slogan e il simbolo in evidenza; da quell'episodio a metà, come sottolinea nel libro Novelli, tra lo spionaggio industriale e "lo scherzo che richiama le querelles alla Peppone e Don Camillo" (e non a caso Guareschi cita proprio questo episodio in un suo testo), cercò di trarre vantaggio il Pli, invitando a votare liberale per evitare accordi Dc-Pci (allora difficili anche solo da immaginare).
Paolo Grasso per gli universitari di Torino (1967),
Compagni Operai Fiat (1969), Arci-Udi (1975)
Se in quegli anni della "Repubblica dei partiti" (secondo la nota formula coniata da Pietro Scoppola) erano appunto soprattutto le forze politiche ad avvalersi dei manifesti per la propaganda, dalla seconda metà degli anni '60 un ruolo sempre più consistente è assunto dai movimenti di protesta e contestazione, che anche nelle affissioni assume tecniche e linguaggi propri, che - come nota Novelli, in modo condivisibile - spesso privilegiano la forza e l'immediatezza del messaggio (assolutamente indiscutibili) rispetto alla qualità artistica dello stesso. Si inizia con le contestazioni studentesche (il '68 che iniziò l'anno prima a Torino), si prosegue con le proteste dei lavoratori (in particolare a partire dal cosiddetto "autunno caldo" del 1969); il filone diviene più consistente e variegato nel decennio successivo, arricchendosi dei manifesti delle formazioni extraparlamentari di lotta e di altri movimenti, come quello femminista.
Guido Crepax per Soccorso Rosso (1972),
Benito Jacovitti per la Dc (1975), Altan per il Pci (1980)
A partire dagli anni '70, in ogni caso, il rinnovamento di linguaggi e stili riguarda anche le forze politiche tradizionali, che non esitano ad avvalersi anche dei maestri del fumetto, che per i manifesti si limitano al "disegno d'autore". Dopo l'eccezionale escursione politica di Guido Crepax (già noto per Valentina), con i suoi manifesti realizzati per Soccorso Rosso, occorre ricordare almeno i disegni di Benito Jacovitti per la Democrazia cristiana (anche se non si trattava del primo impegno di grafica politica per il creatore di Cocco Bill) e quelli di Francesco Tullio Altan per il Pci (schierando uno dei suoi personaggi più noti, Cipputi).
Bruno Magno per il Pci, Spes per la Dc
e FUORI per il Partito radicale (1976)
 
Nel frattempo, quegli stessi partiti cercano di modificare ulteriormente i loro linguaggi di propaganda, rendendoli essenziali e fondandoli soprattutto sugli slogan testuali, posti in posizione di rilievo nei manifesti (soprattutto quelli elettorali), usando giusto il simbolo del partito come unico elemento grafico, in forma tradizionale (come nel manifesto sulle "mani pulite" concepito da Bruno Magno per il Pci) o rivisto per cercare di comunicare elementi di novità (come ha fatto la Dc a partire dal 1975, lasciando da parte il vecchio scudo arcuato e adottandone la versione rettilinea, e usando il nuovo scudo crociato in tutte le versioni, inclusa quella sulla bandiera al vento per comunicare il "movimento"). Assume poi caratteri propri, impossibili da confondere e con un'attenzione rivolta soprattutto alle battaglie tematiche di volta in volta ingaggiate (più che a quelle elettorali, rilevanti solo in quanto utili per quelle stesse battaglie) la propaganda grafica del Partito radicale, affidata in gran parte a Piergiorgio Maoloni (e, in seguito, al suo allievo Aurelio Candido, come Maoloni con una grande esperienza anche nella grafica editoriale).
Spes per la Dc e Michele Spera per il Pri (1974)
Oltre alle elezioni, nazionali, locali e (dal 1970) regionali, però, negli anni '70 gli italiani hanno conosciuto un'altra occasione di propaganda attraverso i manifesti legata al voto: i referendum, regolati dal 1970 e praticati dal 1974, con la consultazione per abrogare le nuove norme che prevedono il divorzio. Soprattutto nelle prime consultazioni, i toni da parte di alcuni sono molto accesi, tendenti come un tempo a smuovere emozioni, preoccupazioni e paure; altri - soprattutto Michele Spera, impegnato sul fronte del "No" all'abolizione del divorzio - preferiscono messaggi più sofisticati, moderni e graficamente curati. Anche i partiti si impegnano attivamente in questi confronti, mettendo spesso da parte la loro iconografia tradizionale e facendo prevalere i messaggi relativi alle consultazioni e i linguaggi più adatti a queste.
Spes per la Dc (1978), Bruno Magno per il Pci (1984)
Sempre gli anni '70, purtroppo, sono funestati dal terrorismo, culminato nell'uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse: non stupisce che a un evento simile la Democrazia cristiana abbia voluto dedicare un manifesto commemorativo, che non si distacca dallo stile dell'annuncio-lapide funeraria, rigorosamente in bianco e nero, con la foto del volto del leader democristiano - che "guarda in basso, a capo chino, con aria pensierosa e dimessa" - accompagnata a poco testo e al simbolo del partito. A distanza di sei anni, un'impostazione simile si ritrova nel manifesto preparato da Bruno Magno subito dopo la morte di Enrico Berlinguer, ritratto stavolta durante un comizio e accompagnato da frasi più legate al patrimonio ideologico e organizzativo del partito.
Ettore Vitale per il Psi (1983),
Massimo Arlechino per il Msi (1987)
Ben altro tono hanno altri manifesti che riportano il volto dei leader politici, in ossequio alla crescente personalizzazione della politica avviata negli anni '70 e via via consolidata negli anni '80, con il partito che si identifica in gran parte con la figura del segretario. Le affissioni più note in questo senso, quasi paradigmatiche, sono quelle che hanno come protagonista Bettino Craxi come segretario del Psi, con la grafica curata da Ettore Vitale (che già nel 1973 ha iniziato a lavorare per il partito e con il tempo elabora per i socialisti un concetto di "immagine coordinata" che affina sempre più, soprattutto dopo che gli viene commissionato il primo simbolo con il garofano, tra il 1978 e il 1979). Non rinuncia al volto in primo piano nemmeno il Msi-Dn, in un celebre manifesto - curato da Massimo Arlechino, lo stesso che una manciata di anni più in là concepisce il simbolo di Alleanza nazionale - dominato dal viso (e dallo sguardo) di Giorgio Almirante, una soluzione visiva inimmaginabile per quel partito solo qualche anno prima.
Anonimi per Lega lumbarda (1985) e Lega Nord (1992 e 2008)
Altre due campagne degli anni '80 sono destinate a lasciare traccia e a riemergere nell'immaginario politico italiano. La prima riguarda un partito nato nel 1982 e fondato ufficialmente nel 1984, la Lega lombarda, che nel 1989 contribuisce alla nascita della Lega Nord. Soprattutto nei primi tempi i manifesti riportano messaggi di immediata comprensione (a volte anche in dialetto, che può connotare eccezionalmente anche il simbolo del partito) e disegni altrettanto evocativi (su tutti la gallina dalle uova d'oro del Nord raccolte dai politici romani o da una grassa popolana romana, riutilizzato anche negli anni 2000, con nuovi slogan altrettanto diretti e con il riferimento al Nord sostituito da quello alla Padania).
Marco Mignani e Euro-RSCG per la Dc (1987),
Cesare Priori per Forza Italia (1994)
In vista delle elezioni politiche del 1987, poi, la Democrazia cristiana si affida all'agenzia Euro-RSCG e al creativo Marco Mignani (quello che ha inventato la "Milano da bere", un simbolo indiscusso degli anni '80): nasce così la campagna Forza Italia!, che mette al centro persone quotidiane (mamme con i bambini e la bambola, famiglie, maestre con i bambini, ...) per avvicinare alla quotidianità il partito, quasi un "Mulino Bianco" applicato alla politica. Il payoff "Forza Italia!" (con tanto di punto esclamativo) diventa il nome di un nuovo soggetto politico, fondato e guidato da Silvio Berlusconi, che della "filosofia del Mulino Bianco" assume anche il sorriso smagliante delle figure che - a partire dal leader fondatore - finiscono in primo piano sui manifesti, in una nuova ondata di protagonismo e personalizzazione destinata a durare e ad acuirsi per molti anni.
Bruno Magno per il Pds e anonimo per il Prc (1991)
Nel frattempo, tuttavia, la politica italiana ha conosciuto almeno una trasformazione partitica di profondo rilievo, quella del Partito comunista italiano divenuto Partito democratico della sinistra, mentre una minoranza non intendeva abbandonare le idee di un tempo. Quel passaggio, al pari di quello che interesserà in seguito il Movimento sociale italiano - Destra nazionale, risulta drammatico, discusso e conteso con riferimento ai simboli tradizionali. Il Pds, nella loro propaganda e comunicazione, ha soprattutto il compito di cercare di imporre il nuovo emblema, per farlo riconoscere per il futuro e collegarlo alla storia vissuta fino a quel momento (il compito tocca a Bruno Magno, che quel simbolo ha concepito); per i dissidenti, che dopo aver provato inutilmente a mantenere nome e simbolo storici hanno dovuto scegliere il nome di Rifondazione comunista, più che mostrare il nuovo simbolo (ancora da ritoccare nei dettagli) hanno esigenza di rimarcare la continuità dei segni che la parte maggioritaria del loro ex partito hanno ridimensionato, piazzandoli in primo piano (e dando loro la forma della "R" di "Rifondazione").
Se fino a questo momento, pur nella varietà di linguaggi, stili e soggetti, quasi tutte le affissioni dei partiti avevano in comune la forma, vale a dire le dimensioni dei manifesti, di norma riconducibili a 70 centimetri di larghezza e 100 centimetri di altezza. Nel 2001, tuttavia, Silvio Berlusconi inaugura in modo massiccio l'era degli enormi manifesti 6x3, tipici della comunicazione commerciale e pubblicitaria: da quel momento un nuovo standard si impone a tutti gli altri attori della scena politica, a livello nazionale (a partire dal competitor principale di Berlusconi in quel 2001, cioè Francesco Rutelli), regionale e locale, mentre ormai le campagne di propaganda e comunicazione sono affidate sempre più ad agenzie esterne, che trattano partiti e personaggi politici come se fossero prodotti (e, in fondo, lo sono o finiscono per diventarlo). 
A ulteriore dimostrazione che i manifesti sono a pieno titolo un fenomeno di costume, che non può non avere conseguenze, il volume di Novelli correttamente dà conto anche dei manifesti "taroccati" non affissi, ma solo pubblicati e diffusi su Internet. Le "taroccature" dei manifesti di Berlusconi hanno prodotto centinaia di varianti (in misura minore il fenomeno ha riguardato anche l'avversario Rutelli): "una produzione sterminata, raccolta in siti e anche in un volume, che dilata - spiega Novelli - i confini del manifesto politico stravolgendo il concetto di unicità e di autorialità, anticipando il fenomeno dei meme". Dopo la fiammata del 2001, in ogni caso il fenomeno non si spegne mai del tutto, soprattutto grazie al diffondersi delle competenze informatiche e grafiche tra gli utenti della Rete: quando nel 2009 Pier Ferdinando Casini, dopo la rottura con Berlusconi, cerca di conquistare più spazio per il suo partito, accosta suoi scatti "del privato e degli affetti" allo slogan "Un Disegno Comune" (con le iniziali rosse per richiamare la sigla dell'Udc), su Internet qualcuno lancia il generatore di manifesti casiniani, con la possibilità di mettere la frase preferita, purché evidenzi la sigla Udc.
Paolo Marino e Dolci per comitato Bonino (1999),
Prodi presidente (2005),
Proforma per Nichi Vendola (2005)
In ogni caso, anche senza ricorrere ai manifesti 6x3, i manifesti con i volti dei candidati sono sempre più diffusi, divenendo ormai una costante con cui occorre misurarsi e dalla quale è persino difficile sottrarsi. Dopo l'inizio del fenomeno di personalizzazione negli anni '80 e la "torsione monocratica" data dai nuovi sistemi elettorali approvati tra il 1993 e il 1995, l'esposizione di chi si candida, specialmente proponendosi come presidente (o come aspirante Presidente del Consiglio) è massima e coinvolge innanzitutto l'immagine della persona. E se nel 1999 colpisce moltissimo la campagna "Finalmente l'uomo giusto" (curata da Paolo Marino dell'agenzia Dolci) con cui viene lanciata la candidatura di Emma Bonino alla Presidenza della Repubblica (più che l'ossimoro, volto a intaccare almeno in parte il muro che tuttora non ha portato alcuna donna al Quirinale, il #drogatodopolitica non può non rilevare l'anomalia di una campagna legata a un'elezione di secondo grado, nella quale il corpo elettorale consueto non ha alcuna voce in capitolo, se non come pressione su chi davvero potrà votare in quell'occasione), lasciano il segno anche altre "prime volte": le prime primarie a livello nazionale (quelle vinte da Romano Prodi nel 2005) e la prima campagna "a rovescio" (nel senso che, come annota Novelli, "contraddice molte delle regole e delle raccomandazioni della perfetta comunicazione politica") pensata per la prima candidatura di Nichi Vendola alla presidenza della regione Puglia (sempre nel 2005, curata da Proforma).
Comitato depenalizzazione aborto (1975),
Liste Verdi (1987), Scienza & Vita (2005)
  
Nel frattempo si è continuato a votare per i referendum, prima in modo contenuto, poi con una moltiplicazione delle schede e delle consultazioni. Soprattutto per i quesiti più dibattuti e discussi, anche in modo veemente, le campagne hanno prodotto manifesti molto diversi tra loro, per linguaggio, soluzioni e tecniche impiegate: la raccolta firme per ottenere la depenalizzazione e legalizzazione dell'aborto può essere aiutata dalle firme stesse "incarnate" in un corpo di donna; il sole che ride delle Liste Verdi (mutuato dagli antinuclearisti danesi) non ha bisogno di altro, oltre che il dichiarare "Stop al nucleare civile e militare"; l'immagine di mani materne che proteggono un neonato possono indurre a non andare a votare ai referendum sulla fecondazione assistita, senza nemmeno esprimersi sul merito dei quesiti (quindi senza prendere posizione sulle alternative classiche referendarie, cioè "sì" o "no").
Negli ultimi anni della storia repubblicana - lo si è detto all'inizio - il manifesto perde terreno: tante plance elettorali restano vuote o semivuote (mentre erano "un tempo terreno di battaglie notturne fra squadre di militanti e attacchini armati di secchi e scope") a beneficio di altre forme di propaganda (come i volantini, gli spot televisivi o, più di recente, le attività sui social network e in generale su Internet). Il manifesto in ogni caso non sparisce mai del tutto, anche se in genere perde di qualità rispetto al passato: si ritrovano ugualmente "tentativi di alcuni soggetti politici [...] di elaborare una comunicazione visuale originale e distintiva, coerente con il proprio stile e il proprio profilo politico", come rileva l'autore del libro. A volte (ma sempre meno spesso) si tratta di immagini efficaci, molte altre volte meno. 

Alla fine del cammino, con un occhio ai simboli

Il viaggio lungo quasi ottant'anni proposto dal libro di Edoardo Novelli (e che ovviamente si può compiere come si vuole: in ordine cronologico, "a saltare", in tutto o in parte) è coinvolgente e ricco di stimoli da cogliere. Occorre superare il più possibile - anche se non è facile - la tentazione della nostalgia, nel pensare al livello dei manifesti da tempo scaduto. Meglio, molto meglio utilizzare il tempo dedicato a sfogliare pagina dopo pagina per immergersi negli anni in cui ogni manifesto è nato, per capire il più possibile le intenzioni di chi l'ha commissionato, concepito e realizzato, magari riproponendosi di approfondire il periodo che si conosce meno o di cui si era dimenticato qualche dettaglio importante: in questo il volume aiuta molto, avendo cercato di proporre manifesti realizzati da (o per conto di) molte forze politiche e vari gruppi sociali in tempi diversi, dunque è davvero possibile esplorare la comunicazione e l'espressione di una parte rilevante del paese.
Ancora più interessante è il desiderio di approfondire la conoscenza dei linguaggi della grafica politica e di chi li ha elaborati e impiegati. Sono diversissime infatti le tecniche utilizzate, al pari delle vite di chi - per lunga o breve parte della sua vita - ha prestato la propria opera per concepire e realizzare i manifesti contenuti nel volume. Novelli, come si è visto, ha dichiarato dall'inizio che tra i manifesti ritenuti più significativi (e dunque inseriti nella pubblicazione) non ci sono necessariamente i più belli o i più famosi: chi scrive si permette di pensare che il maggior premio per l'autore del volume sia apprendere che alcuni tra i lettori hanno sentito il bisogno di completare la ricerca, andando a caccia di altre affissioni, magari dedicate allo stesso tema o firmate dalla stessa mano (a patto di sapere chi ha concepito o realizzato il manifesto, il che non sempre avviene). Un tempo era possibile solo rivolgersi agli autori stessi, ai loro archivi o alle biblioteche che avessero conservato eventuali cataloghi dedicati alle loro produzioni (se erano stati prodotti). Oggi, in teoria, il compito è più semplice: in rete circolano sempre più immagini ed esistono vari siti che raccolgono manifesti e altro materiale utile (il citato Archivio degli spot politici e dei manifesti diretto da Novelli, ma ce ne sono pure altri), magari legati al singolo artista o a raccolte tematiche. C'è però ancora molto da fare, da (ri)scoprire e - soprattutto - da ricondividere a beneficio di chiunque, per avere una conoscenza piena della materia della grafica politica. Nel frattempo, I manifesti politici di Edoardo Novelli può aiutare molte persone (già con una conoscenza parziale o semplicemente curiose) a orientarsi in una storia nemmeno troppo lontana o piuttosto vicina, che merita maggior attenzione tra uno slogan, un colore e un simbolo.
Già, i simboli: finora sono rimasti almeno in parte sullo sfondo, pur avendo fatto capolino in più di un'occasione. Il rapporto tra simboli e manifesti non è, né può essere standard: molto dipende dalle circostanze, dal committente e da chi esegue. Un partito alla prima uscita o che intenda presentarsi alle elezioni ha tutto l'interesse a mettere in evidenza il proprio emblema anche nei manifesti, soprattutto se il sistema prevede un voto di lista (tendenzialmente proporzionale) e non è troppo marcata la personalizzazione di chi si candida. Un tempo, poi, ci si accontentava spesso di richiamare il simbolo all'interno delle grafiche del manifesto, senza usare la versione ufficiale destinata alle schede elettorali: si pensi alle tante mutazioni subite dallo scudo crociato almeno fino alla metà degli anni '70, mentre sulle schede finiva sempre lo stesso simbolo con il medesimo disegno (lo stesso, almeno in parte, valeva anche per falce e martello). Le riproduzioni degli emblemi sono diventate via via più precise e "conformi" alla loro versione elettorale (fatta eccezione, ad esempio, per il Pri, che negli ultimi anni sui manifesti ha usato una nuova foglia d'edera, concepita da Michele Spera) e hanno conquistato spazio sui manifesti, diventando protagoniste o cedendo il passo alle parti testuali, alle grafiche o alle foto delle figure di vertice del partito o candidate alle elezioni. Molto dipende anche dalla sensibilità di chi realizza le affissioni, anche se alla base di norma ci sono le indicazioni del committente (non sempre ragionevoli, non sempre realizzabili). Di certo, anche la qualità dei simboli con il tempo è andata scemando (da anni sempre più spesso si ha a che fare con loghi, molto più simili ai marchi, senza vere rappresentazioni figurative), così come il loro carico ideale; in ciò almeno in parte condividono il declino dei manifesti. Ma nemmeno questo è un buon motivo per non lasciarsi guidare e tentare, pagina dopo pagina, dal libro di Novelli. E, qua e là, c'è spazio anche per qualche chicca per #drogatidipolitica (come il citato simbolo della Lega lumbarda).

* * *
 

La prima presentazione del volume, presso la Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma, con l'autore, Fabio Ferri, Bruno Magno, Maurizio Ridolfi e Patrizia Rusciani

venerdì 29 novembre 2019

Racconti d'autore: In alto a sinistra (di Bruno Magno)

Il post di oggi non dà notizie, non analizza una novità, non contiene un'intervista. Racconta invece una storia, anzi, le storie di tre persone che agiscono e di tante altre che possono o potevano riconoscersi nella scena tracciata con le parole. A narrare questa storia, queste storie è Bruno Magno, che solo poche settimane fa ha fatto vivere a me e a chiunque segua questo spazio ogni momento della nascita del simbolo del Partito democratico della sinistra, con falce e martello rimpiccioliti ai piedi dell'albero che per tutti sarebbe stato una quercia. Ora Bruno ci fa un altro dono, permettendomi di pubblicare un suo racconto, decisamente autobiografico, relativo a un episodio della campagna elettorale verso le elezioni politiche del 19 e 20 maggio 1968, avvenuto a Manfredonia. Più che in molti commenti e analisi, qui si tocca davvero il valore e la forza che un simbolo - soprattutto questo - aveva e portava con sé. E dover parlare al passato, inevitabilmente, ha un retrogusto amaro. Buona lettura.  

«Questa volta gli facciamo un culo così!», disse Ciccillo, quando uscirono da una casa dove erano stati accolti con particolare simpatia. Accennò anche al gesto che solitamente completa la frase. Con difficoltà, perché aveva le mani impegnate: era carico – come il giovane compagno che era con lui, uno studente timido e di poche parole – di stampati di propaganda elettorale che, in quella calda domenica di maggio, andavano distribuendo casa per casa.
Appariva euforico, Ciccillo. Forse anche per i bicchierini di rosolio che in diverse case gli avevano offerto. Egli era convinto di avere riscontrato nelle case visitate un clima favorevole, un’accoglienza più affettuosa che in occasione di altre campagne elettorali. E questo era un ottimo segno, riguardo ai risultati delle prossime votazioni.
Il suo compagno era invece poco incline agli entusiasmi, e non solo perché beveva meno. Ricordava bene, lui, la grande delusione delle votazioni precedenti, quando in ultimo arrivarono i dati degli scrutini dai seggi del centro storico e da quelli dei quartieri abitati prevalentemente da pescatori, a vanificare i risultati davvero esaltanti delle zone periferiche del paese.
Era, quello a loro assegnato, un quartiere di braccianti, e da qualche anno anche di emigranti. Lì il Partito raccoglieva percentuali di voti straordinarie. In quelle strade le decine di attivissime bizzoche impegnate – anche loro, naturalmente per il partito avverso – a fare propaganda casa per casa, nemmeno avevano il coraggio di farsi vedere. Qualcuna che ci aveva provato era stata scacciata in malo modo e – così si raccontava – persino minacciata con la scopa e rincorsa per le strade, inseguita da turbe di ragazzini sghignazzanti.
Ciccillo e lo studente stavano percorrendo quelle strade da alcune ore, e il caldo e la fatica cominciavano a farsi sentire, quando arrivarono davanti a quella casa, un sottano dal muro imbiancato di fresco. Fuori dell’uscio una giovane donna era intenta a stendere il bucato su una cordicella fissata al muro con due chiodi. Era visibilmente incinta e questa condizione la costringeva a muoversi con faticosa lentezza. Per evitare di doversi chinare ogni volta, teneva la tinozza con il bucato sopra uno sgabello accanto a sé.
I due si avvicinarono e lei girò gli occhi verso di loro, continuando ad appendere i panni con le mollette. Ciccillo la guardò, e poi sporse lateralmente la testa per poterla vedere bene in viso. «Ma tu non sei la figlia di Concetta?» «Sì. Io pure vi conosco», disse lei, asciugandosi con un lembo del sinale le mani, che apparivano arrossate sulle nocche. «Aspetta, che mi ricordo: sì, tu ti chiami Giovanna. Come tua nonna. Sicché, è qui che sei venuta ad abitare... Eh, io e tuo padre buonanima per quanti anni abbiamo lavorato insieme nelle masserie, sott’acqua e sotto vento! Andavamo sempre insieme. Se un caporale ingaggiava uno, doveva prendere pure l’altro. E come sta tua madre? Da quanto tempo non la vedo...!» «Sta bene. Adesso sta bene. Vive con Francesca, la mia sorella grande», rispose lei con un sorriso timido, le mani appoggiate sul grembo. «Volete entrare?», aggiunse iniziando a slacciarsi il sinale. Poi scostò la rete dell’uscio e i due entrarono.
La casa, arredata con mobili evidentemente economici ma nuovissimi, era linda e ordinata, e odorava di varechina.
«Accomodatevi», disse scostando un poco due sedie dal tavolo al centro dell’unica stanza. «Vi posso offrire qualcosa?»
«Non ti disturbare», rispose Ciccillo. «Se continuiamo a bere, la strada di casa non la troviamo più...». Poi ripiegò un lembo del centrino di pizzo e depositò i suoi pacchi sul tavolo. Il suo compagno non se la sentì di prendersi una tale confidenza e preferì invece posare il suo carico sulla sedia che gli era accanto.
I due si accomodarono e poi anche la donna si sedette a un angolo.
«Mi ricordo che eri piccola così, e dalla campagna tuo padre ti portava i bastoncini di liquirizia e le carrube... E quando ti sei sposata?», chiese Ciccillo. «Fanno otto mesi fra una settimana», rispose lei. «E sapete chi è il marito mio? Antonio Rigninesi, penso che lo conoscete: il padre è un compagno vostro, Michele Rigninesi, faceva il cavamonti. Li chiamano “i Furnacelli”. Abitano dietro la chiesa della Croce...»
«Ah, sì... è gente onesta, faticatori», disse lui, annuendo.
«Quanto manca?», domandò ancora Ciccillo, indicando la pancia della donna con un breve movimento della testa. «Deve uscire alla fine del mese entrante», rispose lei abbassando gli occhi.
Lo studente approfittò del loro dialogare per lanciare uno sguardo intorno. Tutte quelle case erano uguali. Gli stessi mobili laccati, i centrini di pizzo sul piano del tavolo e sui comodini, il grande letto addossato alla parete di fondo. E, in capo al letto, la Madonna col bambino, in bassorilievo di gesso smaltato. E al centro tra i cuscini, seduta sulla coperta di raso, una bambola vestita di organza, con le braccine protese in avanti. Come quella che anche sua madre teneva sul letto.
«Antonio fa il manovale in Olanda. È partito a novembre. Sono quasi sei mesi... Però a Pasqua è stato qua tre giorni», sentì che diceva la donna, e il ragazzo tornò con lo sguardo al modellino in legno di un mulino a vento che aveva visto sopra una piccola mensola. Lei si sollevò dalla sedia e si avvicinò alla parete dove era un mobiletto con una piccola radio e, affissa al muro, una grande stampa oleografica raffigurante Dante che da dietro una colonna spia Beatrice. Sfilò una delle cartoline che erano inserite tra il vetro e la cornice di legno intagliato e dal mobiletto sottostante prese un piccolo vassoio con una bottiglia di rosolio e due bicchierini.
La donna versò il liquore e sedendosi porse la cartolina a Ciccillo. Era la fotografia di un caratteristico paesino olandese, con i tetti a cuspide e i muri in mattoni.
«Beh, sono proprio contento che ti sei sistemata. Alla salute!», disse Ciccillo buttando giù il liquore con un sol sorso.
«Non ti voglio far perdere tempo. Come sai, fra due settimane ci sono le elezioni. Ti abbiamo portato un po’ di materiale. In questo si parla dei vent’anni di governo democristiano», disse sfogliando le prime pagine di un fascicolo illustrato. «Eccoli qua, questi sono i signori che hanno rovinato l’Italia.» Chiuse il fascicolo e lo spostò vicino alla donna. «Qui, invece, c’è la storia di un lavoratore che poi è costretto a emigrare. È fatto come un fotoromanzo. Questo è veramente bello, è meglio di Grandotel. Mia moglie mentre lo leggeva si è fatta tutta una tirata di pianto. Leggilo, perché è fatto veramente bene... Tieni, ti do pure un volantino sulle pensioni, così lo leggi a tua madre.»
Poi prese e spiegò due schede elettorali in facsimile e le pose davanti a sé, orientate però verso la donna. «Quando sarai nel seggio elettorale ti daranno due schede. Sulla scheda gialla devi solo mettere una croce qua, sul simbolo nostro... Anzi no, che sto dicendo! Tu sei troppo giovane. Tu voti solo per la Camera. A te daranno solo la scheda grigia, una scheda grigetta come questa. Qui si possono mettere anche le preferenze. Le preferenze sono quattro e le devi scrivere su queste righe, come le vedi qua. Questi che vedi già scritti sono i numeri dei candidati indicati dal Partito. Comunque, se non sai scrivere o hai paura di sbagliare, fai solo la croce sul simbolo, che è la cosa importante.» Lei annuiva con un sorriso lieve, senza soffermarsi troppo a guardare, per significare che sapeva già tutto.
«Allora, hai capito? – riprese Ciccillo cominciando ad alzarsi dalla sedia – Devi mettere una bella croce qui, sulla lista numero uno. Ricorda, il primo simbolo!» E, battendo l’indice sull’angolo alto della scheda, ribadì con forza: «Non ti sbagliare: è il primo simbolo in alto a sinistra!». La donna, piegandosi un poco in avanti sul tavolo, seguì con gli occhi il gesto e poi fermò lo sguardo sul cerchietto con le due bandierine e la falce e martello. Rimase immobile per un lungo momento, poi quella piccola immagine si confuse e si sciolse nei suoi occhi. Allora chinò un poco la testa e cominciò a piangere in silenzio.
I due, in piedi, rimasero a guardarla imbarazzati, muti e immobili. Lei estrasse da sotto il polsino del vestito un fazzoletto e se lo premette sugli occhi. «Proprio così mi ha detto lui quando è partito…», mormorò con voce rotta, stropicciando il fazzoletto tra le mani.


Un grazie, non misurabile, a Bruno Magno per aver condiviso questa memoria e grazie ad Antonio Folchetti per avere condiviso anche questo passaggio. Le immagini sono tratte da vari numeri dell'Unità del 1968 (rintracciabili solo grazie all'opera del preziosissimo sito https://archivio.unita.news); il fac simile della scheda è stato ricostruito a partire dall'ordine delle liste riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno. 

giovedì 10 ottobre 2019

Bruno Magno, conversazione a sinistra ben oltre la Quercia

In un ipotetico elenco dei giorni chiave della politica italiana, per nessuna ragione dovrebbe mancare il 10 ottobre 1990; i fanatici della precisione potrebbero addirittura fissare l'ora, le 19 e 12 (come annotato sulla Repubblica da Giampaolo Pansa). Esattamente 29 anni fa, infatti, il segretario del Partito comunista italiano Achille Occhetto mostrava a una folla incontenibile di giornalisti e fotografi il nuovo simbolo che la sua mozione avrebbe proposto per il partito che pochi mesi dopo avrebbe celebrato a Rimini il suo XX congresso: l'ultimo con quel nome. Il 3 febbraio 1991 la maggioranza dei delegati decise di adottare la nuova grafica e il nuovo nome che essa conteneva, Partito democratico della sinistra; per capire in pieno il senso di quel passaggio, però, bisogna parlare con chi a quel nuovo corso ha dato corpo, forma e colore.
Bruno Magno, classe 1942, di Manfredonia, era uno dei membri dell'ufficio grafico del Pci quando in un giorno di giugno del 1990 Walter Veltroni gli chiese - pregandolo di mantenere una discrezione totale, oltre i limiti dell'immaginabile e perfino del ragionevole - di disegnare il nuovo emblema del partito. Un incarico drammaticamente delicato, che Magno portò a termine nel giro di qualche mese, da artigiano paziente e consapevole della grafica politica, profondendo energie in quantità incalcolabile. In seguito, alle dipendenze del Pds, dei Ds e (per poco) del Pd, Magno si è dovuto occupare anche di altri simboli (da quello dei Progressisti, la "gioiosa macchina da guerra" dalla fine ingloriosa del 1994, a quello di Uniti nell'Ulivo, per le europee di dieci anni dopo): nessuno di essi porta però con sé il carico di valori ed emozioni di quell'albero dalla grande chioma verde - identificato con una quercia, anzi la Quercia, benché all'inizio non fosse stato pensato così - in cui avrebbe dovuto riconoscersi il popolo che fino a quel momento si era ritrovato nello sventolio della doppia bandiera con "la falce e martello con la stella d'Italia" (alla Togliatti). Segni che erano rimasti, ma in miniatura (e, lo si vedrà, per ragioni non solo ideali).
La genesi di quel simbolo, va detto subito con franchezza, l'aveva già raccontata dieci anni fa Luca Telese, nel suo libro Qualcuno era comunista, pubblicato da Sperling & Kupfer. Il capitolo Bozzetti & segreti. Storia dell'uomo che inventò la Quercia (e non solo) narra proprio il percorso che ha portato al simbolo che ha incarnato - assieme a frasi, gesti e immagini - la Svolta della sinistra (con conseguenze e ferite ancora tangibili): lo fa bene, con passione, con una prosa coinvolgente e che sa dare conto anche della cifra personale e artistica - sì, artistica, termine appropriatissimo - di Magno. Volendo, per ripercorrere la nascita della Quercia, ci si poteva limitare a riprendere ampi stralci di quanto Telese aveva scritto nel 2009: l'esito sarebbe stato già soddisfacente. Eppure, proprio la lettura di quelle belle pagine aveva generato domande, curiosità, nuovo desiderio di conoscere e, ancor più che in passato, sarebbe stato bello farlo coi propri occhi e appagando anche il senso del tatto; in più, anche altri simboli, pur essendo successivi all'arco di tempo 1989-1991 considerato da Qualcuno era comunista, meritavano di essere considerati con una certa attenzione.
Per questo, chi scrive ha deciso di mettersi sulle tracce di chi per tanto tempo aveva saputo (e insegnato a) Vedere a sinistra, che è anche il titolo del libro di Bruno Magno, pubblicato da Editori Riuniti nel 1991, poco dopo la svolta del Pci, e oggi quasi introvabile, se non nei circuiti delle librerie antiquarie o sui siti per acquistare libri "di seconda mano". Grazie a qualche colpo di fortuna e ad alcune indicazioni giuste - e, ancor prima, cortesi - l'incontro con Magno si è realizzato: ne è nata una lunga chiacchierata, andata ben oltre i simboli, ma con l'impagabile possibilità di toccare davvero con mano ogni passaggio. Perché Bruno Magno ha conservato (e a volte persino salvato) tutto. Davvero tutto. Ciò che segue è il resoconto fedele di questa "conversazione a sinistra", necessariamente lunga - chiedo perdono sin d'ora - e che in più di un momento ha sfiorato la commozione (di entrambi): per gli episodi narrati anche da Telese si rimanderà giustamente di volta in volta al suo libro; per tutto il resto, buona lettura e - si spera - buone emozioni. 


* * *

"Bruno Magno, quello della Quercia": le è capitato spesso di sentirsi etichettato così, nel corso degli anni?
In effetti è capitato e devo dire che mi ha dato anche un po' fastidio: la Quercia non è tra le cose più belle che io abbia potuto fare ed essere ricordato essenzialmente per questo o solo per questo mi ha un po' disturbato, diciamo, visto che ho fatto molte altre cose, essendo stato parte dell'ufficio grafico del Pci dal 1972 fino alla fine della sua esistenza politica e avendo poi continuato a lavorare per il Pds e per i Ds. 
Trentacinque anni, dunque.
Sì, anche se in realtà per alcuni mesi ho continuato a lavorare per il Pd: alcuni funzionari dei partiti che hanno dato luogo a quell'esperienza sono passati a lavorare per il nuovo partito e io ero tra questi, come responsabile dell'ufficio grafico. Ho poi continuato a collaborare per vari anni con l'Associazione Enrico Berlinguer [che riunisce tutte le fondazioni costituite in Italia per salvaguardare il patrimonio culturale e materiale che fu del Pci, ndb]. 
Un impegno davvero lungo e iniziato presto...
Vede, io sono pugliese e venni a Roma per studiare architettura, frequentando per alcuni anni la facoltà della Sapienza, a Valle Giulia; a un certo punto però scoprii un corso superiore di comunicazione visiva, tema per cui ho avuto sempre un certo interesse. Mi iscrissi e frequentai dal 1968 al 1971. Durante il corso, visto che anch'io, come lei, sono un malato di politica, mi diedi ad alcune esercitazioni basate proprio sulla politica: feci delle ricerche grafiche basate sulla testata dell'Unità, tanto per non sbagliare. Conobbi poi un giornalista dell'Unità che mi chiese di fargli vedere quel che facevo, così andai in via dei Taurini dove c'era la tipografia del quotidiano: videro i miei lavori e mi chiesero di aiutarli come impaginatore di notte, per coprire i turni di chi andava in ferie. Dopo qualche mese, qualcuno mi segnalò in direzione al Pci: Gino Galli, viceresponsabile della propaganda, volle vedere i miei lavori e mi propose qualche collaborazione, poi sono rimasto sempre là.
Praticamente lei ha vissuto al Bottegone...
Eravamo al sesto piano di Botteghe Oscure, l'ultimo: avevo una stanza con vista sul Campidoglio, dall'altra parte c'era la vista sull'ex ghetto. Quando arrivai, nel 1972, l'ufficio grafico aveva tra l'altro una sede particolare: quel sesto piano di fatto era un piano rientrato, con un terrazzo e uffici distribuiti sui lati di un lungo corridoio. In fondo a quel corridoio c'erano due stanze che erano state l'appartamento di Palmiro Togliatti: lì era l'ufficio grafico. Dopo qualche tempo ci trasferimmo in una stanza molto più grande, anche perché nel frattempo all'ufficio grafico eravamo cresciuti di numero.
Cosa voleva dire lavorare per la grafica del Pci in quegli anni, per molti versi non certo facili?
Forse sono stato fortunato: non ho mai avuto grandi problemi nel mio lavoro. Si può pensare che fosse difficile farsi approvare certe proposte, certi bozzetti da dirigenti di quel livello... 
... al di là della grana delle tessere, che lei ha raccontato a Telese in Qualcuno era comunista...

Manifesto, 1986 (da Vedere a sinistra)
... beh, sì, quelle in effetti davano qualche problema in più. Però, dicevo, non ho avuto grandi difficoltà, anzi: riguardando oggi alcuni manifesti o grafiche fatte da me, mi viene quasi da dire "questo me lo hanno approvato, che strano!", visto che alcune soluzioni erano anche piuttosto coraggiose. In effetti ricordo solo un caso in cui incontrai qualche difficoltà: nel 1986 feci un bozzetto per un manifesto sulla scuola, riprendendo l'immagine dei cartelli stradali che segnalano l'uscita dei bambini dalla scuola. La Responsabile della sezione Cultura che aveva commissionato il manifesto andò dal Responsabile della Propaganda, per dire che il bozzetto non le piaceva; questi mi chiamò per farmi presente la questione. Io difesi la mia proposta e lui infine mi disse di andare avanti. Al di là di questo, mi hanno approvato quasi tutto: credo mi abbia aiutato l'essere stato iscritto al partito e prima ancora alla Fgci da quando avevo diciott'anni, quindi stavo proprio dentro la politica, i suoi problemi e le possibili soluzioni, quindi forse mi veniva più facile orientarmi.

Era più facile avere delle idee o sviluppare idee suggerite da altri?

Manifesto, 1984 (da Vedere a sinistra)
Difficile dirlo, il fatto è che a quell'epoca, prima dell'avvento della pubblicità nella comunicazione politica, i dirigenti dei partiti di fatto facevano anche ciò che di norma tocca ai copywriter, inventando gli slogan. Certo, non sempre ci azzeccavano, perché si tendeva a scrivere anche troppo. Ricordo un manifesto che mi fece penare: quando realizzo un manifesto io normalmente punto sul cuore del messaggio per realizzare la grafica, mentre il resto è un contorno. Bene, il testo del manifesto quella volta era "Quale agricoltura per l'Europa nelle terre di nuova irrigazione nel Mezzogiorno": quattro o cinque concetti, compresa l'Europa che all'epoca bisognava infilarla quasi ovunque, anche a sproposito. Vista la confusione, mi divertii nella grafica a rappresentarli tutti: usai tre pennellate di tinte "terrigne" diverse, come a indicare la scelta tra più tipi di agricoltura; le pennellate erano disposte a forma di E, così da richiamare l'Europa; sotto misi l'immagine di una terra arida del Sud, resa ancora più arida grazie a vari passaggi in fotocopia.

Parlava della pubblicità: per la sua esperienza, quando entra nella comunicazione politica, ammesso che allora la si potesse chiamare così e non propaganda?

Immagine tratta dalla Rete
Diciamo che i primi a utilizzare le tecniche pubblicitarie nella propaganda furono quelli della Democrazia cristiana. Alla fine degli anni '50 aveva avuto un certo successo anche in Italia il libro di un giornalista e sociologo statunitense, Vance Packard, intitolato I persuasori occulti, che analizzava il potere della pubblicità nella comunicazione. Anche sull'onda del successo di quel tema, nel 1963 la Dc ingaggiò un altro esperto di queste tecniche, lo psicologo Ernest Dichter, che condusse un'indagine per capire quale immagine avesse della Dc il popolo italiano: dopo un lungo lavoro, in una riunione "segreta" con i vertici democristiani rivelò che gli italiani vedevano la Dc come una massaia un po' avanti negli anni, che non sembrava adatta a guardare al futuro. Così quella volta si decise di impostare una campagna di propaganda tutta diversa, per dare un'immagine decisamente svecchiata, proponendo la raffigurazione di una giovane sposa con un mazzo di fiori in mano, abbinata allo slogan "La Dc ha vent'anni".  

Un caso decisamente famoso, anche perché più di qualcuno sfregiò quei manifesti scrivendo sotto, in uno spazio lasciato inopinatamente bianco, "è ora di fotterla", oppure "ed è già così puttana". 
Dagli archivi digitali Istituto Sturzo e Fond. Gramsci ER
Un incidente di percorso, ma non fu l'unico. Il rapporto di Dichter, che doveva restare segreto al pari della riunione in cui era stato presentato, finì invece poco dopo pubblicato su Paese Sera: evidentemente c'era stata una talpa e la Dc dovette difendersi da un polverone enorme sollevato dal caso del "venditore di prugne" chiamato dall'America. In quello stesso 1963, peraltro, una talpa tornò in azione. Dopo "La Dc ha vent'anni", i democristiani avevano ideato una campagna con lo slogan "Cammina coi tempi, cammina con noi", con l'immagine dell'Italia stilizzata a stivale riprodotta più volte, per dare l'idea del camminare: alla direzione del Pci arrivò una telefonata che informò di quel manifesto preparato in 200mila copie, così il partito prese la decisione fulminea di realizzare un manifesto con lo stesso slogan e il riferimento al Pci. Fu stampato nottetempo e venne affisso un giorno prima rispetto a quello dei democristiani. Allora c'era molta foga di partecipazione, e anche le talpe non scherzavano...
Tornando alla domanda di prima, al di là di quel primo episodio, quando si può parlare di vero ingresso della pubblicità nella comunicazione politica?
Dopo quella campagna elettorale del 1963 caratterizzata dalla pubblicità si aprì un dibattito anche all'interno del Pci, con molti che sottolineavano come l'uso della pubblicità nella propaganda politica fosse sbagliato perché sviliva i contenuti della politica. In casa comunista si continuò su questa linea per tanti anni, ma verso la metà degli anni Ottanta anche il Pci si trovò costretto a ricorrere a quelle tecniche.
Lei però ha lavorato per  almeno quindici anni in un contesto in cui si faceva tutto in casa, addirittura spiegando ai compagni delle sezioni più sperdute come si poteva fare una propaganda efficace... Anche questa, in fondo, era pedagogia.
... e infatti Propaganda era il titolo di una pubblicazione a schede che il Pci mandava alle federazioni per aiutarle nella comunicazione; questo tra l'altro permetteva di creare gruppi di giovani pronti ad attivarsi in quel periodo. Fu creata dopo l'esperienza del 1968, del "maggio francese": là si erano occupate tutte le scuole e anche l'atelier di belle arti di Parigi, quindi gli studenti avevano pensato di utilizzare strumenti e attrezzature presenti negli istituti per rendere più efficaci le lotte, usando soprattutto la tecnica della serigrafia per realizzare i manifesti. Anche il Pci, dunque, incentivò l'uso di quella tecnica: in quelle schede si spiegava come poterla utilizzare e, su richiesta, l'ufficio grafico vendeva e spediva i telai serigrafici perché ogni gruppo imparasse a essere autonomo. Ma in quelle schede si insegnava anche a costruire, ad esempio, una mostra fotografica, il palco per i comizi in piazza, a impaginare un giornale murale, ecc. Perfino a organizzare un'estrazione a premi nelle feste de l'Unità.

Da Vedere a sinistra
Si può pensare che la conversazione stia andando fuori tema, rispetto all'idea di parlare di come nacque il simbolo del Pds. Eppure non è così: non si capisce il valore di una scelta, meditata e - come si vedrà - preceduta da uno studio e un lavoro enorme se non si ha ben presente tutto il percorso che ha portato a quella situazione e le tappe fondamentali della grafica e della comunicazione, ben presenti a chi ha avuto per tanto tempo il compito di tradurre in immagini e codici visivi concetti e messaggi di ogni sorta. La stessa persona che tra gli anni '70 e '80 aveva ideato alcuni dei manifesti più intensi e delicati della propaganda comunista - qui è d'obbligo rinviare a Qualcuno era comunista di Telese per il racconto delle campagne contro il terrorismo (Sparano a tutti noi, sparano alla democrazia, 1979) e contro i missili di Comiso (1983, realizzata con Luciano Prati) - nel 1990 fu caricata di un compito durissimo. Già, perché cambiare l'immagine identitaria del Pci voleva dire fare i conti tanto con la Storia, quanto con le storie dei singoli militanti.

Quando Achille Occhetto maturò l'idea della Svolta, all'indomani della caduta del muro di Berlino, era certamente un periodo difficile, emotivamente pesante per elettori, militanti e funzionari del Pci. Lei come ha vissuto quel periodo?
Non posso dire di essere stato sconvolto, ma certamente ero molto colpito da questo crollo. Ammetto però che non ero del tutto sorpreso: all'epoca di Gorbaciov ricordo che come premio mi fecero fare un piccolo viaggio in Unione sovietica e lì mi resi conto che quell'esperienza non sarebbe potuta continuare così. Ricordo che ci fecero visitare diverse località, anche vicine alla Finlandia, ma non c'era un bel clima e non mi riferisco al freddo... Anche le cose buone che ci facevano vedere, come i kolchoz, si sentiva che erano false: ci dicevano che lì tutti prendevano lo stesso stipendio, poi si facevano domande in giro e si scopriva che non era così, era una finzione per noi. Incontrammo anche gruppi dirigenti, intellettuali del posto e si avvertiva che anche loro erano in difficoltà, quasi imbarazzati: sentivo, insomma, quest'atmosfera di collasso imminente o per lo meno non lontano. Qualche giorno fa, tra l'altro, c'era Occhetto in televisione e gli avevano chiesto cosa pensasse dei paesi socialisti crollati alla fine degli anni '80 o poco dopo: lui ha risposto che non erano paesi socialisti, ma polizieschi.
Ma lei immaginava un crollo in quel momento o la situazione sarebbe potuta durare di più?
Guardi, forse Gorbaciov sarebbe potuto durare un po' se fosse riuscito a fare riforme consistenti. La realtà però ha dimostrato che non c'era spazio per fare riforme, di fatto era un sistema irriformabile: con tutto ciò che si è mosso dopo la caduta del muro, come si poteva riformare?
In questo clima che lei ha descritto, arrivò il famoso annuncio di Occhetto alla Bolognina, il 12 novembre 1989. Un annuncio che per molti, ma non per tutti, apparve improvviso.
Vede, in realtà non è proprio così. Mi ricordo che preparai moltissimi manifesti per l'ultima campagna elettorale, quella per le europee 1989 e anche per i mesi successivi, inserendo come testo la dizione "nuovo Pci", che figurava anche in un fondale per una precedente festa nazionale dell'Unità; contemporaneamente erano cambiati anche alcuni elementi grafici, per cui si era abbandonato il fondo blu per il bianco, si erano usati altri caratteri e colori per le scritte... Soprattutto per chi come me lavorava all'interno, si sentiva già allora nell'aria, prima della Bolognina, che qualcosa doveva arrivare e stava cambiando: se "nuovo Pci" doveva essere, non lo si poteva fare mantenendo uguali nome e simbolo, non bastava aggiungere quel "nuovo".
Da Vedere a sinistra
Occhetto, tra l'altro, alla Bolognina rispose ai giornalisti sul cambio di nome del partito, non parlò del simbolo; eppure dal giorno dopo la polemica e le discussioni si concentrano soprattutto sull'emblema, specie da parte di chi non avrebbe voluto cambiarlo per nessuna ragione. Sarebbe stato possibile cambiare il nome - che peraltro non era presente nel simbolo, al di là della sigla - lasciando intatta la grafica o formavano un tutt'uno inscindibile?
Devo dire che, quando fui chiamato da Veltroni e ricevetti l'incarico, non mi meravigliai della richiesta di cambiare anche il soggetto della grafica, proprio per quelle intuizioni che avevo avuto. In effetti non mi interrogai troppo su questo, forse anche per una mia acquiescenza militante che faceva accettare le indicazioni che venivano dall'alto. In ogni caso sono convinto che non sarebbe bastato cambiare il nome: ciò che era avvenuto e stava accadendo giustificava un cambio netto. Dirò di più: a volte avevo l'impressione che lo si dovesse fare anche prima.
Quando, secondo lei?
Prima che crollasse il muro e si innescasse il crollo dell'Unione sovietica. I segnali già c'erano: come dicevo, si capiva che Gorbaciov non poteva riformare nulla, tant'è che poi nell'agosto del 1991 avremmo assistito al tentato colpo di stato, segno che davvero non c'era spazio per cambiare e occorreva girare pagina prima.
Certo stupiscono i tempi della Svolta e del simbolo: la Bolognina è del novembre 1989, si discute a lungo fino al XIX congresso, a marzo del 1990 in cui la maggioranza decide di cambiare nome e simbolo; Veltroni la contatta per disegnare il nuovo simbolo a giugno e l'emblema è reso pubblico in ottobre, per poi essere adottato all'inizio di febbraio del 1991. In quei tre mesi di limbo tra marzo e giugno, in cui si sapeva che si doveva cambiare ma non come, lei cosa pensò?
In realtà non feci grandi pensieri su come si potesse cambiare, né per il nome né per il simbolo, almeno in quel periodo. Quando poi ricevetti l'incarico, non ebbi subito un nome su cui lavorare e, nel corso delle settimane, me ne diedero diversi, fino a quello definitivo scelto da Occhetto e da chi era vicino a lui: nel frattempo capitava che nei bozzetti i nomi li mettessi io, compresi "Sinistra italiana" e "Partito democratico", che poi sarebbero stati usati davvero, anche da altri soggetti. A me piaceva molto "Partito del lavoro": c'era stata la nota posizione di Giorgio Amendola che avrebbe voluto, già dopo l'elezione di Saragat al Quirinale, costituire il Partito dei lavoratori e quel nome mi convinceva, per cui lo usai in alcuni miei schizzi. A volte, peraltro, mi erano stati dati nomi lunghissimi e articolati: pensi che in qualche caso c'era il nome principale e una sorta di sottotitolo esplicativo di varie parole: c'era per esempio "Sinistra italiana" e poi, sotto, "Partito democratico dei progressisti e dei comunisti".
Roba che persino su un manifesto sarebbe entrata con una certa difficoltà...
In effetti sì. Aveva ragione lei prima quando parlava di limbo per quei mesi tra il XIX congresso di Bologna e l'incarico a me, forse anche prima e dopo: non si sapeva bene cosa fare, ci fu davvero un grande dibattito all'interno in cui ognuno disse la propria, a favore o contro il cambiamento, e non tutti i favorevoli avevano la stessa idea su come cambiare.
Non a caso in quel periodo aumentarono le liste civiche, che sostituivano il simbolo del Pci o lo affiancavano a uno locale, a volte con risvolti problematici, come nella mia Guastalla (in cui qualcuno non riconobbe il Pci nel simbolo del Campanone) o a Pisa (in cui in una circoscrizionale non venne stampato il Delfino scelto dai comunisti per sormontare falce e martello e dovette intervenire il Tar per annullare tutto).
Comizio di Giuseppe Di Vittorio a Lucera, 1956;
il primo a sinistra è Michele Magno
(gentile concessione Archivio Matteo Carella)
 
Immagino le scene, anche se ovviamente il fenomeno delle civiche presentate dal Pci era già diffuso in passato, con una lunga tradizione. Al di là della lista delle due Torri a Bologna, ho anche un ricordo personale, legato alle elezioni amministrative che si svolsero nel 1956 a Manfredonia. Mio padre Michele un giorno era nella sezione del partito e aveva davanti a sé un grosso pannello rotondo, su cui stava disegnando, seguendo con il pennello una traccia che aveva realizzato a matita, il simbolo della lista che si stava per presentare: lui era stato sindacalista della Cgil, in quel periodo era deputato Pci e poi è stato eletto anche senatore e sindaco di Manfredonia dal 1975 al 1982, ma si dilettava anche in queste cose. Il soggetto del simbolo era una mano che reggeva una tromba e mio padre con il pennello la stava tracciando: a un certo punto si voltò verso di me, che avevo 14 anni, e mi disse "finisci tu, che sei bravo a disegnare", probabilmente per darmi soddisfazione. Quel pannello nel corso della campagna elettorale campeggiò sul palco di tutti i comizi.

Non ci si sorprende, in qualche modo, a sentire questo racconto, anzi quasi conforta il fatto che un parlamentare dell'epoca trovasse il tempo per stare in una sezione, prendere il pennello e disegnare un simbolo destinato a un'elezione per poco più di trentamila abitanti (oggi quanti lo farebbero? E quali sezioni o sedi troverebbero aperte?). Quelle ultime pennellate date da Magno junior, poi, appaiono quasi profetiche, pensando al compito affidato al grafico oltre trent'anni più tardi: un incarico affrontato con un bagaglio di conoscenze e consapevolezza ben maggiore, ma sentendo sulle proprie spalle tutto il peso della responsabilità che a sedici anni sicuramente non c'era.

Magno, quanti eravate nell'ufficio grafico del Pci quando Veltroni la chiamò?
Eravamo in quattro: il Responsabile dell'Ufficio grafico Luciano Prati, io, Tiziana Cesselon e Lidia Berlinguer.
Telese nel suo libro racconta a dovere il momento dell'assegnazione dell'incarico, con il dialogo tra lei e Veltroni, che quasi implorava il massimo della riservatezza. Lei come vide questa novità? Una grana, una sfida?
Per me era una grana di quelle enormi, soprattutto per il segreto assoluto che avrei dovuto tenere: una cosa devastante per me. Lei si immagini: lavoravamo in tre o anche in quattro nella stessa stanza, soprattutto con loro presenti dovevo nascondere il lavoro che stavo facendo, mascherandolo come se fosse altro; se qualcuno si avvicinava anche solo un po' al mio tavolo, dovevo coprire tutto perché non s'intravedesse proprio nulla. Quando arrivava l'orario di fine lavoro, poi, uscivamo più o meno tutti insieme, ma io li salutavo, facevo un giro del palazzo e poi rientravo, per poter lavorare da solo in ufficio. Questo a volte ha portato anche a episodi quasi comici, come quella volta che si fulminò la lampadina della mia postazione e dovetti smontare quella del mio vicino, ma mi ricordai che non l'avevo risistemata solo una volta tornato a casa...
Vero, l'ha raccontato pure a Telese. In effetti colpisce soprattutto che lei e la dirigenza del partito siate riusciti a tenere il segreto così a lungo, per mesi: come avete fatto?
Le dico soltanto che questa sindrome della segretezza aveva raggiunto livelli tali che anche le cartacce, gli schizzi chiaramente da buttare, non potevo gettarli nel cestino, nemmeno strappati, per il timore che qualcuno potesse rovistare tra la carta straccia e trovare o anche solo intuire qualcosa: dovevo mettere tutto in un sacco grande e portarlo a casa, dove lo custodivo dentro un armadio. Una volta presentato il simbolo, finalmente ho potuto buttarlo... Fino ad allora, comunque, riuscimmo a custodire il segreto, anche se il giorno in cui ci fu la conferenza stampa di presentazione, il 10 ottobre 1990, la Repubblica era già uscita con un disegno che si avvicinava alla soluzione grafica che avevo escogitato.
Da Qualcuno era comunista
Leggendo il libro di Telese si scopre che il fondatore e allora direttore del giornale, Eugenio Scalfari, aveva chiesto a Occhetto di vedere in anteprima il simbolo: lui, non potendo sottrarsi ma volendo evitare fughe di notizie, mandò a casa del giornalista il suo portavoce, Massimo De Angelis, col pannello pronto per la conferenza stampa dell'indomani. La "missione" si svolse in tarda serata, sperando che Scalfari non avesse il tempo di avvertire il giornale; lui però riuscì lo stesso a telefonare in redazione e a dare indicazioni grafiche abbastanza precise, tradotte poi dai grafici.
Già, penso che sia andata così, anche se il pannello di cui lei parla, in realtà, erano due, uno con il simbolo in bianco e nero e uno a colori. Li ho ancora io, vede?

Mentre sta finendo la sua domanda, Magno si alza e indica due grandi quadrati, di colore rosso, che spuntano dietro una grande stampante del suo studio. Li prende, li posa sulla stampante, solleva piano la copertura di entrambi... ed ecco il simbolone in doppia copia, sessanta centimetri di diametro: uno in bianco e nero (così l'emblema finì su varie schede, ancora black&white nel 1991, in comuni come Brescia) e l'altro a colori, quello finito a casa di Scalfari e poi mostrato da Occhetto alla folla di giornalisti, fotografi e telecamere nella sala stampa di Botteghe Oscure.
Da lontano il simbolo gigante sembra una stampa; da vicino si capisce che tutto è fatto a mano, prima tracciato a matita (si vede qualche microsegno, qua e là) e poi campìto coi pennelli nei dettagli: le bandiere, il tronco coi rami, ogni gobba e insenatura della chioma. Anche la scritta con il nome fu realizzata con il pennello e il colore a tempera.
"La scritta - spiega il grafico - è stata la parte più difficile di tutto il lavoro, dovevo trovare la dimensione adatta perché la scritta formasse una semicirconferenza; ricavate le lettere su carta, ne cercai la disposizione corretta, con l'inclinazione di ciascuna dettata dalla posizione sull'arco. Passai le lettere così disposte su carta lucida, sfregandovi sopra la grafite a frottage, poi rimisi il trasparente sul pannello e ricalcai a matita i contorni, da riempire con il pennello". Altro che caratteri trasferibili Letraset: tutto a mano, artigianale, "non avevo il computer e non potevo rivolgermi all'esterno per fare il lavoro, col rischio che tutti gli sforzi per mantenere segreto il lavoro andassero in fumo".
Sorprende che questi pannelli così preziosi siano a casa dell'autore e non nei locali che custodiscono il patrimonio che fu del partito. La domanda non fa in tempo a migrare dalla mente alla bocca e a tradursi in parole, che la risposta arriva: "Finita la conferenza stampa e passato un po' di tempo, quei simboli finirono nell'armadio di Walter Veltroni. Qualche anno dopo, Veltroni dovette cambiare ufficio e si preparava al trasloco. Un giorno entrai nell'ufficio che lui stava per lasciare, vidi tutto sottosopra: in quella confusione intravidi anche i due simboli grandi e, temendo che finissero buttati via, me li ripresi".
Il pensiero che un tassello fondamentale della storia politica italiana potesse finire, anche solo inavvertitamente, nei cassonetti della carta genera un brivido lungo la schiena e tanta, tanta gratitudine per chi, temendo che il frutto di tante ore del proprio lavoro potesse fare una fine ingloriosa e immeritata, ha agito in fretta per mettere in salvo quei due pezzi unici. Che a quel punto viene l'istinto di guardare con ancora maggior attenzione, per cogliere ogni dettaglio, ogni pennellata che, da vicino e in controluce, si riesce ad apprezzare. Per chi all'epoca della presentazione del simbolo aveva poco più di sette anni, avere davanti agli occhi quel pannello è emozionante, specie se la persona a fianco, quella che gli ha dato vita, replica "devo dire che anche a me, guardandolo adesso, viene un po' di emozione": meglio lasciare per un po' da parte quella puntata finale, a serio rischio commozione, e tornare alle puntate precedenti della storia, ancora da sviscerare. 

Da quando ricevette l'incarico a quando iniziò a produrre i primi bozzetti di senso compiuto che poi sottopose a Veltroni, ebbe bisogno di molto tempo?
In effetti per alcune settimane sono andato avanti a tracciare schizzi sui fogli, a matita o a pennarello, di un paio di centimetri di diametro: un lavoro, se vogliamo, "alla carlona", ma che mi permise di mettere tante idee in campo per poi scegliere cosa sviluppare. Il lavoro principale è stato quello successivo, una volta che si era trovata la linea da seguire, sulla base della decina di bozzetti che avevo mostrato a Veltroni: il nostro problema era che non avevamo il computer e quindi ogni operazione doveva essere svolta a mano: non solo i disegni, ma anche i modellini di carta intestata, buste, bandiere, insegne per le sezioni e altre cose che mi erano state chieste; tutti questi tentativi, peraltro, dovevano essere fatti per nomi diversi tra loro e questo comportava un lavoro incredibile, che mi ha quasi distrutto in quel periodo. E, come dicevo, non potevo assolutamente appoggiarmi a qualche service esterno, perché questo avrebbe innescato la curiosità di qualcuno e avrebbe potuto incrinare il segreto che stavamo difendendo con tanto sforzo: ricordo ancora un biglietto che ricevetti da Piero Fassino, con cui lui mi chiedeva di realizzare appunto modelli per la carta da lettere, le buste, eccetera e concludeva con "Discrezione, mi raccomando!".
Torniamo a quei bozzetti presentati a Veltroni: com'erano?
Si trattava di una decina di piccoli layout, di bozzetti frutto dell'evoluzione dei tanti schizzi che avevo fatto, nelle dimensioni di circa dieci centimetri di diametro, realizzati con il pennarello. Tra le soluzioni che avevo proposto c'era per esempio un cuore, le stelle da sole o unite a bandiere, leggermente increspate o con pieghe più decise, che magari partivano rosse e poi dopo le pieghe diventavano tricolori. A me piaceva molto il bozzetto che conteneva come unico elemento grafico un quadrato rosso, inclinato, ma mi resi conto in fretta che non avremmo potuto usarlo perché nel 1990 le schede erano ancora in bianco e nero...
In effetti la leggina per stampare a colori le schede sarebbe arrivata solo nel 1992. Telese tra l'altro segnala che quel quadrato poi è stato ripreso in seguito dalla Cgil: quel marchio è opera sua o lo ha comunque ispirato lei?
Schizzi tratti da Vedere a sinistra (e Qualcuno era comunista)
No, non l'ho fatto io e non so se sapessero di quel bozzetto, non credo in realtà: ci sono arrivati per conto loro e comunque il loro quadrato è piuttosto fermo, statico. In ogni caso, oltre alle soluzioni che ho ricordato, c'era anche il sole in più combinazioni e poi, tra le ultime proposte, c'era anche un albero. Ammetto che era una delle ipotesi che mi convincevano meno, forse perché mi sembrava un po' troppo semplice; l'avevo comunque inserito in quella decina di bozzetti, tra i tanti schizzi che avevo fatto, perché in effetti mi sembrava tra le più produttive dal punto di vista della comunicazione, anche perché l'avevo disegnato come potrebbe fare un bambino, con il tronco e la chioma tondeggiante, una sorta di archetipo dell'albero di immediata lettura. In effetti, quando Veltroni vide i miei disegni, li guardò tutti e poi, indicando l'albero, mi disse: "Io punterei su questo perché si ricorda bene". In effetti, al di là delle mie idee personali, la sua mi sembrò un'osservazione giusta sul piano della comunicazione: un simbolo si deve ricordare e riconoscere subito, non si può pretendere che qualcuno stia lì a ricordarsi una bandiera che gira con effetti strani.
Beh, non eravate gli unici a pensarla così. Silvio Berlusconi sostiene da sempre che se un messaggio impiega più di tre secondi ad arrivare, o non è chiaro o è sbagliato e a quel dettame si era conformato Cesare Priori quando aveva disegnato il simbolo di Forza Italia.
Al di là di questo, la frase di Veltroni mi convinse e superò anche i dubbi che avevo sull'albero come simbolo. Per lo stesso motivo, il farsi ricordare, volli continuare a proporre un colore dominante che potesse rimanere impresso a chi guardava il simbolo: fino a quel momento era stato il rosso della bandiera in primo piano, da lì in avanti avrebbe dovuto essere il verde della chioma dell'albero.
La copertina di Rinascita dopo il 10 ottobre
Finora giustamente abbiamo parlato di albero, lo statuto in effetti parlava di "albero della sinistra" e anche il tribunale di Roma, nell'ordinanza sul contenzioso tra la futura Rifondazione comunista e il Pds, usò la stessa espressione. Tutti però hanno identificato presto quell'albero con una quercia: come si arrivò a questo?
In effetti non ricordo esattamente come andò; ricordo però che qualcuno, forse lo stesso Veltroni, dopo che si era deciso di sviluppare l'albero, aveva espresso qualche timore che la quercia potesse essere vista come un'immagine riconducibile a una tradizione di destra. Feci allora una piccola ricerca per cercare di chiarire questo dubbio e scoprii che parecchie incisioni dei primi anni del socialismo contenevano riferimenti alla quercia, che quindi era molto usata nella storia della sinistra. Poi sono andato a vedere le querce dal vero, per studiare la forma della chioma, la ramificazione e questo mi ha portato a modificare un po' i primi disegni che avevo fatto.
Lavorare su simboli già sperimentati a sinistra o dal partito in anni non troppo lontani sarebbe stato più facile rispetto alla scelta di un soggetto sostanzialmente nuovo per la grafica politica dell'Italia repubblicana?
Vede, io ho lavorato per molti anni per produrre proposte di tessere: si trattava in sostanza di rielaborare, possibilmente rinnovandoli, vecchi simboli o comunque immagini già usate, in cui dunque i militanti potessero riconoscersi. Uno dei motivi per cui all'inizio ero piuttosto scettico sulla questione dell'albero era che si poneva troppo al di fuori del lavoro che avevo fatto fino a quel momento per le tessere. Oggi, ripensandoci, potrei produrre immagini diverse, all'epoca non ero pronto per questo.
Al di là della responsabilità politica enorme e della difficoltà legata al mantenere il segreto, quanto avvertiva la necessità che il simbolo creato fosse fatto per durare? E, nel caso, come ci si poteva riuscire?
Il fatto è che non si poteva pensare che un grande partito come il Pci potesse non durare: era necessario quindi non limitarsi a un'opera di grafica, ma cercare di trasmettere dei valori e contemporaneamente produrre qualcosa di armonico, di ben strutturato, in grado di restare impresso. E in effetti il simbolo è durato dal 1990-91 al 2007, anche se nel giro di qualche anno è passato dal Pds ai Democratici di sinistra.
Ecco, a questo proposito: si è occupato sempre lei di modificare il disegno quando nel 1998 furono fondati i Democratici di sinistra?
Sì, sì, sono stato io. Una prima modifica in realtà la si fece per le elezioni politiche nel 1996, ampliando il prato perché potesse contenere la dicitura "Sinistra europea". Quando poi nacquero i Ds, si tornò sostanzialmente alle proporzioni iniziali dei vari elementi, sostituendo il nome (e "condensando" meno i caratteri, visto che la denominazione era più corta) e mettendo la rosa contornata di stelle del Pse al posto del simbolo del Pci, scoprendo tra l'altro la parte bassa dell'albero, fino a quel momento nascosta: quando avevo concepito il disegno dell'albero, lo avevo fatto per intero, anche senza mettere il simbolo, quindi sapevo già che forma avrebbe avuto la base del tronco che affonda le radici nel prato.
L'ultima modifica arrivò dopo il III congresso del 2005, quando una mozione proposta da Valdo Spini chiese di inserire per intero la dicitura "Partito del socialismo europeo": si dovette allargare il prato perché la scritta fosse interamente contenuta lì e contemporaneamente si decise di dare più spazio alla rosa, ingrandendola. E tutte queste elaborazioni le ho fatte io, purtroppo.

Quell'ultima parola, "purtroppo", pronunciata in fretta e impastata in un piccolo sorriso amaro, non poteva passare inascoltata, senza generare una domanda: "Non la sento entusiasta di queste cose che ha fatto...". La risposta è stata pronta, senza tentennamenti o ritrosie: "No, perché si tratta di un periodo in cui ho sofferto, è stata davvero una grande sofferenza. Vede, io sono proprio nato nel Pci, sono sempre stato nella sezione, nel partito. Sentivo che cambiare era necessario, ma addosso a me sentivo una responsabilità enorme". Già, perché allora cambiare un simbolo in cui ci si era identificati per anni era una faccenda maledettamente seria, per cui si poteva anche urlare e - senza alcuna remora - piangere: "Posso confermare che il cambio di simbolo fu vissuto da molti, anche mesi prima che il nuovo emblema fosse pronto, come una cosa drammatica: nelle famiglie dei comunisti si litigò, ci furono spaccature, a volte ci si menò persino, in nome di quel simbolo che era 'tutta la mia vita', come tanti militanti dissero".

Il simbolo del 1946
Magno, approfittiamo di questa chiacchierata per sfatare definitivamente un mito: non è stato Guttuso a disegnare il simbolo più noto del Pci, vero?
Sa, la tradizione dice che era stato lui e si è continuato a ripeterlo, ancora oggi lo dicono in tanti; il fatto è che nel 1953, dopo il fallimento del Fronte democratico popolare - quello con il volto di Garibaldi, ndb - di cinque anni prima, l'ufficio grafico del partito dovette ridisegnare per intero la doppia bandiera con falce, martello e stella, che nel 1946 era allungata, tratteggiata come a china e non costretta in un tondo.
Nel 1953, invece, era ormai diventato un obbligo includere i simboli in una forma circolare e bisognava sfruttare bene quel cerchio di due centimetri di diametro sulle schede, anche se il bianco e nero continuava a obbligare a rendere i colori secondo un codice grafico-cromatico mutuato dall'araldica.
Il mio ex responsabile dell'ufficio grafico, Luciano Prati, in realtà mi aveva sempre parlato di un pittore napoletano, del cui nome si è perso il ricordo, come autore della sistemazione del 1953. Personalmente dubito che l'autore di quel disegno del 1946 fosse Guttuso, ma naturalmente non ho prove di questo mio pensiero.
Il segno della falce e martello è stato dall'inizio parte del disegno con l'albero oppure no?
Beh, in alcuni schizzi con l'albero lo avevo messo, in altri no. Quando ho iniziato a lavorare ai bozzetti più elaborati, di solito quel segno c'era, ma non il cerchio completo: solo la doppia bandiera con le aste, ritagliata e incollata. Ed era incollata, anzi, proprio perché in quei bozzetti inizialmente non c'era e solo dopo mi è stato detto che avrei dovuto aggiungerla.
Nel libro di Telese, tra l'altro, si legge una cosa che non può passare inosservata ai #drogatidipolitica: inserire la miniatura del fregio comunista nel simbolo, oltre che a rendere esplicita la storia del Pds e a evitare che altri potessero mettere le mani sul vecchio simbolo, poteva servire anche a conservare l'esenzione dalla raccolta firme. In realtà, per la legge elettorale di allora sarebbe bastato avere un gruppo anche solo in una Camera (il Pds lo ebbe in entrambe, Rifondazione comunista riuscì a crearlo al Senato), ma forse qualcuno tra i dirigenti voleva esser certo di non perdere il beneficio o non lasciarlo ad altri: le risulta?
In realtà i miei interlocutori nel partito mi rappresentarono solo la necessità di impedire a chiunque di appropriarsi del simbolo del Pci per altri usi: un timore tutt'altro che infondato, visto che appena finito il XX congresso nacque Rifondazione comunista e per un po' di tempo tentò di usare il simbolo storico dei comunisti nell'Italia repubblicana.
Da Vedere a sinistra
Prima mi parlava del lavoro fatto sull'albero, una volta definito il soggetto del nuovo simbolo. Come si è arrivati alla forma definitiva?
Mi ricordo che feci un grande lavoro sui dettagli, per trovare la soluzione grafica che potesse dare la resa migliore all'emblema. Il tronco finale, per esempio, aveva quattro rami, ma durante la lavorazione ne ha avuti spesso tre o anche soltanto due. Molte prove, allo stesso modo, hanno riguardato la conformazione della chioma dell'albero, ora più sottile, ora più folta, ora con una conformazione un po' diversa: un lavorio incredibile, mi creda. Io sentivo, in considerazione delle caratteristiche della proposta grafica in questione, la necessità dell'apporto di un disegnatore. Che io non sono. Ma non potevo cercarlo, né richiederlo: la segretezza impediva ogni rapporto con figure altre.
Da Vedere a sinistra
Si discusse anche su come scrivere il nome, cosa non immediata perché era lungo, dunque non semplice da gestire: alla fine il carattere scelto fu un Helvetica, ma piuttosto condensato, anche perché volevo che l'arco che componeva fosse pari a un semicerchio; qualcuno, proprio perché il nome era lungo, aveva proposto di andare oltre i 180 gradi, ma per me era essenziale una maggiore armonia della composizione finale. Per lo stesso motivo, studiai l'emblema in modo che fosse geometricamente armonico, riconducendolo a una struttura "a cerchi tangenti" e in base alle diagonali del quadrato circoscritto e ai diametri verticale e orizzontale del cerchio stesso.
Anche la scelta dei colori fu importante e ci si arrivò in tempi diversi: il nome del partito, per esempio, nei primi bozzetti compiuti l'avevo scritto in nero, perché pensavo che un elemento nero che racchiudesse una composizione con vari colori fosse opportuno; fu Veltroni invece a proporre di tingere la scritta di rosso e, in effetti, devo dire che aveva ragione lui. Verso la fine del lavoro avevo provato a studiare anche qualche soluzione grafica che desse l'impressione dello spessore, della plasticità dell'albero, tanto nella versione in bianco e nero quanto in quella a colori: alla fine si è preferito non adottarla, ma ammetto che quella variante mi era piaciuta molto.
A un certo punto, anche se il nome definitivo non c'era ancora, la grafica si era abbastanza stabilizzata, ma i bozzetti non bastavano più: occorreva una prova di stampa. E lì, come ha raccontato Telese, lei si inventò lo stratagemma del "finto manifesto per il finto convegno"...
Da Vedere a sinistra (e Qualcuno era comunista)
Esatto. Il fatto è che, una volta definito il soggetto del simbolo, Veltroni avrebbe voluto non solo le prove di stampa, ma anche vedere la resa dell'emblema in vari contesti, con diverse caratteristiche cromatiche e con le varie ipotesi di denominazione del partito. Feci qualche conto e capii che avrei dovuto fare qualcosa come una trentina di bozzetti a mano, una cosa assolutamente massacrante e soprattutto impossibile con i mezzi di cui disponevo all'epoca; per la prova di stampa, poi c'era il solito problema di non far capire alla tipografia cui ci fossimo rivolti che quello era il nuovo simbolo, per evitare fughe di notizie. Alla fine mi venne questa idea del manifesto di un convegno, ovviamente inesistente, sul patrimonio boschivo italiano, per giustificare la ripetizione dell'albero, e spalmato su quattro giorni, per vederne la resa in nero, in verde, in rosso con tronco marrone e infine in quadricromia: un'immagine per ogni giornata, con la riproduzione del simbolo del Pci nei colori della giornata di riferimento, staccato dalla sua "nuova sede", ma già nelle dimensioni che avrebbe dovuto avere. La stampa nella solita tipografia andò liscia, nessuno si accorse di nulla: quando poi il simbolo fu divulgato e i tipografi capirono cos'avevano avuto per le mani, mi dissero scherzando "l'avessimo saputo, avremmo venduto lo scoop a qualche giornale!". Pericolo scampato!
Quando il simbolo fu presentato, al giornalista che aveva chiesto a Occhetto chi avesse fatto il simbolo, lui - come ha scritto Telese - rispose, quasi colto di sorpresa, "E' stato... un ufficio grafico...", senza fare il suo nome. Durante tutto il periodo in cui lavorò al nuovo emblema, incontrò mai il segretario Occhetto?
No, mai, io mi sono rapportato solo con Walter Veltroni, poi era lui a far vedere quello che facevo a Occhetto, magari discutendone con D'Alema o altri. Io con Occhetto ho parlato una volta soltanto, dopo la conferenza stampa di presentazione del simbolo, quella appunto in cui tergiversò sull'identità di chi aveva lavorato all'emblema: io tra l'altro ero presente in mezzo a quella folla di giornalisti, ma ero praticamente in incognito perché nessuno mi conosceva, almeno fino a quando un fotografo che mi conosceva mi individuò e mi scattò una foto; a quel punto, vista la scena, in tanti si girarono verso di me e iniziarono a scattare anche se non sapevano chi io fossi, hai visto mai che quella foto potesse servire... Sempre lì, tra l'altro, c'era anche il mio responsabile Prati, che come i miei colleghi non sapeva nulla  del mio incarico, ma dopo la presentazione mi disse che qualcosa aveva capito... Archiviata la conferenza, verso mezzanotte, ricevetti a casa una telefonata di Occhetto: "Bruno - mi disse - ti volevo ringraziare per il lavoro che hai fatto. A proposito, adesso posso dire che l'hai fatto tu?", come se si fosse autoimposto anche alla presentazione la consegna del silenzio, quella segretezza era diventata un blocco, un macigno...
Quindi non vi siete mai visti, parlati di persona?
In quel periodo no. Quando, poco dopo, uscì il mio volume Vedere a sinistra, lo portai a Veltroni, che aveva scritto la presentazione al libro, e lo diedi anche a lui.
Il pannello con il simbolo, in un certo senso, fu il vero protagonista della conferenza stampa, quando fu inquadrato da decine tra macchine fotografiche e telecamere...
Già, mentre ai giornalisti fu distribuita una riproduzione fotografica dello scatto fatto qualche ora prima da Angelo Palma sul terrazzo della sede: tra l’altro quel giorno dovemmo fare un gran numero di copie in diapositiva del simbolo, da distribuire ai giornalisti, con una macchina riproduttrice attivata a Botteghe Oscure e anche moltissime fotocopie a colori in formato A4. Qualche giorno dopo uscì, allegata a l'Unità, una riproduzione a colori del simbolo, in formato circa 35x50 cm. In seguito, con l’aiuto di un service fu prodotto e distribuito a tutte le organizzazioni del Partito un pieghevole in carta patinata contenente il simbolo definitivo in bianco e nero e a colori, con tutte le indicazioni tecniche necessarie per la riproduzione e l’utilizzazione. Al debutto ufficiale, invece, proprio il simbolo fu involontario protagonista di un episodio curioso.
Dall'archivio dell'Unità
In che senso? Cosa accadde?
Il primo giorno del XX congresso alla fiera di Rimini, il 31 gennaio 1991, ero nella sala e non avevo forse guardato con troppa attenzione i due simboli che erano sul fondale rosso, dietro alla tribuna della presidenza: per chi era in platea, l'emblema del Pci stava a destra, quello del Pds a sinistra. Ero con mia moglie, che  a un certo punto mi disse: "Guarda che nel simbolo del Pds manca qualcosa...". A quel punto guardai meglio e mi resi conto che nella gigantografia del mio emblema chi l'aveva realizzato si era dimenticato di mettere il prato, l'albero dunque aveva al di sotto il simbolo del Pci ma era senza "base". Corsi allora dagli allestitori del congresso per avvertirli di questa cosa: loro capirono, ma ormai Occhetto aveva iniziato il suo discorso e non potevano certo prendere una scala e andare a correggere il simbolo mentre lui parlava... Il segretario, dunque, aveva relazionato avendo alle sue spalle un simbolo sbagliato; solo durante una pausa, subito dopo il discorso di Occhetto, qualcuno salì con la famosa scala ed esiste persino una foto che ritrae gli addetti intenti a spennellare di verde il prato.
Tornando al giorno successivo alla presentazione, ricorderà che il simbolo ricevette anche commenti al vetriolo, soprattutto da coloro che facevano parte del fronte del "no": per Paolo Volponi era un broccoletto, per Armando Cossutta sembrava troppo un garofano e così via. Qualche critica secondo lei ha colto nel segno? Qualche altra, invece, le ha fatto male?
Tra gli amici che scrissero un testo di presentazione in Vedere a sinistra c'era Gianni Trozzi: abbiamo lavorato insieme per tanti anni, ma per scherzare diceva sempre che nel simbolo mancavano Cip e Ciop! (ride) Anche altri parlarono di ghiande, ma per dire che queste si danno ai maiali... Quanto alla forma della chioma, in effetti ricorda un po' la corolla di un garofano, ma ovviamente il colore cambia. Ricordo con piacere invece l'opinione di Ignazio Delogu, poeta, scrittore e traduttore sardo, ben inserito nel partito, attivo sull'Unità, addetto ai rapporti con i paesi di lingua spagnola e presidente dell'Associazione Italia-Cile: mi disse che il mio simbolo gli piaceva perché gli ricordava la capigliatura di Gramsci.
In base al suo racconto, è chiaro che è nata prima la grafica del nome: se però il nome fosse stato diverso, il disegno sarebbe rimasto lo stesso o sarebbe cambiato? E come sarebbero andate le cose se lei avesse avuto dall'inizio un nome preciso su cui lavorare?
Beh, è probabile che il simbolo sarebbe stato diverso, anzi è quasi certo; mi avrebbe stimolato in una direzione diversa.
Avrebbe preferito avere dunque prima il nome? Anche se da un certo punto di vista sarebbe stato meno libero?
Si, direi che avrei preferito, anche perché quando mi ero trovato davanti delle proposte di nome chilometriche, l'aiuto che avevo ricevuto nell'immaginare la grafica era stato pari a zero: era come non averle affatto.

L'albero della sinistra - o, a voler insistere con la vulgata, la quercia - sopravvisse ben sedici anni abbondanti nella politica italiana: non poco, nell'era della turbopolitica (citando Edoardo Novelli); eppure nel mezzo non si può dimenticare un simbolo altrettanto importante, se non altro per interpretare il momento storico-politico in cui fu adottato e lo sforzo messo in campo per produrlo. Il riferimento è all'emblema dei Progressisti, traduzione in simbolo di quella che Achille Occhetto, ancora segretario del Pds nonché leader dello schieramento di sinistra - che comprendeva anche La Rete, i Verdi, Alleanza democratica, il Psi e gli ex compagni-rivali di Rifondazione comunista - aveva battezzato "gioiosa macchina da guerra", ma poi a conti fatti non vinse, anzi alla Camera perse piuttosto male. Eppure, al di là del risultato, non è giusto ridurne l'importanza (anche perché l'emblema ritornò sulle schede nel 1996, utilizzato da Rifondazione comunista in virtù del "patto di desistenza" stretto con l'Ulivo, e periodicamente qualcuno lo riprende a livello locale).

Magno, quella dei Progressisti è una pagina rilevante nella storia politica italiana...
... una pagina triste e pesante ...
... rispetto al finale sicuramente, ma che ha importanza innanzitutto perché in qualche modo era già stata prefigurata da Occhetto nel suo discorso alla Bolognina di tre anni prima, quando disse che bisognava "non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove, per unificare le forze del progresso". Secondariamente, credo sia importante lo sforzo fatto per riunire sotto un'unica insegna grafica sei forze politiche diverse e non omogenee. Come andò?
Ricordo bene, ho vissuto personalmente quel "dramma". Come sa c'erano sei partiti all'interno di quella coalizione e io partecipai a un paio di riunioni di quelle forze politiche. Ora, in quelle occasioni ognuno diceva la propria, anche sul piano della grafica: ricordo che qualcuno dei partecipanti propose di adottare un simbolo con la scritta "i Progressisti", in cui la prima "i" a forma di stivale d'Italia; altri suggerirono idee diverse, magari aggiungendo "peccato che io non sappia disegnare...". In ogni caso, arrivarono varie proposte e in molti avrebbero voluto puntare sull'arcobaleno, ma nessuna delle idee grafiche suggerite - di diversa provenienza - riuscì a raccogliere il consenso di tutte le sigle del tavolo. Vista la situazione di stallo e di confusione, io decisi di non partecipare più a quelle riunioni.
Cosa successe poi?
Una sera venne da me un dirigente di uno di questi partiti e mi domandò: "Sei disposto a fare una nottata o due di lavoro?" Chiesi a mia volta cos'avrei dovuto fare: "il simbolo per la coalizione, hanno deciso cosa vogliono: due pennellate, una rossa e una verde, con la scritta 'Progressisti' in alto". Rimasi piuttosto perplesso: non capivo cosa intendessero per "pennellate" e, se loro avessero voluto una spruzzata di colore, ci sarebbe stato bisogno di un areografo o comunque di uno strumento particolare. Il tricolore invece non mi stupì affatto: dopo le proposte in cui ogni partito cercava di rendere prevalenti i colori tradizionali della propria formazione, era inevitabile che i colori nazionali avrebbero fatto da punto d'incontro. In ogni caso, mi attrezzai a modo mio: mi procurai molti fogli con cerchietti di due centimetri di diametro, come sulle schede elettorali di allora, e dei pastelli a cera per fare le strisciate.
Ecco, i pastelli a cera... era una delle due alternative che avevo in mente, assieme ai gessetti.
No no, erano due pastelli a cera, almeno per quanto riguarda la base del disegno; feci diverse prove e dovetti farle tutte sui cerchi piccoli, perché le dimensioni dei pastelli non mi permettevano altro. Con il fotoincisore cercai poi di ingrandire il disegno, visto che doveva essere utilizzato anche sui manifesti delle candidature (con diametro di dieci centimetri, ndb): fu lì che mi accorsi che nei segni c'erano delle mancanze, nel senso che certe aree non erano state ben definite dai pastelli. A quel punto, sempre lì nella sede del service, armato di rapidograf mi misi a riprendere tutti i puntini che mancavano, a correggere tutti i vuoti, un lavoro infinito: le due tracce, naturalmente, dopo l'azione del fotoincisore erano in bianco e nero, ma avrebbe provveduto il service a colorarle in seguito. La cosa comica, se vogliamo, fu che la conferenza stampa di presentazione si tenne al Residence Ripetta e tutti coloro che partecipavano, compresi i dirigenti dei partiti, gironzolavano nel giardinetto del Residence: a un certo punto mi passò davanti Armando Cossutta che, rivolgendosi a una persona che era con lui, commentò "Certo che, con il tempo che ci hanno messo a farlo, non mi sembra un granché...". Mi feci una risata, che altro potevo fare?

Tra i simboli creati da Bruno Magno occorre considerare anche quello di Uniti nell'Ulivo per l'Europa, la lista che nel 2004 contrassegnò la corsa unitaria di Ds, Margherita, Socialisti democratici italiani e Repubblicani europei. In effetti gli elementi di base per realizzare questo emblema non erano inediti: si trattava pur sempre di una variazione sul tema dell'Ulivo di Andrea Rauch, del quale riprendeva il ramoscello, il carattere del nome e la sfumatura dello sfondo; la disposizione degli elementi però è stata curata da Magno "e la grafia della preposizione scritta in rosso è proprio la mia", com'era già avvenuto varie volte per altre campagne realizzate nel corso del tempo. Quel simbolo, come si sa, visse soltanto in quel turno elettorale, "ma se non altro quella volta fu di gran lunga il più votato, obiettivamente fa piacere".
In effetti sarebbe venuto automatico considerare l'emblema come opera di Rauch, visto il precedente dell'Ulivo, ma è sufficiente sfogliare i giornali dell'epoca per avere conferma del fatto che la mano dietro quel simbolo one shot era proprio quella di Magno: "Vedi, ci sono le próve!", dice sorridendo, facendo emergere appena un po' di più la calata pugliese che ha conservato. A questo proposito, tra i documenti che ha conservato c'è una pagina che la Gazzetta del Mezzogiorno aveva dedicato alla proposta di simbolo del Pds all'indomani della conferenza stampa. Nicola Cattedra, pugliese anche lui, già direttore del quotidiano palermitano L'Ora fino al 1984 e in precedenza caporedattore di Paese Sera - anche lui, tra l'altro, negli anni '60 aveva lavorato al sesto piano di Botteghe oscure - scrisse un commento intitolato La nuova Cosa parla pugliese: il riferimento era proprio a Bruno Magno, tratteggiato come "uomo riservato, abituato più alla luce soffusa del suo studio di grafico che alle luci della ribalta", e ancora "un pugliese all'antica, pragmatico, alieno da fumisterie intellettuali". Allora Magno disse di aver scelto l'albero "perché mi è sembrato il modo migliore per coniugare tradizione e novità, radici e futuro" e che la miniatura del Pci stava alla base dell'albero perché "la radice resta sempre quella": poche pennellate decise, mentre l'articolo a fianco di Michele Potì analizzava a fondo il nuovo emblema, esaminando il disegno in generale, le reazioni che aveva raccolto e persino le "proiezioni soggettive" del grafico stesso.

Così, inevitabilmente, si torna ancora lì, all'albero della sinistra o alla Quercia e al percorso che ha portato lì. Magno prende una busta di carta ed estrae un pacco di fogli, almeno una trentina: sono tutti gli schizzi, o almeno una gran parte, che lui aveva realizzato nel 1990 per individuare il soggetto del simbolo; ci sono persino dei disegni di un militante che, saputo che si doveva cambiare l'emblema del partito, aveva mandato all'ufficio grafico le sue proposte. "Sai, riguardarle oggi per me è quasi commovente - mi dice - perché fa pensare a quanto i militanti avessero a cuore una scelta tanto delicata come quella di cambiare nome e corso al partito".
Senza rendercene conto, dopo oltre due ore e mezza di conversazione e condivisione di ricordi e pensieri, siamo passati al "tu", mentre davanti ai nostri occhi passano, una dopo l'altra, stelle, soli, occhi aperti, lettere "S" stilizzate che passano dalla bandiera rossa al tricolore (una soluzione che mi sarebbe piaciuta molto), quadrati, bandiere in tutte le forme e disposizioni, mani ("Strano, ogni tanto questo soggetto ritorna"), qualche albero qua e là, cunei rossi alla Lisitskij, colombe della pace e tanto altro. "Il mio modo di lavorare - spiega Magno - è questo, è come aprire il rubinetto dell'acqua, che si lascia scorrere per un po' prima che arrivi l'acqua fresca. In una prima fase soprattutto, tutto quello che mi viene in mente lo metto sulla carta, così poi posso lavorare meglio, con le idee più chiare".
In un'altra busta spuntano disegni per lo studio minuzioso della struttura dell'albero, dei dettagli della chioma per alleggerirla e ritoccarla o per darle un contorno più morbido, qualche variante con la "pulce" del Pci contornata di bianco (togliendo un po' di tronco); poi ci sono i lucidi per fissare la posizione delle lettere del nome e riportarle poi sul pannello finale. Foglio dopo foglio, prende sempre più corpo la consapevolezza del lavoro enorme fatto per arrivare al simbolo presentato giusto ventinove anni fa e, allo stesso tempo, emerge la distanza siderale rispetto a tanti emblemi politici che nascono oggi, magari in pochi giorni o addirittura in poche ore, fondati sui colori, sul lettering oppure sul nome del leader, ma con pochissime idee da comunicare - quando ci sono - e magari destinati a sparire nel giro di qualche mese, senza nemmeno finire sulle schede. "Il fatto è che è cambiata la società - mi dice Bruno - i militanti di una volta non esistono più. In Vedere a sinistra avevo pubblicato la lettera che ricevetti dal direttivo della sezione di Maropati, paesino della provincia di Reggio Calabria: i militanti si erano presi la briga di riunirsi per scrivermi che i manifesti che avevano ricevuto per il 25 aprile e il 1° maggio del 1982 non li avevano capiti e ancora più difficoltà aveva la gente comune, di estrazione agricola. 'Probabilmente per i più colti è un bellissimo grafico - avevano scritto - ma per le masse è privo di significato. Pertanto ti preghiamo di comunicare al responsabile Stampa e propaganda di tenere presente questa nostra comunicazione'. Ecco, questo rapporto tra 'noi' e 'voi', tra la base e la dirigenza, non esiste più. Penso sia questo, in fondo, il motivo per cui i simboli durano poco".

La conversazione sta ormai terminando, impregnata più che mai di ricordi e di emozioni che difficilmente si possono immaginare tutte insieme: è tempo comunque di tirare qualche somma.
Bruno Magno ha qualche rimpianto, almeno in materia simbolica? 
No, devo dire che tutta quest'esperienza vissuta è stata per me talmente una sofferenza che non c'è posto per rimpianti.
Stai dicendo che ti è bastato? 
Sì, indubbiamente.
Posso chiederti se lo rifaresti? 
Forse lo rifarei, ma sono sicuro che poi mi pentirei.

La risposta lascia un po' di tristezza, se non altro perché aver avuto davanti agli occhi tutto il lavoro che è stato fatto (e che per fortuna è stato salvato dall'usura del tempo e dagli scarti d'archivio e dei traslochi grazie alla saggezza dell'artigiano) fa capire quanta passione sia stata convogliata lì. Eppure, quando il tempo dei saluti è arrivato, "Ah, ecco, dimenticavo: guarda quella terracotta fissata alla parete". Seguo lo sguardo di Bruno, che indica il muro davanti alla sua scrivania: lì quattro chiodini fissano una riproduzione di terracotta dell'albero della sinistra, con tanto di simbolo del Pci alla base. Niente scritte, solo la grafica. "Dopo che il mio albero divenne definitivamente il simbolo del partito, ricevetti quest'omaggio da una persona che lavorava la terracotta. Come vedi lo conservo ancora". Dopo quasi trent'anni, l'albero - o la Quercia - è lì, ben in vista, nella raffigurazione di un militante e non nella sua versione originale. Non avrà il valore storico del primo simbolo mostrato ai giornalisti, ma quello affettivo è sicuramente maggiore. E se quella quercia sta lì, al suo posto, significa che tutte quelle energie spese per elaborare il simbolo, di giorno e di notte, non sono andate perse. E non dovevano necessariamente trasformarsi in voti: a volte basta una quercia di terracotta, impastata di passione e di gratitudine.

Il ringraziamento maggiore, incalcolabile, va a Bruno Magno, per il tanto tempo che mi ha dedicato, per il dono che mi ha fatto con le sue parole e per avermi permesso di riprodurre varie immagini (a partire da quelle senza indicazioni sulla provenienza). Sono grato anche ad Amedeo Barbagallo per aver fornito, senza saperlo, l'appiglio per la ricerca, ad Antonio Folchetti per averla incoraggiata e sostenuta via via (come fa da anni per le varie iniziative di questo sito), nonché al prof. Americo Bazzoffia (Università Lumsa, Ied - Istituto Europeo di Design, Accademia di Belle Arti di Roma) e ancor più a Catia Sonetti e Margherita Paoletti (Istoreco Livorno, complice una mostra su Oriano Niccolai) per avermi messo sulle tracce giuste per arrivare a Magno.