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domenica 28 ottobre 2018

La rosa nel pugno: simbolo forte, costato 60 milioni di lire

L'ultima volta che la si è vista per intero su un contrassegno elettorale, per lo meno in una competizione di un certo rilievo, è stata cinque anni fa, alle elezioni regionali in Basilicata. Eppure la rosa nel pugno, o se si preferisce "il simbolo col pugno e la rosa" - così scriveva nel 1976 Notizie Radicali - per oltre vent'anni consecutivi (più molti anni sparsi in seguito) è stato l'emblema grafico che più di tutti ha riassunto il credo e le battaglie del Partito radicale in Italia. Fu proprio nel 1976 che quell'emblema apparve per la prima volta tra le scelte offerte agli elettori (pur se in bianco e nero e dopo varie liti e scazzottate con il Pci per la conquista del primo posto sulla scheda); allora quasi nessuno, tuttavia, sapeva che quel segno grafico era stato utilizzato senza che il suo autore avesse dato l'assenso e avesse ricevuto denaro e che qualche anno dopo la vicenda sarebbe finita in tribunale.


Le prime rose

Già, l'autore. Il suo nome è Marc Bonnet, grafico e illustratore. Stando alla minuziosa ricostruzione fatta da Frédéric Cèpéde nel 1996 sulla rivista storica francese Vingtième Siècle, il disegno - che sarebbe stato conosciuto con l'espressione le poing à la rose, o anche la rose au poing e, in seguito, le poing et la rose - vide la luce alla fine del 1969, su richiesta di un militante socialista francese, Yann Berriet, e fu adottato l'anno dopo in una campagna di affissioni del "nuovo" Partito socialista, a seguito di un periodo di grande difficoltà delle forze politiche di quell'area. Fu solo dopo il profondo rinnovamento seguito al congresso di Épinay (11-13 giugno 1971), quello dal quale François Mitterrand uscì eletto segretario, che quell'emblema divenne sempre di più parte della comunicazione del Parti socialiste, fino a essere adottato come suo simbolo ufficiale. 
Negli anni seguenti, i socialisti apparvero assai più in salute, al punto che Mitterrand sfiorò la vittoria alle presidenziali nel 1974: con lui crebbe anche la notorietà del simbolo, al punto tale che proprio nel 1974 Marc Bonnet scelse di depositarlo come titolo di proprietà industriale e come segno di partito politico e l'anno dopo - il 22 maggio 1975 - ricevette 50mila franchi dal Partito socialista francese in cambio della cessione dei diritti di riproduzione della grafica "le poing à la rose". In particolare, il partito francese avrebbe avuto il diritto esclusivo, per tutto il mondo, a riprodurre con tutti i mezzi, in bianco e nero e a colori, ma l'autore - che rinunciava espressamente a ogni pretesa o azione contro i socialisti di Mitterrand per l'uso fatto in precedenza del segno - avrebbe conservato tutti i suoi diritti "con riguardo a tutti gli altri partiti socialisti stranieri o ogni altro partito che dovrà ottenere il suo preventivo assenso formale in caso di utilizzo del disegno", né il Psf avrebbe potuto cedere l'emblema ad altri partiti (esclusi quelli che avesse contribuito a fondare o cui si fosse associato).
Il simbolo della rosa nel pugno, che per una delle pubblicazioni dei socialisti francesi relativa alla loro comunicazione politica incarnava "la forza e la dolcezza, il mondo del lavoro e la qualità della vita, il dinamismo e l'innovazione, la risoluzione alla lotta e la volontà di cambiare la vita, le preoccupazioni quantitative e qualitative" era però già arrivato in Italia due anni prima rispetto all'accordo tra Bonnet e il Psf del 1975. Con tratti molto simili, infatti, era apparso accanto alla testata di Liberazione, prima quotidiano poi bisettimanale che fu pubblicato dall'8 settembre 1973 al 28 marzo 1974: la grafica della rosa - molto simile a quella francese, con la corolla senza gli spessi tratti neri di contorno e piccole modifiche anche alle foglie e al pugno - e dell'intera pubblicazione fu curata da Piergiorgio Maoloni, maestro imprescindibile di grafica (editoriale e non solo: in quel periodo era una delle figure fondamentali al Messaggero).
"Quando cessarono le pubblicazioni - ricorda Vincenzo Zeno-Zencovich, oggi ordinario di diritto comparato all'università di Roma Tre e allora tra i quattro redattori di Liberazione - si decise di trasferire il logo dalla testata al partito." In effetti, già la tessera del 1974 del Partito radicale conteneva una reinterpretazione della rose au poing, sia pure con tratti molto più fini e delicati: per quel che se ne sa, anche in quell'occasione la grafica fu opera di Maoloni. Nel frattempo doveva già esserci stato il famoso incontro tra Marco Pannella e Mitterrand, cui era presente anche il socialista Giacomo Mancini: in quell'occasione a entrambi fu offerta dal futuro presidente francese la possibilità di adottare la rosa nel pugno come simbolo, ma il Psi non era ancora disposto a rinunciare alla falce e al martello (li avrebbe ridotti, non senza polemiche, solo alla fine degli anni '70 per fare posto al garofano di Ettore Vitale, fino a toglierli con la nuova grafica di Filippo Panseca), così la rosa stretta nel pugno fu politicamente affidata ai radicali.


Se l'accordo politico non basta

L'accordo tra il Psf di Mitterrand e i radicali di Pannella (che in quel periodo del Pr era presidente: segretario era invece Gianfranco Spadaccia), tuttavia, era solo di natura politica, non certo anche civilistica: l'atto di quietanza con cui nel 1975 Marc Bonnet aveva riconosciuto il diritto del Parti socialiste all'uso del poing à la rose, infatti, aveva riservato all'autore del segno ogni diritto relativo all'uso che del disegno avrebbero potuto fare altri partiti (socialisti e non) al di fuori della Francia.  
Di certo la notorietà dell'uso dell'emblema di Bonnet in Italia avrebbe potuto essere limitata e, magari, non arrivare mai all'orecchio del creatore; la campagna elettorale del 1976 impossibile da non notare, la conquista di quattro deputati e i loro metodi ostruzionistici entrati negli annali delle procedure parlamentari diedero invece ampia risonanza all'attività del Partito radicale e anche al suo simbolo. A quel punto, fu inevitabile che la notizia arrivasse pure all'ideatore francese e che questi reagisse, per non aver potuto sfruttare economicamente anche in Italia la sua creazione. 
In effetti sarebbe bastato poco per evitare che il contenzioso sorgesse: "Pur non essendomi mai occupato di questa vicenda - ricorda ancora Zeno-Zencovich - già quando si pensò di trasferire il logo da Liberazione al partito consigliai di reinterpretare la grafica: in fondo l'idea del pugno e della rosa non era originale, era sufficiente darne una diversa lettura visiva, magari affidando la grafica di nuovo a Maoloni o ad Aurelio Candido, allora giovane collaboratore dello stesso Maoloni". Com'è noto, invece il simbolo rimase pressoché identico a quello francese, così Bonnet - dopo aver avuto contezza di ciò che stava succedendo in Italia - invitò una prima volta il Partito radicale a prendere contatti con lui per rimediare a quella situazione.
Di risposte, da Via di Torre Argentina, non ne arrivarono, così in seguito Bonnet scelse di portare la questione in tribunale. A novembre del 1979, gli avvocati italiani del disegnatore citarono il Partito radicale per aver adottato e continuato a usare il disegno della rose au poing "senza alcuna autorizzazione, usurpando e violando così i diritti del Bonnet sulla sua opera d'ingegno": si riteneva violato tanto il suo diritto morale d'autore (non era indicato il nome del creatore accanto al disegno), quanto quello patrimoniale. Il fatto che il Pr non ricavasse denaro dall'impiego del simbolo non faceva venir meno, secondo Bonnet, la lesione dei propri diritti, che dovevano essere risarciti: "il Partito socialista italiano era il più naturale acquirente dell'opera - si legge nella citazione, che tra l'altro sosteneva che con la rosa nel pugno il Psi avrebbe evitato anche ogni rischio di confondibilità con l'Unione rifondazione socialista democratica, che aveva già adottato il garofano negli anni '70 e aveva portato il Psi craxiano in tribunale -. Una volta utilizzato il disegno dal Partito radicale, non solo il Psi è un cliente perduto, ma la rose au poing di Bonnet ha un ben difficile sbocco sul mercato italiano, con conseguente grave danno per l'attore".
Chi avesse pensato a una manovra per bloccare l'attività politico-elettorale degli "scostumati" radicali in Italia, sarebbe rimasto deluso: nell'atto di citazione, infatti, si legge anche che l'idea di fare causa era sorta nella primavera del 1979, ma Bonnet aveva preferito aspettare perché "procedere contro il Partito radicale durante un periodo tanto delicato come quello elettorale avrebbe creato a controparte un inutile aggravio"; pur ritenendo di non poter tollerare oltre l'usurpazione del proprio disegno, l'autore non volle richiedere nemmeno in quel caso provvedimenti d'urgenza per tutelare i suoi diritti "per non incidere in una sfera di interessi pubblici di livello diverso da quello del Bonnet". Un gesto di fair play, quasi inimmaginabile al giorno d'oggi, ma anche una strategia per ottenere ragione più facilmente: la richiesta di inibire con urgenza l'uso della rosa nel pugno, con l'effetto sostanziale di bloccare l'attività politico-elettorale del Pr, avrebbe potuto indurre un giudice a una decisione sfavorevole proprio per non compromettere l'attività di un partito rappresentato in Parlamento, mentre la scelta di far valere i propri diritti senza chiedere ai giudici nulla di immediato avrebbe avuto maggiori probabilità di successo.

L'accordo (salato) dopo la sconfitta

Ben altra, ovviamente, fu la posizione del Partito radicale, rappresentato dall'allora segretario Giuseppe "Geppi" Rippa e difeso tra gli altri da Mauro Mellini, tra i primi deputati radicali. Per Via di Torre Argentina nella rose au poing di Bonnet non c'erano originalità e creatività, mancando a prima vista "una rappresentazione originale di un determinato contenuto di idee, sensazioni e sentimenti che dovrebbe contraddistinguere l'opera d'arte", come pure il "riflesso della personalità dell'autore", requisiti ritenuti necessari dagli avvocati per applicare la tutela del diritto d'autore. Si tratterebbe solo di un segno distintivo, dunque di un marchio, essendo dotato il disegno se non altro di capacità distintiva, ma per i radicali non era applicabile la disciplina dei marchi, non essendo in presenza di merci o prodotti. 
Di più, la novità - nell'ambito dei marchi e del diritto d'autore - sarebbe stata negata anche dall'uso incontestato della rosa nel pugno nella testata di Liberazione, iniziato nel 1973 prima del deposito fatto dall'autore nel 1974; né si sarebbe stati di fronte a un'opera d'arte applicata da tutelare, perché la legge avrebbe tutelato l'applicazione "all'industria" e comunque in presenza di originalità e novità. Da ultimo, l'uso politico-elettorale fatto dal Partito radicale sarebbe sottratto all'applicazione delle norme sul diritto d'autore o sui marchi, essendo sottoposto alle norme speciali dettate per le elezioni: queste si basano sulla "abitualità dell'uso di un simbolo come contrassegno elettorale" e sarebbero improntate "a finalità esclusivamente pubblicistiche", volte all'identificazione chiara e precisa del partito da parte degli elettori.
Per la prima sezione del tribunale di Roma, tuttavia, il Partito radicale aveva torto. Nella sentenza n. 3649/1981, decisa però alla fine del 1980 (curiosità, il relatore era Vittorio Metta: lo stesso finito molti anni dopo al centro delle cronache per la sentenza della Corte d'appello di Roma sul "lodo Mondadori"), i giudici ritennero inverato nel disegno i requisiti della creatività, intesa come "individualità della rappresentazione", e della capacità di sentire ed esprimere in modo personale un'idea: "è un disegno plastico e stilizzato allo stesso tempo; le linee sono grossi tratti essenziali, semplificate al massimo; l'insieme è armonico e rende con tutta evidenza [...] il contrasto tra la robustezza della mano e la delicatezza del fiore", il tutto con "un effetto estetico singolare, assolutamente originale, che non trova riscontro in alcun precedente". 
Il disegno di Bonnet, con tanto di firma del creatore, fu poi usato dal Psf già dal 1971, prima che dai radicali in Italia: il diritto d'autore, in ogni caso, si genera dalla data della creazione e non da quella del deposito come opera dell'ingegno. Quanto alle norme elettorali, pur imponendo ai partiti l'uso come contrassegno del simbolo di norma utilizzato, non permettono affatto "ai partiti di usurpare i diritti altrui" o di far prevalere il diritto all'uso di un'espressione artistica altrui sui diritti del creatore. Infine, pur in mancanza di un ritorno economico per il Partito radicale, l'uso fatto della rose au poing per i giudici violava effettivamente i diritti di Bonnet, per la mancanza della sua firma accanto al disegno (che, evidentemente, solo in seguito a un accordo con il creatore poteva essere omessa) e perché l'impiego da parte dei radicali non consentiva all'autore di trarre profitto dalla sua opera.
Il tribunale di Roma inibì al Partito radicale l'ulteriore uso del simbolo e lo condannò a risarcire Marc Bonnet, anche se una successiva ordinanza avrebbe dovuto stabilire l'entità della somma. Evidentemente, però, dalle parti di Torre Argentina si considerava imprescindibile quel disegno: il 17 settembre 1982, dunque, si arrivò a un accordo con il disegnatore. Questi ricevette dai radicali l'enorme somma di 60 milioni di lire, a titolo di cessione del diritto di riprodurre la rosa nel pugno in Italia. L'atto di quietanza era quasi identico a quello già indirizzato al Psf di Mitterrand, comprensivo anche della rinuncia a ogni azione contro il Pr per l'uso passato del simbolo (cosa che fa supporre che il corrispettivo pagato a Bonnet comprendesse anche parte dei risarcimenti per l'uso pregresso). Simbolo che, nel frattempo, era stato leggermente cambiato: nel 1980, il 23° congresso straordinario del introdusse il "preambolo" allo statuto (tuttora presente) e diede un segno tangibile della partecipazione del Partito radicale alla lotta contro lo sterminio per fame e guerra perseguito dai "signori della guerra" e dai "potenti del mondo e d’Italia", stabilendo nella mozione di abbrunare a lutto l'emblema fino alla sconfitta di detta politica di sterminio, "a testimonianza di pietà, di umana consapevolezza e civile dignità". 
Alle elezioni del 1983, dunque, il partito si presentò con il simbolo listato a lutto (e ancora in bianco e nero), ottenendo 11 deputati e un senatore; un risultato inferiore rispetto a quello del 1979 (18 deputati e 2 senatori), ma comunque di tutto rispetto. Chissà quanti, tra gli oltre 800mila italiani che avevano messo la loro croce sulla rosa nel pugno, sapevano che quel simbolo, solo un paio di anni prima, avevano rischiato di non vederlo più e che la sua permanenza sulle schede era costata cara; e chissà che in futuro, anche in virtù degli sforzi di quasi quarant'anni fa, non faccia di nuovo la sua comparsa sulle schede...

Si ringrazia il Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito, soprattutto attraverso Maurizio Turco, per aver fornito il materiale che ha finalmente permesso di raccontare nei dettagli questo pezzo di storia.

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