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martedì 16 ottobre 2018

Viaggio nella Lega di Salvini, tra novità e punti fermi

Il 31 maggio 2018 Giuseppe Conte ha ricevuto da parte del Presidente della Repubblica l'incarico di formare un governo: lo compongono in gran parte esponenti della Lega (anche se ufficialmente ad avere partecipato alle elezioni è la Lega Nord) e del MoVimento 5 Stelle, due soggetti politici che il 4 marzo sulle schede elettorali erano in concorrenza e, sommando i voti ottenuti nelle urne, hanno raccolto il consenso di un votante su due (guardando ai dati della Camera). E se certamente il M5S ha manifestato una crescita del tutto rilevante, in termini assoluti e relativi, bisogna ammettere che l'incremento più significativo e meritevole di studio, dal 4,09% (e 1,39 milioni di voti, sempre considerando la sola Camera senza la Valle d'Aosta) del 2013 al 17,35% (e 5,7 milioni di voti) del 2018, ha riguardato la Lega, per la prima volta sopra a Forza Italia quanto a consensi ricevuti. Giuridicamente si tratta dello stesso partito delle elezioni politiche precedenti (anche se dal nome è sparita la parola "Nord"); politicamente, a colpo d'occhio, è cambiato molto, con la presenza elettorale del partito anche al Sud e con una collocazione non più semplicemente definibile come di centrodestra. Eppure, secondo alcuni, uno sguardo più approfondito potrebbe svelare che le cose non stanno esattamente così: gli elementi di continuità con il passato sarebbero assai più rilevanti rispetto alle differenze effettivamente apprezzabili a vario livello.
La tesi è sostenuta da Gianluca Passarelli (professore associato alla Sapienza di Roma) e Dario Tuorto (professore associato all'università di Bologna): i due politologi si sono occupati a lungo della Lega Nord in un gran numero di saggi e in una monografia pubblicata dal Mulino nel 2012, Lega & Padania. Storie e luoghi delle camicie verdi. Da poco la stessa casa editrice bolognese ha pubblicato l'ultima ricerca a loro firma, intitolata La Lega di Salvini e che fin dal sottotitolo - Estrema destra di governo - mette in luce il nucleo della tesi del libro. 


Mutazioni accelerate, punti fermi mantenuti

E' opportuno sgombrare subito il campo da equivoci: i cambiamenti ci sono stati eccome, anche gli autori ne sono convinti e sanno che tutti questi passano attraverso la segreteria federale di Matteo Salvini, iniziata alla fine del 2013: "Salvini - scrivono - è stato abilissimo. Ha condotto una campagna elettorale impeccabile. Capace di risultare innovatore agli occhi e alle orecchie degli elettori, proprio perché ha innovato" anche grazie all'opera di chi ha curato la sua immagine. Soprattutto, "è stato veloce, coniugando ambizione e capacità di riempire un vuoto generatosi tanto nel partito quanto nella coalizione di centro-destra": il tramonto della leadership di Umberto Bossi (in uno dei periodi più difficili in assoluto per il partito e con la mancanza di sfidanti realmente in grado di contendere la vittoria a Salvini) e la crisi conosciuta da Forza Italia hanno permesso a Salvini di farsi strada grazie alla sua velocità e a un linguaggio diretto, riuscendo ad apparire nuovo pur essendo stato consigliere comunale a Milano dal 1993 al 2012 ed europarlamentare dal 2004 (con un crescente successo personale, come testimoniato dalle preferenze ricevute, non solo al Nord).
In effetti, secondo Passarelli e Tuorto, già Bossi aveva capito che, a dispetto del nome, non si poteva puntare tutto e solo sul Nord (al di là delle azioni per caricare la base nella campagna elettorale) se si voleva stare al governo dell'Italia, per cui già dall'inizio degli anni 2000 aveva parzialmente corretto il tiro rispetto all'azione del periodo precedente, avvicinandosi organicamente al centrodestra (e non, come da più parti si è sospettato, per l'esigenza di "disinnescare" le cause forziste nei confronti del Carroccio e della Padania e garantirsi le risorse necessarie all'attività del partito); solo dopo la fine della segreteria di Bossi e sull'onda degli scandali che avevano colpito il partito si sarebbe arrivati a formalizzare lo slogan "Prima gli italiani" (dopo il maroniano "Prima il Nord"), come passo determinante verso un'alleanza "dell'Europa delle patrie", avendo come maggiore interlocutrice Marine Le Pen. 
Nel frattempo, con il cambio di segreteria, secondo gli autori il partito muta innanzitutto all'interno, passando dall'autorevolezza e dal carisma (riconosciuto dai militanti) di Bossi all'autorità e alla popolarità (indiscutibile) di Salvini, un processo simile a quello riscontrabile proprio all'interno del Front National francese, nel passaggio della leadership da padre a figlia. Salvini di fatto si pone come unica vera figura di spicco all'interno della "sua" Lega, pur in presenza di personaggi ben noti della "vecchia guardia" (a partire da Roberto Calderoli) che però sono molto meno in luce di prima; il tutto mentre è via via cresciuta (anche prima di Salvini) la presenza leghista nelle istituzioni regionali e locali e, a dispetto del calo sensibile del numero di sezioni presenti sul territorio (segno che la generale crisi della militanza non ha risparmiato la Lega, anche per le vicende che l'hanno direttamente riguardata), si è comunque mantenuta una base solida, compatta e ben contornata da un popolo di elettori-non-militanti.   


Un partito che resta del Nord e a destra

Le ultime elezioni hanno dimostrato certamente una presenza del partito in tutte le regioni, ma per Passarelli e Tuorto si è comunque di fronte a "un partito del Nord e radicato principalmente nel Nord", che rimarrebbe comunque il centro pulsante, propulsivo (e ricco) del partito. Il terzo capitolo del volume analizza nel dettaglio i risultati elettorali leghisti e, se riconosce che alle ultime elezioni le percentuali del voto ottenute dal partito nelle varie regioni d'Italia sono state molto più simili tra loro rispetto al passato - con un "indice di nazionalizzazione" pari allo 0,71 -, sottolinea che le regioni del Centro-Sud continuano a pesare molto meno in termini di voti apportati rispetto al Nord (arrivando quasi a pareggiare il conto con i consensi raccolti in ciò che resta della "zona rossa", che però è molto più ristretta territorialmente), anche se di certo sono molto più rilevanti che in passato, essenzialmente nelle aree del Centro. Il baricentro della zona d'influenza leghista, in ogni caso, non si è spostato di molto, limitandosi a un viaggetto dall'area cremo-mantovana a quella parmigiana e, se si va a "esplodere" il risultato delle ultime elezioni politiche nei vari comuni, si scopre che è sempre nel Nord che si concentra la stragrande maggioranza degli enti locali in cui la Lega è risultata il primo partito o tra le tre formazioni più votate (con prevalenza assoluta dei piccoli comuni, mentre al Centro-Sud le proporzioni si equivalgono).    
Altri punti di cambiamento da osservare con più attenzione riguardano la collocazione politico-ideologica e il linguaggio utilizzato dalla "nuova" Lega. Per Passarelli e Tuorto "già da alcuni anni il partito ha assunto i tratti di una formazione di estrema destra, con tratti razzisti, xenofobi, politicamente e socialmente violenti": una posizione, questa, che certamente ha alla base la scelta fatta tra il 2000 e il 2001 di collocarsi stabilmente nel centrodestra, fino a raccogliere via via l'interesse e il consenso di vari elettori di destra che - dopo la confluenza di An nel Pdl - non si ritrovavano perfettamente nel nuovo partito berlusconiano e non hanno trovato altre "case" politiche (la Destra, Fli, Fratelli d'Italia). Ne sarebbe un buon esempio la cosiddetta "rivoluzione del buonsenso", applicata soprattutto in materia di immigrazione e di difesa dell'italianità (che ha portato, nella base leghista, a un recupero dei concetti di unità nazionale e patria assolutamente non immaginabile solo una manciata di anni prima): un'italianità che, però, secondo gli autori, sarebbe ancora declinata "decisamente in chiave settentrionale" ("quali e quante sono le industrie in grado di competere sul mercato internazionale difendendo il Made in Italy? Sono quelle insediate nel Triveneto, in Lombardia e in Emilia Romagna. E la stessa flat tax [...] rappresenta una soluzione che se adottata rischierebbe di enfatizzare più che di ridurre le differenze economiche realizzando l'agognata secessione non con i 'fucili' e le ampolle di bossiana memoria, ma con la divisione de facto tra le aree deboli e forti del paese").
A fronte di una netta collocazione nell'area destra della politica italiana ed europea (anzi, estrema destra, anche se probabilmente i protagonisti rifiuterebbero quell'etichetta; si veda però con attenzione il quarto capitolo che analizza anche il profilo degli elettori della Lega di Salvini e li ritrova tanto tra i benestanti quanto tra i dipendenti, li qualifica in gran parte liberisti e soprattutto "ostili e tradizionalisti" in materia di immigrazione, diritti e religione), occorre guardare con attenzione ai rapporti con le altre forze del centrodestra italiano, a partire ovviamente dai partiti nel tempo guidati da Silvio Berlusconi. Se, come si è detto, non è stata in discussione la collocazione in quell'area a partire dal 2001 (nonostante la scarsa affidabilità mostrata dal 1994 in poi, quando il primo governo Berlusconi durò pochi mesi proprio per lo sfilarsi del Carroccio e nel 1996 il partito corse da solo in pieno "estremismo di centro", come notato da Piero Ignazi) e al più si è assistito a vari tentativi di insidiare la leadership berlusconiana della coalizione, le elezioni del 2018 sembrano avere ribaltato i termini della categoria del forzaleghismo teorizzata con lucidità da Edmondo Berselli, cioè il "nordismo sbrigativo che accomuna il mondo della Lega con l'insediamento politico ed elettorale di Forza Italia". Il concetto, beninteso, cambia poco, ma qui casomai secondo gli autori abbiamo il "leghismo forzista": personalmente preferirei il "legaforzismo" perché la posizione ufficiale di Forza Italia non vorrebbe mai rischiare di "scimmiottare" Salvini, mantenendo piuttosto una sua identità; il recente caso di "Forza Salvini", tuttavia, dà ragione a Passarelli e Tuorto nel dire che anche nel partito di Berlusconi c'è chi si è fatto contagiare dalla popolarità e dall'impatto salviniani.
L'ultimo capitolo guarda inevitabilmente ai rapporti tra Lega e MoVimento 5 Stelle, i due contraenti dell'accordo per il "governo del cambiamento" qualificati dall'inizio come frères ennemis, fratelli nemici, ma che certamente condividono la natura di partito di protesta: la prima, tuttavia, presentandosi come "partito pro sistema al Nord, dove governa" in varie regioni e in moltissimi enti locali, mentre il secondo avrebbe "tratti di protesta coltivati e alimentati dal disagio", in chiave di protesta soprattutto "antiélite" e "anticasta" (tema che in parte la Lega ha dovuto riesumare, dopo averlo abbandonato a lungo nei periodi di permanenza al governo). Hanno mostrato alle ultime elezioni di avere distribuzioni elettorali quasi speculari, con un forte radicamento in una parte d'Italia (il Centro-Nord per la Lega, il Centro-Sud per il M5S) e l'aumento della presenza nelle altre zone del paese (anche se là dove il MoVimento è più debole risulta comunque più forte rispetto alle aree a minor densità leghista e gli elettori stellati sono più forti nei comuni mediograndi rispetto a quelli piccoli o grandi) e con una diversa distribuzione in base alla struttura territoriale dell'economia (la Lega prevale nelle aree con migliori performance del mercato del lavoro, il M5S in quelle con un maggiore tasso di disoccupazione). 
Sotto vari punti di vista, le due forze politiche finiscono per risultare complementari (anche e soprattutto dal punto di vista dell'elettorato) e in quella posizione hanno stipulato il loro accordo che ha portato al governo presieduto da Conte, "affiancato" da Salvini e Di Maio. Il "contratto", che appare per vari commentatori più una "dichiarazione di intenti" volta a non scontentare troppo i reciproci elettori (soprattutto per la mancanza di indicazioni specifiche sul reperimento delle risorse necessarie), per Passarelli e Tuorto mette davanti i due soggetti politici a una sfida molto delicata: da una parte, la Lega potrebbe avere da guadagnare dall'alleanza, se si dimostrasse duratura, per poter rimanere al governo, dal momento che avrebbe comunque bisogno di un alleato forte non potendo governare da sola (per cui se l'alleanza saltasse avrebbe comunque bisogno di Forza Italia o, almeno, dei suoi elettori); dall'altra parte, il MoVimento 5 Stelle dovrà essere in grado di far digerire all'ala più movimentista lo smacco dell'aver accettato di concludere un'alleanza (andando contro a quando dichiarato per anni) e di aver rinunciato a punti importanti del proprio programma a favore dei compagni di avventura leghisti, mettendo piuttosto in luce i risultati ottenuti stando al governo che non sarebbero mai arrivati dai banchi dell'opposizione. Una sfida oggettivamente rischiosa per il M5S (che potrebbe anche implodere e finire in parte inglobato dalla Lega), ma non facile nemmeno per un partito come la Lega: essa ha una lunga storia - la più lunga tra i partiti presenti sulla scheda - e una classe dirigente nazionale e locale comunque con una certa esperienza, oltre che un elettorato compatto e fidelizzato, ma potrebbe non trarre sempre giovamento dall'arroccarsi su posizioni ritenute "di destra estrema" e faticare a trovare una ricetta davvero in grado di comporre gli interessi dell'intero paese.   

La portata dei cambiamenti simbolici

Qualche passaggio del volume è dedicato anche alle questioni legate al simbolo, a partire dalle "forzature simboliche" che Salvini avrebbe attuato per mostrare in modo visibile "l'abbandono tattico della battaglia secessionista per l'indipendenza della Padania": per gli autori, "l'eliminazione del simbolo del partito" (probabilmente riferendosi al Sole delle Alpi, che faceva ancora parte del simbolo ufficiale allegato allo statuto registrato nel 2015) e "della parola 'Nord' dal nome" dovevano rendere tangibile il passaggio dall'indipendentismo al sovranismo e ai temi classici della destra nazionalista, anche se al fondo c'è la convinzione che, a dispetto delle potature grafiche e nominali, "il comunitarismo valligiano tornerà comodo quando il vento in poppa calerà".
Soprattutto, però, per Passarelli e Tuorto "non è sufficiente togliere tatticamente dal simbolo del partito il termine 'Nord' per diventare, automaticamente, un partito nazionale", perché il Nord "rimane, eccome, nel voto e nelle politiche del partito guidato temporaneamente da Salvini": posto che "la genetica politica segnala inequivocabilmente quanto sia resistente al cambiamento, soprattutto quando è mera cosmesi elettorale e non profonda revisione", accanto ai segni di discontinuità rispetto al passato, infatti, gli autori colgono altri indizi di continuità che li confermano nelle loro tesi.
Un altro simbolo in qualche modo messo da parte, pur se diverso da quelli di natura grafica, è individuato nell'incontro annuale al pratone di Pontida, che negli ultimi anni avrebbe cambiato significativamente natura pur restando abbastanza simile a se stesso: da "rito (ri)fondativo irrinunciabile che dava al suo variegato popolo l'occasione per toccarsi, contarsi e attualizzare la tradizione popolare delle origini", infatti, sarebbe poi stato celebrato con meno enfasi, affinché "non fungesse da stigma e intimorisse gli elettori più urbanizzati o a sud del Po". Una scelta, dunque, che marcherebbe una maggiore distanza da parte della base del partito, senza però rinunciare del tutto - e non solo per opportunità - al pratone, perché "rappresenta un luogo dell'anima, cui tornare e ritornare". Perché anche nel tempo della "turbopolitica" (secondo la definizione di Edoardo Novelli) e dei social network, a guardare bene, ai luoghi e ai simboli dell'anima non è stato dato il foglio di via: non a caso, Alberto da Giussano - o, comunque, la statua del guerriero di Legnano - è ancora lì, al suo posto.

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