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lunedì 22 maggio 2023

Noi moderati, nuovo simbolo per diventare partito

Si è celebrato lo scorso fine settimana (20 e 21 maggio dunque) a Roma il primo congresso di Noi con l'Italia, di fatto interpretato come l'assise fondativa di Noi moderati, nata come quarta lista del centrodestra in vista delle elezioni politiche del 2022 e in procinto di trasformarsi in partito. 
La storia si ripete, sia pure con qualche variante. Nel 2018, come si ricorderà, Noi con l'Italia era nata a sua volta come "quarta gamba" elettorale del centrodestra, grazie all'apporto di Direzione Italia, Scelta Civica, Fare!, Cantiere Popolare, Movimento per le Autonomie e un numero rilevante di fuoriusciti da Alternativa popolare (incluso il futuro leader, Maurizio Lupi); il soggetto elettorale si era completato con l'apporto (graficamente invisibile) di Identità e Azione e quello (ben evidente sul piano visivo) dell'Unione di centro, che al simbolo simil-Pdl con tricolore pennellato su fondo blu aveva accostato lo scudo crociato. L'esito non era stato memorabile (1,3% alla Camera), vari pezzi - a partire da Udc e Idea, come pure i fittiani di Direzione Italia - si erano distaccati in fretta, ma gli altri avevano creduto opportuno continuare il cammino comune, trasformando Noi con l'Italia in un partito e portando Lupi alla presidenza. Quasi cinque anni dopo, Maurizio Lupi si ritrova a guidare la costruzione di una nuova forza politica centrista e moderata, avendo come base di nuovo l'aggregazione sperimentata alle ultime elezioni politiche (con un risultato ancor meno soddisfacente rispetto al 2018, essendo stato mancato l'obiettivo dell'1%) e dovendo contare già su defezioni rilevanti: quella più significativa riguarda ancora una volta l'Udc, che pare intenzionata a seguire un altro percorso (magari quello con Gianfranco Rotondi, per riunire il vecchio nome della Dc allo scudo crociato), ma altre forze sembrano pronte al nuovo cammino.
La mozione che proponeva la conferma di Lupi alla presidenza (l'altra indicava come nuovo leader Andrea Galli, modenese, ex Forza Italia, che nelle scorse settimane ha lanciato dure accuse contro lo stesso Lupi e la sua gestione del partito) tracciava in modo piuttosto netto il percorso di cui si diceva: "Il nome 'NOI moderati' oggi individua un gruppo parlamentare, cioè un insieme di persone, ognuna con la sua storia, la sua sensibilità culturale e politica, che si esprime unitariamente nella massima istituzione della nostra Repubblica, quel Parlamento che rappresenta la nazione [...]. Il nome 'NOI moderati' però illumina anche il nostro futuro, ci dà un compito che potrebbe avere la sua prima verifica elettorale nelle prossime elezioni europee, ma che avrà la sua prima verifica reale nel lavoro che noi, 'Noi con l'Italia' saprà fare da subito sui territori, nelle città, nei quartieri, nelle periferie, in mezzo ai bisogni di cui la politica, noi, 'Noi con l'Italia', deve farsi interprete e nei confronti dei quali le ideologie storiche e i partiti che ad esse continuano a fare riferimento si sono dimostrati inadeguati".
Certamente sarà parte di quel percorso Italia al Centro di Giovanni Toti: del resto, proprio Noi con l'Italia e il partito guidato dal presidente della giunta ligure erano stati i primi soggetti a unirsi in vista delle elezioni politiche del 2022 (prima che si aggregassero anche Coraggio Italia e Udc). Toti stesso ha tenuto il penultimo intervento della giornata congressuale di ieri, subito prima delle parole di Lupi: l'alleanza-nucleo che aveva anticipato Noi moderati viene dunque confermata, nel tentativo di dare maggiore consistenza all'aggregazione centrista, magari potendo contare anche sulle forze territoriali che in varie elezioni hanno costruito liste che hanno partecipato - a volte con successo ed eleggendo consiglieri, a volte meno - alle competizioni locali e che potrebbero rappresentare il nascente partito a livello comunale o regionale.
Tra gli altri interventi congressuali si devono registrare quelli di Giorgia Meloni, Francesco Lollobrigida ed Eugenia Roccella per Fratelli d'Italia, Antonio Tajani per Forza Italia e Matteo Salvini per la Lega; eppure per i #drogatidipolitica è molto più meritevole di interesse quello che ha preceduto le parole di Lupi. Lo ha pronunciato Ignazio Messina, segretario dell'Italia dei Valori. Di fatto quel discorso ha sancito la partecipazione dell'Idv al percorso costituente di Noi moderati: non a caso da qualche settimana Messina risulta tra i vicecoordinatori politici di Noi con l'Italia (tra i vice dunque di Renzo Tondo). Ci si può volendo stupire di questa scelta, ma in effetti già in vista delle elezioni del 2022 l'Idv aveva appoggiato proprio Noi moderati, scegliendo per la prima volta il centrodestra a livello nazionale. 
Tre soggetti politici con "Italia" nel nome, dunque, hanno scelto di dare una struttura più stabile a Noi moderati. Nella stessa occasione è stato lanciato pure il nuovo simbolo che dovrebbe accompagnare il percorso e che sostituisce quello - assai poco felice sul piano grafico, vista la struttura di matrioska di terzo grado - che era finito sulle schede elettorali il 25 settembre 2022. Il blu iniziale del fondo si è fatto sfumato, dall'azzurro al blu scuro; il nome è rimasto uguale, ma ora è scritto in un carattere "bastoni" corsivo e marcato (simile al Nexa) oltre che ombreggiato, con la parola "Noi" sempre maiuscola e in evidenza e la parola "moderati" tinta di giallo; sotto una piccola onda tricolore c'è uno spazio vuoto, magari per contenere il nome del leader o del candidato. Viene facile pensarlo perché il nuovo simbolo, in effetti, non è del tutto nuovo: in occasione delle elezioni regionali lombarde di quest'anno, infatti, era già stato anticipato dal contrassegno della lista che univa Noi moderati e Rinascimento di Vittorio Sgarbi. Graficamente la qualità è migliorata (e non ci voleva molto...), ma bisogna ammettere anche che il nuovo simbolo appare piuttosto anonimo, tutto basato sui colori (quelli in cui forse può riconoscersi la persona moderata di centrodestra) e senza il minimo tentativo di individuare un elemento simbolico per rappresentare quell'area. Forse lo si è fatto per evitare di rischiare soluzione graficamente discutibili, ma è comunque un peccato non aver provato a tradurre in grafica un'idea.

giovedì 18 marzo 2021

Ancora sul simbolo dell'Idv negato a L'Alternativa c'è: le versioni dei fatti

Nell'articolo di ieri si è annunciato che la componente del gruppo misto al Senato di L'Alternativa c'è - e non il gruppo, come si era creduto in un primo tempo - non è (ancora) nata e c'è il serio rischio che non nasca affatto, a maggior ragione dopo che alcuni giorni fa per l'articolazione parlamentare è venuta meno la rappresentanza dell'Italia dei valori e, di conseguenza, la possibilità di fruire del suo simbolo. La questione, tuttavia, oggi è rimasta di attualità perché sono state diffuse nuove informazioni rilevanti: in particolare, Matteo Pucciarelli ha intervistato per 
la Repubblica Ignazio Messina, segretario dell'Idv, per cercare di capire cosa effettivamente sia accaduto. 
Ricordato che tra i partiti che avevano partecipato in forma visibile alle elezioni, anche all'interno di altre liste - e che dunque potevano consentire sulla carta il sorgere di un gruppo al Senato o, se la compagine fosse stata sotto i dieci membri, almeno di una componente - il più compatibile con gli espulsi dal MoVimento 5 Stelle sembrava proprio l'Idv, l'articolo ricorda che "i
l primo incontro a Palermo tra emissari" di coloro che erano stati espulsi dal gruppo del M5S "e Messina è datato 14 febbraio. Idv dà un via libera all'operazione parziale, ponendo una condizione: che non fosse solo un mero espediente tecnico ma che dietro si lavorasse ad un progetto politico vero e proprio".
"Invece da quel che ho visto - ha spiegato Messina a Pucciarelli - volevano solo il simbolo. Abbiamo fatto diverse riunioni e non siamo mai arrivati a un dunque. Nel loro documento programmatico non c'era una riga sul lavoro, sulla giustizia, insomma mi è parso qualcosa fatto senza crederci". Scrive poi Pucciarelli che "per Idv andava bene l'opposizione al governo Draghi, ma restando nell'alveo del centrosinistra, con una netta alternatività rispetto a Fratelli d'Italia e a Giorgia Meloni"; in più "prevalevano logiche di rancore contro il M5S, a me il Movimento può fare simpatia o meno ma non ho mica conti in sospeso". L'articolo si chiude notando che "se con gli incontri con - ad esempio - il senatore Mattia Crucioli e il deputato Pino Cabras le cose sono andate non bene, Messina è convinto che con altri usciti dal Movimento invece sia possibile ragionare ancora", "ma meglio non anticipare troppo - ha concluso Messina - vediamo con calma". 
Il segretario dell'Idv dice di essere un po' dispiaciuto, "ma non è stato tempo perso, ho comunque imparato qualcosa". Non sembrano peraltro molto felici nemmeno i senatori che avevano chiesto di formare la componente L'Alternativa c'è al Senato: sulla pagina di Mattia Crucioli poche ore fa è apparso un post firmato anche da Margherita 
Corrado, Luisa Angrisani e Bianca Laura Granato nel quale si dichiarano "i veri motivi del ritiro" del simbolo. Si riporta di seguito il contenuto del post:
Il manifesto de L'Alternativa c'è (che non ha alcuna pretesa di costituire un programma esaustivo) era stato inviato all'Avv. Messina che, lungi dal criticarlo, aveva contribuito a redigerlo: l'argomento è quindi evidentemente pretestuoso. La realtà è che, nonostante originariamente avesse dichiarato di non porre condizioni all'utilizzo del simbolo, il legale rappresentante di Idv intendeva indirizzare il costituendo gruppo verso l'appoggio a Conte e alla coalizione di centrosinistra, nonostante gli avessimo chiaramente rappresentato di voler essere alternativi al finto bipolarismo destra-sinistra che l'Italia ha dovuto subire per troppo tempo. Su una cosa, quindi, concordiamo con il rappresentante di Idv: non ci sono le condizioni per tentare un progetto insieme, perché noi abbiamo una parola sola. Ciò non significa, contrariamente a quanto titola La Repubblica, che L'Alternativa c'è "naufraga al Senato": noi andiamo avanti, né con Draghi, né con Conte, e tantomeno con la destra, mantenendo la nostra coerenza e raccontandovi soltanto la verità.
A questo punto, archiviata (si può dire definitivamente) la possibilità di veder tornare con queste persone il simbolo dell'Idv rappresentato al Senato, a L'Alternativa c'è non resta che aspettare il responso della Giunta per il regolamento di Palazzo Madama, almeno per sapere se potranno formare una loro componente del gruppo misto da soli, se non altro per potersi distinguere nei resoconti stenografici e nei filmati di seduta con la loro personale "etichetta". Se la risposta non arriverà o sarà negativa (risposta che invece non attende più Tiziana Drago, che aveva chiesto di formare la componente Alternativa popolare, ma proprio oggi ha aderito a Fratelli d'Italia), l'unica alternativa al desistere sarebbe cercare un'altra forza politica che, avendo partecipato alle elezioni del Senato del 2018, potrebbe permettere di ottenere lo stesso effetto (ammesso che i suoi legali rappresentanti siano d'accordo e non cambino idea). Nel frattempo, aspettiamo con ansia il simbolo ufficiale di L'Alternativa c'è, che serve anche a prescindere dall'esistenza di gruppi o componenti. Anzi, serve soprattutto se non ci sono o se sono in una sola Camera.

mercoledì 17 marzo 2021

L'Alternativa c'è, ma al Senato non si vede (a causa dell'Idv, ma non solo)

Meno di un mese fa, il 23 febbraio 2021, è stata autorizzata alla Camera la costituzione all'interno del gruppo misto della componente politica L'Alternativa c'è, richiesta il giorno stesso. Si trattava dunque del nome scelto dalle persone elette in Parlamento con il MoVimento 5 Stelle e che sono state espulse dal gruppo e dal M5S stesso per non avere votato la fiducia al governo Draghi, dopo che in un primo tempo era circolata la possibilità che il nome utilizzato potesse essere semplicemente "Alternativa". Una scelta non casuale: si trattava di un messaggio volutamente apposto al 
there is no alternative proposto di frequente da Margaret Thatcher.
Ci sarebbe già un simbolo da abbinare al nome ("una ruota dentata con all'interno una stella tricolore. Un logo che richiama la fratellanza tra lavoratori" aveva anticipato sempre il 23 febbraio Antonio Atte per Adnkronos), anche se ancora non è stato mostrato. Più che su quell'emblema, tuttavia, l'attenzione dei più - e anche quella di chi scrive ora - si era concentrata su un altro simbolo, quello dell'Italia dei valori, che sembrava fosse stato messo a disposizione di senatrici e senatori ex M5S per poter avere riconoscibilità all'interno di Palazzo Madama. In tal senso, per lo meno, erano state le dichiarazioni di varie persone elette e anche di Ignazio Messina, attuale segretario dell'Idv, che si era detto disponibile a dichiarare che la nascitura articolazione parlamentare avrebbe rappresentato l'Idv - in modo che questa potesse formarsi senza essere ostacolata in questo dalle modifiche apportate alla fine del 2017 al regolamento del Senato - purché ci fosse l'intenzione di dare vita a un "progetto politico nuovo partendo da idee e valori condivisi" (sempre parole raccolte da Atte) e non la semplice idea di sfruttare un espediente tecnico.
Per vari giorni, in effetti, si era pensato che la strada fosse quella di formare addirittura un gruppo a Palazzo Madama, sulla scorta di quanto già avvenuto con il gruppo di Italia viva - Psi grazie alla partecipazione di quest'ultimo (questo del resto era stato il paragone fatto da Messina a ilGiornale.it). Nella seduta del 10 marzo 2021, tuttavia, si è appreso - basta leggere il resoconto stenografico di quella seduta per averne riscontro - che il 24 febbraio scorso, dunque il giorno dopo rispetto alla costituzione della componente a Montecitorio, era stata depositata presso la Presidenza del Senato "un'istanza per la costituzione di una componente all'interno del Gruppo Misto": non un gruppo, dunque, ma una componente, anche perché la richiesta era pervenuta da sei persone elette in Senato. Dopo sedici giorni da allora, tuttavia, il senatore di L'Alternativa c'è Mattia Crucioli ha sollecitato la vicepresidente di turno, Anna Rossomando (Pd), ricordando che "la Presidenza può autorizzare l'istituzione di una componente oppure, in caso di dubbio, convocare la Giunta per il Regolamento" ed evidenziando "l'importanza, in questa situazione in cui la maggioranza coinvolge quasi interamente le forze del Parlamento, di avere la possibilità di fare un'opposizione organizzata, anche attraverso le forme indicate dal Regolamento, che appunto prevedono la costituzione di componenti all'interno del Gruppo Misto". Crucioli chiudeva il suo intervento notando: "Il ritardo o, peggio, il diniego alla costituzione di questa componente comprime la possibilità di fare opposizione in forma organizzata, non come singoli, ma come collettivo, in rappresentanza di una collettività maggiore presente nel Paese e che non è rappresentata in questo Parlamento al momento. Rossomando non ha potuto far altro che dire che della questione si era parlato il giorno prima nella conferenza dei capigruppo e che avrebbe riferito la sua richiesta alla presidenza.
Si è poi appreso, attraverso il profilo Facebook del senatore Crucioli, che per "mercoledì", cioè oggi, era attesa la decisione sul punto. In effetti, la Giunta per il regolamento era stata convocata per questa mattina alle ore 11 e 30, avendo come unico punto all'ordine del giorno "Prosecuzione discussione sulle componenti del Gruppo Misto". Già, prosecuzione, perché in realtà la discussione era già iniziata mesi fa e non certo con riguardo al caso di L'Alternativa c'è, anche se le questioni in ballo erano sempre relative ad articolazioni di senatrici elette con il MoVimento 5 Stelle e passate al gruppo misto. In particolare, Tiziana Drago e Paola Nugnes avevano chiesto di costituire nel gruppo misto le componenti politiche rispettivamente di Alternativa popolare e Rifondazione comunista: il primo partito aveva partecipato in modo manifesto alle elezioni del 2018, consentendo alla Camera il sorgere - non senza polemiche - della componente di Popolo protagonista - Ap; il secondo non aveva partecipato con il suo simbolo da solo o all'interno di un contrassegno composito, limitandosi a partecipare alle liste di Potere al popolo! Il tema era stato discusso nelle sedute della Giunta del 2 dicembre 2020 e del 27 gennaio 2021 perché, se in passato bastava di fatto che uno o più senatori comunicassero l'intenzione di costituire la componente perché questa nascesse, la riforma regolamentare del 2017 aveva suggerito maggiore prudenza. 
In realtà il regolamento del Senato si limita a citare una sola volta le componenti del gruppo misto all'art. 156-bis, comma 1 (per cui i capigruppo e "i rappresentanti delle componenti politiche del Gruppo misto" possono presentare non più di un'interpellanza con procedimento abbreviato ogni mese), senza prevedere alcuna regola sulla loro costituzione: nella prassi, così, si era sempre concessa la formazione di tali componenti come mere "etichette politiche", anche se non corrispondevano nemmeno a un partito (come Insieme per l'Italia di Sandro Bondi e Manuela Repetti). Come si diceva, però, dopo la riforma del regolamento che ha reso più severe le regole sulla formazione dei gruppi, specie in corso di legislatura, si è ritenuto opportuno limitare di fatto pure il sorgere di componenti politiche del gruppo misto (anche se la loro nascita quasi non ha effetti, al punto che non è neanche comunicata in aula e sui resoconti): si è così verificato che le componenti richieste rappresentassero una forza politica che aveva davvero partecipato alle ultime elezioni politiche, direttamente o all'interno di altri soggetti politici purché ciò emergesse da qualche documento (così era avvenuto quando si era costituita la componente Idea e Cambiamo: da un atto notarile risultava che il partito di Gaetano Quagliariello aveva partecipato alla fondazione di Noi con l’Italia, formazione a nome della quale si era candidato proprio Quagliariello, eletto in un collegio uninominale). Aveva i requisiti la richiesta di Drago per Alternativa popolare, mentre c'erano più dubbi per Nugnes, perché il Prc non era ufficialmente cofondatore di Potere al popolo!; la presidente del Senato aveva però invitato a considerare che Rifondazione comunista aveva avuto "un indubbio rilievo nella storia politica del Paese" ed era bene trovare un punto di equilibrio tra l'intento anti-frammentazione della riforma regolamentare e l'esigenza di distinguersi con proprie etichette politiche manifestata da alcuni eletti in Senato.
In quelle due sedute della Giunta per il regolamento, stando ai resoconti sommari diffusi, non era stata presa alcuna decisione, essendosi scelto di trattare in modo più ampio (e - si sperava - definitivo) la questione in seguito, benché ormai dalle richieste fosse trascorso parecchio tempo. Poco meno di un mese dopo la seconda seduta, è dunque arrivata la richiesta di L'Alternativa c'è, al fine di costituire la componente: essendo il corrispondente gruppo politico appena nato, si era comunque ritenuto opportuno corroborare la richiesta con il contemporaneo deposito del "simbolo di Idv (che ci aveva autorizzato per iscritto senza porre alcuna condizione)", come ha scritto lunedì sera sulla sua pagina Fb Crucioli. Sulla base delle sedute precedenti della Giunta per il regolamento, dunque, c'era la consapevolezza che quel simbolo, o meglio il potersi dire rappresentanti dell'Italia dei valori che aveva partecipato alle elezioni all'interno di Civica popolare, avrebbe potuto essere determinante per ottenere la formazione della componente e, se non altro, ottenere che il nome di questa fosse citato nei resoconti. 
Lo stesso post di Crucioli, tuttavia, permette di sapere che la situazione si era complicata sul piano politico venerdì 12 marzo: in quel giorno, infatti, "il legale rappresentante di Idv ha revocato l'autorizzazione all'uso del simbolo asserendo che sarebbero 'venute meno le condizioni politiche'". Senatrici e senatori che hanno chiesto di costituire la componente, tuttavia, proprio lunedì hanno prodotto un documento in cui insistono "per il riconoscimento della nostra componente, depurata da qualsiasi apporto di Idv, poiché in assenza di previsioni regolamentari esplicite deve intendersi che le componenti possano formarsi anche in assenza di accordi con altri partiti, specie in una situazione come quella odierna in cui tutti i partiti sono d'accordo con il governo e hanno un evidente interesse a non consentire un'opposizione organizzata". Questa vicenda, dunque, avrebbe portato all'attenzione della Giunta del regolamento un caso ancora diverso rispetto a quelli già al suo esame, più simile in apparenza a quelli delle richieste di costituire componenti che - come spiegato in Giunta il 2 dicembre 2020 dalla presidente del gruppo misto, Loredana De Petris - non sono state prese in considerazione proprio "alla luce delle [...] più restrittive disposizioni in vigore". Disposizioni che però per i richiedenti della componente L'Alternativa c'è non esistono (e sulla carta in ogni caso hanno ragione: di disposizioni non c'è nemmeno l'ombra, visto che il regolamento non si occupa delle componenti; al più potrebbero esserci delle norme, cioè delle regole che si possono trarre anche da altre disposizioni o che si possono applicare per analogia a casi simili non regolati).  
Il giorno della seduta di Giunta è dunque arrivato. "Da come si esprimeranno - scriveva ieri la senatrice Bianca Laura Granato - si comprenderanno tante cose. Innanzitutto si capirà se c'è rimasta un minimo di onestà intellettuale nelle forze di maggioranza tale da consentire a dei fuoriusciti anomali come noi, che hanno visto la propria forza politica trasformarsi fino a diventare un'altra, un minimo di agibilità politica per poter fare opposizione rispetto ad una maggioranza bulgara guidata da un tecnico [...]. Ci troviamo nella stessa situazione in cui si sono ritrovati nella precedente legislatura i bersaniani vittime di Renzi che aveva hackerato il Pd, trasformandolo nell’orrido Giano Bifronte che è attualmente [...]. Oggi sarebbe veramente paradossale che persone che hanno vissuto quella tragica esperienza negassero a noi e al Paese agibilità democratica, in questo contesto così privo di rappresentanza plurale". 
Come sia andata lo si capisce da quanto scritto da Crucioli oggi: "Speravo in un sussulto di dignità e indipendenza da parte di rappresentanti di partiti sempre più asserviti al potere, ma non c'è stato. Hanno deciso di non decidere, si sono nascosti dietro ad un rinvio sine die, senza neppure avere il coraggio di respingere apertamente la nostra richiesta". "Rinviata la decisione della Giunta del Regolamento. Agibilità politica e democratica sospesa sine die - ha scritto poco dopo Granato -. Certo è che se il nuovo Regolamento del Senato approvato nel 2017 doveva servire tra le altre cose a fermare gli strategismi di gruppuscoli di parlamentari tipo Ala di Verdini, Renzi docet, ha miseramente fallito. Infatti il regolamento sulla costituzione dei gruppi all’art. 14 comma 4 è talmente fumoso e suscettibile di interpretazioni che Renzi è riuscito a servirsene per fare un gruppo collegato al PSI e buttar giù il governo Conte-bis, invece, paradossalmente noi, che vorremmo avvalercene per garantire la sopravvivenza di spazi  democratici, stiamo ancora qui a combattere e a contrattare con difficoltà enormi. Le maglie della legge secondo i Romani erano associate all’idea della tela di ragno: gli insetti piccoli vi restano intrappolati e i grossi la sfondano. Saremo insetti piccoli, ma venderemo cara la pelle".
Al momento non è possibile sapere nulla di più sul contenuto della Giunta, per lo meno per vie ufficiali, visto che i resoconti dell'organo vengono pubblicati con un certo ritardo rispetto alle sedute. Non è dato dunque sapere se il rinvio di cui parlano Crucioli e Granato sia relativo a tutte le questioni sul tavolo, incluse quelle in discussione da più tempo (e proprio per l'ulteriore attesa cui tali questioni erano costrette alla fine di gennaio Roberto Calderoli, componente della Giunta, aveva manifestato una certa sorpresa) oppure soltanto all'ultima richiesta presentata da L'Alternativa c'è. Di sicuro il cammino di quella componente si complica, ponendo da una parte la necessità di interrogarsi una volta per tutte su come trattare le componenti al Senato (la natura di semplici "etichette" senza altri effetti dovrebbe aiutare a usare meno severità, ma a quanto pare non è scontato) e dall'altra una riflessione seria sulla visibilità delle forze di opposizione. Ma per trattare questi profili (e anche solo per capire cosa sia accaduto oggi) ci vorrà altro tempo; per allora, poi, magari L'Alternativa c'è avrà reso noto il suo simbolo e sarà pur sempre qualcosa di più concreto rispetto alla bondiana Insieme per l'Italia, alla quale il simbolo l'aveva dovuto dare - #sischerza ovviamente - proprio questo sito

giovedì 18 febbraio 2021

Senato, i M5S contrari a Draghi verso un gruppo col simbolo dell'Italia dei valori?

Quanto questa mattina sono circolate le prime voci della prossima espulsione dal MoVimento 5 Stelle delle senatrici e dai senatori che ieri hanno votato contro la mozione di fiducia al governo di Mario Draghi la situazione è parsa molto delicata, per varie ragioni. Alle 10 e 20 sulla pagina Facebook di Vito Crimi, al momento ancora capo politico ad interim del M5S (benché si sia conclusa la procedura di voto per modificare lo statuto e non prevedere più la guida di un capo politico ma quella di un collegio di cinque persone) è apparso un post che spiegava meglio i contorni della questione: "
I 15 senatori che hanno votato no sono venuti meno all'impegno del portavoce del MoVimento che deve rispettare le indicazioni di voto provenienti dagli iscritti. Tra l'altro, il voto sul nascente Governo non è un voto come un altro. È il voto dal quale prendono forma la maggioranza che sostiene l'esecutivo e l'opposizione. Ed ora i 15 senatori che hanno votato no si collocano, nei fatti, all'opposizione. Per tale motivo non potranno più far parte del gruppo parlamentare del MoVimento al Senato. Ho dunque invitato il capogruppo a comunicare il loro allontanamento, ai sensi dello Statuto e del regolamento del gruppo".
Non si tratterebbe, dunque, di un'espulsione dal MoVimento, almeno per ora, se non altro perché questa prevede un iter ben preciso, indicato dallo statuto (quello dell'associazione fondata nel 2017), vale a dire la denuncia di quelle iscritte e di quegli iscritti (da parte del Garante, del Capo politico, del Comitato di garanzia o da qualunque aderente) al Collegio dei Probi Viri, che valuta se avviare un procedimento disciplinare (comunicandone l'avvio e le ragioni alle persone interessate), la possibilità delle persone oggetto del procedimento di produrre una memoria difensiva entro dieci giorni, la decisione dei Probi Viri (tra richiesta di ulteriori chiarimenti, archiviazione o sanzioni) entro altri novanta giorni e comunicazione della stessa, con possibilità della persona colpita dalla sanzione di proporre reclamo al Comitato di garanzia.
Più semplicemente, si tratterebbe di espulsione dal gruppo senatoriale del M5S, a norma dell'art. 21 del regolamento del gruppo, per il quale tra le cause di sanzione si annovera il "mancato rispetto delle decisioni assunte dall'assemblea degli iscritti con le votazioni in rete" (comma 2, lett. d): il presidente del gruppo, "sentito il Comitato Direttivo [...], può disporre, sulla base della gravità dell'atto o del fatto, il richiamo, la sospensione temporanea o l'espulsione" (comma 1). A dire il vero il comma 4 prevede che di norma l'espulsione dal gruppo debba essere "ratificata da una votazione on line sul portale del MoVimento 5 Stelle tra tutti gli iscritti, a maggioranza dei votanti", ma subito prima si precisa che si fa eccezione alla regola qualora un componente del gruppo M5S aderisca ad altro gruppo (e allora non ci sarebbe nemmeno bisogno di espellerlo) oppure "in casi eccezionali nonché su indicazione del Capo Politico", dunque ancora di Crimi (per ora). Va peraltro detto che l'art. 11 dello statuto prevede alla lettera i) che "Per gli iscritti che siano membri dei gruppi parlamentari e/o consiliari, l’espulsione dal MoVimento 5 Stelle disposta in conformità con le procedure del presente Statuto comporta l’espulsione dal gruppo parlamentare e/o consiliare; analogamente, l’espulsione dal gruppo parlamentare e/o consiliare, disposta in conformità con le procedure dei rispettivi regolamenti, comporta l’espulsione dal “MoVimento 5 Stelle”; quest'ultima ipotesi sembrerebbe assai poco garantista, per lo meno immaginando che questo sia uno dei casi in cui si può essere espulsi dal gruppo senza votazione.
Di questa vicenda probabilmente si sentirà parlare di nuovo; è molto più urgente, in compenso, occuparsi della nuova collocazione parlamentare delle senatrici e dei senatori (che stanno per essere) messi alla porta dal gruppo M5S. Già, perché sarebbe fondamentale per i quindici nomi a rischio espulsione - alcuni particolarmente pesanti: Elio Lannutti, Barbara Lezzi e Nicola Morra - poter contare su un proprio gruppo parlamentare, per avere visibilità, tempo, strutture, fondi e - soprattutto - per rimpolpare l'opposizione, ora costituita essenzialmente da Fratelli d'Italia. Ancora una volta, però, il desiderio di un gruppo deve fare i conti con il regolamento del Senato, così com'era stato modificato nel 2017, proprio con lo scopo di sfavorire la frammentazione, soprattutto quella in corso di legislatura.
La chiave di volta, di nuovo, è l'art. 14, comma 4 del regolamento di Palazzo Madama: 
Ciascun Gruppo dev’essere composto da almeno dieci Senatori e deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori. [...] E' ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati [...]
Si tratta, ovviamente, della stessa disposizione che ha permesso il sorgere del gruppo di Italia viva - Partito socialista italiano e anche di Europeisti-Maie-Centro Democratico, sia pure con progressive forzature della disposizione introdotta solo negli ultimi mesi del 2017. Nel primo caso il Psi, che aveva partecipato alla lista Insieme e tra l'altro aveva ottenuto l'elezione in Senato di Riccardo Nencini (pur se in un collegio uninominale) aveva permesso a Italia viva di ottenere un gruppo che altrimenti non avrebbe potuto creare; nel secondo caso non è stato chiarito se la nascita del gruppo si deve più al Maie (che ha eletto nella circoscrizione Estero il senatore Ricardo Merlo: tecnicamente non ha partecipato alle elezioni "unito o collegato" con altri soggetti, ma per la rispettabilissima opinione di Salvatore Curreri la partecipazione alle elezioni e l'elezione di un senatore sarebbero comunque sufficienti a dare copertura al gruppo) o, come chi scrive pensa, a Centro democratico (che ha partecipato effettivamente alle elezioni unito a +Europa, ma non ha conseguito l'elezione di senatori, anche se a questo avrebbe aderito Gregorio De Falco e in tale qualità avrebbe "depositato il simbolo di Cd" al Senato, come ha detto lui stesso).
Servirebbe anche in questo caso, dunque, l'appoggio di un partito che ha partecipato alle elezioni (anche) per il Senato. E nel tardo pomeriggio si è diffusa la voce che sia già stata sondata e ottenuta la disponibilità dell'Italia dei valori, fondata da Antonio Di Pietro ma guidata dal 2013 da Ignazio Messina. Il simbolo in quello stesso anno è cambiato (e ha perso il nome dell'ex magistrato), ma il gabbiano arcobaleno è rimasto lo stesso; da lì in avanti, l'attività politica ed elettorale è stata decisamente ridotta (un deludente 0,66% alle europee del 2014, pur con la presenza in tutta l'Italia grazie all'esenzione dalla raccolta firme per l'ottimo risultato alle europee 2009; alcune partecipazioni alle regionali e alle comunali negli anni seguenti e un breve ritorno in Parlamento grazie alla riadesione di alcuni parlamentari). Nel 2018 però l'Idv era tra le forze che hanno concorso alla lista Civica popolare legata a Beatrice Lorenzin: all'interno del contrassegno, sotto la "peonia petalosa", la "pulce" con il gabbiano era la prima a sinistra, seguita da quelle dei Centristi per l'Europa casiniani, dall'Unione (per il Trentino) di Lorenzo Dellai, da L'Italia è popolare di Ciriaco De Mita e da Alternativa popolare già di Angelino Alfano.
In effetti l'aiuto dell'Idv è parso a più di qualcuno il più logico possibile in questo caso: "Nei corridoi delle Camere - scrive sulla Repubblica Matteo Pucciarelli - si conferma che la trattativa è in corso e anzi, qualcuno (ma non c'è ufficialità) assicura che un accordo di massima tra la rediviva Idv ed ex 5 Stelle è stato siglato. I tramite sono Elio Lannutti, che in passato fu senatore e proprio di Idv ai tempi dell’ex pm di Mani Pulite e Pino Cabras, deputato sardo. La storia che lega passato e forse presente di Idv e M5S comincia con la Casaleggio associati che curava il sito e il blog dipietrista, all’epoca fu il primo partito ad aprire una sezione virtuale su Second Life, la suggestione della rete era nell’aria. Poi il blog di Beppe Grillo, prima della nascita del Movimento, invitò i lettori ad appoggiare le candidature alle europee del 2009 di Luigi De Magistris e Sonia Alfano, eroine giustizialiste e anti-berlusconiane". Qualcuno tra gli attiVisti della prim'ora aveva avuto esperienze legate all'Italia dei valori, anche se poi dopo il successo del MoVimento 5 Stelle per il partito fondato da Di Pietro non c'è più stato posto (anche se alcuni collaboratori parlamentari con il cambio di legislatura sarebbero passati a lavorare per il M5S).
Per Lannutti, dunque, potrebbe prepararsi un "ritorno a casa". Resta un particolare in sospeso, nemmeno tanto piccolo: non solo la lista di Civica popolare, al Senato come alla Camera, non ha superato il 3%, ma - a differenza del Psi che ha ottenuto l'elezione di Nencini a Palazzo Madama e di Centro democratico che ha visto eleggere Bruno Tabacci a Montecitorio, entrambi in collegi uninominali - nessun esponente dell'Italia dei valori è stato eletto né alla Camera né al Senato. Questo non sarebbe un problema se per far nascere il gruppo ci si limitasse al penultimo periodo dell'art. 14, comma 4, per il quale "E' ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati": come detto, l'Idv ha partecipato alle elezioni unita ad altri soggetti e, se almeno uno dei membri del nascente gruppo aderisse al partito, si potrebbe forse dire che il gruppo corrisponde a quel partito. Se però si leggesse quel periodo insieme a quello che apre il comma, si dovrebbe dire che anche il nuovo gruppo deve rappresentare "un partito o movimento politico [...] che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori" e qui l'ultimo requisito mancherebbe.
A differenza del corrispondente articolo del regolamento della Camera, l'art. 14 non specifica esattamente chi deve valutare la sussistenza dei requisiti per costituire un gruppo: le comunicazioni sui gruppi vanno fatte alla Presidenza, ma non è chiaro se sui requisiti decida la Presidenza stessa o il Consiglio di Presidenza (i cui verbali, tra l'altro, non sono pubblici, a differenza di quelli dell'Ufficio di Presidenza della Camera). Chiunque deciderà, lo farà regolamento alla mano, ma anche considerando forse che quello che si vuole costituire ora potrebbe essere l'unico altro gruppo di opposizione oltre a Fratelli d'Italia e che, se la nascita non fosse consentita, il gruppo misto passerebbe di colpo da 22 a 37 membri, peggiorandone di certo la gestione.

lunedì 9 settembre 2019

Gabbiano e rosa bianca: l'unione mai celebrata tra Di Pietro e Tabacci

Generalmente è importante la storia, quella che si fa con i fatti avvenuti e documentati. Ma gli stessi documenti possono dare conto di evoluzioni che erano state immaginate e progettate - dunque in qualche modo avevano prodotto fatti - ma poi non si sono sviluppate perché le vicende hanno preso pieghe diverse: il futuro mai nato o, se si preferisce, concepito ma mai cresciuto. Così può capitare che, mettendo ordine tra le carte accumulatesi nel tempo, a qualcuno spunti un simbolo con un gabbiano dai colori dell'arcobaleno e una rosa bianca: sulle schede non ci è mai finito, ma avendolo davanti agli occhi la macchina dei ricordi si mette inevitabilmente in moto.
Non ci sono date su quell'emblema, ma evidentemente dev'essere stato creato tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 2008. Il 24 gennaio il Senato aveva negato la fiducia al governo Prodi-bis e c'era stata subito aria di elezioni: il 30 gennaio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva voluto comunque verificare la possibilità di cambiare almeno la legge elettorale prima del voto (visto che in tanti si erano lamentati delle incertezze che avevano segnato la prima applicazione), affidando un mandato esplorativo al presidente del Senato Franco Marini, ma davvero in pochi credevano che il ritorno alle urne sarebbe stato spostato più in là. Meglio prepararsi per tempo, come aveva fatto Walter Veltroni con la costituente del Pd il 27 ottobre 2007, seguito un mesetto dopo dal "discorso del predellino" di Silvio Berlusconi, anticipatore della nascita del Popolo della libertà come confluenza di Forza Italia e Alleanza nazionale. Caduto il governo Prodi e destinato al fallimento il tentativo di Marini, già a fine gennaio bisognava concretizzare qualcosa, almeno per l'ipotesi di tornare al voto con il Porcellum.
In quei giorni l'inquietudine era molta. Proprio il 30 gennaio, in coincidenza con il mandato a Marini, avevano abbandonato l'Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci, ritenendo sbagliata la scelta di non partecipare a un eventuale governo riformatore ove non avessero partecipato anche i partiti del centrodestra: per alcuni era la prosecuzione della polemica che andava avanti da qualche settimana, legata alla scelta del leader di fatto dell'Udc di non allontanarsi troppo da Berlusconi, benché il partito avesse già scelto al congresso dell'aprile 2007 l'indipendenza dalla Casa delle libertà. Ci voleva una nuova sigla, che fosse chiaramente cristiana ma non guardasse troppo a destra nel nome: si pensò a "la Rosa Bianca", che faceva un po' "bianco fiore, simbol d'amore", un po' il ricordo di varie esperienze cristiane straniere e italiane; il nome, in ogni caso, era già stato impiegato da Tabacci a livello locale. 
Da soli, però, Tabacci e Baccini - ai quali nel frattempo si era aggiunto Savino Pezzotta, dopo il suo mandato di segretario della Cisl - non sarebbero andati lontani: per il Porcellum, infatti, una lista da sola alla Camera (dove era più facile eleggere qualcuno) doveva ottenere il 4% su scala nazionale; in coalizione con altre forze la soglia si abbassava al 2% e c'era spazio anche per la lista "miglior perdente" sotto il 2% (ma la coalizione doveva arrivare comunque almeno al 10%, altrimenti l'asticella si rialzava al 4% per ogni lista). Una fatica improba in ogni caso. Il caso volle che in quei giorni per questioni di legge elettorale fossero molto inquieti anche dalle parti dell'Italia dei valori. Veltroni, infatti, aveva appena ribadito che il Pd alle elezioni si sarebbe presentato da solo, senza apparentamenti: un po' per fare il contrario dell'Unione del 2006 che aveva vinto sul filo di lana unendo una dozzina di sigle ma si era sbriciolata, un po' perché comunque il partito che aveva in mente Veltroni era quello "a vocazione maggioritaria" e quindi avrebbe dovuto proporre da solo il programma di governo. Antonio Di Pietro e l'Idv, dunque, avrebbero dovuto prepararsi a una corsa solitaria: il 2,3% ottenuto alle elezioni del 2006 non faceva sperare molto bene nell'esito di una candidatura fuori dai poli.
In quelle condizioni, dei contatti tra Tabacci e Di Pietro ci furono, verosimilmente nei primissimi giorni di febbraio, anche se probabilmente i due si erano visti anche prima. Infatti, nella conferenza stampa di presentazione della Rosa Bianca (che si può ascoltare grazie all'archivio di Radio Radicale), Tabacci fece riferimento a "un'operazione vista nei mesi scorsi", di cui aveva parlato con i vari interlocutori in campo, compreso Di Pietro, con il quale c'erano state "intese, talvolta anche qualche dibattito televisivo simpatico". Tabacci sottolineò di aver pensato non a una confluenza nell'Idv, ma a "una cosa nuova che si collocava al centro, in piena autonomia e in forte contrasto con lo schema attuale" e che poteva avere la possibilità di superare il 4% alla Camera per tentare di scardinare il bipolarismo. Un minimo di consistenza quei contatti dovevano averla avuta, visto che si era arrivati a concepire un simbolo composito, basato su quello dell'Idv del 2006: al posto del nome evidentissimo di Di Pietro - che spariva per la prima volta dal 1998 - c'era un bocciolo di rosa bianca, con il peduncolo che si confondeva con la seconda "I" di "Italia". Lo scartabellio tra i vecchi documenti ha consegnato addirittura due versioni del contrassegno: una con la rosa piccola e un'altra con il fiore più grande (ma con la corolla trasparente, che lasciava intravedere sotto la sagoma colorata del gabbiano). 
Come sarebbero andare le cose è ormai ben noto. Benché Veltroni avesse invitato Silvio Berlusconi e il nascente Popolo della libertà a fare come il Pd e a correre da solo, il fondatore di Forza Italia non pensò mai di non apparentarsi alla Lega Nord o di chiedere a Bossi di rinunciare al simbolo di Alberto da Giussano e di entrare nel cartello del Pdl: i leghisti non avrebbero mai accettato e sarebbe stato folle rischiare di perdere i loro consensi (o di non intercettarli tutti, nell'inverosimile ipotesi di rinuncia al simbolo). A quel punto, visto il centrodestra correva "a due punte", Veltroni non volle essere da meno e pensò di scegliersi un solo partner per il Pd.
L'interlocutore ideale era proprio l'Italia dei valori, che in quel periodo sembrava la forza più consistente dell'area (con grande scorno dei Radicali italiani, che chiesero invano un accordo simile, salvo poi accontentarsi di una delegazione radicale candidata nelle liste del Pd). In una prima fase si ipotizzò addirittura di inserire il riferimento del sostegno a Veltroni, spostando o rimpicciolendo un po' il gabbiano per farcelo stare, posto che il nome più evidente nel simbolo sarebbe stato quello di Di Pietro. Alla fine, invece, l'Idv mantenne semplicemente il simbolo del 2006, senza aggiunte o modifiche (del resto, anche nel centrodestra il nome di Berlusconi campeggiò solo nel simbolo del Pdl, mentre in quello della Lega c'era il riferimento a Bossi); in compenso, anche senza il cognome di Veltroni sul simbolo nelle liste dell'Idv finì Jean Leonard Touadi, già assessore di Veltroni al comune di Roma.
E la Rosa bianca? Dopo la presentazione del simbolo ufficiale il 12 febbraio (stavolta col fiore stilizzato su fondo blu) e dopo le pronunce del tribunale di Roma che obbligarono a usare un nome diverso per il sito (visto che esisteva da anni un'associazione denominata La Rosa Bianca in ambito cattolico e giornalistico), proseguì il cammino come "Movimento civico federativo popolare", noto come "Rosa per l'Italia" e alla fine di febbraio stipulò un accordo con l'Udc - sì, proprio il partito da cui Pezzotta e Tabacci si erano allontanati, motivo per cui il progetto perse i sostenitori di Italia popolare (Gerardo Bianco e Alberto Monticone) che nel frattempo avevano mostrato interesse - per una lista comune. Lista che alla Camera ottenne il 5,62%, unica forza fuori dai poli a entrare a Montecitorio (con l'elezione di Tabacci, Baccini e Pezzotta). L'Idv, per parte sua, arrivò al 4,37%, che in coalizione col Pd era più che sufficiente per eleggere deputati; ma chissà come sarebbe andata, con il gabbiano in volo sulla rosa...

martedì 2 dicembre 2014

M5S, Grillo trasloca dal simbolo?

L'anticipazione è di domenica, anche se più di qualcuno poteva immaginare che prima o poi le cose sarebbero andate così. Perché è vero che i numeri ottenuti via via dal MoVimento 5 Stelle sono dovuti - in particolare per ciò che è accaduto tra il 2012 e il 2013 - innanzitutto a Beppe Grillo, alla sua notorietà e alla sua capacità di emergere nel mare congestionato della Rete e di fare capolino (non senza fatica) sugli altri media: nessuno discute. Certamente, però, la realtà civico-politica nata con Grillo è pensata per "camminare con le sue gambe", come più volte lo stesso fondatore e ispiratore ha ricordato. Dunque, se così è, non stupirebbe che Gianroberto Casaleggio, artefice della macchina comunicativa del MoVimento, stia pensando di  "voltare pagina", togliendo il nome di Grillo dal contrassegno degli attiVisti.
E' stato Antonio Calitri a scrivere sul Messaggero che, nel nuovo corso del MoVimento, accanto alla creazione di un nuovo sito ufficiale del tutto slegato dallo storico blog Beppegrillo.it, si preparerebbe anche una sostituzione emblematica: "anche il nome [di Grillo], che fino ad ora è stato nel simbolo elettorale che ha accompagnato il movimento in tutti i suoi successi, sarà cancellato. Al suo posto dovrebbe esserci il nuovo indirizzo web del movimento".
A ben guardare, in realtà, l'indicazione del sito - che pure ha sempre caratterizzato le uscite elettorali a 5 Stelle (della Lista CiVica prima e del MoVimento poi) - non sembrava essere un elemento essenziale del contrassegno. Per lo meno, dal punto di vista del marchio: se si va a vedere il segno che Grillo ha fatto depositare presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi, infatti, l'indirizzo web non c'è, mentre è presente nel disegno registrato presso l'Ufficio europeo per l'armonizzazione del mercato interno ad Alicante, in Spagna. 
Dunque, nel segno distintivo registrato - qualità che permette a Beppe Grillo, come titolare, di ritirare l'uso del marchio a chi non ritenga più in linea con il MoVimento - formalmente il sito non è presente, né sarebbe richiesto in un'eventuale nuova versione. Non è del resto nemmeno una novità il ripiego delle insegne personali nella politica italiana: l'Italia dei valori a togliere il nome di Antonio Di Pietro dal contrassegno ha impiegato 13 anni (15 se si considera anche la primissima fase del partito), Sinistra ecologia libertà ha mantenuto il nome di Vendola dal 2010 al 2014. 
In entrambi questi casi, va detto, la scelta è arrivata in momenti di difficoltà se non addirittura di crisi (l'Idv è fuori da ogni assemblea parlamentare, mentre Sel ha scontato un'emorragia pesante di eletti verso il Pd); l'ipotesi del M5S è leggermente diversa. La flessione c'è stata e il MoVimento ha vissuto momenti decisamente migliori, è innegabile, ma i numeri sono ben diversi rispetto ai due "precedenti" visti poco fa. L'operazione, in fondo, ha una sua buona dose di coraggio: se fino a questo momento chi ha votato per il M5S ha votato "per Grillo", con il nuovo simbolo la croce sarà fatta sul progetto, beneficiando solo indirettamente della notorietà di chi lo ha messo in campo. I risultati si vedranno; per ora, in ogni caso, il nome e il sito rimangono al loro posto.

sabato 14 settembre 2013

L'Italia dei valori, si cambia nella continuità

L'aveva promesso e, alla fine, l'ha fatto sul serio. Ora il nome di Antonio Di Pietro non è più sul simbolo dell'Italia dei Valori. Lui resta presidente onorario, ma ha in qualche modo liberato un posto. 
Non si è limitato a mettersi in posizione defilata, come alle regionali del 2005, quando il nome c'era ma più in basso (pur mantenendo lo stesso font corposo che lo rendeva piuttosto visibile). Questa volta il cognome non c'è proprio e nessun patronimico lo sostituisce: "Per noi questo è un vantaggio - ha spiegato il fondatore del partito - perché si deve proseguire nel cammino di spersonalizzazione della politica. La nuova Idv deve avere la forza, il coraggio e l’umiltà di non essere più un partito personale. Ora bisogna essere squadra". In primo piano, dunque, c'è solo il nome della forza politica, con un carattere bastone molto pulito, con grande evidenza per le parole Italia e Valori, rigorosamente in maiuscolo grassetto.
"Un cambiamento grafico nella continuità per un partito che cambia logo e segretario senza però discostarsi troppo dal passato": così definisce il nuovo segno gratico Niccolò Bertorelle, studente di Comunicazione Politica e Sociale all'Università Cattolica di Milano (e collaboratore del blog Pane & Politica). Nell'emblema, presentato stamattina alla festa dell'Idv a San Sepolcro da Di Pietro e dal segretario nazionale Ignazio Messina, c'è ancora il gabbiano dei colori dell'arcobaleno, anche se è in posizione più defilata, in alto a destra (lasciando ai maligni tutte le interpretazioni del caso). Sotto all'elemento testuale, poi, spunta per la prima volta un accenno di tricolore, una striscetta leggera e sfumata, quasi una sottolineatura del nome che il contrassegno contiene. "Non è un caso che abbiamo voluto inserirlo nel simbolo - ha spiegato Ignazio Messina -. Per noi è un riferimento alla Costituzione, quella Costituzione che abbiamo sempre strenuamente difeso e che altri vogliono invece stravolgere".
Il tutto è su un fondo azzurrino, leggermente sfumato in modo radiale, con la parte più chiara al centro: a guardarlo meglio, peraltro, si scopre che è un cielo, con nuvole quasi impercettibili. Eppure, la prima resa grafica del nuovo simbolo introduce qualcosa di nuovo, una sorta di effetto tridimensionale quasi inedito per un contrassegno politico: lo sfondo colorato, come nota anche Bertorelle, è infatti inserito in una coroncina bianca, con il contorno interno marcato di azzurro scuro, come se l'emblema avesse una sorta di cornice, sulla quale peraltro il tricolore e il gabbiano in parte finiscono. Una sorta di idea tridimensionale e parzialmente dinamica, assente dagli altri segni di identificazione delle forze politiche attualmente presenti in Parlamento.
Come è noto, l'Idv questa volta non ha eletti, visto che era parte di Rivoluzione civile che non ha superato gli sbarramenti previsti dalla legge elettorale. Inizia dunque da San Sepolcro un percorso di nuovo radicamento e partecipazione che, per l'Idv, non sarà facile. E' significativo che, in qualche modo, questo inizio sia marcato dal cambio di emblema: non è un taglio netto con la storia di prima, è solo un modo per girare pagina nello stesso libro. Sperando che il nuovo capitolo dia più soddisfazione di quello precedente.

giovedì 1 novembre 2012

L'Italia dei valori, senza (più) nome



Lo ricorda spesso Pierluigi Castagnetti: «Il primo a mettere il suo nome nel simbolo di un partito politico, destando molta impressione perché allora non usava proprio così, fu Marco Pannella». È probabile che abbia ragione, ma sicuramente dopo il buon Giacinto ne sono venuti molti e molti altri. E non si parla solo di quelli che, soprattutto dagli anni Duemila in poi, hanno piazzato il loro nome nell’emblema (Berlusconi certo, «ma anche» Veltroni, Casini, Fini, Boselli, Bossi, Pionati, per citare solo alcuni che non hanno saputo resistere, per non parlare ovviamente di tutta la pletora di candidati alle elezioni regionali e amministrative): per qualcuno, il cognome del leader sembra essere parte integrante dell’emblema, ben difficile da rimuovere.

Proprio ieri, Antonio Di Pietro ha ripetuto di nuovo una cosa ben precisa: «Alle elezioni toglierò il mio nome dal simbolo». Già nel 2010 però, a un congresso dell’Italia dei valori – lo ha ricordato Il Post – disse esattamente questo: «È inimmaginabile che negli anni a venire si possa continuare a fare politica sotto la coperta di un partito che porta nel proprio simbolo il nome di una persona sola, anche se quel nome è il mio che ne sono stato il fondatore. [...] Dobbiamo togliere appena possibile dal simbolo il mio nome». Ora, lasciamo stare – ma non troppo – l’effetto Report (che non è affatto detto che possa far morire l’Idv, a differenza di quanto dichiarato dal suo fondatore): le elezioni ormai sono vicine e se quel nome deve sparire, sparirà.

Ancora più che con Bossi, questa è proprio la fine di un’epoca. Già, perché quel nome, «Di Pietro», sul contrassegno c’è dal 1998, quando l’Idv nacque come movimento e si presentò qua e là alle elezioni amministrative (prima di dare vita all’esperienza dei Democratici). Nel 2001 ricomparve e finì sulle schede elettorali delle elezioni politiche: da allora non si è mai schiodato da lì, mantenendo sempre lo stesso font, accanto al gabbiano color arcobaleno.

Qualche manovra, a dire il vero, era stata fatta, ad esempio nel 2004, quando alle europee a Di Pietro si aggiunse Occhetto e si volle marcare la presenza della «società civile», oppure nel 2005, quando alle regionali si cercò di dare più rilievo al nome del progetto politico, facendo scivolare il riferimento al leader in basso: non dovette sembrare una grande trovata, infatti dall’anno dopo le scritte sul simbolo erano tornate come prima. Che succederà al gabbiano ora, senza più quel riferimento rimasto fermo per quasi quindici anni? Si accettano pronostici su dove potrebbe planare.

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P.S. Dal momento che occorre essere precisi, faccio ammenda rispetto all'immagine precedente. Quello con la dicitura "1998" in realtà è il simbolo presentato dall'Idv alle politiche del 2001. Ho appena scovato il simbolo che alla fine del 1998 fu utilizzato dal movimento politico per presentarsi ad alcune elezioni amministrative. Non sposterà granchè, ma per la precisione, errori non se ne possono lasciare (soprattutto se uno se ne accorge...)