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domenica 1 novembre 2020

Dopo Carbone e Posina, c'è futuro per le elezioni "sotto i mille" e le licenze retribuite?

Il caso di 
Carbone (Pz), non appena è stato divulgato dai media per la particolarità di vedere affrontarsi due sole liste interamente "forestiere" (dopo l'esclusione dell'unico gruppo locale, arrivato in ritardo a presentare le candidature), è subito apparso delicato e foriero di sviluppi rilevanti. Quando poi, esaurito in fretta lo scrutinio, il neosindaco si è dimesso insieme a tutti i consiglieri della lista a poche manciate di ore dalla loro proclamazione - portando alla decadenza degli altri eletti, secondo il principio simul stabunt simul cadent, e alla nomina di un commissario - si è avuta la sensazione di essere di fronte a un punto di non ritorno, come se qualcosa non potesse più andare come prima. 
Le rapide dimissioni dei vincitori hanno dimostrato che, almeno da parte di quella lista e del suo candidato sindaco, non c'era l'intenzione di partecipare per vincere o per ottenere un buon risultato e, in realtà, neanche di provare ad amministrare dopo l'inattesa (e forse indesiderata) vittoria. Si è pensato che ci fossero altre ragioni alla base della candidatura, magari diverse dall'idea di effettuare un'osservazione partecipante della campagna elettorale. Già prima del voto si era richiamata l'ormai nota norma che prevede un'aspettativa retribuita di un mese per i candidati appartenenti alle forze di polizia, spiegando in parte una partecipazione di liste in apparenza anomala; dopo le dimissioni e la conferma che vari candidati della lista "vincitrice suo malgrado" appartenevano alle forze di polizia, i sospetti sono diventati più fondati. Da anni chi studia i fenomeni elettorali o li osserva con curiosità pensava che dietro la presentazione di liste in microcomuni semisconosciuti, senza bisogno di firme e senza collegamenti con il territorio, ci fossero vantaggi legati alla semplice campagna (e vari articoli cartacei e online hanno denunciato la cosa); non era mai capitato, però, che il quadro fosse chiaro al punto da compromettere seriamente quel fenomeno in futuro. Già, perché il caso di Carbone, diventato noto per le sue particolarità e per i comportamenti (leciti, va detto) dei suoi protagonisti, ha attirato l'attenzione dei mezzi di comunicazione, del governo e del legislatore, nonché di chiunque ritenga ingiuste quelle condotte (e anche dei colleghi delle forze di polizia, che magari prima non avevano notato quelle candidature "senza intenzione" o non le avevano censurate pur credendole inopportune): con tanti occhi puntati improvvisamente addosso, chi pensasse di candidarsi solo per sfruttare trenta giorni di aspettativa ora potrebbe cambiare idea, per non rischiare lo stigma ed eventuali sanzioni.
Non bastasse questo, il caso di Carbone ha anche fatto scoprire il fenomeno delle liste presentate "sotto i mille" a un pubblico più ampio rispetto ai #drogatidipolitica: attirato da alcuni dei suoi tratti curiosi e a volte razionalmente inspiegabili (come Massimo Bosso e io abbiamo cercato di spiegare nel nostro libro M'imbuco a Sambuco!), qualcuno è rimasto colpito da certe anomalie più o meno vistose e ha cercato di indagare, anche "sul posto". Si spiega così, tra l'altro, l'interessamento da parte di Striscia la notizia, che dal 28 settembre ha dato il via a un'inchiesta (curata da Pinuccio e dal suo staff): partita ovviamente dal caso eclatante di Carbone, "Candidopoli" si è allargata oltre i confini della presentazione di liste da parte delle forze di polizia (tentando anche di tracciare un identikit grafico delle liste più interessate da questo fenomeno) e si è interessata a vicende legate ad altre liste in diversi comuni, sempre sotto i mille abitanti, quando ha ritenuto che vi fossero delle anomalie. 
In questo modo, tra l'altro, è venuto alla luce il caso di Posina, comunello del vicentino (di cui Massimo Bosso si era già occupato, per altre ragioni, nel suo consueto resoconto sui comuni "sotto i mille"), che alle elezioni aveva visto partecipare tre liste, compresa quella presentata da L'altra Italia (dal 2019 molto impegnata a presentare candidature anche nei comuni più piccoli). Questa lista con 17 voti validi su 317 ha eletto un consigliere di minoranza: dopo le dimissioni della candidata sindaca per motivi personali, tuttavia, sono arrivate le dimissioni di altri sette candidati consiglieri (includendo coloro che non avevano preso nemmeno un voto) e - almeno alla data del 26 ottobre - non era pervenuta alcuna risposta dalle persone collocate agli ultimi due posti in lista. Fin qui i fatti; a ciò si aggiungono gli esiti della citata inchiesta di Striscia, in base alla quale molte delle persone candidate - tutte originarie della provincia di Foggia - negano di avere mai accettato la candidatura e di aver firmato davanti a un pubblico ufficiale, come pure negano di conoscere la lista in cui sarebbero state candidate ed elette.

* * *

Non è questo il luogo adatto per accertare come siano andate davvero le cose, tanto a Carbone quanto a Posina (il compito toccherà alle autorità investite delle questioni); qui però è giusto occuparsi delle norme giuridiche che, con la loro applicazione, hanno reso possibile questo scenario. Anche perché delle due vicende elettorali si è discusso anche alla Camera dei Deputati venerdì mattina: in aula si è discussa infatti un'interpellanza urgente (la n. 2-00975) presentata dai deputati di Forza Italia Pierantonio Zanettin e Mariastella Gelmini e rivolta alla ministra dell'interno Luciana Lamorgese. Con quell'atto, i due deputati forzisti hanno ricordato che il giuramento del sindaco e la nomina della giunta del comune di Posina sono avvenuti "quasi fuori tempo massimo" proprio per le difficoltà legate alle "dimissioni/rinunce a catena" dei candidati della lista L'altra Italia e hanno notato che le vicende di Posina ("un'inedita situazione per la provincia berica") sono in parte simili - almeno per le dimissioni in massa - a quelle che hanno interessato Carbone, per cui Zanettin e Gelmini volevano sapere se tra i candidati della "lista dimissionaria" vi fossero "dipendenti del Ministero dell'interno o di altre amministrazioni pubbliche", valutando nel caso l'opportunità di una "verifica sul piano disciplinare".
Cosa ha spinto Zanettin - che è avvocato ed è anche della provincia di Vicenza, la stessa di Posina - a presentare l'interpellanza? "Lo stimolo - spiega il deputato, appositamente interpellato da Isimbolidelladiscordia.it - è partito da quanto accaduto a Posina, questo bellissimo, ma sperduto paesino, di soli 600 abitanti, della montagna vicentina". La presentazione di quella lista, tutta di candidati del foggiano, e le dimissioni in sequenza dei suoi vari candidati ha fatto sì che "il consiglio comunale di Posina oggi operi con un consigliere comunale in meno. L'ho considerato uno sfregio alla nostra comunità. Il Veneto si caratterizza per il buon governo amministrativo, anche nei piccoli comuni. Non siamo abituati a queste 'furbate'". Fatti simili erano una novità per il deputato o ne era già a conoscenza, magari per aver sentito parlare di casi precedenti di candidature "anomale" nei comuni "sotto i mille"? A questa domanda specifica, Zanettin ha risposto di avere appreso dai giornali di quanto era accaduto a Carbone in Basilicata: "Francamente non ero a conoscenza dell’abuso, che taluni fanno, dell'aspettativa retribuita: è stata una sorpresa e non mi risultano precedenti nella provincia di Vicenza. Parlando con alcuni colleghi parlamentari, ho capito invece che nelle regioni del sud il fenomeno è abbastanza frequente e tollerato". Evidentemente il Veneto - che comunque presenta un certo numero di comuni al di sotto dei mille abitanti - era stato finora abbastanza immune dalla presentazione di liste meritevoli di maggior attenzione in quelle piccole località.
L'interpellanza urgente, presentata lunedì 26 ottobre, è approdata in aula a Montecitorio venerdì: a Zanettin, che l'ha illustrata, ha risposto il sottosegretario all'interno Achille Variati, anch'egli vicentino (e presidente della provincia dal 2014 al 2018). Nell'illustrazione, Zanettin ha fatto espresso riferimento al caso di Posina ("un piccolissimo comune, un piccolo mondo antico incastonato tra le Prealpi venete, che non è stato travolto dal turismo di massa", in cui è dunque "abbastanza strano che una lista composta da candidati tutti provenienti dalla provincia di Foggia si candidi") e alle dimissioni a catena che hanno provocato "problemi legali, burocratici e quant'altro, e il ritardo nell'insediamento del sindaco", dando anche conto delle ulteriori rivelazioni emerse nelle varie puntate di Striscia la notizia (che non avrebbero rilevanza solo amministrativa). Senza entrare ulteriormente in queste vicende, tuttavia, Zanettin ha ribadito le sue domande, generate soprattutto dall'accostamento alla vicenda di Carbone, chiedendo dunque se la candidata sindaca dimessasi fosse dipendente statale e godesse di qualche aspettativa, se nel caso fossero stati presi provvedimenti ("questo è quanto meno abuso del diritto, ove fosse un dipendente dello Stato che vuole utilizzare l'aspettativa retribuita per non svolgere attività di propaganda e di elezione") e se il Governo avesse intenzione di proporre modifiche normative per evitare nuovi scandali.
Nella sua risposta, il sottosegretario Variati ha ricordato appunto le norme che hanno involontariamente concorso agli esiti delle vicende elettorali di Carbone e Posina: l'art. 3 della legge n. 81/1993 (in base al quale "Nessuna sottoscrizione è richiesta per la dichiarazione di presentazione delle liste nei comuni con una popolazione inferiore ai 1.000 abitanti", per cui "sono gli stessi candidati che assumono, di fatto - anche nella responsabilità personale - la veste di presentatori delle singole liste attraverso l'accettazione della candidatura") e l'articolo 81, comma 2, della legge n. 121/1981 (in base al quale gli appartenenti alle Forze di Polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni, dal momento dell'accettazione della candidatura per tutta la durata della campagna elettorale). "Con la rinuncia di tutti i candidati della lista in argomento, il relativo consiglio è rimasto quindi non del tutto a posto, non del tutto completo" ha segnalato Variati, notando che si è ritenuto impossibile assegnare il seggio vacante alle altre liste, "in assenza di riferimenti normativi [...] che prevedano l'assegnazione ad una delle rimanenti liste" (risposta che qui si condivide). Secondo il sottosegretario, dunque, "le vicende della lista L'altra Italia [...] hanno determinato un vulnus alla rappresentanza della comunità di Posina di una unità in seno al suo consiglio. Questo rappresenta per me [...] un danno grave e un vero oltraggio ai cittadini di Posina".
Il paragone con la vicenda di Carbone, pur prospettato dall'interpellante, non appare tuttavia opportuno: lo stesso sottosegretario Variati ha precisato che nessun soggetto candidato nella "lista dimissionaria" a Posina "è risultato ricoprire incarichi pubblici, né essere appartenente alle Forze di Polizia o alle Forze armate, o comunque dipendente della pubblica amministrazione". Diverso è invece il caso di Carbone, come ha precisato lo stesso Variati: 
nei confronti di otto appartenenti ai ruoli della Polizia di Stato che si sono lì, in quel comune, candidati, e hanno successivamente rassegnato le dimissioni dalla carica, è stato disposto l'avvio di un procedimento disciplinare. Il comportamento assunto [...] dai predetti all'esito della consultazione elettorale è stato ritenuto deontologicamente non corretto, per avere gli stessi disatteso le aspettative riposte in loro innanzitutto dagli elettori, in virtù della nota appartenenza alla Polizia di Stato: comportamento che ha creato un grave danno all'immagine e al prestigio dell'amministrazione, anche per essere stato ripreso da media locali e nazionali. Per tali motivi l'avviato procedimento disciplinare, per la gravità delle condotte che si prospettano, potrà configurare una sanzione superiore alla mera deplorazione, quale la sospensione o la destituzione dal servizio.
Zanettin si è detto soddisfatto della risposta di Variati ("lo conosco da trent'anni e lo conosco come amministratore serio e rigoroso: nelle parole che egli ha pronunciato oggi in quest'Aula riconosco quello spirito di impegno civico che ha contraddistinto la sua esperienza politica, credo abbia contraddistinto anche la mia", entrambe iniziate proprio dai comuni e dal territorio vicentino), ma ha riconosciuto che chi si candida in un comune senza avere davvero "un interesse [...] tangibile a quella candidatura" di fatto rappresenta un problema, che - come si è visto - non era stato avvertito finora nel vicentino, ma era ben noto da anni altrove.
Che fare dunque? Variati ha precisato che il Viminale "non esclude l'opportunità di rivedere" la norma che attualmente prevede l'aspettativa retribuita per le persone appartenenti alle forze di polizia che si candidano, "intervenendo in un'ottica di uniformità di trattamento di tutto il pubblico impiego" (per nessuna categoria di dipendenti pubblici, infatti, è previsto un regime di favore paragonabile a questo). Nella stessa direzione va un progetto di legge presentato dallo stesso deputato Zanettin (il n. 2728), che punta semplicemente a sostituire le parole "aspettativa speciale con assegni" con l'espressione "aspettativa non retribuita". L'idea, messa in luce nella relazione, è di continuare a permettere l'accesso alle cariche elettive "in condizioni di eguaglianza" (leggendo in questo caso l'art. 51 della Costituzione come norma che non consente al personale delle forze di polizia di trarre vantaggio in campagna elettorale dalla sua posizione), senza che però più di qualcuno possa ancora fruire "della norma e delle casse dello Stato, solo per potersi vedere garantito un mese di retribuzione senza prestare servizio". 
In aula Zanettin ha aggiunto che è possibile "ipotizzare insieme altre soluzioni, meno penalizzanti per l'intero comparto del settore": a parere di chi scrive, non si vede il motivo di un trattamento di favore rispetto al pubblico impiego, ma lo stesso deputato - espressamente richiesto di un parere per questo sito - ha precisato "Quello oggi previsto per le forze dell'ordine mi pare un privilegio ingiustificato". Nella sua replica finale, il parlamentare ha comunque sottolineato la necessità di trovare soluzioni normative per impedire episodi "così gravi, che macchiano [...] l'onore e il decoro delle Forze di Polizia" e per tutelare le stesse istituzioni comunali.
Tanto Zanettin quanto Variati (e, attraverso di lui, il Viminale) si sono dunque dichiarati disponibili a rivedere la norma sulle aspettative retribuite alle forze di polizia: ciò consentirebbe di affrontare una parte significativa del problema (dunque quella legata alla presenza di appartenenti alla Polizia di Stato, Polizia penitenziaria, all'Arma dei Carabinieri e alla Guardia di Finanza, nonché alla polizia locale), ma resterebbe la possibilità di presentare facilmente liste senza alcun legame con il territorio e con adempimenti formali ridotti al minimo, vista la non necessità di raccogliere le sottoscrizioni a sostegno delle liste nei comuni "sotto i mille". Si è visto che a volte i problemi possono venire già da questo (e a volte anche, bisogna dirlo, dall'insufficiente controllo da parte delle commissioni elettorali incaricate di vagliare le candidature), ma nessuno ora sembra aver discusso anche la norma che permette di presentare senza firme candidature nei microcomuni. A una nostra domanda mirata, Zanettin ha confermato l'impressione: "Nei piccolissimi comuni, in cui non è facile trovare candidature, e l’impegno amministrativo si traduce in autentico volontariato, è giusto che la candidatura a sindaco non necessiti delle firme dei cittadini". Si tratta di una posizione da rispettare, anche per la chiarezza con cui è stata espressa; non è in effetti priva di risvolti problematici (oggettivamente anche l'idea che elettrici ed elettori di un piccolo comune si trovino di fronte una lista del tutto sconosciuta ha qualcosa di "anomalo"), specie in situazioni limite, che in teoria dovrebbero restare dei "casi di scuola" ma alle volte diventano dannatamente reali e concrete. Si è già visto, d'altra parte, che nel 1993 era stata eliminata anche la richiesta di sole dieci firme per non complicare troppo la presentazione di candidature in paesi così piccoli. Un sistema perfetto e senza difetti, dunque, non esiste: correggere uno di questi ultimi sarebbe già un risultato rilevante.

domenica 27 settembre 2020

Simboli sotto i mille (2020): Carbone, estraneo che vince... si dimette (di Massimo Bosso)

Poteva forse mancare quest'anno l'aggiornamento sulle elezioni nei comuni sotto i mille abitanti, con le liste presentate senza bisogno di raccogliere le firme? Ovviamente no: quel mondo è cambiato, si è ridimensionato negli ultimi anni (anche per l'uscita di scena di vari personaggi che si erano particolarmente espressi nella presentazione di liste, soprattutto in Piemonte), ma merita ancora di essere raccontato. Sia perché qualcuno ci crede ancora, perfino su scala nazionale, sia perché qualche caso è davvero clamoroso. E visto che uno di questi è balzato all'attenzione dei media, dobbiamo stravolgere la geografia e partire non dal Nord del sempreverde Piemonte e nemmeno dal Centro del Molise (per anni vera "terra di meraviglie" per gli osservatori compulsivi delle elezioni "sotto i mille"), bensì dal Sud. 

La prima tappa del nostro viaggio non può che essere Carbone, piccolo comune in provincia di Potenza, 1033 elettori, ma con una popolazione di 705 abitanti in base al censimento del 2011 (quello che tuttora fa fede per decidere quali regole si applicano per le elezioni comunali); la differenza, incidentalmente, è anche dovuta all'elevato numero di iscritti all'Aire, l'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (al Centro-Sud accade spesso). Nel 2015 aveva votato solo il 33,52% degli aventi diritto, ma la presenza di due liste locali non aveva creato alcun problema di quorum. Il sindaco uscente, Mario Chiorazzo, aveva però appena concluso il terzo mandato e non si sarebbe potuto ricandidare; si era reso così necessario trovare un'altra persona disponibile. Questa era stata individuata in Nicola Consiglio, che tra l'altro era stato sindaco nel 2000; la lista Uniti per Carbone - che come simbolo aveva una foto del paese ritagliata sul profilo tridimensionale della Basilicata, per ricordare che anche i piccoli comuni, sempre più svuotati dall'immigrazione e sempre più poveri, avevano bisogno di attenzione - era stata formata, ma essendo stata consegnata con un quarto d'ora di ritardo rispetto all'orario limite per la presentazione, dunque è stata esclusa. 
Il fatto era che, nelle ore precedenti, erano state presentate altre due liste che, invece, non presentavano alcun vizio formale nei pochi documenti necessari per concorrere. Non si dispone del manifesto delle candidature, ma gli articoli di cronaca che si sono già occupati del caso hanno parlato di persone che non solo non risiedono a Carbone, ma a quanto pare nemmeno sul territorio regionale (si sono indicate, in particolare, Calabria, Sicilia e Puglia come regioni di provenienza). La lista n. 2 era L'Altra Italia: la sua presenza non stupisce più di tanto, abituati come si è a vederla in molti comuni, soprattutto "sotto i mille" (se ne avrà la prova durante tutto il viaggio), così come non turba il vedere - come in passato - che ogni volta viene presentato lo stesso programma, prestampato, con lo spazio per indicare volta per volta il comune in cui ci si presenta. 
La lista n. 1, invece, era Onesti e liberi. Il nome formalmente è nuovo, non essendo stato incontrato fin qui; in ogni caso il simbolo dà l'impressione del "già visto", un po' perché la scritta nera in Arial Black su fondo giallo sembra davvero molto semplice e anonimo, un po' perché effettivamente la font e il colore ricordano assai da vicino la lista Obiettivo comune vista nel 2017 nel piccolo comune di Teana, sempre nel potentino (anzi, per l'esattezza Teana confina con Carbone). Allora quella lista non aveva raccolto nemmeno un voto (i consensi se li erano quasi equamente divisi le altre due formazioni in campo, chiaramente autoctone), questa volta invece le cose sono andate diversamente.
Posto che, come ormai ben sappiamo, quando le liste sono soltanto due le elezioni sono comunque valide, purché ci sia almeno un voto valido (è più facile che accada che una delle due liste non riceva voti, per cui resta senza seggi). Alla fine hanno votato in 175 aventi diritto (il 16,94%, mentre per il contemporaneo referendum si sono espressi in 217 su 517, con numeri diversi dovuti al voto per corrispondenza degli iscritti Aire): di quelle 175 persone, 59 hanno lasciato bianca la scheda, 24 l'hanno annullata, 78 hanno segnato il simbolo di Onesti e liberi (un numero enorme, a pensarci bene, per un candidato sindaco proveniente da Messina, che nessuno in paese conosce) e gli altri 14 hanno scelto L'Altra Italia. 
Per i #drogatidipolitica sarebbe fin troppo facile pensare a un bis del "caso Sambuco" del 2007, con la differenza che il sindaco eletto qui non era stato eletto con quattro voti validi su cinque, ma da 78 su 92 voti validi. In realtà uno scenario "simil-Sambuco" - con un sindaco "alieno" ben deciso a restare al suo posto anche a dispetto della volontà dei cittadini - non si verificherà: tempo un paio di giorni dalla proclamazione, infatti, e il sindaco neoeletto Vincenzo Scavello - che probabilmente non avrebbe voluto tutta questa pubblicità - ha prontamente presentato le dimissioni, alla pari dei consiglieri, provocando l'immediato commissariamento del comune e facendo decadere anche i consiglieri appena eletti da L'Altra Italia. 
Carbone, a questo punto, tornerà al voto in primavera e, nell'attesa, sorgono spontanee alcune domande: cosa avrà spinto 78 carbonesi a votare un perfetto sconosciuto? Perché hanno preferito lui al candidato dell'Altra Italia? (Forse, sapendo di dover scegliere tra due forestieri, elettrici ed elettori hanno scelto un simbolo non connotato politicamente e che lasciava ben sperare quanto a valori comunicati). Sopratutto, che senso ha candidarsi a una carica comunque importante (quella di sindaco) per poi rinunciare poche ore dopo un successo insperato? Certo l'episodio precedente del 2017 nella vicinissima Teana fa pensare a un disegno strutturato o comunque ben pensato. Viene facile pensare all'art. 81, comma 3 della legge n. 121/1981 (Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza), in base al quale "Gli appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento della accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale e possono svolgere attività politica e di propaganda, al di fuori dell'ambito dei rispettivi uffici e in abito civile"; garanzie assai più ridotte sono previste per i dipendenti pubblici. Non è dato sapere cosa abbia spinto alla candidatura Scavello e i candidati consiglieri della sua lista, né se qualcuno di loro appartenga alle forze di polizia. C'è solo la dichiarazione di Damiano Cosimo (Mino) Cartelli, fondatore e leader dell'Altra Italia, rilasciata a Gazzettadellavaldagri.it: "Fin dall'inizio abbiamo scelto di candidarci in tutta Italia. Mandiamo uomini di provata fede e legalità. I piccoli paesi hanno, in generale, tutti gli stessi problemi, quindi il nostro programma elettorale è il medesimo, perché tutte queste realtà in cui siamo presenti hanno problemi simili. Nella nostra lista non ci sono carabinieri o altri appartenenti alle forze dell’ordine che potrebbero fruire di aspettative pagate dallo Stato". Di queste parole si prende atto, intanto il mistero di Carbone continua.

Postilla di Gabriele Maestri: Già prima che si celebrassero le elezioni, il sindaco uscente Mario Chiorazzo - parlando con il sito LaSiritide - si era dichiarato perplesso di fronte a una norma che "dà la possibilità di poter presentare delle liste composte, come nel caso di Carbone, da persone che nulla hanno a che fare con la nostra comunità, alla comunità completamente sconosciute, che mai sono state nel nostro territorio, che ne ignorano la storia, la cultura, le tradizioni. [...] Tutto questo è legittimo, per carità. Una cosa, però, che la normativa non contempla ma che dovrebbe essere il suo complemento nella sua applicazione è un valore, questo valore si chiama 'etica'. Questo dovrebbe essere alla base sia se si tratta di uomini dello Stato e sia se si tratta di persone che presumono con superficialità di poter amministrare il Comune di Carbone da circa 400 chilometri di distanza, convinti che l’azione amministrativa di una comunità si possa fare in smart working". A spoglio completato e a dimissioni consumate, Chiorazzo ha dichiarato ad AdnKronos: "E' legittimo presentarsi, pure se non si è residenti, ma basta una piccola modifica [delle disposizioni, ndb]. Siccome per i Comuni sotto i mille abitanti non serve il numero di sottoscrittori della lista, basterebbe prevedere anche un minino di firmatari, 20 ad esempio. In questo modo si evita che persone di altre regioni, non interessate ad amministrare, vengano qui a presentare le loro candidature''.
In effetti, prima che venisse approvata la legge n. 81/1993 - quella che ha introdotto, tra l'altro, l'elezione diretta del sindaco - nei comuni sotto i duemila abitanti occorreva raccogliere dieci firme. Quando però la riforma delle norme elettorali di comuni e province arrivò in aula alla Camera per la prima volta, nel testo era già presente la disposizione oggi in vigore, in base alla quale "Nessuna sottoscrizione è richiesta per la dichiarazione di presentazione di liste nei comuni con popolazione inferiore a 1.000 abitanti" (art. 3, comma 2 della legge n. 81/1993). Quel testo non era spuntato a caso: era presente - salvo errore - in una sola delle proposte di legge che la commissione Affari costituzionali di Montecitorio dovette esaminare in materia di elezioni amministrative, cioè quella - la n. 1251 - che aveva come primo firmatario Adriano Ciaffi, assieme ad altri deputati della Democrazia cristiana. Lo stesso Ciaffi, peraltro, era presidente della citata commissione e, nel redigere il testo base, inevitabilmente considerò anche la sua proposta e la inserì.
Curiosamente, quella disposizione non venne motivata né nella relazione della proposta Ciaffi, né in quella di maggioranza che lo stesso Ciaffi presentò alla Camera; non se ne occuparono nemmeno le relazioni di minoranza (affidate a Mario Brunetti del Prc e a Domenico Nania del Msi). A dire il vero, non si trattò di una norma particolarmente avversata: se il primo comma dell'art. 3, che aveva previsto un numero di firme da raccogliere assai più elevato che in passato (al dichiarato scopo di ridurre la proliferazione di liste alle elezioni), era stato oggetto di oltre sei pagine di emendamenti, con riferimento al secondo comma erano state presentate solo due proposte emendative (quella della Lega Nord, a prima firma di Roberto Maroni, puntava a parificare i comuni "sotto i mille" agli altri, obbligando alla raccolta di firme; quella del deputato democristiano Raffaele Tiscar proponeva di esentare dall'obbligo di sottoscrivere la lista solo i comuni con meno di cento abitanti). Entrambi gli emendamenti furono bocciati il 12 gennaio 1993, ma anche in quel caso nessuno si premurò di spiegare in aula il senso della norma contestata o della modifica proposta.
In effetti, durante il dibattito in commissione Affari costituzionali, il deputato Diego Novelli (La Rete) notò l'inutilità della raccolta firme nei comuni più piccoli, "in cui tutti si conoscono". Le ragioni, tuttavia, erano probabilmente anche altre e chi vive o magari opera in paesi così piccoli le conosce o le comprende. Presentare liste nei "comunelli" è semplicissimo sulla carta, ma può comportare qualche problema: candidarsi per sfidare il sindaco uscente o con l'idea di prenderne il posto dopo il secondo mandato può far nascere o esacerbare tensioni in una microcomunità in cui tutti si conoscono. Anche il semplice gesto di sottoscrivere una lista, consentendole di presentarsi, può esporre chi firma ai giudizi delle persone, in particolare di chi lavora in comune o di chi lo amministra: il cittadino o la cittadina potrebbe non voler far sapere al sindaco uscente che sosterrà un suo avversario o che appoggerà una persona a questi non gradita (col rischio magari di compromettere sue successive richieste o anche solo i normali rapporti sociali di un minigruppo di persone); la questione sarebbe aggravata dal fatto che, in luoghi così piccoli, ad autenticare le firme davanti a chi sottoscrive dovrebbero essere per necessità funzionari comunali o gli stessi amministratori in carica. Queste ragioni concrete, unite al numero oggettivamente basso di sottoscrizioni da raccogliere, devono aver guidato il legislatore nell'approvare questa disposizione fin dal primo passaggio parlamentare, semplificando così il procedimento. Certo, né Adriano Ciaffi né tutti coloro che hanno accolto l'esonero dalla raccolta firme nei comuni "sotto i mille" avevano pensato che un giorno gruppi di persone provenienti da altre regioni si sarebbero candidati alla guida di un comune lontanissimo da loro, salvo poi dimettersi di corsa non appena vinta inaspettatamente la sfida. Si tratta di una situazione nuova, da valutare con attenzione: si può lasciare tutto così o si possono reintrodurre le firme da raccogliere, sapendo che una novità simile non piacerà nemmeno agli autoctoni.

Grazie a Nicola Consiglio per avere fornito il simbolo di Uniti per Carbone.