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domenica 5 luglio 2020

Unione democratici cristiani, ecco il simbolo per le elezioni di settembre

Sembra tutto fatto o quasi: il 2 luglio, per chi ha partecipato alla nuova assemblea della Federazione popolare dei democratici cristiani, la scelta di presentare liste comuni sotto l'egida dello scudo crociato alle prossime elezioni - regionali e amministrative - si sarebbe ormai concretizzata. Di più, quel passo sarebbe il primo e importante momento di confronto e "prova su strada" in vista di un traguardo più ambizioso: la costituzione di un soggetto politico nuovo per chi si riconosce nell'eredità politica democratica cristiana e popolare (o, almeno, per una parte significativa di queste persone).
Certamente restano vari dettagli - anche non secondari - da definire, ma quelli fondamentali, simboli compresi, ci sono. A quanto si apprende, sarebbero state soprattutto le ultime due riunioni della Federazione popolare Dc, coordinata da Giuseppe Gargani, a essere determinanti per arrivare al risultato. Un esito che vedrebbe unite alcune tra le sigle più citate dell'area che si rifà all'eredità politica della Democrazia cristiana (innanzitutto l'Unione di centro guidata da Lorenzo Cesa, poi la Democrazia cristiana che riconosce come suo segretario Renato Grassi, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e la Fondazione Democrazia cristiana di Gianfranco Rotondi), ma anche una serie nutrita di movimenti, associazioni e gruppi (comprese le realtà citate in un articolo di alcuni mesi fa) che porterebbero a ben 65 il numero dei soggetti contraenti il patto.
Va sgombrato subito il campo da un dubbio o, comunque, da una legittima domanda che potrebbe sorgere. Le liste in arrivo alle prossime elezioni e il nuovo soggetto politico che potrebbe sorgere entro la fine dell'anno non si possono etichettare in modo sbrigativo come "rifare la Dc": non autorizza a pensarlo - anche se sarebbe facile - il fatto che gran parte di coloro che prendono e prenderanno parte a questo progetto siano stati e continuino a considerarsi "democratici cristiani"; non basta nemmeno notare, come pure è possibile fare, che alcuni tra i protagonisti di questo percorso abbiano nel corso del tempo dato vita a partiti denominati Democrazia cristiana (a partire da Rotondi) o che altri (come coloro che fanno riferimento alla Dc-Grassi) abbiano cercato per anni di riattivare la Democrazia cristiana "storica", partendo dalla constatazione che nel 1994 il passaggio dalla Dc al Ppi era avvenuto irritualmente, senza la celebrazione di un congresso. Si tratta, casomai, di un progetto che mira a costruire uno soggetto politico cui possa riferirsi (aderendovi o votandolo) chiunque si riconosca in "una politica di centro autonoma, alternativa alla destra e alla sinistra" e, più in generale, al popolarismo di don Luigi Sturzo e a quello europeo: un esito che, peraltro, ha richiesto e richiederà che camminino insieme, dialogando e collaborando, forze che in un passato anche recente hanno compiuto scelte politiche diverse e, in certi casi, si sono anche scontrate duramente tra loro (in particolare sulla titolarità e sull'uso dei segni distintivi della Democrazia cristiana).  
Nella riunione (a distanza) del 24 giugno l'assemblea della Federazione popolare dei democratici cristiani avrebbe stabilito ufficialmente - come si legge nel sito della Dc-Grassi - che il superamento della diaspora politica democristiana sarebbe passato innanzitutto attraverso il progetto denominato Unione dei democratici cristiani, da schierare al primo appuntamento elettorale rilevante, costituito dal turno di elezioni regionali e amministrative previsto per il 20 e il 21 settembre. In questa fase le forze politiche e culturali impegnate in questo progetto mantengono "piena e ampia indipendenza al fine di condurre il proprio rispettivo percorso"; si sono tuttavia impegnate "in una intesa convinta e fattiva" per presentare liste unitarie (i cui candidati, per Gianfranco Rotondi, dovrebbero essere scelti entro l'8 agosto), raccordarsi tra loro attraverso "coordinamenti regionali e/o locali" e magari estendere gli accordi fin qui maturati (ma sempre e solo attraverso il "metodo democratico"). Come contrassegno elettorale si era individuato quello - già anticipato nei giorni scorsi - a fondo blu, con lo scudo crociato democristiano apportato dall'Udc e circondato da un arco di dodici stelle e, in basso, la dicitura "Unione dei democratici cristiani" (magari con le iniziali dell'Udc marcate in rosso); Lorenzo Cesa, in quanto segretario nazionale dell'Udc, avrebbe accettato il nome (che peraltro è parte della denominazione completa del suo partito, "Unione dei democratici cristiani e democratici di centro") e il simbolo scelti, proponendo solo di inserire anche il riferimento alla regione interessata dalla singola lista. Si era peraltro sottolineato - da parte di Mario Tassone e Renato Grassi - che, in sede locale, si sarebbero dovute valutare le condizioni politiche avendo come obiettivo la presentazione di "liste di centro democratico e popolare alternative sia alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana, sia alla sinistra radicale e senza identità". Ogni azione volta a costruire il nuovo soggetto politico centrista sarebbe stata valutata e decisa dopo le elezioni, anche sulla base del risultato di queste.
Il nuovo incontro si è svolto, come si diceva, giovedì 2 luglio a Roma (su proposta di Cesa) e lì le decisioni prese pochi giorni prima sono state perfezionate. Ribadita la volontà di perseguire come Federazione "una politica di centro autonoma, alternativa alla destra e alla sinistra", si è precisato che la Federazione avrà "una autonoma linea politica e programmatica che deve essere verificata e sperimentata con liste autonome, ove possibile, sopratutto in occasione delle elezioni comunali"; non sono escluse alleanze con altri movimenti e partiti politici - pensando anche al fatto che nei giorni scorsi l'Udc ha annunciato accordi di coalizione in alcune regioni, in particolare con il centrodestra - ma si è precisato che tali alleanze "debbono essere verificate e decise caso per caso".
L'appuntamento elettorale di settembre, tuttavia, è tuttora visto come una semplice tappa di un percorso più lungo: le liste unitarie presentate sotto l'egida della Federazione saranno presentate con "la prospettiva di poter, attraverso un'Assemblea costituente a fine anno, dar vita ad un soggetto politico nuovo", che si richiami espressamente alla tradizione democratica cristiana e pienamente inserita nel popolarismo europeo. Per questo, per il momento la Federazione ha deciso di darsi "un simbolo che si richiama allo scudo crociato e al Partito popolare europeo", il cui deposito dovrebbe avvenire - a cura di Giuseppe Gargani - nei prossimi giorni "presso gli uffici competenti" (non è dato sapere se si pensi a una domanda di marchio o ad altri depositi, magari presso il Ministero dell'interno a scopo puramente notiziale). Nell'emblema, oltre allo scudo e al fondo azzurro - direttamente mutuati dal simbolo dell'Udc, che li apporta - ci sono il nome integrale della federazione e, nella parte inferiore, il riferimento al Ppe (a sinistra il cuore giallo con le stelle e a sinistra la sigla minuscola rossa), il tutto racchiuso in una circonferenza rossa.
Nel frattempo, tuttavia, per le elezioni regionali si è immaginato un contrassegno un po' diverso: esso nella parte inferiore ha la dicitura "Unione democratici cristiani" (senza più "dei"), mentre la parte superiore è occupata - invece che dalle stelle d'Europa immaginate prima - da un segmento rosso con la dicitura "Popolari", accompagnata al nome della regione interessata. Si tratta, come si vede, di un emblema del tutto simile a quello ufficiale dell'Udc (con il riferimento regionale ai "Popolari" al posto di "Italia" sul segmento rosso, la dicitura "Unione democratici cristiani" invece di "Unione di centro" e, ovviamente, senza riportare le vele di Ccd e Democrazia europea): è probabile che la scelta grafica - e anche nominale - serva a mettere maggiormente in luce l'apporto dell'Udc a questo progetto elettorale (senza che peraltro questo si traduca in un'incorporazione in quel partito degli altri soggetti politici) e, forse, anche per evitare ogni tipo di contestazione simbolica e sperare di ottenere più facilmente l'esonero dalla raccolta firme di cui godrebbero liste dell'Udc in alcune regioni (in particolare in Liguria, Marche, Campania e Puglia). Si può probabilmente leggere in questo modo il mandato dato al comitato direttivo della Federazione perché valuti "la compatibilità di questo ultimo simbolo con le leggi elettorali regionali".
L'idea, dopo i risultati raggiunti fin qui, è di allargare il dialogo, in particolare a coloro che fanno riferimento al manifesto elaborato da Stefano Zamagni, già noto come Rete Bianca e ora come Parte Bianca. Secondo Ettore Bonalberti, presidente dell'Associazione liberi e forti e tra i dirigenti della Dc-Grassi, anche loro possono "concorrere alla ricomposizione più vasta della realtà politico sociale cattolico democratica e cristiano sociale dell'Italia": piuttosto che "un centro che guarda a sinistra" scacco di un permanente "ricatto tra le necessità dell’emergenza e quello più indigesto del partito renziano", per lui - come ha scritto pochi giorni fa sul sito di Alef - sarebbe meglio "costruire insieme un grande centro politico con riferimento alla migliore tradizione dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, nettamente distinto e distante dalla destra nazionalista e populista e dalla sinistra senza più identità, direttamente collegato al Ppe". Proprio come quello che potrebbe nascere dalla Federazione popolare dei democratici cristiani.

giovedì 21 maggio 2020

Federazione popolare dei democratici cristiani, verso candidature comuni

Scherzando, ma neanche troppo...
Ma insomma, la Democrazia cristiana torna o non torna? La domanda, sul piano politico, se la sono posti in molti in questi anni, chi auspicandone il ritorno, chi temendolo; questo stesso sito se n'è occupato spesso, più sotto il profilo giuridico che politico. Per la legge quasi sicuramente non tornerà la Dc, ma un incontro della Federazione popolare dei Democratici cristiani svoltosi ieri in forma telematica, convocato e guidato da Giuseppe Gargani (che finora si è occupato di questo procedimento), sembra aver fatto un passo concreto verso il ritorno di una formazione politica unitaria di democratici cristiani. Nulla si sa ancora del nome e del simbolo, anche perché se ne dovrebbe parlare nel prossimo appuntamento, fissato a Roma per il 23 giugno, ma intanto un primo passo è stato compiuto.
In particolare, alla riunione di ieri della Federazione popolare - cui, secondo il comunicato diffuso poche ore fa, aderiscono "64 tra partiti e associazioni" - hanno partecipato, oltre a Gargani, varie persone legate a vari tra partiti e soggetti giuridici che si rifanno al patrimonio ideale della Dc (Lorenzo Cesa per l'Udc; Alberto Alessi, Renzo Gubert, Mauro Carmagnola, Ettore Bonalberti e Amedeo Portacci per la Dc guidata da Renato Grassi; Gianfranco Rotondi e Antonino Giannone della Fondazione Democrazia cristiana; Filiberto Palumbo per la Nuova Democrazia cristiana europea; Mario Tassone e Maurizio Eufemi per il Nuovo Cdu), altri soggetti impegnati da mesi nel percorso federativo (Vitaliano Gemelli, Nicola Ammaccapane, Moreno Bellesi, Claudio Bianchi, Paolo Bonanni, Elisabetta Campus, Attilio Dedoni, Luigi Forte, Michele Laganà, Luigi Mazzarino, Virginia Pijia, Giuseppe Rotunno, Mauro Scanu, Giovanna Carfora Sorbelli, Giannantonio Spotorno, monsignor Tommaso Stenico, Pasquale Tucciariello), più Hermann Teusch della Csu bavarese. I partecipanti, rilevata la situazione drammatica di fondo che "impone grandi responsabilità e guide illuminate" per individuare un nuovo assetto istituzionale ed economico per il paese, hanno ritenuto che la soluzione potesse passare attraverso la riscoperta della "politica" (per dare all'Italia una classe dirigente adeguata) e, in particolare, il tentativo di superare la diaspora democristiana "che tanti danni ha arrecato al Paese".
La situazione attuale - di gravi mancanze in tema di giustizia, di un taglio dei parlamentari (e della rappresentanza) alle porte, di una "subordinazione della politica alla finanza" per la sostanziale assenza di etica - e una gestione dell'emergenza pandemica che - per chi si è incontrato ieri - sembra trascurare "la funzione della famiglia, il ruolo della donna più che mai utile e protagonista nella società, la funzione della scuola che in Italia con l’iniziativa privata ha arricchito il pluralismo culturale e i valori dell’umanesimo cristiano" sarebbero frutto "di una propaganda menzognera" messa in atto da "una destra qualunquista e populista" e "una sinistra anch'essa populista e inadeguata ai nuovi compiti", che avrebbe lacerato il paese, fatto perdere il senso di comunità e solidarietà, producendo il risultato ancipite delle elezioni politiche del 2018 e accentuando il rischio di un isolamento dell'Italia in Europa proprio a causa delle spinte sovraniste e populiste. Servirebbero invece una nuova centralità del Parlamento e "la presenza di un centro politico alternativo alla destra e alla sinistra", per individuare "un progetto politico nuovo per la società e per il Paese".
Su questa base, i soci della Federazione popolare dei democratici cristiani, "ferma restando l’autonomia dei singoli partiti e delle singole associazioni sul piano organizzativo, dichiarano di partecipare alle prossime elezioni autunnali con un simbolo unico che unisce i democratici cristiani e i popolari della lunga tradizione sturziana, rappresentativo dei valori comuni e della comune strategia politica"; allo stesso tempo, si registra l'impegno a "preparare da subito un coordinamento regionale firmato dai rappresentanti della Federazione a livello regionale" e un appello rivolto "a tutte le forze cattoliche e laiche che hanno interesse ad una comune politica ad aderire alla Federazione per arricchire il paese di iniziative di formazione e di partecipazione".
Contestualmente è stato approvato anche un Regolamento della Federazione popolare dei democratici cristiani, in cui si dice tra l'altro che scopo della federazione stessa è "facilitare un'aggregazione politica omogenea, per realizzare gli obiettivi comuni, individuati e precisati nello Statuto e stabilire un comune programma politico" al fine di partecipare alle elezioni che si terranno entro l'anno (e che si svolgeranno in autunno, dopo il rinvio del voto di primavera dovuto al Coronavirus) con candidature unitarie e sotto "un unico simbolo". Ciò, peraltro, dovrebbe essere frutto di un "continuo confronto tra movimenti e associazioni, che si ispirano agli stessi valori culturali e politici": quei soggetti (per ora) "conservano le proprie strutture originarie, ma lo scopo finale della Federazione sarà quello di dar vita a un 'nuovo soggetto politico' unitario". A livello organizzativo, si prevede un Coordinamento per ciascuna Regione (nominato dal Coordinamento nazionale) e, a cascata, omologhi organi provinciali, comunali e sezionali; è poi individuato come riferimento culturale la Scuola della politica costituita presso la Fondazione Democrazia cristiana e nata proprio per dare solidi fondamenti culturali al progetto politico. Si prevede invece per il prossimo anno l'elezione dei vari organi regionali, in modo da strutturare il nuovo soggetto politico.
Inutile dire che, al di là di quanto è stato stabilito e messo per iscritto tra ieri e oggi, molto dirà il nome che verrà scelto per il nuovo progetto politico-elettorale e, ancor più, il simbolo che questo si darà. Da questo punto di vista, se l'emblema dovrà essere in grado di unire "i democratici cristiani e i popolari della lunga tradizione sturziana" ed essere "rappresentativo dei valori comuni e della comune strategia politica", è difficile immaginare un simbolo diverso dallo scudo crociato, anche e soprattutto considerando che pure l'Udc è della partita. Lo scudo sturziano e degasperiano, dunque, potrebbe essere al centro del contrassegno elettorale, magari su fondo blu per richiamare anche l'Italia (senza inserire il tricolore) e - sempre continuando a visualizzare idee circolate - con un accenno alle stelle d'Europa  per rimandare anche al Ppe senza spenderne il simbolo; come nome, per non utilizzare la gloriosa etichetta "Democrazia cristiana" (così da evitare paragoni delicati e questioni legali spinose), si potrebbe utilizzare "Unione dei democratici cristiani", già parte della denominazione completa dell'Udc.
Certamente, al di là dell'esperienza elettorale in arrivo, sarà pure interessante vedere come evolverà sul piano pratico la proposta politica: da una parte c'è la tesi di vari rappresentanti di partiti (soprattutto della Dc-Grassi) preferirebbero l'idea di un partito nuovo in cui fare confluire tutte le formazioni esistenti - Udc inclusa - con un nome e un emblema di chiara matrice democratica cristiana; dall'altra, a quanto si sapeva già prima dell'incontro, c'è la posizione di Lorenzo Cesa e dell'Udc che potrebbe trovare più conveniente ampliare e ripensare il suo stesso partito, magari anche ritoccandone il nome e il simbolo. A favore di questa tesi potrebbe esserci la ricorrenza "settembrina" della festa dell'Udc (l'anno scorso si parlò con una certa concretezza di un cantiere democratico cristiano) e magari l'avvicinarsi di un nuovo congresso, visto che l'ultima assise congressuale del partito risale - salvo errore - al 2014, mentre quella precedente si era svolta nel 2007; una soluzione simile potrebbe non andare a genio a chi ha cercato finora di riattivare la Dc ritenuta "mai morta e mai sciolta", ma potrebbe forse trovare il favore di chi è più interessato a rimettere in campo un partito di democratici cristiani in grado di recuperare una certa consistenza. Di queste opzioni, in ogni caso, sarà inevitabile parlare nelle prossime settimane. Tutto ciò sapendo che, nei prossimi giorni, probabilmente altre iniziative verranno messe in campo da altri soggetti che ritengono di rappresentare correttamente la Democrazia cristiana: come sempre, appena se ne saprà di più, se ne darà debitamente conto.

sabato 28 dicembre 2019

I democristiani, la Federazione nascente e un congresso in arrivo

Alcuni ne sono convinti: il 2020 sarà l'anno del XX congresso della Democrazia cristiana e, possibilmente, del ritorno sulla scena politica italiana di un soggetto politico cattolico che argini populismo e sovranismo e si ponga come alternativa alla sinistra. Questo secondo obiettivo dovrebbe essere assicurato mediante la Federazione popolare dei Democratici cristiani, della cui nascita si è dato conto nelle settimane scorse: la federazione ha un coordinamento provvisorio, costituito da Giuseppe Gargani, Lorenzo Cesa, Renato Grassi, Mario Tassone ed Ettore Bonalberti, che il 4 dicembre a Roma ha presentato pubblicamente la propria attività. 
Proprio Gargani in questa fase sembra avere un ruolo di guida - oltre che del comitato per il No al taglio dei parlamentari - di questo processo federativo che punta a far uscire dall'emarginazione e dall'irrilevanza degli ultimi vent'anni la cultura politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Un ritorno sulla scena, appunto, reso necessario - secondo i promotori - dal consolidarsi di "destra eversiva, pericolosa e anomala" resa possibile dalla crisi del centrosinistra, ma causata all'origine dal "superamento della legge elettorale proporzionale" (cosa che ha contribuito a togliere spazio al centro e ai democristiani) e dall'avvento di forze politiche di natura personalistica.
Ci sono pochissimi giorni ancora per aderire come soci fondatori alla Federazione popolare (versando 100 euro come quota) in chiave antinazionalista, antipopulista ed europeista. Tra i fondatori figura, come si è detto, anche Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc: si tratta dell'unico partito presente in parlamento che negli ultimi anni abbia continuato a impiegare lo scudo crociato (non senza contestazioni, come i lettori di questo sito sanno bene) e la sua partecipazione mediante Cesa alla federazione sembra essere determinante perché quest'ultima possa utilizzare quel simbolo senza correre il rischio di vederselo impedire. Proprio Cesa ha sottolineato che l'Udc metterà a disposizione della federazione la struttura organizzativa dell'Udc ("senza alcuna velleità di ruoli preminenti, ma nel rispetto della collegialità assunta a metodo democratico come stabilito dalle norme del patto sottoscritto"), così come Gianfranco Rotondi "presterà" la Fondazione Democrazia cristiana, da lui guidata, come "strumento di approfondimento programmatico e di formazione". 
Un ruolo importante, sul piano dell'elaborazione del programma, dovrebbe averlo anche il gruppo di sottoscrittori del cosiddetto "manifesto Zamagni", a partire dalla "Rete Bianca" di Giorgio Merlo e Lucio D'Ubaldo (presente all'incontro del 4 dicembre). In quel manifesto anche i promotori della Federazione popolare dei Democratici cristiani si riconoscono: da quel dialogo potrebbe scaturire un progetto comune (di idee e priorità), pronto a strutturarsi sul territorio (a livello regionale, provinciale e comunale) anche facendo fronte comune - come sottolineato il 4 dicembre da Ettore Bonalberti - "con altre culture laiche, liberali e riformiste", così da poter preparare in seguito la partecipazione alle elezioni, prima comunali e regionali, ma anche politiche quando se ne presenterà l'occasione. 
Volendo appoggiarsi a una data simbolica, la più vicina sarebbe il 18 gennaio 2020: 101 anni prima don Luigi Sturzo aveva lanciato il suo appello "ai liberi e forti", quindi in quel giorno sarebbe l'ideale ritrovarsi - sempre parole di Bonalberti - "al convento della Minerva, a due passi dal luogo in cui Sturzo redasse il suo appello", per impegnarsi a "costruire il Partito Popolare Europeo in Italia, dando fine alla lunga e suicida stagione della diaspora, per un nuovo inizio e per dare, finalmente, una nuova speranza agli italiani". Ci sarebbe anche una bozza di regolamento, predisposta da Filiberto Palumbo (penalista cassazionista, già membro laico del Consiglio superiore della magistratura), in cui si punta sulla collaborazione delle forze politiche che collaborano nella federazione: ogni partito conserverà la sua organizzazione, mentre la federazione si configurerà come "nuovo soggetto politico" cui partecipano i leader dei gruppi concorrenti (ma si propone che gli statuti di quei partiti vengano integrati con il riferimento alla Federazione e alla necessità di raggiungere i suoi obiettivi comuni) questa realtà sia inserita negli statuti di ogni partito partecipante); a livello regionale ci sarà un coordinatore (prima indicato dall'Ufficio di Coordinamento provvisorio tra le figure suggerite dai partiti, poi dal Coordinamento che sarà nominato dal Comitato federale della federazione), come pure altre figure a livello territoriale inferiore. L'Assemblea federale (composta da tutti partiti e le associazioni che hanno firmato l'atto federativo) nominerà i 15 membri del Comitato federale, organo che dovrà - tra l'altro - "coordinare l'attività politica" della Federazione popolare.
Tra i membri del Coordinamento provvisorio, Mario Tassone partecipa anche come leader del Nuovo Cdu, da lui rimesso in piedi da pochi anni, mentre Renato Grassi siede nel coordinamento come segretario politico della Democrazia cristiana... o meglio, di quella parte di soci della Dc del 1993 che ha riconosciuto la correttezza del percorso giuridico che - dopo la nota vicenda processuale civile conclusa in Cassazione nel 2010, in base alla quale la Dc non è mai stata sciolta - ha portato al XIX congresso nel 2018 e alla sua elezione alla segreteria. 
Oltre che concorrere alla Federazione popolare dei Democratici cristiani (magari con l'idea di apportare alla futura formazione elettorale il nome della Dc, di cui il partito di Grassi ritiene di essere titolare) In questo periodo si sta completando il tesseramento al partito: versando 10 euro e consegnando compilato il modulo scaricabile dal sito sarà possibile aderire alla Dc, ma solo entro il 31 dicembre. Sulla base degli iscritti - si parla di almeno duemila tesserati - sarà determinato il numero dei delegati regionali che parteciperanno al congresso: il consiglio nazionale del 30 novembre ha infatti deciso che il XX congresso della Democrazia cristiana si svolgerà dal 22 al 23 febbraio 2020. Non è ancora dato sapere dove, è molto probabile invece che sulla legittimità di quell'assise non ci sarà accordo (per qualcuno - Dc-Sandri - il XX congresso è stato celebrato nel 2005 a Trieste; per altri - Dc-Cerenza e Dc-Luciani - il XIX è da ricelebrare): resta solo da capire chi si lamenterà per primo.

mercoledì 27 aprile 2016

Una Federazione popolare molto democristiana

Se ne parla poco in queste settimane, prese come sono le cronache dalle liste che spuntano via via tra Milano, Roma e Napoli (con divagazioni altrove), ma alle prossime elezioni amministrative potrebbe spuntare anche il simbolo dell'ennesimo repackaging dell'area riconducibile alla vecchia Democrazia cristiana. Alla fine di marzo, infatti, è stata fondata in uno studio notarile di Roma Federazione popolare, un soggetto politico che si propone di riunire varie realtà politiche ispirate "ai principi della religione cattolica e cristiana e ai valori riformisti e liberali".
L'emblema, abbastanza anonimo, contiene il nome (con "Popolare" in maggiore evidenza) sopra a una fascia tricolore leggermente piegata su se stessa e, sullo sfondo, le dodici stelle della bandiera europea in parte nascoste dalla scritta. Come si vede, non c'è lo scudo crociato - inutile, del resto, rischiare di infilarsi nell'ennesimo contenzioso legale con l'Udc e con altri eredi veri o presunti della Balena Bianca - ma sono pienamente democristiani coloro che hanno voluto la nascita di quest'aggregazione. Vale innanzitutto per Mario Tassone, leader del Nuovo Cdu e per Giancarlo Travagin, già segretario amministrativo della Dc guidata nei primi anni 2000 da Angelo Sandri e da anni a capo del suo movimento Alleanza Democratica (con il gruppo che fu di Willer Bordon e Ferdinando Adornato, ovviamente, nessuna attinenza). 
Vale però anche, in qualche modo, per i Popolari per l'Italia e per Mario Mauro, eletto negli anni con Forza Italia, il Pdl e Scelta civica, ma riconducibile senza troppi problemi a quell'area politica (come vale del resto per vari esponenti di Pi, a partire da Potito Salatto). Vale sicuramente, infine, per Giuseppe Gargani, già campione di Balena Bianca, passato attraverso varie formazioni (compresi i suoi Popolari italiani per l'Europa) e attualmente presidente di un "Comitato popolare per il NO al Referendum sulle modifiche alla Costituzione", nel quale si riconoscono più movimenti e associazioni e che vede come aderenti anche gli stessi Mauro e Tassone.
L'idea è, come si diceva, di presentare liste alle prossime amministrative, a partire da Napoli, sostenendo Enzo Rivellini (e forse anche a Novara, città in cui - lista autonoma o no - è già stato annunciato l'appoggio a Daniele Andretta; su Milano si sta ancora ragionando); al gruppo avrebbero aderito anche altri eletti in parlamento e assemblee e comunque si tenterà di radicare la formazione sul territorio nei prossimi mesi, oltre che di sostenere il "No" al referendum confermativo sulla riforma costituzionale assieme ad altri comitati che sono sorti in questi mesi. 
"Per chiara decisione dei soci costituenti - si legge in un comunicato - la Federazione Popolare è aperta agli altri movimenti e partiti che vorranno aderire, entro la metà del mese di luglio 2016, garantendo a tutti la pari dignità e una gestione condivisa dei percorsi politici da intraprendere". Toccherà in primo luogo agli elettori, peraltro, stabilire il successo di questa nuova aggregazione.