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martedì 4 gennaio 2022

2006, i Pensionati uniti (di De Jorio) contro i Pensionati (di Fatuzzo)

Dopo il 2000 e le elezioni regionali in Lazio (più qualche elezione amministrativa sparsa in quello stesso anno), Filippo De Jorio sembrava intenzionato a lasciare da parte per un po' l'impegno politico: né il simbolo della Fipu - Federazione italiana pensionati uniti, né altri emblemi riconducibili all'ex consigliere regionale del Lazio si videro né sulle schede delle elezioni politiche del 2001, né nelle consultazioni rilevanti tenutesi durante la XIV legislatura (non è dato sapere se in qualche elezione amministrativa non di primo piano il simbolo sia stato utilizzato). Evidentemente la professione di avvocato e l'impegno nella Consulta dei pensionati monopolizzavano il tempo di De Jorio e gli davano più soddisfazione, rispetto all'impegno politico che negli ultimi anni gli aveva riservato varie delusioni, soprattutto per impegni non onorati.
Arrivò però il 2006 e, con questo, la fine della XIV legislatura, quella dei due governi guidati da Silvio Berlusconi; la legge elettorale nel frattempo era cambiata, prevedendo ufficialmente la presentazione di coalizioni di liste per entrambe le Camere, senza più collegi uninominali in cui sfidarsi (tranne ovviamente quello della Valle D'Aosta e, al Senato, quelli del Trentino - Alto Adige). Come principale avversario, Berlusconi avrebbe avuto di nuovo Romano Prodi, che già dieci anni prima l'aveva sconfitto alle elezioni politiche e il 16 ottobre 2005 aveva vinto nettamente le primarie per la guida della coalizione di centrosinistra ("capo della forza politica" e "capo della coalizione" erano le figure elettorali di vertice introdotte dalla "legge Calderoli" nel tentativo di indicare la figura del candidato a Palazzo Chigi, senza intaccare la prerogativa di nomina del Presidente del Consiglio, attribuita dalla Costituzione al Presidente della Repubblica).
La nuova formula elettorale - con competizione tra liste e coalizioni concorrenti, con premio di maggioranza alla lista o coalizione più votata - avrebbe fatto pesare tantissimo ogni singolo voto: per ciascuna coalizione ogni adesione era rilevante e sarebbe potuta risultare determinante. Non stupisce, dunque, che anche De Jorio e il gruppo di persone vicino a lui avesse riconsiderato l'idea di partecipare in qualche modo alle elezioni, ovviamente sostenendo il centrodestra come in passato. Probabilmente furono esponenti di quella coalizione a chiedere l'appoggio, ma è altrettanto probabile che il leader dei Pensionati uniti volesse comunque dare una mano a Berlusconi, se non altro per evitare che prevalesse il centrosinistra.
Di certo, però, De Jorio aveva escluso di presentare liste della Fipu, visto che il partito non aveva né l'organizzazione per essere presente in tutta l'Italia, né soprattutto le risorse per sostenere una campagna elettorale. L'unico modo possibile era presentare proprie candidature all'interno di altre liste e contribuire in quel modo al risultato elettorale. Diede la propria disponibilità Forza Italia: era il partito più forte della coalizione, in più era la forza politica cui aderiva Alfredo Biondi, allora vicepresidente della Camera e amico di De Jorio fin dai tempi in cui De Jorio era candidato nella Lega Casalinghe-Pensionati e Biondi era parlamentare del Pli. Lo stesso De Jorio, nel suo libro ... e le mele continuano a marcire, ricorda di aver incontrato alla fine di gennaio del 2006 Silvio Berlusconi e Sandro Bondi, quale emissario di Forza Italia, proprio nell'ufficio di Biondi a Montecitorio, concordando in quell'occasione presenze di autorevoli esponenti dei Pensionati uniti in tutte le liste presentate da Fi nelle varie circoscrizioni regionali o subregionali.
Nel giro di qualche giorno, tuttavia, i piani sarebbero stati rivoluzionati. Il 6 febbraio, alla Fabbrica del programma dell'Unione (centrosinistra), c'era anche Carlo Fatuzzo, segretario del Partito pensionati. Fino ad allora a livello nazionale aveva presentato candidature quasi sempre in proprio (centrando l'elezione di Fatuzzo al Parlamento europeo nel 1999 e nel 2004), mantenendo posizioni moderate e sostenendo solitamente il centrodestra (a livello locale, ma anche a livello nazionale); nel 2005, però, le alleanze si erano fatte variabili (in Piemonte, in Lazio e in Campania con il centrodestra; in Lombardia, in Liguria e in Puglia con il centrosinistra). In quelle nuove elezioni politiche, invece, in cui scegliere una parte o l'altra era fondamentale, la scelta era stata netta: "Il Partito dei pensionati - batté l'Adnkronos in quel 6 febbraio - per sua natura non è né di destra, né di sinistra, né di centro ma offre programmi concreti e si allea qui con il centrosinistra. Siamo stati alleati del centrodestra negli ultimi dieci anni. Abbiamo osservato con attenzione il comportamento del governo Berlusconi nel campo delle pensioni e purtroppo abbiamo visto che Berlusconi ha fatto una promessa di miglioramento ma non l’ha mantenuta". Il riferimento era soprattutto alla promessa, contenuta nel famoso "Contratto con gli Italiani", di elevare a un milione le pensioni minime: "Otto milioni di pensionati - aveva continuato Fatuzzo - hanno creduto che questo sarebbe avvenuto. Il gennaio successivo [all'elezione di Berlusconi, ndb] è stata approvata la legge per portare, appunto, la pensione a un milione. In realtà, nessuno ha avuto l’aumento. [...] Il Partito dei Pensionati ha perso la pazienza e ha deciso di dare fiducia al centrosinistra per i prossimi cinque anni. Credo che le speranze dei pensionati siano perdute se vince il centrodestra. Lo batteremo e riusciremo a migliorare le condizioni di vita e di salute dei pensionati nei limiti delle possibilità economiche del governo".
Le parole di Fatuzzo probabilmente erano risultate subito indigeribili per Silvio Berlusconi, ma al di là dello smacco personale in quel momento era parso grave e urgente soprattutto un problema di numeri: nel 2001 il Partito pensionati aveva raccolto lo 0,18%, ma alle europee del 1999 era arrivato allo 0,75% e a quelle del 2004, ben più vicine, aveva toccato l'1,15% (poco meno di Alternativa sociale, più della Fiamma tricolore, del "Partito della bellezza" di Sgarbi e La Malfa e del Patto Segni-Scognamiglio). Poteva permettersi il centrodestra di perdere circa l'1% del totale dei voti, lasciando per giunta che solo il centrosinistra si rivolgesse ai pensionati con un simbolo che parlava di loro? Certamente no. A quel punto, il primo accordo stipulato con De Jorio non andava più bene: una lista dei Pensionati uniti, da contrapporre in tutta Italia a quelle del Partito pensionati, ci voleva eccome.
Non c'era tempo da perdere: in quello stesso 6 febbraio, infatti, toccò ad Alfredo Biondi cercare l'amico e collega avvocato De Jorio per chiedergli di dichiarare immediatamente il suo sostegno a Berlusconi e alla Casa delle libertà. De Jorio, tuttavia, era a Parigi per svolgere alcune consulenze professionali e non poteva rientrare subito; Biondi lo invitò a tornare appena gli fosse stato possibile, per discutere dei dettagli organizzativi, ma insistette per ottenere subito una dichiarazione. De Jorio lo accontentò: promise che sarebbe rientrato nel giro di tre giorni e dettò al capo ufficio stampa di Biondi, Giuseppe Cipolla, il comunicato, riportato dalle agenzie in quello stesso giorno a firma di De Jorio e dello stesso Biondi: "Da tempo la Consulta nazionale dei pensionati, che riunisce 105 associazioni di pensionati, ha stabilito un'azione politica comune con Forza Italia e la sua partecipazione elettorale al suo fianco proprio per sostenere l'effettiva realizzazione di ciò che l'ondivago Partito dei pensionati del signor Fatuzzo afferma di aver proposto a Prodi. Non è vero che il governo non abbia mantenuto le promesse per migliorare le pensioni minime, innalzate a 500 euro, anzi il presidente Berlusconi ha solennemente promesso che aumenterà tutte le pensioni. L'esecutivo ha operato compatibilmente con le esigenze della situazione economica italiana ed europea privilegiando proprio le categorie più sacrificate per il minore potere d'acquisto determinato dall’introduzione dell'euro". Il comunicato si chiudeva annunciando per il 23 febbraio a Roma "una grande manifestazione nazionale della Consulta dei Pensionati alla quale interverrà il presidente Berlusconi. I pensionati italiani aderenti alla Consulta sono molti di più di quelli che hanno destinato in passato i loro voti alla lista del signor Fatuzzo e lo dimostreranno concretamente il 9 aprile".
Come promesso, il 9 febbraio De Jorio tornò a Roma, dove lo attendeva per un incontro Carlo Vizzini, ex ministro Psdi, in quel momento aderente a Forza Italia e incaricato da Berlusconi di condurre le trattative per avere i Pensionati uniti nella coalizione del centrodestra con proprie liste. Il fatto era che De Jorio non era del tutto convinto: finché si trattava di sostenere Berlusconi con proprie iniziative e singole candidature in Forza Italia poteva andare bene, ma partecipare con proprie liste voleva dire raccogliere le firme e investire molte risorse (di cui il partito, come detto, non disponeva). De Jorio espresse i suoi dubbi a Vizzini, il quale però insistette: assicurò al suo interlocutore che alla raccolta firme avrebbe provveduto Forza Italia e gli fece balenare la possibilità di candidature sicure nelle liste (bloccate) di Forza Italia, onde assicurare alla Fipu rappresentanza parlamentare (e, se le cose fossero andate bene, si sarebbe potuto profilare anche un posto da ministro o da viceministro).
De Jorio finì per convincersi e accettò, tanto l'idea della lista quanto un paio di incontri con Berlusconi, che aveva chiesto di vederlo. Al Presidente del Consiglio uscente - racconta sempre De Jorio nel suo libro - chiese rassicurazioni sulla raccolta firme per le liste ("le raccoglierà Forza Italia in un solo giorno") e sulle risorse necessarie per la campagna; ottenne risposte più evasive sulle possibilità concrete di presenza in Parlamento o nel Governo ("Ci devo pensare, sai che se ti do la parola poi la voglio mantenere") e si sentì ribadire la necessità di organizzare la manifestazione del 23 febbraio, annunciata nella prima dichiarazione. De Jorio avrebbe voluto organizzarla all'Hotel Nazionale (quello di piazza Montecitorio), Berlusconi rilanciò con una sede ancora più prestigiosa, come il salone "Renato Angiolillo" di Palazzo Wedekind, situato nella vicina piazza Colonna e sede del Tempo (sì, il quotidiano che dal 1973 al 1987 era stato diretto da Gianni Letta, chiamato al Tempo proprio da Angiolillo e ormai storico sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi).
La manifestazione in effetti si svolse il 23 febbraio: "C'erano 1600 persone provenienti da tutta l'Italia" ricorda Fatuzzo. Berlusconi in effetti intervenne (dopo aver presenziato alla conferenza di presentazione del libro Maledetto ingegnere di Roberto Castelli, allora ministro della giustizia): Radio Radicale era presente quel giorno e ci consente di sapere che parlò per quasi 40 minuti, ma purtroppo non è stata digitalizzata la registrazione. Un vero peccato, considerando quello che scrive De Jorio di quell'intervento:
Quel giorno Berlusconi fece lo showman a suo modo; mi ripeté per ben tre volte, davanti alla platea: "Il tuo posto [si riferiva al seggio in Parlamento, ndb] è sicuro". Io gli avevo fatto recapitare una "scaletta" degli argomenti da trattare, secondo i patti stabiliti. Scaletta che avevo realizzato e fatto giungere a lui per ben tre volte. [...] Ma lui, quella mattina, al palazzo de Il Tempo, continuava con le barzellette e le battute alle belle donne. Come fa sempre. Come un uomo di avanspettacolo. Del piano per i pensionati non parlava mai. Per questo, lo interruppi. "Presidente, parlaci delle pensioni", dissi. Altri pensionati fecero coro nella sala. Berlusconi fu costretto a parlare dei progetti per le pensioni.
In mancanza della registrazione non è possibile sentire dalla viva voce dei protagonisti come andarono le cose, ma alla fine dei pensionati effettivamente Berlusconi parlò: sempre le agenzie ricordano che promise di non far pagare più il canone Rai al compimento dei 70 anni e, tra le altre proposte, di far approvare la riforma - presentata in parlamento da Biondi e altri - che avrebbe legato l'entità delle pensioni all'inflazione. Questi e altri progetti sarebbero finiti al punto n. 9 del programma della Casa delle libertà (denominato "Società solidale"), anche se è lo stesso De Jorio a raccontare che in un primo tempo quel punto era stato "dimenticato" e lui stesso aveva provveduto a far notare la mancanza e a scrivere quella parte, consegnandola a Paolo Bonaiuti.
Il simbolo depositato nel 2001
In quei giorni c'era ancora un po' di tempo per raccogliere le firme a sostegno delle liste: il termine per la loro presentazione nei vari uffici elettorali, con tanto di documentazione richiesta, scadeva alle ore 20 del 6 marzo 2006. Molto più urgente, invece, era il deposito del contrassegno di lista per concorrere alle elezioni: considerando che si sarebbe votato il 9 e il 10 aprile, la presentazione presso il Ministero dell'interno sarebbe dovuta avvenire tra il 24 e il 26 febbraio. Ci si era preparati per tempo, anche perché negli incontri con De Jorio Berlusconi aveva chiesto di modificare il simbolo che la Fipu aveva usato nel 2000: non doveva essergli sembrato molto d'impatto (soprattutto per la parola "Uniti" poco leggibile) e, considerando che il Partito pensionati di Fatuzzo aveva dalla sua un emblema semplice e impossibile da confondere (che anche per questo aveva attirato non pochi voti delle persone anziane), era meglio presentarsi al voto con un simbolo più curato.
In più, quel simbolo avrebbe dovuto ospitare anche il riferimento a un'altra formazione politica di pensionati. Il 6 febbraio, infatti, oltre alla dichiarazione di Bondi e De Jorio, spulciando i lanci politici di Adnkronos si ritrova anche un breve testo a firma di Roberto Olivato, leader del Movimento pensionati: "Sollecitato dai propri iscritti a prendere le distanze dalla dichiarazione di Carlo Fatuzzo, Olivato, ribadisce la propria fiducia e quella del 'Movimento pensionati dal 1991' alla Casa delle libertà, continuando a battersi per accrescere la propria presenza nella stessa Casa delle libertà". In effetti Olivato dal 2002 al 2005 era stato segretario regionale del Partito pensionati in Toscana, poi nell'agosto 2005 lo aveva abbandonato insieme ad altre persone ed era diventato segretario nazionale di un nuovo soggetto politico - che aveva tenuto il suo evento fondativo a Massa il 18 settembre - denominato appunto "Movimento pensionati dal 1991", presieduto da Pietro Spinelli (che aveva fondato il Movimento pensionati a Piacenza appunto nel 1991). Di certo due liste di pensionati non si sarebbero potute avere nello stesso schieramento: meglio unire le forze e cercare di concorrere al meglio, per lasciare a Fatuzzo e alla sinistra il minor numero di voti possibili.
L'unione si sarebbe dovuta concretizzare anche attraverso il simbolo, quindi occorreva fondere in qualche modo i due emblemi. Visto che il Movimento pensionati aveva al centro una sagoma dell'Italia con le regioni, si sarebbe potuto inserire almeno la silhouette del Paese nel simbolo di De Jorio (che, essendo stato fondato prima, era comunque l'emblema più noto, dunque adatto a fungere da contenitore), cercando di armonizzare almeno i colori. In effetti, il 14 febbraio l'atto costitutivo dei Pensionati uniti fu modificato una prima volta con il deposito di un diverso simbolo, che su un fondo giallino (più chiaro che in passato) collocava la sagoma dell'Italia color ocra - senza regioni, per evitare che si leggessero male - e ancora sopra proponeva in blu la scritta "Pensionati uniti"; in alto era rimasta la sigla puntata della Fipu, mentre in basso - al posto di "Rinascita dei valori" era stato inserito il riferimento al Movimento pensionati di Olivato.
Quel simbolo, tuttavia, per qualcuno non doveva risultare abbastanza efficace (forse fu lo stesso Berlusconi o qualcuno del suo staff a chiedere un restyling). Fatto sta che solo tre giorni dopo fu cambiato di nuovo, sempre con atto notarile: il fondo da giallino divenne più carico, l'Italia ocra divenne un po' più arancione, la sigla della Fipu e il nome dei Pensionati uniti divenne più evidente e si tinse di nero, mentre ebbe un po' più di visibilità il Movimento pensionati (il testo divenne bianco, inserito però in un archetto nero spesso, in modo da farlo risaltare).
Fu questo il simbolo depositato effettivamente al Viminale, pronto a finire sulle schede elettorali. Quel passaggio, però, fu piuttosto doloroso: in molte regioni la lista Fipu - Pensionati uniti - Movimento pensionati non si riuscì a presentare; addirittura, in Lombardia corse al Senato, ma non apparve in alcuna delle tre circoscrizioni lombarde per la Camera. Questa presenza "a macchia di leopardo" non aiutò certo a ottenere un risultato soddisfacente: al Senato la lista ottenne lo 0,41% (a fronte dell'1,62% del Partito pensionati), mentre alla Camera arrivò solo lo 0,07%.
Quel risultato amareggiò profondamente De Jorio, soprattutto per l'episodio della Lombardia. Nel libro ... e le mele continuano a marcire, infatti, parla di un accordo per la raccolta firme in quella regione: per il Senato se ne sarebbe occupata la Lega Nord, per la Camera ci avrebbe dovuto pensare Forza Italia. A suo dire, però, Forza Italia non sarebbe stata leale: avrebbe raccolto sì le firme, ma a favore della lista comune di Democrazia cristiana (per le autonomie) e Nuovo Psi (effettivamente presente in tutte le circoscrizioni lombarde della Camera). Chi scrive, naturalmente, non ha elementi per dimostrare che le cose siano andate in questo modo, così come lascia alla responsabilità di De Jorio affermare che la mancata presentazione delle liste della Fipu in Lombardia sarebbe stata frutto di una precisa scelta di Silvio Berlusconi: alla base ci sarebbero stati alcuni sondaggi pubblicati nei giorni precedenti il deposito delle liste, secondo i quali la lista Pensionati uniti sarebbe risultata nel centrodestra la più votata tra quelle sotto la soglia del 2%, dunque alla Camera avrebbe avuto diritto ad accedere alla distribuzione dei seggi come "ripescata", a danno proprio del tandem Dca - Nuovo Psi. Se sia andata così, dunque, non lo si può certo sapere; ci si limita a notare che alla Camera in effetti la miglior lista della coalizione berlusconiana è stata proprio quella che univa Dca e Nuovo Psi (0,75%), mentre non ebbero seggi Alternativa sociale (0,67%) e la Fiamma tricolore (0,6%). 
Qualunque osservatore esterno farebbe bene a non sbilanciarsi su quanti voti in più (assoluti e in percentuale) avrebbe potuto prendere la Fipu se si fosse presentata in tutta la Lombardia e se sarebbero stati sufficienti per aspirare al "ripescaggio". Un altro dato però è facile da riscontrare: il centrosinistra alla Camera ottenne 24755 voti in più del centrodestra e in virtù di questo ebbe il premio di maggioranza, al Senato la lista Fipu - Pensionati uniti - Movimento pensionati ottenne 24081 voti solo in Lombardia. Se le liste dei Pensionati uniti fossero state presenti in tutte le circoscrizioni camerali lombarde e avessero preso gli stessi voti dati al Senato, il divario tra le due coalizioni si sarebbe quasi azzerato e il risultato sarebbe stato contestato dal centrodestra con ancora maggiore convinzione; con 700 voti in più l'esito si sarebbe ribaltato, con il premio a favore del centrodestra. Per questo De Jorio è convinto che il centrodestra abbia perso le elezioni del 2006 proprio per la mancata presentazione delle liste Fipu in Lombardia (oltre che, ovviamente, per la presenza nel centrosinistra del Partito pensionati e della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda di Elidio De Paoli).
Quel turno elettorale fu doppiamente amaro per Filippo De Jorio: in base agli accordi con Berlusconi, infatti, fu candidato da Forza Italia per "diritto di tribuna" nella circoscrizione Lazio 2 (che comprendeva il territorio regionale senza la provincia di Roma) e fu inserito al sesto posto. La sua elezione era stata data per certa: anche nel caso in cui il centrodestra non avesse vinto il premio di maggioranza, era previsto che Forza Italia eleggesse quattro deputati; considerando che il capolista era Berlusconi (candidato in tutte le circoscrizioni) e che il secondo il lista era Rocco Crimi, candidato anche nella circoscrizione Sicilia 2 (quella della "sua" Galati Mamertino), con le opzioni e i subentri sarebbe rientrato anche lui. Il centrodestra, come detto, perse le elezioni e non ebbe il premio di maggioranza, Forza Italia nella circoscrizione Lazio 2 ottenne effettivamente quattro eletti e Berlusconi optò per la circoscrizione Campania 1. Crimi, tuttavia, invece che in Sicilia volle essere eletto in Lazio: entrò dunque il quinto della lista, Antonello Iannarilli, ma il sesto - De Jorio - rimase fuori e non risulta che chi lo aveva preceduto in lista (Gianfranco Conte, Domenico Di Virgilio e il citato Iannarilli) si sia dimesso nel corso della breve XV legislatura.
L'amarezza non impedì qualche ultimo tentativo a De Jorio, per rimediare allo smacco di quelle elezioni: fece presentare prima all'Ufficio elettorale centrale nazionale, poi ai giudici amministrativi e ancora alla Giunta per le elezioni della Camera vari ricorsi, lamentando l'illegittima esclusione delle proprie liste in più circoscrizioni (legata anche all'incompletezza dei documenti presentati, per difetti legati all'autenticazione e ai certificati di iscrizione alle liste depositati), chiedendo la ripetizione del voto in quei territori comprendendo anche le candidature della Fipu. Nessuno di quei ricorsi fu accolto; anzi, tanto i giudici quanto gli organi della Camera si rifiutarono di valutarli, ritenendo - ciascuno per sé - di non avere titolo a pronunciarsi su vicende legate al procedimento elettorale preparatorio (vicende di cui ora, dopo la sentenza n. 48/2021 della Corte costituzionale, è chiamato a occuparsi il giudice civile). Non andò meglio una causa con cui il leader dei Pensionati uniti cercò di farsi risarcire per gli accordi politici a suo dire non rispettati da Berlusconi e Forza Italia.
Quello fu proprio l'ultimo atto politico-elettorale di De Jorio, che in seguito non si sarebbe più ricandidato. Si sarebbe però tolto la soddisfazione di un ultimo gesto politico: la registrazione del simbolo della Democrazia cristiana come marchio europeo. La domanda risulta presentata e accolta nel 2013 e lui stesso, di fronte a un'espressa richiesta, conferma di avere provveduto alla registrazione: "L'ho fatto perché gli attuali detentori non meritano alcuna stima in Italia". Non vuole aggiungere altro in proposito: non entra dunque nella disputa sui titolari civili ed elettorali dello scudo crociato, né precisa se la sua scelta sia stata fatta per reagire a un partito in particolare (come l'Udc o uno qualunque dei tentativi di rimettere in piedi la Dc) o indiscriminatamente a tutti gli usi fatti dagli altri. Sta di fatto che la sua domanda è stata accolta e per De Jorio è un po' un ritorno alle origini, a quel partito che per due volte lui aveva rappresentato nel consiglio regionale del Lazio. 

venerdì 27 agosto 2021

2000, un nuovo inizio per De Jorio con i Pensionati uniti

Nel 1995, scorrendo le schede relative alle elezioni regionali del Lazio, si poteva notare l'assenza di simboli legati ai pensionati, dopo che nel 1985 ne era comparso uno e un lustro più in là erano diventati due. Non si sa perché il Partito pensionati di Carlo Fatuzzo - in quel giorno candidato alla guida della Regione Lombardia - non avesse partecipato in Lazio; si spiega invece l'assenza dell'Alleanza pensionati, partito che - pur con nomi diversi - aveva concorso alle due precedenti consultazioni
Filippo De Jorio, il suo esponente di spicco (eletto nel 1985, il più votato ma non eletto nel 1990), era impegnato da mesi come membro del Comitato economico e sociale delle Comunità europee in rappresentanza dell'Italia: lo aveva indicato il governo italiano guidato da Silvio Berlusconi, su impulso di Alleanza nazionale di cui lo stesso De Jorio era stato tra i primi esponenti rilevanti. Alle regionali del 2000, invece, De Jorio era nuovamente candidato con una lista legata ai pensionati, questa volta però diversa e legata a una forza politica cofondata direttamente da lui tre mesi prima del voto, che si svoltosi il 16 aprile. il 17 gennaio 2000, infatti, era stato costituito a Roma il partito Pensionati uniti - Fipu, ove la sigla stava per Federazione italiana pensionati uniti.
Quella presenza non era affatto scontata: giusto un paio di anni prima, infatti, De Jorio era stato seriamente tentato di lasciare la politica attiva. Quando, alla settembre del 1998, il suo incarico presso il Comitato economico e sociale non era stato rinnovato, De Jorio non mancò di puntare il dito contro Gianfranco Fini, che non ne avrebbe sostenuto di nuovo la nomina (al suo posto andò Renata Polverini dell'Ugl): nel suo libro ... e le mele continuano a marcire (uscito nel 2018 per Pagine - ilibridelBorghese) scrisse senza mezzi termini che il leader di An stava iniziando "a sbarazzarsi degli ex democristiani come me", privando così i pensionati italiani di un loro rappresentante al comitato. In quegli ultimi mesi del 1998, De Jorio aveva seriamente maturato l'idea di non occuparsi più di politica, continuando la sua professione di avvocato e proseguendo nel suo impegno come presidente della Consulta dei pensionati, fondata da lui nel 1996 con Giulio Cesare Graziani, che peraltro scomparve proprio alla fine del 1998.
Proprio la mancata conferma in quell'anno, tuttavia, alla lunga finì forse per convincere De Jorio che per cercare di fare qualcosa di più per i pensionati occorreva anche una presenza politica autonoma e visibile: questa - in un'epoca decisamente bipolare, pur nella frammentazione comunque crescente - si sarebbe alleata di volta in volta con lo schieramento che sarebbe parso più in grado di appoggiare le istanze dei pensionati, pur senza legarsi a un partito in particolare o confluire in esso. L'idea, maturata nel 1999, arrivò a maturazione all'inizio del 2000, appunto in vista delle elezioni regionali che avrebbero interessato anche il Lazio: proprio nella regione di cui De Jorio era già stato consigliere, tra l'altro, nel 1995 Piero Badaloni era diventato presidente battendo il suo sfidante Alberto Michelini (giornalista Rai come lui) solo dello 0,17%, quindi anche una forza politica di nuovo conio e rivolta soprattutto a un settore della popolazione avrebbe potuto essere determinante. 
Il 17 gennaio 2000, così, varie persone si diedero appuntamento presso lo studio romano della notaia Mariagrazia Russo (che all'epoca si trovava proprio in piazza Del Fante, sede anche del "quartier generale" di De Jorio): oltre allo stesso avvocato De Jorio, c'erano il generale Pietro Di Marco (presidente dell'Associazione nazionale finanzieri - Fiamme gialle), Giuseppe Polini (presidente dei Pensionati - Uomini vivi), Michelangelo Pascasio (già magistrato e presidente di sezione della Corte di cassazione), Vincenzo De Ficchy, il generale Paolo Palmieri (presidente della Dirstat Pensionati), Elena Santinelli Girardi (presidente dell'Unione nazionali pensionati civili e militari dello stato e degli enti locali), Quintilio Rossi (segretario generale dello stesso soggetto), Marino Palese (presidente dei Pensionati ex Irite) e il generale Umberto Bernardini (presidente dei Pionieri del Volo). 
Si trattava, come ricorda sempre De Jorio nel suo libro, degli "attivisti più impegnati della Consulta dei pensionati". Furono loro a fondare il partito Pensionati uniti - Fipu, dandosi anche un simbolo che conteneva anche la dicitura "Rinascita dei Valori". Quel primo emblema non è mai finito sulle schede... e sottovoce si sarebbe tentati di dire "meno male": già a un primo sguardo, infatti, si aveva l'impressione di trovarsi di fronte a un simbolo del tutto provvisorio, composto verosimilmente con Microsoft Publisher. Lo rivelavano, più che il nome in Times New Roman grassetto corsivo o il fondo giallo, la sigla F.I.P.U. e l'espressione "Rinascita dei Valori", che avevano tutta l'aria di essere state create con lo strumento WordArt. Un perfetto esempio di grafica 0.0, probabilmente creata "in emergenza" per poter procedere subito alla costituzione del soggetto politico e giuridico, in modo da averlo pronto per le elezioni regionali (quelle che richiedevano il maggior impegno per la raccolta firme) e magari per qualche altra consultazione locale.  
Un po' di tempo per migliorare il fregio, per fortuna, ci fu: il giallo fu reso meno squillante, le scritte furono composte in colore blu scuro (invece che in nero); la parola "Pensionati" acquisì decisamente peso nel cerchio rispetto a "uniti" (e nessuno avrebbe comunque potuto lamentare confondibilità con il partito di Fatuzzo, per le differenze cromatiche e verbali), sotto al nome del partito fu inserita una sorta di sottolineatura (che ricordava un po' quella dei Liberal di Sgarbi, anche se qui era blu e non rossa) e si volle distinguere "Rinascita dei Valori" non adottando una font bastoni (Impact), ma un più tradizionale Times New Roman grassetto corsivo, con maiuscole e minuscole stavolta (ricordando comunque nella disposizione la scelta fatta dalla Lista Di Pietro con l'espressione "Italia dei Valori", non ancora diventata per tutti nome del partito).
Con quel simbolo, i Pensionati uniti - Fipu parteciparono appunto alle regionali del Lazio, appoggiando - e nessuno oggettivamente si stupì - il candidato del centrodestra Francesco Storace. Questi vinse senza grossi problemi, battendo l'uscente Piero Badaloni con il 51,29%; a Roma, peraltro, il distacco risultò più contenuto (50,12% contro 46,96%) e lì anche lo 0,6% ottenuto dalla Fipu - con 1521 preferenze di De Jorio, comunque un numero di tutto rispetto - concorse a far prevalere il candidato espresso da Alleanza nazionale. Con lo 0,54% ottenuto a livello regionale, i Pensionati uniti non riuscirono a ottenere un eletto (negato anche al Partito socialista di Gianni De Michelis, le cui liste in quell'occasione ospitavano anche candidati di Rinascita socialdemocratica di Luigi Preti e arrivarono poco sopra la Fipu, con lo 0,61%), ma ottenne comunque un risultato migliore rispetto al Partito democratico cristiano di Flaminio Piccoli (e tra i suoi candidati c'era anche Dario Di Francesco, futuro fondatore di Forza Roma), ai Liberal Sgarbi e alla lista Democrazia moderna.
Come anticipato, nello stesso giorno indicato per le elezioni regionali i Pensionati uniti parteciparono anche ad altre consultazioni locali. Tra queste, si può citare il comune di Guidonia Montecelio, in cui la Fipu sostenne il candidato sindaco del centrodestra Stefano Sassano (poi risultato vincitore al ballottaggio) insieme a Forza Italia, Alleanza nazionale e Ccd. Quella partecipazione non andò benissimo (111 voti, poco meno dello 0,3%), ma si ricorda sia per un discreto maltrattamento grafico del simbolo dei Pensionati uniti (a patto di guardarlo bene), sia perché il contrassegno di lista comprendeva anche l'emblema del Movimento nazionale disoccupati italiani, un soggetto politico che meriterebbe - e avrà in seguito - più attenzione. 
Nel 2001 i Pensionati uniti non parteciparono alle elezioni politiche (tanto più che De Jorio era rimasto comunque scottato dall'esperienza delle regionali laziali: nel suo libro ricorda che Storace avrebbe promesso di attribuire "a un rappresentante dei Pensionati la carica di Difensore civico della Regione Lazio", ma dopo la vittoria del centrodestra così non avvenne). Si decise comunque di depositare il contrassegno presso il Ministero dell'interno, anche per dare in qualche modo prova - pure attraverso il rito della fila davanti al Viminale e dell'esposizione in bacheca - della propria esistenza in modo ufficiale. Quel contrassegno era quasi identico a quello visto alle regionali dell'anno prima, salvo che per un piccolo dettaglio (la scritta "Rinascita dei valori" non era più in corsivo); in compenso, il "comparto pensionati" tra i simboli si era fatto più affollato. Oltre a quelli di De Jorio e Fatuzzo (nel frattempo eletto al Parlamento europeo nel 1999), infatti, c'erano anche i simboli dei Pensionati e invalidi (di Luigina Staunovo Polacco), di Pensioni e Lavoro (del vulcanico Gran Cancelliere Ugo Sarao) e l'Unione Pensionati (presieduta da Giovanni Parisi, ragusano di origine, trasferito a La Spezia): quest'ultimo simbolo - in un un primo tempo ammesso - fu ricusato dopo che l'Ufficio elettorale centrale nazionale ebbe accolto l'opposizione dei Pensionati di Fatuzzo, visto che portava la parola "Pensionati" blu, in evidenza, su fondo bianco. Nel conto occorre mettere anche la Lega Pensionati che figurava nella parte bassa del simbolo della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda (una storia di cui converrà parlare più in là).
Il partito di Filippo De Jorio per alcuni anni non avrebbe dato particolari segni di vita; sarebbe però tornato di nuovo al Viminale, con un simbolo rinnovato e una presenza più diffusa sul territorio nazionale. Il tempo sarebbe arrivato nel 2006 e tutto si sarebbe consumato nel giro di poche settimane; la storia, però, merita di essere trattata in futuro, con lo spazio che occorre. 

domenica 24 maggio 2015

Ma di chi è il marchio dello scudo crociato?

Anche in queste elezioni regionali, lo si è visto, non è mancata qualche scaramuccia legata all'emblema che ha caratterizzato per circa mezzo secolo l'attività politica ed elettorale della Democrazia cristiana. Ha dunque senso cogliere l'opportunità per chiedersi, una volta di più, di chi sia mai lo scudo crociato, ammesso che un padrone ce l'abbia. 
Dc-Pizza
Da anni varie formazioni cercano di conquistare la titolarità di quel simbolo o, per lo meno, provano a utilizzarlo, in qualche caso sostenendo di avere titolo di fregiarsene, come continuatori anche giuridici della Dc: a volte ce l'hanno fatta, più spesso hanno dovuto capitolare di fronte a chi - prima il Cdu e poi l'Udc - ha sempre detto di avere ricevuto il segno distintivo da regolari accordi con il Ppi, ossia il soggetto che inizialmente si chiamava Democrazia cristiana e nel 1994 aveva cambiato nome.
Ora, è stato ripetuto decine di volte - molte anche in questo sito - che nel 2010 è intervenuta una sentenza della Corte di cassazione a sezioni unite che ha confermato una pronuncia della Corte d'appello dell'anno precedente, con cui in sostanza si diceva che nessuno dei soggetti giuridico-politici coinvolti in quei processi (Dc rappresentata da Giuseppe Pizza, Cdu, Udc) poteva vantare l'esclusiva sullo scudo crociato, perché alla base era stato irregolare il procedimento con cui si era cambiata la denominazione del partito. Spiegare la cosa nel dettaglio sarebbe complesso; per il momento, basti sapere che, secondo vari gruppi di coloro che figuravano tra gli ultimi tesserati del 1993, le sentenze d'appello e di cassazione hanno restituito il simbolo ai vecchi iscritti e solo a loro spetta decidere cosa farne. 
Chi scrive non è esattamente d'accordo su questa ricostruzione, ma in questi anni certamente qualcuno si è mosso per tentare di proteggere l'emblema (o, secondo i più maliziosi, per cercare di ottenerne la titolarità). Così, per non saper né leggere né scrivere, conviene mettersi a scartabellare tra le schede del database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, giusto per vedere cosa salta fuori. Così si vede che il 1° ottobre 2013 l'Associazione Democrazia cristiana - quella che fa capo a Giovanni Fontana, nata dopo che il tribunale di Roma aveva sospeso gli effetti del "consiglio nazionale" del 30 marzo 2012 con cui si era tentato di far ripartire il partito - aveva provato a far registrare il suo emblema (con lo scudo) come marchio, ma la domanda è stata respinta. 
Giusto un anno prima, era andata male all'Udc (probabilmente per la consolidata riluttanza del Viminale a dare parere favorevole alla registrazione come marchi dei segni simil-elettorali) e, prima ancora, al tentativo di riattivazione della Democrazia cristiana, in quel momento ancora guidato da Angelo Sandri. Nel catalogo dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, dunque, non è stato registrato alcuno scudo crociato tradizionale (ci sono giusto alcune varianti, come ad esempio lo scudo trasformato in cuore, sempre bianco e rosso, con la parola "Libertà" scritta sul braccio orizzontale della croce, registrato da quattro vicentini) e non può essere invocata - ammesso che serva - la tutela prevista per i marchi.
Se però si allarga lo sguardo all'Europa, si scopre che - sorpresa - qualcuno sullo scudo ha già messo il cappello (o, per lo meno, ci ha provato). Perché, a cercare bene nel database dell'Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno di Alicante, dunque nella banca dati dei marchi europei, si scopre che al nome "Democrazia cristiana" corrisponde un unico segno distintivo depositato, con la stessa grafica - scudo a bordo superiore rettilineo e braccio orizzontale alto, su fondo blu - utilizzata prima dalla Dc-Pizza e poi dalla Dc-Fontana; la domanda di registrazione, presentata a giugno del 2013, è stata vagliata e accolta nel giro di cinque mesi. 
Ma chi è il titolare del marchio europeo? Il database indica Filippo De Jorio. Che, considerando l'indirizzo indicato dalla scheda, è proprio la stessa persona - titolare di un affermato studio legale a Roma - che ha militato nella Democrazia cristiana al tempo che fu, nonché nell'Italia dei valori e figura tuttora come leader della Federazione italiana pensionati uniti. Non è dato sapere, per il momento, cosa abbia portato De Jorio a registrare il simbolo della Dc a livello europeo (con riferimento alle classi 16, 41 e 45, quindi essenzialmente stampati, adesivi, caratteri tipografici, servizi nei campi dell'educazione, formazione, attività culturali, nonché servizi giuridici, personali e sociali); al momento, dunque, ci si accontenta di prendere atto della cosa. 
Questo significa che è De Jorio il proprietario dello scudo crociato? Ovviamente - lo si può dire con certezza - no. Perché, come ormai è noto, un conto è il diritto civile (compreso quello dei marchi) e un conto è il diritto elettorale, lex specialis rispetto ad altre regole. Al momento, l'uso alle elezioni dello scudo da parte dell'Udc è più che consolidato e appare difficilmente attaccabile; anche sul piano del diritto della proprietà industriale, in ogni caso, sarebbe impossibile non parlare di preuso da parte di chi - in tutti questi anni, prima della domanda di De Jorio - ha utilizzato il segno in iniziative politiche. Questo, in ogni caso, è solo uno dei tanti capitoli di una storia - quella dello scudo crociato - che ci ha abituato a colpi di scena di ogni tipo: una sorpresa in più, in fondo, non ci stupisce affatto.