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mercoledì 4 febbraio 2026

Vannacci e l'azzardo (del marchio) di Futuro nazionale

Sembra difficile dire oggi se il 24 gennaio scorso, il giorno in cui Roberto Vannacci ha depositato presso l'Ufficio Proprietà intellettuale dell'Unione europea (Euipo) la domanda di marchio per Futuro nazionale - tanto in versione verbale, quanto in versione grafica - l'europarlamentare e (allora ancora) vicesegretario della Lega per Salvini premier avesse già l'idea di divulgare il proprio progetto politico con i tempi effettivamente seguiti - in particolare con il lancio del "manifesto" della "Destra Vitale" avvenuto ieri nel tardo pomeriggio sui social network dello stesso Vannacci - oppure se la divulgazione della notizia del deposito della domanda di marchio da parte di Adnkronos, il 27 gennaio scorso, abbia improvvisamente accelerato i tempi. Certo è che l'emergere del fregio di Futuro nazionale ha scatenato varie reazioni, alcuni delle quali meritano di essere considerate anche dal punto di vista del "diritto dei marchi" e il diritto elettorale: sotto alcuni punti di vista, la scelta di puntare sul marchio Futuro nazionale pare avere le sembianze di un vero e proprio azzardo, nel senso che è difficile prevederne l'esito. 
 
 

La querelle con Nazione Futura

Com'è noto, tra i primi soggetti collettivi a reagire c'è stata l'associazione Nazione Futura, think tank di destra, presieduto da Francesco Giubilei. In un primo tempo - lo si è visto - l'associazione ha per prima cosa negato segnalato che "l'Associazione Nazione Futura e l'omonima rivista nulla hanno a che fare con il nuovo soggetto lanciato", riservandosi la possibilità di esperire azioni di tutela, ritenendo che i segni depositati da Vannacci siano simili tanto sul piano nominale, quanto sul piano grafico (essendo il logo di Nazione Futura descritto come "un cerchio su sfondo blu con scritta bianca e bandiera tricolore stilizzata", anche se nel corso del tempo ha conosciuto due distinte realizzazioni visive); non era mancato un giudizio politico, in base al quale "qualsiasi iniziativa che nasce al di fuori dell'attuale coalizione di governo" doveva essere considerata come "un favore alla sinistra".
Il 2 febbraio in effetti l'associazione è andata oltre, con l'emissione di un ulteriore comunicato, di seguito interamente riportato.
 
Oggi abbiamo provveduto a depositare l'atto di opposizione all'ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) nei confronti della domanda di registrazione del marchio "Futuro Nazionale" di Roberto Vannacci. 
Lo abbiano fatto per l’elevato rischio di confusione e di somiglianza con il nostro simbolo e il nostro nome e per tutelare il diritto anteriore del nome e del simbolo dell'associazione "Nazione Futura". 
L'uso effettivo del nome e del segno di "Nazione Futura" può impedire la registrazione di un marchio, come quello utilizzato da Vannacci, sostanzialmente identico al nostro, che è idoneo a generare confusione nel pubblico, specie se i segni sono identici o altamente simili e coprono ambiti di attività sovrapponibili. Poiché il marchio "Nazione Futura" gode di notorietà su tutto il territorio nazionale, ciò costituisce un impedimento relativo alla registrazione del marchio di "Futuro Nazionale". 
Ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 4 del Regolamento sul Marchio dell’Unione Europea (RMUE), il nome "Nazione Futura" è infatti equiparato a un diritto anteriore opponibile, capace di impedire la registrazione del marchio "Futuro Nazionale" in quanto quest'ultimo è privo del requisito della novità e della distintività. È infatti composto dalle medesime componenti verbali del segno preesistente "Nazione Futura", semplicemente invertite nell'ordine. 
Precisiamo che la domanda di registrazione del marchio "Futuro Nazionale" di Roberto Vannacci risulta ancora "in fase di esame e valutazione" presso l'ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) e perciò non è ancora approvata. 
Spiace infine che Roberto Vannacci, che ha più volte partecipato ad iniziative, convegni ed eventi promossi e organizzati da Nazione Futura, abbia imitato il nostro nome e il nostro simbolo per la sua iniziativa politica.  
Contestualmente l'Associazione "Nazione Futura" ha aperto il tesseramento 2026 con lo slogan "Leali e coerenti" sottolineando come il nostro collocamento sia nell'area culturale e politica del centrodestra e ritenendo ogni iniziativa che da destra nasce al di fuori dell’attuale coalizione di governo un favore alla sinistra.  
Abbiamo appreso di numerose persone che, deluse da Vannacci, stanno abbandonando la sua associazione "Il mondo al contrario" e ci rivolgiamo a loro: iscrivetevi all'Associazione "Nazione Futura", una comunità fondata sui valori di lealtà e coerenza, che uniscono anzichè dividere.

Il presidente Francesco Giubilei - Il vicepresidente Ferrante De Benedictis - Il direttivo nazionale 
 
Non si intende ovviamente commentare qui ogni giudizio di natura politica, restando ogni soggetto nel pieno diritto di esprimere valutazioni in termini di "lealtà" e "coerenza", come pure sul rapporto tra "ogni iniziativa che da destra nasce" e la coalizione politica che oggi esprime il governo. Si conferma il diritto di un soggetto collettivo a non farsi identificare con altri soggetti e a contenere il rischio di perdere iscritti e simpatizzanti (cogliendo anche l'opportunità di farsi conoscere a un pubblico più ampio), senza che però questo crei di per sé diritti su nomi e fregi. Anche il fatto che in passato Roberto Vannacci abbia "più volte partecipato ad iniziative, convegni ed eventi promossi e organizzati da Nazione Futura" non è, di per sé, sufficiente a integrare una condotta che potrebbe dirsi dolosa - e forse nemmeno colposa - sulla scelta di un nome o di un emblema politico, anche se indubbiamente qualunque persona può considerare anche quell'elemento per formare un proprio giudizio personale (non importa di quale segno) sull'iniziativa di Vannacci. Il resto del comunicato merita invece di certo più attenzione.
Innanzitutto pare utile segnalare che il logo di Nazione Futura è stato anch'esso depositato come marchio europeo, a nome di Francesco Giubilei, il 29 gennaio scorso, dunque dopo l'emersione del deposito da parte di Vannacci: questo, ovviamente, non significa che prima il simbolo non fosse stato usato, avendo caratterizzato dal 2017 - nelle sue due successive versioni - l'attività dell'associazione - think tank. Le categorie per cui si è richiesta la registrazione in parte coincidono con la domanda di Vannacci: sono identiche, in particolare, le categorie di beni e servizi n. 16 (Adesivi in plastica per la cartoleria o per uso domestico; Nastro adesivo di carta; Carta e cartone; Carta per stampa offset per opuscoli; Immagini; Immagini sotto forma di disegni; Immagini sotto forma di fotografie stampate; Impressioni grafiche; Rappresentazioni grafiche; Bandiere di carta; Bollettini di informazione; Carta da giornale; Circolari; Comunicati stampa stampati; Copertine in carta per libri; Giornali; Libretti; Libri; Libri commemorativi; Libri d'informazioni; Libri di testo; Libri manifesto; Libri manoscritti; Libri, riviste, quotidiani stampati e altri mezzi di comunicazione su carta; Libri regalo; Periodici; Pubblicazioni anche pubblicitarie; Manifesti pubblicitari"), 35 (Servizi pubblicitari, di marketing e promozionali; Servizi di pubblicità politica; Relazioni pubbliche; Servizi di relazioni con i media) e 41 (Pubblicazione, comunicazione e redazione di testi; Consulenza editoriale; Creazione [redazione] di podcast; Diffusione di notizie tramite agenzie di stampa; Editoria multimediale e musicale; Giornalismo; Informazioni in materia di editoria; Microeditoria; Pubblicazione di libri; Conduzione e organizzazione di convegni, seminari e congressi; Fornitura di informazioni su eventi congressuali; Organizzazione d'esposizioni per scopi culturali o educativi; Organizzazione di attività ludiche; Coaching e formazione per dibattiti politici). Manca la categoria 25 (Magliette; T-shirt; Felpe; Abbigliamento), mentre è stata indicata la 45 (Servizi nell'ambito della politica; Consulenza politica; Servizi d'informazione e comunicazione politica; Ricerca e analisi politica; Organizzazione di manifestazioni e riunioni politiche; Servizi di lobbying politica; Consulenza in materia di campagne politiche).
Ovviamente, se si parla di date, è facile notare che l'atto di deposito della domanda di marchio europeo da parte di Nazione Futura (del 29 gennaio) è diverso dall'atto di opposizione (del 2 febbraio) alla registrazione delle due domande di marchio presentate da Vannacci, entrambe risultanti - come correttamente indicato nel comunicato del 2 febbraio - in corso d'esame e (con riguardo a quella grafica) "pubblicata per opposizione" (dunque per permettere a eventuali avento diritto di opporsi alla registrazione, come ha reso noto di aver fatto Nazione Futura. Secondo l'associazione, il regolamento Ue 2017/1001 sul marchio dell'Unione europea verrebbe in soccorso, con particolare riguardo all'art. 8, par. 4: "In seguito all'opposizione del titolare di un marchio non registrato o di un altro segno utilizzato nella normale prassi commerciale e di portata non puramente locale, il marchio richiesto è escluso dalla registrazione se e in quanto, conformemente a una normativa dell'Unione o alla legislazione dello Stato membro che disciplina detto segno: a) sono stati acquisiti diritti a detto contrassegno prima della data di presentazione della domanda di marchio UE, o della data di decorrenza del diritto di priorità invocato per presentare la domanda di marchio UE; b) questo contrassegno dà al suo titolare il diritto di vietare l'uso di un marchio successivo". Nazione Futura non risulta essere un marchio registrato in Italia, ma è certamente un segno "di portata non puramente locale"; più difficile appare riscontrare l'uso nella "normale prassi commerciale", anche se non può escludersi che l'uso in ambito politico possa in parte rientrare in quel settore (sul punto si tornerà più tardi).
Per l'associazione Nazione Futura il nome che Vannacci intende utilizzare "è privo del requisito della novità e della distintività", essendo "composto dalle medesime componenti verbali del segno preesistente 'Nazione Futura', semplicemente invertite nell'ordine" e sarebbe "idoneo a generare confusione nel pubblico, specie se i segni sono identici o altamente simili e coprono ambiti di attività sovrapponibili" (quello politico nell'area della destra). Il ragionamento non è privo di pregio, vista la delicatezza della nominazione in ambito politico, ma non sembra inutile considerare anche altri aspetti. Proprio nella politica, infatti, i concetti di novità e capacità distintiva finiscono per essere molto sfumati, soprattutto perché è impossibile concepire l'esclusiva su determinate idee, ispirazioni e forme organizzative: questo vale senz'altro per l'uso di parole quali "partito", "movimento" o "lega" oppure per gli aggettivi come "popolare", "comunista", "socialista"; si è già ricordato come il concetto di "futuro" sia stato impiegato molto spesso in ambito politico-elettorale (come nome o come aggettivo) e lo stesso può dirsi per il concetto di "nazione" e ancor più per l'aggettivo "nazionale". 
Potenzialmente a ricevere di solito maggiore tutela è proprio l'uso combinato di determinate parole di per sé non originali, per cui a essere ritenuto dotata di capacità distintiva è la combinazione. Si tratta proprio di quanto rivendica Nazione Futura, quando sostiene che sono state usate nel segno di Vannacci le "medesime componenti verbali del segno preesistente [...] semplicemente invertite nell'ordine". Si tratta anche della ragione per cui alla fine del 2010 il tribunale di Roma aveva inibito ai Popolari liberali fondati da Carlo Giovanardi l'uso di quel nome perché ritenuto lesivo dei diritti dell'associazione Liberal popolari: "da un lato - si leggeva nella decisione - le denominazioni delle due associazioni sono composte da identici termini e, dall'altro gli scopi associativi sono analoghi, concernendo entrambi la promozione del dibattito nella cittadinanza in materia politico economica nell’area moderata, a cui storicamente si iscrive la cultura popolar-liberale, e il cittadino che culturalmente e politicamente si riconosce in tale area". Proprio quella decisione, tuttavia, aveva parlato di "identici termini" e questo non sembra un elemento da non tenere in considerazione: il concetto può essere indubbiamente simile e fare presa sulle stesse persone, ma formalmente "Futuro nazionale" non sembra del tutto sovrapponibile a "Nazione futura" (un conto è immaginare il futuro di uno Stato e della sua comunità, un conto è immaginare come potrà essere il concetto di nazione più avanti nel tempo). 
Nel 2021 sempre il Tribunale di Roma aveva - in sede di prime cure e di reclamo - accolto la domanda del Partito liberale italiano affinché fosse inibito ad altra formazione politica nata successivamente l'impiego della denominazione "Partito liberale europeo"; quando quella formazione, in seguito, ha assunto il nome di Partito degli Europei e dei Liberali, indicando sul simbolo l'espressione Partito Europei Liberali, non risulta che siano continuate vittoriosamente azioni legali e il simbolo è stato ritenuto ammissibile dal Viminale alla vigilia delle elezioni politiche del 2022. E, sempre in tema di diritti di esclusiva in materia di segni distintivi in ambito politico, non sembra inutile citare l'ordinanza con cui lo stesso Tribunale di Roma, a settembre del 2020, aveva respinto la domanda con cui Teofilo Migliaccio aveva chiesto di inibire a Gianluigi Paragone l'uso del termine Italexit, parte del nome dell'associazione fondata dal primo, del nome a dominio registrato e del marchio altrettanto registrato: per il giudice "Italexit" era "un concetto astratto non riconducibile immediatamente a nessuna forza politica" ma anzi poteva essere "comune anche a forze politiche appartenenti alla medesima area che però si presentano alle elezioni con denominaziono politiche e simboli diversi [...] pur mantenendo una assonanza in relazione alla medesima area politica di appartenenza".
 

Il marchio già registrato (ma scaduto)

Alla querelle con Nazione Futura, peraltro, Roberto Vannacci ha dovuto aggiungere anche un altro fronte problematico, svelato ieri sera da Franco Bechis sulla testata Open: egli ha scoperto, infatti, che il nome "Futuro nazionale" "è già stato registrato il 25 febbraio 2011 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese della Repubblica italiana. A depositarlo il 3 settembre 2010 fu un promotore finanziario di Giulianova, Riccardo Mercante. Tre anni dopo l'accettazione della registrazione Mercante si candidò con successo nel Movimento 5 stelle al consiglio regionale dell'Abruzzo, e per tutta la legislatura conclusa nel 2019 è stato consigliere regionale diventando anche capogruppo M5s". Bechis fa sapere che "il titolare del marchio 'Futuro nazionale' oggi non c'è più. Ad appena 50 anni ha perso la vita il 16 settembre del 2020 in moto scontrandosi con un’auto lungo la bonifica del Salinello. Dopo la morte il marchio è entrato nella successione ereditaria. Oggi la compagna di Mercante e i suoi due figli sono proprietari del nome. Il generale Vannacci dovrà quindi chiedere loro il permesso di utilizzare il nome del suo partito politico o fare una proposta economica agli eredi Mercante per acquistare il marchio regolarmente registrato".
Quel che ha scoperto Bechis è senz'altro corretto. Sembra però giusto rilevare che il marchio - di natura esclusivamente verbale, consistente "nella dicitura Futuro nazionale, che può essere riprodotta in qualsiasi carattere e dimensione" - depositato e registrato per la già citata categoria 41 della classificazione di Nizza, non risulta essere stato rinnovato alla scadenza decennale del titolo di privativa, guardando almeno al contenuto della banca dati dell'Uibm. Questo significa che il marchio registrato da Mercante, all'origine valido, al momento appare scaduto.
Questo, naturalmente, non significa in automatico che quel segno distintivo non abbia più valore: non è possibile sapere che uso ne sia stato fatto nel corso del tempo (prima o dopo la morte di Mercante), anche a prescindere da eventuali altri atti al momento non noti per prolungare la durata del titolo riconosciuto dalla legge. Certo è che, come marchio propriamente detto, sono sufficienti due anni trascorsi dalla scadenza del titolo per non vedersi contestata la novità in sede di nuova registrazione. 
 

Il problema della mossa del marchio

Entrambi i casi emersi in questi giorni, dunque, possono apparire come grattacapi di cui è utile che Roberto Vannacci e il suo staff si occupino, se non altro per evitare di dover affrontare conseguenze improvvise di portata non irrilevante, nell'ottica di un percorso politico formalmente appena iniziato. Potrebbe infatti non essere privo di conseguenze se Vannacci si dovesse trovare - al di là del "menefrego" divulgato due giorni fa via social - nella condizione di dover cambiare il proprio nome ad attività già iniziata, o a causa di un provvedimento di un giudice o per qualunque altra ragione, anche solo di opportunità (per evitare sul nascere intralci di qualunque natura).
Paradossalmente, tuttavia, la situazione si è almeno in parte complicata proprio per la scelta di cercare di proteggere il futuro simbolo vannacciano attraverso lo strumento del marchio d'impresa. Si è detto più volte su questo sito che è sempre più diffusa l'abitudine di trattare i potenziali simboli di partito (anche) come marchi, anche se i due ambiti sono profondamente diversi all'origine: aveva scritto il Tribunale di Roma nel 1999 (in una delle prime ordinanze emesse contro la Dc-Piccoli) che "Gli scopi che il legislatore si è prefisso al momento di dettare le norme destinate a regolare i rapporti tra gli imprenditori in funzione di un più rigoglioso sviluppo dell'economia nazionale non sono coerenti con la natura giuridica dei partiti politici così come delineata dalla Carta costituzionale". Vero è che il contesto politico è sempre più simile a un mercato - e non è una buona notizia, tranne che per chi fa ricerche o si occupa di marketing politico - ma fa sempre una certa impressione l'idea che qualcuno possa trattare come un prodotto un partito, un progetto politico o chi lo promuove (e come consumatori gli elettori o i simpatizzanti). In ambito politico, va detto, il miglior modo per tutelare un simbolo è utilizzarlo, perché più lo si usa e più se ne dimostra la titolarità, avendo ovviamente l'accortezza di non adottare un nome pressoché identico ad altri già esistenti o un simbolo troppo simile a qualcosa di piuttosto noto. A proposito, i problemi sembrano dati più dal nome che dal simbolo, il cui nucleo era descritto dall'entourage di Vannacci non come una variante della fiamma tricolore, ma come "due ali che ci fanno volare alto e un'onda che travolge": per quanto Nazione Futura abbia lamentato anche una somiglianza grafica, è facile notare che l'uso di un elemento tricolore su fondo blu accompagnato a un testo bianco è tutt'altro che originale in campo politico (basti pensare al simbolo del Popolo della libertà, col suo arcobalenino tricolore su fondo azzurro o blu), dunque il problema starebbe altrove.
Altrettanto vero è che un piano ancora diverso da quello del fregio politico e del marchio d'impresa è quello del contrassegno elettorale, cosa che peraltro Nazione Futura non è mai stata (almeno finora). Al momento non ci sarebbe alcun motivo di ritenere inammissibile il simbolo scelto per Futuro nazionale e nessun'opposizione in tal senso, da parte di alcun soggetto politico o para-politico esistente, se presentata, potrebbe avere successo. Forse, se tutto fosse rimasto in ambito politico-elettorale, il fregio politico avrebbe avuto il tempo di rafforzarsi e si sarebbe "blindato" anche sul piano giuridico; l'azzardo della mossa del marchio, tuttavia, si è subito scontrato con l'impiego del medesimo strumento. E tutto questo mentre nulla si sa ancora - né si può sapere - sui dettagli della legge elettorale che probabilmente sarà oggetto di discussione nelle prossime settimane, soprattutto con riferimento all'altezza dell'asticella da superare (leggi: sulla percentuale della soglia di sbarramento, in coalizione o "in solitaria") e, ancora prima, al numero di firme da raccogliere (sicuramente non ci sarà nessuna esenzione utile, nemmeno per via europea). Questi sono elementi che non possono lasciare indifferenti i drogati di politica, al netto di ogni commento dei principali esponenti leghisti o degli elettori dello stesso partito circa il progetto reso noto da Roberto Vannacci. Quanto alle sue dimissioni da europarlamentare invocate da più parti, a motivo della elezione sotto il simbolo della Lega, è appena il caso di ricordare che anche per i parlamentari europei vale l'assenza di vincolo di mandato; tra le poche certezze c'è che Vannacci non rimarrà senza gruppo parlamentare (dopo l'abbandono del gruppo Patriots), anche perché lo status dei deputati europei senza gruppo è particolarmente svantaggioso.

martedì 3 febbraio 2026

Fronte Verde, un nuovo arciere per i vent'anni d'attività

Formalmente raggiungerà il traguardo dei 20 anni di attività il prossimo 21 dicembre; il movimento politico Fronte Verde, però, si prepara già ora a festeggiare, intervenendo sull'elemento più visibile della propria immagine, vale a dire il simbolo. Un simbolo che, nelle sue varie evoluzioni - grafiche e nominali - è stato presente parecchie volte nelle bacheche del Viminale prima degli appuntamenti elettorali più importanti che hanno interessato l'Italia in questo periodo (anche se poi magari sulle schede si è visto molto di meno e solo a livello locale).
Il presidente nazionale, nonché principale fondatore, Vincenzo Galizia, rivendica "due decenni di battaglie per l’ecologia indipendente, la giustizia sociale e la sovranità dei popoli": non ha mai rinnegato il suo percorso precedente qualificabile come "di destra" (Msi, Gioventù nazionale della Fiamma Tricolore, Movimento idea sociale), ma ha sempre sottolineato di avere sviluppato una sensibilità ecologista fin dai tempi dei Gruppi di Ricerca Ecologica e di Fare Verde, che lo ha condotto alla fine del 2006 a fondare appunto Fronte Verde. 
Sembrano ormai piuttosto lontani i tempi in cui l'ingrediente principale del fregio era una freccia verde piegata a forma di "V", vista per la prima volta nel 2008 al Ministero dell'interno: l'anno dopo si tentò di sostituirla con un girasole su fondo verde, ma per l'ufficio elettorale nazionale presso la Cassazione il nuovo simbolo somigliava troppo al sole che ride dei Verdi (che si erano opposti all'ammissione) e finì ricusato, così si tornò alla freccia verde. Poco tempo dopo si passò dalla freccia verde a Freccia Verde, nel senso di Green Arrow, l'arciere dei fumetti dell'universo DC Comics: nel 2011 il disegno era effettivamente in stile comics (e in quel modo apparve nelle bacheche del 2013), ma poco dopo il disegno fu semplificato e la figura che tendeva l'arco divenne bionda-rossiccia, senza rinunciare a un cappello-feluca con penna, di colore verde (era la versione depositata al Viminale nel 2014 e anche nel 2018). L'arciere ha subito in seguito ulteriori modifiche, per cui nel 2019 - anno in cui Fronte Verde ebbe un'inattesa notorietà per la partecipazione di due sue candidate alla lista di Europa Verde - al Viminale finì la versione che guardava verso destra e avanti (ribaltata rispetto alla precedente) e con il nome schiarito. Alla fine del 2020, però, quell'elemento grafico venne lasciato da parte per essere sostituito da un globo terrestre blu e verde conformato a cuore, mutuato in parte dall'Alleanza ecologista indipendente francese: anche il nome venne temporaneamente cambiato in Più Eco, con l'idea di costruire un fronte ecologista indipendente più ampio rispetto al passato (e quel simbolo venne depositato nel 2022 in vista delle elezioni politiche, così come venne usato - insieme a quello del Partito pensionati + Salute - alle elezioni comunali di Fiumicino in appoggio a Mario Baccini, mentre nel 2013 e nel 2018 l'arciere aveva appoggiato Esterino Montino).
Quando però nel 2024, in vista delle elezioni europee, si è concretizzata la possibilità di finire davvero sulle schede a livello nazionale grazie all'affollatissima lista Libertà promossa da Cateno De Luca e dalla sua Sud chiama Nord, l'arciere è tornato, sia pure in una nuova versione - non troppo leggibile, a causa del contrassegno comune strapieno, ma comunque presente su tutte le schede d'Italia - con volto in primo piano celato in parte da un cappuccio e tutte le frecce nella faretra. Si tratta dell'immagine che ora è stata di nuovo leggermente modificata, togliendo il cappuccio all'arciere (che ora mostra la sua capigliatura rifinita) e sistemando le penne e le cocche delle frecce.
"L'arciere richiama l'immagine dell’eroe leggendario Robin Hood - spiega oggi Vincenzo Galizia -. In lui è rappresentata la giustizia e la difesa dei più deboli, la lotta per la libertà contro la tirannia. Dopo vent'anni di coerenza, questo simbolo racconta la nostra volontà di vivere a contatto diretto con la natura, proteggendola senza sopraffarla, proprio come chi abita la foresta e la difende con coraggio". Galizia rivendica come Fronte Verde abbia mantenuto per due decenni "la sua identità di movimento antisistema, lontano dalle logiche dei grandi blocchi di destra e sinistra, focalizzandosi sulla difesa della Natura e del Paesaggio, contro il nucleare, gli inceneritori e la distruzione del territorio; sulla giustizia sociale, dalla parte dei cittadini contro lo strapotere delle lobby finanziarie; su libertà e tradizione, proponendo una visione spirituale e identitaria dell'ecologismo, radicata nella cultura dei popoli. Celebrare vent'anni significa onorare il percorso iniziato in quel solstizio del 2006. Il nuovo emblema è la nostra freccia pronta a essere scoccata verso il futuro. Non siamo una moda passeggera, ma una forza radicata che continua a battersi per un mondo più giusto e naturale".

lunedì 2 febbraio 2026

Il "nuovo" Partito Comunista di Unità Popolare (di Marco Chiumarulo)

Un congresso, il 24 e 25 gennaio 2026, svoltosi a Roma presso il Centro Congressi Cavour, ha sancito la nascita di un nuovo soggetto politico, che si propone di aggregare ricomporre le diverse componenti comuniste presenti in Italia dopo anni di frammentazione e divisioni: il Partito Comunista di Unità Popolare (Pcup).
L’evento ha visto la partecipazione di decine di gruppi, militanti, lavoratrici e lavoratori provenienti da molte parti del Paese. Tra le realtà invitate figuravano anche Rete dei Comunisti, Partito comunista italiano, Partito comunista, Partito della rifondazione comunista, Partito dei Carc, Costituente comunista, Patria socialista, Potere al Popolo!, Fronte popolare e Militant. L'obiettivo dichiarato del percorso congressuale è la creazione di una piattaforma unitaria di lotta politica, sociale e culturale, fondata sulla centralità della classe operaia, sull’antimperialismo e sulla critica radicale al capitalismo contemporaneo. Il documento politico approvato pone al centro dell'azione del partito l'unità tra comunisti, l'unità delle forze che si oppongono a Nato e Unione Europea, guardando ai Brics come alternativa geopolitica, l'unità di chi vive del proprio lavoro e l'unità del popolo contro le élite
 

Il simbolo scelto 

Il simbolo del Partito Comunista di Unità Popolare si presenta come un emblema circolare, una forma che richiama l'idea di unità, totalità e appartenenza collettiva. Non è una scelta neutra: il cerchio - al di là dell'essere reso necessario dalla normativa e dalla prassi elettorale - è storicamente uno dei formati più utilizzati dai partiti comunisti e di massa, perché evoca una comunità compatta e solidale, priva di gerarchie visive interne. Il colore predominante è il rosso, utilizzato in maniera netta e senza sfumature: il rosso storico del movimento operaio e del comunismo internazionale. Al centro del simbolo campeggia la falce e martello, nella forma classica e immediatamente riconoscibile dei suoi elementi: la falce rappresenta il lavoro agricolo e contadino, il martello quello industriale e operaio. Accanto compare una stella rossa a cinque punte, simbolo del comunismo internazionale e della tensione verso un orizzonte di emancipazione universale. 
Elemento particolarmente significativo è la presenza delle strisce verde, bianca e rossa, inserite orizzontalmente all’interno del simbolo. Il richiamo al tricolore italiano non assume una funzione nazionalista, ma popolare, richiamando la tradizione del comunismo italiano e il suo radicamento nella storia sociale e politica del Paese. In effetti la struttura del contrassegno può ricordare in parte quella di Fratelli d'Italia (semicerchio superiore tinto del colore dominante e tricolore subito sotto, elemento grafico dominante inserito in un cerchio che copre parte degli altri due elementi), ma dal partito fanno sapere che si tratta semplicemente della soluzione grafica che "tra le varie opzioni è quella piaciuta di più", dal momento che sono state vagliate oltre 80 varianti possibili, con tanto di dicussione e votazione (anche sul nome stesso).
 

Il percorso fondativo 

Il congresso fondativo del Partito Comunista di Unità Popolare, svoltosi il 24 e il 25 gennaio scorsi, rappresenta soltanto l'ultimo atto di un percorso lungo e articolato, che ha visto la confluenza nel medesimo progetto politico del Movimento per la Rinascita Comunista, di Resistenza Popolare e di numerosi compagni e compagne privi di una precedente appartenenza organizzata. Lungo quel percorso sono state prodotte grafiche con la dicitura "Uniti per il Partito Comunista" che accostavano e univano i due fregi delle rispettive formazioni partecipanti al cammino comune. 
Il Movimento per la Rinascita Comunista (con falce, martello e stella gialli su fondo rosso e il nome su segmento bianco), a sua volta, nasceva dall’unione di Cumpanis, Interstampa, Movimento per la Rinascita del Partito Comunista Italiano, Comunisti Sicilia e altre organizzazioni locali di area marxista-leninista. Costituito l’11 novembre 2023 a Roma, aveva l’obiettivo di unificare le forze comuniste sparse, superare il settarismo e costruire un partito comunista strutturato; il movimento era guidato da Fosco Giannini, figura scelta all'unanimità anche come nuovo segretario del Partito Comunista di Unità Popolare. 
Resistenza Popolare
, invece, è stato un progetto politico di orientamento comunista nato nel 2024, con l'intento di unire comunisti, lavoratori e popolo attraverso il rafforzamento dell’organizzazione e un'azione di classe radicata nel conflitto sociale. Nel manifesto originario si leggeva che il progetto nasceva "dalla scissione di maggioranza dal Partito Comunista, con l'obiettivo primario di mantenere uniti in una progettualità comune compagni di tutta Italia che continuano a ritenere validi nei fondamentali i princìpi e il programma che ne hanno caratterizzato l’azione fino al IV Congresso del marzo 2023". Elemento grafico centrale era la stella rossa, stretta tra due mani stilizzate nere, con un accenno di ruota dentata e di spiga altrettanto nere.
 

L’obiettivo dei fondatori 

I fondatori del PCUP hanno dichiarato che nei prossimi mesi seguiranno iniziative pubbliche, manifestazioni e ulteriori dichiarazioni programmatiche, mentre il partito lavorerà per strutturarsi su scala nazionale. Il PCUP non intende essere semplicemente un altro soggetto della sinistra radicale, ma ambisce a diventare il luogo di incontro di tutte le energie comuniste italiane, provenienti tanto da gruppi storici quanto da nuove aggregazioni nate negli ultimi anni. 
La nascita del Partito Comunista di Unità Popolare segna così un nuovo tentativo di riunificare le forze comuniste sotto un'unica bandiera, in una fase storica caratterizzata da una profonda frammentazione politica e organizzativa della sinistra. Il PCUP sceglie di riaprire la questione comunista in Italia non aggiornando i simboli, ma rimettendoli al centro, come una linea di confine netta in un sistema politico che da anni ha smesso di scegliere.

sabato 31 gennaio 2026

Patto per il Nord, il nuovo volto di Pinamonte (con leone e "croce")

Nei giorni in cui si parla parecchio del nuovo simbolo depositato da Roberto Vannacci (Futuro nazionale) e molti si domandano che ne sarà della sua permanenza nella Lega per Salvini premier, non è sembrato inutile dare uno sguardo al mondo politico-partitico che si riconosce nello spirito leghista originario, ma - da tempo - non nella Lega attualmente in attività e a guida salviniana. Durante questo sguardo, è saltato all'occhio come il Patto per il Nord, federazione nata nel 2024, abbia modificato il proprio simbolo, peraltro proprio in corrispondenza del suo primo congresso, tenutosi il 15 e il 16 novembre 2025 al Teatro Nuovo di Treviglio (Bs). L'appuntamento è stato rilevante dal punto di vista della vita del partito, dal momento che ha confermato il progetto, ha indicato le cariche principali (presidente Roberto Bernardelli, segretario politico, Paolo Grimoldi, vicesegretari Jonny Crosio e Angelo Alessandri, tesoriere Giovanni Colombo, coordinatore delle consulte Giancarlo Pagliarini) e ha fissato, tra l'altro, l'obiettivo di essere presenti alle prossime elezioni nazionali e locali. Ma si è colta l'occasione per aggiornare anche il fregio del partito, visibile fin dall'inizio dell'assise nel suo nuovo aspetto sulla tribuna degli interventi.
Si tratta, va detto, di interventi grafici non sostanziali, che però a un occhio attento non passano inosservati. Innanzitutto è stata resa molto più sottile la circonferenza blu del simbolo, così come è stata alleggerita la scritta del nome (anche grazie all'uso di un carattere "bastoni" diverso dal Futura), tanto nella parte blu quanto in quella grigia. Soprattutto, però, è stato rivisto il disegno di Pinamonte da Vimercate, vale a dire la figura che era stata individuata come emblema del nuovo progetto politico del solo Nord.
"Innanzitutto - spiega il segretario Paolo Grimoldi, interpellato appositamente per questo sito - abbiamo confermato la nostra scelta di puntare sulla figura di Pinamonte: se su Alberto da Giussano ci sono varie letture, incluse quella che non sia mai esistito oppure che sia una figura che rappresentava i soldati, l'esistenza storica di Pinamonte è fuori di dubbio. Possiamo anzi considerarlo uno dei fondatori della Lega lombarda, perché fonti storiche testimoniano che sia andato col proprio cavallo nei vari territori per invitarli a giurare e ad aderire alla Lega lombarda, perché diversamente non ci sarebbe stata speranza per nessuno". La famosa concordia langobardorum. "Esatto. Al tempo in cui venne fondata l'associazione [costituita formalmente con atto notarile il 31 luglio 2024 dallo stesso Grimoldi, da Bernardelli, da Roberto Castelli e Francesca Losi, ndb] facemmo tutto un po' di corsa: prima facemmo elaborare il simbolo a partire da un'immagine di Pinamonte disponibile, allungandogli tra l'altro la spada; poi depositammo quel fregio come marchio [la domanda, accolta, risale al 24 settembre 2024, ndb] e il 13 ottobre ci fu l'iniziativa pubblica di presentazione a Vimercate. In vista del primo congresso, però, ci abbiamo tenuto a curare meglio il nostro simbolo e così ne abbiamo migliorati alcuni dettagli".
L'operazione di restyling, di cui si sarebbe occupato con alcuni collaboratori Lorenzo Olivari, sindaco di Quinzano (Bs), ha previsto, come si diceva, la revisione del disegno di Pinamonte, che ora è tutto basato sui colori blu e bianco. Spicca innanzitutto l'inserimento del leone di san Marco, nella sua versione da guèra (con una zampa anteriore sull'Evangeliario chiuso e l'altra che impugna uno spadino); "Abbiamo voluto integrare l'immagine di Pinamonte con i simboli principali del Nord - spiega Grimoldi -. Ovviamente è molto ben riconoscibile il riferimento alla Serenissima, ma sul petto abbiamo fatto inserire anche una sorta di croce di san Giorgio, che in qualche modo simboleggia tutta l'area occidentale del Nord, da Milano alla Liguria; il segno peraltro è condiviso anche da altri territori, a partire dal comune di Padova". Merita di essere segnalato che il disegno della croce non è immediatamente leggibile, e probabilmente nella descrizione non sarà indicato come tale, anche per scongiurare il rischio che qualche ufficio elettorale, nazionale o locale, le chieda l'eliminazione quale soggetto religioso ex art. 14, comma 7 del testo unico per l'elezione della Camera (o in base alle disposizioni dettate per le elezioni regionali o comunali).
Un osservatore attento, peraltro, potrebbe avere l'impressione che la nuova resa grafica di Pinamonte da Vimercate somigli nell'impostazione - volto bianco e blu, torace tendenzialmente bianco, scudo blu sul quale trova spazio anche il leone marciano, gambe e piedi in cui si alternano bianco e blu - al guerriero di Legnano che tuttora la Lega per Salvini premier adotta su concessione della Lega Nord. ... "Mi pare ovvio - precisa Grimoldi - che i due simboli non siano confondibili. Una formazione politica si chiama Lega per Salvini premier e il simbolo contiene Alberto da Giussano con la spada rivolta verso l'alto; l'altra si chiama Patto per il Nord e il simbolo contiene Pinamonte con la spada rivolta verso il basso. Indubbiamente si tratta di due personaggi entrambi riconducibili alla storia della Lega lombarda e può esserci qualche somiglianza grafica, ma sono comunque due personaggi diversi". Non c'è dubbio, ma sembra innegabile che le figure dei due simboli ora si somiglino di più rispetto a qualche mese fa, non trova? "Eh, se ci sono somiglianze grafiche, che posso farci... è un rischio che si può corre quando si propone la stilizzazione di una figura di un personaggio storico e non la raffigurazione veritiera come avevamo fatto all'inizio con Pinamonte, diventa quasi una scelta obbligata... In più la stilizzazione ci facilita anche la vita dal punto di vista della descrizione del contrassegno, che come lei sa dev'essere prodotta a ogni partecipazione elettorale; in ogni caso anche per la nuova versione del simbolo abbiamo fatto tutti i passaggi giuridici che erano necessari".
Pur configurdanosi come associazione-partito, Patto per il Nord continua a essere un'associazione "confederale" (sta scritto proprio nell'atto costitutivo e nello statuto), che unisce varie sigle e soggetti collettivi: "Siamo arrivati a 29 soggetti, tra associazioni, partiti, liste civiche, comitati e sindacati - spiega Grimoldi -. Ragione costitutiva dell'essere confederazione è che ogni soggetto che ne fa parte possa decidere se mantenere la propria struttura o meno, pur nella consapevolezza che sulla 'questione Nord' non si va da nessuna parte e non si può ottenere quasi nulla se ciascuno continua a mantenere la propria organizzazione autonoma, che a volte è molto circoscritta; qualcuno dei gruppi effettivamente si è di fatto sciolto in Patto per il Nord, altri hanno mantenuto una propria identità, anche per forza di cose, penso per esempio al Sindacato del Nord, che ha il suo quartier generale a Genova e che quando agisce come sindacato non agisce come partito".
Per chi segue con attenzione la politica italiana, il Patto per il Nord non è il primo tentativo di riorganizzare la "causa nordista" al di fuori della Lega (per Salvini premier): lo ha preceduto, soprattutto, Grande Nord, altra confederazione, promossa alla fine del 2017 da Roberto Bernardelli, Angelo Alessandri e altri leghisti di lungo corso; l'esito elettorale, tuttavia, sembra essere stato più contenuto rispetto alle attese iniziali. Questa volta ci sono premesse migliori? La domanda, ovviamente, è per Grimoldi, deputato dal 2006 al 2022, ma soprattutto coordinatore federale del Movimento Giovani Padani dal 2002 al 2011 e segretario della Lega Lombarda dal 2015 al 2021: "Potrei dirle che l'esito sarà diverso perché i contatti su cui possiamo contare oggi sono decisamente maggiori rispetto a quelli disponibili all'epoca di Grande Nord e abbiamo già coinvolto davvero molti sindaci, consiglieri, ex militanti e anche ex parlamentari leghisti, l'ultimo dei quali è Dario Galli, una figura di assoluta importanta in Lombardia che a gennaio ha scelto di aderire al Patto per il Nord; queste, però, a mio modo di vedere sono ragioni secondarie. Il motivo principale, che potenzialmente ci apre praterie, è che anche il meno attento tra gli elettori ha capito che quella di Matteo Salvini non è più la Lega; magari la vota anche e ne condivide le idee, ma si rende conto che quello è un soggetto politico diverso, che sconta varie contraddizioni. Dice che è contro l'Europa, poi però alle europee candida Aldo Patriciello, che di fatto può considerarsi amico di von der Leyen e che, quando c'è da votare contro di lei, 'perde la scheda' o perde l'aereo; dice di essere contrario all'invio alle armi all'Ucraina, ma ha votato dodici volte a favore sul punto; si dice sempre a favore della legittima difesa, ma questo principio non va bene quando un altro Stato vuole difendersi. Non dico cosa è giusto e cosa è sbagliato: mi limito a rilevare le contraddizioni nelle posizioni di quel partito e come me le può rilevare chiunque: noi invece abbiamo preso l'intero bagaglio valoriale della 'vecchia' Lega Nord e lo adattiamo alla situazione del 2026 letta attraverso un nuovo partito che vuole però conservare l'attenzione alla meritocrazia, a quella parte del Paese che lavora e ha lavorato, andando in pensione per anzianità e non per vecchiaia. Per questo posso dire che ovunque nel Nord c'è chi può dire: io ho sempre votato chi portava avanti queste idee che condivido, ora che quel partito di fatto non c'è più o continuo a votare un partito che ha quasi lo stesso nome ma sono sempre più insoddisfatto, o non voto più oppure contribuisco a costruire qualcosa di diverso. Quindi, come vede, lo spazio c'è e paradossalmemnte il miglior alleato del Patto per il Nord si chiama Matteo Salvini".
Proprio Salvini, pochi giorni fa, alla manifestazione "Idee in movimento" a Rivisondoli, ha detto: "Qualcuno ritiene che sia più garantito il suo seggio da altre parti? Vai, anche perché, sciocco, la storia insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla. Auguri, buon viaggio, senza rancore e col sorriso. Quantomeno risparmiate ai militanti e a chi vi ha eletto, montando il gazebo a gratis, il 'lungo e travagliato percorso di coscienza'. Dillo: 'Voglio la poltrona', auguri!" "Dire che chi esce dalla Lega finisce nel nulla significa trattare la Lega di Salvini come una questione di poltrone. La Lega era, è sempre stata altro: uno degli esempi che più si portava era quello dei forestali in Sicilia, che era irragionevole che fossero molti di più di quelli del Canada pagati coi soldi di tutti i contribuenti; il fatto che nel 2025 l'emendamento per stanziare più risorse per i forestali siciliani sia a firma della senatrice Lsp Valeria Sudano dà la misura di quanto la Lega attuale sia 'uscita dalla Lega', se vogliano dirla così. Lo stesso posso dire sull'aumento dei pedaggi o sulle risorse spostate da altre opere per finanziare il Ponte sullo Stretto di Messina e su molte altre questioni, per le quali la vecchia Lega avrebbe scatenato l'inferno, al di là di ogni calcolo elettorale". Sarà il tempo, e il responso delle urne, a dire se la sfida di Pinamonte da Vimercate, nella sua nuova versione, sarà stata vinta o almeno colta dalla base come i promotori del Patto per il Nord l'hanno voluta proporre. 

domenica 11 gennaio 2026

Alternativa popolare e Dimensione Bandecchi: vite parallele, e i simboli?

Il panorama politico italiano, come quello di molti altri paesi, non può mai intendersi come un corpo fermo e stabile, ma piuttosto come un'entità magmatica, in continua evoluzione. Vale per i cambiamenti "maggiori", cioè i più visibili, cui la maggior parte degli osservatori guarda, ma anche - se non soprattutto e innanzitutto - per i cambiamenti "minori", o tali ritenuti da qualcuno: per chi sente di appartenere ai #drogatidipolitica, infatti, sono proprio le microdinamiche che rischiano di sfuggire ad altri occhi a meritare più considerazione. Si può leggere in questo modo, dunque, il comunicato congiunto - diffuso ieri - di Paolo Alli e Stefano Bandecchi, che figurano tuttora rispettivamente quali presidente e segretario di Alternativa popolare, mentre il secondo in vista delle elezioni regionali dello scorso autunno (in particolare quelle della Campania) aveva concorso a fondare il partito Dimensione Bandecchi (Alli invece è anche segretario generale della Fondazione De Gasperi). Di seguito si riporta il testo integrale.
A seguito della creazione del nuovo partito "Dimensione", guidato da Stefano Bandecchi, si è valutata l’opportunità di separare il percorso politico del nuovo soggetto da quello di Alternativa Popolare, al fine di allargare l’ambito della proposta politica per gli elettori italiani, rivolgendosi a target differenziati.

È infatti evidente come vi sia una ampia fascia di elettorato deluso dalla politica che, attraverso una pluralità di proposte, è possibile riconquistare e riportare alle urne e alla partecipazione attiva all’impegno sociale e politico.

Con il 2026 inizia, perciò, un percorso parallelo delle due formazioni politiche, Dimensione e Alternativa Popolare.

È questo l’esito di oltre tre anni di storia che hanno visto dapprima Stefano Bandecchi alla guida politica di AP, partito al quale la sua presenza e la sua azione hanno consentito di rilanciarsi con la vittoria alle elezioni comunali di Terni e la successiva partecipazione alle elezioni europee del 2024 e, recentemente, la consapevolezza della necessità di costituire un nuovo laboratorio politico del quale lo scenario nazionale ha bisogno, per non restare fossilizzato sulle proposte oggi esistenti, per cui è nato Dimensione.

Sotto questo profilo, Alternativa Popolare continuerà a muoversi nel solco del popolarismo europeo, a partire dalla propria appartenenza al Partito Popolare Europeo, mentre Dimensione caratterizzerà la propria azione sulla base del principio e del valore della italianità.
La scelta di percorrere due strade parallele sembra rafforzata dalla decisione, datata 8 gennaio, di Stefano Bandecchi, "in vista delle elezioni politiche del 2027", di "affidare la segreteria nazionale del partito a Gianluca Di Liberti, imprenditore con una solida esperienza politica": Di Liberti, sui suoi canali social, peraltro risulta ancora essere, oltre che segretario di Dimensione Bandecchi, (anche) responsabile nazionale di Alternativa popolare "per i rapporti con le comunità LGBTQIA+l". La stessa nota diffusa da Bandecchi sul sito del partito da lui fondato cita anche l'avvocato Riccardo Corridore, che lo ha "coadiuvato nella fase di lancio del partito" e proseguirà il suo impegno come vicesindaco del comune di Terni (dunque come vicario dello stesso Bandecchi).
Della notizia diffusa - che riporta un tentativo interessante di "segmentare" il potenziale elettorato di riferimento, immaginando nuove presenze elettorali in coalizione - non possono sfuggire due dettagli non proprio irrilevanti sul piano "simbolico". Innanzitutto il sito di Alternativa popolare continua a riportare in testata la versione del simbolo contenente il riferimento a Bandecchi, ma la nota congiunta è stata abbinata al contrassegno impiegato nel 2024 per le elezioni europee, contenente nella parte inferiore il simbolo ufficiale del Partito popolare europeo cui Ap appartiene (cosa che, com'è noto, ha consentito al partito di presentare proprie liste senza sottostare al pesante onere della raccolta delle firme, sia pure a seguito della riammissione - in quattro circoscrizioni su cinque, tolta la circoscrizione Sud in cui la lista era stata ammessa già in prima battuta - da parte dell'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo presso la Corte di cassazione). Il cognome di Bandecchi, dunque, in quel caso non si vede più (così come non ha mai fatto parte del simbolo ufficiale del partito, così come modificato dopo la scelta - dell'assemblea nazionale del 18 marzo 2017 - di abbandonare definitivamente il nome Nuovo centrodestra: la descrizione dello statuto contiene solo il nome del partito attraversato dal cuore giallo senza scritte, non anche il fregio ufficiale del Ppe).
Secondariamente, lo stesso comunicato cita per ben quattro volte il nuovo partito fondato da Stefano Bandecchi come Dimensione, senza citare il cognome del fondatore. Difficile dire, al momento, se questo preluda alla sparizione del cognome dal simbolo del partito, anche perché questo, tanto nello statuto quanto nell'atto costitutivo - uno dei pochi casi in cui è possibile disporre del documento fondativo di un soggetto politico-giuridico: l'atto è datato 22 settembre 2025 e Bandecchi è tra i fondatori, insieme a Corridore e Pierpaolo Palanti - figura tanto nella denominazione del partito ("Dimensione Bandecchi"), quanto nella descrizione ufficiale del simbolo ("cerchio con il bordo esterno di colore rosso. Il fondo interno del cerchio è di colore blu. Nella metà superiore del cerchio è presente la scritta DIMENSIONE in stampatello maiuscolo di colore bianco e sotto ad essa la scritta BANDECCHI, di dimensioni maggiori, in stampatello maiuscolo e di colore giallo. Dal margine inferiore del cerchio si estendono da sinistra verso destra tre frecce stilizzate, la prima da sinistra è di colore verde, la seconda di colore bianco e la terza di colore rosso. La coda della freccia rossa copre la parte inferiore del cerchio").
Da qui alle prossime elezioni - che si tengano nel 2027 come previsto o che, a dar retta ad alcuni articoli usciti anche oggi su qualche giornale - di certo ci saranno evoluzioni, nella guida di quegli stessi partiti e nei loro simboli: nessuno, al momento, è in grado di prevedere cosa finirà nelle bacheche del Viminale, ammesso che quelle fisiche in metallo e plexiglass esistano ancora... 

giovedì 8 gennaio 2026

Le nuove vicende del Partito liberale italiano (e il "diritto dei partiti")

Non sono ancora trascorsi dieci giorni del nuovo anno e già si profilano nuove questioni rilevanti di "diritto dei partiti". Una di queste, con tutta probabilità, riguarderà il Partito liberale italiano. Nella giornata di oggi, infatti, è stato diffuso un comunicato stampa relativo alla ripresa delle attività del gruppo che il 4 luglio aveva programmato di celebrare il XXXIII congresso a Roma, alla Sala Capranichetta dell'Hotel nazionale, salvo poi scegliere di non tenere l'assise prevista dopo un pronunciamento del Tribunale di Roma (di cui si era parlato nei mesi scorsi). Di seguito si riporta per intero il testo diffuso e ricevuto, per poi offrire dopo altri elementi e qualche riflessione, soprattutto di natura giuridica.
Sabato 13 dicembre 2025 si è tenuto a Napoli, nella sede della Fondazione Aillaud, il Consiglio Nazionale del Partito Liberale Italiano, organo promotore e organizzatore dell'azione politica del Partito. 
Il detto Consiglio Nazionale concludeva il percorso intrapreso con il XXXIII Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano, tenutosi in data 04.10.2025, in seguito alla sua riconvocazione, disposta dopo che l’appuntamento originariamente fissato per il 04.07.2025, veniva rinviato per "gravi motivi" (come previsto dallo Statuto), alla luce delle ultime vicende giudiziarie che hanno riguardato il partito. 
Il Consiglio Nazionale ha provveduto al rinnovo di tutte le cariche rappresentative del partito; ha eletto la Direzione Nazionale e gli altri organi monocratici. I napoletani Piero Cafasso e Marco D’Amico sono rispettivamente il nuovo Segretario e il nuovo Presidente nazionali, Diego Di Pierro di Voghera è il Coordinatore Nazionale organizzativo e il comasco Davide Belli il Presidente del Consiglio Nazionale. 
Il neo eletto Segretario Nazionale Cafasso, ha illustrato le linee programmatiche che informeranno l'azione politica del PLI: la riforma sanitaria in primis, per combattere la lottizzazione politica nella gestione del nostro servizio sanitario nazionale, una riforma fiscale per semplificare un fisco oppressivo e burocratico, l’abolizione della riforma del Titolo V della Costituzione con una graduale soppressione dell'Ente Regione, la regolamentazione della prostituzione e la salvaguardia delle libertà dei cittadini messe a dura prova dagli sprechi nella gestione della cosa pubblica e dall’iper regolamentazione dilagante.
In particolare, a norma dell'art. 17, comma 8 dello statuto del Pli, "Il Congresso Nazionale, una volta convocato, può essere rinviato per non più di tre mesi solo per gravi motivi, in tal caso non sarà necessario rinnovare le procedure per l’elezione dei delegati". A quanto si apprende, al rinvio avrebbe provveduto il presidente del consiglio nazionale uscente (nonché presidente dell'assemblea congressuale) Diego Di Pierro: egli avrebbe poi cercato di contattare Stefano De Luca (quale presidente da ritenere ancora in carica sulla base delle ordinanze del Tribunale di Roma emesse tra il 2023 e il 2024) per sollecitare la (ri)convocazione del congresso, auspicando l'individuazione di una data condivisa. In mancanza di riscontro, lo stesso Di Pierro avrebbe provveduto a riconvocare i delegati già convenuti il 4 luglio a Roma per il 4 ottobre dello scorso anno - volendo rispettare il termine di tre mesi indicato dalla citata disposizione statutaria - scegliendo però di tenerlo non in presenza, ma con una riunione in forma telematica.
L'evento congressuale così convocato si sarebbe tenuto, come si evince dal comunicato (e, a quanto si apprende, con la commissione di verifica dei poteri e l'ufficio di presidenza nella stessa composizione prevista per l'evento di luglio), e si sarebbe concluso con l'elezione del consiglio nazionale, dalla consistenza di 57 membri. Durante la prima riunione dell'organo - quella svoltasi a Napoli il 13 dicembre scorso, come riportato dal comunicato diffuso - si sarebbe provveduto all'elezione delle cariche indicate dall'art. 18 dello statuto. Pie(t)ro Cafasso, indicato come nuovo segretario nazionale, aveva già operato come segretario regionale in Campania durante il periodo in cui Roberto Sorcinelli aveva agito come segretario nazionale del Pli.
I passaggi compiuti tra ottobre e dicembre avrebbero concluso, secondo il comunicato, il percorso che si era interrotto lo scorso luglio. Non è difficile immaginare, tuttavia, che quegli stessi fatti saranno al centro di un nuovo contenzioso giuridico con il citato Stefano De Luca e Grazio Trufolo che agiscono nelle qualità di presidente e segretario del Pli a seguito del XXXIII congresso celebrato il 27-28 giugno dello scorso anno e ritengono di fondare la propria attività sulla base delle pronunce del Tribunale di Roma emesse fin qui e che possono considerarsi efficaci; nuove contese sulla rappresentanza del partito - e, di fatto, sulla spendibilità del simbolo - sembrano dunque profilarsi, potenzialmente avviabili da entrambe le compagini interessate dalla vicenda in questione.
Questo sito, ovviamente, per ora si limita a dare notizia di ciò che accade e ad attendere gli sviluppi che con ogni probabilità ci saranno e di cui, qualora fossero disponibili documenti utili, si darà adeguatamente conto: pur senza esprimere valutazioni nel merito, si può rilevare che le questioni legate alla "democrazia nei partiti" (cioè al rispetto delle regole statutarie/interne e delle norme applicabili alle associazioni non riconosciute) continuano ad avere un rilievo tutto meno che trascurabile, tanto in formazioni che si richiamano a lunghe e consolidate storie politiche (ed è il caso del Pli, ricostituito nel 1997 ma con radici ben più profonde), quanto in soggetti politico-giuridici di più recente costituzione. E, per questa ragione, occorre prestare l'attenzione che tali questioni meritano.

martedì 6 gennaio 2026

Fiamma tricolore, tra origini ufficiali e (possibili) ascendenti

Nemmeno a farlo apposta, come ideale seguito del post di tre giorni fa, in cui si diceva che all'inizio del nuovo anno non mancano questioni simboliche da affrontare, si è riaccesa - è il caso di dirlo - la discordia sulla fiamma tricolore. La scintilla, se si vuole, è stata la scoperta tardiva di un post di Riccardo Pescante, vicedirettore di Rai Sport. in cui una raffigurazione di quella fiamma era accompagnata alla didascalia "26 dicembre 1946. Le radici profonde non gelano". Il post - che ora è visibile solo grazie agli screenshot fatti in precedenza, visto che il profilo di Instagram del giornalista è stato reso privato - ha fatto divampare varie polemiche politiche. Di queste è giusto che si occupino i media; in questo spazio, semmai, è interessante cercare di analizzare l'immagine diffusa e contestualizzarla, per quanto possibile.
Innanzitutto, di che fiamma si parla? Quella del Movimento sociale italiano, ovviamente, ma quale esattamente? Chi avesse potuto visitare nel 2017 la mostra Nostalgia dell'avvenire (promossa dalla Fondazione Alleanza nazionale) o si fosse limitato anche solo a scorrere alcuni dei manifesti o dei materiali di propaganda prodotti dal Msi nel corso degli anni, infatti, avrebbe notato con facilità che il simbolo in questione ha avuto varie raffigurazioni, anche piuttosto diverse tra loro, dunque non è inutile cercare di capire a quando risalga la grafica diffusa. A guardare bene l'immagine, in particolare la traccia di un timbro rosso alla destra della fiamma, la si indentifica esattamente nel manifesto conservato dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e visibile in rete. La base trapezoidale da cui parte la fiamma, di colore rosso, contiene la traccia (bianca) di un altro trapezio e la sigla "MSI" senza punti.
Non è difficile notare qualche differenza rispetto al contrassegno elettorale impiegato alle elezioni politiche del 1948: al di là della riproduzione in bianco e nero, com'era rigorosamente prevista allora, la forma della fiamma era più "stretta" e dritta, anche se i "denti" delle parti verde, bianca e rossa erano praticamente uguali; la differenza più marcata riguardava la sigla, proposta con un tratto bianco molto sottile e con il punto dopo le prime due lettere. Quello stesso emblema era finito sulle schede elettorali delle amministrative celebratesi nel 1947 a Caserta (21 settembre), Roma (12 ottobre) e Campobasso (30 novembre).
Il fregio, tuttavia, al tempo della nascita del Movimento sociale italiano - il 3 o il 26 dicembre, a seconda che si scelga il primo momento informale o quello della formalizzazione - non esisteva. Lo raccontava, tra l'altro. lo stesso Giorgio Almirante, nella sua Autobiografia di un "fucilatore" (Edizioni del Borghese, 1973):
Faccio un balzo indietro di molti anni e rivedo la mia gente come la riconobbi all'indomani della guerra civile e della latitanza: la gente che salì le scale di corso Vittorio numero 24, a Roma, per la prima riunione indetta dal Movimento Sociale Italiano. Era il gennaio 1947, il MSI era appena stato fondato, nessuno lo conosceva. Si può dire senza ironia che neppure noi lo conoscevamo, noi i fondatori e primi dirigenti. [...] Io non so chi fossero i sessanta o settanta partecipanti alla prima riunione indetta dal neonato MSI e dal sottoscritto quale segretario del neonato MSI, in corso Vittorio numero 24. So che avevamo affisso un piccolo avviso dinanzi al portone; so che erano stati pubblicati, qualche giorno prima, gli orientamenti programmatici che fino al 1948, campagna elettorale politica e poi primo congresso del partito, a Napoli, costituirono tutto il nostro programma; so che l’ingresso era libero; so che fino all’ultimo paventammo che non venisse nessuno; so che ci parve un miracolo quella modesta affluenza di pubblico [...]. Non c'erano persone importanti. Il partito aveva soltanto un nome, non aveva ancora un simbolo, tanto meno aveva una tessera. Ricordo che, nella mia piramidale ingenuità e nella mia totale incompetenza in fatto di partiti, ero a quell’epoca contrario all'adozione di una tessera. Era ancor fresco, o piuttosto era bruciante il ricordo delle tessere strappate e dei distintivi celati dopo il 25 luglio e l'8 settembre. Ignoro, pertanto, se da quel primo gruppetto di ascoltatori siano più in là emersi altrettanti iscritti al nostro partito. Probabilmente no. Ma si trattava, senza alcun dubbio, della mia gente; non perché condividesse un pensiero politico che largamente era ancora inespresso, ma perché sentiva la necessità spirituale di un incontro: di un incontro diverso da quello che già in quei primissimi anni la rinata democrazia aveva saputo offrire.
Proprio la sede di Corso Vittorio a Roma, peraltro, sarebbe stata teatro - in qualche modo - della nascita del simbolo del partito, proprio in vista delle elezioni amministrative del 1947 ricordate sopra. Così Adalberto Baldoni racconta, nel suo libro Destra senza veli (Fergen, 2018), la nascita del simbolo del Movimento sociale italiano (il testo è riportato col consenso dell'editore, Federico Gennaccari): 
Il simbolo del nuovo partito viene ideato nel settembre 1947, prima delle elezioni comunali di Caserta e di Roma, in modo casuale e singolare. Un giorno, scendendo le scale della sede centrale di Corso Vittorio, Giorgio Almirante incontra un mutilato di guerra che gli dice: "Segretario, ce l'hai il simbolo? Scegli la fiamma tricolore che è il simbolo dei combattenti". Almirante rimane perplesso. Risale le scale, entra nel suo studio e traccia su un foglio la bozza di una fiamma. Pochi giorni dopo la fiamma tricolore appare per la prima volta sui muri della capitale. 

Antonio Mazzone ricorda che, per il simbolo, [Giovanni] Roberti coinvolse un suo amico, il pittore Emilio Maria Avitabile (poi autore anche del simbolo della Cisnal), chiedendogli di immaginarne uno. L'artista preparò un bozzetto, raffigurante una fiamma e una persona, che venne inviato al direttorio chiamato a scegliere il simbolo. "Il direttorio scelse la fiamma. Allora [Giovanni] Tonelli inviò una lettera a Roberti per comunicargli che avevano scelto la fiamma come simbolo del partito. Roberti diede la lettera al pittore. Quando poi uscì fuori la versione di Almirante, scrissi al segretario del partito e mia moglie, figlia di Avitabile, diede la lettera di Roberti ad Almirante che avrebbe dovuto correggere la sua iniziale versione. Purtroppo non ne fece una copia ed Almirante non solo non corresse la versione ma non restituì nemmeno la lettera".
In Rete si trovano varie immagini di una cartolina che si fa risalire ai primi anni '50 e che riproduce un manifesto realizzato da Emilio Maria Avitabile: non è dato sapere se questa sia esattamente l'immagine di cui parla Baldoni, chiesta da Roberti (tra i promotori del partito) al pittore nato a Catania nel 1910 e morto a Napoli nel 1989 ma di certo questa occupa un posto rilevante nell'iconografia del Msi; di più, l'episodio richiamato da Baldoni nel suo libro conferma che, con riguardo alle origini dei simboli storici delle forze politiche italiane, non c'è mai piena concordanza o certezza sulla loro esatta genesi.
La fiamma tricolore, com'è noto, si è conservata anche dopo la svolta del 1994, prima ridotta all'interno del simbolo di Alleanza nazionale (ma sempre con la base trapezoidale con la sigla Msi, anche perché senza "quella sembrerà la fiamma del Pibigas. Si ricorda, le bombole Pibigas? Ma per carità!", come disse Raffaela Stramandinoli, nota come "donna Assunta Almirante" a Sebastiano Messina della Repubblica - nell'edizione del 27 settembre 1994 -  preoccupata che il residuo del fregio diventasse "uno specchietto per le allodole"), poi reinserita nel simbolo di Fratelli d'Italia (prima microscopica all'interno della "pulce" di An, poi privata della base nell'attuale versione del fregio).
Se le origini della fiamma del Msi si famno risalire al riferimento ai combattenti (e non di rado ci si riferisce agli Arditi, anche se le loro "fiamme" - sia intese come mostrine, sia pensando al fregio del X Reggimento arditi - avevano tutt'altra forma, non è inutile ricordare che il concetto di fiamma tricolore era già presente in precedenza, peraltro non solo in Italia. Si prenda, per esempio, l'immagine del Rassemblement National Populaire, partito francese del 1941 dell'area "collaborazionista" (che avrebbe concorso al governo di Vichy: al centro della sua iconografia c'era una tripla fiaccola, con le fiamme rispettivamente tinte di blu, di bianco e di rosso. Si tratta ovviamente di un'immagine diversa rispetto alla fiamma tricolore che il Front National di Jean-Marie Le Pen avrebbe fondato nel 1972, impiegando una fiamma pressoché identica a quella del Msi (il cui uso - con il blu al posto del verde - "era stato evidentemente concordato con Almirante", come ha ricordato lo scorso anno Marco Tarchi, nel suo libro scritto con Antonio Carioti Le tre età della Fiamma, pubblicato nel 2024 da Solferino). Il significante-significato della fiamma e il tricolore nazionale erano comunque stati accostati.
Tornando all'Italia, merita di essere considerata l'immagine del manifesto pubblicitario - conservato sempre dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e indicatomi, come il precedente, da Roberto D'Angeli, autore di un importante studio sul Partito fascista repubblicano e osservatore attento di questo sito - che caratterizzò, nel 1939, la prima mostra di Leonardo da Vinci e delle Invenzioni, realizzata a Milano al Palazzo dell’Arte (quello della Triennale): l'illustrazione, realizzata (almeno) l'anno precedente da Giorgio Muggiani, morto nel 1938, era dominata dalla figura di un uomo che stringeva in mano una fiaccola protesa in avanti, mentre la fiamma - piegata all'indietro - si tingeva dei colori della bandiera (il verde più vicino alla fiaccola, il bianco al centro e il rosso nella parte frastagliata). L'idea della fiaccola con il tricolore nel fuoco, com'è noto, sarebbe stata ripresa dal fregio che ha caratterizzato per anni il Fronte della Gioventù (il soggetto, come ricorda sempre D'Angeli, era già stato usato nel 1947 dal Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori, organo del Msi, poi confluito con la Giovane Italia nel FdG), per poi essere reinterpretata dalla Destra - il partito di Francesco Storace - sia pure in una diversa lettura grafica.
Si può, volendo, risalire ancora più indietro. Chi scrive, infatti, ha ricevuto in questi giorni da Maurizio Mengana un disegno - da lui acquistato di recente - datato 1936 e attribuito all'artista Bruno Tano (Padova 1913 - Macerata 1942): vari elementi sono da Mengana ricondotti alla Mostra della Rivoluzione fascista tenutasi al Palazzo delle Esposizioni dal 1932 al 1934 e ripetuta nel 1937 e al centro spicca un braciere - quasi olimpico, visto che il 1936 era l'anno dei giochi a Berlino - con una fiamma, rappresentata proprio come tricolore.
Naturalmente con ciò non si sostiene affatto che la fiamma, e in particolare la fiamma tricolore sia un segno chiaramente e inequivocabilmente fascista. Si pensi alla fiamma a varie cuspidi contenuta nel simbolo di Giustizia e libertà, come alla fiaccola accesa - con fiamma che si sviluppa in orizzontale - del Partito repubblicano italiano, visibile su alcune tessere antecedenti e successive alla seconda guerra mondiale (1923 e 1946, per fare qualche esempio). Le immagini viste, al pari di altre che si possono individuare, mostrano però che quel tema grafico era utilizzato anche in quell'ambito (assieme ad altri), come pure in altri contesti nazionali, e ha probabilmente lasciato un segno tale da farsi presente a chi è stato chiamato a creare il simbolo del Msi, in vista delle prime elezioni.

domenica 4 gennaio 2026

Riflessioni d'inizio anno sul (valore del) simbolo del MoVimento 5 Stelle

Inizia un nuovo anno e, lo si voglia o no, questioni simboliche emergono o si fanno presenti, pur restando sotto traccia. Non solo perché si voterà in vari comuni, alcuni dei quali importanti (come Venezia e i capoluoghi di provincia Macerata, Arezzo o Reggio Calabria) e per le suppletive nel collegio della Camera Veneto 2 - P01 -  U01 (quello di Rovigo) lasciato libero da Alberto Stefani dopo l'elezione a presidente della giunta regionale veneta (oltre che per il referendum costituzionale in materia di giustizia, senza voler in questo momento immaginare rischi di ritorni anticipati alle urne anche per il Parlamento, sebbene sui quotidiani in edicola oggi siano stati paventati). Ma anche perché all'interno di alcune forze politiche e del loro mondo ed elettorato di riferimento sembra non spegnersi mai una certa inquietudine di fondo, che porta a tenere accesa l'attenzione su alcuni temi, che a volte riguardano pure i segni distintivi in cui le rispettive comunità politico-elettorali si riconoscono.
Cosi non è passato inosservato il post con cui Beppe Grillo ha marcato il passaggio al 2026, lamentando davanti a sé "un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi", all'interno di "un Paese che si è abituato a tutto, all'ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio". Una situazione che ha portato Grillo, dopo molte parole pronunciate, urlate e miste a risa, a scegliere di rimanere "in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore", sentendosi "in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite". Alla fine di "un anno di sottrazione…che ha tolto più di quanto abbia dato" e "ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare", Grillo nota - parlando di giustizia, con tutta probabilità con riferimento alla propria esperienza - "esistono ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo, insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto". Il tutto mentre - e qui l'attenzione si concentra ancora di più - "la politica continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi".
Mentre Grillo inizia il nuovo anno rimanendo "a guardare e a pensare… In silenzio, perchè è la forma più elevata di presenza" e a ricordare, "perché dimenticare resta il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori", è quasi inevitabile chiedersi se, mentre altri simboli cambiano (quelli di altri partiti), nel 2026 ci si debba attendere qualcosa su quello del MoVimento 5 Stelle, in vista delle prossime elezioni e, più in generale, delle evoluzioni del quadro politico italiano. La premessa è che - salvo che non sia sfuggito qualcosa - nulla si sa delle evoluzioni dell'eventuale azione legale di cui si era parlato a giugno, quando i media (in particolare il Corriere della Sera con un articolo di Emanuele Buzzi) avevano fatto sapere che Grillo si sarebbe rivolto al costituzionalista Giulio Enea Vigevani, professore presso l'Università di Milano Bicocca e al processualcivilista (e docente a contratto presso lo stesso ateneo) Matteo Gozzi. Sulla questione non si è espresso Grillo (che nel suo messaggio ha sentenziato "Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo"), ma ieri ben due quotidiani hanno ospitato un'intervista a Danilo Toninelli, deputato dal 2013 al 2022, tra le figure più note della prima stagione del MoVimento 5 Stelle, anche per le sue proposte in materia elettorale (si pensi alla possibilità di introdurre le "preferenze negative"). Fa tuttora parte del collegio dei probiviri del M5S guidato da Giuseppe Conte, ma "non sono più probiviro nei fatti dall’assemblea costituente di Conte", ha precisato al Foglio, intervistato da Gianluca De Rosa. Oggi si occupa di tutt'altro, in particolare di salute mentale: "Da una mia idea, insieme alla competenza clinica di Anna Sari e al lavoro di Emanuele Falzarano - ha spiegato a Buzzi per il Corriere - è nato Bastapensieri: una piattaforma che mette al centro il silenzio, l’ascolto di sé e la mindfulness psicosomatica. È proprio fermandosi e guardando dentro che si possono sciogliere blocchi interiori e ritrovare equilibrio".
In qualche modo le scelte di Toninelli e Grillo sono state accomunate: la scelta di stare in disparte in silenzio per l'ex parlamentare M5S è "oggi il primo passo per cambiare questa società, la più inconsapevole della storia dell'homo sapiens sapiens. Oggi senza una comunità politica straordinaria come quella del vecchio M5S francescano, l'unica via per cambiare le cose è una rivoluzione interiore. In futuro chissà, magari qualche persona elevata spiritualmente, come furono Beppe e Gianroberto Casaleggio, aggregherà di nuovo delle persone. Purtroppo, per ora, all'orizzonte non si vede nulla" (dal Foglio). Per Toninelli, a poco meno di vent'anni dalle prime vicende che avrebbero portato all'impegno politico di Grillo, "il Movimento esiste solo sulla carta. Era una comunità di persone unite da alcuni valori: l'essere post-ideologici e il limite dei due mandati. Oggi non c'è più nulla di questo" (dal Corriere), anzi, il M5S sarebbe "un partito come un altro che utilizza quel vecchio e glorioso simbolo come una foglia di Fico" (dal Foglio): il riferimento all'esito delle elezioni campane e alla giunta regionale appena formata da Roberto Fico (non meno noto di Toninelli già nella XVII legislatura), insieme al giudizio negativo su questa, è molto chiaro.
Si diceva però del simbolo: tanto Buzzi quanto De Rosa hanno chiesto a Toninelli se Grillo avrebbe fatto bene ad avviare una causa per accertare e rivendicare la titolarità del simbolo del MoVimento 5 Stelle. Al Corriere ha detto che rivolgersi ai tribunali per questo "ora non ha più senso. L'avrei fatt[o] dopo l'assemblea costituente. Oggi si sta ricreando un vuoto in politica e sono contento, perché quel vuoto prima o poi verrà colmato. Il Movimento è un finto pieno e i finti pieni si esauriscono e basta". Al Foglio Toninelli ha confermato che rivendicare il fregio in tribunale "non serve più", ma in effetti "fa rabbia vederlo usare a questi indegni epigoni. Conte avrebbe dovuto fare il suo partito e lasciarci seppellire il simbolo del MoVimento in pace, ma va bene lo stesso. Il MoVimento esiste ormai solo come un disegnino scritto su un foglio, chi amava i valori che incarnava si è già allontanato a prescindere e non si reca più alle urne come me".
Alla fine di novembre del 2024 l'ex parlamentare, in effetti, aveva invitato Grillo a fare causa, ritenendo che il simbolo fosse suo. Dalle interviste di ieri non trapelano novità sulla causa, al punto che non è dato sapere se sia effettivamente stata avviata. Le parole di Danilo Toninelli, però, sono ugualmente rilevanti: in un Paese litigioso come l'Italia, in cui - al di là delle azioni legali che in passato hanno riguardato proprio il M5S - ci si è fatti spesso causa per la rappresentanza di vari partiti o per la titolarità di vari fregi politici (e questo sito spesso ha documentato tali vicende), segnalano e ricordano che il valore di un simbolo non è uguale per tutti e soprattutto non è intangibile, anche dopo che ha raccolto milioni di voti. E, per quanto ci si sia identificati con quell'emblema per anni, può arrivare il tempo di lasciarlo andare senza lottare più - con o senza carte bollate - per rivendicarlo o anche solo per toglierne la disponibilità a chi si ritiene che lo usi in modo inopportuno. Torna in mente, come in passato, la "biodegradabilità dei simboli" (e dei soggetti politici) teorizzata e praticata - a costo di non farsi riconoscere dagli elettori - in ambito radicale: qui però non c'è l'idea che, dopo il voto, la lista elettorale che ha portato avanti determinate battaglie debba dissolversi mentre la lotta su quei temi continua (in vista di nuove urgenze politiche da affrontare), ma piuttosto il pensiero che, in determinate condizioni, sia più opportuno cercare altri modi per agire e, magari, altre dimensioni, in cui - per dirla con Pasquale Panella - "oltre il disfare e il fare / si delineano cose / appena, appena verosimili". In attesa che qualche visionario le traduca in un simbolo e le muti in vere.