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giovedì 26 novembre 2020

Maradona, appuntamenti impossibili col Quirinale e la scheda elettorale

Era così, più o meno
Era scontato, o quasi, che ieri la notizia della morte di Diego Armando Maradona suscitasse un copioso flusso di commenti anche tra i politici, specie tra i molti appassionati di calcio, partenopei e non. In pochi, tuttavia, hanno ricordato un episodio entrato di diritto nella memoria di chi faccia parte della categoria dei #drogatidipolitica allo stato puro. Un episodio che ha un luogo e una data ben precisi: Roma, Palazzo Montecitorio, 13 maggio 1999
In quel giorno, circa un migliaio di persone elette erano radunate nella sede della Camera dei Deputati - insieme a un numero imprecisato di altre figure, tra personale di staff, amministrazione della Camera e stampa - per il primo scrutino con cui si sarebbe dovuto indicare il nuovo Presidente della Repubblica, successore di Oscar Luigi Scalfaro. Primo scrutinio che sarebbe stato anche l'ultimo: la giornata parlamentare finì con l'elezione al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi, secondo capo dello Stato a farcela al primo colpo nella storia della Repubblica, raccogliendo il voto di oltre due terzi degli aventi diritto (era successo già a Francesco Cossiga, se non si vuole considerare il precedente pre-repubblicano di Enrico De Nicola). Eppure l'attenzione dei #drogatidipolitica - di qualunque genere - non si appuntò tanto sull'esito finale, ma su ciò che accadde tra l'apertura della seduta del Parlamento in seduta comune, integrato dai delegati regionali e la proclamazione dei risultati. 
Appare quasi scontato dire che occhi e orecchi si erano fatti attenti soprattutto sullo scrutinio, tenendo conto dei nomi pronunciati da Luciano Violante, chiamato a guidare la seduta come presidente della Camera: le persone direttamente interessate erano pronte a tenere il conto, per capire se per una volta il nome più vociferato alla vigilia avrebbe evitato di essere impallinato; non mancava chi, però, appuntava in modo diligente tutti i voti proclamati da Violante (compresi quelli ricevuti da lui stesso - alla fine sarebbero stati 6), per fare qualche conto più avanti e individuare magari qualche franco tiratore. Allora forse non c'era bisogno di mettersi a guardare persino i microdettagli, per cercare di capire chi avesse votato Ciampi (per intendersi, quasi tutte le schede per lui erano votate con il solo cognome, senza che qualcuno per distinguersi si fosse messo a dire "Carlo Azeglio Ciampi", "Ciampi Carlo Azeglio" e altre combinazioni amene); casomai era più interessante cercare di capire chi aveva fatto mancare il proprio voto, indirizzandolo altrove.
Era fin troppo facile ricondurre a Rifondazione comunista i 21 voti finiti a Pietro Ingrao, alla Lega Nord le 72 schede per Luciano Gasperini (capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama), ai Popolari i 16 consensi per Rosa Jervolino Russo (candidata naturale per Franco Marini, ma probabilmente venivano da lì anche i 6 voti per Nicola Mancino, i 5 per Scalfaro - sottolineati dai "buuu" del centrodestra - i 4 per Martinazzoli e forse qualcuno dei 10 per Giulio Andreotti, oltre al voto a testa per Marini, Tina Anselmi e Vittorio Cecchi Gori... peraltro presente in aula come senatore Ppi, alla pari di Marini che partecipava come deputato). I giornalisti hanno ricondotto a Forza Italia, oltre che le 4 schede per Silvio Berlusconi, buona parte dei voti per Bettino Craxi (6 in tutto) e anche parte dei 15 consensi per Emma Bonino (dopo la martellante campagna "Emma for president" dei mesi precedenti) e pure i voti singoli ad Antonio Martino e a Paolo Cirino Pomicino. Qualcuno, tecnocrate bancario di altra scuola, aveva votato il successore di Ciampi alla Banca d'Italia Antonio Fazio (4 voti in tutto), qualche socialista (3) dello Sdi o già in Forza Italia aveva preferito Giuliano Amato; tra i Democratici di sinistra c'era stato qualche sostenitore di Violante (6, come si è detto) e di Augusto Barbera (ma si erano contati un voto a testa anche per Walter Veltroni e per Achille Occhetto). Erano certamente di destra, area Alleanza nazionale, i 6 voti a Pino Rauti, i voti singoli a Pietro Mitolo e a Romano Misserville e magari un paio dei 6 voti ad Antonio Serena, senatore della Lega Nord in quota Liga Veneta, in procinto di passare proprio ad An. Certamente alla Lega si doveva ricondurre l'unico voto dato a Roberto Maroni, finito tra i 25 "dispersi" ma in ogni caso nullo, perché allora l'ex ministro dell'interno aveva solo 45 anni.
E proprio tra i nomi risuonati una sola volta uno attirò l'inevitabile attenzione di chiunque seguiva lo spoglio. Già, perché nel profluvio di voti per Ciampi, alternati a qualche altro nome, a poche schede dichiaratamente nulle (qualcuna - si dice - con inequivocabili disegni fallici) e a 55 proclamazioni di "Bianca!" (ben poche, per essere un primo scrutinio) non sfuggirono alcuni annunci memorabili. Il resoconto di seduta si limita a ricordare che "Alla lettura di una scheda recante il nome 'Porcu' seguono applausi dei componenti l'Assemblea di Alleanza nazionale" (il riferimento era al deputato di An. ex missino Carmelo Porcu); non ha avuto l'onore di una citazione in fisionomia il voto espresso a "Fantózzi", nella pronuncia violantiana (il riferimento probabilmente non era al rag. Ugo, ma al tributarista Augusto, già ministro e in quel momento presidente della Commissione Bilancio della Camera; qualche risata in sottofondo, in ogni caso, ci fu); men che meno sono stato citati gli indecifrabili voti per "Scantamburlo" e "Maria Clelia d'Ischia". 
Soprattutto, però, i resocontisti non hanno dato conto dell'ilarità e di qualche applauso nato spontaneo quando, alle ore 12 e 53 (11 minuti prima dei "vivissimi e prolungati applausi" scattati alla scheda con cui Ciampi aveva raggiunto il quorum necessario per l'elezione), il presidente Violante aveva pronunciato il nome "Maradona", con un tono che mescolava ironia - mai nascosta durante la presidenza violantiana - a un briciolo di perplessità. Era chiaro che quel voto - vergato su una regolare scheda firmata dal segretario generale Mauro Zampini e scrutinato dopo dopo un voto a Franco Marini e due a Ciampi - era nullo, per la carenza del requisito dell'età (come con Maroni) e ancora di più di quello della cittadinanza. In teoria - nulla prevedendo il regolamento al riguardo - il presidente avrebbe anche potuto limitarsi a dire "nulla!", senza altro aggiungere (e in effetti poco dopo si sente un "nulla, o no?", dal banco della presidenza verso il segretario - la prova audiovideo di Radio Radicale ai 3.52.53 è a portata di mano - ma chissà se non si riferiva al voto subito successivo...); impossibile però non citare Maradona a Montecitorio che allora ospitava tra i suoi banchi anche Gianni Rivera e Massimo Mauro, com'era impossibile che non cogliesse l'occasione di divertirsi Violante, lo stesso che il 22 gennaio 1997, a Valdo Spini che lamentava la prassi in via di degenerazione di affibbiare alle leggi elettorali i cognomi latinizzati dei relatori (Mattarellum, Tatarellum), non resistette a interromperlo e ribatté "Per fortuna lei non è stato relatore su progetti di questo genere!", strizzando l'occhio allo Spinellum senza citarlo. 
Del resto, non avrebbe sorvolato sui voti improbabili nemmeno Laura Boldrini: nel 2013, alle prime votazioni per eleggere il successore di Giorgio Napolitano (sarebbe stato lui stesso), assistita dall'allora segretario generale Ugo Zampetti, dichiarò nullo per età il voto a Valeria Marini, precisò "Non ha i requisiti" subito dopo aver letto il nome di Mara Carfagna, mentre tacque dopo aver proclamato il voto a Rocco Siffredi, anticipato dalla voce fuori microfono di Zampetti. Quando qualche altro buontempone "parecchio zingaro" nel 2013 scrisse sulla scheda il nome del conte Raffaello Mascetti, Boldrini lo pronunciò con un mezzo sorriso, senza nemmeno premurarsi di dichiarare nullo il voto di pura fantasia ("Che cos'è il genio?"); tacque anche di fronte al voto di Roberto Mancini (allora ancora per poco allenatore del Manchester City, non ancora 50enne... ma non era certo tenuta a saperlo), mentre erano validissimi i voti a Giovanni Trapattoni e Giancarlo Antognoni. Nel 2015, invece, il nome di Francesco Totti, che pure sarebbe stato scritto su ben cinque schede (più di quelle toccate a Giancarlo Magalli), non è stato pronunciato, perché "Non ha cinquant'anni" (come suggerito dalla nuova segretaria generale, Lucia Pagano).
Il nome di Diego Armando Maradona, in ogni caso, non risuonò più - salvo errore, naturalmente - nelle votazioni ufficiali; in compenso nel 2016, alle ultime elezioni amministrative di Napoli, l'artigiano Antonio Del Piano aveva annunciato la sua candidatura a sindaco con la lista Ricomincio da 10 - La società civile scende in campo. I colori del simbolo con colori che rimandavano al logo della Ssc Napoli (senza plagiarli), ma soprattutto il 10 scritto a caratteri cubitali all'interno non poteva non ricordare il numero impresso sulla maglia del pibe de oro, da tempo ritirata dalla squadra di calcio partenopea. La lista non finì sulle schede, esclusa per difetti nei documenti presentati, ma per qualche giorno qualcuno aveva davvero pensato a un progetto amministrativo nel nome di Maradona: del resto, la proposta di intitolargli lo stadio San Paolo era proprio nel programma di quella lista mai nata...

domenica 31 marzo 2019

Gilet gialli, un altro simbolo registrato (in salsa napoletana)

A dicembre si era dato conto della richiesta di registrazione come marchio - fatta conoscere da Antonio Atte dell'Adnkronos - del simbolo "Gilet gialli" ad opera dell'imprenditore sardo (già vicino al MoVimento 5 Stelle) Salvatore Bussu; se n'era parlato per qualche giorno, poi della notizia si sono perse sostanzialmente le tracce, mentre a Parigi e dintorni si è continuato a sfilare ogni sabato - ieri compreso, ed è stato il ventesimo - con il giacchetto catarifrangente. Nel frattempo, però, quell'immagine è apparsa politicamente appetibile anche per qualcun altro, non del tutto nuovo in ambito politico-elettorale: il 14 febbraio, infatti, risulta depositata presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi una nuova domanda di marchio per un emblema intitolato Gilet Gialli Italia.
Il marchio - così descritto: "cerchio esterno a tre colori - rosso-verde, contenente fondo blù, contenente: gilet giallo interrotto nella zona pancia da scritta (colore giallo) GILET GIALLI ITALIA e in zona petto lato sinistro riporta nuovamente la scritta (colore blù) Gilet Gialli Italia. In basso al cerchio vi è la scritta giletgialli.it (colore giallo). Bordi gilet colore grigio. Carattere: LATO" - risulta depositato per due classi della Classificazione di Nizza: la 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e l'immancabile 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali), di solito impiegata per tutelare segni distintivi in ambito politico.
E chi è il richiedente? La domanda di registrazione di marchio risulta depositata dal napoletano Antonio Del Piano. Un nome che può passare inosservato, ma non a un #drogatodipolitica cronico e del tutto irrecuperabile. Già, perché (salvo omonimia) era stato proprio Del Piano, nel 2016, il promotore di Ricomincio da 10, progetto di lista civica per le elezioni comunali del capoluogo campano nato sotto il segno della fede nel Napoli e nel suo indimenticabile numero 10 (Diego Armando Maradona, ça va sans dire); la lista, tuttavia, era stata esclusa dalla competizione per problemi legati ai documenti presentati, dunque Del Piano non era riuscito a correre come aspirante sindaco alle ultime elezioni amministrative.
Il simbolo di cui si chiede la registrazione, come si è visto, contiene anche l'indicazione di un sito web, che in effetti è attivo. Se si va su www.giletgialli.it, infatti, si finisce nelle pagine del "movimento popolare per la sovranità diretta": "Parte anche da noi in Italia - si legge - la protesta dei gilet gialli. Un movimento che democraticamente sceglie di manifestare il proprio dissenso contro l’elite finanziaria e i governi al servizio dei banchieri internazionali! Donne, uomini, artigiani, lavoratori, studenti, esclusi e delusi dalla politica e sfruttati da un capitalismo incontrollato e distorto. Nasce un movimento fatto di persone come noi che si vedono ormai rubare il futuro e che non possono formare o sostenere una famiglia! Oggi e in pericolo la nostra libertà e quella dei nostri figli, è in gioco la nostra identità e il nostro patrimonio culturale e artistico. Insomma, è arrivato il momento di RIBELLARSI!" Una ribellione che avrebbe come meta la sovranità diretta, da raggiungere attraverso l'impiego di quattro forme di referendum (propositivo, revocativo - per revocare l'eletto che non rispetta il mandato dei cittadini - e abrogativo, più quello costituzionale per introdurre nella Carta gli altri tre... una costruzione che denota qualche lacuna di diritto costituzionale...) e un programma che, tra l'altro, contempla l'uscita dell'Italia dall'Unione europea; il programma contempla molti altri punti - tra cui "No al 5G e Scie chimiche" - ma al momento risultano ancora vuoti, senza spiegazioni.
Forse è ancora presto per capire se effettivamente, al di là degli oltre 2500 like su Facebook, l'idea potrà evolvere in un vero progetto politico. E, al momento, non si può nemmeno essere certi che il simbolo di Del Piano venga registrato come marchio: è innegabile infatti, al di là della reinterpretazione grafica, la notevole somiglianza dell'idea del gilet giallo rispetto all'emblema di Bussu, depositato mesi prima (e la cui domanda risulta tuttora in esame), dunque è ben possibile che si contesti al marchio la mancanza di novità. Nel frattempo, e giocando d'anticipo, Del Piano ha comunque inserito la sigla "TM" (trade mark) all'interno del suo simbolo: chissà che l'idea dei gilet gialli non faccia gola anche a qualcun altro...

venerdì 12 febbraio 2016

Ricomincio da 10, un progetto per Napoli "alla Maradona"

Tra le formazioni che si muovono nell'universo politico napoletano, con l'intento di correre alle prossime elezioni comunali, c'è n'è una che si mostra particolarmente curiosa. Il nome, Ricomincio da 10, preso di per sé potrebbe non dire molto, soprattutto a chi non è partenopeo di origine o di vita. 
Lo stesso, in realtà, si può dire per il candidato sindaco della futura lista, Antonio Del Piano: sul sito del gruppo viene presentato come "artigiano originario di Forcella, lavora a Roma per necessità ma vive a Napoli per amore" e si legge che la candidatura a sindaco è maturata "dopo un passato da attivista popolare", con il fine dichiarato - anzi, il dictat (sic!) - di "valorizzare la napoletanità a 360 gradi [...]: città, cultura, turismo, viabilità, vivibilità", puntando a rendere Napoli "un marchio famoso in tutto il mondo" (anche se, probabilmente, lo è già, nel bene e nel male).
In realtà, però, se si dà un'occhiata al simbolo scelto per la lista, il cervello quasi in automatico va a qualcos'altro di tondo, come ad esempio un pallone. I colori scelti e la struttura del simbolo, infatti, non possono non rimandare allo stemma-marchio del Calcio Napoli. E' vero, le sfumature in qualche modo sono ribaltate, ma l'impressione complessiva è la stessa e anche il "10", scritto nel cerchio interno, condivide con la "N" della squadra la stessa font Times New Roman.
A maggiore riprova, in rete si trova ancora traccia di una prima versione del contrassegno, quando ancora probabilmente Ricomincio da 10 era solo un'associazione. Quella grafica è più grezza (con una sorta di sfumatura metallizzata e due scritte sovrapposte quasi "a etichetta" al cerchio carta da zucchero) e tra l'altro si vede una piccola striscia tricolore, per segnalare qualche legame con il centrodestra, anche solo sul piano programmatico (era stato proprio Del Piano, del resto, l'autore di vari manifesti funebri contro De Magistris insieme al locale club Forza Silvio): il fatto che sia stata messa da parte in favore di quella nuova potrebbe testimoniare che il "rimando" alla squadra del Napoli è tutt'altro che casuale.
I riferimenti calcistici, del resto, non mancano di certo: non solo c'è la frase "la società civile scende in campo", ma c'è soprattutto quel numero 10, che all'ombra del Vesuvio è praticamente sacro, nella memoria indiscutibile di Diego Armando Maradona che l'ha indossato, senza che nessun altro lo usasse più (e a ricordarlo provvede la notizia in base alla quale el Pibe de Oro avrebbe preso malissimo l'idea che quella maglia potesse essere vestita da Insigne).
In ogni caso, sono giusto dieci i punti del programma abbozzati da Del Piano per la lista: in testa ci sono la lotta al degrado (con il contrasto agli abusivi e alla prostituzione) e la riscossione solidale (togliendo tra l'altro il mandato a Equitalia), ma anche, tra l'altro, la valorizzazione delle zone commerciali e dei mercati all'aperto, il ritocco al piano del traffico e le "ronde" per assistere e proteggere i turisti (e anche la creazione di un osservatorio turistico e di un marchio cittadino internazionale). Non può peraltro passare inosservata l'idea di vendere lo stadio San Paolo "a una Spa di azionariato popolare in Napoli", come dire che il tempio partenopeo del calcio dovrebbe diventare dei cittadini; pochi mesi fa, tra l'altro, sempre Del Piano aveva lanciato l'idea di ribattezzare l'impianto "Maradona Stadium"... sempre lui, il 10...
E dieci sono anche i soggetti scelti dalla lista "per ripartire e ricordare a tutto il mondo che Napoli ha una grande storia artistica e culturale", per suonare insomma la carica del rilancio. Nel sito si susseguono le immagini di Enrico Caruso (anzi, in sottofondo si ascolta a ripetizione la prima parte di Caruso di Dalla), Matilde Serao, Totò, Eduardo De Filippo, Massimo Troisi, Pino Daniele, Giancarlo Siani... c'è giusto il tempo di stupirsi, trovando all'ottavo posto la pizza margherita (quasi che la si volesse personificare), vedere che subito dopo c'è Riccardo Muti, ma con la certezza quasi matematica di sapere chi ci sarà al numero 10: Maradona, naturalmente...