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sabato 1 ottobre 2022

Per fare il nuovo Pd ci vuole un simbolo (ma serve un'identità chiara)

Nessuno dei commenti sul risultato elettorale del 25 settembre ha classificato il Partito democratico tra i vincitori di questa chiamata alle urne; ne, del resto, poteva essere altrimenti. Il 19,07% ottenuto alla Camera è ben più basso del 33,18% del Pd di Walter Veltroni del 2008 (che perse) e del 25,43% del Pd di Pierluigi Bersani del 2013 (che "non vinse"); è di poco più alto del 18,76% ottenuto dal Pd guidato da Matteo Renzi nel 2018, ma allora quella percentuale era frutto di 
6.161.896 voti, mentre ora le schede con la croce sul Pd sono state 5.356.180.
Nella prima conferenza stampa seguita al voto, il segretario dem Enrico Letta ha parlato di risultato insoddisfacente (pur nella sostanziale tenuta, a fronte delle flessioni significative di altri partiti di rilievo) e della necessità di un percorso accelerato verso il nuovo congresso, con lui che non si candiderà alla segreteria. Si è trattato del primo segno di rinnovamento, che ne preparava altri, in forma di auspicio e non solo. Questi ieri sono stati condensati nella lettera rivolta alle iscritte e agli iscritti "sul Congresso Costituente del Nuovo Pd" (così si legge nel sito del partito) e diffusa attraverso i canali demDi seguito il testo della lettera, che sembra opportuno riportare per intero:

Carissime e carissimi,
sono passati pochi giorni dal voto che ha sconvolto gli equilibri politici italiani ed europei e sento la necessità di rivolgermi a ciascuno di voi per ringraziarvi dello straordinario impegno profuso in questa durissima campagna elettorale.
Abbiamo perso. Ne usciamo con un risultato insufficiente, ma ne usciamo vivi. E sulle nostre spalle c’è oggi la responsabilità di organizzare un’opposizione seria alla destra. 
Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi. Le basi per ripartire ci sono. Pur avendo subito la concorrenza di chi ci ha preso di mira con inusitata asprezza, con il dichiarato obiettivo di mettere in discussione la nostra stessa esistenza in vita, siamo il secondo partito italiano, la forza guida dell’opposizione e uno tra i maggiori partiti riformisti e progressisti europei. E ciò in un contesto nel quale tutte le forze politiche principali, tranne FdI, hanno perso molti o moltissimi consensi rispetto alle precedenti elezioni politiche. Oppure ottenuto risultati molto inferiori rispetto ai proclami. 
L'esito di queste elezioni è stato segnato dall’impossibilità - non torno qui sulle responsabilità - di presentarci con un quadro vasto di alleanze. La legge elettorale, profondamente sbagliata e che abbiamo provato invano a cambiare, favorisce chi le realizza. La destra, pur con tutte le sue divisioni, si è coalizzata e ha prevalso nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali, ottenendo così la maggioranza dei seggi in Parlamento. Ad essa non corrisponde una maggioranza nel Paese: ciò accresce il nostro dovere di organizzare una opposizione dura e intransigente sui valori e sulle politiche, sempre nell’interesse generale dell’Italia e delle istituzioni repubblicane.
Allo stesso tempo, in questa campagna scandita da insidie e veleni, si sono manifestati evidenti i limiti della nostra proposta ed è emersa una mancanza molto grave di capacità espansiva nella società italiana. Sono limiti che ci obbligano a un confronto serissimo e sincero tra di noi. 
Perché il Pd, per sua stessa natura, deve essere un partito espansivo e largo. Se manca questa aspirazione entra in crisi la sua ragione d’essere. Per questo dobbiamo essere pronti a rimettere tutto in discussione. Ora possiamo farlo, dopo potrebbe essere troppo tardi. 
Fermarsi a enunciare le tante, pur legittime, ragioni consolatorie per un risultato che comunque ci assegna il ruolo di guida dell’alternativa sarebbe sbagliato. Non è questo l’atteggiamento col quale ho voluto interpretare il mio compito di guida del PD. E non sarà questo il modo con cui vivrò questa fase. 
Quel che vi propongo è di accettare di entrare in profondità nei problemi per risolvere i nodi che ci bloccano e poi, a partire da questo sforzo genuino e determinato, di scegliere insieme la nuova leadership e il nuovo gruppo dirigente.
Abbiamo bisogno di un vero Congresso Costituente. Per questo vi chiedo di partecipare con passione e impegno, accanto ad altri che spero vorranno raggiungerci per fare insieme un percorso che, come proporrò alla Direzione convocata per la prossima settimana, dovrebbe essere articolato in quattro fasi. 
La prima sarà quella della "chiamata". Durerà alcune settimane perché chi vuole partecipare a questa missione costituente, che parte dall’esperienza della lista "Italia Democratica e Progressista", possa iscriversi ed essere protagonista in tutto e per tutto. 
La seconda fase sarà quella dei "nodi". Consentirà ai partecipanti di confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere. Quando dico tutte, intendo proprio tutte: l’identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l’organizzazione. E quando parlo di dibattito profondo e aperto, mi riferisco al lavoro nei circoli, ma anche a percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche. 
La terza fase sarà quella del "confronto" sulle candidature emerse tra i partecipanti al percorso costituente. Un confronto e una selezione per arrivare a due candidature tra tutte, da sottoporre poi al giudizio degli elettori. 
Infine, la quarta fase, quella delle "primarie". Saranno i cittadini a indicare e legittimare la nuova leadership attraverso il voto. 
Tutto può svolgersi a regole vigenti. E quindi può iniziare rapidamente. È un percorso aperto che può e deve coinvolgere, oltreché i nostri mondi di riferimento, anche il paese intero, dimostrando a tutti la forza e l’utilità di un partito-comunità, contrapposto ai tanti partiti personali che abitano oggi la nostra scena politica. 
Infine, è un percorso che concilia l’urgenza di affrontare i nostri problemi con la indispensabile rigenerazione del gruppo dirigente. Contenuti forti e volti nuovi sono entrambi necessari. Gli uni senza gli altri rischiano di trasformare il Congresso in un casting e in una messa in scena staccata dalla realtà e lontana dalle persone. Se non li bilanciamo con attenzione, ci trasformiamo definitivamente nelle maschere pirandelliane che evocai nel mio ormai lontano discorso del 14 marzo 2021. 
So che vogliamo tutti evitare questo epilogo. So che vogliamo tutti arrivare presto a un nuovo Pd e a una nuova leadership. 
Se ci muoviamo insieme in questa direzione, con coraggio e tempismo, dimostreremo di essere capaci di tornare in sintonia con le attese del Paese. 
Vi chiedo di credere in questo progetto e di esserne protagonisti attivi seguendo le indicazioni che usciranno dal dibattito della Direzione convocata per giovedì 6 ottobre. 
Vi chiedo soprattutto di avere fiducia nel "noi collettivo" che è molto meglio della somma dei tanti io. Questa è la grande forza del Partito Democratico. Questa è la nostra missione.

I contenuti politici sono certamente rilevanti in questa lettera aperta. A chi frequenta questo spazio, tuttavia, non può sicuramente sfuggire quanto scritto da Letta parlando della seconda fase del percorso costituente, quella dei nodi: quella in cui coloro che parteciperanno potranno "confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere", includendo "l'identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l'organizzazione". Sì, anche il simbolo. Una discussione e un confronto, peraltro, da non limitare agli organi rappresentativi nazionali del partito, ma da portare con un "dibattito profondo e aperto" nei circoli dem, come pure in "percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche". Già questo sarebbe oggettivamente un tratto di novità: fino a questo momento si era parlato in modo sommario, non diretto, di possibili cambi di nome o di simbolo, ma sempre come operazioni interamente gestite dal vertice, senza discussione con la base. Giusto per rinfrescare la memoria, se n'era parlato all'inizio del 2020, poco prima delle regionali in Emilia-Romagna, quando l'allora segretario Nicola Zingaretti aveva dichiarato alla Repubblica "Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito", lasciando presagire che ci si doveva aspettare una denominazione e un fregio politico nuovi; il deflagrare dell'era Covid-19 ha suggerito di mettere da parte questi progetti per occuparsi di altro, senza che per questo la vita del Pd sia stata meno travagliata (lo stesso arrivo di Letta alla segreteria è figlio di quella stagione).
Anche in precedenza, del resto, più di una voce - a volte con nome e cognome, più spesso indistinta e legata a rumors - si era levata per suggerire di mettere mano al nome e, già che ci si era, di ritoccare poco o molto anche il simbolo (in modo permanente e non solo con riferimento alla singola tornata elettorale). Su questo sito, ad esempio, tra il 2016 e il 2017 si era parlato almeno in un paio di occasioni della possibilità di dimezzare il nome del partito, chiamandolo solo "Democratici", anche se quell'etichetta non era affatto nuova. Nessuna persona che appartenga alla schiera dei #drogatidipolitica, infatti, può seriamente avere dimenticato che i Democratici era la creatura politica di Romano Prodi e Arturo Parisi, nata nel 1999 in vista delle elezioni europee: come simbolo Francesco Cardinali (AdvCreativi) aveva realizzato un asinello che guardava all'iconografica classico-satirica dei dem degli Stati Uniti, ma nello stile ricordava piuttosto l'asinello cartoon di Pinocchio nella versione Disney. Ancora prima, a metà del 2010, quando non erano ancora passati tre anni dalla fondazione del Pd, Debora Serracchiani sul Post aveva bollato quello del suo partito come un "asettico marchio-logo" che aveva sostituito "simboli identitari di fortissimo impatto" (scudo e falce-martello), di cui frattanto avevano preso il posto "gentili e rassicuranti simboli vegetali" (ci torniamo tra poco).
Ora, qui si sta parlando di rinnovare il Partito democratico e la sua guida - si può, per una volta, evitare di parlare di leadership? - insieme alla classe dirigente, e non di costituire un nuovo soggetto politico (anche se le persone più scaramantiche avrebbero preferito questa soluzione, nella speranza che fosse necessario darsi una casa nuova per lasciare dietro le spalle tutte le storture e i difetti di quella vecchia); l'intenzione comunicata da Letta, in ogni caso, non sembra meramente "di facciata" e, soprattutto, non deve essere così se vuole sperare di avere qualche effetto positivo per il partito stesso. 
Certamente i confronti sul nome e sul simbolo riguardano gli aspetti più legati all'immagine del partito, dunque quelli più visibili e delicati: il fatto che proprio il segretario dichiari pubblicamente che i segni distintivi del Pd possono essere messi in discussione dalla base del partito stesso sembra dimostrare che la fase di cambiamento, di passaggio è autentica. Se negli ultimi anni le modifiche ai simboli sono state sostanzialmente frutto di scelte 'dall'alto', operazioni pensate e volute dai vertici per un riposizionamento politico (con un coinvolgimento della base ridottissimo o pressoché nullo), forse la situazione in cui ora versa il Pd ricorda di più quelle - assai travagliate - che hanno interessato il Pci e il Msi, anche se in entrambi questi casi si era di fronte a un radicale mutamento ideale, i cui impulsi erano venuti interamente dai vertici, anche in materia simbolica.
Tornando alla transizione che riguarderà il Partito democratico, nei pensieri scritti da Debora Serracchiani dodici anni fa si ritrovano due parole chiave su cui concentrarsi ora per capire meglio la situazione, cioè "simbolo" e "identitario". Non è un mistero che, nel corso degli anni, si siano registrati vari segni di insoddisfazione nei confronti dell'emblema realizzato nel 2007 da Nicola Storto, allora 25enne creativo da poco entrato nell’agenzia Inarea di Antonio Romano. Quando fu intervistato da questo sito, Storto spiegò che il committente - il Pd di Veltroni - aveva espressamente chiesto "un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani". Per assurdo, l'aver rispettato in pieno quelle 'regole d'ingaggio' creando un fregio basato sul lettering delle iniziali del partito e sul tricolore ha comportato un problema: quello del Pd, infatti, è sempre stato vissuto come marchio o come logo, non come simbolo, per la mancanza al suo interno di un'immagine definita, un soggetto in cui riconoscersi. 
Un'immagine, a dire il vero, c'era e c'è, per quanto piccola: ci si riferisce, ovviamente, al rametto di ulivo posto sotto al logo tricolore, assente nei primi studi del simbolo di Storto, ma inserito su pressante invito dei committenti (sempre l'autore spiegò al sottoscritto che si trovò "la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole"). Quelle richieste, in fondo, si possono capire: la scelta di richiamare nel fregio politico del Partito democratico 'l'antenato' all'origine di quella forza politica - dunque l'Ulivo che Romano Prodi aveva voluto nel 1995 - finiva per ricordare un altro passaggio storico precedente (che pure fu realizzato in condizioni diverse, come evoluzione di un unico partito e non con la sostanziale unione di due strade politiche diverse). Quando infatti il Partito comunista italiano, tra il 1990 e il 1991, scelse di trasformarsi nel Partito democratico della sinistra, non aveva abbandonato del tutto il fregio tradizionale: era stato un modo per rendere chiaro che il Pds era lo stesso soggetto politico (e giuridico) che si chiamava prima Pci e per impedire a chi non condivideva il nuovo corso ideale di appropriarsi degli antichi segni (come in effetti tentò di fare il gruppo che poi si sarebbe denominato Rifondazione comunista). La doppia bandiera con falce e martello, tuttavia, era stata posta da Bruno Magno - come ha raccontato lui stesso anche su questo sito - alla 'base' di un vero simbolo, cioè l’albero della sinistra, che pure da più parti fu subito 'battezzata' come una quercia: si era trattato di un'immagine chiara, che aveva avuto un ruolo e un impiego nella storia della sinistra e nel corso degli anni tante persone si sono riconosciute e identificate, anche sul piano ideale. 
Com'è noto, il simbolo del Pci smise di coprire parte del tronco della 'quercia' nel 1998: in quell'anno il cammino di evoluzione conobbe un'altra tappa con la costituzione dei Democratici di sinistra e fu sempre Magno a sostituire falce e martello con la rosa del Partito socialista europeo, nel quale i Ds - in continuità con il Pds - si collocarono. Tornando al Partito democratico invece, è facile notare che il Pd di oggi non è identico al Pd delle origini per idee, posizioni e guida (anche se non mancano tratti comuni e varie persone sono rimaste, le modifiche conosciute in quindici anni di attività sono parecchie) e non è nemmeno identico all'Ulivo del 1996 o del 2006, eppure il rametto è rimasto dov'era stato collocato nel 2007. Non è affatto un caso, come sa chi conosce da anni questo sito, che alla fine del 2013 Andrea Rauch, vale a dire colui che aveva creato il simbolo dell'Ulivo per Romano Prodi (poi 'narrato' insieme ad Alessandro Savorelli) basandosi su un ramoscello di ulivo che aveva personalmente strappato da un albero vicino alla sua casa di campagna, avesse chiesto all'allora segretario dem Matteo Renzi di rimuovere il rametto dal simbolo, un po' per la perdita di legame tra Pd e Ulivo, un po' perché quella miniatura era quasi illeggibile all'interno del nuovo logo (che anzi ne veniva 'sporcato'). La richiesta di Rauch non è stata esaudita, né da Renzi, né da chi è venuto dopo di lui.
Volendo tirare le somme (e parafrasando Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo e Gianni Rodari), per fare il "nuovo Pd" ci vuole un simbolo, ma un simbolo vero, ben identificabile - anche sul piano figurativo - e in cui potersi riconoscere, in grado di suscitare emozioni e non 'sacrificato' all'interno di un logo più anonimo. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi e non solo perché creare un simbolo per un partito - come si è visto abbondantemente nel corso degli anni - è un lavoraccio. Il fatto è che, continuando sul sentiero rodarian-endrighiano, "per fare un simbolo ci vuole un'identità", per giunta definita con una certa chiarezza (nei suoi contenuti e nei suoi confini), altrimenti la missione di chi deve creare il segno grafico diventa praticamente impossibile. Qui si tocca indubbiamente un tasto assai dolente, perché l'identità rappresenta un problema con cui il Partito democratico ha fatto i conti fin dalla sua nascita (e, se possibile, anche prima) e che ciclicamente - tra "ma anche", battaglie sui valori e cambi di vertice - si è ripresentato. Se non si affronta seriamente e con senso di responsabilità la questione, diventa impossibile dare un simbolo al "nuovo Pd"; di più, sarebbe inutile persino cambiare del tutto il contenitore, perché ci si porterebbe dietro il 'difetto di fabbricazione' maggiore del Partito democratico. In un caso o nell'altro, si rischierebbe una sconfitta - grafica e ideale - in partenza: almeno in politica, prima di decidere la foto da mettere sulla carta d'identità, è essenziale mettersi bene d'accordo su come riempire il documento.

domenica 7 agosto 2022

A.D. 2022, il primo deposito dei simboli senza l'arte di Luciano Gesuelli

Foto sullo sfondo di Benvegnù/Guaitoli (a loro disposizione)
Ancora manca qualche giorno all'apertura - il 12 agosto - del deposito dei contrassegni elettorali, nell'ultima domenica prima della campagna elettorale, giorno in cui di norma non si svelano nuovi simboli e - Calenda a parte - non accadono eventi politicamente rilevanti: è allora il caso di prendersi un po' di tempo per dare valore alla memoria e realizzare il fatto che quello di quest'anno sarà il primo deposito dei contrassegni da molti anni a questa parte al quale non potrà partecipare Luciano Gesuelli. Un nome che forse non dice troppo a coloro che frequentano la politica saltuariamente o anche con una certa intensità, ma che è molto rilevante per chi appartiene alla spesso citata schiera dei #drogatidipolitica (o #malatidipolitica, secondo un'altra e comunque pregiata lectio), per gli anni dedicati a quella passione e per l'arte impiegata nel farlo.
Se infatti Mirella Cece - prima con il suo Movimento europeo liberal-cristiano Giustizia e Libertà e poi con il suo Sacro Romano Impero (Liberale) Cattolico - è indiscutibilmente uno degli elementi essenziali del rito della fila per il deposito dei contrassegni presso il Ministero dell'interno dal 1994, senza dubbio Gesuelli ha avuto un ruolo fondamentale tanto per il deposito degli emblemi, quanto per quello delle liste, anche per le elezioni regionali o amministrative, in cui è previsto il deposito di simboli, liste e altri documenti tutti insieme. Classe 1938 - per quello che è possibile sapere - "romano di Porta Metronia" (e giallorosso) e un impegno da funzionario di partito lungo oltre sessant'anni, Gesuelli è scomparso il 18 gennaio 2020, praticamente due anni dopo aver depositato il suo ultimo simbolo (il 21 gennaio 2018). Chi lo ha conosciuto ne ha ricordi indelebili; chi - come chi scrive - lo ha incrociato giusto un paio di volte ha comunque potuto sperimentare le grandi doti affabulatorie, che lasciavano trasparire una lunga, lunghissima esperienza all'interno del partito, anzi, dei partiti che ha servito con puntiglio e dedizione.
Corriere della Sera, 14 gennaio 2013, pagina 5
La parte principale della sua vita appassionata e del suo lavoro certosino Gesuelli l'ha vissuta all'interno della Democrazia cristiana, iniziando a praticare l'arte del deposito addirittura nel 1958. Nel 2013 raccontò parte della sua esperienza a Fabrizio Caccia del Corriere della Sera, ricordando i tempi in cui, in determinate circostanze, era importante anche arrivare ultimi e organizzarsi per questo (la Dc almeno lo faceva): 
Tanti anni fa, c'era ancora la Dc, un settimanale mi dedicò un articolo. C'era una foto, chissà dov'è finita, che mi ritraeva con due cronometri, uno a ogni polso [...] perché a quei tempi bisognava spaccare il secondo, l'ufficio del Tribunale chiudeva alle 20 in punto e io arrivavo quando ormai mancava pochissimo, 30-40 secondi. Ecco perché ero l'uomo dell'ultimo minuto. Prima infatti non funzionava come adesso: adesso c'è il sorteggio che assegna ai partiti un posto a caso sulla scheda elettorale. Prima, invece, se consegnavi per ultimo le liste, ti garantivi anche l'ultimo posto sulla scheda. Così poi l'elettore, il tuo elettore, in cabina, era facilitato a trovare la casella. Ecco perché c'era la gara ad arrivare ultimi. O primi. Noi diccì facevamo squadra. Io ero il segretario del comitato romano e mi facevo accompagnare da tre o quattro collaboratori. Di solito c'era il funzionario del Psi che cercava anche lui di consegnare per ultimo. Così scattava il piano. Proprio quando mancava una manciata di secondi alla chiusura ed eravamo tutti lì sulla porta dell'ufficio elettorale, io gridavo "Spingere": la parola d'ordine. I miei uomini fidati, allora, facevano blocco e a forza di spintarelle spostavano piano piano il socialista fin dentro l'ufficio. Così lui era il penultimo e io l'ultimo a consegnare.
Altri tempi, in cui a chi lavorava nei partiti era richiesto anche questo tipo di competenza. In questo senso, quella di Gesuelli era veramente "arte", nel senso di "abito di condurre con ordine una serie d'operazioni ad un fine", primo significato fornito dal Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini. La stessa che serviva, in modo multiforme, a riempire in modo esatto tutti i moduli e a difendere l'ultimo posto "in fondo a destra" sulla scheda elettorale (visto che quello "in alto a sinistra", lotte con i radicali permettendo, era quasi sempre del Pci). In proporzione, depositare i contrassegni richiedeva meno industria per l'ordine, ma altrettanta precisione nella compilazione dei documenti richiesti. Gesuelli era una certezza in questo senso ed era ben noto a tutte le persone che si occupavano di ricevere e vagliare i simboli e le altre carte. In tutto questo - salvo errore - non risulta mai il suo nome in una candidatura alle elezioni regionali, nazionali o europee, perché quell'impegno era davvero totalizzante e andava svolto in modo serio.
Chi scrive ha ben fermo il ricordo di una conversazione dal vivo con Pierluigi Castagnetti nell'anno del Signore 2010, quando lui era presidente della Giunta per le autorizzazioni ma soprattutto segretario del Partito popolare italiano (non sciolto, allora probabilmente come oggi) e aveva fornito le prime indicazioni che poi avrebbero portato al copioso studio sulla Dc mai davvero terminato: in quell'occasione Castagnetti tenne a sottolineare che nella Dc c'era un funzionario bravissimo che si occupava del deposito dei simboli e che conosceva benissimo tutti coloro che al Viminale si occupavano di elettorale "e siamo riusciti a tenerlo con noi", alzando lo sguardo per evocare in una frazione di secondo tutti i travagli della trasformazione della Dc in Ppi (con i vari incidenti di percorso che sarebbero emersi in seguito), delle scissioni dolorose dal 1994 in avanti, della scelta di mettere da parte il nome sturziano e il gonfalone per la Margherita e, da ultimo, di dare vita al Partito democratico. In tutto quel lungo e accidentato cammino Luciano Gesuelli ha continuato a svolgere il suo ruolo, prima nel Ppi, poi in Dl e poi nel Pd, affiancato via via da altre persone che hanno appreso almeno parte del suo sapere. 
Nel 2014 chi scrive lo vide regolarmente in fila già il giorno prima che si aprissero i cancelli del Viminale: non si sottrasse certo ai giornalisti che gli facevano domande, ma a chi gli chiedeva come mai fosse in fila disse "mah, sono venuto a depositare un simboletto di un piccolo partito...", senza scoprirsi di più. Si dovette attendere la mattina del giorno dopo per scoprire che, in realtà, era venuto a depositare - evidentemente su mandato di Castagnetti - proprio l'ultima versione del simbolo del Ppi (quella con la croce sfumata nello scudo nel gonfalone, senza tricolore): poche settimane prima Mario Mauro aveva dato vita ai Popolari per l'Italia e quella potenziale sigla Ppi e l'uso del termine "popolari" non era affatto piaciuto a chi aveva continuato a rappresentare il gonfalone. Gesuelli tornò nei corridoi del piano terra del Ministero dell'interno nel 2018, quando si trattò di depositare il simbolo del Pd: arrivò l'ultimo giorno (il 21 gennaio), quando ormai mancava meno di mezz'ora alla scadenza del termine per la presentazione. Arrivò insieme al notaio di fiducia dei dem e a Giovanni Pappalardo, il funzionario a capo dell'ufficio elettorale del partito, che di Gesuelli era in sostanza l'allievo e il successore. Tutto filò via liscio, come sempre, e sbrigate le pratiche di deposito il notaio e Pappalardo si congedarono in fretta, lasciando in Gesuelli una punta di dispiacere ("Ma non posso manco offrirvi un caffè?"). Chi scrive ebbe il sospetto che Gesuelli volesse fare come ai vecchi tempi, giocando ad arrivare ultimo (in fondo i depositanti di Fratelli d'Italia erano entrati pochissimi minuti prima), ma il presentatore storico - raggiunto al telefono - negò con eleganza: "Ma no, era tutto pronto al mattino: siamo solo venuti con tutta calma, dall'ora di pranzo in poi per non trovare nessuno...". Non riuscì comunque ad arrivare ultimo, visto che quel posto lo ottenne Antonello De Pierro con la sua Italia dei diritti, ma ci si permette di pensare che Gesuelli non ci sia rimasto male.
Avrebbe voluto chiudere la sua carriera nel 2014 Gesuelli, mentre è rimasto in servizio fino al 2018. L'anno dopo, in occasione delle elezioni europee, non lo si è visto (ma c'era il suo precisissimo successore Pappalardo, insieme all'ex deputato Marco Miccoli, per depositare proprio il contrassegno composito del Pd con Siamo Europei, tanto discusso in queste ore) e la sua assenza non era passata inosservata: in qualche modo, era come se fosse venuto meno un pezzo importante del rito che apre ufficialmente le danze elettorali. La scomparsa di Gesuelli il 18 gennaio 2020, a 81 anni, ci dà purtroppo la certezza che il posto rimasto vuoto nel 2019 resterà tale. Con il rammarico di non aver avuto la possibilità di ascoltare, dialogare, discutere più a lungo, ma con la consapevolezza che i partiti e la politica, per esistere con più dignità, avrebbero bisogno di molti Luciano Gesuelli. Anche per questo, è importante continuare a parlarne.

domenica 29 agosto 2021

Letta alle suppletive, il simbolo del Pd (che non c'è) e le norme elettorali

Si sta tenendo in queste ore (per l'esattezza si chiuderà alle ore 20 di domani, lunedì 30 agosto) il deposito delle candidature per le elezioni suppletive che interesseranno due collegi uninominali della Camera dei deputati. I documenti - a partire dalle sottoscrizioni necessarie, almeno 300 e non oltre 600 - devono essere consegnati presso la Corte d'appello del rispettivo Ufficio centrale circoscrizionale: a Firenze per il collegio Toscana-12 (Siena e parte della provincia di Arezzo), a Roma per il collegio Lazio 1-11 (Primavalle e altri territori).
Nei giorni scorsi ha ottenuto più attenzione il collegio di Roma, se non altro perché le candidature di Luca Palamara ed Elisabetta Trenta hanno svelato due tra i concorrenti più noti (nell'attesa che si scopra chi altro è stato in grado di raccogliere le firme necessarie, accanto a chi - come il segretario del Pd Roma Andrea Casu, candidato da Pd e "centrosinistra" - non ha bisogno di alcuna sottoscrizione perché il suo contrassegno gode dell'esonero in base alla presenza parlamentare); oggi invece è tornata sotto i riflettori il collegio toscano, nel quale era nota da tempo la candidatura di Enrico Letta.
Ironia della sorte, a far parlare della corsa elettorale del segretario Pd è stato proprio il simbolo da lui scelto e pubblicato sui suoi profili social: su fondo rosso leggermente sfumato, si trova soltanto la dicitura bianca, "con enrico LETTA", con il cognome chiaramente in evidenza (e scritto "tutto in un blocco") e un tocco di sobria leggerezza dato dal "con" proposto in una font manoscritta, meno severa del carattere "bastoni" usato per le altre parole. Il colore dello sfondo ricorda in parte i simboli già visti per le candidature alle suppletive di Sandro Ruotolo e Roberto Gualtieri e Sandro Ruotolo, ma non è certo di questo che si discute nelle ultime ore: si (stra)parla, più che di quel che c'è nel contrassegno elettorale, di quello che manca. 
 
 
Oggetto dei commenti, infatti, è soprattutto l'assenza del simbolo del Partito democratico all'interno del fregio elettorale. Tra le dichiarazioni più rilanciate, riprese o citate c'è quella di Matteo Salvini, per il quale a Sena "la sinistra [...] candida il segretario del partito che ha distrutto storia e patrimonio del Mps e, per la vergogna, si presenta senza il simbolo del Pd". Non è certo la prima volta che, da una parte o dall'altra, si chiama in causa la vergogna come movente della sparizione dei simboli di partito, dalle schede elettorali (nel contesto di una diffusa corsa al civismo, che fa il paio con una tendenza dei partiti a giocare a nascondino, in tempi in cui "partito" sembra una parolaccia e non la vuole usare nessuno, quindi meglio non averne nemmeno le sembianze) o più semplicemente dai manifesti (per i quali è più facile, oggettivamente, pensare che siano centrati sulla persona che si candida, piuttosto che sulle forze che la sostengono). Chi studia avvenimenti e dinamiche della politica si limita a registrare la nuova polemica; chi conosce a fondo norme e prassi elettorali - appartenendo quasi sempre alla schiera dei #drogati di politica - non riesce invece a capire critiche e attacchi di questo tipo e suggerisce a chiunque un rapido ripasso delle citate norme e prassi.
La disciplina in vigore per le elezioni politiche, così come modificata - da ultimo - dalla legge n. 165/2017 ("legge Rosato-bis"), ha reintrodotto in Italia le elezioni suppletive, che si tengono quando in corso di legislatura si liberi alla Camera o al Senato - per decesso, incompatibilità, dimissioni o altre cause - un seggio attribuito in un collegio uninominale, nel quale dunque si affrontano singole persone e non liste. Quelle elezioni erano previste anche dal sistema introdotto nel 1993, con cui si è votato nel 1994, nel 1996 e nel 2001: se però la "legge Mattarella" ammetteva che ciascuna persona candidata potesse essere sostenuta da un massimo di cinque contrassegni, le regole ora applicabili consentono di affiancare a ciascun nome sulla scheda elettorale un solo emblema. Può essere uno di quelli già depositati alle ultime elezioni politiche (nel qual caso non occorre depositarlo anche in Corte d'appello, come l'Ufficio elettorale centrale nazionale ha chiarito in occasione delle prime suppletive di questa legislatura) oppure può essere un contrassegno nuovo, in tutto o in parte (per intendersi, anche una semplice aggiunta o modifica, testuale o grafica, fa parlare di un emblema nuovo) e allora lo si dovrà depositare insieme agli altri documenti. Se poi il contrassegno è esonerato dalla raccolta firme, perché riproduce il simbolo di un partito che dispone di un gruppo parlamentare in entrambe le Camere, non ci sarà bisogno delle sottoscrizioni a sostegno; le firme dovranno invece essere regolarmente raccolte o depositate se nel contrassegno non figura alcun simbolo di partito esente, anche se - come appunto nel caso di Letta - a candidarsi è il segretario di un partito con un gruppo a Montecitorio e a Palazzo Madama.
La scelta di non impiegare il simbolo del Pd, dunque, è stata meditata e consapevole, visto che sul simbolo descritto e mostrato in precedenza sono state raccolte le firme. Questo certamente si può dire; sulle ragioni che hanno spinto a questa decisione si può ovviamente discutere, ma volerle cercare (solo) nel "vergognarsi del simbolo" sembra decisamente riduttivo e non tiene conto di questioni oggettive e pratiche. Come si è detto, alle suppletive si può affiancare un solo contrassegno al nome di chi si candida: nulla vieta, ovviamente, né di usare il simbolo del partito, anche solo leggermente integrato (come pare che accadrà con Andrea Casu, che al logo Pd di Nicola Storto sottoporrebbe un segmento rosso con la dicitura "Centrosinistra"), né di inserire più simboli di partito all'interno dello stesso cerchio.
Contrassegno di Maurizio Leo
(suppletive 2020 - Lazio 1-01)
 
"Biciclette" e "tricicli", in fondo, sono stati usati anche come emblemi di lista (alle amministrative nei comuni sotto i 15mila abitanti è la prassi, ma anche a volte in quelli superiori), quindi non c'è da scandalizzarsi; lo stesso centrodestra ha impiegato nelle precedenti suppletive di questa legislatura contrassegni compositi, sfoggiando tre o quattro cerchietti a seconda del numero di forze politiche che componevano in quel caso la coalizione. Già così, tuttavia, è facile notare che la grafica lascia abbastanza a desiderare: nessuno ha mai preteso che le schede elettorali siano esempi di finezza, ovviamente, ma bisogna ammettere che la scelta di rendere "visibili" più forze politiche nello stesso cerchio (di 3 centimetri di diametro sulla scheda) crea problemi di leggibilità, oltre che di disposizione e proporzioni. Qualche esempio: si fanno tutti i cerchietti uguali, oppure uno/alcuni di dimensioni maggiori rispetto ad altri? La soluzione andrà bene a tutti o ci saranno lamentele pronte a esplodere? E un partito piccolo ma presente in quel territorio merita visibilità o resta fuori per non complicare il contrassegno?
Ovviamente, più la coalizione si amplia, più la scelta di includere tutte le forze politiche (o quasi) diventa complessa, a meno di rischiare risultati graficamente discutibili. Il centrosinistra, almeno in un'occasione, ha provato a non scontentare quasi nessuno: alle due suppletive trentine del maggio 2019, infatti, nello stesso contrassegno sono state inserite ben sei "pulci", tra simboli nazionali e locali, rappresentanti forze piccole e grandi, tutti in ogni caso di 3,5 millimetri di diametro. L'effetto carambola (o biliardo o collana, che dir si voglia) era però assicurato: per la cronaca, in entrambi i casi il centrosinistra perse, certo non per colpa del contrassegno elettorale ma non si può obiettivamente dire che questo abbia aiutato a farsi riconoscere.
Non sembra un caso, dunque, che in seguito il centrosinistra abbia puntato su simboli decisamente centrati sulla persona candidata: lo stesso peraltro è accaduto per alcune candidature "giallorosse", non necessariamente più fortunate ma graficamente più ordinate. Quando dietro un candidato alle suppletive c'è una coalizione, quindi, la scelta "simbolica" è tra un contrassegno tanto inclusivo quanto "carambolesco" (più rispettoso delle varie comunità elettorali ma graficamente poco gestibile) e un emblema più pulito e diretto, spesso centrato sul candidato (accontentandosi necessariamente di scarsi riferimenti alle forze politiche sostenitrici, magari attraverso i colori).
A Roma-Primavalle la candidatura del segretario cittadino del Pd ha suggerito l'uso del simbolo del partito, integrato con il riferimento al centrosinistra visto che a sostenerlo saranno anche altre forze di quell'area. Se era lecito immaginare una dinamica simile nel collegio toscano che va al voto, essendo candidato il segretario nazionale del Partito democratico, occorre però ricordare che a Siena Enrico Letta ha espressamente cercato anche il sostegno di Italia viva e del MoVimento 5 Stelle: sarebbe oggettivamente più difficile ottenere i voti dei sostenitori di quelle forze politiche schierando il simbolo del Pd, né era oggettivamente pensabile che lo stesso contrassegno contenesse i simboli di Pd, M5S e Iv (o anche solo dei primi due soggetti politici: finora si sono visti affiancati, ma trovarli nello stesso cerchio farebbe un altro effetto). Si tratta certamente di una scelta di natura politica, legittima e ovviamente criticabile da parte di chi non la condivide; la vergogna, però, c'entra ben poco. Molto meno contestabile, per dire, sarebbe stato notare che la stampa del simbolo diffusa sui profili social di Letta è stata stampata davvero male, visto che sono evidenti delle "strisciate" di colore che difficilmente sono presenti nell'originale: per fortuna, dopo la conversione del "decreto semplificazioni", il contrassegno ufficiale depositato è quello in formato Pdf, certamente con i colori giusti, ed è quello che sarà riprodotto su manifesti e schede. Alla faccia delle stampanti difettose, che attaccano anche i simboli non "caramboleschi".

martedì 22 settembre 2020

Elezioni a Bologna senza simbolo Pd? Una proposta subito stroncata

Fissati i risultati delle elezioni regionali e a scrutinio ancora in corso per quelle amministrative, è tempo dei classici bilanci post-voto; non mancano però le occasioni per guardare più in là, alle elezioni comunali che si collocano nel prossimo anno, ma di fatto sono lontane pochi mesi da questo turno tardo-estivo, causa rinvio dovuto al Covid-19. E se la massima attenzione sarà concentrata su Roma, di certo si guarderà molto anche a Bologna: nel 2021 scadrà il secondo mandato di Virginio Merola e non potrà ricandidarsi come sindaco, mentre la scelta del candidato del centrosinistra sembra ancora distante (e, anzi, appare caratterizzata da una certa impasse).
Non è così passato inosservato un post pubblicato sabato su Facebook dal primo cittadino, intitolato Civismo, una riflessione. Ritenendo "inadeguata e già vista" un'alleanza di centrosinistra tra partiti e liste civiche, Merola ha chiesto di "prendere sul serio e con rispetto la parola civismo, e lasciare da parte le vecchie idee del secolo scorso", inclusi i partiti, "inadeguati anche se necessari". Per lui l'unica prospettiva nuova che potrebbe partire dal "laboratorio democratico" di Bologna sarebbe "una coalizione civica [...] formata da partiti e associazioni, che si presenta alle elezioni insieme, non separata per liste di partito e liste civiche, con un nome comune, lista di candidati insieme e unica per il Comune". A proporre il programma unitario, deciso dalle forze pronte a sostenere il candidato individuato, non dovrebbe dunque più essere una coalizione - dunque più liste legate tra loro - bensì una lista unica, composta da candidati scelti "verificando sul campo chi propone le idee o rappresenta meglio pezzi di città o tematiche importanti". 
L'idea può perfino apparire coraggiosa (e un po' folle) e "controcorrente", specie se si pensa al numero di liste schierate alle regionali in Campania e Puglia (anche se ad altre latitudini cambia il modo di concepire e organizzare le sfide elettorali); essa, però, comporterebbe la totale invisibilità del Partito democratico. Difatti, come a rimarcare il concetto per chi non lo avesse afferrato, Merola ha precisato: "Per il Pd è un modo per mettere alla prova l'idea di campo democratico. E, quindi, di mettere in conto di rinunciare al simbolo e a liste tutte di partito. Per chi vuole essere civico di rinunciare a proprie liste e simbolo. E condividere un programma e una lista comune". Ciò sarebbe necessario per "rifondare la politica attraverso un'estensione radicale del potere democratico" e "creare una leva di cittadinanza attiva, che rafforza la democrazia elettiva e insieme rafforza la partecipazione delle persone", sostituendo all'egemonia "la cooperazione tra diversi": il Pd locale, rinunciando alle sue "rendite di posizione", manifesterebbe "un grande segnale di generosità", potendo avere in cambio la "fresca rivitalizzazione del proprio modo di essere e di praticare l’impegno politico", senza vedere in campo "la solita lista di persone di centro senza più un partito".
Dell'idea di Merola forse si discuterà prossimamente; intanto, però, questa è già stata nettamente bocciata da Gianluca Passarelli, professore associato di Scienza politica all'Università di Roma "La Sapienza", nonché ricercatore dell'istituto Cattaneo di Bologna. Proprio oggi, infatti, sul Corriere di Bologna è apparso un commento a sua firma con un titolo decisamente rilevante per chi segue questo sito: Non si rinuncia ai simboli. Per Passarelli, l'idea di Merola "appare sbagliata nel merito, nel metodo e rischia di far sbandare il Pd": un pensiero netto, riferito soprattutto alla realtà bolognese. Non è certo nuovo - anzi, è sempre più frequente - l'impiego delle liste civiche alle elezioni amministrative per "nascondere" i partiti (sul presupposto che gli elettori sarebbero scoraggiati dal votarli) o comunque per "sbiadire appartenenze politiche pensando di attrarre elettori fuori dallo schema destra-sinistra": una tattica simile, tuttavia, per Passarelli appare "lunare", in un contesto in cui categorie quali "destra" e "sinistra" sembrano avere ancora un certo radicamento e valore. Si dovrebbe in sostanza evitare di dare corpo a un'operazione di facciata, un semplice maquillage elettorale (in cui "l’etichetta civica richiama alla distanza e alla vaghezza nei confronti del politico"), senza avere alle spalle un vero rinnovamento identitario seguente a una profonda discussione. 
Il primo simbolo
della lista Due Torri (1951)

Per Passarelli il rischio di "una rivisitazione tardiva e fuori luogo di una lista civica 'Due Torri' 2.0 che però non trova conferme empiriche quanto a capacità attrattiva" è molto forte. Quando nel 1951 il Pci scelse di non presentarsi con il proprio emblema alle elezioni amministrative, adottò quello che Giuseppe Dozza indicò come "il simbolo più bolognese di tutti" e ottenne il 40,39% dei consensi (guadagnando oltre 20mila voti rispetto a cinque anni prima): "Illo tempore - ricorda Passarelli nel suo commento - era tutto molto diverso, ma oggi, paradossalmente, l'identità rappresenta un potente attrattore di consensi". Il politologo non dimentica che il Pd nel 2016 era risultato il primo partito a Bologna (35,46%, che permise ai dem di conquistare tutti i consiglieri di maggioranza tranne uno) e anche in seguito ha mantenuto il suo primato (anche nelle europee 2019, che in regione aveva visto prevalere la Lega, la lista Pd-Siamo europei aveva raccolto il 40,33%, quasi il doppio dell'ex Carroccio): in Partito democratico, dunque, "oscurando il nome apparirebbe come una forza che si vergognasse della propria storia e quindi celasse quanto ha fatto. Nel bene e nel male".
Lo sguardo, peraltro, non si limita alla sola realtà bolognese, potendosi allargare all'intero paese: "Il Pd - spiega Passarelli - credo abbia bisogno di profonde riforme certamente, ma anche di conferme e di ri-costruire la propria identità, senza cestinare in un solo colpo la (breve) storia iniziata nel 2007 allorché si propose come partito nuovo". E qui l'autore coglie il legame netto tra identità di un partito e il suo simbolo, un aspetto fin troppo sottovalutato, soprattutto con il passaggio all'epoca della "politica marketing". Nel senso che non di rado si è pensato che bastasse cambiare un simbolo per avere più appeal, senza che ad aggiustamenti e rivoluzioni nella grafica corrispondessero effettivi mutamenti nel pensiero (ammesso che ce ne fosse uno). Eppure quel legame esiste e, paradossalmente, lo si può vedere in azione proprio in ambito commerciale, come dimostra l'esempio che Passarelli pone proprio all'inizio dell'articolo: "La Coca Cola investe milioni di euro in pubblicità ogni anno. E, sostanzialmente, non ha mai cambiato brand; la ragione principale è che i consumatori conoscono e si riconoscono nel nome e nel simbolo della bibita per eccellenza. E per questo lo riacquistano, ovvero lo detestano, ma sanno di cosa si tratta". L'uso del termine brand, in particolare, dovrebbe attirare l'attenzione di chi legge: il concetto di "marchio" in inglese si rende con mark o trademark, mentre brand rimanda piuttosto a un concetto affine ma diverso, quello della marca. Che è certamente legato al segno distintivo "fisico", per come lo si vede, ma evoca soprattutto, come nota Gaetano Grizzanti, uno dei massimi esperti di branding in Italia, "un insieme di valori predefiniti, definendo il posizionamento sul mercato". 
Il marchio, dunque, è il segno che si ha davanti agli occhi, mentre la marca suggerisce un mondo di immagini, sensazioni, ricordi: semioticamente parlando, il primo è il significante, la seconda è il significato. Praticamente la stessa differenza concettuale e la stessa relazione che si verifica tra il contrassegno elettorale (utile a distinguere una candidatura dalle altre) e il simbolo di un partito, che di questo dovrebbe appunto richiamare l'identità, i valori, le idee. Il che non significa che l'immagine (significante) che fisicamente dà corpo al simbolo (significato) non possa cambiare, ma con criterio. Ricorda Passarelli che il Partito Socialista Obrero Espanol (Psoe) "non ha rinunciato ai suoi riferimenti 'operai' e al simbolo benché alcuni, come il garofano, il pugno e il termine 'operaio' possano apparire come superati": dagli anni '70, in effetti (da quando fu adottata l'immagine della rosa nel pugno coniata in Francia da Marc Bonnet e fatta propria dai socialisti francesi), il simbolo della rosa, con o senza pugno, è quasi sempre rimasto al suo posto, magari con qualche adattamento ma restando sempre riconoscibile. 
Ovviamente si può cambiare in modo più profondo e mutare quasi tutto, al massimo riducendo a miniatura le testimonianze della propria storia, come avvenne nel 1991 per il Partito comunista italiano (poi Pds) e tra il 1994 e il 1995 per il Movimento sociale italiano (poi An). Però un cambiamento netto, secondo Passarelli, "per essere credibile deve sostanziarsi in una mutazione di contenuto ed identità" (cosa che nei due casi appena ricordati avvenne, altrimenti non si spiegherebbero a dovere le scissioni traumatiche che si verificarono nei due partiti di "falce e fiammella"). 
Non è certo la prima volta che si parla, con maggiore o minore convinzione, di cambiare il nome o il simbolo del Pd: lo aveva chiesto, tra l'altro, Andrea Rauch nel 2013 (per far togliere il "suo" rametto di Ulivo), lo si è detto con insistenza nel 2017 sotto la segreteria Renzi (e l'autore dell'emblema dem, Nicola Storto, disse che il segretario aveva tutto il diritto di cambiarlo); prima delle elezioni europee del 2019, lo stesso Nicola Zingaretti disse che l'uso del simbolo del Pd in occasione di quel voto non sarebbe stato un dogma (anche se ovviamente fu utilizzato, insieme al riferimento al calendiano Siamo Europei e al Pse). In effetti in questo caso si tratterebbe non di cambiare il simbolo, ma di metterlo da parte per fare qualcosa di nuovo e diverso; certo è che farlo a Bologna non sarebbe come presentare una lista unica di area in un comune sotto i 15mila abitanti perché in sostanza lo impone la legge elettorale. "Per cambiare davvero - segnala Passarelli - servono nuove idee, nuove prospettive, nuovi orizzonti e una diversa collocazione geo-politica. Ma allora non basterebbero certo pochi mesi per approntare tale progetto in tempo per il voto". E, ovviamente, non basterebbe farlo solo a Bologna. Ammesso che il risultato del Pd al voto di domenica e lunedì - giudicato da alcuni non insoddisfacente, da altri perfino buono - non suggerisca di mettere del tutto da parte l'idea di cambiare identità o simbolo.

lunedì 17 agosto 2020

Sardegna, il primo simbolo giallorosso alla prova delle suppletive

In queste settimane l'attenzione di questo sito è stata sostanzialmente monopolizzata dalle elezioni regionali che si terranno il 20 e il 21 settembre: il che è piuttosto normale, essendo il test elettorale a liste che interesserà vaste aree del territorio italiano. Non bisogna però dimenticare che contemporaneamente si svolgeranno - oltre al
referendum costituzionale - anche varie elezioni amministrative e, soprattutto, due elezioni suppletive, per individuare chi occuperà in Senato due seggi legati ad altrettanti collegi uninominali
Uno di questi è il collegio 03-Sassari, rimasto vacante dopo la morte, a marzo, della senatrice Vittoria Francesca Maria Bogo Deledda, eletta due anni prima sotto le insegne del MoVimento 5 Stelle. Come si è già avuto modo di ricordare (e come l'Ufficio elettorale centrale nazionale ha precisato in occasione della prima suppletiva di questa legislatura, tra l'altro sempre relativa alla Sardegna), chi partecipa alle nuove elezioni per occupare quel singolo scranno può utilizzare uno dei contrassegni già presentati alle elezioni politiche, raccogliendo le firme su quello, oppure - soprattutto qualora la persona candidata sia sostenuta da più forze politiche che all'ultimo rinnovo del Parlamento avevano corso con liste separate - può schierarne uno nuovo, ma in quel caso ha l'onere di depositarlo insieme a tutto il resto della documentazione (incluse ovviamente le firme raccolte proprio su quel simbolo e sulla candidatura collegata).
Ora, nei giorni scorsi era stato reso ufficiale che il Partito democratico e il MoVimento 5 Stelle, nel collegio senatoriale di Sassari (detto anche Nord Sardegna, visto che include anche la Gallura e parte della provincia di Nuoro) avrebbero sostenuto il medesimo candidato, Lorenzo Costantino Corda, presidente dell'ordine degli ingegneri sassarese. Corda è stato dipinto come vicino al M5S, ma sulla sua figura hanno scelto di convergere anche i dem. A quel punto si poneva chiaramente la questione del contrassegno da utilizzare: un conto era che i simboli del Pd e del M5S fossero nella stessa coalizione (com'è accaduto in Umbria e sta per succedere di nuovo almeno in Liguria), ben altro conto era immaginare che le loro miniature convivessero all'interno dello stesso emblema elettorale (una convivenza che probabilmente avrebbe creato più problemi e perplessità di quanti non ne abbia portati il voto sulla piattaforma Rousseau in tema di alleanze con i partiti tradizionali).
Non c'era comunque alcun obbligo di utilizzare la classica "bicicletta" con i due simboli o un contrassegno "carambola" (come quelli visti nelle suppletive del 2019 in Trentinoche contenesse tutti i "pallini" dei partiti coinvolti: la candidatura di Corda, infatti, è appoggiata anche da Liberi e Uguali, Centro democratico e Democrazia solidale, che insieme ai Progressisti (a trazione Pd) e al M5S fanno fronte comune contro l'alleanza centrodestra-Psd'az (specie in materia di ambiente); segnala Monia Melis su Repubblica.it che Italia viva e Italia in comune pensano invece a una candidatura autonoma, probabilmente quella del penalista Agostinangelo Marras (anche se c'è ancora qualche giorno per cambiare idea). Del resto, proprio in Sardegna il candidato vincente alle prime suppletive, Andrea Frailis, era sostenuto da varie forze politiche di centrosinistra e aveva appunto utilizzato un contrassegno diverso che voleva rappresentarle tutte, i Progressisti di Sardegna. Lo stesso ha fatto il centrosinistra anche dopo, nelle suppletive di quest'anno a Roma e Napoli, con contrassegni a fondo rosso e con elementi curvilinei colorati o che richiamavano il tricolore. 
Visti i precedenti, si è giocata la carta della semplicità (a costo di restare un po' anonimi), marcando anche un minimo di discontinuità grafica, visto che quest'alleanza era oggettivamente diversa rispetto a quelle già viste. L'emblema, dunque, consiste in un semplicissimo cerchio bianco bordato di grigio, con due piccoli archi spessi e irregolari, quasi pennellati, uno giallo e uno rosso; si possono anche chiamare "baffi", richiamando un po' quelli verdi e rossi - ma erano tracce di pastelli a cera - inventati da Bruno Magno nel 1994 per i Progressisti. I colori, ovviamente, questa volta ricordano soprattutto quelli con cui normalmente ci si riferisce alla coalizione che in questo momento è al governo (anche se, come detto, per ora Italia viva non è parte della compagine che sostiene Corda), con il giallo delle stelle del MoVimento e il rosso che accomuna in modo pur precario il Pd e ciò che resta di Liberi e Uguali. All'interno del cerchio, sopra agli elementi colorati, è inserita la dicitura "Nord Sardegna con Lorenzo Corda", con il nome del candidato che ha la massima evidenza (è scritto con il carattere Beau Sans Pro, lo stesso del Partito popolare europeo - di cui peraltro né il M5S né il Pd fanno parte, ma non è certo un problema - e, all'inizio, di Siamo europei di Carlo Calenda). 
La coloritura politica, insomma, c'è ma è minima, giusto una pennellata (anzi, due): si è preferito schierare la persona, com'è anche più normale che sia, in un collegio uninominale. Non tutti faranno così: si sa già, per esempio, che il centrodestra utilizzerà un contrassegno che contiene al suo interno i simboli della Lega, di Fratelli d'Italia e di Forza Italia per accompagnare il proprio candidato, Carlo Doria (sassarese, ortopedico, molto vicino al Partito sardo d'azione che pure non è presente all'interno del simbolo che è destinato alle schede elettorali). La sfida, dunque, sarà interessante anche da questo punto di vista: pur essendo civici i due candidati principali, hanno fatto scelte graficamente e politicamente distinte e toccherà ad elettrici ed elettori esprimersi (su di loro, come su altre persone che dovessero aggiungersi alla sfida per il collegio).

lunedì 9 settembre 2019

Gabbiano e rosa bianca: l'unione mai celebrata tra Di Pietro e Tabacci

Generalmente è importante la storia, quella che si fa con i fatti avvenuti e documentati. Ma gli stessi documenti possono dare conto di evoluzioni che erano state immaginate e progettate - dunque in qualche modo avevano prodotto fatti - ma poi non si sono sviluppate perché le vicende hanno preso pieghe diverse: il futuro mai nato o, se si preferisce, concepito ma mai cresciuto. Così può capitare che, mettendo ordine tra le carte accumulatesi nel tempo, a qualcuno spunti un simbolo con un gabbiano dai colori dell'arcobaleno e una rosa bianca: sulle schede non ci è mai finito, ma avendolo davanti agli occhi la macchina dei ricordi si mette inevitabilmente in moto.
Non ci sono date su quell'emblema, ma evidentemente dev'essere stato creato tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 2008. Il 24 gennaio il Senato aveva negato la fiducia al governo Prodi-bis e c'era stata subito aria di elezioni: il 30 gennaio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva voluto comunque verificare la possibilità di cambiare almeno la legge elettorale prima del voto (visto che in tanti si erano lamentati delle incertezze che avevano segnato la prima applicazione), affidando un mandato esplorativo al presidente del Senato Franco Marini, ma davvero in pochi credevano che il ritorno alle urne sarebbe stato spostato più in là. Meglio prepararsi per tempo, come aveva fatto Walter Veltroni con la costituente del Pd il 27 ottobre 2007, seguito un mesetto dopo dal "discorso del predellino" di Silvio Berlusconi, anticipatore della nascita del Popolo della libertà come confluenza di Forza Italia e Alleanza nazionale. Caduto il governo Prodi e destinato al fallimento il tentativo di Marini, già a fine gennaio bisognava concretizzare qualcosa, almeno per l'ipotesi di tornare al voto con il Porcellum.
In quei giorni l'inquietudine era molta. Proprio il 30 gennaio, in coincidenza con il mandato a Marini, avevano abbandonato l'Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci, ritenendo sbagliata la scelta di non partecipare a un eventuale governo riformatore ove non avessero partecipato anche i partiti del centrodestra: per alcuni era la prosecuzione della polemica che andava avanti da qualche settimana, legata alla scelta del leader di fatto dell'Udc di non allontanarsi troppo da Berlusconi, benché il partito avesse già scelto al congresso dell'aprile 2007 l'indipendenza dalla Casa delle libertà. Ci voleva una nuova sigla, che fosse chiaramente cristiana ma non guardasse troppo a destra nel nome: si pensò a "la Rosa Bianca", che faceva un po' "bianco fiore, simbol d'amore", un po' il ricordo di varie esperienze cristiane straniere e italiane; il nome, in ogni caso, era già stato impiegato da Tabacci a livello locale. 
Da soli, però, Tabacci e Baccini - ai quali nel frattempo si era aggiunto Savino Pezzotta, dopo il suo mandato di segretario della Cisl - non sarebbero andati lontani: per il Porcellum, infatti, una lista da sola alla Camera (dove era più facile eleggere qualcuno) doveva ottenere il 4% su scala nazionale; in coalizione con altre forze la soglia si abbassava al 2% e c'era spazio anche per la lista "miglior perdente" sotto il 2% (ma la coalizione doveva arrivare comunque almeno al 10%, altrimenti l'asticella si rialzava al 4% per ogni lista). Una fatica improba in ogni caso. Il caso volle che in quei giorni per questioni di legge elettorale fossero molto inquieti anche dalle parti dell'Italia dei valori. Veltroni, infatti, aveva appena ribadito che il Pd alle elezioni si sarebbe presentato da solo, senza apparentamenti: un po' per fare il contrario dell'Unione del 2006 che aveva vinto sul filo di lana unendo una dozzina di sigle ma si era sbriciolata, un po' perché comunque il partito che aveva in mente Veltroni era quello "a vocazione maggioritaria" e quindi avrebbe dovuto proporre da solo il programma di governo. Antonio Di Pietro e l'Idv, dunque, avrebbero dovuto prepararsi a una corsa solitaria: il 2,3% ottenuto alle elezioni del 2006 non faceva sperare molto bene nell'esito di una candidatura fuori dai poli.
In quelle condizioni, dei contatti tra Tabacci e Di Pietro ci furono, verosimilmente nei primissimi giorni di febbraio, anche se probabilmente i due si erano visti anche prima. Infatti, nella conferenza stampa di presentazione della Rosa Bianca (che si può ascoltare grazie all'archivio di Radio Radicale), Tabacci fece riferimento a "un'operazione vista nei mesi scorsi", di cui aveva parlato con i vari interlocutori in campo, compreso Di Pietro, con il quale c'erano state "intese, talvolta anche qualche dibattito televisivo simpatico". Tabacci sottolineò di aver pensato non a una confluenza nell'Idv, ma a "una cosa nuova che si collocava al centro, in piena autonomia e in forte contrasto con lo schema attuale" e che poteva avere la possibilità di superare il 4% alla Camera per tentare di scardinare il bipolarismo. Un minimo di consistenza quei contatti dovevano averla avuta, visto che si era arrivati a concepire un simbolo composito, basato su quello dell'Idv del 2006: al posto del nome evidentissimo di Di Pietro - che spariva per la prima volta dal 1998 - c'era un bocciolo di rosa bianca, con il peduncolo che si confondeva con la seconda "I" di "Italia". Lo scartabellio tra i vecchi documenti ha consegnato addirittura due versioni del contrassegno: una con la rosa piccola e un'altra con il fiore più grande (ma con la corolla trasparente, che lasciava intravedere sotto la sagoma colorata del gabbiano). 
Come sarebbero andare le cose è ormai ben noto. Benché Veltroni avesse invitato Silvio Berlusconi e il nascente Popolo della libertà a fare come il Pd e a correre da solo, il fondatore di Forza Italia non pensò mai di non apparentarsi alla Lega Nord o di chiedere a Bossi di rinunciare al simbolo di Alberto da Giussano e di entrare nel cartello del Pdl: i leghisti non avrebbero mai accettato e sarebbe stato folle rischiare di perdere i loro consensi (o di non intercettarli tutti, nell'inverosimile ipotesi di rinuncia al simbolo). A quel punto, visto il centrodestra correva "a due punte", Veltroni non volle essere da meno e pensò di scegliersi un solo partner per il Pd.
L'interlocutore ideale era proprio l'Italia dei valori, che in quel periodo sembrava la forza più consistente dell'area (con grande scorno dei Radicali italiani, che chiesero invano un accordo simile, salvo poi accontentarsi di una delegazione radicale candidata nelle liste del Pd). In una prima fase si ipotizzò addirittura di inserire il riferimento del sostegno a Veltroni, spostando o rimpicciolendo un po' il gabbiano per farcelo stare, posto che il nome più evidente nel simbolo sarebbe stato quello di Di Pietro. Alla fine, invece, l'Idv mantenne semplicemente il simbolo del 2006, senza aggiunte o modifiche (del resto, anche nel centrodestra il nome di Berlusconi campeggiò solo nel simbolo del Pdl, mentre in quello della Lega c'era il riferimento a Bossi); in compenso, anche senza il cognome di Veltroni sul simbolo nelle liste dell'Idv finì Jean Leonard Touadi, già assessore di Veltroni al comune di Roma.
E la Rosa bianca? Dopo la presentazione del simbolo ufficiale il 12 febbraio (stavolta col fiore stilizzato su fondo blu) e dopo le pronunce del tribunale di Roma che obbligarono a usare un nome diverso per il sito (visto che esisteva da anni un'associazione denominata La Rosa Bianca in ambito cattolico e giornalistico), proseguì il cammino come "Movimento civico federativo popolare", noto come "Rosa per l'Italia" e alla fine di febbraio stipulò un accordo con l'Udc - sì, proprio il partito da cui Pezzotta e Tabacci si erano allontanati, motivo per cui il progetto perse i sostenitori di Italia popolare (Gerardo Bianco e Alberto Monticone) che nel frattempo avevano mostrato interesse - per una lista comune. Lista che alla Camera ottenne il 5,62%, unica forza fuori dai poli a entrare a Montecitorio (con l'elezione di Tabacci, Baccini e Pezzotta). L'Idv, per parte sua, arrivò al 4,37%, che in coalizione col Pd era più che sufficiente per eleggere deputati; ma chissà come sarebbe andata, con il gabbiano in volo sulla rosa...

mercoledì 4 settembre 2019

Se dal Titanic (di Chiara Geloni) spuntano chicche simboliche

Tra gli effetti della crisi di governo e della gestazione del secondo governo presieduto da Giuseppe Conte (di cui è noto il volto da poche ore) uno non può passare inosservato per i #drogatidipolitica: i media hanno preso di nuovo atto dell'esistenza di un soggetto politico denominato Liberi e Uguali, che a livello politico non ha fatto una bella fine, ma a livello parlamentare esiste ancora, come gruppo alla Camera e come componente del gruppo misto al Senato. Prima la sua presenza era confinata alle microapparizioni di poche righe o pochi secondi tra una dichiarazione e l'altra degli esponenti di opposizione; in questi giorni le parole di deputati e senatori di Leu hanno ottenuto più spazio e, per giunta, legati all'etichetta con cui sono entrati in Parlamento e non a quella del partito cui sono ora legati.
Certo è che la maggiore visibilità riconquistata (anche grazie al ministero ottenuto, in modo forse insperato, da Roberto Speranza) arriva dopo una lunga disfatta della sinistra o, se si preferisce, un naufragio. Anzi, un affondamento, secondo la tesi espressa da Chiara Geloni nel suo recente libro Titanic. Come Renzi ha affondato la sinistra (240 pagine, 16 euro) pubblicato a maggio da Paper First (casa editrice del Fatto Quotidiano). Un affondamento con tappe precise, culminate nella batosta elettorale del 4 marzo 2018 - 3,39% alla Camera e 14 deputati, 3,28% al Senato e 4 eletti), ma proseguito con un'inesauribile tendenza allo spezzatino, che ha portato a escludere del tutto la sinistra italiana diversa dal Pd al Parlamento europeo.


Giorni (anzi, anni) beffardi, verso il fondo 

Il libro di fatto rappresenta la logica continuazione di Giorni bugiardi, il volume che Geloni - già vicedirettrice di Europa e direttrice di YouDem, dopo i primi anni trascorsi al Popolo - aveva scritto con Stefano Di Traglia per dare testimonianza diretta di ciò che era accaduto tra la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie per la guida della coalizione di centrosinistra, la "non vittoria" del Pd alle elezioni del 2013 e l'episodio (tuttora) dolorosissimo dei 101 che impallinarono Romano Prodi dopo la sua candidatura al Quirinale. Già a febbraio 2014, all'indomani delle dimissioni dalla Presidenza del Consiglio di Enrico Letta (incaricato di guidare il governo dopo il fallimento dello stesso Bersani - tra l'altro, il suo doveva essere il "governo del cambiamento", ricorda qualcosa?) in seguito alla sostanziale "sfiducia" del Pd guidato da Matteo Renzi, qualcuno aveva invitato Chiara Geloni a lavorare a un sequel, magari intitolato Giorni beffardi: lei, dopo un sorriso biondo amaro, aveva declinato l'offerta, ritenendo che toccasse a qualcun altro raccontare i nuovi capitoli della storia. Evidentemente nessuno lo ha fatto come lei immaginava, vista la sua decisione di farsi nuovamente voce e interprete di un periodo molto più lungo (2014-inizio 2019, piazzando nell'ultimo capitolo un bignami del libro precedente, per chi era assente o si era distratto). Ovviamente Geloni lo fa modo suo, con pochi giri di parole e senza timori di risultare indigesta a qualcuno (il che, puntualmente, accade) per ciò che scrive nel testo, tra parentesi o nelle note.
Anche per questo, colpisce che la narrazione inizi con un "non detto che dice tutto", cioè con lo sguardo dell'assistente parlamentare che il 26 febbraio 2014 fece capire a Geloni e Di Traglia che Bersani era tornato a Montecitorio - dopo l'emorragia cerebrale di gennaio - per votare la fiducia al governo Renzi e abbracciare Letta. Un abbraccio consumato tra gli applausi, "raffigurazione silenziosa e iconica di un’altra politica, di un’altra legislatura che sarebbe stata possibile, e non lo sarà mai più". Anche perché poche settimane prima il "patto del Nazareno" aveva rimesso in gioco Berlusconi molto più di quanto non avesse fatto la partecipazione del Pdl al governo Letta (fino al ritorno a Forza Italia e alla scissione alfaniana) e aveva iniziato a mettere sempre più al margine la classe dirigente dem che veniva dalla sinistra (sopravvissuta nel partito, di fatto, solo quando s'è convertita al nuovo). 
Dalle dimissioni di Gianni Cuperlo dalla presidenza del Pd (dopo che Renzi lo aveva attaccato per il no alle liste bloccate nell'Italicum prima versione) sostituito da Matteo Orfini, precedute dall'indimenticabile "Fassina chi?", la sinistra dem ha iniziato il suo cammino verso l'irrilevanza, risultando ora vittima, ora corresponsabile. Un cammino iniziato, volendo, quando Renzi era segretario ma non ancora capo del governo: è la fase di #Enricostaisereno, raccontata con la testimonianza di Roberto Speranza, allora capogruppo del Pd alla Camera, il quale ritrae un Letta troppo immobile nei mesi di iperattività renziana), seguita dal 40,6% dei dem alle elezioni europee 2014. "Sembra, a molti, l’alba di una nuova era, quel risultato - scrive Geloni -. E invece è probabilmente l’inizio della fine del renzismo" e forse, per paradossale che appaia, anche dello stesso Pd, apparso fin dall'inizio "a debole identità, scalabile, leaderistico" (parole di Massimo D'Alema, altro intervistato speciale, convinto che il cancro del Pd sia nato dall'annullamento di ogni fondamento culturale del partito, dal credersi "il centro della politica italiana", senza mediazioni, mentre il vero centro e il ceto medio non esistono più), così come non avrebbe aiutato il Pd (e l'Italia) il no di Renzi a Enrico Letta come presidente del Consiglio europeo, cosa che avrebbe garantito comunque anche un posto in Commissione. L'attacco durissimo lanciato da Renzi alla Leopolda 2014 contro la Piazza San Giovanni della Cgil (e al milione di persone che difendeva l'articolo 18), come le continue stoccate a gufi, rosiconi, dinosauri e reduci della sinistra, hanno di fatto segnato una frattura con un'area rilevante del popolo che nella sinistra si era sempre riconosciuto.

Minoranze a perdere

Da lì in avanti diventa difficile anche parlare di "minoranza Pd", visto che già dall'estate del 2014 era iniziata una "non lentissima marcia di avvicinamento al renzismo, nel nome dell''unità del Pd da salvaguardare e delle mitiche 'riforme' da portare a compimento": chi resta effettivamente in minoranza non riesce a incidere mai. E se l'idea originale di candidare al Quirinale Sergio Mattarella era stata proprio di Bersani (era il nome alternativo a Franco Marini nel 2013) e passò senza problemi al quarto scrutinio - al posto di Giuliano Amato - solo dopo un accordo lampo tra Renzi e lo stesso Bersani (voce rievocante nel libro), le battaglie per il Jobs Act (con abolizione dell'articolo 18 in sede di delega), l'Italicum (con il "canguro" e l'incredibile sostegno forzista che rimpiazzò i voti fatti mancare dalla minoranza dem, le cui richieste di modifica non erano state accolte) e la "Buona scuola" (sulla quale si consumò una gravissima frattura col mondo degli insegnanti) testimoniano la sconfitta di uno schieramento che non è riuscito a imporsi e, qualche volta, non ha rotto quando poteva avere senso farlo, come sulle questioni sociali.
Per Chiara Geloni, insomma, dopo l'elezione del capo dello Stato nel 2015 il Pd ha iniziato il suo suicidio, a partire dall'ultimo voto a Montecitorio (con dimissioni del capogruppo Speranza e sostituzione dei dem in commissione Affari costituzionali) per approvare l'Italicum, primo mattone della costruzione della riforma istituzionale, che passava attraverso la revisione costituzionale, attraverso la quale tutto il potere o quasi sarebbe potuto cadere in mani populiste. Così la pensava Bersani con tutti i detrattori della riforma; un rischio che nessuno tra i nuovi dirigenti Pd sembrava vedere, secondo lo schema della "mucca nel corridoio", per usare una delle metafore bersaniane più ripetute (almeno dalla metà del 2016). E intanto, tra quegli stessi dirigenti o comunque tra i personaggi di spicco, il fronte in dissenso con la nuova linea si assottigliava sempre di più, o perché di fatto sostenevano la maggioranza ("I berlingueriani puri - spiega nel libro Miguel Gotor - si ritrovano dalla stessa parte, con Bersani e D'Alema; la Destra comunista, i Fassino, i Violante, le Finocchiaro, gli Sposetti, i Minniti, i Latorre vanno dietro Napolitano, con Renzi, perché con lui si vince e si fanno le riforme per le riforme, a prescindere dal loro contenuto e qualità"), o perché lasciavano il partito. Il tutto paradossalmente mentre la parabola renziana non era più ascendente (e i rapporti con chi era ancora minoranza si deterioravano sempre di più) e Renzi cercava di mantenere il consenso a colpi di tweet, video e dirette rivolte ai follower: una strategia di "disintermediazione" che sarebbe stata accentuata - e molto - da Matteo Salvini.
Così le amministrative del 2015 andarono malissimo e alle regionali il Pd perse la Liguria (mentre Renzi e Orfini giocavano alla Playstation), mentre lo strumento delle primarie, pur essendo ritenuto "fondativo" dei demormai mostrava decisamente la corda, sia per le accuse di "infiltrazioni" sia perché poi non era detto che chi era uscito vincitore poi prevalesse anche nel voto che contava. E anche quando qualcuno vinceva primarie e secondarie, poteva capitare che fosse affossato con una "mossa notarile" come Ignazio Marino a Roma, al termine di una vicenda - aperta con la bomba di "mafia Capitale" e non priva di colpe del "chirurgo marziano" - da cui il Pd romano uscì malissimo, con una marea di defezioni di tesserati e militanti e una gestione pessima da parte della struttura nazionale. Che certamente non visse come un toccasana lo scandalo bancario servito a fine 2015.


Dopo il No: appassionatamente, ma non tutti insieme

Si arriva così - è tempo di passare al presente - al 2016, l'anno del referendum sulle trivelle (il primo promosso dalle Regioni, molte di centrosinistra), col Pd che sostiene l'astensione senza che se ne sia discusso in direzione, con tanto di #ciaone ai dissenzienti; quello della "legge Cirinnà" sulle unioni civili, risultato positivo ma con "un enorme casino" scoppiato al Senato sulla stepchild adoption, tolta per non scontentare gli alfaniani e certi cattolici del Pd e con il partito del Nazareno non in grado di gestire in modo solido quella situazione. Ma è pure l'anno delle batoste elettorali a Roma, Torino, Trieste e Napoli, coi "lanciafiamme nel partito" promessi da Renzi prima dei ballottaggi  ma rimasti senza effetti (il tutto mentre la Lega salviniana cresceva, anche fuori dal Nord, a danno di Forza Italia)
Il 2016 è soprattutto l'anno del referendum sulla riforma costituzionaleappuntamento che la guida Pd "vive come l'Armageddon, il Giudizio finale", per una "voglia di plebiscito" che, nella lettura proposta dall'autrice, "zittisca per sempre i 'gufi', i 'rosiconi', i 'professoroni' e chiunque si ostini a non allinearsi al pensiero unico del Nazareno". Il plebiscito, dopo un antipasto in una dichiarazione generica sulla riforma al Tg2 nel 2014, prende forma con le parole pronunciate alla conferenza stampa di fine anno il 29 dicembre 2015 ("Se io perdo il referendum costituzionale considero fallita la mia esperienza in politica") e si carica con l'andare delle settimane e dei giorni. Una valanga pesante, deleteria per le comunità dei costituzionalisti e dei cultori della Resistenza (le conseguenze pesano ancora oggi in entrambi gli ambiti), costosa sul piano economico (qualche riga è dedicata al conto salatissimo della campagna referendaria e alle conseguenze sui bilanci del Pd) e ancor più su quello della coesione del partito: da non perdere le pagine dedicate alle riunioni "fuori sede" e ai comitati dem del No "non autorizzati" (meglio ancora però il racconto del dibattito Renzi - De Mita visto da Geloni con marionetta demitiana accanto alla tv).
Come sia finita il 4 dicembre 2016 è noto, ma è utile ripercorrere pagina dopo pagina le settimane della campagna (anche grazie ai libri altrui, citati in abbondanza da Geloni in tutto il volume). Altrettanto noto è che quell'esperienza traumatica non è servita a salvare né il Pd - all'interno del quale in molti perdono ogni freno e, a dispetto delle promesse, nessun dirigente lascia la politica e guarda al congresso della riconferma e alle liste delle elezioni che verranno - né la sinistraLo si capisce il 13 febbraio 2017, alla direzione nazionale Pd, quando Bersani - in un episodio evocato all'inizio del libro - aveva invitato il partito di cui non era segretario da quasi quattro anni a trovare "qualcosa che ci tenga assieme, che ci faccia dire 'ok la pensiamo tutti così'" e lancia l'allarme sull'affacciarsi, spinta dalla globalizzazione, di "una nuova Destra che non è quella che abbiamo in mente, quella liberista", ma "sovranista, identitaria, protezionista [...] una Destra che se non togliamo noi i voucher li toglie lei, e poi mi dite come facciamo ad agganciare i giovani per i prossimi quindici anni. Un campo di idee che sta entrando nel senso comune. Anche a casa nostra, se giriamo nei bar e nei supermercati". Per lui era una cosa evidente, impossibile da non notare, un'altra mucca in corridoio dunque, assieme a quella di un partito ormai disgregato sul territorio: la linea del Pd, però, non era cambiata di una virgola.
In compenso, dopo che all'assemblea del 19 febbraio 2017 la scissione è diventata ufficiale - anticipata una settimana prima da un episodio gustosissimo (all'aroma di maiale) sui colli piacentini chez Bersani, Migliavacca, Gotor, Di Traglia e Geloni - la sinistra riesce a spaccarsi di nuovo. Quella dentro al Pd, che esce ma non tutta (una frattura seguita al sì alla riforma "in zona Cesarini" di Gianni Cuperlo, dopo che aveva ottenuto un accordo di massima su una modifica alla legge elettorale ma non concordato con gli altri dem pronti a votare no al referendum) e quella all'esterno: quando la non più vendoliana Sel sceglie di trasformarsi in Sinistra italiana, qualcuno (come Arturo Scotto e Alfredo D'Attorre) pensa che sia il caso di fare casa comune con chi ha abbandonato il Pd, qualcuno (a partire da Nicola Fratoianni) tira dritto.
Il primo simbolo
Quella casa comune di ex Pd ed ex Sel si chiamerà Articolo Uno, tra le prime ipotesi fatte alla vigilia della scissione dem ("un nome che mi piace molto, anche se, dice qualcuno, 'non sembra un nome da partito', e magari è proprio per quello - spiega nel libro Geloni - Dà l’idea di un nuovo inizio, e al tempo stesso di un ritorno ai fondamentali. Tiene insieme la questione sociale e la questione democratica, il lavoro e la Costituzione. È esattamente quello che vogliamo fare"). E qui si fa interessante lasciare la parola all'autrice per il racconto del varo della nuova etichetta, nel nome e anche nella grafica:
Per la scelta del nome del Movimento ci orientiamo rapidamente verso l’omaggio al primo articolo della Costituzione, che ci sembra rappresentare bene il nostro intento di mettere al centro, tenendole insieme, questione democratica e questione sociale. Apprenderò poi che è stato aggiunto quel “Democratici e progressisti” cui in seguito, terrorizzati dalle allusioni a Mario Capanna e alla sua Dp subito uscite sui giornali, riusciamo in extremis ad aggiungere la M di Movimento (parola ritenuta più flessibile e aperta a nuove evoluzioni rispetto a “partito”). Ho sempre pensato che quell'aggiunta, che rispondeva all'esigenza di evidenziare le identità delle due componenti che confluivano in Articolo Uno, sia stata un errore di comunicazione: i giornali e le agenzie ci hanno chiamato sempre Mdp, e il nostro bel nome costituzionale, ben più riconoscibile, è stato utilizzato prevalentemente dai militanti, che lo apprezzeranno molto più della sigla. Chiediamo a un’agenzia romana – Bake agency – un progetto per il sito, e intanto ci facciamo mandare da vari grafici e creativi proposte per il simbolo, che selezioniamo e sottoponiamo a un focus group da cui in qualche giorno emerge la scelta finale, creata da Guido Lombardo di Intornodesign. 
Anche Makkox e Diego Bianchi colgono il nostro momento di caos creativo e iniziano a sfotterci “suggerendoci” il nome Movimento Arturo: loro non lo sanno ancora ma non suona diversissimo da quello che effettivamente abbiamo scelto. Una mattina convinciamo Speranza a rispondere a “Propaganda live” che annuncia il congresso fondativo del Movimento Arturo e Roberto twitta annunciando che parteciperemo con una delegazione del nuovo Movimento alle assise dei compagni: naturalmente, "interverrà per noi Arturo Scotto". 
Geloni - bontà sua - glissa sul fatto che Mdp, il primo nome che le indiscrezioni riportate dai media davano per probabile, era diventato il pretesto per l'ennesimo affondo di parte del Pd contro chi era uscito: Democratici progressisti era il nome di una lista presentata dai democratici alle elezioni calabresi del 2014 e uno dei titolari, Ernesto Carbone (quello di #ciaone) aveva minacciato azioni legali. Un simpatico bastone tra le ruote recapitato a mezzo stampa, che però non cambio i piani, visto che il nome principale era già "Articolo Uno", il cui simbolo venne presentato ufficialmente il 22 marzo al tempio di Adriano (ma in tono minore, per la morte proprio quel giorno di Alfredo Reichlin).


(Auto)affondarsi, anche col simbolo

Con il nuovo inizio, a dire il vero, le cose non vanno benissimo, anche perché il possibile leader per fare sintesi tra le anime della sinistra, Giuliano Pisapia, nicchia, temporeggia, esce un po' allo scoperto con Campo progressista (e, con lui, tutte le sue insofferenze), poi si ritira: a luglio nega di volersi candidare - con somma irritazione di chi sperava nel suo ruolo e improvvisamente rischia di apparire a caccia di poltrone - poi il 5 ottobre a Ravenna getta la spugna (e proprio a un evento - quello del ritorno alla politica di Vasco Errani - che avrebbe potuto segnare la sua investitura da guida della sinistra ricostruita e costruenda). Due giorni prima Articolo Uno aveva lasciato la maggioranza, votando contro la relazione di Piercarlo Padoan sul Def; i suoi eletti sarebbero stati disposti a votare la fiducia sul ddl cittadinanza (quello dello ius soli temperato), già nel programma del centrosinistra, ma non se ne fa niente perché "non ci sono i numeri" (e in fondo al nuovo corso dem il tema non piace).
Nel frattempo la legge elettorale è cambiata, è il Rosatum (anzi, Rosatum-bis), di nuovo un sistema misto ma con una prevalenza del proporzionale (a listine bloccate) rispetto ai seggi attribuiti nei collegi uninominali e con coalizioni senza leader e senza programma comune. La vita si prospetta difficile per le liste fuori dai poli (diverse dal MoVimento 5 Stelle), soprattutto per Articolo Uno, forza neonata "condannata" o ad allearsi ovunque col Pd (come se nulla fosse successo e con ben poco potere sulla scelta dei collegi in cui presentare propri candidati) o ad andare da sola ovunque (sperando di superare lo sbarramento del 3%, altrimenti non avrebbero avuto alcun rappresentante, non potendo certo pensare di vincere collegi contro il Pd, il centrodestra e il M5S).
Per coerenza occorre non andare con i dem, ma possibilmente non da soli, perché lo sbarramento fa paura. E ci vuole un leader, visto che Pisapia si è sfilato. Bersani potrebbe, ma è risoluto nel suo rifiuto ("Sarebbe diventata una rivincita, avremmo dato un messaggio sbagliato"). La soluzione si chiama Pietro Grasso, presidente del Senato uscente, già da tempo interlocutore discreto - si apprende in Titanic - di "chi era a disagio nel Pd", ma da settembre guardato sempre con maggior interesse, soprattutto dopo la sua uscita dal Pd alla fine di ottobre: la sua disponibilità a guidare il progetto, tra l'altro, convince anche Sinistra italiana e i civatiani di Possibile. 
La candidatura viene annunciata il 3 dicembre, come anche il nome del cartello elettorale: "Grasso vuole, per la lista, un nome ispirato all'articolo 3 della Costituzione, ai concetti di libertà e uguaglianza; invece dei nomi astratti gli consigliamo di utilizzare gli aggettivi, Liberi e Uguali, scoprendo poi di avere 'citato' anche l'incipit della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: meglio ancora; a me poi ricorda i 'Liberi e Forti', dell’appello sturziano, chissà se anche lui, siciliano, ci ha mai pensato". Se il lancio della candidatura di Grasso va bene, altrettanto non può dirsi del seguito: è proprio Geloni a dirlo, evocando una situazione in cui "Siamo partiti tardi eppure perdiamo un sacco di tempo, paralizzati da una situazione in cui, al di là dei proclami di “nuovi inizi” e “nuove proposte”, nessuno si fida realmente degli altri". 
L'unica certezza è che la pattuglia parlamentare nella nuova legislatura si restringerà, e non poco, aggiungendo a ciò le incognite legate alla legge elettorale (non sapendo in quali circoscrizioni/collegi usciranno i pochi eletti di Leu): il libro racconta il processo di individuazione dei candidati (con ampio uso delle pluricandidature per i parlamentari uscenti e i dirigenti) e delle difficoltà di comporre le esigenze dei tre partiti fondatori e dello stesso Grasso, che "si fa anche lui parte, reclama legittimamente la sua quota", ma non senza attriti. Incomprensioni di ogni genere si succedono nei giorni successivi e finiscono per riguardare persino il simbolo di Liberi e Uguali, o meglio il contrassegno elettorale. Chiara Geloni dedica alla questione una pagina di Titanic che, da sola, vale la citazione in questo sito, dunque la parola va a lei: 
Una mattina di novembre 2017, in orario antelucano, vengo invitata a una riunione riservatissima dove lontano da occhi indiscreti, mi viene detto, dovrò presentare a Grasso, Speranza, Fratoianni e Civati le proposte di simbolo dell’agenzia Tita [una delle più importanti agenzie di comunicazione in Italia. "Il suo fondatore, Giuseppe Mazza, ha vinto il Premio Pirella 2019 ed è quindi il comunicatore dell’anno", si legge nel libro], con cui ero io a tenere i contatti e che ci ha già anche sottoposto alcune idee per una campagna di comunicazione in campagna elettorale. Con mia enorme sorpresa, dopo che ho mostrato le quattro/cinque proposte dei milanesi, a partire da quella, rossa con scritta bianca, semplice, elegante, che a me e all'agenzia sembra la migliore, Fratoianni e Civati estraggono ciascuno una cartellina contenente non so se cento altre proposte di simbolo, le più disparate. Non si capisce più niente, i fogli si affastellano sul tavolo con simboli e loghi di tutti i colori e tipi, non c’è più logica, è impossibile prendere una decisione.
Improvvisamente, percepisco, la tensione sale, la questione diventa politica: Grasso deve scegliere a quale "partito" assegnare la vittoria. Lui prende tempo, avoca a sé la decisione. Tutti annuiscono: "Decide il presidente", e la riunione si scioglie. Dopo qualche settimana, Grasso si presenta da Fazio con un simbolo rosso quasi identico alla prima proposta di Tita, dove la “E” che sta tra Liberi e Uguali è però diventata uno svolazzo di tre baffi orizzontali. Non è brutto, ma è poco più di una manipolazione dell’altro. E intanto la nostra collaborazione con Tita è saltata. Apprendiamo dalla tv che il logo non è opera di un'agenzia ma di "un grafico di Monza": si tratta di Alberto Civati, il fratello di Pippo. 
Da Fazio, Grasso sbaglia il colore del simbolo, che non è "amaranto, simbolo di protezione", come dice, ma Pantone rosso puro; fa una gaffe sulle "foglioline" che trasformerebbero la I finale di Liberi in una E per rispondere – ma finendo per enfatizzarle – a critiche su un presunto maschilismo del nome Liberi e Uguali, su cui la Boldrini e altre esponenti di LeU avevano aperto una polemica (assurda: il plurale misto in italiano è uguale al plurale maschile. E infatti nessuno accuserà poi di maschilismo lo slogan "per i tanti, non per i pochi", del resto) [...].
Al di là degli scivoloni grafici, è lo stile di Grasso per Geloni ad apparire impacciato, insicuro e poco invitante, mentre è l'intera comunicazione di Leu ad apparire piuttosto confusa sotto vari aspetti (che l'autrice mette in luce senza indulgenza), così come certe figure - D'Alema in primis - finiscono per essere ingombranti. Alla fine lo sbarramento è superato di poco, la pattuglia di eletti è ristretta e la sinistra affonda. Lì come altrove: "Volevamo salvare il salvabile, ma ormai quasi tutto era perduto", perché i molti che non vogliono votare Renzi sulla scheda mettono la croce sul simbolo del M5S o addirittura della Lega e non su quello di chi con l'ex sindaco di Firenze c'era rimasto fino a un anno prima. "'C'è una parte dell’elettorato che ha chiuso definitivamente con tutto ciò che ai suoi occhi appare Sinistra, e non cerca una Sinistra diversa: sta bene senza". 


Epilogo. O no?

In definitiva, "il risultato del 4 marzo distrugge la Sinistra. Tutta: quella riformista e quella radicale, quella renziana e quella anti. Dopo il 4 marzo non ci sono più regioni rosse, non ci sono più collegi sicuri, soprattutto non c’è più un’idea condivisa del futuro". E se la storia di Leu è parsa finita a Chiara Geloni già all'indomani delle elezioni ("per mettersi insieme bisogna piacersi, almeno un pochino; specialmente se non c'è alcuna dote che giustifichi un matrimonio d’interesse", con tanto di analisi degli errori fatti prima e dopo), anche l'arrivo di Nicola Zingaretti alla segreteria Pd ha prodotto qualche segno di vita per il partito, meglio dell'irrilevanza durata mesi, ma per ora non molto più di questo. Certo, il libro è uscito a maggio, quasi quattro mesi prima che fosse annunciato il nuovo governo a tre, con il ruolo di maggiori formanti assegnato a M5S e Pd (il terzo, come si è detto, è Leu). Ma Titanic ricorda la lettera di Luigi Di Maio al Corriere della Sera del 29 aprile 2019, con cui - dopo il mandato esplorativo positivo di Roberto Fico - si indicavano i punti in comune per un possibile governo demostellato; punti affondati poche ore dopo, quando Renzi chez Fazio sentenzia "Non faremo giochetti di palazzo", quindi "Mai al governo con il M5S".
Al di là degli sviluppi post libro, la questione posta sul tavolo da Geloni resta valida: "Nel Pd nessuno ancora spiega quale sia la strategia per provare almeno a riprendere i milioni di elettori lasciati per strada. Nessuno, fino a oggi, trova il coraggio di dire che il punto non è accontentarsi di recuperare due punti nei sondaggi ma serve rifondare, possibilmente non da soli, un’intera area politica e culturale". Avendo peraltro la consapevolezza - cosa per nulla ovvia - che "il sistema politico è totalmente cambiato rispetto ai tempi della nascita del Pd, e che un partito maggioritario della Sinistra riformista, che aspiri a essere col suo segretario una proposta di governo per il Paese, non esiste più e non esisterà più per molti anni". Se non altro, però, le vicende di questi giorni dicono che almeno uno spunto è stato colto: "ci sono nuovi attori in campo e un sistema multipolare e sostanzialmente proporzionale, e prima o poi si dovrà scegliere con chi accettare la sfida di discutere, e la scelta potrà essere o con la Destra o con il Movimento 5 Stelle, o per meglio dire con quello che sarà della Destra o dei 5 Stelle nei prossimi mesi e anni, e che per scegliere bisogna avere chiaro chi è il nemico".
"Serve solo capire finalmente che c'è bisogno di una Sinistra che faccia il suo mestiere", almeno secondo Pier Luigi Bersani, che nella postfazione rilegge le vicende contenute nel libro fino alla scissione di Articolo Uno dal Pd (anche se "molti di noi l’hanno vissuta più come un’espulsione", come la scelta di non "essere corresponsabili di una cosa così"). Per l'ex segretario occorre "che siano chiamate a raccolta tutte le forze che vogliono riconoscersi in una Sinistra larga e plurale, che siano pronte a rendersi alternative non genericamente ai 'populismi', ma chiaramente alla Destra, e che intendano riferirsi al variegato mondo del socialismo europeo e ai partiti e ai movimenti progressisti, ambientalisti e civici presenti in Europa". Il tutto lavorando su "lavoro buono, welfare universalistico, fiscalità progressiva, diritti civili e sociali e una chiave ambientale che deve attraversare tutto", sapendo che le sfide di oggi e domani sono lontane rispetto a quelle del passato, ma vanno colte. Così si può sperare di sopravvivere al Titanic raccontato con schietta profondità da Chiara Geloni, magari senza pensare che la soluzione sia una scialuppa.