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martedì 4 agosto 2026

Il capo della coalizione e il suo nome nel simbolo: l'invito di Franceschini e il precedente della Margherita (di Andrea Vezzaro)

Intervistato questa mattina da Francesco Bei sulla Repubblica, l’ex-ministro Dario Franceschini - senatore Pd e vero kingmaker del Nazareno, rispetto al tema della leadership del "campo largo", ha proposto che le primarie si facciano sul serio, ma con regole precise: tra queste, il futuro vincitore della consultazione non dovrebbe inserire il suo nome nel simbolo del suo partito: "Ci siamo passati già nel 2001, quando Francesco Rutelli era il candidato della coalizione e mise il suo nome sul simbolo della Margherita, ci fece guadagnare molti voti in più. Chi vince le primarie, dal giorno dopo non rappresenta il suo partito ma il programma comune e la coalizione". Come a dire, allora ci andò bene, ma stavolta il copione non dovrà essere ripetuto e non ci dovranno essere traini di questo tipo.
Al di là delle riflessioni sugli attuali equilibri del centrosinistra, Franceschini racconta una grande verità: Democrazia è Libertà - La Margherita, nella quota proporzionale alle elezioni politiche del 13 maggio 2001 ottenne un buon risultato anche grazie al traino del front runner Rutelli inserito nel simbolo; il nome, del resto, era presente anche nel simbolo dell'Ulivo destinato alle schede per i collegi uninominali. La storia della Margherita affonda però le sue radici nella frantumazione centrista della XIII legislatura (quella terminata, appunto, nella primavera del 2001): sembra dunque opportuno ripercorrere qualche tappa di quel percorso preparatorio. Il 25 luglio 2000 il Partito popolare italiano, Rinnovamento italiano e l’Udeur presentavano il patto federativo "Una scelta per l'Italia", primo passo per una futura lista unitaria del centro dell’Ulivo; il 10 settembre 2000 i Democratici approvavano tale progetto che puntava a semplificare il quadro, controbilanciando il peso elettorale e politico dei Ds. 
Foto Lapresse, tratta dalla Rete
Un mese dopo, l'11 ottobre 2000, nasceva ufficialmente la lista della Margherita, guidata dal sindaco uscente di Roma Francesco Rutelli, designato da poco candidato premier per le politiche dell'anno successivo. 
Il 3 febbraio 2001 fu presentato il nuovo simbolo: il cerchio era diviso in due parti, rispettivamente verde nella parte inferiore e azzurro sfumato in quella superiore. Al centro c’era una grande margherita, mentre sul lato sinistro superiore compariva la scritta "Democrazia è Libertà" in blu, con la voce verbale colorata di rosso; nella fascia verde, in bianco, c'era il riferimento "con Rutelli", indicazione esplicita del leader. Nella parte superiore destra erano presenti i quattro simboli delle forze politiche che aderivano alla lista unitaria: i Democratici con il loro asinello post-ulivista, il gonfalone (semplificato) dei Popolari, il tricolore stilizzato di Rinnovamento Italiano e il campanile dell'Udeur; al lancio del progetto erano infatti presenti rispettivamente Arturo Parisi, Pierluigi Castagnetti, Lamberto Dini e Clemente Mastella. 
A curare la grafica era stato chiamato l’illustratore e designer Andrea Rauch, già ideatore tra il 1995 e il 1996 del simbolo dell'Ulivo. Intervistato da Gabriele Maestri per questo sito (nell'articolo pubblicato il 30 giugno 2016), così ricordava le fasi di ideazione del nuovo emblema: "A tenere i contatti con me fu Lapo Pistelli, il collegamento tra i romani e i fiorentini, praticamente faceva la spola ogni settimana. Loro nel simbolo volevano la margherita e io la disegnai con il solito programma; poi però iniziò una sorta di balletto che interessò vari elementi. Mettiamo i simboli dei partiti che compongono l'alleanza, anzi, non li mettiamo, o mettiamo solo i nomi; mettiamo il nome di Francesco Rutelli, leader e potenziale presidente del Consiglio, anzi, non mettiamolo; lasciamo il fiore al centro, anzi spostiamolo per far posto ai simboli, anzi, meglio rimpicciolirlo, e avanti così, persino il nome del cartello elettorale mutò nel tempo. Fu un lavorio continuo e anche un po' pasticciato, praticamente il simbolo cambiava ogni settimana e tutte le volte che Lapo Pistelli tornava da Roma dopo aver parlato con quello che lui chiamava 'il sinedrio', nel senso dei maggiorenti dei quattro partiti fondatori, c'era una piccola novità. In sé erano cambiamenti di poco conto, ma si fece almeno una ventina di versioni diverse". 
Sempre Rauch, in quell'intervista, ricordò che proprio il giorno della presentazione del simbolo (il 3 febbraio 2001) lui e i suoi assistenti avevano un impegno in provincia di Treviso, quindi "il materiale per la presentazione fu passato [...] ad Area, il gruppo romano, e a essere presentata fu la versione di quel giorno" (non a caso, nelle foto di quel giorno si vede l'accento di "libertà" in una forma diversa rispetto a quella definitiva). Nel suo saggio L'immagine complessa. Segno, simbolo, forma, colore: analisi e progetto di immagini coordinate - pubblicato da Protagon Editori Toscani - nel 2001 Rauch aveva inserito proprio alcuni dei vari bozzetti proposti prima di arrivare a quello definitivo. 
Sicuramente il simbolo aveva poi un esplicito riferimento - grafico e politico - al progetto varato nel 1998 dal segretario del Partito popolare trentino Lorenzo Dellai, denominato Civica per il governo del Trentino, ma ben presto ribattezzato "Civica Margherita". 
Ritornando alle riflessioni iniziali di Franceschini, la lista comune in cui le quattro formazioni erano federate ottenne oltre 5 milioni di voti, attestandosi al 14,52%, alle spalle dei Ds e quindi controbilanciando l'Ulivo: questo, però, venne sconfitto nella competizione con la Casa delle Libertà. Nel dicembre 2001 nacque poi il comitato costituente e tra il 22 e il 24 marzo 2002 venne varato ufficialmente a Parma il nuovo partito con Francesco Rutelli presidente; sotto i petali si erano così collocati i popolari, i diniani, i Democratici, ma non Mastella che aveva scelto di rimanere autonomo con l'Udeur. 
Nonostante l’adesione alla lista unitaria delle Europee del 2004 e l'entrata nella Federazione dell'Ulivo, l'assemblea federale della Margherita, riunitasi tra il 19 e il 20 maggio 2005, decise che l’anno successivo il partito si sarebbe presentato autonomamente alle politiche nel centrosinistra. Dopo le primarie del 14 ottobre 2005 e l'approvazione della nuova legge elettorale, si decise la presentazione della lista unitaria dell'Ulivo solo per la Camera. Al Senato così fu ripresentato il simbolo della Margherita, questa volta senza i vecchi emblemi dei partiti fondatori ma anche senza il riferimento a Rutelli (del resto già sparito dal 2002): i consensi però calarono al 10,72%. Allora, peraltro, il capo della coalizione era Romano Prodi, il cui nome in quell'occasione non era apparso in nessun contrassegno elettorale (tranne che in quello comune dell'Unione, presentato però solo in Alto Adige e all'estero), mentre aveva campeggiato nel 1996 nel simbolo dei Popolari (quando il segretario però era Bianco). Prevarrà la "linea Franceschini" oppure il nome del leader del futuro centrosinistra finirà - in assenza di contrassegni di coalizione - sul fregio del rispettivo partito?

domenica 7 agosto 2022

A.D. 2022, il primo deposito dei simboli senza l'arte di Luciano Gesuelli

Foto sullo sfondo di Benvegnù/Guaitoli (a loro disposizione)
Ancora manca qualche giorno all'apertura - il 12 agosto - del deposito dei contrassegni elettorali, nell'ultima domenica prima della campagna elettorale, giorno in cui di norma non si svelano nuovi simboli e - Calenda a parte - non accadono eventi politicamente rilevanti: è allora il caso di prendersi un po' di tempo per dare valore alla memoria e realizzare il fatto che quello di quest'anno sarà il primo deposito dei contrassegni da molti anni a questa parte al quale non potrà partecipare Luciano Gesuelli. Un nome che forse non dice troppo a coloro che frequentano la politica saltuariamente o anche con una certa intensità, ma che è molto rilevante per chi appartiene alla spesso citata schiera dei #drogatidipolitica (o #malatidipolitica, secondo un'altra e comunque pregiata lectio), per gli anni dedicati a quella passione e per l'arte impiegata nel farlo.
Se infatti Mirella Cece - prima con il suo Movimento europeo liberal-cristiano Giustizia e Libertà e poi con il suo Sacro Romano Impero (Liberale) Cattolico - è indiscutibilmente uno degli elementi essenziali del rito della fila per il deposito dei contrassegni presso il Ministero dell'interno dal 1994, senza dubbio Gesuelli ha avuto un ruolo fondamentale tanto per il deposito degli emblemi, quanto per quello delle liste, anche per le elezioni regionali o amministrative, in cui è previsto il deposito di simboli, liste e altri documenti tutti insieme. Classe 1938 - per quello che è possibile sapere - "romano di Porta Metronia" (e giallorosso) e un impegno da funzionario di partito lungo oltre sessant'anni, Gesuelli è scomparso il 18 gennaio 2020, praticamente due anni dopo aver depositato il suo ultimo simbolo (il 21 gennaio 2018). Chi lo ha conosciuto ne ha ricordi indelebili; chi - come chi scrive - lo ha incrociato giusto un paio di volte ha comunque potuto sperimentare le grandi doti affabulatorie, che lasciavano trasparire una lunga, lunghissima esperienza all'interno del partito, anzi, dei partiti che ha servito con puntiglio e dedizione.
Corriere della Sera, 14 gennaio 2013, pagina 5
La parte principale della sua vita appassionata e del suo lavoro certosino Gesuelli l'ha vissuta all'interno della Democrazia cristiana, iniziando a praticare l'arte del deposito addirittura nel 1958. Nel 2013 raccontò parte della sua esperienza a Fabrizio Caccia del Corriere della Sera, ricordando i tempi in cui, in determinate circostanze, era importante anche arrivare ultimi e organizzarsi per questo (la Dc almeno lo faceva): 
Tanti anni fa, c'era ancora la Dc, un settimanale mi dedicò un articolo. C'era una foto, chissà dov'è finita, che mi ritraeva con due cronometri, uno a ogni polso [...] perché a quei tempi bisognava spaccare il secondo, l'ufficio del Tribunale chiudeva alle 20 in punto e io arrivavo quando ormai mancava pochissimo, 30-40 secondi. Ecco perché ero l'uomo dell'ultimo minuto. Prima infatti non funzionava come adesso: adesso c'è il sorteggio che assegna ai partiti un posto a caso sulla scheda elettorale. Prima, invece, se consegnavi per ultimo le liste, ti garantivi anche l'ultimo posto sulla scheda. Così poi l'elettore, il tuo elettore, in cabina, era facilitato a trovare la casella. Ecco perché c'era la gara ad arrivare ultimi. O primi. Noi diccì facevamo squadra. Io ero il segretario del comitato romano e mi facevo accompagnare da tre o quattro collaboratori. Di solito c'era il funzionario del Psi che cercava anche lui di consegnare per ultimo. Così scattava il piano. Proprio quando mancava una manciata di secondi alla chiusura ed eravamo tutti lì sulla porta dell'ufficio elettorale, io gridavo "Spingere": la parola d'ordine. I miei uomini fidati, allora, facevano blocco e a forza di spintarelle spostavano piano piano il socialista fin dentro l'ufficio. Così lui era il penultimo e io l'ultimo a consegnare.
Altri tempi, in cui a chi lavorava nei partiti era richiesto anche questo tipo di competenza. In questo senso, quella di Gesuelli era veramente "arte", nel senso di "abito di condurre con ordine una serie d'operazioni ad un fine", primo significato fornito dal Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini. La stessa che serviva, in modo multiforme, a riempire in modo esatto tutti i moduli e a difendere l'ultimo posto "in fondo a destra" sulla scheda elettorale (visto che quello "in alto a sinistra", lotte con i radicali permettendo, era quasi sempre del Pci). In proporzione, depositare i contrassegni richiedeva meno industria per l'ordine, ma altrettanta precisione nella compilazione dei documenti richiesti. Gesuelli era una certezza in questo senso ed era ben noto a tutte le persone che si occupavano di ricevere e vagliare i simboli e le altre carte. In tutto questo - salvo errore - non risulta mai il suo nome in una candidatura alle elezioni regionali, nazionali o europee, perché quell'impegno era davvero totalizzante e andava svolto in modo serio.
Chi scrive ha ben fermo il ricordo di una conversazione dal vivo con Pierluigi Castagnetti nell'anno del Signore 2010, quando lui era presidente della Giunta per le autorizzazioni ma soprattutto segretario del Partito popolare italiano (non sciolto, allora probabilmente come oggi) e aveva fornito le prime indicazioni che poi avrebbero portato al copioso studio sulla Dc mai davvero terminato: in quell'occasione Castagnetti tenne a sottolineare che nella Dc c'era un funzionario bravissimo che si occupava del deposito dei simboli e che conosceva benissimo tutti coloro che al Viminale si occupavano di elettorale "e siamo riusciti a tenerlo con noi", alzando lo sguardo per evocare in una frazione di secondo tutti i travagli della trasformazione della Dc in Ppi (con i vari incidenti di percorso che sarebbero emersi in seguito), delle scissioni dolorose dal 1994 in avanti, della scelta di mettere da parte il nome sturziano e il gonfalone per la Margherita e, da ultimo, di dare vita al Partito democratico. In tutto quel lungo e accidentato cammino Luciano Gesuelli ha continuato a svolgere il suo ruolo, prima nel Ppi, poi in Dl e poi nel Pd, affiancato via via da altre persone che hanno appreso almeno parte del suo sapere. 
Nel 2014 chi scrive lo vide regolarmente in fila già il giorno prima che si aprissero i cancelli del Viminale: non si sottrasse certo ai giornalisti che gli facevano domande, ma a chi gli chiedeva come mai fosse in fila disse "mah, sono venuto a depositare un simboletto di un piccolo partito...", senza scoprirsi di più. Si dovette attendere la mattina del giorno dopo per scoprire che, in realtà, era venuto a depositare - evidentemente su mandato di Castagnetti - proprio l'ultima versione del simbolo del Ppi (quella con la croce sfumata nello scudo nel gonfalone, senza tricolore): poche settimane prima Mario Mauro aveva dato vita ai Popolari per l'Italia e quella potenziale sigla Ppi e l'uso del termine "popolari" non era affatto piaciuto a chi aveva continuato a rappresentare il gonfalone. Gesuelli tornò nei corridoi del piano terra del Ministero dell'interno nel 2018, quando si trattò di depositare il simbolo del Pd: arrivò l'ultimo giorno (il 21 gennaio), quando ormai mancava meno di mezz'ora alla scadenza del termine per la presentazione. Arrivò insieme al notaio di fiducia dei dem e a Giovanni Pappalardo, il funzionario a capo dell'ufficio elettorale del partito, che di Gesuelli era in sostanza l'allievo e il successore. Tutto filò via liscio, come sempre, e sbrigate le pratiche di deposito il notaio e Pappalardo si congedarono in fretta, lasciando in Gesuelli una punta di dispiacere ("Ma non posso manco offrirvi un caffè?"). Chi scrive ebbe il sospetto che Gesuelli volesse fare come ai vecchi tempi, giocando ad arrivare ultimo (in fondo i depositanti di Fratelli d'Italia erano entrati pochissimi minuti prima), ma il presentatore storico - raggiunto al telefono - negò con eleganza: "Ma no, era tutto pronto al mattino: siamo solo venuti con tutta calma, dall'ora di pranzo in poi per non trovare nessuno...". Non riuscì comunque ad arrivare ultimo, visto che quel posto lo ottenne Antonello De Pierro con la sua Italia dei diritti, ma ci si permette di pensare che Gesuelli non ci sia rimasto male.
Avrebbe voluto chiudere la sua carriera nel 2014 Gesuelli, mentre è rimasto in servizio fino al 2018. L'anno dopo, in occasione delle elezioni europee, non lo si è visto (ma c'era il suo precisissimo successore Pappalardo, insieme all'ex deputato Marco Miccoli, per depositare proprio il contrassegno composito del Pd con Siamo Europei, tanto discusso in queste ore) e la sua assenza non era passata inosservata: in qualche modo, era come se fosse venuto meno un pezzo importante del rito che apre ufficialmente le danze elettorali. La scomparsa di Gesuelli il 18 gennaio 2020, a 81 anni, ci dà purtroppo la certezza che il posto rimasto vuoto nel 2019 resterà tale. Con il rammarico di non aver avuto la possibilità di ascoltare, dialogare, discutere più a lungo, ma con la consapevolezza che i partiti e la politica, per esistere con più dignità, avrebbero bisogno di molti Luciano Gesuelli. Anche per questo, è importante continuare a parlarne.

sabato 2 gennaio 2021

Addio a Formentini, tra Psi e Lega (senza scordare Margherita e Dca)



Oggi i media hanno dato la notizia della morte di Marco Formentini: un personaggio lontano da oltre dieci anni dalla politica attiva, ma che indubbiamente ha lasciato un segno, tanto nella storia politica ufficiale quanto in quella "dei dettagli", che finisce per interessare gli entomologi dell'Italia che vota e i #drogatidipolitica persino di più di quella che verosimilmente passerà alla storia. Anche se, almeno in parte, Formentini alla storia ci era già passato da tempo: per lui, infatti, sarebbe del tutto inappropriata la catalogazione tra le meteore o, come qualcuno potrebbe essere tentato di dire, tra le "figure minori della Seconda Repubblica". 
Ci sono varie ragioni per dire questo. Innanzitutto perché la sua militanza - come quella, del resto, di molte altre vere star, per poco o per molto, della politica italiana dalla metà degli anni '90 - era iniziata molto tempo prima: al di là del suo impegno come vedetta partigiana nella Resistenza, il primo ruolo politico rilevante di Formentini risale alla prima metà degli anni '70, nel Partito socialista italiano, reduce dalla cattiva esperienza unitaria con i socialdemocratici e tornata alla propria autonomia, con il vecchio nome e una versione rivista - curata da Sergio Ruffolo - del simbolo storico, con falce e martello sul libro aperto, tutti inseriti nel sole con i raggi che occupavano gran parte del simbolo. Sotto quelle insegne (simili a quelle già note in famiglia, per le simpatie del padre) Marco Formentini esercitò il suo ruolo di segretario della giunta della Regione Lombardia, mentre presidente era il democristiano Piero Bassetti.
Le strade dei due si sarebbero incrociate di nuovo nel 1993, ma nel frattempo Formentini aveva fatto in tempo ad abbandonare la politica per una decina abbondante di anni per poi ritornarvi all'inizio degli anni '90, stavolta legando il suo nome ad Alberto da Giussano. Proprio per la Lega Nord - anzi, per l'esattezza, per il contrassegno composito che conteneva la "pulce" della Lega Lombarda - Formentini venne eletto deputato nel 1992: 8.854 voti nella circoscrizione Milano-Pavia: lui che era spezzino di origine, ma si era trasferito a Milano nel 1958 dopo un lungo periodo all'estero, era stato il secondo candidato più votato, battuto solo da un irraggiungibile Umberto Bossi, primissimo con 239.798 preferenze. 
La stessa collocazione sarebbe risultata identica alle europee del 1994, nella circoscrizione Nord-Ovest (in quel caso sulle schede era finito il simbolo solo con la statua del guerriero di Legnano, senza "pulce"): il Senatùr in tutto raccolse 387.546 preferenze, ma quella volta Formentini schizzò a 204.728. Alla base del balzo c'era inevitabilmente un episodio risalente all'anno prima, il più famoso nella storia politica di Formentini: alle elezioni amministrative del 6-7 giugno 1993 lui si era infatti candidato come sindaco di Milano proprio per la Lega Nord - Lega Lombarda, risultando il candidato più votato con il 38,82% e lasciando fuori dal ballottaggio proprio Piero Bassetti (all'epoca sostenuto, oltre che dalla Dc, dal Psdi, dalla lista Con le Donne per Ricostruire Milano e da Federalismo di Umberto Giovine; tempo due settimane e lo stesso Formentini al secondo turno sconfisse lo sfidante Nando Dalla Chiesa, sostenuto da Rifondazione comunista, Pds (al primo turno più debole di Rc), La Rete, Verdi e lista Per Milano. Il primo sindaco di Milano eletto direttamente dai cittadini era anche il primo sindaco non socialista da un quarto di secolo (l'ultimo legato non al Psi, ma al Psdi era stato Pietro Bucalossi, sindaco dal 1964 al 1967).
L'esperienza amministrativa di Milano e il successo della Lega Nord in quegli anni portarono molta attenzione a Formentini: lo mostrò, come si diceva, il risultato delle europee del 1994. Quando, nel 1997, lui tentò il bis, non contò sul sostegno delle forze di centrodestra (che appoggiarono Gabriele Albertini, eletto poi al ballottaggio), ma solo sulla lista della Lega Nord e su tre formazioni civiche legate in gran parte al Carroccio: con il 19,14%, quella volta toccò a lui restare fuori dal ballottaggio. Due anni dopo, in compenso, arrivò il tempo del riscatto: alle europee del 1999 fu di nuovo il secondo candidato della Lega Nord più votato nel Nord-Ovest, superato solo da Bossi; erano calati sensibilmente i voti per il Carroccio - che in quelle elezioni aveva schierato un simbolo più complesso, con più evidenza al leone di San Marco e con la presenza del "Sole delle Alpi" (che in effetti c'era anche nel simbolo usato da Formentini alle comunali di Milano di due anni prima) - ma l'ex sindaco di Milano aveva superato in preferenze anche un nome di prim'ordine della Lega Nord come Francesco Speroni.
Poco dopo l'elezione, in compenso, il rapporto con il Carroccio si consumò del tutto e per vari mesi Formentini rimase tra gli eurodeputati non iscritti. In compenso, il 5 ottobre 1999 aderì al gruppo europeo dell'Eldr (liberali, democratici e riformatori europei): lo fece per essersi avvicinato ai Democratici, formazione prodiana ed europeista guidata da Arturo Parisi e che aveva corso alle europee con il simbolo dell'asinello (sia pure in versione quasi disneyana) e in quell'occasione aveva ottenuto il 7,73%, ben di più del 4,48% rimasto alla Lega Nord. Nella scheda del Parlamento europeo, peraltro, Formentini risulta essere rimasto riferito al Carroccio fino al 20 marzo 2002, mentre dal giorno successivo il suo nome è legato ai Democratici.
La cosa, per i #drogatidipolitica italiani, può sembrare piuttosto curiosa, se si considera che proprio in quei giorni - dal 22 al 24 marzo 2002 - l'esperienza dei Democratici veniva politicamente archiviata, essendosi celebrato il congresso fondativo di Democrazia è libertà - La Margherita, esperienza nata come cartello elettorale alle politiche del 2001 e in quel momento trasformatasi in partito, guidato da Francesco Rutelli e frutto della confluenza di Ppi, Democratici (appunto) e Rinnovamento italiano. Fu dunque la Margherita il punto di approdo anche per Formentini, che continuò la sua attività a Strasburgo, anche se con meno riflettori rispetto agli anni precedenti.
Sempre da eletto legato alla Margherita, nel 2004 tentò di ottenere il suo terzo mandato e fu candidato sempre nella circoscrizione Nord-Ovest, ma nella lista Uniti nell'Ulivo, lista comune che unì le candidature di Democratici di sinistra, Margherita, Socialisti democratici italiani, Repubblicani europei e altre componenti. Quell'occasione, a dire il vero, non fu affatto fortunata: non solo Formentini non venne eletto, ma nella classifica finale delle preferenze si collocò al 16° posto su 20, con 9.288 voti (andò peggio di lui Vittorio Dotti, già deputato forzista allontanatosi da Berlusconi dopo l'affaire Ariosto). Tanto per dire, nel suo ex partito, Bossi aveva fatto il pieno come al solito, con 182.823 preferenze, ma meglio di Formentini era andato anche Matteo Salvini, alla sua prima elezione per il Parlamento europeo, con 14.707 voti (primo dei non eletti, subentrò quando Bossi optò per l'elezione nel Nord-Est).
A quell'esperienza non positiva seguirono comunque alcuni anni come impegno da dirigente regionale e nazionale della nella Margherita, così come si ricorda la presidenza nel 2007 in Lombardia del comitato per i referendum elettorali (quelli promossi tra gli altri da Giovanni Guzzetta e Mariotto Segni e per i quali si sarebbe votato nel 2009); alla fine del 2008, però, Formentini aderì alla Democrazia cristiana per le autonomie di Gianfranco Rotondi, partecipando il 29 e il 30 novembre 2008 a un evento del partito a Sesto San Giovanni (La vera scelta di campo), volto a portare il partito nel nascente Popolo della libertà (dopo che quattro esponenti della Dca, incluso Rotondi erano già stati eletti nelle liste del Pdl). Per questo oggi Rotondi ha ricordato Formentini come "leghista democristiano" (anche se non risulta che sia stato tra i fondatori della Dca nel 2005).
Di fatto è stata questa l'ultima esperienza politica visibile - e dotata di simboli - di Marco Formentini, anche se negli anni successivi ha comunque lavorato a favore del centrodestra a Milano, negli anni dell'amministrazione guidata da Letizia Brichetto Moratti, così come si era parlato di una sua possibile candidatura in una lista moderata a sostegno della ricandidatura della sindaca uscente (cosa che poi non si concretizzò, ma in ogni caso a vincere fu Giuliano Pisapia). Certamente, però, la politica non aveva mai smesso di ottenere la sua attenzione: è il destino di chi l'ha fatta o seguita a lungo, figurarsi di chi - come Formentini - era riuscito a ritagliarsi uno spazio nella storia. Forse non come figura di prima fila, ma non certo come comparsa.

martedì 9 gennaio 2018

Civica popolare, una peonia su fondo fucsia shocking

Alla fine una margherita (minuscola) nel simbolo della lista Civica popolare guidata da Beatrice Lorenzin c'è. Non è - ovviamente - la Margherita (maiuscola), che anche prima della diffida dei liquidatori del partito che fu di Francesco Rutelli nessuno aveva immaginato di utilizzare, ma non è nemmeno una margherita qualunque: è proprio quella che Lorenzo Dellai ha utilizzato nei suoi progetti civico-politici a partire dal 1998, al suo posto nell'ultimo simbolo legato a lui, quello dell'Unione per il Trentino, che a questo giro perde la connotazione localistica e si chiama soltanto Unione (cosa che, in qualche modo, anche questo blog aveva suggerito pochi giorni fa). Anzi, gli entomologi della politica potrebbero dare atto che proprio Dellai, per assurdo, una piccola soddisfazione se l'è presa: rispetto al simbolo originale dell'Upt, la corolla della margherita si vede per intero e - con lo spostamento della parola Unione in basso - è anche più grande di prima.
Soddisfazione ben magra, tuttavia, visto che alla fine la margherita ha ceduto il passo a un altro fiore, di cui si dirà tra poco. Su queste pagine si era già detto che, in ogni caso, Dellai - nel frattempo rimasto almeno in parte scottato dalla concessione dell'esenzione a +Europa grazie all'intervento di Centro democratico di Tabacci, senza che lui che è il capogruppo in quota Democrazia solidale ne sapesse nulla - avrebbe avuto tutto il diritto di inserire nel contrassegno di Civica popolare la sua margherita (minuscola nell'iniziale) e che avrebbe potuto anche inserirla a grandezza visibile senza problemi. Evidentemente, però, i contatti e gli approfondimenti degli ultimi giorni devono avere consigliato al partito di Lorenzin di non correre troppi rischi e di non provocare davvero Rutelli e i legali rappresentanti della Margherita: non sarebbe stato utile, probabilmente, perdere tempo ed energie in un contenzioso legale che magari si sarebbe potuto vincere, ma mediaticamente sarebbe comunque equivalso a una zavorra.
Niente Margherita, niente margheritona (giusto una margheritina-piccina-picciò), ma un fiore c'è lo stesso (del resto, non era stato Rutelli a dire al Corriere "Usino un altro fiore, la flora italiana ha migliaia di specie e sottospecie, come ho studiato per il mio recente esame di botanica"?). Tiene a precisare la ministra uscente che non di margherita si tratta, ma di peonia gialla, che un bambino le avrebbe regalato. Anzi, visto che gran parte della conferenza stampa è stata dedicata da Lorenzin alla spiegazione del simbolo, è giusto che sia lei a raccontarlo:
Questo simbolo ha una storia. Questa è la storia che rappresenta le cose che vi ho detto fino ad ora. Nella prima parte del simbolo c'è un fiore, che è un fiore frutto dell'immaginazione di un bambino. E' un fiore "petaloso": se qualcuno ci vuole vedere una margherita, una peonia... la margherita assolutamente non va vista! Una peonia, un girasole... ma è un frutto dell'immaginazione di un bambino. Un fiore "petaloso", tra l'altro, è entrato in questi anni nella Treccani perché è stata una definizione data proprio da un bambino piccolo rispetto a un fiore che fosse l'esempio, la trasfigurazione un po' immaginaria, una proiezione [...]. Quindi noi non stiamo cercando un riferimento botanico, lo dico viste le polemiche di questi giorni: è un fiore nostro. 
Questo fiore mi è stato regalato da un bambino, che è figlio di un'amica che è qui presente, l'ha disegnato lei. E il colore è il colore del sole, perché all'interno di questo fiore c'è il senso della rinascita, del sole, dell'immaginazione, del futuro. Potremmo dire che ci sono tre parole chiave intorno a questo fiore, che sono sicuramente la crescita, la speranza e il futuro, che sono tre aspetti che vogliamo fortemente rappresentare in questa nostra azione politica. Come vedete, lo vorrei veramente dire, non c'è nessun riferimento alla margherita, questo fiore NON è una margherita: se volete vi dico che fiore è: per me è una peonia, come vedete ce l'ho anche nella maglia, ma mi piace molto di più pensare a com'è nato, cioè che è stato il dono di un bambino. 
Il bambino che me l'ha regalato stava raccontando una canzone, una canzone molto carina che tra l'altro io canto sempre ai miei figli, no? "Per fare un albero ci vuole un frutto". Bene, questa canzone a un certo punto dice una cosa: "per fare tutto ci vuole un fiore". E io credo che sia un po' la cifra del nostro modo di agire, di essere persone determinate ... gentili ma forti e nel fiore c'è l'idea delle forze politiche, delle nostre diverse esperienze politiche che si uniscono insieme per dar qualcosa di nuovo. [...]"
Innanzitutto una premessa: ci voleva coraggio a occupare una parte significativa del tempo dedicato alla stampa (sapendo che di quelle frasi sarebbe stato usato solo qualche frammento) a spiegare il vessillo con cui si sta per combattere una battaglia difficile, un po' per le polemiche degli ultimi giorni e un po' per le accuse che ormai girano da giorni - e con le quali tutta la brigata dovrà convivere per settimane, probabilmente fino al giorno del voto - di essere una compagine malassortita e un po' improvvisata. Il coraggio e la chiarezza, dunque, meritano di essere riconosciuti e premiati.
Detto questo, qualche errore certamente Lorenzin l'ha fatto. Il primo è stato chiedere ai presenti "Vi piace?" dopo avere ritualmente scoperto il simbolo sul cavalletto, una domanda che non va mai fatta in pubblico: se la gente risponde "sì", c'è il rischio di non crederle; se risponde "no" o tace evasiva, si rischia di partire con l'imbarazzo più totale. 

giovedì 4 gennaio 2018

Rutelli, ma davvero Lorenzin e Dellai vogliono la Margherita?

Il simbolo vero ancora non si è visto, anche se doveva essere presentato ieri: è probabile però che per vedere l'emblema elettorale della lista Civica Popolare si dovrà attendere ancora un po'. Se non altro, il tempo di capire come fare a disinnescare la grana legata all'uso di una margherita - intesa come fiore, con la minuscola - all'interno del contrassegno della forza politica guidata da Beatrice Lorenzin, uso che i liquidatori di Democrazia è libertà - La Margherita, che di quel che resta del partito sono i legali rappresentanti, vogliono impedire a tutti i costi, ritenendo che sia illegittimo perché richiamerebbe l'emblema del soggetto politico che, nel 2007, assieme ai Democratici di sinistra ha scelto di dar vita al Partito democratico.
Dopo la diffida che i liquidatori, attraverso gli avvocati Maurizio Morganti e Simone Grassi che da anni si occupano della difesa legale del partito di cui si è deliberato lo scioglimento nel 2012, hanno inviato ai promotori della lista, oggi a intervenire è il personaggio che maggiormente ha legato il proprio nome alla Margherita (con la maiuscola, stavolta) per esserne stato l'unico leader, ossia Francesco Rutelli. Lui è direttamente intervenuto con un post sulla sua pagina Facebook, che si riporta qui sotto per intero.
Si leggono molte notizie, in questi giorni, su un proposito di utilizzare il simbolo della Margherita per una lista last-minute. Poiché viene chiamato sempre in causa il mio nome - avendo guidato quel partito politico dalla fondazione sino all'atto di nascita del PD - è necessario mettere in chiaro tre punti. Ribadendo - è noto da tempo, ma è utile ripeterlo - che in queste elezioni non ho accettato candidature (ho assunto altri impegni professionali e personali che intendo rispettare).1. Sul piano formale, e giuridico, non c'è una parola da aggiungere alla diffida presentata dagli avvocati Morganti e Grassi, che difendono gli interessi della Margherita-DL. La diffida è stata disposta dai detentori del simbolo del Partito, il Collegio dei Liquidatori - presieduto da Roberto Montesi -, assieme ai Garanti - presieduti da Enzo Donnamaria. Essi hanno consultato me ed Enzo Bianco, Presidente dell'Assemblea Federale all'atto della chiusura delle attività politiche della Margherita. Abbiamo espresso il nostro pieno consenso: nessuno può impadronirsi del simbolo di un importante partito politico contro la volontà di chi ha il mandato indiscutibile a tutelarlo. Sarebbe come svegliarsi la mattina e decidere di presentare alle elezioni il marchio del PCI, o di Forza Italia.2. L'operazione è stata presentata in modo avventato (e autolesionistico): "Rinasce la Margherita"; ecco la "Margherita 2.0". Mi auguro che molti dei promotori non mi pongano nelle condizioni di riferire in pubblico le precise circostanze in cui, da diverse settimane, ho spiegato loro che la richiesta di sfruttare il simbolo della Margherita era sbagliata politicamente e impossibile sul piano giuridico.3. Una furbizia di bassa lega, infine, è il tentativo di utilizzare l'esperienza provinciale della Margherita trentina. Ottima esperienza, ma strettamente locale: il simbolo nazionale Margherita è tutelato dalla presentazione in elezioni politiche, e non utilizzabile da altri. Se dobbiamo poi risalire a chi ha introdotto in elezioni nazionali il simbolo della Margherita, la risposta è semplice: 12 anni prima della "Margherita con Rutelli"... è stato lo stesso Rutelli (assieme a Edo Ronchi)! Nelle elezioni Europee del 1989, infatti, si presentarono i Verdi Arcobaleno, i "Verdi della Margherita", con il fiore dai molti petali a simboleggiare le culture ambientaliste e democratiche e ad occupare con questo marchio il simbolo elettorale. Basta aprire, anche in questo caso, il sito elettorale del Ministero dell'Interno: il buon raccolto di quella Margherita fu di 821.281 voti (farebbero molto comodo, oggi, a diversi protagonisti elettorali...).Ma la storia evolve: se si ha un nuovo progetto politico, ben venga. Ma con le proprie gambe, e con un proprio simbolo. Il PD si troverebbe corresponsabile di un abuso politico grave se ammettesse, con la propria coalizione, che il grande e generoso contributo dato dalla Margherita venga utilizzato contro la volontà inequivocabilmente espressa dalla Margherita. Qualcuno ha detto: "quegli esponenti politici erano quasi tutti candidati contro la Margherita"! A me in verità fa piacere che vi sia questo forte riconoscimento da parte di persone che apprezzano il valore della nostra esperienza. Ma non potranno prenderne abusivamente il simbolo.  
Il contenuto merita attenzione e rispetto, ma anche una serie di puntualizzazioni su diverse questioni evocate dal testo: cerchiamo di vederle una per una, riconoscendo innanzitutto che Rutelli, con le sue parole, ha correttamente riconosciuto l'iniziativa dei legali (e, a monte, dei liquidatori e dei garanti della Margherita) è stata fatta anche con il "pieno consenso" (e, dunque, con la volontà) sua e di Enzo Bianco, altro nome storico del partito.
Naturalmente i liquidatori della Margherita fanno il loro lavoro, che è quello di proteggere il patrimonio dell'associazione in liquidazione: anche il simbolo, infatti, è parte del patrimonio immateriale (e, come tale, finisce per avere pure un valore economico). E' comprensibile, ovvio e persino sacrosanto, dunque, che vogliano tutelare il simbolo della Margherita (maiuscola) nei confronti di chi volesse impadronirsene, ma è successo o sta succedendo davvero questo? Probabilmente no. 

domenica 31 dicembre 2017

Può la Margherita strappare la margherita di Lorenzin e Dellai?

Lo si è detto molte volte in queste pagine: sciogliere un partito in Italia è difficilissimo. Ciò comporta, tra l'altro, che soggetti ritenuti politicamente estinti o consunti in realtà siano giuridicamente vivi e ci sia ancora qualcuno in grado di parlare a nome loro. Ne saprebbero qualcosa Beatrice Lorenzin e i suoi compagni di viaggio della nuova lista Civica Popolare: non appena si è saputo che la formazione, pronta ad allearsi con il Pd, avrebbe avuto una margherita nel simbolo, hanno ricevuto subito uno stop dai legali rappresentanti della Margherita, decisi a negare la possibilità di usare l'emblema del partito e preannunciando di fatto diffide se gli interessati dovessero insistere.
Non si tratta del primo "risveglio" margheritino: la memoria corre all'inizio del 2012, quando era emerso il caso dei fondi sottratti dal tesoriere allora in carica, l'avvocato Luigi Lusi: molte persone, più o meno interessate alla politica, non credevano ai loro orecchi, sentendo dire che il progetto politico nato come alleanza elettorale ed evolutosi come partito - legato al nome di Francesco Rutelli - non solo esisteva ancora pur avendo smesso di operare nel 2007, ma aveva continuato a ricevere i rimborsi elettorali della legislatura iniziata nel 2006 e finita nel 2008 (allora le regole prevedevano questo). 
Anche per cercare di mettere un punto a quella vicenda, il 16 giugno di quell'anno l'Assemblea federale del partito - meglio: di quello che restava - optò per lo scioglimento. Era la chiusura del sipario? Nemmeno per sogno, visto che la vicenda processuale di Lusi era ancora aperta (al pari di altre) e occorreva recuperare il denaro sottratto indebitamente: lo scioglimento aprì semplicemente la liquidazione dell'associazione Democrazia è libertà - La Margherita, un procedimento che non si è ancora chiuso. La Margherita, dunque, esiste ancora - e fino alla fine del 2013 la sua targa era rimasta affissa al Nazareno, sede allora sublocata al Pd - e a rappresentarla sono  i liquidatori, il cui collegio è presieduto dal commercialista Roberto Montesi (gli altri sono Salvatore Patti e Walter Ventura).
Alla notizia dell'iniziativa elettorale guidata da Lorenzin, qualche ex "margheritino" dev'essersi allarmato: si badi bene, nella nota ufficiale nessuno dei promotori aveva parlato di quella Margherita (con tanto di maiuscola che si scrive ma non si legge), ma tanto è bastato al collegio dei liquidatori attraverso Montesi, unitamente al collegio dei garanti rappresentato dal presidente Vincenzo Donnamaria (gli altri componenti sono Giovanni Grasso e Fabrizio Figorilli) per alzare un muro: 
"Nessuno può usare un simbolo della Margherita in elezioni politiche. Esperienze locali - come quella del Trentino - consentono un uso locale. Ma non nelle elezioni legislative: il marchio è tutelato, e non può essere usato, neppure in modo 'surrettizio'". 
I rappresentanti della Margherita aggiungono che "sarebbe incomprensibile se tentassero di usare questo simbolo anche esponenti politici che si candidarono contro la Margherita", probabilmente pensando a soggetti in precedenza riferiti al centrodestra, a partire da Fabrizio Cicchitto. Hanno ragione? In origine sì, ma fino a un certo punto. In fondo, è tutta una questione di maiuscole. E' evidente, infatti, che per Lorenzin e altri quella del loro simbolo dovrebbe essere una margherita qualunque, mentre chi vuole tutelare la Margherita (meglio: Democrazia è libertà - La Margherita) lo fa ritenendo di essere "La Margherita" per antonomasia: per loro quindi - maiuscola o no - il fiore bianco a petali, se richiamato in politica, sarebbe sempre riferito al partito che fu di Rutelli.
Può essere, per carità, ma qualche paletto è necessario. Perché parlare di "esperienze locali - come quella del Trentino" è profondamente ingeneroso nei confronti di Lorenzo Dellai, animatore della Civica per il governo del Trentino (tra l'altro, anche allora, chiamata Civica - La Margherita) che fu diretta ispiratrice della Margherita nazionale cui proprio Dellai aderì. La Margherita disegnata da Andrea Rauch per il nascente partito rutelliano (sedici petali, disposti su due livelli) era diversa da quella utilizzata da Dellai in Trentino (dodici petali tutti allo stesso livello): non a caso, il successivo partito di Dellai, Unione per il Trentino, riprende il fiore della vecchia Civica, limitandosi a modernizzarlo e a renderlo tridimensionale.
Se è legittimo che la Margherita cerchi di tutelare se stessa, dovrebbe almeno lasciare via libera a chi usava lo stesso fiore prima di lei - avendone addirittura ispirato la scelta - e chiede di apportare nel nuovo emblema quella versione, tra l'altro presente in Parlamento - al Senato - nella legislatura appena conclusa, dunque assai più di recente rispetto all'ex partito rutelliano (che pure aveva ben altra consistenza). E se di margherite - con la minuscola - parliamo, non risulta che alla Margherita abbiano mai fatto storie i Verdi arcobaleno, politicamente inattivi dalla fine del 1990 ma sciolti realmente chissà quanto tempo dopo (allora le cose erano un po' più semplici). D'accordo, tra i promotori ci fu proprio Rutelli, ma qualche dubbio sul fatto che altri compagni di strada (da Mario Capanna a Franco Corleone) avrebbero gradito vedere il loro stesso fiore su un simbolo di un partito tutto diverso è lecito averlo...

venerdì 29 dicembre 2017

Civica popolare, gli alleati centristi del Pd (con Lorenzin e margherita)

E se il simbolo fosse così?
Era curioso, in fondo, che in un paese in cui tradizionalmente si vince al centro (centro centro, centrodestra o - più raramente - centrosinistra), in entrambi gli schieramenti principali tra le poche liste ancora da presentare ci fossero proprio i raggruppamenti saldamente ancorati al centro, ciascuno dalla propria collocazione. Mentre si aspetta ancora di vedere il simbolo della lista del centrodestra a trazione Udc (unica certezza, ci sarà lo scudo crociato, ma il nome esatto della formazione è ancora tutto da stabilire, ammesso che la strada non sia comune con Fitto, Lupi e gli altri di Noi con l'Italia), oggi, all'indomani dello scioglimento delle Camere da parte del Quirinale, è stata annunciata la lista centrista che sarà coalizzata con il Partito democratico. 
Il simbolo ancora non c'è, ma l'accordo sul nome e su chi la comporrà e la guiderà sì: dopo l'uscita di scena volontaria di Angelino Alfano, sarà Beatrice Lorenzin a guidare la lista Civica popolare, alla quale contribuirà ovviamente Alternativa popolare, ma anche i Centristi per l'Europa di Pierferdinando Casini e Gianpiero D'Alia (con cui Ap aveva già corso, senza troppa fortuna, in Sicilia), Democrazia Solidale di Lorenzo Dellai e Andrea Olivero, L'Italia è Popolare, ossia l'area politica cattolico-democratica che fa capo a Giuseppe De Mita (con la benedizione dello zio Ciriaco); più sorprendente, volendo, è che del cartello elettorale faccia parte anche l'Italia dei valori, fondata da Antonio Di Pietro e probabilmente pensata agli antipodi di qualunque formazione anche solo lontanamente democristiana, ma che ha stretto l'accordo con le altre forze nella persona del suo segretario, Ignazio Messina. 
Per carità, parlare di cartello elettorale starebbe stretto ai promotori: in una nota, infatti, hanno precisato che questo sarebbe "il primo passo per la costituzione di una forza politica di ispirazione popolare europeista e riformista, per fronteggiare ogni deriva populista e proseguire sul sentiero della ricostruzione civile, sociale e materiale del Paese". Evidentemente, un nuovo partito diverso da quelli esistenti (e anche per questo stupisce trovare l'Idv tra i promotori), che però è già convinto di far parte "dell’area politica che ha supportato fino in fondo i governi di questa legislatura": nella nota la parola "centrosinistra" non c'è, ma considerando che per De Mita jr era necessario opporsi "alle due destre oggi presenti in Italia: il residuo berlusconiano e quella grillina", non restano altre possibili collocazioni, anche se resta da parte di tutti i promotori l'esigenza di rimanere distinti dal Pd. 
E il simbolo? Come detto, la grafica non è stata svelata, forse perché ancora non esiste, eppure la nota dà qualche indicazione: la lista, infatti, "avrà come denominazione 'Civica Popolare' e nel simbolo una margherita che simboleggia la convergenza di diverse sensibilità su un progetto politico al servizio del Paese. Nel rispetto di questa impostazione, l’iniziativa è fin da subito aperta a tutte le esperienze civiche e politiche e a quanti intendono concorrervi"; c'è poi chi dà per certo l'inserimento del cognome di Lorenzin all'interno dell'emblema, un nome che a detta di alcuni - come Fabrizio Cicchitto, tra coloro che non hanno seguito Maurizio Lupi nel ritorno nel centrodestra - potrebbe rappresentare un punto di riferimento positivo.
L'attesa sarà questione solo di qualche giorno, naturalmente, ma intanto si può iniziare a immaginare e, per quanto alla fine la grafica possa risultare tutta diversa, certe supposizioni sarebbero fatte a buon diritto. L'aggettivo "popolare", infatti, sembra apportato soprattutto dalla formazione di Lorenzin, mentre qui "Civica" non sembra un aggettivo, ma un sostantivo. Perché prima di Scelta civica c'era la Civica per il governo del Trentino, progetto politico nato nel 1998 e legato proprio a Lorenzo Dellai che ora è della partita (e che a inizio legislatura, tra l'altro, è stato eletto in Scelta civica). Oltre alla parola principale a caratteri cubitali, poi, nel simbolo di Civica c'era anche la margherita, idea che - assieme al progetto - sarebbe stata poi ripresa a livello nazionale da Francesco Rutelli. La stessa margherita, giusto un po' "rinfrescata" graficamente, sarebbe poi finita nel contrassegno dell'Unione per il Trentino, che della Civica è l'erede diretta e ha fatto comunque riferimento a Dellai (che pure ora ha creato DemoS). Così, a voler metter insieme elementi grafici di ieri e dell'altro ieri, si potrebbe prendere quella stessa margherita e sfumarla leggermente (com'era nel simbolo della Civica trentina) sopra alla prima parola del nome, piuttosto imponente; nome che potrebbe essere scritto nella stessa font Nexa Black usata da Scelta civica, dal Nuovo centrodestra e ora da Alternativa popolare, mantenendo magari anche il suo fondo blu scuro e il bordo del cerchio più chiaro. E se, ridendo e scherzando, ci si fosse avvicinati al vero?

mercoledì 11 gennaio 2017

Pde Italia, nuovo partito di Rutelli tra Roma e Bruxelles

Lo ha fatto in modo molto soft, quasi in sordina, almeno stando all'attenzione che ha avuto dai media che contano. Eppure, alla fine di dicembre, Francesco Rutelli ha fondato un nuovo partito, almeno il terzo per lui, dopo la Margherita e Alleanza per l'Italia (per non considerare anche i Democratici, anche se il suo ruolo in quel caso era stato più marginale). "In una conferenza a Roma il 15 dicembre - si legge in una breve nota diffusa online - il co-presidente del EDP Francesco Rutelli ha annunciato la creazione del PDE Italia, una nuova forza centrista e democratica per l'Italia." 
La sigla Edp sta per European Democratic Party, dunque Partito democratico europeo: si tratta della formazione politica europea che lo stesso Rutelli aveva contribuito a fondare nel 2004, assieme al francese François Bayrou, diventandone con lui co-presidente. Chi seguì le cronache politiche di allora ricorda bene il travaglio che percorse il centrosinistra italiano, che aveva visto Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei correre insieme, sotto le insegne di Uniti nell'Ulivo, salvo poi spaccarsi dopo il voto: per Democratici di sinistra e socialisti fu naturale aderire al gruppo del Pse e proposero alla Margherita di fare altrettanto, ma Lapo Pistelli e gli altri della pattuglia di neoeletti non ci pensarono nemmeno, non accettando di portare le loro radici "cattoliche democratiche e popolari, riformatrici, ambientaliste, laiche e liberaldemocratiche" (parole proprio di Rutelli) in un partito di sinistra; d'altra parte, gli ex popolari non considerarono nemmeno di tornare e portare gli altri nel gruppo del Ppe, per non prolungare una convivenza poco gradevole con gli eletti di Forza Italia. 
Il logo originario del Pde
Dovendo cambiare gruppo, il più vicino (o il meno lontano) come sensibilità era quello dei liberali, il gruppo Eldr, che corrispondeva agli eletti riferiti al Partito europeo dei liberali, democratici e riformatori. L'accordo per allargare la compagine, creando un gruppo che si facesse davvero carico di portare avanti le istanze europeiste, c'era; era importante, tuttavia, che quel gruppo avesse un nuovo nome e che, oltre all'Eldr, vi facesse riferimento un partito europeo nuovo nuovo, diverso da quelli operanti fino a quel momento e in cui potessero sentirsi a casa tanto i centristi, quanto i liberaldemocratici. Nacque così l'idea di creare il Partito democratico europeo, la cui anima era costituita dai rutelliani e dall'Udf (Union pour la démocratie française) di François Bayrou: assieme all'Eldr, poco più avanti, avrebbero fatto nascere il gruppo Alde - Alleanza dei liberali e dei democratici per l'Europa) al Parlamento europeo (lo stesso nome che, in seguito, avrebbe assunto lo stesso partito Eldr: anche per questa omonimia, il Pde è sempre stato meno noto della famiglia liberale).
Alla fine di novembre, Rutelli è stato confermato (sempre con Bayrou) co-presidente del Pde per il biennio 2017-2018; la dirigenza italiana vede anche la presenza del vicepresidente Luigi Cocilovo (già vicepresidente del Parlamento europeo quando militava nella Margherita, poi confluito nel Pd) e del vicesegretario generale Gianluca Susta (anch'egli ex Margherita-Pd, poi eletto deputato con Scelta civica in quota "montiana" e dal 2015 tornato nel Pd); alla riunione del council era presente, tra gli altri, anche Giovanni Palladino, deputato di Scelta civica, ora nel gruppo dei Civici e innovatori, contrari all'alleanza coi verdiniani di Ala. 
In quell'occasione Rutelli ha presentato un documento, intitolato Democratici nell'Europa del XXI secolo: la nota diffusa dal Pde precisava che quel testo partiva "dai grandi cambiamenti politici per proporre di partecipare ad una direzione risolutamente nuova, per evitare che la crisi dell'Europa divenga irreversibile e si affermino estremismi e populismi". Scorrendo quel documento, tuttavia, assieme al nuovo logo del Pde (monocromatico in blu e meno schiacciato rispetto al precedente) appare il simbolo tipicamente circolare del Pde Italia preannunciato da Rutelli due settimane dopo. Si tratta, a ben guardare, di una grafica parente stretta di quella che nel tempo ha caratterizzato il partito europeo: restano le otto stelle, disposte su due archi di cerchio; la sigla Pde è nella font attualmente usata in Europa, stondata e meno schiacciata rispetto a quella precedente; accanto al blu, in compenso, è stato mantenuto il colore arancione già presente in passato. Così, se nel sito del Pde Rutelli figura ancora come esponente di Alleanza per l'Italia (sebbene nel sito del partito ci sia solo la pagina iniziale in cui si legge che il partito "ha concluso le sue attività"... anche se ha continuato a presentare i suoi bilanci anche dopo la sua sparizione dalle Camere), tra poco è probabile che possa sfoggiare la sua nuova etichetta, di un partito che può sentire veramente suo, avendolo fondato due volte, prima in Europa e poi in Italia, come diretta emanazione della sua creatura nata a Bruxelles.

Grazie a Tommaso Gentili per la segnalazione.

giovedì 30 giugno 2016

Andrea Rauch: vi racconto com'è nato l'Ulivo (che dovrebbe sparire dal Pd)

20 aprile 1996: sono passati 20 anni e oltre due mesi dal giorno in cui il centrosinistra guidato da Romano Prodi vinse le elezioni politiche. Quella vittoria arrivò nel segno dell'Ulivo, un emblema che era stato lanciato, come idea, oltre un anno prima, il 6 marzo del 1995. Fino alla fine dell'anno, tuttavia, il progetto non aveva ancora un volto grafico, nessuno aveva ancora provveduto a dargli forma e colore. Lo fece Andrea Rauch, illustratore e designer di pregio: non lo creò su richiesta, ma l'idea nata per un seminario - e grazie a un ramo di ulivo di casa sua - era già pronta per finire sulle schede.
Fu di nuovo Rauch a disegnare il fregio della Margherita, ma la sua "creatura" grafica politica più longeva è stata proprio l'Ulivo. Non è un caso, dunque, se ci facciamo raccontare da lui come è nato e quanto sia diverso dai segni politici di oggi. Rauch ne è tanto convinto, al punto da avere chiesto a Matteo Renzi, poco dopo il suo arrivo alla segreteria del Pd, alla fine del 2013, di cancellare ogni traccia del "suo" rametto d'ulivo dal logo del partito. Rametto che invece, è ancora lì.

Rauch, a distanza di vent'anni, ci ricorda come nacque l'Ulivo?
Molto semplicemente, verso la fine del 1995 io partecipai come relatore, assieme a Omar Calabrese e Marino Livolsi, entrambi di area semiotica, a un seminario organizzato a Bologna: lo scopo era insegnare come gestire la comunicazione ai componenti dei "Comitati Prodi per l'Italia che vogliamo" che in quel periodo stavano operando. Ognuno si occupava di argomenti diversi, trattandoli a fondo: Calabrese, per dire, dedicò una lezione a come si risponde al telefono, cosa su cui raramente si riflette. Nel mio intervento, invece, avrei dovuto spiegare come si cura la grafica di un movimento politico: feci dunque una serie di esempi, calibrati proprio sui "comitati Prodi" e sullo slogan "L'Italia che vogliamo", soffermandomi sull'elaborazione di un marchio, sulla scelta dei colori, dei caratteri... 
Fu lì che le venne chiesto di realizzare il simbolo? 
Non andò proprio così. Tenga conto che, in occasione di quel seminario-lezione a Bologna, si sapeva già che Romano Prodi avrebbe voluto chiamare "L'Ulivo" il suo progetto. Io tra l'altro fin dall'inizio ero perplesso su questo punto, anche se ovviamente non avevo voce in capitolo.
Cosa non la convinceva?
Vede, l'ulivo per me era ambiguo, perché era in bilico tra due tradizioni: da una parte la colomba della pace di Picasso, che aveva il ramoscello d'ulivo in bocca, dall'altra parte la Domenica delle palme. Ritenevo dunque che, come segno, l'ulivo avesse una connotazione troppo nazionalpopolare e la cosa non mi piaceva molto; è però un ricordo molto lontano, io avrei fatto altro ma ho fatto pace con l'impressione di allora e i risultati ottenuti dall'Ulivo mostrano che era Prodi ad avere ragione...
Tornando a quella lezione bolognese, come si svolsero le cose?
In coda a quel mio intervento, mostrai anche un esempio di come si sarebbe potuto costruire il simbolo a partire da quel nome. Trattandosi di una cosa puramente dimostrativa, non dovevo né volevo perderci molto tempo sopra: all'epoca abitavo in campagna, così staccai un ramoscello da un ulivo che avevo, lo scannerizzai per riprenderne l'andamento e poi ci lavorai sopra con Macromedia Freehand, il programma di grafica vettoriale che si usava allora, prima dell'avvento di Adobe Illustrator. Per puro caso, essendo da poco rientrato a Bologna, a quell'ultima parte di conferenza era presente lo stesso Prodi e alla fine lui mi disse: "Ma questo simbolo a me andrebbe già bene!". 
Fantastico, buona la prima...
Lo stesso Prodi mi indirizzò a Walter Veltroni a Roma. Lui fece giusto un paio di obiezioni, che peraltro io avevo già considerato fin dall'inizio: si trattava quasi di ovvietà, come ad esempio abbandonare l'idea di sostituire la I di "Ulivo" con il pezzetto del ramoscello e un'altra cosa che non funzionava granché. Al di là di questo, il simbolo definitivo era praticamente identico a quello che avevo progettato per Bologna: per assurdo, ci è voluto più tempo per andare da Veltroni che per far approvare il disegno, una volta fatti quei piccoli aggiustamenti. Prodi, tra l'altro, a quel ramoscello era affezionato e voleva che nel simbolo fosse conservato, ma come elemento grafico era piuttosto esile; il nome dell'Ulivo era imponente, ma da solo rischiava di galleggiare e, per sostenerlo, si inserì la sfumatura azzurra in basso. Il disegno originale, comunque, non si discostò molto da quello di Bologna; paradossalmente, qualche schizzo "preparatorio" l'ho fatto a posteriori, sempre in preparazione a un'altra lezione che aveva tra i relatori di nuovo Omar Calabrese.
Lei dunque non ha ricevuto alcuna commessa per la realizzazione del simbolo?
Assolutamente no: era semplicemente la logica conseguenza della lezione che avevo fatto, è stato un modo per concluderla, dopo di che le cose sono andate avanti per conto loro e il simbolo è andato bene; ne facemmo anche qualche variazione per occasioni particolari, come il rametto con le palline rosse per il Natale del 1997, quello con le olive di vari colori per l'organizzazione dei giovani, così come preparammo le bandiere e altro materiale. E, manco a dirlo, non fui pagato, più o meno come avveniva in passato nel Pci o in altri ambienti...
Veramente? Nemmeno un rimborso spese? 
Guardi, non solo non venni pagato, ma addirittura si dovettero comprare noi i floppy disk utilizzati per distribuire il nuovo simbolo ai giornalisti, quando venne presentato alla stampa. Devo averci rimesso qualcosa come settanta, ottantamila lire in dischetti. E pensare che sulla realizzazione di quell'emblema si è detto di tutto in seguito: non ci fu nessun concorso per la scelta del simbolo, come qualcuno ha immaginato. 
E men che meno guadagni faraonici, direi... 
Senta, io ho sempre pensato "Finché Prodi e Veltroni mi devono qualcosa, va bene, il problema sarà quando io dovrò qualcosa a loro", stando così le cose, bene o male Prodi e Veltroni mi sono debitori di qualcosa e io sono tranquillo, con me stesso e con la mia coscienza. Con quel simbolo, tra l'altro, vincemmo le elezioni del 1996 e anche quelle di dieci anni più tardi, le ultime "presentabili", dunque sono anche abbastanza contento, quello sull'Ulivo è stato anche una specie di "lavoro a futura memoria". 
La storia finì lì?
Beh, no. Per un po' di tempo mi chiesero la mia opinione su altri simboli adottati in seguito, a partire dall'asinello dei Democratici per Prodi. Fui io poi a disegnare il simbolo della Margherita, qualche anno dopo, ma quella fu un'altra storia.
Da A. Rauch, L'immagine complessa, 2001
Con la Margherita andò allo stesso modo dell'Ulivo o ci fu del lavoro in più?
Beh, c'è stato molto lavoro in più, ma per altri motivi. A tenere i contatti con me fu Lapo Pistelli, il collegamento tra i romani e i fiorentini, praticamente faceva la spola ogni settimana. Loro nel simbolo volevano la margherita e io la disegnai, con il solito programma; poi però iniziò una sorta di balletto che interessò vari elementi. Mettiamo i simboli dei partiti che compongono l'alleanza, anzi, non li mettiamo, o mettiamo solo i nomi; mettiamo il nome di Francesco Rutelli, leader e potenziale presidente del Consiglio, anzi, non mettiamolo; lasciamo il fiore al centro, anzi spostiamolo per far posto ai simboli, anzi, meglio rimpicciolirlo, e avanti così, persino il nome del cartello elettorale mutò nel tempo. Fu un lavorio continuo e anche un po' pasticciato, praticamente il simbolo cambiava ogni settimana e tutte le volte che Lapo Pistelli tornava da Roma dopo aver parlato con quello che lui chiamava "il sinedrio", nel senso dei maggiorenti dei quattro partiti fondatori (Ppi, Democratici, Rinnovamento italiano e, per un po', Udeur, ndb) c'era una piccola novità. In sé erano cambiamenti di poco conto, ma si fece almeno una ventina di versioni diverse...
Incredibile...
La cosa più buffa avvenne quando si decise di presentare pubblicamente il simbolo. Ricordo che io e i miei assistenti stavamo andando a un convegno a Fabrica, a Treviso, per cui noi non potevamo essere presenti a quell'appuntamento: il materiale per la presentazione fu passato se non sbaglio ad Area, il gruppo romano, e a essere presentata fu la versione di quel giorno... E, manco a dirlo, anche allora prestai la mia opera gratuitamente!
Se non sbaglio, però, l'Ulivo non fu la sua prima proposta simbolica, giusto?
In effetti, quando venne presentato il simbolo del Partito democratico della sinistra, alla fine del 1990, io e Alessandro Savorelli - che avrebbe in seguito illustrato a parole anche "il mito dell'Ulivo - iniziammo a lavorare su una proposta grafica diversa, che presentammo poi nel 1991. Si trattava di un simbolo che univa la bandiera rossa a una rivisitazione della citata colomba della pace di Picasso; come nome avevamo scelto "La sinistra". Nel folder di presentazione, oltre a ipotizzare tutti i possibili usi del segno (a colori, in bianco e nero, sui biglietti da visita, sulla carta da lettere...), ci divertimmo a immaginare la presentazione del simbolo - intitolata Una modesta proposta - come il discorso di un vecchio compagno in una generica sezione toscana del Pci. 
Un modo per toccare le corde giuste... e come andò a finire?
Stampammo un po' di copie di quel folder e lo facemmo arrivare anche a ciò che restava del Partito comunista italiano. Ricordo bene che ci rispose Piero Fassino: disse che la cosa gli interessava, che il simbolo era appena stato cambiato ma per il futuro si sarebbe potuto valutare. La sua fu in effetti una risposta di cortesia, senza promesse, ma noi in realtà lo avevamo fatto per divertimento: non ci garbava la quercia, così provammo a immaginare qualcos'altro. 
Un'accoglienza diversa, rispetto all'Ulivo di qualche anno dopo...
Guardi, parlando proprio con Alessandro Savorelli poco tempo fa, è uscita questa considerazione: meno male che abbiamo fatto l'Ulivo allora. In pratica l'Ulivo, assieme a Forza Italia, sono stati una sorta di spartiacque tra il vecchio e il nuovo mondo: nel primo c'era una decina di simboli, nel secondo centomila... un diluvio continuo, uno tsunami. Anche per questo, l'Ulivo di allora non c'entra nulla coi partiti di oggi.
Dunque è vero che lei ha chiesto a Matteo Renzi di togliere il riferimento all'Ulivo dal simbolo del Partito democratico?
Confermo, era il 31 dicembre del 2013 e io scrissi a Renzi, ancora sindaco di Firenze ma già segretario del Pd. Il succo della lettera era: "Visto che quel rametto di ulivo ormai non vi serve più, per piacere levatelo". Per come era stato inserito nell'emblema del partito, sembrava quasi una cacatina di mosca, un dettaglio di pochi millimetri in un simbolo di tre centimetri di diametro: toglierlo aveva un senso, visto che appunto non serviva più, il Pd non somigliava affatto all'Ulivo del 1996. Da Renzi, ovviamente, non ottenni alcuna risposta; condivisi comunque il contenuto della lettera attraverso il mio profilo di Facebook. Da allora, sinceramente, non ho cambiato idea.

Di seguito, ecco il testo integrale della lettera a Matteo Renzi:


31 dicembre 2013
Att.ne Matteo Renzi / Sindaco di Firenze / Segretario del Partito Democratico
Caro Renzi,
Mi scuserà anzitutto se le scrivo al suo ufficio di Sindaco di Firenze per una questione che riguarda il Partito Democratico ma, avendo vissuto e lavorato nella città per più di trent'anni, mi sembrava atto doveroso e naturale.
Come forse ricorderà nel lontano 1996 ebbi l’occasione di disegnare, su incarico di Romano Prodi, il simbolo elettorale de l’Ulivo. Come e perché fui scelto per quella progettazione è storia che ho già raccontato molte volte in conferenze e in articoli e non starò qui a ripeterla. Il simbolo ebbe comunque vita breve, ma ‘gloriosa’ e intensa: vincemmo quelle prime elezioni e, tra alti e bassi, inciampi e trabocchetti politici, sgambetti, cadute e resurrezioni, quel simbolo rappresentò il raggruppamento finché non fu ‘superato’ dalla nascita del Partito Democratico, che cambiò la sua griffe elettorale con quella attuale.
Nell'occasione del cambiamento di simbolo la direzione del nuovo partito ritenne opportuno di mantenere, al piede del ‘bollino’ elettorale, il ramoscello de l’Ulivo, certo per sottolineare le radici politiche del nuovo raggruppamento. Era quanto era già successo con la falce e martello del Partito Comunista, messe in calce alla quercia del Partito democratico della sinistra, e ai quattro simboli dei partiti che avevano dato vita alla Margherita, posizionati come corona ai petali del nuovo simbolo.
La scelta di mantenere un legame con la tradizione, forse naturale nel momento del passaggio di testimone, è ormai, a mio giudizio, inattuale. Il Partito Democratico di oggi è molto diverso da l’Ulivo del 1996 per intenti, strategia, programmi.
Le chiedo quindi se non è il momento di rivedere la grafica istituzionale del partito e accantonare il vecchio simbolo de l’Ulivo che, e questo è argomento che mi sta più a cuore stante la mia professione di grafico, nelle dimensioni e nella posizione attuale all'interno della grafica istituzionale (si ricordi che il bollino elettorale ha un diametro di soli tre centimetri), appare come un disturbo di pochi millimetri e di scarsissima visibilità.
Cose di maggiore, ben maggiore, importanza, saranno nell'agenda del Partito nei prossimi mesi ma, dato che il contributo di ognuno deve essere commisurato alle proprie capacità e competenze, mi permetto di  suggerire alla sua segreteria l’adeguamento del simbolo che, abbandonando decisamente la via del passato (anche se di un passato di cui non v’è certo da vergognarsi) e togliendo i vecchi riferimenti, dia la percezione del cambiamento deciso di pagina e dell’avvio verso una nuova stagione politica. 
Sperando che possa leggere queste note non mi resta che augurare a lei e alla sua famiglia i migliori auguri di un felice anno nuovo. A lei, naturalmente, oltre agli auguri di buon lavoro.  
Andrea Rauch