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martedì 22 settembre 2026

Nazione Futura - Futuro nazionale: marchio conteso, ma il simbolo resta

Ogni tappa di una disputa politica che assuma forme o canali giuridici finisce inevitabilmente per ricevere non poca attenzione sui media e costituisce, per chi è protagonista e la rende nota, un'occasione rilevante di visibilità per sé, per le proprie tesi e, contestualmente, per i propri progetti. Ciò può dirsi, per esempio, anche per una notizia diffusasi questa mattina: ci si riferisce all'annuncio, dato dall'associazione e think tank Nazione Futura, della dichiarazione di ammissibilità da parte dell'Ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) dell'atto di opposizione presentato mesi fa - più esattamente a febbraio - dall'associazione stessa contro la registrazione come marchio europeo della prima versione di quello che sarebbe poi diventato il simbolo di Futuro nazionale, il partito promosso e guidato da Roberto Vannacci
L'agenzia Adnkronos ha registrato la dichiarazione di Francesco Giubilei e Ferrante De Benedictis, rispettivamente presidente e vicepresidente di Nazione Futura: "Accogliamo positivamente la decisione dell’Ufficio dell'Ue per la proprietà intellettuale che dimostra il fondamento giuridico della nostra opposizione al marchio 'Futuro Nazionale', che riprende palesemente quello di Nazione Futura. Vannacci dovrebbe cambiare il nome al proprio partito e prendere atto che la vera destra è quella dei conservatori. Nonostante il suo tentativo di utilizzare un nome tratto da quello della nostra associazione, attiva dal 2017, da febbraio a oggi siamo cresciuti ulteriormente superando i 100 circoli territoriali in tutta Italia. Inoltre a ottobre inizieremo un tour su tutto il territorio nazionale per promuovere valori e proposte di una destra credibile senza slogan o idee campate per aria e del tutto irrealizzabili". La stessa agenzia, peraltro, ha dato pure conto della replica dello stesso Vannacci, altrettanto riportata di seguito: "Giubilei festeggia troppo presto e, francamente, penso abbia seri problemi cognitivi. Forse non ha letto bene ciò che gli ha scritto l’Euipo; forse era distratto tra un'adulazione, una lusinga ed una piaggeria a questo governo. [...] La realtà, come al solito, è ben diversa. L'Ufficio non ha accolto la sua opposizione, l'ha semplicemente dichiarata ammissibile. Ora dovrà ancora dimostrare di avere un diritto anteriore su 'Nazione Futura'. Dire che io debba cambiare nome non corrisponde a quanto stabilito dall’Euipo. Nel frattempo 'Futuro nazionale' è già un marchio denominativo regolarmente registrato dall’Euipo a mio nome. Quindi, ad oggi, nessuno mi ha intimato di cambiare nome. Inoltre, il simbolo di Futuro Nazionale è stato ammesso e utilizzato nella competizione elettorale suppletiva di Reggio Calabria; la Prefettura ha pubblicato manifesto dei candidati e fac-simile ufficiale della scheda. Questo non decide la controversia Euipo, ma conferma l’uso pubblico e ufficiale del simbolo nella competizione elettorale".
Fin qui le dichiarazioni di entrambe le parti, doverosamente riportate pressoché nella loro interezza, almeno con riferimento ai contenuti qui rilevanti. Viene a questo punto inevitabile domandarsi come stiano le cose. A venire in aiuto è lo stesso sito dell'Euipo, innanzitutto con le pagine dedicate alle linee guida, cioè alle "istruzioni" in materia di marchi: vi si legge, in primis, che "L'atto di opposizione deve pervenire all'Ufficio per iscritto entro il termine previsto per l’opposizione, ossia entro tre mesi dalla pubblicazione della domanda di MUE [marchio dell'Unione europea] contestata nel bollettino MUE, parte A"; secondariamente, si precisa che, "una volta scaduto il termine di opposizione, l'Ufficio esamina l’ammissibilità di tutte le opposizioni ricevute", un esame che deve verificare che in ciascuna opposizione siano indicati tutti i "requisiti assoluti" (il numero di fascicolo della domanda oggetto di opposizione, il nome di chi ha presentato la domanda di marchio, una "chiara identificazione del marchio o del diritto anteriori su cui si basa l'opposizione" e, in questo caso - con tutta probabilità - l'indicazione dello Stato membro "in cui il marchio è notoriamente conosciuto nonché una rappresentazione del marchio", come pure "i motivi su cui si basa l'opposizione", indicando nel dettaglio per esempio su che cosa si ritiene fondato e consolidato il proprio titolo e gli elementi in grado di creare una somiglianza sfociante nel rischio di confondibilità) e quelli "relativi" (rimediabili cioè in caso di mancanza, su segnalazione dell'Euipo). Sono le stesse linee guida a precisare ancora che "quando l'opposizione è giudicata ammissibile" - il che suggerirebbe una valutazione circa l'esistenza, all'interno dell'opposizione presentata, dei requisiti prescritti dalle norme -"l'Ufficio invia una notifica alle parti informandole in tal senso e che la fase di contraddittorio del procedimento si considera avviata due mesi dopo la ricezione della notifica": quei due mesi servono "come periodo cosiddetto di 'riflessione' prima dell’avvio della fase di contraddittorio del procedimento. Durante questo periodo, le parti sono incoraggiate a negoziare un accordo al fine di giungere a una composizione amichevole dell'opposizione".
In queste condizioni, l'esame di ammissibilità dell'opposizione sembra di natura soprattutto formale, volto quindi a verificare se nell'atto presentato e negli altri documenti prodotti dall'opponente sono presenti tutti gli elementi richiesti dalle norme in vigore. Non sembra invece di poter dire che un giudizio di ammissibilità sia anche una sorta di giudizio anticipato sul merito, come ha voler riconoscere una sorta di fumus boni iuris (valutato invece in sede di processo cautelare): questo giudizio sul merito arriverebbe soltanto se, in mancanza di un accordo entro il periodo di riflessione, si aprisse effettivamente la fase del contraddittorio, in cui le parti sarebbero invitate ad argomentare più a fondo le loro posizioni (anche con la produzione di documenti), fino all'eventuale decisione del merito, sempre naturalmente che nel frattempo le parti non si accordino per altri tipi di soluzione. Per essere più chiari, può accadere che un'opposizione sia ammessa, ma non accolta, così come può avvenire che invece trovi accoglimento oppure che ci sia un reciproca, parziale soccombenza. 
L'atto di opposizione presentato a febbraio dall’associazione Nazione Futura aveva rappresentato - come si legge nella notizia riportata da Adnkronos - "l'elevato rischio di confusione e di somiglianza" tra il segno identificativo e distintivo di Fn e quelli di Nazione Futura, sui quali si sarebbe consolidato un diritto anteriore in seguito all'uso "effettivo e continuativo del proprio nome e segno distintivo", tale da poter "impedire la registrazione di un marchio sostanzialmente identico, soprattutto in presenza di ambiti di attività sovrapponibili". Senza dubbio Nazione Futura, come espressione cultural-politica di una destra che si riconosce nella coalizione attualmente al governo (e in particolare, ma non solo, in Fratelli d'Italia), ha tutto l'interesse a utilizzare a proprio favore la notizia diffusa oggi, ribadendo la ritenuta bontà della propria posizione e approfittando dell'occasione per parlare della crescita dei proprio aderenti e per annunciare propri progetti futuri. È comprensibile che, al medesimo fine, l'associazione interpreti l'ammissibilità della propria opposizione, oltre che come un giudizio positivo sulla completezza della propria istanza (considerando anche la registrazione, a maggio, del proprio marchio europeo), come un passo verso un contraddittorio il cui esito potrebbe anche portare a una decisione contraria alla registrazione del fregio depositato per conto di Roberto Vannacci come marchio europeo. Non è però fondato sostenere che l'ammissibilità dell'opposizione di Nazione Futura "dimostr[i] il fondamento giuridico" della stessa, riconoscendo dunque la somiglianza e confondibilità dei due segni distintivi; men che meno si può già sostenere con certezza che l'esito di un eventuale giudizio sarà sfavorevole a Vannacci e che Futuro nazionale dovrà cambiare nome (anche se, in effetti, Giubilei e De Benedictis hanno detto più correttamente che Vannacci "dovrebbe cambiare il nome al proprio partito", esprimendo non una prognosi - anche se qualcuno potrebbe leggerla così - ma un auspicio, sia per un diverso posizionamento politico, sia per evitare che si debba procedere con il contraddittorio).
Intanto bisogna rilevare - semplicemente guardando il contenuto della banca dati dell'Euipo - che, come rilevato dallo stesso Vannacci, l'espressione "Futuro nazionale" è stata regolarmente registrata come marchio europeo, visto che non risulta presentata alcuna opposizione in tempo utile: l'opposizione di Nazione Futura, infatti, era ed è relativa al solo marchio figurativo, senza che si possa mettere in discussione quello denominativo. Tutt'al più, dunque, ammesso che si arrivi al contraddittorio e che questo sia sfavorevole a Vannacci, potrebbe essere in discussione solo il simbolo, non certo il nome del partito. Secondariamente, è vero che il contrassegno di Futuro nazionale è stato ammesso alle suppletive di Reggio Calabria, tra l'altro come relativo a una forza politica presente in Parlamento (e, come tale, meritevole di tutela in caso di presentazione di fregi potenzialmente confondibili, qualora ce ne fossero stati) e costituisce la prima partecipazione elettorale ufficiale del partito, peraltro in un contesto di elezioni politiche. Come ricordato correttamente da Roberto Vannacci, questo elemento non è decisivo per la controversia sul marchio europeo, ma mette la prima pietra per fondare e poi consolidare l'uso elettorale del fregio (oltre che, ovviamente, del nome), quindi per la trasformazione del simbolo partitico in contrassegno elettorale.
Questa situazione dimostra, una volta di più, che i piani del marchio, del simbolo di partito e del contrassegno elettorale sono distinti tra loro: Vannacci ha ritenuto di cercare di proteggersi, all'inizio, registrando il nome e il simbolo come marchi europei, incappando subito su quel terreno tanto nelle proteste - con relative azioni - di Nazione futura, quanto nell'emersione del marchio verbale italiano "Futuro nazionale", registrato nel 2011 come marchio verbale dal futuro consigliere regionale M5S abruzzese Riccardo Mercante, peraltro ormai scaduto e non rinnovato. Ovviamente nessuno può garantire che, se Vannacci si fosse limitato a fondare il suo partito descrivendo il simbolo nell'atto costitutivo e nello statuto, con tanto di allegato grafico, e a usarlo nelle sue iniziative non ci sarebbero state azioni volte a far cessare il suo uso: magari Nazione Futura avrebbe potuto rivolgersi ai giudici civili, rivendicando il proprio preuso e l'impiego di colori simili per un'associazione comunque di ambito politico. Di certo, però, avere tentato di ottenere protezione introducendo anche il piano del marchio oltre a quelli del simbolo e del contrassegno ha finito per complicare una volta di più la situazione (per cui non ci si stancherà mai di dire che sarebbe il caso di non provare più a registrare come marchi - nazionali o europei - simboli di partito attuali, passati o potenziali). Nel frattempo, in ogni caso, a fine mese il simbolo di Fnv arriverà sulle schede di un'elezione politica, sia pure su un territorio limitato, e - prima ancora che si arrivi alle nuove elezioni, con l'obbligo di raccogliere le firme - la presenza parlamentare acquisita potrebbe già nel breve consentire l'inserimento nel Registro dei partiti politici (qualora l'apposita commissione ritenesse lo statuto conforme alle norme del decreto-legge n. 149/2013) e, in quel modo, di avere accesso alle provvidenze pubbliche, incluso il 2 per mille del gettito Irpef. Tutto questo, proprio grazie al nome e al simbolo contestati.

mercoledì 27 maggio 2026

Camera, componente di Futuro nazionale grazie a Free, l'anti-Pinocchio

Da parecchio tempo si discute della possibilità, per Futuro nazionale, il partito fondato pochi mesi fa da Roberto Vannacci, di ottenere una posizione più strutturata all'interno del Parlamento. Questo soprattutto perché poter disporre di un gruppo o almeno di una componente politica del gruppo misto alla Camera è un elemento fondamentale per ottenere visibilità, ma soprattutto tempi, spazi e risorse nell'attività parlamentare. Oggi l'operazione è ufficialmente riuscita: si tratta di un esito rilevante da vari punti di vista, incluso quello regolamentare, ma il ragionamento finisce inevitabilmente per coinvolgere anche le possibili modifiche alla legge elettorale e gli effetti che potrebbe avere sul deposito dei simboli e sulla presentazione delle candidature.

Il contesto regolamentare 

Al Senato, va detto, la nascita di gruppi per partiti nati dopo le ultime elezioni politiche è oggi molto difficile: dopo le riforme del 2017 e del 2022, è prescritto oltre al requisito numerico (10 senatori fino al 2022, 6 attualmente) anche un requisito politico-elettorale, essendo necessario che il gruppo rappresenti "un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle ultime elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di almeno un Senatore" (si fa un'ecezione esplicita, dopo la riforma del 2022, per i gruppi che abbiano almeno 9 senatori e rappresentino "un partito o un movimento politico che nella legislatura abbia presentato alle elezioni politiche o del Parlamento europeo propri candidati conseguendo l’elezione di propri rappresentanti, a condizione che tale Gruppo [...] abbia la medesima denominazione ovvero il medesimo contrassegno del partito o movimento politico rappresentato"). Anche a volere immaginare una dinamica simile a quella che aveva portato alla nascita del gruppo Psi-Italia viva a Palazzo Madama nella scorsa legislatura, sfruttando dunque la possibilità per un partito per quest'operazione occorrerebbe necessariamente l'apporto di una forza politica che alle elezioni politiche si era presentata all'interno di una lista federata e, a dispetto del risultato insufficiente, era riuscita a ottenere almeno un eletto in un collegio uninominale (è il caso di Noi con l'Italia, Italia al Centro, Coraggio Italia, Udc, Europa Verde, Sinistra Italiana, Centro democratico, al limite anche di Italia viva o di Azione). 
Alla Camera è richiesto di norma solo una consistenza numerica minima, peraltro piuttosto rilevante specie in questa legislatura a ranghi ridotti: servono infatti ancora 20 deputati (le modifiche approvate nel 2022 porteranno il numero minimo a 14, ma solo dalla prossima legislatura), con possibilità di derogare a quel numero - con l'autorizzazione dell'Ufficio di presidenza della Camera - ove il gruppo rappresenti "un partito organizzato nel Paese che abbia presentato, con il medesimo contrassegno, in almeno venti collegi, proprie liste di candidati, le quali abbiano ottenuto almeno un quoziente in un collegio e una cifra elettorale nazionale di almeno trecentomila voti di lista validi". Al momento il partito di Vannacci conta su quattro deputati (Emanuele Pozzolo, Laura Ravetto, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello), un numero ben lontano dal consentire la nascita di un gruppo "ordinario" a Montecitorio.
Com'è noto, però, esiste anche la fattispecie "minore" della componente politica del gruppo misto, espressamente regolata alla Camera dal 1997 e in Senato solo dal 2021 (con un parere della Giunta per il regolamento, mentre ora le stesse norme si trovano nel regolamento di Palazzo Madama). Anche qui, peraltro, lo spazio sulla carta per la costruzione di una componente da parte di un partito nuovo sarebbe molto ridotto: al Senato, infatti, l'art. 14, comma 6 richiede che gli aspiranti membri della componente "rappresentino un partito o un movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle ultime elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di almeno un Senatore" oppure - questa è la parte che interessa - che rappresentino "un partito o un movimento politico che nella legislatura abbia presentato alle elezioni politiche, regionali o del Parlamento europeo propri candidati conseguendo l’elezione di propri rappresentanti"; occorrerebbe dunque avere partecipato con il proprio simbolo alle elezioni europee o regionali e soprattutto aver ottenuto almeno un eletto, dovendosi produrre anche (in base al comma 7) "una dichiarazione di riconoscimento da parte del partito o movimento politico che intendono rappresentare".
In Senato non è previsto un requisito numerico (anche una sola persona può formare una componente). Alla Camera, invece, per formare una componente "ordinaria" occorrono almeno 10 deputati (7 dalla prossima legislatura) e non è stabilito alcun requisito politico, dunque anche un partito di nuova costituzione può fondarla; si è prevista anche qui un'ipotesi in deroga, che richiede una consistenza di almeno 3 deputati, i quali peraltro dovrebbero rappresentare "un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali". Qui il testo sembrerebbe chiaro nel dire che i deputati che vogliono formare la componente - o, alla peggio, almeno uno di loro - dovrebbero essere stati eletti con il partito di cui intendono adottare il nome, dunque lo rappresentano essendone esponenti. In pratica, però, è noto che questo requisito è stato riletto in modo decisamente estensivo dal 2005, più esattamente dal 10 febbraio: in quel giorno, l'allora presidente della Camera Pierferdinando Casini autorizzò il sorgere della componente che intendeva fare riferimento alla neonata Democrazia cristiana guidata da Gianfranco Rotondi (poi Dc per le autonomie), ma formalmente rappresentava una diversa forza politica, gli Ecologisti democratici, cioè i Verdi-Verdi, che avevano presentato liste alle elezioni precedenti (cambiarono il nome per evitare scontri con i Verdi del sole che ride). 
La dinamica, da allora, si sarebbe ripetuta più volte, con i partiti nuovi che iniziarono ad accompagnare il loro nome a quello di formazioni che avevano concorso alle elezioni su scala piuttosto ridotta (a volte si era trattato di sigle note, come il Pri o il Pli, in altri casi si sono prestate formazioni conosciute soprattutto dai #drogatidipolitica, come il Ppa). Anche nella scorsa legislatura è accaduto più volte, perfino con casi eclatanti in cui la componente è stata prima fatta nascere e poi fatta dissolvere, con il ritiro della rappresentanza (si vedano i casi di Sogno Italia - 10 volte meglio e di Facciamo Eco - Verdi). Non stupisce affatto, dunque, che una soluzione simile sia stata cercata anche in quest'occasione; è lo stesso regolamento della Camera (art. 15, comma 3), del resto, a ricordare che "per l'esplicazione delle loro funzioni ai Gruppi parlamentari è assicurata la disponibilità di locali e attrezzature, secondo modalità stabilite dall’Ufficio di Presidenza, tenendo presenti le esigenze di base comuni ad ogni Gruppo e la consistenza numerica dei Gruppi stessi" e che "Le dotazioni ed i contributi assegnati al Gruppo misto sono determinati avendo riguardo al numero e alla consistenza delle componenti politiche in esso costituite, in modo tale da poter essere ripartite fra le stesse in ragione delle esigenze di base comuni e della consistenza numerica di ciascuna componente"; di più, le componenti hanno diritto a una parte di tempo per gli interventi durante i lavori parlamentari, dunque i vantaggi della costituzione di quest'articolazione sono indubbi.
 

L'avvento di Free, l'anti-Pinocchio

Già a febbraio si era parlato con una certa insistenza della possibilità che a consentire a Futuro nazionale di costituirsi in componente fosse Il Popolo della Famiglia: lo stesso Mario Adinolfi, intervistato da questo sito, aveva richiamato la "sintonia valoriale" tra lui e Vannacci, parlando di un dialogo aperto, ma chiarendo che sarebbe stato prematuro parlare di un matrimonio politico. Di certo c'era che Il Popolo della Famiglia aveva partecipato alle elezioni all'interno della lista Alternativa per l'Italia (guidata dallo stesso Adinolfi e partecipata anche da Exit, guidata da Simone Di Stefano) ed era riuscito a raccogliere firme sufficienti a presentare liste in 8 collegi plurinominali della Camera. 
 
Anche altre forze politiche sarebbero state in grado di permettere la nascita della componente, ma quando oggi alle 18 sui canali social di Futuro nazionale è apparsa la notizia dell'approdo ufficiale di Fn alla Camera, non c'era ttraccia del nome del partito attraverso il quale l'articolazione del gruppo misto era stata costituita: si sottolineava solo come quel risultato fosse stato "costruito con determinazione dal Presidente Roberto Vannacci e dal Coordinatore Nazionale Massimiliano Simoni, che hanno lavorato per dare a Futuro Nazionale una presenza sempre più forte, riconoscibile e organizzata anche nelle istituzioni".
Per avere l'informazione mancante, occorreva casomai dare uno sguardo al resoconto stenografico in corso di seduta della Camera (o riascoltare la seduta sui canali della Camera o sul sito di Radio Radicale): si apprendeva così dalla voce del vicepresidente di turno Sergio Costa (M5S) che "a seguito della richiesta pervenuta in data 27 maggio 2026, è stata autorizzata in pari data, ai sensi dell'articolo 14, comma 5, del Regolamento, la formazione della componente politica denominata 'Futuro Nazionale Vannacci-Free'", con Edoardo Ziello indicato come rappresentante. Ricordato rapidamente che l'autorizzazione sulla nascita di una componente politica del gruppo misto spetta esclusivamente al Presidente della Camera (mentre sui gruppi costituiti in deroga si esprime, come si è detto, l'Ufficio di Presidenza), ci si può concentrare sul partito che, avendo partecipato alle elezioni della Camera del 2022, ha permesso di integrare il requisito dell'art. 14, comma 5 del regolamento di Montecitorio.
Il partito in questione è Free, passato forse inosservato ai più, ma non all'autore di questo articolo: la mattina del 12 agosto 2022, infatti, chi scrive era in Piazza del Viminale per il deposito dei contrassegni per le elezioni politiche e non gli era sfuggita, con una certa - ma non completa - sorpresa la presenza di Marco Lusetti, guastallese come lui. Quel giorno era lì per depositare proprio il simbolo di Free, da lui stesso creato: all'interno di un cerchio nero bordato di rosso, un uomo stilizzato prendeva a calci la testa di Pinocchio. Nel sito dell'associazione - ora non più attivo, ma leggibile attraverso Archive.org - era possibile conoscere gli scopi di Free, presieduta dallo stesso Lusetti: "resistere all'oppressione quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione della Repubblica Italiana; porre alla base del proprio agire lo spirito dell'Assemblea costituente e la Costituzione della Repubblica Italiana entrata in vigore il 1 Gennaio 1948; concorrere con metodo democratico a determinare la politica locale, regionale e nazionale, mantenendo gli impegni presi con i Cittadini e adempiendo con disciplina ed onore alle funzioni pubbliche eventualmente ricoperte; mettersi a disposizione dei Cittadini, al fine di difenderli dalla politica, dallo Stato e dalla Magistratura; compiere ogni azione necessaria per garantire ai Cittadini la libertà dal bisogno". Secondo Lusetti, "da molti anni in Italia la classe politica è largamente composta da incapaci, ignoranti e corrotti; molti giornalisti sono asserviti nello scrivere e molti magistrati sono faziosi nel giudicare. L'Associazione Free nasce in questo contesto di deriva istituzionale e di negazione dei diritti e delle libertà. Attraverso la creazione di una rete capillare di Comitati Civici porteremo avanti il rispetto e la difesa della Costituzione della Repubblica Italiana". 
Lusetti si proponeva di sviluppare azioni soprattutto con quattro scopi: "creare una Rete di cittadini dove ognuno mette a disposizione una po’ del suo tempo libero, esperienze e saper fare, per aiutare gli altri; [...]; denunciare il regime e i complici del regime; strutturare un Progetto Europa per unire tutte le forze europee che vogliono contrastare le violazioni delle libertà e dei diritti;) Lottare per una società eco-sostenibile". Il simbolo di Free oggettivamente finì sulle schede, anche se si vide solo alla Camera nell'unico collegio plurinominale della circoscrizione Lombardia 4 e nei rispettivi collegi uninominali di Pavia, Lodi, Cremona e Mantova: in quest'ultimo collegio il candidato era proprio Lusetti e lì era arrivato iIl risultato migliore, con lo 0,16%. In tutto il collegio plurinominale la percentuale si era attestata sullo 0,1%, che a livello nazionale - complice la mancata presentazione di altre liste - è stata pari allo 0,00%: tanto pesano, secondo i dati forniti dal Ministero dell'interno, gli 829 voti raccolti in Lombardia 4.
 

Lusetti prima di Free

Dalla metà di febbraio Lusetti risulta come referente del Comitato Costituente Reggio Emilia 083, legato a Futuro nazionale, su autorizzazione - così si legge sul Resto del Carlino - del coordinatore Massimiliano Simoni. Tra aprile e maggio, in più, vari media reggiani hanno dato notizie di contestazioni svoltesi davanti ai banchetti di Fn a Guastalla, allestiti per raccogliere adesioni e firme per le campagne già promosse dal partito.
La messa a disposizione della facoltà spettante a Free, dunque, si spiega facilmente considerando l'adesione dello stesso Lusetti al partito di Vannacci (che nel 2022 non aveva ancora acquistato particolare notorietà). Il fatto però che il sostegno di Free abbia permesso di avere una presenza parlamentare ufficiale al partito dell'europarlamentare eletto con la Lega per Salvini premier e già vicesegretario federale dello stesso partito fa notare un ulteriore punto di contatto tra Vannacci e Lusetti. Anche quest'ultimo, infatti, ha un passato da militante e dirigente della Lega, ma non quella salviniana, bensì la Lega Nord.
Cresciuto in un ambiente di sinistra (come dichiarato da lui stesso in varie occasioni), Lusetti è divenuto per la prima volta consigliere comunale nel 2002 a Campegine, formalmente per una lista civica. Nel 2004 si candidò come sindaco a Guastalla, sostenuto dalla lista Identità guastallese, venendo eletto in consiglio con il 9,32%; divenne anche consigliere provinciale per la Lega Nord, avendo pure le funzioni di capogruppo. Nel 2009 fu rieletto in consiglio provinciale, ma si dimise subito perché nel frattempo il centrodestra aveva vinto per la prima volta le elezioni comunali a Guastalla (il sindaco era Giorgio Benaglia) e proprio Lusetti era stato scelto come vicesindaco. Conservò quel ruolo per poco più di un anno, giungendo in quel periodo anche a ruoli di rilievo all'interno del partito: Lusetti era infatti il vicesegretario per la nazione Emilia, quando il segretario era Angelo Alessandri, deputato alla sua seconda leguslatura (e la sede della segreteria era proprio a Reggio, in via dell'Aeronautica). 
Nella seconda metà del 2010 qualcosa cambiò: già a luglio i giornali reggiani parlarono di espulsione di Lusetti dalla Lega Nord (il provvedimento secondo l'ex dirigente non sarebbe stato valido, nentre per il partito sarebbe stato confermato dagli organi interni) e nello stesso periodo gli fu revocata la carica di vicesindaco. Da allora Lusetti intraprese un'opera consistente di azioni ed esposti contro il suo ex partito (anche sulla gestione del denaro), mentre già alla fine del 2010 ne lanciò un altro, Agire insieme - Lega federale, che aveva nel simbolo l'immagine di una statua della Dea della Giustizia, con la bilancia e non lo spadone nella mano (successivamente la parola "Lega" - non a caso verde come lo erano il "Sole delle Alpi" e le camicie di una delle stagioni leghiste più iconiche - scomparve dal simbolo). 
Impegnato come lobbista presso il Parlamento europeo, aveva annunciato l'idea di candidarsi di nuovo come sindaco a Guastalla per le elezioni comunali del 2014, ma in aprile di quell'anno la lista "Per Guastalla mettiamoci il cuore" non fu presentata e il suo simbolo con quattro cuori biancorossi su fondo bianco non arrivò sulle schede. L'attività politica di Marco Lusetti è ripresa in modo più consistente tra il 2020 e il 2021, con l'attività e le denunce portate avanti dall'associazione Free. Le prime petizioni a firma di Lusetti, curiosamente, riguardavano proprio i regolamenti di Camera e Senato, ritenuti non conformi alla Costituzione proprio nelle parti in cui prevedevano la formazione di gruppi e componenti politiche sulla base di requisiti politici: a suo dire, infatti, se in base all'art. 67 Cost. "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato", non si poteva chiedere in quei regolamenti che uno o più eletti rappresentassero un partito. La scelta di mettere il simbolo di Free e le sue prerogative a disposizione di Futuro nazionale, volendo, potrebbe vedersi in continuità con quelle petizioni di sei anni fa.
Curioso è anche che l'annuncio della costituzione della componente politica del gruppo misto alla Camera sia arrivato nello stesso giorno in cui il centrodestra ha proposto l'adozione di un nuovo testo base per la legge elettorale, che muta vari dettagli della proposta originaria, ma ne conserva - tra gli altri - uno: "Ciascuna lista deve presentare candidature in almeno un terzo delle circoscrizioni". Già nella relazione si leggeva che tale innovazione vorrebbe assicurare che, nella formazione di una "assemblea eletta su base nazionale, chiamata a rappresentare l’intero corpo elettorale della Repubblica", accedano al riparto dei seggi "soggetti dotati di una effettiva consistenza organizzativa e di un consenso non meramente localizzato o occasionale". Di certo, l'obbligo di presentare - pena l'esclusione - le liste in un terzo delle circoscrizioni, con relativo onere di raccolta delle firme (per ora non toccato dalla proposta di riforma, che non modifica neppure le esenzioni), non consentirebbe più di presentare liste in pochi collegi uninominali: in poche parole, con le regole di cui il centrodestra auspica l'introduzione il partito Free non avrebbe potuto creare nessuna componente, perché a monte quell'unica lista non sarebbe stata ammessa (a meno che non fosse stata affiancata da altre liste in altre circoscrizioni). 
 

lunedì 16 febbraio 2026

Decennale del Popolo della Famiglia, suppletive guardando alla Camera (per formare una componente con Futuro nazionale di Vannacci)

Il 22-23 marzo prossimi, oltre che per il referendum con cui il corpo elettorale potrà scegliere se confermare oppure no la legge di revisione costituzionale che interviene su vari articoli della Carta in materia di giustizia e ordinamento giurisdizionale (art. 87, comma 10; art. 102, comma 1; artt. 104 e 105; art. 106, comma 3, art. 107, comma 1; art. 110), si voterà per le elezioni suppletive relative a due collegi uninominali della Camera, entrambi situati in Veneto, precisamente nella circoscrizione Veneto 2: si tratta dei collegi U01 (Rovigo, includente anche 36 comuni padovani) e U02 (Selvazzano Dentro, esteso ad altri 40 comuni della provincia di Padova), rimasti vacanti dopo che gli ormai ex deputati della Lega per Salvini premier Alberto Stefani e Massimo Bitonci a dicembre hanno optato per le cariche rispettivamente di presidente della giunta regionale del Veneto e di assessore della stessa giunta. 
La finestra temporale per il deposito delle candidature in entrambi i collegi presso l'Ufficio elettorale centrale circoscrizionale costituito presso la Corte d'appello di Venezia si è aperto ieri alle 8 e si chiuderà questa sera alle 20. Mentre si scrive, dunque, il quadro elettorale è potenzialmente ancora da completare; di certo si può dire che la prima candidatura presentata, con riferimento al collegio Veneto 2 - U02, è stata quella di Mario Adinolfi, presidente del Popolo della Famiglia. Alle ore 11.04, infatti, lui stesso e il presentatore ufficiale, Gianpaolo Furlan, sono comparsi davanti all'ufficio elettorale, depositando i documenti relativi alla candidatura, incluse 311 firme a sostegno (con relativi certificati di iscrizione alle liste elettorali dei sottoscrittori) e il contrassegno, la cui descrizione - riportata sul verbale di deposito - è la seguente: "Campo circolare blu con al centro la scritta "IL POPOLO DELLA FAMIGLIA" in bianco, sovrastata nell'arco alto della circonferenza dalla scritta più piccola in rosa "NO GENDER NELLE SCUOLE" mentre nell'arco basso sono disegnate quattro figure rappresentanti un papà e una mamma che tengono per un mano un figlio maschio e una figlia femmina".
I giorni del voto in Veneto cadono in un momento particolare per il Popolo della Famiglia: da un lato, infatti, la forza politica di cui Adinolfi è da poco ritornato presidente compie dieci anni (la data di nascita ufficiale risulta essere l'11 marzo 2016; il simbolo comparve per la prima volta alle elezioni comunali di quell'anno); dall'altro, si parla con sempre maggiore insistenza del Pdf come possibile "strumento" che consentirebbe a Futuro nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci, di costituirsi alla Camera come componente del gruppo misto, ottenendone contestualmente i relativi vantaggi (tempi di intervento, spazi, risorse). Di tutto questo parliamo direttamente con Mario Adinolfi, alla vigilia della campagna elettorale:
 
Mario Adinolfi, hai appena presentato la tua candidatura alle elezioni suppletive previste per il 22 e 23 marzo, proprio nei giorni in cui il Popolo della Famiglia compie dieci anni...
Per l'esattezza, dieci anni a partire dall'11 marzo 2016, giorno dell'assemblea costituente al palazzetto delle Carte Geografiche a Roma: in quell'occasione fu svelato il simbolo e 300 delegati da tutta l'Italia nominarono per acclamazione i candidati sindaci dei principali comuni chiamati al voto, cioè io a Roma, Mirko De Carli a Bologna, Luigi Mercogliano a Napoli, Vitangelo Colucci a Torino e Alberto Orrù a Cagliari.
Hai parlato del simbolo, che di fatto da allora - al di là dei casi in cui è stato inserito in contrassegni compositi - non è mai stato ritoccato, cosa piuttosto rara. Come nacque l'idea di comporlo proprio così?
La scritta "il Popolo della Famiglia" nacque da un mio bozzetto, che metteva insieme vari elementi della mia storia: da una parte la mia radice popolare, visto che vengo dal Partito popolare italiano e il primo quotidiano su cui ho iniziato a scrivere nel 1989, quando ero ancora minorenne, è stato Il Popolo, con la testata scritta in maiuscolo, come nel simbolo, la mia "nave scuola" giornalistica cui sono molto legato; dall'altra parte il Family Day [quello del 2015, ndb]. Proprio in quell'occasione, tra l'altro, erano stati realizzati manifesti, striscioni e cartelli con i disegni di una mamma e di un papà che si davano la mano e tenevano per mano i figli e chiesi a un ragazzo di farmi un disegno in quello stile e il nostro mi pare ancora più bello.
In effetti probabilmente è l'ultimo disegno rimasto nei simboli noti a livello nazionale, l'ultimo sopravvissuto. Un simbolo "ingenuo", si potrebbe dire.
Beh, in un certo senso eravamo bambini, eravamo neonati e volevamo che emergesse la nostra "ingenuità".
Era anche il modo di visualizzare la tua idea di famiglia?
Sì, era anche la mia famiglia, pensando ai miei genitori e a mia sorella. Al disegno di cui ti ho detto aggiunsi l'espressione che si legge in alto nel simbolo "No gender nelle scuole", un'intuizione che allora era un po' "hard", se vogliamo: la battaglia sulle "carriere alias" nelle scuole era di là da venire, allora, ma intuimmo che ci sarebbe stato da combattere, in linea con i tre principi non negoziabili indicati da Benedetto XVI, cioè la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, la difesa della famiglia naturale e la difesa della libertà educativa. 
Perdonami, non se ne erano persi per strada tre, rispetto a quelli indicati nel 2002 nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, in particolare libertà religiosa, giustizia sociale e pace?  
Mi riferisco ai principi enunciati da Benedetto XVI nel suo famoso discorso del 30 marzo 2006 davanti ai partecipanti a un convegno del Partito popolare europeo.
Hai ricordato prima che tra i primi candidati sindaci del Popolo della Famiglia c'era Mirko De Carli, lanciato dal PdF come candidato nella suppletiva di Rovigo: di fatto è una sorta di ritorno alle origini.
Mirko allora tra l'altro fece un buon risultato a Bologna, arrivando all'1,19% mentre la lista prese l'1,23%. Il PdF dunque intende partecipare a queste suppletive con le sue due cariche principali, il presidente Adinolfi e il segretario nazionale De Carli.
Esatto, sono le prime suppletive per Mirko, mentre io avevo già partecipato: nel 2020 ho avuto l'onore di candidarmi nel mio quartiere, nel collegio Lazio 1 - U01 del centro storico di Roma, ottenendo l'1,32%, il nostro record alle elezioni per un seggio parlamentare.
Restando sul tema delle elezioni suppletive, tu ti sei candidato nel collegio di Selvazzano dentro e per i #drogatidipolitica scatta subito il ricordo di una delle prime suppletive celebrate nella "seconda Repubblica": quelle del 9 aprile 1995, rese necessarie dalle dimissioni di Emma Bonino, chiamata a ricoprire l'incarico di commissaria europea. Il collegio, pur divesamente disegnato, è lo stesso in cui Giovanni Saonara vinse la sfida contro Giovanni Negri: ci avevi pensato?
Se ci pensi bene, quello fu il laboratorio politico dal quale nacque l'Ulivo, con la sperimentazione dell'aggregazione tra Pds e Popolari, prima ancora delle regionali di quell'anno. Quello è un territorio molto particolare, ovviamente anche per i cattolici, essendo impregnato della figura di Sant'Antonio di Padova, che ne fa una meta di pellegrinaggio a livello mondiale: posso dire di non avere scelto a caso di candidarmi in quel collegio. Quanto a Emma Bonino, ti ricordo che mi scontrai proprio con lei, candidata del centrosinistra, nel collegio senatoriale Lazio 1 - U01 alle elezioni politiche del 2018.
Delle partecipazioni elettorali del Popolo della Famiglia in questi dieci anni di vita, ce n'è qualcuna di cui sei meno soddisfatto?
Penso alle elezioni politiche del 2022. Quando il Popolo della Famiglia non si veste del suo simbolo "in purezza", quello con il quale siamo di norma andati meglio, è forse meno riconoscibile. In quell'anno, come ricorderai, presentammo la lista Alternativa per l'Italia con Exit: in quell'occasione alcuni dei nostri sostenitori si persero, senza contare che la necessità di raccogliere le firme in pieno agosto generò una situazione oggettivamente difficilissima. Per questo non ricordo con particolare felicità quell'occasione, anche se riuscimmo a partecipare.
Hai un ricordo peggiore di quell'esperienza rispetto alla candidatura a sindaco a Ventotene nel 2022?
Beh, per me Ventotene è sempre stata una medaglia, perché dimostra che la nostra attività politica è per prendere il governo del Paese oppure zero voti, ma con lo stesso modo "arrembante", diciamo così; in altri comuni siamo andati decisamente meglio, penso al 20,43% ottenuto da una nostra lista ad Averara, in provincia di Bergamo. Tornando a Ventotene, sapevamo di andare in un contesto molto "blindato", un'isola in cui tutti si conoscono, e penetrarvi era praticamente impossibile; eppure considero quella sortita elettorale una tappa decisiva del percorso del Popolo della Famiglia, anche consideranto che in tanti se la ricordano e quell'esito elettorale finì anche su un giornale in Brasile...
C'è chi non sarebbe contento di questa fama...
Io dico sempre che, anche se siamo stati molto denigrati, irrisi e perfino insultati, è questa la destinazione di chi crede in Cristo, come lui stesso ha detto nel Vangelo, quindi per me va benissimo.
Dopo la citazione del finale del discorso della Montagna sulle beatitudini, torno al tuo giudizio sulle elezioni politiche del 2022. Dicevi che non ricordi quell'esperienza con particolare felicità, eppure proprio quelle elezioni in questi giorni hanno fatto puntare i riflettori sul Popolo della Famiglia, per la possibilità che questo soggetto che ha partecipato alle elezioni politiche del 2022 consenta ai deputati che attualmente hanno aderito a Futuro nazionale di costituirsi in componente del gruppo misto. Vogliamo spiegare come sono andate le cose?
Non possiamo spiegare com'è andata perché dobbiamo dire "come sta andando". Come sempre quando ci sono passaggi politici molto delicati, che non si possono fare di corsa, ci sono "le diplomazie al lavoro". Ci sono ovviamente implicazioni se si sceglie un campo politico. Ai miei "ambasciatori" presso Roberto Vannacci, in particolare Mirko De Carli, ho spiegato che preferisco avere prima idea della "consistenza" del nostro simbolo, cioè quanto vale elettoralmente attraverso questa partecipazione alle suppletive in una terra particolare e delicata, dove l'unico credo che domina non è il leghismo ma lo zaismo. Detto questo, sicuramente con Vannacci c'è una sintonia valoriale, come ha detto lui stesso: non ci sono difficoltà sui valori, ma c'è una questione politica da comprendere. Io, per esempio, sono contrario all'idea di votare la fiducia a questo governo: come sai, il simbolo del Popolo della Famiglia si è presentato contro questo centrodestra nelle competizioni di rilievo. Lo spazio per un dialogo col centrodestra penso che ci sia, ma prima bisogna strutturare bene una forza esterna al centrodestra e darle un senso politico.
Possiamo però dire che siete stati voi a essere contattati per la questione della componente, giusto?
Certo: io parlo con i deputati ora vicini a Vannacci, lui parla con De Carli, il dialogo è aperto. Vannacci ha detto esplicitamente che si riconosce nei valori che esprimo, io esprimo la mia grande stima per Vannacci e per il suo percorso, che mi intersssa; da qui a dire "uniamo i simboli", beh, direi che prima di arrivare al matrimonio occorre pensarci un po', una fase di fidanzamento ci vuole.
La questione della componente, accanto a valutazioni politiche, presenta però anche aspetti tecnici, diciamo. Il primo, di cui si è parlato di più sui media, riguarda i vantaggi che Futuro nazionale ricaverebbe, in termini di spazi e risorse. Sul punto ti sei già espresso, ma per qualcuno potrebbe essere difficile pensare che il partito di Vannaggi possa ottenere questi vantaggi senza che il Popolo della Famiglia ottenga a sua volta qualcosa.
Io non sono interessato ai denari: se questo passaggio può servire al partito di Vannacci a ottenere determinati vantaggi economici, preciso che non è in corso alcuna trattativa di natura economica. L'unica trattativa è politica e a costo zero, nel senso che io non chiedo un euro. Se qualcuno vuole pensare diversamente lo pensi pure, ma la realtà è questa.
L'aspetto tecnico più rilevante, per questo sito, riguarda però i presupposti per la formazione della componente. La disposizione del regolamento che ne permette la formazione, introdotta nel 1997, in effetti serviva per consentire il sorgere di componenti a partiti che avevano effettivamente partecipato alle elezioni politiche e avevano ottenuto pochi deputati, magari nei collegi uninominali. Poi, tra la fine del 2004 e l'inizio del 2005, grazie a due signori chiamati Gianfranco Rotondi...
... Bravo, persona intelligente lui, nonché mio amico...
... democristiana, dai! Lo stesso meccanismo applicato per Italia viva quando costituì il gruppo a Palazzo Madama grazie al Partito socialista italiano, per te che conosci bene quelle vicende.
Beh, quel caso fu anche peggiore, perché di fatto aggirò una disposizione del regolamento del Senato appena modificata proprio con l'intento di non permettere la nascita di gruppi legati a partiti di nuova costituzione... Comunque, tornando alla Camera, dopo il 2005 ci sono stati vari casi di componenti del gruppo misto legate a partiti nuovi e sorte grazie al supporto di partiti che avevano concorso alle elezioni senza eleggere nessuno: sarà pure una soluzione democristiana, come dici tu, ma non ti sembra comunque una furbata?
Ti rispondo che è una soluzione che ricade comunque nell'ambito dei regolamenti e della prassi. 
Particolare non irrilevante: il regolamento della Camera attribuisce espressamente la decisione sul sorgere della componente "minore", cioè costituita da almeno tre deputati (e non da dieci) al Presidente della Camera. Che in questo caso è Lorenzo Fontana, esponente della stessa Lega per Salvini premier che Roberto Vannacci ha lasciato.
Credo che intelligenza politica vorrà che si riconosca, senza dubbi, la rappresentatività del Popolo della Famiglia e di Futuro nazionale. Non farlo sarebbe una grave lesione per la democrazia e sono sicuro che Fontana non vorrebbe addossarsela, facendo pensare a ragioni di bottega.
La nascita della componente "Futuro nazionale - il Popolo della Famiglia", tra l'altro, permetterebbe a entrambi i soggetti politici di chiedere l'iscrizione al Registro dei partiti politici, ottenendo pure l'accesso alle provvidenze pubbliche, incluso il due per mille Irpef. Giustpo? 
Esattamente; l'esito che hai appena citato ci interessa.  

mercoledì 11 febbraio 2026

Storie infinite sul simbolo di Vannacci: dispute sui plagi e ricordi riemersi

Dal 27 gennaio scorso, giorno in cui si è appreso del deposito come marchio europeo da parte di Roberto Vannacci del simbolo "Futuro nazionale", non è di fatto passato giorno in cui i media non abbiano informato di qualche novità nella costruzione di quel soggetto politico e giuridico (che dal 7 febbraio ha un atto costitutivo e uno statuto), ma anche delle doglianze di chi ritiene che il nome o il simbolo siano indebitamente troppo simili, se non addirittura uguali, a quelli già in uso o già registrati da altre persone per altri scopi. 
Al di là di ogni riflessione sulla portata politica del progetto di Vannacci, sul suo posizionamento e sugli spazi che effettivamente potrebbe ottenere grazie al corpo elettorale, non sembra fuori luogo dire che la questione legata al simbolo - di cui ora, grazie a Francesco Saita e Vittorio Amato di Adnkronos, conosciamo la descrizione: "Cerchio con doppia bordatura aventi filetto blu scuro esterno e interno con corona bianca interposta. All'interno su sfondo blu scuro sono riportate in alto nella parte centrale su due righe le parole 'FUTURO' e 'NAZIONALE' in caratteri maiuscoli bianchi. Nella parte centrale è impresso un nastro ondulato con i colori verde, bianco e rosso nelle tre bande curve orientate da sinistra verso destra con andamento ascendente. Nella parte inferiore dell'emblema compare la scritta 'VANNACCI' in caratteri maiuscoli gialli" - è entrata ufficialmente nel campo di uno dei fenomeni più appassionanti per una parte variabile degli italiani: quello del plagio
 

Le affinità col mondo dei plagi (musicali) 

Il riferimento, ovviamente, non è alla condotta di chi voglia "sottoporre un individuo al proprio volere, esercitando su di lui un particolare ascendente intellettuale e morale in modo da ridurlo in totale stato di soggezione, annientandone volontà e personalità", ma a quella "di chi - come recita il Vocabolario Treccani, lo stesso citato prima - pubblica o dà per propria l'opera letteraria o scientifica o artistica di altri; anche con riferimento a parte di opera che venga inserita nella propria senza indicazione della fonte". E se non si può certo dire che chiunque provi interesse per vicende letterarie o scientifiche (anche se, tra Germania e Italia - per prendere giusto due esempi - nel corso degli anni vicende di tesi di laurea o dottorato "plagiate" hanno conquistato spazi sui media, con risvolti contenziosi e a volte perfino politici), è sufficiente evocare l'ambito artistico e, in particolare, quello musicale per vedersi materializzare davanti agli occhi le figure di Albano Carrisi e Michael Jackson, la cui disputa nelle aule di giustizia italiane e sui media è durata per quasi dieci anni - peraltro con esiti non concordanti - e ha visto schierarsi buona parte dell'Italia che ascoltava e cantava musica, a prescindere dalle proprie competenze musicali. Ovviamente le storie delle dispute in materia erano e sono molte di più, come racconta da anni con dovizia di particolari soprattutto Michele Bovi (lo ha fatto in programmi realizzati in gran parte per Rai2, come Tg2 Dossier e Speciale Pop, e in vari libri, l'ultimo dei quali - pubblicato nel 2023 da Minerva edizioni - ha l'evocativo titolo di Anche Mozart copiava e plagiava i Beatles): le vicende, pur non ricevendo la stessa notorietà della disputa sospesa tra Cellino San Marco e Los Angeles, hanno coinvolto nomi celebri come Sergio Endrigo e Luis Enriquez Bacalov, Claudio Baglioni e Ricky Gianco, George Harrison (condannato per la sua My Sweet Lord), Francesco De Gregori e Luigi Albertelli, Mattew Fisher e Gary Brooker (rispettivamente ex tastierista ed ex cantante dei Procol Harum), Giacomo Puccini, e molti altri, così come accuse di copiatura - musicale, testuale o anche solo relativa ai titoli impiegati - ciclicamente tornano a ogni edizione del Festival di Sanremo, inclusa quella che sta per iniziare.
Proprio perché di dinamiche affini al plagio musicale si tratta, anche in ambito simbolico accade che, quando emerge un fregio politico nuovo e potenzialmente di successo, ci sia chi cerca di copiarlo o - più spesso - chi lamenta di essere stato vittima di plagio (a volte con qualche ragione, a volte senza averne nemmeno l'ombra), ottenendo in ogni caso visibilità e, alle volte, qualche ulteriore tipo di vantaggio (economico o politico-elettorale, anche solo nella forma della candidatura con il marchio accusato di plagio oppure oggetto dello stesso). In dinamiche simili, chi rileva o lamenta delle somiglianze eccessive tra simboli, contrassegni elettorali o emblemi di natura politica ha tutto il diritto di farlo - i #drogatidipolitica, del resto, sono sempre ben contenti di rifletterci sopra e discuterne - ma farebbe sempre bene a ricordare la massima che fin dal 1999 il venerato maestro Ennio Morricone offrì al citato Michele Bovi: "Le somiglianze fanno parte della storia della canzone: ogni canzone si svolge su 3, 4, 5, 6 suoni che giocano tra di loro e le combinazioni tra questi pochi suoni sono ormai finite. Quando quindi qualcuno reclama la sua paternità di un pezzo, la mia posizione è sempre di dargli torto, perché quella paternità sicuramente non esiste, [...] perché si potrebbero tirare fuori documenti di musica tonale orecchiabile della musica classica, anche antica, che gli darebbero torto". Lo stesso potrebbe valere, in ambito politico, considerando le combinazioni tra le parole "partito/movimento", i concetti più tradizionali legati alle famiglie politiche (popolare, socialista, comunista, liberale, nazionale), i nomi e gli aggettivi legati all'identità nazionale, nonché le rappresentazioni grafiche e cromatiche normalmente connesse a quanto detto fin qui: le combinazioni non saranno proprio finite, ma quelle del tutto inedite (o che suonino tali) quasi certamente lo sono.
 

Popolo per il Sud: simbolo copiato?

Su queste premesse, si può guardare con un'attenzione diversa quel che si è già passato in rassegna dopo l'emersione del simbolo di Futuro nazionale (anzi, "Futuro nazionale con Roberto Vannacci", come è riportato sullo statuto divulgato da Adnkronos, che offre anche la sigla Fnv, in modo da differenziare la denominazione da quella di altri soggetti), così come i fatti nuovi. Inclusa la presa di posizione di Franco Recupero, già segretario provinciale a Reggio Calabria della Lega per Salvini premier e fondatore, lo scorso settembre, di un nuovo movimento politico, Popolo per il Sud: presentando il movimento a Reggio Calabria il 6 febbraio scorso, Recupero si sarebbe così espresso, visto il comunicato uscito su varie testate locali: 
Popolo per il Sud non è un'idea improvvisata nè un marchio estemporaneo. Il logo del movimento è stato registrato il 31 dicembre 2025 presso l’Agenzia delle Entrate dal fondatore Franco Recupero, e l'associazione è formalmente riconosciuta come organizzazione politica a tutti gli effetti di legge. Un dettaglio tutt'altro che marginale se si considera che il marchio e il logo di Futuro Nazionale - il partito riconducibile a Vannacci - sono stati depositati solo il 24 gennaio 2026 presso l’European Union Intellectual Property Office. E soprattutto che il logo di Popolo per il Sud era già stato presentato pubblicamente sui social il 5 settembre 2025. Le somiglianze? Evidenti. Praticamente identici. Copiato, senza troppi giri di parole. E’ anche da questi dettagli che si misura la forza di un progetto politico: quando anticipa i tempi, quando detta uno stile, quando costringe altri a rincorrere. Popolo per il Sud nasce così: come un movimento che rivendica primogenitura, visione e coraggio. E che, piaccia o no, ha già imposto un tema nel dibattito nazionale: il Sud non chiede più permesso. Chiede potere decisionale! 
Non è possibile, ovviamente, verificare l'effettivo deposito del simbolo presso l'Agenzia delle Entrate (non c'è un registro pubblico), anche se in effetti è probabile che si tratti del deposito dell'atto costitutivo o dello statuto, richiesto da altre norme. Molto più facile da verificare è che il 5 settembre, effettivamente, sul profilo FB di Recupero è apparso il simbolo di nuovo conio "Popolo per il Sud" (che non risulta invece depositato come marchio nazionale o europeo). All'ostensione del simbolo si è accompagnata la diffusione di un primo comunicato stampa (pubblicato, per esempio, il 7 settembre 2025 sul sito www.citynow.it)  
"Popolo per il Sud": l'associazione politico culturale, che promuove gli interessi del Meridione d'Italia, che ha come obiettivo lo sviluppo, la promozione e il benessere delle regioni del Sud. Un legame profondo, un popolo orgoglioso di appartenere alle sue tradizioni, alle sue culture e alla sua storia, mosso da un sentimento di forte appartenenza. Popolo per il Sud è una formazione politica federalista, libera e che rinuncia alla politica dell'assistenzialismo, prediligendo la concretezza per risolvere autonomamente i problemi dei territori, stimolando i meridionali e rendendoli artefici del proprio destino, è la soluzione per responsabilizzare i territori, per evitare zone della nazione dedite al parassitismo. Popolo per il Sud vuole impegnarsi per riaffermare le capacità del Sud ed ottenere il coinvolgimento nelle scelte politiche. Il primo passaggio è costruire una struttura di partito federale, per organizzare incontri e spiegare il progetto che inizia a farsi conoscere. Stiamo lavorando costantemente per trovare dei punti di riferimento per poi partire con il tesseramento. È importante sottolineare che ogni realtà locale eleggerà i propri rappresentanti come si fa in democrazia. Molti ex militanti della Lega Salvini Premier in Calabria hanno dato vita, ad una Associazione politica culturale in seguito ad una assemblea a Reggio Calabria, Popolo per il Sud, staccandosi dal partito di Matteo Salvini per aver stravolto il progetto politico, il quale non dà ascolto ai territori, azzerando la meritocrazia e dimenticando i militanti della prima ora, coloro i quali avevano dato vita al movimento sul territorio, radicandosi sui territori di pertinenza e che oggi si ritrovano insieme nella nuova formazione. A dare il via è stato Franco Recupero, l'idea è sua: 11 anni nella Lega Salvini Premier ed ex Segretario provinciale di Reggio Calabria dal 2020 al 2025, è il fondatore insieme ai tanti militanti di Popolo per il Sud. Nella riunione indetta alcuni mesi fa dallo stesso Recupero, disse: "La Lega non esiste più e poiché sono in tantissimi a credere a quei valori oramai non più rappresentati da alcun partito, si è ritenuto opportuno dare vita ad una nuova associazione e a federare liste civiche, partiti e associazioni proprie". Popolo per il Sud crede nel federalismo fiscale. La nuova associazione intende federare movimenti, partiti, liste civiche e associazioni del mondo federalista e indipendentista, nel rispetto dell'art. 5 e il titolo V, per rendere lo stato più efficiente e vicino ai bisogni dei cittadini, con responsabilità, equità e dignità, cercando di arginare il più possibile quel parassitismo che nei decenni non ha fatto crescere i nostri territori ma anzi li ha messi in ginocchio. La ragione che ha spinto a fondare Popolo per il Sud è la voglia di riportare in primo piano il Meridione, ma guardando con grande interesse a tutta la Nazione, perché l'Italia è una. Il Federalismo non separa ma unisce, i modelli di Svizzera, Germania e Stati Uniti d'America sono la prova più evidente. Siamo certi che i tanti meridionali e parliamo di professionisti e imprenditori, continuano a dare un forte contributo in molte regioni d'Italia, questo significa che c'è un Meridione che studia, si applica, lavora e questo ci inorgoglisce, ma non possiamo fare a meno di evidenziare che le politiche fallimentari perpetrate per decenni hanno indotto la fuga di tanti cervelli da un lato e dall'altro l'assistenzialismo, come se al Sud non ci si potesse rimboccare le maniche dando un'immagine di un Meridione inefficiente. Il Meridione è ricco di persone capaci di cambiare i destini del territorio. Popolo per il Sud spalanca le porte a queste persone e vuole accoglierle, confidando nelle energie di tanti giovani che fanno la differenza. [...] Il Ponte sullo stretto potrebbe rappresentare un'opportunità di lavoro per tante famiglie, ma non considerandolo un intervento prioritario per il Sud, con il rischio che diventi uno stipendificio a danno degli italiani, non prima di aver risolto il problema sulla sanità e i servizi essenziali, come la mancanza negli acquedotti dell’acqua come bene primario. La nostra è un'associazione politico culturale e intende proporsi come il sindacato del Meridione. Oggi manca una forza politica federalista del meridione che parli alle fasce produttive e ai lavoratori, alle aziende e ai pensionati del Sud. Il Meridione rialza la testa!
Il comunicato è utile per inquadrare meglio il nuovo movimento e la sua origine, in particolare la provenienza ex-leghista di una parte significativa dei promotori, ma questo non ha alcun effetto sulla questione legata al logo, che Recupero ritiene sia stato "copiato" da Vannacci per il suo Futuro nazionale. Il sospetto di "plagio" ovviamente non riguarda - come nel caso del probabile contenzioso con Nazione Futura - la denominazione, ma solo il simbolo, probabilmente per l'uso dei colori (testo bianco con carattere "bastoni" su fondo blu ed elemento tricolore al di sotto del nome) e per il bordo bianco-blu, comune a entrambi.
Non si può non riconoscere che quegli elementi coesistono in entrambi i fregi. Detto questo, però, è altrettanto immediato e facile, per chiunque, rilevare le tante differenze tra i due emblemi: in quello di Vannacci c'è in più il cognome giallo (tinta non presente nel fregio del Popolo per il Sud) mentre in alto manca l'immagine bianca del volto di una guerriera con elmo e cimiero coronata d'alloro (dovrebbe trattarsi del volto della statua di Athena Promachos, presente sullo stretto); il carattere impiegato nei due emblemi è chiaramente diverso - e nel caso di Vannacci la scelta del font è stata tutt'altro che indifferente - così com'è diverso il tricolore, conformato come un'ala fiammeggiante per Futuro nazionale e come un parallelogramma semplice e molto schiacciato per il Popolo del Sud.
Insomma, elementi di somiglianza tra i due simboli certamente se ne possono trovare, soprattutto nell'uso dei colori nazionali, che peraltro - soprattutto negli ultimi vent'anni - è sempre più diffuso sulla scena politica italiana. Da qui a ipotizzare una somiglianza voluta e deliberata, al punto da parlare di "copia", tuttavia, sembra di poter dire che il passo è piuttosto lungo, ammesso che un passo solo basti. Vero è che il simbolo di Popolo per il Sud era stato reso noto alcuni mesi prima, magari  è altrettanto vero che non è scontato che Vannacci o i suoi collaboratori l'abbiano effettivamente conosciuto (anche perché non sappiamo nemmeno quando il simbolo di Futuro nazionale sia realmente stato creato, al di là della data di deposito come marchio) e che - anche immaginando che lo abbiano visto - si siano realmente ispirati a questo, anche solo in parte; non c'è nemmeno alla base una dinamica simile a quella lamentata da Nazione Futura, che ha fatto notare come Vannacci avesse partecipato a loro iniziative e anche su questo aveva fondato i suoi sospetti di "plagio" (sui quali si è già avuto modo di esprimere dubbi). Tra l'altro, non sembra inutile notare che il simbolo di Futuro nazionale, rispetto alla versione depositata come marchio europeo, da una settimana è leggermente mutato, con le parole e il fregio tricolore che hanno conquistato più spazio all'interno del cerchio.
Detto questo, nel pieno rispetto di Franco Recupero e del suo progetto politico recentemente avviato, il caso sembra particolarmente adatto per mettere in pratica la massima di Ennio Morricone ricordata prima. Perché, a scartabellare tra le elezioni non nazionali, avendo buona memoria, si può tornare alle regionali e amministrative del 1995, anno in cui i Socialisti italiani, Alleanza democratica e il Patto Segni si erano uniti nel Patto dei democratici, presentando liste comuni. Il simbolo era a fondo blu, con il nome scritto in bianco con carattere bastoni e, nella parte inferiore, c'era una bandiera tricolore resa a parallelogramma, insieme a un arco di quindici stelle bianche. Non s'intende certamente dire che il Popolo per il Sud si sia ispirato al Patto dei democratici (anche perché, oggettivamente, quel simbolo "ballò" per un solo turno elettorale nel 1995, con qualche presenza sporadica nel 1996, dunque non si potrebbe dare in alcun modo per scontato che una persona che non sia aderente al novero dei #drogatidipolitica conosca o peggio ancora ricordi quel fregio), ma oggettivamente il simbolo del Popolo del Sud somiglia a quello del Patto dei democratici molto più di quanto quello di Futuro nazionale possa somigliare a quello del Popolo del Sud. E quello del 1995 è solo il primo simbolo che è venuto in mente a livello nazionale; altri simboli, affetti da analoghe somiglianze "quadricolori", potrebbero spuntare senza troppe difficoltà.
 

Il simbolo del (proto)Pdl riemerso dal passato

E, a proposito di simboli quadricolori d'annata, i #drogatidipolitica avranno sicuramente apprezzato il tuffo nel passato offerto da un lancio di Adnkronos che venerdì pomeriggio, per approfondire la questione legata al marchio di "Futuro nazionale" registrato nel 2010 dall'ex consigliere regionale M5S Riccardo Mercante (ma scaduto poco dopo la sua morte, nel 2020, e - a quanto si sa - non rinnovato in tempo utile per poter essere considerato validamente opponibile), all'opinione di un curioso figuro da anni attento alle vicende storiche, grafiche e giuridiche dei simboli partitici affiancava una dichiarazione di Ignazio Abrignani, avvocato e deputato per due legislature, eletto nel 2008 e nel 2013 con il Popolo della Libertà - partito di cui era responsabile elettorale - salvo poi concorrere nel 2015 a creare Ala - Alleanza liberalpopolare - autonomie con Denis Verdini e altri. Ecco di seguito le parole di Abrignani:
Quel che conta, dunque, è l'uso elettorale del logo. Ne è convinto anche l'ex parlamentare azzurro Ignazio Abrignani, avvocato incaricato da Silvio Berlusconi per il contenzioso civile nel 2009 contro l'imprenditore di Casal di Principe, Michelangelo Madonna, che rivendicava la paternità del simbolo del Popolo della libertà (assicurava di averlo inventato per primo due anni prima della cosiddetta svolta del predellino del 18 novembre 2007). ''In materia elettorale - assicura Abrignani - è l'anteriorità che dà il diritto all'utilizzo del simbolo al soggetto che l'ha presentato. E' evidente che un soggetto che abbia depositato presso il registro competente tale simbolo potrebbe reclamare dei diritti di natura civilistica ma, di fatto, bisogna innanzitutto capire se il deposito è stato rinnovato o meno, perché, in caso negativo, la dicitura sarebbe libera e a disposizione del primo soggetto che la depositerà in una competizione elettorale, come potrebbero essere le prossime suppletive''.
Posto che, per il momento, non c'è alcun uso elettorale del simbolo di Futuro nazionale (né dei loghi di Nazione Futura o del Popolo per il Sud, così come non era stato impiegato elettoralmente il marchio di Mercante), non poteva sfuggire il riferimento a un contenzioso vecchio ormai di qualche anno e che forse più di qualcuno aveva dimenticato, legato proprio al simbolo del Popolo della Libertà e al suo uso elettorale. Tocca andare a scartabellare in siti d'informazione nazionali e locali per trovare tracce di quella disputa e, soprattutto, di ciò che l'aveva preceduta, per ricostruire una dinamica dei fatti il più possibile aderente alla realtà. 
Così, sul sito Casertanews.it, in data 21 dicembre 2007 si legge la seguente notizia - titolata Consegnato a Berlusconi logo del PDL - , che merita di essere riportata per intero: 
Martedì mattina [il 18 dicembre, ndb] a Roma il Dott. Michelangelo Madonna, accompagnato dall'Ing. Petrillo Salvatore, da Riccardo Ventre, dall'On. Nicola Cosentino e dal responsabile regionale del circolo della libertà, Dott. Marcello di Caterina, ha consegnato al Presidente Silvio Berlusconi il logo e la denominazione del "Popolo delle Libertà", di cui lo stesso Dott. Madonna con altri amici di Casal di Principe e del Circolo delle libertà di quella città sono legittimi detentori perché, con felice intuizione anticipatrice, avevano presentato, nell'ultima conferenza elettorale comunale, un'autoritaria lista conseguendo un lusinghiero successo. Il Dott. Madonna ed i suoi amici hanno ceduto al Presidente Berlusconi il simbolo a titolo assolutamente gratuito con grande disinteresse e nella prospettiva della edificazione del nuovo grande partito del Popolo delle Libertà. Il Presidente Berlusconi è rimasto estremamente compiaciuto del gesto ed ha promesso al Dott. Maradona che, appena possibile, insieme con Michela Brambilla avrebbe fatto visita alla città di Casal di Principe. Il Dott. Maradona ha altresí consegnato a Berlusconi, a nome del Circolo delle Libertà di Casal di Principe, una targa ricordo nella quale il Presidente Berlusconi è definito Cavaliere delle Libertà.
Al di là del lapsus che aveva trasformato Madonna in Maradona, non possono passare inosservati il riferimento alla "felice intuizione anticipatrice" alla base della presentazione "nell'ultima conferenza elettorale comunale" (cioè alle ultime elezioni amministrative di Casal di Principe, svoltesi il 27-28 maggio 2007) di "un'autoritaria lista conseguendo un lusinghiero successo": in concreto, la lista Popolo della Libertà aveva ottenuto 752 voti, pari al 5,86%: si era trattato della lista meno votata della coalizione di centrodestra, ma la vittoria al ballottaggio del candidato Cipriano Cristiano, due settimane più tardi, ha garantito alla lista del (proto)Pdl - con un simbolo diverso, sfondo azzurro sfumato, nome bianco sullo stile delle Wordart di Publisher e tricolore formato da tre vele sovrapposte - l'elezione di un consigliere. Il simbolo elaborato da Madonna, per quanto se ne sa, era stato depositato presso la sottocommissione elettorale circondariale di Trentola Ducenta il 28 aprile 2007.
In effetti il 19 dicembre 2007, con un atto di "cessione di simbolo" rogato a Roma presso Palazzo Grazioli dal notaio ed ex deputato di Forza Italia Paolo Becchetti - lo stesso che il 27 febbraio 2008 avrebbe rogato l'atto costitutivo del Pdl, partecipanti Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Rocco Crimi, Denis Verdini, Sestino Giacomoni, Valentino Valentini, Sandro Bondi, Maria Marinella Brambilla, Antonino Caruso e Rita Marino - Michelangelo Madonna dichiarò di avere presentato il simbolo del "suo" Popolo della Libertà "in previsione delle elezioni comunali" di Casal di Principe e di aver "inteso finora" l'uso di quel simbolo "come un 'pre-uso' a favore dell'On.le dott. Silvio Berlusconi": su tali basi, egli dichiarò di cedere e trasferire allo stesso Berlusconi "la titolarità completa ed ogni connesso diritto di uso a fini politici generali ed a fini elettorali in particolare, rimossa fin da ora ogni eccezione al riguardo, del simbolo 'Popolo della Libertà'". Proprio Berlusconi si doveva considerare da quel momento in avanti "unico titolare del simbolo succitato con espressa facoltà di farne l'utilizzo politico generale, elettorale, editoriale, radiotelevisivo, di manifestazioni pubbliche e di gadgetistica, di riproduzione e quant'altro ritenuto necessario anche se qui non specificatamente indicato". Lo stesso atto precisava che la cessione e il riconoscimento "del pre-uso a favore dell'On. dott. Silvio Berlusconi fin dal deposito dello stesso simbolo avvengono a titolo gratuito", con tanto di aggiunta a mano: "ed hanno causa nella militanza politica del cedente". 
Il 19 dicembre 2007 seguiva di un mese il 18 novembre, giorno del "discorso del predellino" di Silvio Berlusconi; tra le due date si collocavano il deposito del marchio verbale e grafico del Pdl (il 20 novembre), il voto nei gazebo (il 2 dicembre) per scegliere il nome del nuovo partito tra le opzioni "il Partito della Libertà" e "il Popolo della libertà" e l'annuncio della vittoria della seconda opzione (il 12 dicembre), seguito da un ulteriore deposito "a grappolo" di marchi regionalizzati del Pdl (a fine dicembre). Il nuovo simbolo, peraltro già rivisto graficamente (con le scritte in carattere bastoni e l'inserimento della dicitura "Berlusconi presidente", non più con la grafica mutuata dai Circoli della Libertà), venne depositato al Viminale, furono presentate le liste e - scongiurato il rinvio delle elezioni dopo la repentina riammissione del simbolo della Democrazia cristiana di Giuseppe Pizza, grazie alla rinuncia di quest'ultima a partecipare poche ore prima che la Cassazione rimuovesse la pronuncia del Consiglio di Stato - si votò per rinnovare le Camere il 13 e il 14 aprile 2008, con la vittoria schiacciante del centrodestra. 
A liste presentate e ammesse, tuttavia, il 15 marzo Michelangelo Madonna, attraverso il suo procuratore speciale Francesco Mercurio, aveva inviato a Silvio Berlusconi un "atto di invito e diffida stragiudiziale" in cui lamentava che l'atto ricevuto in fotocopia subito dopo la sottoscrizione il 19 dicembre fosse risultato diverso dalla copia conforme rilasciata dal notaio Becchetti, ma soprattutto che l'atto non avesse "nemmeno i requisiti formali e sostanziali di validità", per cui in realtà sarebbe stato nullo e senza effetti: Madonna si riteneva così ancora "esclusivo titolare" del nome e del simbolo "Popolo della Libertà", rispetto ai quali il contrassegno depositato per conto di Berlusconi al Viminale aveva "elementi obiettivi di confondibilità", e diffidava il leader del centrodestra "a non utilizzare e non far utilizzare da terzi e/o dal/i partito/i da esso rappresentato/i il simbolo ed i segni di cui è titolare il sig. Michelangelo Madonna costituiti da 'cerchio contenente la scritta Popolo della Libertà in colore bianco su fondo azzurro con tricolore', nonché la dizione 'Popolo della Libertà', o dizioni e simboli confondibili con lo stesso", preannunciando azioni legali se ciò non fosse avvenuto. Negli ultimi giorni di campagna elettorale, Berlusconi aveva ricevuto una lettera - inviata il 7 aprile - in cui Madonna lo informava di avere firmato "con molto rammarico [...] l'atto di citazione per la restituzione del simbolo e la dizione 'Popolo della libertà' donatoLe (con l'intento di proseguire con Lei il mio impegno politico) il 19 dicembre u.s.", dopo avere tentato ripetutamente di contattarlo per fissare un appuntamento "dopo il 10 gennaio come da Lei stesso indicatomi" attraverso Sestino Giacomoni e Nicola Cosentino, senza però ottenere alcun effetto (un atteggiamento che Madonna aveva ritenuto deludente e "almeno lesivo della mia dignità personale").
Nell'atto di citazione, presentao presso il tribunale di Roma, si tornava - secondo quanto divulgato dai media allora, in particolare dal Corriere del Mezzogiorno, che peraltro rese disponibili online alcuni atti - sul problema della validità della cessione, poiché dall'atto notarile sarebbe emersa "chiaramente la radiazione dal corpo del testo dell'accettazione operata dall'on. Berlusconi" (quella parte di testo era "incasellata" in un quadrato e indicata con "dele" a postilla dell'atto); in più, dal momento che l'atto non citava espressamente la presenza di testimoni, non avrebbe potuto avere valore di donazione. Gli stessi quotidiani dell'epoca, peraltro, contengono anche una dichiarazione di Mercurio, procuratore di Madonna: "Berlusconi promise di candidare il mio assistito alle elezioni politiche e di coinvolgerlo in un impegno ai vertici del partito".
La candidatura (immaginata, si diceva, nel collegio plurinominale Campania 2) non era arrivata, un coinvolgimento evidentemente neppure, così partì il processo, con tanto di richiesta di sequestro giudiziario del nome e del fregio e relativa domanda di risarcimento (100 milioni a titolo di indennizzo per l'uso indebito del simbolo e 10 come risarcimento del danno). A chiarire la posizione di Berlusconi e del partito fu Abrignani: "Innanzitutto il Madonna presentò il simbolo in via fiduciaria per conto del partito al fine di verificare il suo impatto sull'elettorato. Ma al di là di questo, quello che chiude la vicenda, a mio parere, è la circostanza che lo stesso Madonna ha ceduto il logo 'Popolo della libertà' nelle mani del presidente Berlusconi con regolare atto notarile. Qualsiasi richiesta successiva mi sembra quindi assolutamente pretestuosa, come anche il giudice sicuramente valuterà in tal senso". A quanto si apprende sempre attraverso le notizie ancora rintracciabili online, il Tribunale di Roma si espresse a favore di Berlusconi e del Pdl nel 2010 e lo stesso fece la Corte d'appello di Roma nel 2012.
Nel bel mezzo di quel periodo, tra l'altro, si consumò la querelle tra Berlusconi e il gruppo vicino a Gianfranco Fini, con risvolti anche sul simbolo stesso: secondo Italo Bocchino, il fregio non sarebbe più stato utilizzabile perché l'atto costitutivo del Pdl prevedeva che in caso di scioglimento si sarebbe potuto impiegare il simbolo solo con il consenso di tutti i fondatori (incluso Fini per An); per Abrignani contavano invece le norme statutarie, che attribuivano al segretario politico il potere di utilizzare i simboli come contrassegni elettorali. Nella disputa, peraltro, si inserì anche Domenico Auricchio, allora sindaco di Terzigno, rieletto nel 2009 ma scelto per la prima volta nel 2007 - proprio nello stesso turno elettorale che aveva chiamato al voto i cittadini di Casal di Principe. Così dichiarò ai media - per esempio al Gazzettino Vesuviano - il 22 novembre 2010: 
Nel 2007 uscirono sei liste del centrodestra e una del centrosinistra. Io ero in procinto di avviare una lista che aveva come simbolo il Vesuvio. Ma, quella notte, alle ore 2, fui allertato dall’onorevole Martusciello che mi consigliò vivamente di ritirare il logo del Vesuvio ed inserire l’attuale simbolo del partito. Io lo ascoltai e in concomitanza al baluardo di alleanza nazionale mi diressi alle elezioni. Tra i sei sindaci candidati nella lista elettorale del centrodestra, fui proprio io ad andare al ballottaggio con l’allora candidato a sindaco del centrosinistra. Vinsi con il 54 % dei voti.  Dopo di che, in data 6 agosto 2007, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Ministro del turismo Michela Vittoria Brambilla si recarono a Bruxelles per registrare il logo. Ma, una volta giunti sul luogo, scoprirono che il simbolo oltre ad essere stato già utilizzato, possedeva anche un suo amministratore. La notizia destò scalpore e i giornali scalpitavano per accaparrarsi la news del momento. Allora, il ministro Brambilla, vista la scabrosità dell’accaduto, mi rese partecipe ed io stesso, con la lettera del 24 agosto 2007, ho dichiarato agli atti che l’unico detentore ufficiale del distintivo del partito della libertà è il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. [...] È scritto sul retro della brochure della campagna elettorale del 27-28 maggio del 2007 che questo sarà con ottime probabilità il nuovo simbolo della casa della libertà.
Si tratta, insomma, di una dinamica simile a quella che aveva riguardato il simbolo utilizzato alle elezioni di Casal di Principe. Basta però vedere il sito del Corriere della Sera dedicato alle elezioni di quell'anno - lo stesso da cui è stato tratto il simbolo mostrato prima - per rendersi conto che, in realtà, a essere stato utilizzato a Terzigno era il simbolo del "Partito della Libertà", vale a dire l'opzione che poi non vinse alla consultazione di dicembre 2007 tra iscritti e simpatizzanti. Quel nome, già depositato come marchio europeo il 26 aprile 2007 da Michela Vittoria Brambilla, era però già stato registrato nel 2004 come nome a dominio dalla Federazione dei liberali, che per questo aveva iniziato un procedimento legale contro Brambilla, i suoi Circoli della Libertà e Forza Italia: alla fine del 2011 il Tribunale di Milano diede torto alla Federazione dei liberali guidata da Raffaello Morelli (sostenendo che non era stato provato un uso antecedente e chiaramente riconducibile alla Fdl del dominio wwww.partitodellaliberta.it - da essa registrato - tale da invalidare le domande di marchio presentate successivamente, e in ogni caso il concetto di "libertà" era "inappropriabile monopolisticamente da chicchessia"; tuttavia le spese furono compensate, perché fu riconosciuta la legittima aspettativa della Fdl alla registrazione come marchio di quel nome), né andarono meglio i ricorsi in sede europea. 
L'uscita di Auricchio, insomma, rischiò di nuocere alle tesi del Pdl guidato da Silvio Berlusconi, visto che riguardava un nome diverso; una dichiarazione analoga da parte di Madonna sarebbe stata sicuramente più di aiuto al Pdl, ma allora la causa era in corso (anzi, era già stata emessa la sentenza di primo grado, prontamente richiamata da Brambilla a sostegno della titolarità del nome in capo a Berlusconi) ed era difficile da immaginare che l'imprenditore casalese potesse dichiarare qualcosa che avrebbe potuto nuocere ai propri obiettivi in sede contenziosa. Alle elezioni politiche del 2013 tanto Auricchio quanto Madonna furono candidati dal centrodestra al Senato, nella circoscrizione Campania: Auricchio nel Pdl in 19° posizione, Madonna in Grande Sud in 4° posizione. La coalizione ottenne il premio regionale, ma i seggi andarono tutti al Pdl grazie al suo 30,32%, a nulla valendo l'1,54% ottenuto in Campania da Grande Sud di Gianfranco Miccichè; Auricchio nel 2013 non ottenne il seggio, nonostante le opzioni in altre circoscrizioni di Berlusconi e Lucio Barani, ma quando Alessandra Mussolini nel 2014 divenne europarlamentare, fu proprio lui a subentrarle a Palazzo Madama (dove poi, a settembre del 2015, concorse a costruire il gruppo di Ala uscendo dal Pdl, proprio come fece Abrignani).
La scelta di Adnkronos di sentire Abrignani sulla vicenda del simbolo-marchio di Futuro nazionale ha dunque concorso a riportare alla luce un episodioche non può non risultare interessante per i #drogatidipolitica, sempre pronti a lasciare per un attimo da parte l'attualità per ripercorrere vicende politico-elettorali del passato che meritano di non finire nel dimenticatoio. Poiché però nulla è lasciato al caso, men che meno per chi segue i diritti e i rovesci della politica, non poteva mancare una chicca finale, che imprevedibilmente unisce i due tasselli della "storia infinita" rievocata qui. Scartabellando nella banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, infatti, esce un unica domanda di marchio presentata da Michelangelo Madonna, peraltro insieme al suo procuratore Francesco Mercurio: essa, depositata l'11 settembre 2009 e accolta il 2 dicembre 2010, riguarda un marchio figurativo a colori, consistente in un "cerchio con fondo di colore azzurro contenente la scritta Popolo del Sud di colore bianco e tre vele con i colori del tricolore italiano, verde, bianco e rosso; in alto a sinistra sullo sfondo in grigio è rappresentata l'Italia meridionale con la Sicilia". L'occhio ovviamente riconosce un simbolo molto simile a quello impiegato alle elezioni di Casal di Principe nel 2007 (paradossalmente una lista con quel nome partecipò alle amministrative in quel comune nel 2010, ma faceva parte del centrosinistra e aveva tutt'altra grafica); è però impossibile non notare come il nome, "Popolo del Sud", somigli incredibilmente al "Popolo per il Sud" di cui Franco Recupero lamentava la copiatura da parte di Roberto Vannacci. Ovviamente qui non si parlerà di copiatura o di plagio ma, di nuovo, anche per i nomi dei partiti vale la massima morriconiana: le somiglianze, anche quelle di cui non si sospetta l'esistenza, fanno parte della storia della politica; è giusto rilevarle, ma senza andare troppo oltre.