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giovedì 5 maggio 2022

Decreto elezioni 2022: election day, norme anti-Covid e tagliafirme (tardivo)

Com'è noto, il 12 giugno si terranno tanto i cinque referendum sulla giustizia (presentati ufficialmente da vari consigli regionali, avendo come principali promotori politici la Lega e il Partito radicale), quanto il primo turno delle elezioni amministrative nei comuni interessati (il Ministero dell'interno ne ha indicati 979), con eventuale ballottaggio previsto come sempre due settimane dopo, il 26 giugno. L'accorpamento delle due diverse consultazioni elettorali - scelto, come di consueto, "in un'ottica di contenimento della spesa pubblica" - è stato ufficialmente consentito e previsto grazie al decreto-legge 
4 maggio 2022, n. 41, pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale ed entrato in vigore proprio oggi. Vale la pena dare uno sguardo alle disposizioni, per verificare le loro ricadute concrete sulle procedure elettorali e preparatorie alle elezioni, soprattutto per i profili più interessanti per i #drogatidipolitica.

Quando si vota e quando si scrutina

Anche se può sembrare banale, è bene partire dalle disposizioni relative alla data di votazione: questa ovviamente non è stata stabilita con questa fonte, ma da decreti del Presidente della Repubblica, su decisione del Governo. Se dunque quei decreti presidenziali hanno indicato come data per il voto il 12 giugno, l'articolo 2 del decreto-legge n. 41/2022 ha precisato che, nei seggi in cui si vota tanto per i referendum quanto per le elezioni amministrative, "anche  quando disciplinate da norme regionali", occorre applicare le norme statali relative ai referendum con riguardo agli "adempimenti comuni", al "funzionamento degli uffici elettorali di  sezione" (degli uffici di seggio dunque) e  agli "orari della votazione" (dalle 7 alle 23); si applicano invece le norme sulle elezioni amministrative - sempre e solo in quei seggi in cui si vota per entrambe le consultazioni - limitatamente alla composizione degli uffici elettorali di sezione (che prevede la presenza di quattro scrutatori, non di tre come per i referendum) e all'entità dei compensi dei membri dei seggi. 
Le prime schede a essere scrutinate (subito dopo aver riscontrato il numero delle persone votanti per le varie consultazioni) saranno quelle dei referendum, urna per urna (e le operazioni, riguardando cinque quesiti, finiranno inevitabilmente ben oltre la mezzanotte, quindi si protrarranno nelle prime ore del 13 giugno). Lo spoglio delle elezioni amministrative si svolgerà a partire dalle ore 14 di lunedì 13 giugno.

Le norme legate alla pandemia Covid-19

Anche quest'anno, pur in condizioni ben diverse rispetto al 2020 e al 2021, si è ritenuto di dover prevedere norme eccezionali in materia di espressione e raccolta del voto, nonché di scrutinio delle schede per far fronte alla pandemia Covid-19, garantendo i diritti di chi intende votare e la sicurezza di chiunque partecipi alle operazioni elettorali. 
Innanzitutto si deve dare conto dei cosiddetti "seggi Covid", vale a dire le "sezioni elettorali ospedaliere costituite nelle strutture sanitarie che ospitano reparti Covid-19". In particolare, l'art. 3 riprende le disposizioni già dettate per il voto nel 2020 e 2021, con la costituzione di "sezioni ospedaliere" (che hanno lo stesso numero di componenti dei seggi "normali") anche nelle strutture sanitarie dotate di reparti Covid-19 aventi da 100 a 199 posti letto, per le quali di norma era previsto (prima della pandemia) solo un "seggio speciale"; questo invece, sempre istituito in strutture con reparti Covid-19, dovrà raccogliere il voto nelle strutture con meno di cento posti e di elettrici ed elettori in trattamento domiciliare, quarantena o isolamento fiduciario (che, in base all'art. 4, abbiano chiesto tra il 10° e il 5° giorno prima del voto di esercitare il loro diritto di elettorato attivo, con tanto di certificato medico). 
Come in passato, si è previsto che, per quegli uffici elettorali di sezione potenzialmente a maggior rischio di contagio, i membri ricevano "indicazioni operative in merito alle procedure di sicurezza sanitarie concernenti le operazioni elettorali e referendarie"; in più, come rimedio al rischio di rinunce dei componenti dei seggi ospedalieri e speciali (che negli ultimi due anni non sono mancati anche nei seggi ordinari, ma sarebbero certamente stati più plausibili nelle sezioni più "delicate"), si è di nuovo concessa la possibilità di nominare come componenti di seggio coloro che fanno parte delle unità speciali di continuità assistenziale regionale (Uscar) o delle organizzazioni di protezione civile che abbiano dato la loro disponibilità. (Mancando anche queste persone, i sindaci possono ricorrere alla nomina di loro delegati - spesso scelti in prevalenza tra i dipendenti comunali - purché siano iscritti nelle liste elettorali del comune.) Se nei comuni mancano strutture sanitarie con almeno 100 posti, i citati seggi speciali si possono istituire - evidentemente se emerge la necessità - anche in sezioni diverse da quelle ospedaliere; come extrema ratio si è prevista (come nel 2021) la possibilità di costituire un solo seggio speciale per due o più comuni, "sentita la commissione elettorale circondariale e previa intesa tra i sindaci interessati". A tutto il personale dei seggi - cui è garantito un onorario maggiorato della metà - sarà chiesta comunque la certificazione Covid-19, da poco "dismessa" per gran parte delle attività; per il voto raccolto a domicilio, infine, si chiede ovviamente di assicurare "con  ogni mezzo idoneo, la libertà e la segretezza del voto, nel rispetto delle esigenze connesse alle condizioni di salute dell'elettore". 
Con riferimento invece (innanzitutto) ai seggi ordinari, si conferma anche quest'anno - grazie all'art. 1 - la scelta di far inserire personalmente le schede nelle urne all'elettrice o all'elettore: ciò che in passato si praticava di solito in concreto (anche se la legge diceva altro e non era comunque possibile in caso di tagliando antifrode, dunque alle elezioni politiche e suppletive), ora - come nei due anni precedenti - è previsto per decreto "al fine di assicurare il distanziamento sociale e prevenire i rischi di contagio, nonché garantire il pieno esercizio dei diritti civili e politici". Fondi speciali sono poi previsti per sanificare i luoghi in cui saranno allestiti i seggi (meno aule scolastiche rispetto al passato, grazie alle risorse messe a disposizione lo scorso anno); come in passato, il governo provvederà a dettare "specifiche modalità operative e precauzionali" in appositi "protocolli sanitari e di sicurezza". Non manca poi una postilla (all'art. 4, comma 6), per cui tutte le disposizioni del decreto si applicheranno anche "alle elezioni regionali dell'anno 2022": il riferimento, con tutta probabilità, è innanzitutto al voto in Sicilia previsto per gli ultimi mesi dell'anno.

Contro il commissariamento facile (in attesa della "legge Augussori")

Il secondo comma dell'art. 6, relativo alle elezioni comunali, ribadisce per i comuni inferiori - dunque fino a 15mila abitanti - la norma inserita lo scorso anno in sede di conversione del "decreto elezioni": se si presenta un'unica lista (o, comunque, ne è ammessa una sola), perché la consultazione sia valida è sufficiente che quella lista ottenga un numero di voti pari almeno alla metà dei votanti, ma soprattutto che si rechi ai seggi almeno il 40% delle persone aventi diritto, non conteggiando ai fini della "platea" su cui calcolare quella percentuale gli elettori iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) che non abbiano votato.
Questa norma, pensata per ridurre il rischio che in comuni medio-piccoli o piccoli si creino le condizioni per la nullità del voto (il che accadrebbe di norma con la presenza di una sola lista e la partecipazione al voto di meno della metà dei soggetti aventi diritto) e il commissariamento, non sarebbe stata necessaria se si fosse compiuto l'iter di approvazione del disegno di legge che ha alla base essenzialmente un progetto presentato dal senatore leghista Luigi Augussori, già noto a chi frequenta questo sito con assiduità. Quel testo, infatti, mirava a rendere stabile l'abbassamento del quorum di validità per le elezioni nei comuni inferiori, per non penalizzare soprattutto quelli caratterizzati da emigrazione stagionale o da un alto numero di iscritti Aire; non mancava poi un'altra norma molto delicata, volta a reinserire l'obbligo di raccogliere un numero minimo di firme nei comuni sotto i mille abitanti, onde evitare il ripetersi di spiacevoli fenomeni di candidature esterne (e a volte inconsapevoli, dunque illecite). Il Senato aveva approvato il ddl il 26 maggio 2021; alla Camera, invece, solo lo scorso 21 aprile si è arrivati all'approvazione del testo in commissione, per cui non c'era più tempo per applicare queste regole alle elezioni 2022. Con decreto-legge, dunque, si è una tantum prevista almeno la norma anti-commissariamento anche per quest'anno, mentre anche quest'anno monitorare i comuni "sotto i mille" potrà riservare sorprese (e Massimo Bosso non mancherà di evidenziarle).

Sul voto degli italiani all'estero e dei "fuori sede"

L'articolo 6 contiene anche, al comma 3, "in considerazione della situazione politica internazionale e dei correlati rischi connessi alla cybersicurezza", il rinvio al 2023 della sperimentazione del voto elettronico per gli elettori residenti all'estero e per i "fuori sede". Per i primi occorre vedere le disposizioni contenute nell'art. 7 (che prevedono - per le elezioni future - la costituzione di quattro uffici decentrati per la circoscrizione estero presso le corti d'appello di Milano, Bologna, Firenze e Napoli, incaricati di scrutinare i voti provenienti dall'estero, aggiungendo altre norme in materia di trattamento delle schede e scrutinio, alcune relative espressamente al 2022); per i "fuori sede", invece, si tratta dell'ennesima occasione persa per rendere concretamente più facile l'esercizio del diritto di voto. 

La norma tagliafirme: più "fuori tempo massimo" che in "zona Cesarini"

Si è lasciata volutamente per ultima la norma contenuta nel breve comma 1 dell'articolo 6, in base al quale "Limitatamente alle elezioni comunali e circoscrizionali dell'anno 2022, il numero minimo di sottoscrizioni richieste per la presentazione delle liste e candidature è ridotto a un terzo". Si tratta esattamente della stessa riduzione inserita in sede di conversione del "decreto elezioni" del 2020 e ribadita nell'omologo decreto-legge dello scorso anno.
Tutto bene? Non tanto, anzi, quasi per niente. Certo non saranno contenti - e questo è ovvio - coloro che non vedono di buon occhio i tagli dell'unico vero onere di consistenza previsto per le liste a livello locale (per cui anche i partiti presenti in Parlamento, dal 1993 in poi, sono tenuti a raccogliere le firme se vogliono concorrere alle elezioni). Anche chi si attende che il taglio riempia le schede di liste e simboli, però, rischia di andare incontro a una delusione. Occorre infatti essere realisti e guardare il calendario: il decreto-legge è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale - salvo errore - nel tardo pomeriggio del 4 maggio, divenendo efficace il 5; le liste, però, dovranno essere presentate tra il 13 e il 14 maggio. In poche parole, chi voglia fruire della riduzione (cioè chi ora senta di poter raccogliere quelle firme, e non il numero di norma previsto) avrà a disposizione solo una settimana abbondante: davvero pochi, se si considera che la legge metterebbe a disposizione 180 giorni di validità delle autenticazioni (da calcolare a ritroso dalla data limite per la presentazione delle candidature). 
In concreto, questo significa che un numero limitato di liste potrebbe essere nella condizione di sfruttare davvero questa agevolazione: si può discutere dell'opportunità di questa scelta, che questa volta non ci si sente affatto di condividere, soprattutto con riguardo ai tempi in cui è stata presa. Il decreto-legge è stato approvato il 2 maggio 2022 e pubblicato due giorni dopo; il comunicato sul sito del governo, relativo al "decreto elezioni", nemmeno conteneva il riferimento al taglio delle firme (dato invece dai media), dunque fino a quel momento era lecito immaginare - come del resto si era scritto su questo sito - che non fosse in programma alcuna riduzione delle sottoscrizioni, anche per la situazione pandemica meno grave che nel 2020 e nel 2021 e per il venir meno di altre misure (a partire dal citato green pass). Anche dopo l'annuncio dato dai media, peraltro, solo la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale ha messo le forze politiche e i gruppi interessati a presentare liste in condizione di ragionare su un impegno più ridotto ai fini della raccolta firme; le forze politiche che fanno parte del Governo, invece, hanno avuto la notizia sicuramente almeno un paio di giorni prima (dal 2 maggio, cioè da quando il governo ha discusso la finalizzazione del decreto) e non si può escludere che abbiano avuto già prima sentore del futuro taglio. 
Per questo, chi scrive ha il timore - purtroppo non infondato - che il comma tagliafirme giovi soprattutto ai partiti medio-grandi, che potranno presentare liste con meno fatica, e assai meno alle forze più piccole, risultando meno equo dell'opportuno. Certo, il tempo per raccogliere le firme ancora c'è e naturalmente ogni partito o gruppo ha avuto tempo per organizzarsi e cercare di raccogliere il numero originario di sottoscrizioni (potendo così di fatto beneficiare di un - non del tutto atteso - abbassamento dell'asticella); il dubbio però che questa disposizione, entrata in vigore ora, aiuti alcuni più di altri resta e non aiuta a considerare positivamente il comportamento dei partiti maggiori sotto questo aspetto. 

venerdì 19 febbraio 2021

Ritorno alla Corte: a rischio il pasticcio di firme, esenzioni e simboli

Ai tempi del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari si è parlato molto - oltre che dei "correttivi" costituzionali per mitigare le storture legate alla riduzione - degli interventi sulla legge elettorale, magari da rivedere in senso proporzionale per evitare che le nuove Camere siano poco rappresentative. Da settimane però sulla legge elettorale è calato il silenzio, anche se 
sono spirati venti di elezioni. Se si votasse ora si applicherebbe il Rosatum-bis, modificato dalla legge n. 51/2019 per rendere il sistema del 2017 applicabile al Parlamento a ranghi ridotti (si sono definiti i nuovi collegi per distribuire 3/8 dei seggi nei collegi uninominali e 5/8 in quelli plurinominali); finora molte forze politiche avevano chiesto di cambiare le regole, ma ora - uscito di scena il governo Conte-bis e arrivato Mario Draghi a Palazzo Chigi - c'è chi dubita che l'attuale Parlamento si occuperà delle riforme costituzionali e metterà mano alla legge elettorale.
Su quest'ultima, però, non è da escludere che le Camere siano costrette a intervenire presto: martedì 23 febbraio, infatti, la Corte costituzionale dovrà esprimersi per la prima volta sull'incostituzionalità di un paio di punti della legge elettorale vigente, relativi al procedimento preparatorio ma molto rilevanti per determinare il quadro di candidature offerto agli elettori. Il giudizio nasce da un'ordinanza - l'atto di promovimento n. 157/2020 - emessa il 1° settembre 2020 dalla seconda sezione civile del Tribunale di Roma (nella persona della giudice Carmen Bifano) ma sfuggita all'attenzione dei più: all'origine c'era un ricorso presentato il 7 novembre 2019 da Riccardo Magi e dall'associazione +Europa (il partito) contro il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministero dell'interno. I ricorrenti - difesi dagli avvocati Beniamino Caravita di Toritto, Aulo Cossu e Andrea Mazziotti di Celso (ex deputato di Scelta civica, poi aderente a +E e ad Azione) avevano chiesto di accertare l'integrità del diritto di elettorato passivo - con riferimento alle prossime elezioni politiche, immaginando che si tengano con la vigente legge - in particolare considerando il modo in cui si dovrebbe applicare l'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera (d.P.R. n. 361/1957, modificato nel 2017), disposizione che regola la raccolta delle sottoscrizioni a sostegno delle candidature e le esenzioni da tale onere.
Arriva dunque finalmente davanti alla Corte costituzionale un problema enorme e più volte sollevato in questo sito: quello della raccolta firme e del modo in cui devono provvedervi i promotori delle liste che la legge non solleva da quel compito gravoso. Si chiedeva in particolare di considerare il numero di sottoscrittori da coinvolgere, i soggetti che possono provvedere all'autenticazione, ma pure una questione molto delicata, emersa nelle settimane che precedettero la presentazione delle candidature alle elezioni del 2018: una questione che ha a che vedere con l'obbligo di raccogliere le firme avendo già individuato (anche) i candidati dei collegi uninominali. Il che voleva dire implicitamente aver già deciso se correre da soli o apparentarsi con altre liste (e, nel caso, quali): un problema enorme, se considerato insieme ai "figli e figliastri" generati dal regime di esenzione dalla raccolta delle firme. Il punto è complesso e merita di essere analizzato con attenzione, insieme agli altri.
 

Sbarramento all'ingresso ed "emergenza permanente"

Il problema, in effetti, nasce dalla questione delle firme e si avvita intorno a questa, come sa bene +Europa. Com'è noto, Riccardo Magi è stato eletto deputato (come candidato del centrosinistra nel collegio 10 - Roma Gianicolense), ma non nelle liste di +Europa - Centro democratico, di cui pure era stato capolista nei tre collegi plurinominali del Lazio: la lista non ha raggiunto la soglia del 3% indicata dalla legge (si è fermata al 2,6%), dunque non ha avuto accesso alla distribuzione dei seggi attribuiti con il sistema proporzionale. Ciò, in concreto, significa che la lista di +Europa - Centro democratico, con solo tre deputati (oltre a Magi, Bruno Tabacci e Alessandro Fusacchia, eletto all'estero) e una senatrice (Emma Bonino), non è riuscita a formare un gruppo parlamentare alla Camera e al Senato a inizio legislatura: è questa la condizione che l'art. 18-bis, comma 2 - così come modificato dal Rosatum-bis - pone per esentare un partito dalla raccolta firme per presentare liste alle elezioni successive.

lunedì 18 dicembre 2017

+Europa con Emma Bonino (e un quarto delle firme)

Alla fine le possibilità che sulle schede arrivi il simbolo di +Europa (assieme a tanti altri) si sono fatte molto, molto concrete. Vedendo più vicina la possibilità che le firme da raccogliere non siano più 750 per ogni collegio plurinominale, ma 375, giusto ieri è stato presentato il simbolo che ormai può dirsi definitivo: oltre che sugli spazi web di Radicali italiani e di Forza Europa, l'emblema è stato mostrato direttamente da Emma Bonino mentre era in collegamento con la trasmissione Che tempo che fa: è stata l'ex ministra degli esteri a ricordare il precedente di Pietro Grasso - che giusto una settimana prima aveva presentato in anteprima nazionale il contrassegno nuovo nuovo di Liberi e Uguali - a un perplesso Fabio Fazio, che forse non vedeva in quell'ostensione simbolica i crismi della novità o, almeno, della notiziabilità.  
Eppure qualcosa di nuovo in quell'emblema c'era e non era nemmeno necessario aguzzare lo sguardo per accorgersene. Già in occasione della presentazione alla stampa del logo, del resto, si era detto che un contrassegno elettorale che avesse contenuto solo la scritta colorata di +Europa sarebbe stato decisamente vuoto e, come tale, tanto semplice da leggere quanto poco armonico sul piano grafico. Così, come annunciato nei giorni scorsi dal segretario di Radicali italiani Riccardo Magi, il fregio elettorale contiene anche il riferimento alla stessa Emma Bonino, nella stessa font stondata utilizzata per il nome, questa volta in colore blu su fondo giallo (ricordando inevitabilmente la coppia di tinte che hanno caratterizzato a lungo la lista Bonino).

* * *

Se il simbolo merita attenzione, ne merita almeno altrettanta l'emendamento che dovrebbe permettere a quel contrassegno di finire con una certa tranquillità sulle schede elettorali. Si tratta, come si è anticipato prima, della proposta di riduzione delle sottoscrizioni necessarie per presentare le liste nei collegi plurinominali, quota che già la legge elettorale approvata poche settimane fa aveva dimezzato con esclusivo riferimento alle prossime elezioni. Evidentemente, però, per molte forze politiche - non certo solo +Europa - quella quota (750 firme) doveva essere parsa irraggiungibile, soprattutto perché non erano note prima le circoscrizioni dei collegi elettorali. 
In soccorso delle liste che già non fruivano di qualche esenzione - per essere state presenti con almeno un gruppo parlamentare alla data del 15 aprile 2017 - giusto una settimana fa è arrivato un emendamento a firma del deputato Pd Alan Ferrari, che recita come segue:

lunedì 15 maggio 2017

Meno firme, più digitali: una proposta per tutelare la democrazia (e i simboli)

La proposta di testo base per le modifiche alla legge elettorale, curata dal presidente della I commissione di Montecitorio Andrea Mazziotti, non ha mancato di suscitare un certo dibattito in questi giorni. Lo ha fatto essenzialmente per quanto prevede a proposito della formula elettorale (con l'estensione al Senato di ciò che resta dell'Italicum, introducendo in entrambe le Camere l'elezione nel collegio con la minor cifra elettorale di lista in caso di capilista multieletti), ma si sarebbe dovuto parlare a fondo anche di un'altra importante innovazione, circa la raccolta delle sottoscrizioni a sostegno delle candidature: da una parte il testo propone di ridurre decisamente il numero di firme di elettori necessarie, dall'altra consentirebbe la raccolta digitale delle stesse, senza bisogno che le sottoscrizioni così ottenute siano autenticate.  
In questo sito mi è capitato spesso di parlare di striscio, come argomento connesso a quello dei simboli, di questioni legate alla raccolta delle sottoscrizioni per le candidature. Il tema, però, non è affatto secondario, per chi si occupa delle elezioni e di chi vi partecipa. Capire la ragione è facile: più è severa la selezione all'ingresso (più sono gravosi, dunque, i requisiti in tema di firme), più il numero dei contrassegni potenzialmente presenti sulla scheda elettorale si riduce.

Mortalità simbolica: esistere e non poter essere votati

Si pensi alle elezioni politiche (e, in misura minore, a quelle europee), che prevedono prima la presentazione dei contrassegni e due settimane dopo il deposito delle candidature, coi relativi documenti: nelle bacheche del Ministero dell'Interno finiscono molti emblemi, ma solo una parte riesce ad arrivare alla valutazione degli elettori. Per rappresentare il fenomeno, quattro anni fa avevo elaborato un parametro ad hoc (utilizzato in un contributo pubblicato dalla rivista Nomos del prof. Fulco Lanchester e in un intervento al seminario 2013 della Società italiana di studi elettorali): con "indice di mortalità simbolica" mi riferii alla percentuale dei simboli depositati, ma non utilizzati per contrassegnare candidature. Il destino accomuna i pochi emblemi depositati per precauzione (senza la volontà di utilizzarli, ma per evitare che altri se ne approprino) ai molti che, invece, si vorrebbero sottoporre agli elettori, ma non godono del numero di sottoscrittori richiesto per legge: si può dire, con un po' di approssimazione, che più la percentuale è alta, più nella società esistono istanze e proposte su cui gli elettori non possono esprimersi, perché non sono sottoposte loro.
Qualche numero illustra le dimensioni del fenomeno: nel 2013 il 57,1% dei contrassegni ammessi non è finito sulle schede: quasi 3 su 5. Non è stato il dato peggiore, ma neanche il più confortante: nel 1987 e nel 1992, ultimi anni di vigenza del sistema proporzionale, il tasso di mortalità simbolica toccò il 38% e (all'apice della crisi del sistema) il 57%; nel 1994, con l'introduzione del Mattarellum, l'indice scese al 48,7%, nei due appuntamenti successivi (2001 e 1996) risalì al 68,9%; l'adozione del Porcellum nel 2006 fece calare la mortalità al 56,9%, ma nel 2008 si toccò l'apice, a oggi imbattuto, del 73,4%. Leggendo questi dati (raramente inferiori al 50%), emerge come l'istituto della raccolta delle firme abbia effettivamente reso ardua la partecipazione alle elezioni alle forze politiche minori, specie a quelle di nuova costituzione. 

Semplificare il quadro o creare figli e figliastri? 

E' vero che le sottoscrizioni (all'inizio unico sistema previsto per identificare chi era legittimato a presentare candidature) dopo la diffusione dei partiti sono servite a dimostrare che la singola forza politica aveva un seguito minimo in un certo territorio, per cui i suoi candidati avevano un certo grado di serietà; è altrettanto vero, però, che negli anni la raccolta firme ha subito una mutazione genetica, da strumento di semplificazione ragionevole a mezzo di esclusione irragionevole.
Se, infatti, già negli anni '60 importanti studiosi come Giuseppe Ferrari facevano notare che il numero di sottoscrizioni richiesto per le elezioni politiche sembrava troppo basso per poter garantire davvero la serietà di tutti i concorrenti, a partire dalla metà degli anni '70 i partiti presenti in Parlamento hanno fatto proprio l'opposto. Considerando quelle operazioni elettorali preparatorie come una fatica da evitare, hanno introdotto le prime ipotesi di esenzione dalla raccolta firme, essenzialmente per agevolare il ritorno alle Camere dei gruppi maggiori rispetto alle formazioni minori o nate da poco; quando poi, specie a partire dalla fine degli anni '90, i partiti hanno preso atto della loro sempre minore presenza ed organizzazione territoriale, hanno previsto sconti generalizzati sul numero di sottoscrizioni, allargando però di molto (in certi periodi) il numero dei soggetti esentati, includendovi anche partiti di dubbia consistenza. Le percentuali di mortalità simbolica (e di non rappresentanza delle istanze) viste prima, in altre parole, avrebbero potuto essere ancora più alte se partiti e partitini non si fossero in parte semplificati la vita.

Miracolati e disgraziati di oggi

La disciplina attualmente in vigore per la Camera dei deputati prevede che in ciascun collegio per presentare una lista si debbano raccogliere tra le 1500 e le 2000 firme di cittadini iscritti alle liste elettorali di quello stesso territorio (il numero si dimezzerebbe se le Camere venissero sciolte con oltre 120 giorni di anticipo rispetto la scadenza naturale); sono sollevati dall'onere della raccolta delle sottoscrizioni, tuttavia, i partiti costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura e quelli che rappresentino minoranze linguistiche che alle ultime elezioni abbiano avuto almeno un seggio, nonché - solo per le prime elezioni dopo l'entrata in vigore dell'Italicum - i partiti costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 1° gennaio 2014. 
Al momento, dunque, l'esenzione riguarderebbe certamente il Pd, il MoVimento 5 Stelle, la Lega Nord, i partiti delle minoranze linguistiche Svp, Union valdotaine, Patt e Stella alpina, nonché soggetti politicamente non più esistenti come Scelta civica (l'esenzione potrebbe trasmettersi a Cittadini per l'Italia o è stato fondato come nuovo partito?) e il Popolo della libertà; a questi partiti vanno aggiunti, solo per questa legislatura, anche Forza Italia, Sel (che però è soggetto diverso da Sinistra Italiana), Nuovo centrodestra (esenzione probabilmente girabile ad Alternativa popolare, ove si sia trattato di semplice cambio di nome) e Fratelli d'Italia. Vista la storia recente del Parlamento e le precedenti interpretazioni di norme simili, tuttavia, è possibile che cerchino di ottenere la deroga anche il Psi (essendo parte del nome di un gruppo più ampio al Senato, per il quale altri componenti non avrebbero interesse ad avere la deroga) e Democrazia Solidale (come sostanziale continuatore del gruppo Per l'Italia, alla fine del 2013 presente in entrambe le Camere), mentre sarebbe pressoché impossibile rivendicare un'esenzione attraverso il gruppo Gal del Senato. 
Basta questo, a ben guardare, per capire che l'istituto della raccolta firme, così come nel tempo si è evoluto (o, meglio, involuto), non appare più equo. Perché i fondatori di Articolo 1 - Mdp, partito appena costituito e presente come gruppo in entrambi i rami del Parlamento, dovrebbero dannarsi a raccogliere 1500 firme in ogni collegio alla Camera, quando invece qualcuno potrebbe presentarsi alle elezioni senza firme spolverando i vecchi emblemi di Scelta civica o del Pdl (al limite presentandoli come miniature nei loro contrassegni, visto che lo stratagemma della "pulce" era stato creato da Roberto Gremmo quando ancora non erano state dettate norme sui "contrassegni compositi")? Anche Possibile, Civici e innovatori, Ala e i Centristi per l'Europa potrebbero sentirsi non a torto sfavoriti (per ragioni diverse) rispetto ad altri soggetti, perché loro dovrebbero raccogliere le firme.

Una proposta di buon senso, anche se non basta

Stando così le cose, sarebbe da salutare con favore la proposta fatta da Mazziotti attraverso il testo base e maturata anche grazie ai suoi colloqui con Riccardo Magi (Radicali Italiani). Rendere più accessibile la candidatura a un numero maggiore di soggetti permetterebbe a un sistema di base proporzionale di fotografare in modo più fedele il quadro delle istanze diffuse tra il popolo, senza privilegiare coloro che sono entrati in Parlamento nel 2013 o senza penalizzare coloro che hanno esercitato il loro legittimo diritto di recedere dal partito con cui sono stati eletti. Allo stesso tempo, consentire la sottoscrizione in forma digitale permetterebbe di eliminare una buona parte dei problemi legati alle firme false (contro cui, per dire, i radicali si sono sempre battuti) e ci costringerebbe a colmare il ritardo disastroso con cui l'Italia da spazio a tecnologie altrove acquisite da tempo.
Certo - come ho sottolineato a Magi ancora prima che parlasse con Mazziotti - queste proposte sarebbero soltanto una prima parte dei passi da compiere per rendere la fase delle candidature realmente equa. Per prima cosa sarebbe necessario superare definitivamente il sistema delle deroghe: tutti i partiti - a prescindere dalla loro presenza in Parlamento - dovrebbero raccogliere (anche digitalmente, ovvio) un numero contenuto di firme, purché siano tutte regolari e si perseguano con durezza i falsi; questo dovrebbe accompagnarsi, però, a un maggior controllo sulle autenticazioni, evitando che a queste possano provvedere ancora i semplici consiglieri comunali (vera fonte, negli anni, di un numero imprecisato di episodi tra l'illecito, l'oscuro e l'imbarazzante).
Vero è che queste innovazioni (quelle proposte da Mazziotti e quelle suggerite da me) potrebbero non piacere ai partiti maggiori di oggi, non proprio entusiasti all'idea di allargare troppo la competizione ad altri concorrenti potenzialmente in grado di arrivare al 3% o, comunque, di sottrarre voti. Personalmente, però, resto convinto che la strada suggerita da Mazziotti e da Radicali italiani sia quella giusta: perché la democrazia sia genuina, occorre aprire le porte, non socchiuderle. Del resto, finire sulla scheda elettorale non è un lasciapassare per i seggi di Montecitorio o Palazzo Madama: i partiti e i cartelli elettorali rimasti fuori dalle Camere nel 2008 e nel 2013 hanno imparato a loro spese che gli elettori, all'occorrenza, sanno chi buttare fuori dal gioco. Ma se qualcuno non lo si fa nemmeno partecipare, come si fa a decidere di non votarlo? 

giovedì 9 gennaio 2014

Sardegna, il M5S rientrerà grazie alla bocciatura?

"Beppe, per favore, vienici incontro e dacci il simbolo". Potrebbe essere riassunta così la lettera aperta che i presentatori del contrassegno di Nuovo movimento Sardegna - l'emblema con le cinque rose dei venti gialle di cui l'Ufficio elettorale regionale ha chiesto la sostituzione ieri - hanno indirizzato direttamente a Beppe Grillo, perché torni sui suoi passi e conceda a quello stesso gruppo l'uso del contrassegno ufficiale del MoVimento 5 Stelle.
Se così fosse, sarebbe un colpo di scena del tutto inatteso, visto che una delle poche certezze al 6 gennaio - ultimo giorno per presentare gli emblemi in Corte d'appello - era che alle elezioni del 16 febbraio non ci sarebbe stata una lista del M5S: le divisioni tra gli attivisti dell'isola avevano spinto Grillo e il suo staff a non concedere l'uso del simbolo, di cui il leader mantiene la titolarità civile.Ora però escono allo scoperto i presentatori di quel curioso simbolo, graficamente lontano da quello del soggetto di Grillo ma che i magistrati chiamati a vagliare gli emblemi hanno ritenuto confondibile, forse per la presenza contemporanea di cinque simil-stelle e della parola "Movimento". A depositare l'emblema è stato un gruppo di attivisti del MoVimento, "tutti certificati e provenienti da tutti i gruppi dell'Isola": la loro è una proposta choc, perché consentirebbe a sorpresa di rimettere in gioco il M5S che tutti davano per escluso. "In Sardegna - scrivono - abbiamo una seconda possibilità e se ci aiuti riusciremo a dare una speranza ai tanti sardi che aspettavano di votare Cinquestelle alle imminenti elezioni regionali".
Certamente non ci sarebbe stata alcuna "seconda possibilità" se l'emblema non fosse stato ricusato, ma le poche norme sui simboli della legge sarda - copia carbone di quelle dettate per l'elezione della Camera - non vietano che il contrassegno sostitutivo sia completamente diverso da quello presentato in origine. Basta solo che il nuovo emblema sia rispettoso delle regole e certamente quello del M5S lo è: a patto, ovviamente, che Grillo ne autorizzi l'uso. 
In questo modo, dunque, il MoVimento 5 Stelle potrebbe arrivare di nuovo sulle schede, dopo aver ottenuto il 30% sull'isola poco meno di un anno fa. Anche per questo, l'appello a Grillo perché conceda il simbolo si fa accorato: "Se lo farai recupererai un rapporto di fiducia con gli attivisti e gli elettori sardi, che oggi si è compromesso, e ridarai una speranza a un'Isola martoriata, che altrimenti sarà condannata ad altri 5 anni di disperazione". I tempi però sono stretti, sia per la procura all'uso dell'emblema, sia - soprattutto - per la preparazione delle liste e la raccolta delle firme.
E se dal leader stellato non dovesse arrivare l'assenso all'uso del marchio originale, i presentatori di Nuovo movimento Sardegna potrebbero sempre modificare l'emblema presentato in prima battuta - ad esempio togliendo la stella centrale - ma non è detto che, a quel punto, valga ancora la pena proseguire nell'operazione.