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venerdì 4 gennaio 2013

"Moltiplicazione dei Monti" vietata? No, ecco perché

La partita simbolica legata alla "salita in politica" di Mario Monti si sta allungando, arrivando quasi ai limiti della zona Cesarini: i tempi di presentazione dei contrassegni si assottigliano e i giornali parlano di bozzetti a non finire che affollano il tavolo del Professore, senza soddisfarlo pienamente.
Non nascondo che avevo appreso con grande soddisfazione, nella conferenza stampa tenuta da Monti per presentare il suo progetto politico, che il nome provvisorio scelto per la lista al Senato era "Agenda Monti per l'Italia", proprio come questo sito aveva suggerito (anche su impulso di un esperto di sistemi elettorali come il professor Fulco Lanchester); il nome poi sembra sia stato leggermente modificato, ma è nell'ordine delle cose e non stupisce. Era giusta anche la previsione di almeno due liste alla Camera, una delle quali sicuramente a vantaggio dell'Udc, per le considerazioni già viste sullo scudo crociato. Proprio alla Camera, però, a quanto pare si sta giocando la partita più insidiosa.
Ad aprire il fuoco, le dichiarazioni di Giuseppe Calderisi, già radicale, da tempo finito in Forza Italia e ora nel Pdl, ma soprattutto riconosciuto esperto di sistemi e procedimenti elettorali. "Il testo unico DPR n. 361/’57 obbliga le liste che si collegano in coalizione per cercare di conseguire il premio di maggioranza a depositare lo stesso programma e l’indicazione dello stesso capo della coalizione, ma obbliga altresì tutte le liste [...] ad utilizzare contrassegni diversi, non confondibili tra loro e che pertanto non possono avere in comune lo stesso logo, neppure ’singoli dati grafici’ o ’espressioni letterali’, o ’parole o effigi costituenti elementi di qualificazione degli orientamenti o finalità politiche connesse al partito o alla forza politica di riferimento, anche se in diversa composizione o rappresentazione grafica’. Oltre al rischio di confondibilità, la legge  vuole evitare anche il rischio di annullamento dei voti espressi dagli elettori che appongono più segni su più contrassegni recanti la stessa dicitura". 
Per Calderisi, insomma, il nome di Monti o diciture che lo contengano non possono stare su più contrassegni. La legge, tuttavia, non lo dice. L'articolo 14, comma 4 del testo unico del 1957 che il parlamentare Pdl cita quasi per intero, infatti, non prevede che due emblemi elettorali non possano avere in comune un'espressione letterale o un elemento qualificante: dice che parole ed elementi "costituiscono elementi di confondibilità". Non è proprio la stessa cosa: altrimenti i simboli che usassero la parola "partito", o tutti coloro che si fregiassero di aggettivi come "democratico" o "comunista" sarebbero fuorilegge (tutti tranne il primo depositato, ovviamente) e questo il Consiglio di Stato l'ha precisato con chiarezza in un parere del 1992
Ora, perché mai la stessa regola non dovrebbe valere anche per l'indicazione del capo della coalizione? Tanto più che lo stesso Ministero dell'interno ha sostanzialmente riconosciuto come quei nomi, in quanto evidente indicazione del programma politico della lista che li utilizza, consentono un rapporto più chiaro con gli elettori, dunque aumentano la chiarezza, invece che diminuirla (infatti il Viminale richiede soltanto, benché questo non sia espressamente previsto, l’autorizzazione dell’avente diritto all’uso del proprio nome, in applicazione della normativa per la tutela della privacy). L'idea che tutti i simboli coalizzati possano avere l'indicazione del capo della forza politica non è un elemento di disturbo, semmai di trasparenza.
Un vero ostacolo alla presenza del nome di Monti su più simboli, dunque, non c'è. A meno che quel nome, per la posizione e la resa grafica, costituisca elemento di confondibilità, che invece dovrebbe essere sanzionato dal Ministero con la ricusazione. Al più, dunque le liste coalizzate dovranno rinunciare a riprodurre lo stesso elemento grafico in cui inserire il nome di Monti e faranno bene a tenere i loro simboli tradizionali (quelli dei partiti ovviamente) ben in vista - più dell'indicazione del leader - in modo da scongiurare il rischio di confondibilità: a queste condizioni, per la "moltiplicazione dei Monti" lo spazio dovrebbe esserci.

sabato 22 dicembre 2012

Lamberto e Mariano (Dini). Quando un tecnico si candida alle elezioni


Potrebbe essere questione di ore, per sapere cosa avrà intenzione di fare Mario Monti, ora che la sua (prima?) esperienza di governo si è conclusa, salvo naturalmente il «disbrigo degli affari correnti». Da giorni si rincorrono voci su candidature, pensieri, perplessità, tentazioni di scesa in campo o anche di rinuncia, causando dolori e preoccupazioni da una parte o dall’altra. Si è parlato di una, due, perfino tre liste a sostegno di Monti come persona indicata a svolgere il ruolo di Presidente del Consiglio (come è noto, non può essere candidato come parlamentare, essendo lui già senatore a vita, mentre potrebbe essere proposto come potenziale capo del Governo). Non è dato ancora sapere che simbolo avranno queste liste – se mai ci saranno: qualcuno ha parlato di «Italia per Monti» o qualcosa di simile, con il nome del Professore ben in vista e un probabile contorno tricolore a fondo azzurrino. Nell’attesa, può essere interessante ricordare un precedente del 1996, per ricordare cosa accadde alla scadenza del primo “governo tecnico” della storia italiana (a non voler riconoscere tale qualifica anche all’esecutivo di Carlo Azeglio Ciampi, che era venuto due anni prima). 

Presidente del Consiglio, in quei giorni, è Lamberto Dini, già ministro del tesoro nel primo governo Berlusconi, catapultato a Palazzo Chigi all’inizio del 1995 dopo le dimissioni del Cavaliere (e non esattamente in accordo con lui, almeno nell’ultimo periodo). Pensa che ti ripensa, Dini vuole entrare in Parlamento con una sua squadra, senza allontanarsi troppo dal centrosinistra che di fatto è stato uno dei suoi sponsor. Così il 28 febbraio, pochi giorni dopo le sue dimissioni, presenta alla stampa il suo contrassegno, «Rinnovamento italiano – Lista Dini»: è tra i primi (dopo Pannella, ovviamente) a mettere il suo nome a caratteri cubitali nell’emblema, così come usa in abbondanza le tinte nazionali del tricolore (una piramide? Una strada in prospettiva? La scia delle frecce tricolori?) e del fondo blu, condite da una quindicina di stelle che fanno tanto Europa.
Con quel simbolo, naturalmente, vuole partecipare alle elezioni e in effetti un rappresentante l’8 marzo si mette in fila al Viminale per depositare il contrassegno. Dev’essersela presa comoda e aver sottovalutato la perfidia di chi, nel centrodestra, si era sentito tradito dalla candidatura di un ex ministro del governo Berlusconi. Così, il logo di Rinnovamento italiano viene depositato al Ministero dell’interno con il numero d’ordine 51, ma nessuno immagina la faccia del depositante nell’accorgersi che qualcuno, in bacheca, aveva già piazzato da ore – col numero 9 – il simbolo «Rinascimento italiano – Lista Dini». Anche qui cerchio di fondo blu scuro, la dicitura «LISTA Dini» nella parte superiore (in tondo invece che in corsivo, ma non è che spostasse molto), il resto del nome del partito in quella inferiore, con tanto di striscia orizzontale tricolore e un arco di quindici stelle gialle a contorno di tutto. Una clonazione in piena regola, per di più giustificata dal fatto che, a guidare la lista, è tale «Dini Mariano detto Lamberto».
Nel centrodestra si ridacchia parecchio, anche tra i radicali allora schierati con Berlusconi («Che tecnici sprovveduti, si sono fatti soffiare il simbolo – dichiara divertito il radical-forzista Peppino Calderisi – Forza Italia due anni fa restò per venti giorni davanti al portone del Viminale per evitare appunto che qualcuno copiasse... ») al punto che si pensa proprio a uno scherzone di quegli esperti di legislazione elettorale presenti tra i radicali (a la Calderisi, appunto), nonostante le smentite immediate degli interessati. Si ride meno – è ovvio – nell’entourage di Lamberto Dini, perché per la regola prior in tempore potior in iure (in soldoni, chi prima arriva, meglio alloggia), il loro simbolo rischia seriamente di saltare, essendo stato depositato dopo; a complicare le cose, almeno un’altra lista chiamata «DINI – Rinnovamento italiano», ove Dini non è il cognome del Presidente del Consiglio uscente, ma l’acronimo di «Domani insieme (per una) nuova Italia» (impagabile, non c’è che dire).