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domenica 25 marzo 2018

Nati per sostenere (i governi), partiti per garantire (una maggioranza)

Passata la sbornia elettorale e archiviato il necessario periodo di disintossicazione per la troppa politica parlata dei giorni immediatamente successivi alla chiusura dello spoglio (che peraltro formalmente non è ancora chiuso: mancano ancora 27 sezioni che non hanno ancora consentito di assegnare ufficialmente 10 collegi uninominali alla Camera e 7 al Senato), lasciato trascorrere il tempo dedicato alle elezioni dei presidenti delle Camere (un'operazione più istituzionale che politica, in fondo), è tempo di tornare prepotentemente a parlare di partiti (e dei loro simboli), anche se in questa legislatura in Parlamento ne sono entrati pochi. 
E, visto che la formazione di un governo in questo momento non sembra la cosa più facile di questo mondo per ragioni puramente numeriche, mentre si parla di larghe intese, inciuci, governi di minoranza, appoggi esterni e ritorni della non sfiducia, il vero drogato di politica ha un sogno nel cassetto: tirar fuori dal cilindro un partito nuovo, che sulla scheda elettorale non c'era, ma in Parlamento può essere utile per consentire la nascita di un governo e dare una rappresentazione plastica di una maggiore solidità. 
Certo, i suddetti drogati di politica sanno che queste operazioni difficilmente avvengono a inizio legislatura: sarebbe troppo maleodorante nei confronti degli elettori, al massimo si sono registrati singoli passaggi tra le file dei governanti (vedi Giulio Tremonti - al più grazie alla FLD, ma non era un vero partito - ed Elio Vito nel 1994 per garantire al Senato la maggioranza al governo Berlusconi). Passati almeno sei mesi dal voto, invece, questi episodi sono stati frequenti: per questo, il drogato di politica non perde mai la speranza. Così può capitare che la pagina Facebook Malati di politica, con molto seguito tra gli aderenti alla categoria suddetta, decida di scodellare per i suoi follower una domanda irrinunciabile: "qual è il partito più nostalgico nato con lo scopo di sostenere un governo?", ha chiesto nei giorni scorsi, mentre tutti o quasi si lambiccavano il cervello sulle presidenze delle Camere. Qualcuno ci ha solo pensato, qualcuno ha scelto di rispondere.


In effetti, i gestori della pagina hanno dato subito il buon esempio, iniziando con una pagina dimenticata da troppi: quella del Movimento dei Comunisti unitari, nato poche settimane dopo la nascita del governo di Lamberto Dini da un dissenso interno a Rifondazione comunista: a gennaio del 1995 quasi tutto il Prc (tranne il senatore Umberto Carpi) aveva negato la fiducia al nascente esecutivo dell'ex direttore generale della Banca d'Italia, ma in seguito vari deputati e senatori ne approvarono la manovra economica e, a marzo, votarono anche sì alla questione di fiducia alla Camera. Il capogruppo del Prc a Montecitorio, Famiano Crucianelli, fu sostituito e proprio lui divenne il riferimento dei comunisti unitari, i primi a mettere la doppia bandiera che fu del Pci (ridisegnata) su fondo blu. L'esperienza durò poco, ma lasciò il segno: Mauro Guerra e Marida Bolognesi furono tra i protagonisti delle successive stagioni politiche, anche se molti non ricordavano quel loro breve passaggio com-unitario.
Aperta la strada con il post, i commenti successivi l'hanno proseguita. Così il "malato" (non è un'offesa, ma un titolo onorifico) Marco Rosichini ha avuto gioco facile a ricordare l'Unione democratica per la Repubblica, partito concepito e fondato da Francesco Cossiga nel 1998, nelle ultime settimane del primo governo di Romano Prodi, un po' per rievocare la Dc fuori dai poli (del resto, tra i fondatori c'erano il Cdu di Buttiglione e i Cdr di Mastella, quindi il microscudo crociato ci stava perfettamente), un po' per essere pronti a sostenere il Professore qualora Bertinotti e Rifondazione comunista avessero fatto le bizze. Le bizze arrivarono e Prodi cadde, così Cossiga e i suoi compagni di viaggio post-diccì finirono per sostenere il governo del primo post-comunista a Palazzo Chigi, Massimo D'Alema.
Ha pensato poi il "malato" Francesco Magni a tirare fuori una pagina molto più recente, quella di Futuro e libertà. In effetti, a rigore, non si è esattamente di fronte a un partito nato in prossimità di un governo da sostenere, visto che il progetto politico di Gianfranco Fini era stato varato in pieno governo Berlusconi-quater; difficile dimenticare, tuttavia, il sostegno convinto dei parlamentari finiani al governo guidato da Mario Monti, al punto tale da entrare a far parte della coalizione "Con Monti per l'Italia" alle elezioni del 2013. Come andò - male - si sa e fu, sostanzialmente, l'inizio della fine per un progetto nato non benissimo, cresciuto così così tra luci e ombre, ma sicuramente finito peggio.
Andando appena un po' più indietro, ci pensa il "malato" Giuseppe Lauri a rievocare un'altra pagina imperdibile: "MRN di Scilipoti ce lo siamo già dimenticati?". Già, come dimenticare il Movimento di responsabilità nazionale di Domenico Scilipoti, non solo perché fu il perno e il tratto politico guida dei cosiddetti "Responsabili" (quelli che alla Camera costituirono il gruppo Popolo e Territorio, ricordato sul post da Lorenzo Pregliasco, mentre al Senato diedero vita a Coesione nazionale), ma anche perché riuscì nell'impresa di utilizzare tre simboli diversi nel giro di poche settimane, tutti caratterizzati però dallo stesso simbolo esoterico del Taijitu in salsa tricolore.
E se il "malato" Matteo Sturla ha avuto gioco relativamente facile a ricordare il Nuovo centrodestra, troppo recente per poter essere dimenticato, sono ancora i gestori della pagina a tirare fuori l'episodio fondamentale (per i veri drogati) denominato "L'Italia di mezzo": il progetto varato da Marco Follini in effetti, più che far nascere un nuovo governo, finì per cercare di non far cadere l'ultimo soggiorno di Prodi a Palazzo Chigi. Ci riuscì per un po', ma dopo alcuni mesi non bastò nemmeno il suo contrassegno semplicemente tricolore a sostenere quella compagine. E mentre gli aspiranti governanti pensano a come trovare i numeri in Parlamento, viene spontanea al sottoscritto una domanda: come mai chi ha citato l'Udr non ha tirato fuori anche l'Unione per la Repubblica, che Cossiga varò - come anticipo dei suoi "quattro gatti" - per reggere il governo D'Alema-bis?

giovedì 16 giugno 2016

Comunisti unitari, quando le bandiere si fecero curve

Di falci e martelli, negli anni, se ne sono visti tanti: qualcuno più duraturo, qualcuno più evanescente, quasi meteorico nel firmamento dei simboli. A volte, per dire, quando alla nascita fragorosa di un gruppo ne segue un'altra - quasi altrettanto drammatica - a distanza di pochi anni, tutto ciò che accade nel mezzo rischia seriamente di non farsi ricordare, di lasciare tracce destinate a sparire in fretta. Qualcosa di simile sembra accaduto al Movimento dei comunisti unitari, durato poco meno di tre anni ma quasi finito nel dimenticatoio, oggetto di studio per gli storici, i politologi e i drogati di politica.
Il partito nacque nel 1995, ma per inquadrare bene la storia si deve tornare alle ultime settimane dell'anno di scarsa grazia 1994. Dopo la frattura dolorosa dell'inizio del decennio, il Partito democratico della Sinistra e Rifondazione comunista avevano cercato, per lo meno, di lavorare insieme per un risultato comune: erano stati loro il perno del "cartello" dei Progressisti, ma la loro "gioiosa macchina da guerra" a trazione Occhetto non riuscì a vincere (in effetti non aveva nemmeno perso del tutto, visto che al Senato il centrodestra all'inizio non aveva la maggioranza). Fu così che la sinistra, dai banchi dell'opposizione, assistette all'ascesa al governo di Silvio Berlusconi (la prima volta di un rito che si sarebbe ripetuto in seguito) e al suo percorso accidentato, sino alle dimissioni dell'esecutivo a fine dicembre, soprattutto grazie allo sfilarsi della Lega Nord dalla coalizione di governo. 
Pds e Rifondazione - di cui era diventato da poco segretario Fausto Bertinotti - in qualche modo festeggiarono, ma non c'era tempo da perdere: occorreva decidere cosa fare, se tornare al voto o tentare di formare un altro governo. Berlusconi esigeva le elezioni anticipate, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro non volle assolutamente sciogliere le Camere, convinto che ci fossero le condizioni perché da lì uscisse una nuova maggioranza. In effetti uscì, con il sostegno al ministro del tesoro uscente, Lamberto Dini: lui formò un esecutivo dal profilo "tecnico", contando sull'appoggio di Pds, Ppi, Patto Segni, varie forze laiche e di chi era rimasto nella Lega (Forza Italia, An e altri partiti di centrodestra, che quel nuovo esecutivo lo tolleravano senza entusiasmo, si erano astenuti). 
Dini entrò dunque nella pienezza dei poteri all'inizio di febbraio del 1995, ma tra i commentatori qualcuno puntò gli occhi su cosa stava accadendo tra le file di Rifondazione comunista: al Senato Umberto Carpi votò la fiducia (e fu sanzionato), alla Camera un bel gruppo di rifondatori, pur respingendo la mozione per disciplina di partito, sottoscrisse un documento contrario alla linea ufficiale. Era il primo segno, inequivocabile, di una frattura nel partito: tempo qualche settimana e, nel voto su una questione di fiducia, il governo resse solo grazie all'appoggio di alcuni parlamentari del Prc. La scissione era servita: a giugno lasciarono il partito il capogruppo alla Camera Famiano Crucianelli, figure importanti come Lucio Magri e Luciana Castellina e una ventina di dirigenti presero una strada diversa. Si era appena consumata una spaccatura, ma vollero chiamarsi comunque Comunisti unitari.
Simbolicamente, Crucianelli - che del movimento divenne coordinatore nazionale - e gli altri non vollero rinunciare alla bandiera rossa con falce, martello e stella e nemmeno all'accoppiata con il tricolore; vollero richiamare il vecchio Pci mettendo le aste a entrambi i vessilli, ma cercarono di modernizzare il tutto dando alle bandiere una forma concava e - onde evitare scocciature sulla confondibilità dei segni - tinsero di blu il fondo. Nel 1996, nonostante la loro scelta, l'esistenza del governo Dini si concluse e si tornò al voto: i comunisti unitari portarono a casa otto seggi, sia pure schierando i propri candidati nelle liste del Pds. 
Quando, due anni dopo, il partito della quercia pensò di evolversi, per costituire un soggetto nuovo che riaggregasse quell'area politica, c'erano anche i Comunisti unitari tra i fondatori dei Democratici di sinistra (con Pds, Cristiano sociali, Riformatori per l'Europa, Sinistra repubblicana, Federazione laburista e Agire Solidale). Si chiuse così la parabola di un partito che un minimo di strada l'aveva fatto (alcuni degli eletti avrebbero continuato, nei rispettivi gruppi/partiti di appartenenza); le bandiere concave, tuttavia, non sono state dimenticate da chi la politica la segue davvero