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giovedì 7 luglio 2022

Dc, il risveglio all'Ergife (2017) sembra salvo. Ma qualche dubbio resta

Chi frequenta assiduamente questo sito ne è pienamente consapevole: prima o poi un articolo sulla Democrazia cristiana (ri)spunta, ampliando ulteriormente la galleria di vicende relative allo scudo crociato e a coloro che se lo contendono (in varie forme e con o senza il vecchio nome). Oggetto di questo nuovo testo è una sentenza che era attesa da parecchio tempo, visto che il relativo processo è durato ben cinque anni (e il suo cammino è stato reso accidentato da varie cause, incluse le conseguenze della pandemia). In particolare, lunedì 4 luglio è stata pubblicata - ma solo ieri se n'è avuta notizia - la decisione di primo grado del tribunale di Roma sulla richiesta di invalidare l'assemblea che si tenne all'hotel Ergife il (25 e il) 26 febbraio 2017 e che è stata considerata il primo passaggio concreto verso la riattivazione della Dc dopo la sua sostanziale inattività ultraventennale. In particolare, il giudice della sezione XVI civile Paolo Goggi ha respinto la domanda con cui si era chiesto di dichiarare nullo o comunque invalido o inefficace ogni atto (anche preparatorio) relativo a quell'assemblea degli iscritti, la cui la cui convocazione era stata disposta alla fine del 2016 sempre dal tribunale di Roma
Il documento, lungo 14 pagine, merita una lettura attenta e varie considerazioni sulla concreta portata della decisione appena presa dal giudice. Gli effetti della sentenza, cioè, non vanno valutati solo alla luce del suo contenuto testuale (che offre alcuni punti fermi e altri sospesi, a patto di voler leggere bene e in modo completo le varie pagine, per ciò che è scritto e anche per ciò che non è scritto), ma anche degli sviluppi successivi della vicenda, tribolati quasi quanto il percorso che aveva portato a convocare l'assemblea che si era chiesto di demolire.

Piccolo riassunto, per cercare di capirci qualcosa

Prima di valutare il contenuto della sentenza, è importante riassumere in breve alcune puntate di questa vicenda - che in passato si è ripercorsa in modo ampio - per permettere di capire cos'è accaduto. Alla base di tutto, come al solito, c'è il percorso con cui, tra il 1993 e il primo mese del 1994, i vertici della Democrazia cristiana avevano scelto di cambiare nome al partito, adottando la denominazione sturziana di Partito popolare italiano. Dalla fine di gennaio 1994 la Dc smise di operare con quel nome e sparì dalla politica italiana. Sul piano giuridico non si volle sciogliere il partito (anche se più di qualcuno, sbagliando, interpretò così determinati atti), ma anche una decisione così delicata come il cambio di nome avrebbe dovuto essere presa da un congresso, che tuttavia non si svolse.
Se nel 2002 lo stesso Ppi scelse di sospendere la sua attività politica (e gli iscritti concorsero alla nascita della Margherita), da alcuni mesi si era intensificata l'azione di alcune persone - ma meglio sarebbe parlare di gruppi - per cercare di riportare in vita o comunque risvegliare la Democrazia cristiana, appunto sulla base del fatto che vari anni prima non si era seguita la procedura corretta nel passaggio da Dc A Ppi. Tra varie fasi e passaggi contraddittori (nonché, a volte, clamorosi), quella vicenda si chiuse alla fine del 2010 con una sentenza delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, che confermò una pronuncia della Corte d'appello di Roma emessa un anno e mezzo prima. La lettura congiunta dei due documenti - da inquadrare rigorosamente nel conflitto tra le parti allora in lite - da un lato confermava che il cambio di nome del 1994 era avvenuto violando lo statuto (che richiedeva un congresso) e quegli atti apparivano pesantemente viziati (ma quelle sentenze non li hanno in concreto invalidati, per cui risultano tuttora validi ed efficaci), quindi il Cdu e l'Udc non potevano vantare diritti di esclusiva sullo scudo crociato; dall'altro chiariva che la sedicente Democrazia cristiana (guidata prima da Angelo Sandri, poi da Giuseppe Pizza, peraltro con un conflitto che dal 2004 ha portato entrambi a rivendicare per sé la segreteria del partito) non aveva titolo per impedire ad altri l’uso del nome e del simbolo contesi, non potendo dimostrare di essere esattamente la Dc "storica" che ha continuato a operare anche dopo il 1994-1995.
Coloro che volevano a ogni costo vedere di nuovo la Democrazia cristiana in attività interpretarono le due sentenze ricordate come la "certificazione" che la Dc non era mai stata sciolta (anche se, come si è detto, nessuno aveva mai detto di volerla sciogliere, ma solo rinominare), che continuava a esistere pur essendo rimasta "in sonno" fino ad allora, in attesa che gli iscritti del 1993 - e solo loro - la ridestassero (nulla di ciò, ovviamente, era scritto in quelle pronunce). Tra la fine del 2011 e il 2012, dunque, si tentò di nuovo la strada della riattivazione, in un primo tempo autoconvocando il consiglio nazionale della Dc (l'ultimo organo a essersi espresso sul cambio di nome del partito), con convocazione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale per cercare di raggiungere tutti anche senza gli avvisi personali mandati a ogni componente; da lì uscì eletto segretario Gianni Fontana, confermato dal XIX congresso alla fine del 2012, ma tra il 2013 e il 2014 il tribunale di Roma dichiarò nullo il consiglio nazionale da cui tutto era partito, per il mancato avviso personale a tutti i membri. Si tentò allora un'altra strada: in base all'art. 20 del codice civile, si può ottenere dal presidente del tribunale la convocazione dell'assemblea di un'associazione se ne fa richiesta motivata almeno un decimo degli associati. Come elenco degli associati, tuttavia, non si utilizzò quello dell'ultimo tesseramento valido degli anni '90, ufficialmente non disponibile e comunque non alla portata di chi voleva concretamente rimettere in moto il partito (sarebbe stato necessario raccogliere oltre centomila firme), ma quello delle 1742 persone che in occasione del congresso del 2012 avevano confermato la loro adesione alla Dc. 
Presentata alla metà di maggio del 2016, la richiesta fu accolta dal Tribunale di Roma il 14 dicembre: il giudice Guido Romano dispose che a occuparsi della convocazione dovesse essere il primo firmatario della richiesta, Nino Luciani. L'assemblea del (25 e) 26 febbraio 2017 fu piuttosto concitata e già in quell'occasione emersero le prime avvisaglie dei dissidi e dei ricorsi successivi. Fu eletto alla presidenza Gianni Fontana, che avrebbe dovuto portare di nuovo al XIX congresso (visto che quello precedente era stato invalidato) la Democrazia cristiana. Dopo vari spostamenti di data (e polemiche sulla gestione del partito), l'assise si tenne il 14 ottobre 2018, con l'elezione alla segreteria di Renato Grassi. Quel congresso, tuttavia, è stato a sua volta contestato: chi lo ritiene legittimo riconosce Grassi come segretario; chi invece lo ha ritenuto illegittimo ha seguito altre strade, non meno litigiose (c'è chi riconosce come segretario Luciani, chi si ritiene guidato da Emilio Cugliari, chi invece ha indicato come segretario Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, senza dimenticare chi da anni ritiene che la Dc sia stata già correttamente riattivata e rappresentata da Angelo Sandri).
 

Le lamentele degli attori e le repliche

La sentenza n. 10564/2022 della XVI sezione civile del Tribunale di Roma si è espressa sull'atto di citazione che nel mese di aprile del 2017 era stato depositato da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni. Questi avevano agito come iscritti alla Dc nel 1993 e - rispettivamente - come presidente e vicepresidente dell'associazione degli iscritti alla Democrazia cristiana del 1993 (nel frattempo De Simoni è stato pure in giudizio come segretario della Democrazia cristiana sulla base del percorso di autoconvocazione curato da lui e da Cerenza nel 2018), chiamando in giudizio i cinque firmatari della richiesta di convocazione dell'assemblea (Luciani, Alberto Alessi, Grassi, Luigi D'Agrò e Renzo Gubert, che agirono in nome di almeno il 10% dei soci della Dc) e Gianni Fontana quale presidente dell'associazione eletto nel 2017.
Nell'atto di citazione, Cerenza e De Simoni avevano innanzitutto negato che l'elenco degli iscritti sulla cui base era stata convocata l'assemblea fosse "l'unico e ultimo elenco degli iscritti alla Democrazia cristiana storica", ritenendolo invece frutto del tesseramento effettuato nel 2012 dopo il consiglio nazionale e prima del congresso, passaggi entrambi dichiarati nulli; in ogni caso, per gli attori coloro che erano stati convocati per l'assemblea del 26 febbraio 2017 erano decaduti dalla qualità di soci del partito, "non avendo essi dato prova della loro iscrizione al partito nel 1993" (anzi, alcuni avrebbero detto di non aver partecipato al congresso del 2012 e di non essere mai stati iscritti alla Dc). Si era poi rilevata la difformità dell'ordine del giorno dell'assemblea fissato da Nino Luciani rispetto a quello indicato nel decreto del giudice Romano (che prevedeva la nomina del presidente pro tempore della assemblea e del verbalizzante, la nomina del presidente dell’associazione e "varie ed eventuali"), essendo state aggiunte la presa d'atto che alla funzione di presidente dell'assemblea "e a tutte le formalità necessarie" era stato designato Luciani e la nomina di un vicepresidente (mentre mancava la nomina degli altri organi previsti dallo statuto Dc). I cinque che avevano chiesto al tribunale di Roma di convocare l'assemblea, poi, non sarebbero stati più regolarmente iscritti, perché erano stati invalidati tutti gli atti seguenti al consiglio nazionale del 2012 e perché alcuni dei cinque avevano aderito ad altri partiti e per lo statuto Dc erano decaduti da soci. Altre critiche riguardavano proprio l'assemblea: vista la ridottissima partecipazione all'evento (un centinaio di persone), non si sarebbe potuta assimilare quella platea a quella degli iscritti. Ciò avrebbe dovuto portare, per gli attori, a far dichiarare nulli o comunque a far invalidare tutti gli atti dell'assemblea del febbraio 2017 (inclusi quelli preparatori) e le loro conseguenze, anche in termini di cariche del partito.
Quattro dei cinque richiedenti la convocazione dell'assemblea (Luciani, Alessi, Grassi, Gubert) e Fontana hanno replicato alle lamentele degli attori: per loro il Tribunale di Roma aveva già valutato l'esistenza e la "bontà" dei presupposti per convocare l'assemblea dei soci della Dc nel decreto con cui era stata disposta la convocazione, dunque non c'era più spazio per contestare la legittimità  dell'assemblea, né la "qualità" dei richiedenti (in più, tanto l'ordine del giorno quanto la convocazione dell'assemblea sarebbero state rispondenti a quanto disposto dal giudice nel suo decreto del 2016); gli stessi attori, poi, non avrebbero dato prova della loro iscrizione alla Dc nel 1993, né del loro interesse ad agire (vista "la natura meramente amministrativa del decreto" del giudice che ha permesso di svolgere l'assemblea). Quanto all'elenco dei soci del 2012 usato per cercare le firme e ottenere la convocazione, questo non sarebbe stato invalido perché nessuno lo aveva impugnato prima e perché in fondo si trattava di una semplice "ricognizione dell'elenco dei soci del 1992 sulla base di un'autocertificazione", un passaggio che le decisioni del Tribunale di Roma sul consiglio nazionale e sul congresso del 2012 non avrebbero privato di validità. Quanto alle altre lamentele degli attori, per i convenuti erano semplicemente prive di rilievo.
A rendere più complessa la situazione ha concorso l'intervento in giudizio di Angelo Sandri, Gabriella Strizzi, Gianfranco Melillo, Palmiro Scalabrin e Graziella Duca. Costoro formalmente hanno sostenuto le stesse tesi fatte valere da Cerenza e De Simoni, anche se lo lo hanno fatto da un diverso punto di vista: loro, infatti, ritengono di essere rispettivamente segretario politico e vicesegretaria, segretario e vicesegretario amministrativo, nonché vicepresidente nazionale vicaria della Democrazia cristiana, vale a dire quella che per convenzione viene definita Dc-Sandri (e che ritiene di avere già correttamente attuato la procedura di riattivazione del partito fin dal 2002-2003 e di essere in opera da allora). 

La sentenza

Come si è visto, la causa è stata particolarmente lunga. I tempi si sono allungati per varie ragioni: tra queste, anche cambi di giudice (almeno un paio), l'intersezione con l'impugnazione degli atti del congresso del 2018 e, ovviamente, gli effetti della pandemia Covid-19 sulla trattazione del processo. In ogni caso, la sentenza è arrivata e merita di essere considerata con attenzione. 
Per prima cosa, il giudice ha ritenuto che Angelo Sandri e gli altri dirigenti della "sua" Dc non avessero titolo per intervenire nel processo, ritenendo che non avessero fornito "alcuna evidenza documentale" a supporto tanto della loro dichiarata iscrizione alla Democrazia cristiana nel tesseramento 1992/1993, quanto delle loro cariche all'interno della Dc (derivanti dal congresso di Perugia del 14-15 dicembre 2013): ciò significa, in sostanza, che la Dc-Sandri non è stata ritenuta coincidente dal giudice con la Dc "storica" o, comunque, con quella che sarebbe stata "riattivata" tra il 2016 e il 2017. Quanto a Cerenza e De Simoni, si è ritenuto che fossero legittimati ad agire in proprio (De Simoni perché ammesso a partecipare dalla stessa assemblea all'Ergife del 2017, Cerenza anche perché riconosciuto come socio della Dc "storica" dalla sentenza del 2015 che ha dichiarato nullo il congresso del 2012); il giudice invece non ha ritenuto ammissibile l'intervento dello stesso De Simoni anche quale segretario politico della Dc (eletto dopo la procedura di riattivazione curata da lui e Cerenza), sia perché non sarebbe stato indicato a tempo debito il titolo alla base di quell'investitura, sia perché voler ritenere che la Dc guidata da De Simoni fosse la stessa di cui lui stesso aveva chiesto di invalidare l'assemblea degli iscritti avrebbe prodotto la situazione "ben singolare – ed anzi abnorme in rapporto al sistema vigente" in base alla quale le delibere di un organo della Dc sarebbero state impugnate da un altro organo del partito in nome e per conto del partito stesso.
Ciò, in ogni caso, non è bastato a far ritenere fondate le domande di Cerenza e De Simoni, che dunque sono state respinte. Il giudice ha innanzitutto richiamato l'art. 23 del codice civile, in base al quale "le deliberazioni dell'assemblea contrarie alla legge, all'atto costitutivo o allo statuto possono essere annullate su istanza degli organi dell'ente" o "di qualunque associato": si tratta di una regola dettata per le associazioni con personalità giuridica, ma che senza dubbio si applica anche a quelle non riconosciute come i partiti (e, oltre che essere annullate, possono essere dichiarate nulle in caso di vizi più gravi ab origine). A dispetto di questa premessa, nessuna delibera è stata ritenuta viziata, per le ragioni che di seguito si riportano.
Il giudice ha innanzitutto ritenuto che la contestazione della validità dell'elenco degli iscritti alla Dc - usato dai cinque richiedenti l'assemblea dei soci per ottenere le firme del 10% degli aderenti e presentato al Tribunale di Roma per ottenere il decreto di convocazione - non riguardasse tanto il modo in cui l'assemblea del (25 e del) 26 febbraio 2017 era stata convocata, ma la legittimazione dei richiedenti a chiedere e ottenere il decreto di convocazione di cui si è detto. Il decreto del giudice Romano non è però stato impugnato in modo esplicito da Raffaele Cerenza e da Franco De Simoni, dunque ogni lamentela relativa all'elenco per il giudice sarebbe affetta da "irrilevanza". In effetti è probabile che la difesa di Cerenza e De Simoni avesse mentalmente incluso il decreto tra gli atti preparatori dell'assemblea del 26 febbraio 2017: per il giudice, invece, non era possibile considerare il decreto del giudice come implicitamente "prodromico" all'assemblea, perché non serviva a preparare l'assemblea, ma al diverso scopo di "superare l'inerzia nella convocazione assembleare su iniziativa di un decimo degli associati" in una "logicamente preliminare e cronologicamente precedente" a quella della convocazione (che invece è davvero atto prodromico all'assemblea) e proprio a quello scopo era stato espressamente chiesto al giudice. Anche le altre lamentele legate direttamente alla legittimazione di Luciani e degli altri a chiedere e ottenere la convocazione dell'assemblea (perché decaduti da soci) per il giudice si devono considerare irrilevanti. 
Quanto alla lamentata difformità dell'ordine del giorno indicato dalla convocazione curata da Nino Luciani rispetto a quanto previsto nel decreto del giudice Romano, secondo la sentenza si trattava di differenze relative a un "contenuto accessorio della delibera" non in grado di pregiudicare i diritti degli attori; quanto alla nomina del vicepresidente - peraltro non avvenuta, per cui già questo rendeva la critica irrilevante - riguardava una "figura ammessa implicitamente dai principi generali dell’ordinamento" (mentre per il giudice era irragionevole lamentare l'inserimento di un punto non previsto nel decreto iniziale e poi dolersi per la mancata inclusione delle altre nomine contemplate dallo statuto). Da ultimo, il fatto che solo un centinaio di persone (su circa 1750 iscritti dichiarati) abbia partecipato all'assemblea sarebbe altrettanto irrilevante, perché i partecipanti avrebbero comunque "votato nel rispetto del principio maggioritario previsto dalle disposizioni statutarie".
Queste osservazioni (e altre, di minore o comunque trascurabile entità) hanno dunque portato il giudice a respingere la richiesta degli attori, condivisa anche da coloro che avevano chiesto di intervenire nel giudizio. Questa decisione, peraltro, non è stata affatto indolore: in base al principio della soccombenza, infatti, attori e terzi intervenuti sono stati condannati - in solido, quindi tutte e tutti insieme dovranno l'intera somma - a pagare le spese processuali dei convenuti, quantificate in 9.275 euro (oltre all'Iva e ad altre spese, senza contare ovviamente le spese processuali che dovranno affrontare in proprio).

Osservazioni sulla sentenza (che va letta bene)

Fin qui il contenuto della sentenza di primo grado, prontamente diffusa da alcuni dirigenti della Democrazia cristiana guidata da Renato Grassi a sostegno delle loro posizioni: c'è chi ha scritto che la pronuncia del tribunale ha "stabilito la continuità tra la Dc di Spataro e De Gasperi del 1943 e l'assemblea del 2017" che sarebbe stata ritenuta "pienamente legittima", contrastando "i sabotatori dell'autentica Dc". Si può comprendere, soprattutto umanamente, l'atteggiamento di coloro che hanno appena ottenuto una vittoria in sede giudiziaria, arrivata dopo essersi difesi per molti anni e dopo aver affrontato in precedenza un percorso lungo e sofferto per cercare di riattivare la Dc; tuttavia, anche a costo di smorzare l'entusiasmo di cui parlano gli stessi estensori dei commenti appena citati, qui si deve suggerire una lettura della sentenza più aderente alla realtà, con riguardo al suo contenuto e ai suoi effetti.
Innanzitutto, anche se questo riguarda solo "di striscio" la pronuncia in sé e per sé, bisogna subito scacciare la tentazione di pensare che questa decisione del giudice ponga fine ai contenziosi tra i vari gruppi di democristiani o perfino alla "diaspora" democristiana. Posto che la decisione potrebbe sempre essere impugnata, si può star certi che le quattordici pagine del tribunale di Roma non ricomporranno nessuna frattura tra coloro che ritengono di incarnare la Dc "storica" in modo giuridicamente corretto, a differenza di altri. Tanto per essere chiari, la sentenza sull'assemblea del 2017 non incide minimamente sui contrasti politico-giuridici successivi sulla validità del congresso del 2018, a seguito dei quali - come si è detto - convivono la Dc guidata da Grassi (che riconosce la validità del congresso) e quelle a guida di Luciani (che ritiene di averlo revocato) e di Cugliari (il quale la pensa allo stesso modo, ma ritiene di essere arrivato in seguito al vertice del partito, dopo la sfiducia a Luciani, da questi non riconosciuta). Per ora non risulta che questi scontri si siano tradotti in contenziosi in tribunale (altri sì, ma non è il caso di complicare il quadro), ma di certo permangono, a dispetto della sentenza analizzata qui. Così come sembra ben difficile che, in seguito a questa decisione, Angelo Sandri o altre persone a lui vicine possano convergere verso la Dc-Grassi, accettandone la "legittimità" (si spiegheranno le virgolette) o comunque non contestandola più.
Venendo a un'analisi più attenta della decisione del giudice Goggi del Tribunale di Roma, non ci sono dubbi sul fatto che quel provvedimento rappresenti una vittoria della Dc-Grassi, sia pure solo con riguardo alle lamentele contenute nell'atto di citazione e per il modo in cui sono state formulate. In questo sito, tuttavia, non si ha l'abitudine di far dire a una sentenza ciò che non dice, né potrebbe dire, dunque occorre fare qualche precisazione. La prima è tanto ovvia quanto necessaria: non c'è un solo punto della sentenza in cui si dica o si faccia capire che la Dc riattivata tra il 2016 e il 2017 è lo stesso soggetto giuridico di Spataro e De Gasperi. Nelle quattordici pagine scritte, infatti, non c'è un solo riferimento alla "bontà", veridicità o affidabilità dell'elenco degli iscritti alla base della convocazione dell'Ergife o del procedimento seguito per compilare quell'elenco: non si dice mai, in particolare, che chi era iscritto nel 1993 è stato correttamente ritenuto iscritto nel 2012 (la sentenza si è limitata a citare la "pronuncia Scerrato" del 2015 con cui si era dichiarato nullo il congresso del 2012 per rilevare che Raffaele Cerenza, in difetto di esclusioni o recesso, doveva essere ritenuto "a tutti gli effetti ancora associato" alla Dc "storica": di più, quelle osservazioni valevano per un diverso procedimento di riattivazione della Dc, peraltro giuridicamente "finito male", fin dall'atto che aveva dato avvio al percorso).
Secondariamente, se nessuno può negare che il giudice abbia dato torto agli attori Cerenza e De Simoni (con riferimento a quelle lamentele e per il modo in cui sono state poste), non si può però dire che la sentenza abbia stabilito la piena legittimità dell'assemblea Dc all'Ergife e, soprattutto, la piena fondatezza del "decreto Romano" che la rese possibile. A ben guardare, infatti, il giudice ha detto con una certa nettezza che la difesa degli attori ha sbagliato a lamentare eventuali vizi del provvedimento giudiziale alla base dell'assemblea senza impugnarlo, ma non ha affatto detto che quelle lamentele fossero infondate. Al contrario - senza pretendere di voler interpretare in modo univoco e magari distorto la sentenza - è lo stesso testo scritto dal giudice a precisare che le questioni legate a eventuali difetti di legittimazione dei presentatori della richiesta di convocazione dell'assemblea (anche con riguardo alla formazione dell'elenco degli iscritti da considerare per la raccolta firme e il raggiungimento del 10%) sono irrilevanti "nel presente giudizio": ciò come a dire che potrebbero invece avere rilievo in un altro processo a monte del quale fosse impugnato anche il decreto del giudice Romano. E, paradossalmente, a suggerire che questo decreto possa forse ancora essere impugnato - a dispetto del decorso del tempo, ormai oltre cinque anni - è la stessa sentenza, quando non esclude in modo tranchant che la facoltà di impugnare il decreto del giudice possa essere considerata ancora attuale "in virtù dell’omessa notifica del provvedimento idonea a far decorrere il termine di cui all'art. 739 secondo comma c.p.c.." (il termine sarebbe di dieci giorni dalla notifica, che però non sarebbe mai avvenuta, essendo il decreto stato semplicemente pubblicato all'epoca).
Non è ovviamente detto che ora Cerenza, De Simoni o altri soggetti decidano di impugnare ora il "decreto Romano" per far valere le lamentele che in quest'occasione non sono state considerate (anche perché non è detto che un altro giudice non contesti loro la tardività della loro azione); in ogni caso ci si sente di dire che la mancata impugnazione del decreto appare determinante per gli esiti di questa vicenda. Il rigetto delle domande degli attori sta portando i rappresentanti della Dc-Grassi a rivendicare la piena legittimità del loro percorso, quando il giudice non ha detto nulla, soprattutto, su un punto molto delicato, forse il più delicato di tutti: era legittimo che la richiesta di convocazione dell'assemblea dei soci Dc fosse fondata su un elenco di iscritti formato - in base a un tesseramento o a una semplice ricognizione delle adesioni mediante autocertificazione, poco importa - nell'ambito delle attività riprese dopo il consiglio nazionale del 2012, prima sospeso e poi dichiarato nulla dal Tribunale di Roma (e, ironia della sorte, proprio dal giudice Guido Romano)? Il giudice non è stato messo in condizione di pronunciarsi su questa domanda - perché nessuno ha impugnato il "decreto Romano" - ma la sua risposta sarebbe stata molto interessante, potendo essere anche sfavorevole alla Dc-Grassi (già guidata da Fontana).
Si vedrà ora come intenderanno procedere Cerenza e De Simoni dopo una sentenza che certamente non li soddisfa. Restano i dubbi sulle domande cui il giudice non ha risposto (perché non ne ha avuto la possibilità), le perplessità sull'ennesima decisione giudiziaria letta in modo parziale o forzato e, soprattutto, una domanda: a quando la prossima lite sul simbolo dello scudo crociato?

lunedì 30 novembre 2020

Democrazia cristiana: (nuovo) XIX congresso, altri sviluppi politici e contenziosi

Passa il tempo, ma non cessa il flusso di notizie legate alla Democrazia cristiana e, in particolare, ai vari tentativi - spesso confliggenti - di rimetterla in condizioni di operare giuridicamente e politicamente: varie novità erano attese in questo periodo, ma solo ora se ne riesce a dare conto in modo decentemente approfondito.

Il nuovo XIX congresso 

Si era già ricordato, nelle scorse settimane, che era previsto per il 24 ottobre un nuovo tentativo di tenere il XIX congresso del partito, diverso da quelli che - giusto per citare gli ultimi - il 14 ottobre 2018 e il 12 settembre 2020 avevano eletto alla segreteria politica rispettivamente Renato Grassi e Franco De Simoni (con Raffaele Cerenza come segretario amministrativo). 
Questa volta a convocare l'assise era stato Nino Luciani, in qualità di presidente dell'associazione Dc: si tratta del partito regolato non dallo statuto, ma dalle norme del codice civile, in una fase transitoria che si era aperta con la nota assemblea dei soci del 25-26 febbraio 2017 all'Ergife (disposta dal Tribunale di Roma ex art. 20 c.c. su richiesta di un gruppo di iscritti ritenuti pari ad almeno un decimo e che aveva eletto come presidente Gianni Fontana) e che secondo alcuni di loro non si era mai chiusa a causa dell'invalidità del XIX congresso celebrato nel 2018, non ancora dichiarata da alcun tribunale (se ne deve riparlare tra poco) ma riconosciuta da un'assemblea del 12 ottobre 2019 che ne avrebbe, tra l'altro, revocato gli atti
Ora, attraverso il sito www.democraziacristianastorica.it, Luciani ha dato notizia che il XIX congresso da lui convocato si è effettivamente tenuto il 24 ottobre e si è concluso con la nomina dei nuovi organi dirigenti del partito. In particolare, lo stesso Nino Luciani sarebbe stato eletto segretario politico della Dc, così come sarebbero stati composti il nuovo consiglio nazionale (con presidente Franco Rosini) e la nuova direzione nazionale (che include anche la vicesegretaria Valentina Valenti e il segretario amministrativo Carlo Leonetti), nonché i nuovi coordinatori regionali e il collegio dei probiviri (tra questi Paolo Lucchese, che - salvo omonimia - dovrebbe essere l'ex parlamentare Ccd e Udc, già coinvolto in passato nel percorso di riattivazione della Dc). 
Sempre nel congresso del 24 ottobre, svoltosi su Skype, si è deciso di riaprire le iscrizioni alla Democrazia cristiana per il 2021 per chi ne faceva già parte e anche per chi vorrebbe unirsi ora. Sono poi stati indicati i tratti fondamentali del nuovo manifesto politico della Dc: porre la persona al centro dell'azione del partito, evitare le tentazioni da "partito delle tessere" (agganciando la rappresentanza delle Regioni nel consiglio nazionale alla popolazione regionale, oltre che al numero degli iscritti in ciascuna Regione, e prevedere nello stesso consiglio i soli gruppi della maggioranza che esprime il segretario e della minoranza per raccogliere ogni altro rappresentante), proporre una riforma istituzionale dello Stato italiano (Parlamento monocamerale, sistema elettorale proporzionale puro, previsione dei soli gruppi di maggioranza e opposizione, voto di sfiducia solo dal quarto anno della legislatura), eliminazione dell'ente Provincia all'interno della Repubblica delle autonomie, impegno dello Stato su vari temi (difesa dei diritti umani e sociali, limite alla pressione fiscale, promozione del lavoro e della libera iniziativa economica, armonizzazione statale del mercato sul piano etico, riforma del sistema bancario), attenzione alla politica europea e internazionale, rispetto del Codice etico del cristiano impegnato in politica (curato da Guido Gonella e aggiornato nel 2016) da parte degli iscritti alla Dc.

Le reazioni a questo XIX congresso (e non solo)

Non ha ancora fatto programmi a medio termine Luciani, anche se tra i punti del manifesto politico - raccolta d'intenti c'è anche la partecipazione alle elezioni della Dc "da sola con il proprio simbolo", vale a dire con lo scudo crociato. In compenso, non si sono fatte attendere le polemiche di parte di coloro che non ritengono valido il percorso intrapreso da Luciani. Già il 20 ottobre, per dire, era stata inviata a Luciani una diffida da parte di Emilio Cugliari, che a sua volta si qualificava come presidente facente funzione della Democrazia cristiana, all'esito di una burrascosa assemblea degli iscritti tenutasi a Roma in presenza il 2 luglio di quest'anno, durante la quale Luciani sarebbe stato sfiduciato come presidente dell'associazione (Luciani invece nel suo verbale aveva ritenuto nulla la sfiducia e non conclusa quell'assemblea, poi proseguita in altre forme in seguito). Nella sua diffida, Cugliari aveva accusato Luciani di avere ingenerato, con la convocazione del XIX congresso "confusione tra gli iscritti e forti dubbi tra i cittadini e sostenitori" per non avere rispettato la decisione del 2 luglio sulla sfiducia e sulla revoca da ogni incarico nella Dc: Luciani era dunque stato diffidato, perché cessasse di agire in rappresentanza della Democrazia cristiana, ma come si è detto il XIX congresso da lui indetto si è comunque svolto.
Aveva reagito in termini molto severi, a congresso compiuto - ma non ancora annunciato - pure Alberto Alessi, già parlamentare Dc, figlio dell'ideatore dello scudo crociato Giuseppe e da tempo impegnato nel percorso di riattivazione della Dc che ha espresso come segretari prima Gianni Fontana e poi Renato Grassi. "Farsesca e illegale vicenda congressuale" è forse una delle espressioni più moderate - utilizzate in alcune conversazioni ampiamente diffuse via e-mail - con cui Alessi si è riferito all'iter che ha portato Nino Luciani alla segreteria.
Anche il percorso di riattivazione della Democrazia cristiana cui partecipa Alessi, peraltro, non è stato privo di scossoni in questo periodo. Ha fatto un certo rumore l'adesione, alla Dc-Grassi, dell'ex presidente della regione Sicilia Totò Cuffaro, con l'idea di dare maggiore corpo alla ripartenza di quel progetto politico avendo lui come coordinatore regionale: se però tra il 14 e il 15 novembre la notizia era apparsa con un certo rilievo su vari giornali (in particolare Il Riformista e Il Tempo), il 20 novembre sempre Il Tempo ha ospitato la rettifica di Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, per i quali né Cuffaro né Grassi avevano titolo per parlare in nome della Dc, cui ha fatto seguito il 25 novembre sulla stessa testata l'inevitabile controreplica di Alessi in difesa della legittimità dell'operato di Grassi e Cuffaro. Correzioni e controcorrezioni, che mescolano frammenti di verità a ricostruzioni imprecise o inesatte: ce n'è abbastanza per perdersi nei dettagli e accusare un persistente mal di testa.
  

Dc e congressi in tribunale

In realtà, come sempre accade in questa vicenda, la situazione è molto più complicata di così e periodicamente finisce davanti ai giudici. Presso il Tribunale civile di Roma pendono infatti due procedimenti, entrambi iniziati da Cerenza e De Simoni: uno per invalidare l'assemblea dei soci del febbraio 2017, uno per far dichiarare nullo il congresso del 2018. Il 6 ottobre, in particolare, era prevista una nuova udienza della causa relativa al congresso, con la Dc-Grassi che già prima aveva chiesto di rigettare ovviamente ogni domanda di Cerenza e De Simoni relativa al congresso del 2018. 
Quel giorno, peraltro, Grassi aveva chiesto di sospendere quella causa in attesa che arrivasse a decisione quella relativa alla precedente assemblea del 2017. Va detto che sul piano giuridico la richiesta non era priva di significato: se il giudice avesse dichiarato nulla l'assemblea del 2017, tutti gli atti conseguenti - compreso il congresso del 2018 - sarebbero venuti meno, dunque non avrebbe avuto senso continuare i relativi giudizi, mentre ciò si sarebbe potuto fare ragionevolmente se la precedente assemblea non fosse stata invalidata. Grassi, tuttavia, ha sì chiesto la sospensione della causa sul congresso, ma sostenendo che ciò si sarebbe reso opportuno perché, ove il Tribunale avesse confermato "la piena legittimazione dei soci (tra i quali l’odierno convenuto [cioè lo stesso Grassi, ndb]) alla convocazione dell’assemblea del 25/26.2.2017", questi sarebbero stati legittimati a convocare anche le assemblee successive, incluso il congresso del 2018. Non era esattamente la stessa cosa, a ben guardare: un conto è dire (come si sostiene qui) che se viene meno la legittimazione a monte, ovviamente crollano tutti gli atti a valle, altro è ritenere che la riconosciuta legittimazione a monte renda legittimi anche gli atti successivi, senza peraltro tenere conto dei vizi autonomi che questi potrebbero avere.
Nel frattempo, peraltro, nel processo si erano registrate altre novità. Già a gennaio era stata suggerita l'eventualità di dichiarare estinta la materia del contendere dall'avvocato di Raffaele Lisi (già verbalizzante del congresso 2018): pur continuando a ritenere che l'assise congressuale fosse nulla, questi aveva notato che un'altra assemblea - del 12 ottobre 2019, guidata da Nino Luciani - aveva nel frattempo revocato gli atti congressuali dell'anno precedente in ragione dei loro vizi, quindi non c'era più interesse a proseguire la causa. Lisi poi era uscito dal processo a febbraio (l'aveva chiesto lui, visto che era stato citato solo come presidente del congresso e verbalizzante, ma non aveva avuto responsabilità per gli eventuali vizi degli atti: le altre parti non si erano opposte e il giudice lo ha effettivamente estromesso), ma in quella stessa occasione era intervenuta anche la Democrazia cristiana di Cerenza e De Simoni (stavolta non come soci che avevano impugnato gli atti del congresso 2018, ma nelle cariche della "loro" Dc riattivata il 12 ottobre 2019, in un evento contemporaneo a quello organizzato da Luciani). Si è così dovuta fissare una nuova udienza, prevista per il 24 marzo e poi rinviata appunto al 6 ottobre, a causa della pandemia.
Proprio il 6 ottobre De Simoni e Cerenza, nella qualità di attori di quella causa, hanno segnalato lo svolgimento del "loro" XIX congresso Dc il 12 settembre 2020 (che li aveva eletti rispettivamente segretario politico e amministrativo del partito), che aveva secondo loro rimediato ai vizi del congresso 2018: sulla base di ciò, dunque, non avevano "più interesse alla coltivazione" di quel giudizio, per cui poteva essere dichiarata la cessazione della materia del contendere. Si tratterebbe, dunque, della stessa soluzione proposta a suo tempo da Lisi e sostenuta soprattutto da Nino Luciani: costoro, tuttavia, l'avevano chiesto sulla base di quanto deciso dall'assemblea dei soci del 12 ottobre 2019, guidata da Luciani, mentre De Simoni e Cerenza non riconoscevano valore a quel passaggio, fondando invece la loro richiesta sul loro percorso, che li ha portati al XIX congresso celebrato esattamente undici mesi dopo.
Riesce difficile mettersi nei panni del giudice Francesco Scerrato (il quale, ahilui, nel 2015 aveva già dovuto dichiarare nullo il congresso Dc del 2012 che aveva eletto segretario Gianni Fontana, tra l'altro in una causa in cui era intervenuto lo stesso Cerenza), chiamato ad affrontare queste novità. Nella sua ultima ordinanza, datata 4 novembre ma depositata solo pochi giorni fa, il giudice ha ritenuto che il venir meno dell'interesse a proseguire la causa da parte di coloro che l'avevano iniziata (senza bisogno di doversi appigliare a questioni fatte valere da altre parti) avrebbe prodotto in sostanza lo stesso effetto richiesto dalla Dc-Grassi (cioè il venir meno di ogni richiesta degli attori in merito alla validità degli atti congressuali): per economia processuale, dunque, ha rigettato la richiesta di sospendere il processo nell'attesa che si definisse quello relativo all'assemblea del 2017 e ha comunque fissato l'udienza per precisare le conclusioni al 18 ottobre 2021. 
Resta ovviamente pendente il processo relativo all'assemblea dell'Ergife del 2017 (e no, non è detto che per il 18 ottobre 2021 questa causa sia comunque definita...), che si sta svolgendo davanti a un diverso giudice. Inutile dire che l'eventuale nullità dell'evento di riattivazione del 2017 bloccherebbe definitivamente il percorso della Dc-Grassi, ma metterebbe in dubbio anche parte del percorso intrapreso da Luciani e anche da Cugliari (nessuno dei due, infatti, mette in dubbio la legittimità dell'assemblea all'Ergife).
 

A che punto è la Federazione popolare?

Al di là di quanto accade nelle aule di tribunale, occorre anche dare conto dello "stato di salute" di un altro progetto che si muove nell'area democristiana: quello della Federazione popolare dei democratici cristiani, presieduta da Giuseppe Gargani. Si è già visto come il progetto, che avrebbe dovuto portare molte sigle di ispirazione diccì a partecipare alle elezioni di settembre sotto le insegne dell'Unione democratici cristiani, poi alle regionali si sia tradotto di fatto nel semplice sostegno alle liste presentate dall'Udc, magari insieme ad altri soggetti, praticamente senza alcuna visibilità per la Federazione. Ciò aveva creato non pochi malumori tra chi aveva creduto nel progetto, soprattutto da parte della Dc-Grassi (si legga quanto scritto dal presidente del consiglio nazionale Renzo Gubert). All'inizio di novembre proprio il segretario Renato Grassi aveva scritto che la prima verifica della validità della Federazione alle regionali e amministrative era stata "disastrosa, nella assenza di una presenza politica identitaria della Federazione e nella applicazione di una sorta di 'patto leonino' imposto dall'Udc con motivazioni di puro interesse partitico": ben deciso a rifiutare la semplice confluenza nel partito guidato da Lorenzo Cesa (anche per non rinunciare, di fatto, ai passi compiuti fin qui dalla Dc), Grassi ha però riconosciuto che l'ennesimo nuovo soggetto politico centrista potrebbe caratterizzarsi "per l'irrilevanza politica ed elettorale" se non partecipassero Gianfranco Rotondi e lo stesso Cesa, di fatto gli esponenti con maggiore visibilità tra coloro che si richiamano a quella tradizione politica. Secondo Grassi non servono "rigide norme statutarie, che alla fine non vincolano nessuno", ma "scelte condivise e gestite da una struttura di coordinamento di carattere nazionale che operi per la progressiva aggregazione delle rappresentanze territoriali sui temi politico-programmatici e le scelte elettorali conseguenti". Un lavoro progressivo che, evidentemente, fino ad allora non c'era stato.
Nuovi incontri telematici hanno portato poi all'approvazione di un documento comune della Federazione popolare dei democratici cristiani, condiviso quasi da tutte le componenti: come ricetta contro l'individualismo in politica e dopo gli esiti delle ultime elezioni regionali (che avrebbero accentuato l'isolamento dei partiti ed "esaltato un nuovo sovranismo e un più pericoloso populismo in capo ai 'governatori'"), si è confermata l'idea che un soggetto politico che voglia definirsi "di centro" debba ispirarsi "al 'popolarismo', unica cultura attuale, moderna, rispetto alle altre ideologie che hanno dominato nel '900 ma che si sono estinte o sono state contestate tragicamente", così da essere alternativo alla destra e alla sinistra, facendosi portatore "di un'idea e di un progetto per il paese". L'idea, dunque, è di "dar vita ad un soggetto politico nuovo di ispirazione 'popolare' collegato strettamente al Ppe", cosa cui si potrà procedere una volta che i partiti e le associazioni partecipanti alla Federazione avranno fatto ratificare la decisione ai loro organi, così da fare passi concreti verso la partecipazione con una lista unica alla prossima campagna elettorale
Anche questa volta, tuttavia, sembra che il maggior impulso debba arrivare dall'Udc (che, piaccia o no, pur nelle sue dimensioni ridotte rispetto al passato rappresenta tuttora il soggetto più consistente di quell'area e, per giunta, detiene l'uso elettorale dello scudo crociato): proprio il documento comune, infatti, "prende atto della convocazione del consiglio nazionale da parte dell'Udc per il 10 dicembre, finalizzato a dare avvio alla una nuova fase costituente" e si dice ancora che subito dopo, o comunque entro la metà di dicembre, si terrà una riunione "per definire gli adempimenti necessari a costituire il soggetto politico nuovo con un comitato rappresentativo di tutte le componenti, per rendere concreta e rapida la nuova fase".
Di tempo a disposizione non dovrebbe essercene pochissimo - se non altro perché, ove le Camere non fossero sciolte entro la fine di giugno del 2021, di elezioni si parlerebbe necessariamente dopo la scadenza del mandato presidenziale di Sergio Mattarella, dunque nel 2022. Per Ettore Bonalberti, oltre al progetto politico organizzativo, occorre "una Camaldoli 2021, un incontro sul programma in preparazione di un'Assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro democratico, popolare, riformista, inserito a pieno titolo nel Ppe". Si vedrà se questa volta si arriverà a un risultato politico davvero condiviso nell'area di centro, se salterà tutto per l'insistenza di qualche componente o se si verificherà una prevalenza dell'Udc. Comunque vada, difficile che non sorgano altre dispute sulla Democrazia cristiana... 

sabato 19 settembre 2020

Democrazia cristiana, tra XIX congressi, diffide e repliche

Mentre i pensieri di molte persone interessate alla politica si stanno appuntando sull'esito del referendum e sulle elezioni regionali, comunali e suppletive previste per domani e lunedì, è bene non distogliere gli occhi su ciò che è accaduto in questi giorni nel campo della Democrazia cristiana, perché - come si è previsto - le vicende da narrare e di cui dare conto non si sono affatto esaurite. 
Si era anticipato, nei giorni scorsi, che il 12 settembre si sarebbe svolto a Roma il XIX congresso della Dc, per lo meno quello che ha alla base l'autoconvocazione dei soci dell'ultimo tesseramento valido, in un'assemblea che si era tenuta il 12 ottobre dell'anno scorso. La riunione effettivamente si è svolta e, come si legge in una nota diffusa, "ha rilanciato l'esigenza di una forza politica moderata e di centro, democratica, pluralista e europeista". Ciò è passato anche attraverso l'individuazione "ufficiale" degli organi di vertice: si è avuta l'elezione all'unanimità di Franco De Simoni come segretario politico, di Raffaele Cerenza come segretario amministrativo e - dopo l'elezione di ottanta consiglieri nazionali - di Antonio Ciccarelli come presidente del consiglio nazionale. 
Non ci si è limitati ovviamente a nominare persone: si è discusso anche un programma di sei pagine, "che avanza proposte concrete per rendere moderno ed efficiente il nostro Paese dopo anni di politica che si è limitata alla semplice gestione del potere senza mostrare alcuna visione del futuro", con l'intenzione di dare luogo a "una programmazione intelligente che si basi sui principi di equità e di solidarietà" (cercando anche di "costruire in modo nuovo un partito che parli con tutte le generazioni, con tutte le categorie sociali e affronti e risolva i problemi di ognuno").
Il 9 settembre De Simoni e Cerenza avevano però ricevuto una diffida da Renato Grassi e Mauro Carmagnola, segretario politico e amministrativo della Democrazia cristiana, sulla base del XIX congresso già celebrato il 13-14 ottobre 2018 e fin qui non invalidato. Nella diffida Grassi e Carmagnola sottolineano che non esiste alcuna pronuncia che abbia disconosciuto, a proposito della Dc guidata dallo stesso Grassi, "la sua legittima entità a rappresentarne la continuità con la Dc come storicamente l'abbiamo conosciuta nella nostra Storia politica da De Gasperi fino ai primi anni '90": se passati tentativi di riorganizzare il partito erano stati censurati dai giudici perché non erano stati correttamente riconvocati gli iscritti in base all'ultimo tesseramento (1992/93), per i due diffidanti "non è [...] contestabile che l’unico tentativo in tal senso [...] è stato opera di questo partito, che ad iniziativa del sottoscritto Renato Grassi e di altri iscritti, hanno presentato nel 2016 al Tribunale di Roma, in sede di volontaria giurisdizione, l'elenco degli iscritti al 1992/93 ed a seguito di delibazione giudiziale della richiesta di convocare l’assemblea degli iscritti per poi procedere ad un nuovo Congresso nazionale, furono autorizzati" a ciò dal Tribunale di Roma (sarebbe però utile sapere se loro credono davvero che abbiano presentato richiesta di convocazione gli iscritti Dc del 1992-1993 e non il 10% degli iscritti in base alla ricognizione fatta nel 2012, in vista del XIX congresso celebrato allora e demolito dal tribunale di Roma). 
Non avrebbero alcun titolo a rappresentare la Dc storica De Simoni e Cerenza, "in quanto non si riconducono a nessun elemento di continuità con i vecchi iscritti,ancora disponibili ad una riedizione della Dc": il loro sarebbe un "inedito partito [...] apparso dal nulla, [...] senza l'asseverazione di un giudice" sull'elenco degli iscritti e le procedure da seguire (come se, si aggiunge qui, questa "asseverazione" fosse davvero una legittimazione del procedimento e non qualcosa di puramente formale). Per queste ragioni, Grassi e Carmagnola considerano indebito l'uso fatto di nome, simbolo e cariche della Dc e hanno diffidato De Simoni, Cerenza e la loro associazione affinché smettano di usare quei segni distintivi e di turbare l'attività della Dc-Grassi.
Subito dopo lo svolgimento del "loro" congresso, Franco De Simoni e Raffaele Cerenza hanno risposto alla diffida, precisando innanzitutto - come chi segue questo sito ben sa - che sono in corso due cause, intentate proprio da loro, per far dichiarare nulla o annullare, ciascuna per i propri difetti, tanto l'assemblea di riattivazione del febbraio 2017 quanto il citato congresso del 2018 (il primo giudizio è in fase di precisazione delle conclusioni e l'udienza conclusiva dovrebbe essere il 26 settembre; il secondo è nella trattazione del merito e la nuova udienza è prevista per il 6 ottobre). Negano dunque che questa situazione "dubbia" possa fondare pretese giuridiche da parte di Grassi e Carmagnola (anche se in effetti si dovrebbe attendere una sentenza che dichiari la nullità o annulli gli atti della Dc-Grassi) e aggiungono che, nel frattempo, i soci della Dc avrebbero di fatto revocato gli atti del congresso del 2018, dunque la stessa elezione di Grassi alla segreteria. o Grassi a segretario. Da ultimo, Cerenza e De Simoni segnalano che proprio Grassi, figurando tra i fondatori dell'Udc (come da suo atto costitutivo notarile del 20 marzo 2002), avrebbe commesso un atto contrario allo statuto della Dc, ponendosi al di fuori del partito e non potendo avanzare alcuna pretesa sul partito "storico". Sulla base di ciò, Cerenza e De Simoni hanno a loro volta diffidato Grassi e Carmagnola "affinché desistano immediatamente dal porre in essere ulteriori atti sprovvisti di fondamento giuridico, oltre che storico e politico", senza ostacolare il "diritto costituzionalmente garantito, ai veri iscritti alla Democrazia Cristiana, di esercitare la loro partecipazione alle competizioni elettorali".
Se la situazione sembrasse già sufficientemente complessa, è bene tenere conto del fatto che sempre il 12 settembre si è tenuta, questa volta solo online, un'assemblea dei soci della Dc convocata dalla parte dei soci che aveva di fatto revocato gli atti congressuali del 2018 ritenendoli invalidi (disconoscendo dunque la segreteria di Grassi) e non aveva nemmeno condiviso il diverso percorso seguito da Cerenza e De Simoni, preferendo ritornare allo stato di assemblea dei soci convocata e operante a norma del codice civile. Quell'organo assembleare dei soci avrebbe dovuto eleggere un nuovo presidente, dopo le dimissioni irrevocabili presentate a luglio e confermate in agosto da Gianni Fontana (eletto a febbraio 2017). In quella sede, in base ai documenti diffusi da questa Dc, presidente dell'associazione Democrazia cristiana è stato eletto all'unanimità dei presenti Nino Luciani (che già in precedenza ne era stato il presidente ad interim, dopo essere stato nel 2016 il primo richiedente della convocazione dell'assemblea degli iscritti). Espletato quel passaggio formale, si è discusso di vari argomenti, inclusa la convocazione del XIX congresso, ritenendo invalida la celebrazione di quello tenutosi il 12 settembre (oltre che di quello del 2018, secondo Luciani e gli altri revocato): in base al verbale dell'assemblea, il XIX congresso della Dc ora presieduta da Nino Luciani è convocato per il 24 ottobre 2020 (anche se non si è ancora deciso dove) e potranno partecipare con diritto di voto solo i soci parte dell'elenco vagliato dal tribunale di Roma che risulteranno "in regola con il pagamento della quota associativa annuale" (50 euro, da corrispondere entro la fine di settembre). Nella stessa riunione si sono valutate anche le reazioni nei confronti dei "soci che compiono atti emulativi ai danni della Dc": è però prevalsa la linea della "tolleranza" fino allo svolgimento del congresso, rinviando ogni eventuale azione a nuovi atti di contestazione che il partito dovesse ricevere in seguito.
"Adesso - si conclude una nota diffusa da Luciani - è atteso il sostegno di tutti i Dc di buona volontà perché si faccia il migliore congresso possibile, con la nomina degli Organi al centro e in tutte le Regioni. [...] Tutti i vecchi iscritti sono attesi tornare al combattimento per la DC, sia pure in due tempi: subito, quelli già riconosciuti dal Tribunale; dopo il congresso, tutti gli altri e i nuovi che desiderano iscriversi. Ogni precedente divisione tra noi sia dimenticata". Il sospetto (fondato) è che, anche questa volta, ognuno procederà per conto proprio secondo la soluzione ritenuta buona, disconoscendo le altre e magari riportando altre questioni in tribunale. Altro che oblio...

venerdì 21 febbraio 2020

Democrazia cristiana, verso un XX congresso (ma la confusione continua)

Da alcuni giorni si legge una nuova puntata rilevante sul sito ufficiale della Democrazia cristiana. Anzi, più esattamente e per non fare confusione, del gruppo che ritiene di avere riattivato il partito che nel 1994 aveva cambiato nome in Ppi, si riconosce nella guida di Renato Grassi e partecipa al percorso che nei prossimi giorni (o settimane) dovrebbe far nascere il Partito del popolo italiano, attraverso l'impegno delle forze che aderiscono alla Federazione popolare dei democratici cristiani. Si legge, infatti, che l'8 febbraio il consiglio nazionale della Dc ha deliberato che il 20 e 21 marzo 2020, a Roma - la sede esatta resta ancora da definire - si svolgerà il XX Congresso; il termine per le richieste d'iscrizione ai fini dell'assise è scaduto lo scorso 15 febbraio.
Così, mentre il gruppo di lavoro della Federazione popolare - guidato tra gli altri da Giuseppe Gargani, Mario Tassone per il Nuovo Cdu, Gianfranco Rotondi per la Fondazione Dc, Paola Binetti e Lorenzo Cesa per l'Udc, - continua i suoi incontri per definire il progetto politico, la Dc continua il suo corso, anche perché non c'è l'idea di fondere i soggetti politici nel partito che comunque nascerà. Dopo il XIX Congresso del 14 ottobre 2018, arrivato all'esito di un percorso assai travagliato (si era già provato a svolgerlo nel 2012, con l'elezione alla segreteria di Gianni Fontana, ma per vizi formali era stato dichiarato nullo, quindi si dovette tentare la riattivazione della Dc attraverso l'articolo 20 del codice civile, con l'assemblea dei soci nel 2017), si prova ora dunque a far proseguire quell'iter, sperando che possa filare dritto senza altri inciampi.
Il che, nella vicenda democristiana, è pressoché impossibile. Si è già ricordato che una parte degli iscritti alla Dc guidata da Grassi non ha condiviso il percorso giuridico che ha portato a quell'esito - con particolare riguardo alla convocazione dell'assemblea di riattivazione del 2017 e allo svolgimento del congresso del 2018 - per cui il 12 ottobre scorso era stata (auto)convocata a Roma un'assemblea costituente dei soci, per ridare al partito una guida: in quell'occasione erano stati indicati Franco De Simoni come segretario politico e Raffaele Cerenza come segretario amministrativo. Questo gruppo di soci, che ritiene di rappresentare correttamente la Dc, sta procedendo a operazioni di tesseramento che si concluderanno entro la fine di aprile, con l'idea di andare a congresso successivamente: il XIX Congresso, per la precisione, visto che non si riconosce validità agli atti degli ultimi anni. Non a caso, proseguono le cause intentate da Cerenza e De Simoni contro Grassi, Fontana (che nel 2018 era diventato presidente del consiglio nazionale) e altri dirigenti, per contestare gli atti di cui si è detto.
La validità dell'assise congressuale, peraltro, era stata contestata anche da Nino Luciani, che sempre il 12 ottobre 2019 (e sempre a Roma, quasi alla stessa ora) aveva presieduto un'altra assemblea dei soci Dc, che lo stesso Luciani avrebbe convocato su mandato di Gianni Fontana (in quel caso come già presidente dell'assemblea dei soci): in quella sede i presenti avevano deliberato la dichiarazione di nullità del congresso di un anno prima, di fatto revocandone gli atti e disponendone la riconvocazione. L'idea era di scegliere come data il 14 marzo (svolgendo prima, ma nello stesso giorno e luogo, i congressi regionali), ma gli adempimenti - anche per il protrarsi della causa tra Dc-Cerenza e Dc-Grassi - non sono stati ancora compiuti. In compenso, Luciani - che si qualifica come presidente ad interim della Dc storica - ha già avuto modo di contestare sul piano formale tanto il percorso seguito da Cerenza e De Simoni, quanto quello di Grassi e di coloro che lo sostengono (i quali hanno risposto con commenti al vetriolo, anche sul sito della Dc).
In tutto ciò, si potrebbe persino ricordare - e qualcuno senz'altro lo farà - che un XX Congresso della Dc si era già svolto a Trieste il 4 e il 5 aprile 2005, alla fine del quale era stato confermato alla segreteria Angelo Sandri. La numerazione dei congressi nazionali di questa Dc, infatti, è andata ben oltre, pur tra le continue contestazioni degli altri gruppi che ritengono che quel tentativo di portare avanti la Dc poggi su basi giuridiche non corrette. Resta da dire che l'Udc di Cesa è contraria a ciascuno di questi tentativi (che comprendono ovviamente l'impiego di qualche forma di scudo crociato) ed è intenzionata a difendere la titolarità elettorale del simbolo conquistata nel corso degli anni; è possibile che non vengano intraprese azioni contro chi continuerà a far parte del progetto federativo in corso (se non altro per evitare guerre nella casa in costruzione), ma è probabile che tra gli altri soggetti le carte bollate non siano risparmiate.

sabato 28 settembre 2019

E se il 12 ottobre si tenessero due assemblee della Democrazia cristiana?

Il 12 ottobre, lo si è già detto, dovrebbe essere il giorno in cui i soci della Democrazia cristiana del 1993 cercheranno per l'ennesima volta di risvegliare il partito con un'assemblea costituente, autoconvocata dal presidente dell'associazione che raccoglie gli iscritti di allora (Raffaele Cerenza) in nome e per conto dell'intera platea dei soci, poiché - secondo chi ha studiato questa soluzione - l'assemblea degli iscritti sarebbe l'unico organo rimasto della Dc, dopo il lungo sonno iniziato con il passaggio di nome a Partito popolare italiano nel 1994, fatto senza la convocazione di un congresso.
Vi raccontiamo ancora questa storia sempre uguale e sempre diversa - verrebbe da dire ricalcando e parafrasando l'incipit del film Il compagno Don Camillo - perché sempre diversi ma sempre uguali, almeno nello scopo (e, non di rado, nelle persone coinvolte), sono i tentativi di far tornare sulla scena politica la Democrazia cristiana, tentando di seguire una strada che appaia la più legittima possibile. Ed è proprio in questa ricerca che si finisce per avere puntualmente idee diverse e spesso anche per scontrarsi, armati di scudo crociato, con una foga e una tenacia che a quella di Don Camillo non ha nulla da invidiare. In tutto questo, può persino capitare che la Dc riunisca due assemblee diverse, potenzialmente simili negli scopi e nella composizione, nello stesso giorno e addirittura quasi alla stessa ora, ma ovviamente in luoghi diversi.
Già, perché il 12 ottobre, a quanto si apprende, oltre alla riunione degli iscritti del 1993 (auto)convocata da Cerenza per le 9 e 30 presso la sala di Via Quattro Cantoni 53, è in via di convocazione (o è già stata convocata, non è ancora chiaro) per le 10 dello stesso giorno in via XX settembre 68/B, presso la sala dell'Istituto Volpicelli, l'assemblea degli associati alla Dc che figuravano nell'elenco degli iscritti depositato a suo tempo presso il tribunale di Roma (e sulla base del quale alla fine del 2016 era stata disposta dal giudice Guido Romano l'assemblea della Dc del 26 febbraio 2017), dunque l'assemblea della Dc che si riteneva essere stata riattivata per mezzo del tribunale di Roma. Due assemblee della Dc, dunque, a mezz'ora e a due, tre chilometri di distanza (a seconda che ci si sposti a piedi o in auto): se della prima si è già abbondantemente parlato, è il caso di dire qualcosa di più sulla seconda (visto che inizia più tardi).
Quest'assemblea è stata materialmente convocata da Nino Luciani, già ordinario di scienza delle finanze a Bologna e a Roma, ma soprattutto primo firmatario - a maggio del 2016 - della richiesta al tribunale di Roma di disporre la convocazione dell'assemblea dei soci Dc su richiesta di circa 200 iscritti. Proprio Luciani era stato incaricato dal giudice Romano di convocare materialmente l'assemblea e di presiederla (inizialmente, finché non fu sostituito da Renato Grassi): dalla citata riunione del 26 febbraio 2017 Gianni Fontana uscì eletto come presidente dell'associazione, rimasto alla guida fino al XIX congresso (riprendendo la vecchia numerazione) svoltosi il 14 ottobre 2018, con l'elezione alla segreteria di Renato Grassi.
Il fatto è che nelle settimane successive da più parti l'esito di quel congresso è stato contestato da un paio di fronti: da una parte Raffaele Cerenza (assieme al suo vice Franco De Simoni) aveva contestato la legittimità della convocazione e dello svolgimento del congresso, avendo già impugnato gli atti del 2017 che lo precedevano e avendo riscontrato nuove anomalie nei passaggi preparatori all'assise; altre irregolarità sarebbero state lamentate da altri aderenti alla Dc - in particolare alcuni membri dell'ufficio di presidenza del congresso, Raffaele Lisi ed Emilio Cugliari - tanto gravi da rendere potenzialmente nullo il congresso stesso (perché sarebbe mancata la consegna del verbale della commissione di verifica dei poteri dell'assise, che avrebbe dovuto verificare la legittimità della platea congressuale); a ciò è comunque seguito un contenzioso interno, con la sospensione di Lisi e Cugliari dal partito.
In questa situazione decisamente intricata, Fontana aveva maturato la decisione di dimettersi dalla carica di presidente del consiglio nazionale Dc, ottenuta dopo il XIX congresso del 14 ottobre 2018; dal 22 giugno risulta suo successore il trentino Renzo Gubert. Il fatto è che in seguito, precisamente il 15 luglio 2019, lo stesso Fontana ha delegato a Nino Luciani la convocazione dell'assemblea dei soci "come già fosti incaricato dal giudice Guido Romano in data 13 dicembre 2016", ritenendo che fosse una soluzione più sicura e inclusiva rispetto alla riconvocazione della platea congressuale del 2018. Luciani dunque (che precisa di essere stato "incaricato ad attuare la convocazione di Fontana, non a convocare" l'organo) ha predisposto la lettera di convocazione per l'invito personale ai soci - seguendo le prescrizioni emerse in precedenti pronunce dei giudici - indicando come ordine del giorno per la (sua) assemblea del 12 ottobre 2019: 1) comunicazioni del presidente; 2) determinazioni in ordine alle elezioni degli organi statutari, in particolare in ordine al congresso nazionale; 3) deleghe operative.
Ora, sembra chiaro che Fontana abbia delegato Luciani a convocare l'assemblea della Dc riattivata nel 2017 in base al codice civile sul presupposto che non riconosce alcuna validità agli atti congressuali del 2018. Egli quindi avrebbe agito non nella qualità di presidente del consiglio nazionale Dc (carica che non rivestiva più da alcuni giorni e comunque successiva al congresso contestato), ma di presidente dell'associazione Dc eletto nel 2017 e tuttora in carica: questo, ovviamente, se si prende per buona la nullità o inesistenza del congresso del 2018, anche se - è il caso di ricordarlo - nessun giudice si è ancora pronunciato sul punto.
Naturalmente la situazione non poteva essere tranquilla, per cui appena Luciani ha avuto notizia dell'iniziativa di Cerenza e De Simoni, ha sostenuto l'illegittimità di un'autoconvocazione dell'assemblea costituente, ritenendo che lo statuto obbligasse prima a chiedere la convocazione a un organo superiore (circostanza contestata da Cerenza e dagli altri, convinti che non vi sia alcun organo cui rivolgersi) e che peraltro l'assemblea si sarebbe dovuta convocare con avviso personale a ciascun componente, non mediante annuncio pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Per non disperdere le forze, ha suggerito un'assemblea unica (si suppone che intenda far convergere tutti i soci sulla convocazione inviata da lui). Il tutto, peraltro, mentre il dirigente organizzativo della Dc guidata da Grassi, Antonio Fago, sconfessa l'iniziativa di Luciani, ritenendo che dopo aver deliberato la convocazione del congresso del 2018, la stessa assemblea dei soci avrebbe esaurito il suo mandato e notando che i partecipanti alla riunione del 12 ottobre convocata da Luciani (e all'altra?) decadranno da soci della Dc di Grassi, per il loro contrasto alle decisioni degli organi "regolarmente eletti". Si prevedono nuove scaramucce da ogni parte, tanto per cambiare...

martedì 9 aprile 2019

In attesa del Viminale, la Dc blocca la Dc: "Via quel simbolo dalle elezioni"

Domani saranno rese note le decisioni del Ministero dell'interno sull'ammissibilità dei contrassegni presentati in vista delle elezioni europee del 26 maggio 2019. Vale la pena attendere gli esiti della valutazione, senza prodursi in troppi pronostici; si può però già pensare che le bocciature (temporanee) legate espressamente ai simboli saranno ben poche, mentre potrebbero essere di più - e non prevedibili, visto che non è dato sapere quali documenti siano stati depositati da ciascuna forza politica - quelle generate da una documentazione incompleta. 
Tra i pochi casi certi di invito alla sostituzione, tuttavia, c'è quello relativo al contrassegno della Democrazia cristiana, depositato in nome e per conto del partito che si riconosce nella segreteria di Renato Grassi, successore di Gianni Fontana. La bocciatura dovrebbe arrivare "a prescindere", per "colpa" della presenza dello scudo crociato che potrebbe innescare una confusione con l'Udc (che è presente con alcuni eletti in Parlamento, sia pure sotto il segno composito di Noi con l'Italia - Udc); si è però saputo che sul tavolo del Viminale è arrivato anche un esposto direttamente dalla Dc. Non, ovviamente, la Dc di cui si diceva, ma il comitato iscritti alla Dc del 1993, guidato da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni.
Costoro, ritenendo di essere legittimati a "rappresentare la Democrazia Cristiana", si sono formalmente opposti alla possibile ammissione dell'emblema - il quinto depositato in questa #maratonaViminale - ricordando che presso il Tribunale di Roma è pendente un processo (avviato nel 2017) seguito all'impugnazione degli atti della famosa assemblea tenutasi all'hotel Ergife a Roma il 25 e 26 febbraio 2017, durante la quale era stato eletto segretario dell'associazione Gianni Fontana; Cerenza e De Simoni, peraltro, nel frattempo avevano impugnato davanti allo stesso tribunale anche gli atti del successivo "congresso" che ha eletto Grassi alla segreteria, lamentando irregolarità nelle procedure di convocazione (in sede processuale, tra l'altro, si è scoperto che la persona scelta per il ruolo di segretario amministrativo, certo Nicola Troisi, sarebbe residente a Durazzo in Albania, cosa che ha complicato le procedure di notifica degli atti).
L'esposto-opposizione al Ministero è stato presentato "a titolo di collaborazione con codeste Istituzioni pubbliche incaricate della gestione delle liste elettorali nazionali e regionali affinché valutino l’adozione di qualsiasi opportuno provvedimento nel caso di specie, anche
in via di autotutela", ma anche per "non prestare acquiescenza in nessuna sede alle iniziative attuate" da Grassi, Troisi e altri, in attesa che il tribunale decida sui contenziosi ricordati. "Ci sono già sentenze che hanno accertato che quella associazione - la Dc Grassi-Fontana, ndb - non è in alcun modo erede della Dc storica e che quindi non può utilizzarne i simboli né il nome. Fino a quando non si terrà un congresso unitario con gli iscritti Dc del 1993 - si legge in una nota di Cerenza - nessuno potrà utilizzare i simboli e il nome della Dc storica. La nostra associazione è sempre vigile. E sarà molto attenta anche nella verifica della validità delle firme che devono essere presentate a sostegno della lista" (anche se, vista la presenza del simbolo del Ppe, è probabile che i presentatori della lista non pensino affatto di presentare firme). 
In poche parole, non bastasse la sola esistenza dell'Udc, il compito di impedirle alla Dc la corsa alle elezioni se l'è assunto un'altra Dc: una situazione in apparenza paradossale, ma giuridicamente fondata, cui studiosi e curiosi hanno ormai fatto l'abitudine.

mercoledì 31 ottobre 2018

Dc, cariche rinnovate per ridare corpo allo scudo crociato

Alla fine il tanto evocato - per volerlo o scongiurarlo - XIX congresso della Democrazia cristiana è stato celebrato (il 14 ottobre) e, di seguito (il 27), si è tenuto anche il primo consiglio nazionale che da quella riunione sarebbe derivato: in queste due occasioni, il partito si sarebbe dato di nuovo un segretario politico (Renato Grassi) e avrebbe ricostituito gli organi nazionali, a partire dalla direzione nazionale e dal segretario amministrativo (Nicola Troisi), con l'intenzione di ritornare pienamente operativo a livello nazionale per poter riutilizzare il simbolo dello scudo crociato nella vita politica ordinaria e agli appuntamenti elettorali. 
Naturalmente, trattandosi di vicende democristiane, c'è da sospettare che avranno strascichi in tribunale, non appena a qualcuno verrà in mente di presentare ricorso o se atti precedenti a quelli relativi a quest'assise saranno dichiarati nulli o annullati (in particolare, quelli relativi all'assemblea degli iscritti del 26 febbraio 2017, impugnati da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, la cui ultima udienza è prevista per il 19 marzo 2019).  
Volendoci fermare ai fatti, questa volta la Dc si è data come segretario un suo dirigente del passato, che peraltro nel corso del tempo ha militato anche in altri partiti che hanno rivendicato l'eredità almeno politica dello scudo crociato, al punto da adottarlo come emblema: risultò, in particolare, tra i fondatori dell'Udc, di cui è stato anche segretario organizzativo nazionale. La candidatura di Grassi, alla fine, è risultata l'unica rimasta in campo: si era infatti presentato anche Nino Luciani (già primo firmatario della richiesta di convocazione dell'assemblea Dc e candidatosi anche allora come presidente dell'assemblea dei soci), ma all'ultimo momento sarebbe stata eccepita la mancanza di una lista di candidati a suo sostegno e non ci sarebbe più stato tempo per sanare il problema. 
La mozione approvata alla fine del congresso - così come la si legge nel sito www.democraziacristiana.cloud - rilancia l'idea di riproporre "un progetto di società nel quale i diritti di tutti vengano difesi e i doveri di tutti attuati: insomma una nuova fase costituente dei doveri", da attuare superando "le tentazioni nostalgiche accompagnate da silenziose lamentele" e considerando il partito riattivato come "una tenda, un luogo includente e aperto a tutti i democristiani, senza costruzione di confini, senza preclusioni ed esclusioni". Occorre dunque verificare in concreto la possibilità di ricostruire, sotto l’unico nome e simbolo dello scudo crociato nella memoria dei Padri Fondatori che hanno fatto la Democrazia Cristiana, l’unità di tutti i democristiani che sino ad oggi, in differenti modi e con diverse iniziative, hanno tuttavia tenuto desto il nome della Dc dopo la diaspora del 1994": ciò dovrà essere fatto aprendo innanzitutto il tesseramento "a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto e assumere sul serio 'la politica come la più alta forma della carità' (Paolo VI) orientati dalla stella polare della Dottrina Sociale della Chiesa aderendo allo statuto e al codice etico della Dc".
Si sarebbe alla fine trovato un accordo per legare questo progetto a un nuovo nome, quello appunto di Renato Grassi (già scelto, peraltro, per presiedere l'assemblea del 26 febbraio 2017 al posto di Luciani), ma anche per non escludere del tutto Gianni Fontana, che fino a questo momento dell'assemblea dei soci Dc era stato il presidente, pur se ampiamente discusso da più parti. Fontana, alla fine, è stato eletto presidente del consiglio nazionale del partito (non senza polemiche e proteste, tanto da parte di chi lo avrebbe voluto ancora alla guida della Dc, quanto soprattutto da chi lo aveva sostanzialmente accusato dell'inattività del partito e di aver depositato per le politiche del 2018 un simbolo diverso da quello tradizionale, bocciato dal Viminale). 
Non è ancora dato sapere come il partito (che ritiene di essersi) riattivato intenderà percorrere la via della "ricomposizione della diaspora" democristiana, se con una federazione con altre forze o con l'invito a chi si ritiene parte della storia Dc a iscriversi al partito. Anche questa volta non mancano, a dire il vero, polemiche per lamentate irregolarità nelle convocazioni dei soci e nei congressi locali; può essere che siano superate, come può essere che si trasformino in nuove carte bollate. Tra i motivi di polemica, c'è anche la contestazione mossa da alcuni in base alla quale il sito del Nuovo Cdu guidato da Mario Tassone indicherebbe ancora Renato Grassi come titolare del dipartimento organizzativo del partito ed è possibile che lo sia stato anche al momento del congresso democristiano: ciò, secondo alcuni, comporterebbe l'ineleggibilità di Grassi alla segreteria della Dc (ma sul sito dei democristiani è apparso il riferimento alla decisione del Nuovo Cdu di azzerare le cariche nazionali già dall'aprile scorso). 
Nel frattempo, il consiglio nazionale ha deliberato di riaprire il tesseramento (sarà la direzione nazionale del 10 novembre a decidere come fare operativamente) e deciso che tutte le convocazioni degli organi del partito avverranno attraverso la posta elettronica (per non spendere altri soldi che non ci sono). In Abruzzo, peraltro, si continua a parlare della possibilità di presentare una lista unitaria da parte dell'Udc e della Dc riattivata da Gianfranco Rotondi, magari con la candidatura di quest'ultimo alla presidenza e con l'unione del nome e del simbolo storici. Una mossa che a chi ritiene di essere in piena continuità giuridica con la Dc storica non è piaciuta per niente. Sarà un'altra occasione per far sorgere contrasti?