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martedì 5 novembre 2019

Democrazia cristiana, la questione del congresso da rifare (come e perché)

Tre giorni fa, parlando del patto federativo tra varie realtà associative e politiche tutte riferite alla Democrazia cristiana, si era detto che - per la comune partecipazione dell'Udc, di Gianfranco Rotondi e della Dc guidata da Renato Grassi - potevano esserci gli spazi per un ritorno della Dc per una scelta politica (mettendo di nuovo insieme nome e simbolo storici); si era però messo in guardia dal ritenere del tutto alle spalle la diaspora. Una ventina di giorni fa, infatti, si era dato conto su questo sito delle due diverse assemblee che il 12 ottobre si erano svolte quasi contemporaneamente a Roma, l'una per (ri)costituire, l'altra per far ripartire la Dc, ritenendo entrambe che la celebrazione del XIX congresso lo scorso 14 ottobre 2018 - quello che aveva eletto Grassi alla segreteria - fosse viziata. Se nel post dello scorso 13 ottobre si è parlato con ampiezza del contenuto dell'assemblea costituente convocata - tramite la Gazzetta Ufficiale - da Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, è venuto il momento di approfondire il contenuto dell'altra assemblea, presieduta da Nino Luciani, lo stesso che aveva provveduto alla convocazione dell'assemblea dei soci Dc del 26 febbraio 2017 all'Hotel Ergife a Roma (in quanto primo firmatario della richiesta di convocazione nel 2016). Lo stesso Luciani da sabato ha messo a disposizione sul proprio sito il verbale di quell'assemblea (cui in seconda convocazione hanno partecipato 53 soci, personalmente o per delega), in modo che chiunque sia interessato possa rintracciarlo.  


L'assemblea riconvocata

La convocazione, materialmente attuata da Luciani, era stata disposta da Gianni Fontana, che dopo il discusso congresso era diventato presidente del consiglio nazionale, ma la convocazione sarebbe stata fatta ancora in qualità di presidente dell'associazione Democrazia cristiana, carica assunta dopo il voto degli iscritti intervenuti all'assemblea dell'Ergife del febbraio 2017. Vari soci della Dc - soprattutto quelli che sostenevano, se non la legittimità dell'assise, almeno l'opportunità di non mettere in discussione quel passaggio e lasciar proseguire l'operato di Grassi - erano rimasti perplessi dal fatto che l'iniziativa di convocare l'assemblea degli iscritti fosse venuta da Fontana, visto che, dopo il congresso (formalmente ancora valido ed efficace), l'assemblea dei soci e il ruolo stesso di presidente dell'associazione erano venuti meno, sostituito dagli organi eletti dal congresso. 
Consultando il verbale, in effetti, si apprende che questa tesi è stata sostenuta, durante l'assemblea del 12 ottobre, da Nicola Troisi, che dopo il congresso riveste la carica di segretario amministrativo della Dc. Per lui le premesse appena ricordate facevano sì che la convocazione di quell'assemblea fosse addirittura inesistente, unendo a ciò altre considerazioni: al di là della mancanza di una sala che potesse contenere tutti gli iscritti (come richiesto a suo tempo dal giudice Guido Romano per l'assemblea del 2017), Troisi sosteneva che eventuali contestazioni sulla validità del congresso avrebbero dovuto essere mosse entro i termini previsti dallo Statuto e, in ogni caso, si sarebbe dovuto attendere l'esito del ricorso contro gli atti del congresso, presentato l'anno scorso da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni.
Diversa era la tesi della maggioranza dei partecipanti alla stessa assemblea, compreso il presidente del congresso, Raffaele Lisi: per lui, quell'assise in realtà non si costituì mai legittimamente. Ciò avrebbe comportato l'inesistenza o almeno la nullità di tutti gli atti congressuali, compresa l'elezione del segretario e dei componenti del consiglio nazionale: stando così le cose, si doveva considerare ancora esistente l'assemblea dei soci convocata attraverso il giudice Romano e Gianni Fontana ne era ancora il presidente (fino a revoca o dimissioni), dunque aveva titolo per disporre la riconvocazione dello stesso organo assembleare.


I lamentati vizi del congresso 

Ma cosa sarebbe successo di tanto grave al congresso del 12 ottobre da portare vari soci a ritenerlo invalido? Lisi, come presidente dell'assemblea, sostiene che non sarebbe mai stato consegnato alla presidenza il verbale della commissione per la verifica dei poteri: questa avrebbe dovuto procedere all'identificazione dei delegati regionali - in base ai verbali dei congressi regionali - per legittimarli a votare al congresso. Lisi e il segretario del congresso, Emilio Cugliari, chiusero il loro verbale rilevando la mancata consegna del verbale della commissione (mentre solo il 16 gennaio 2019 il presidente di quell'organo, Mauro Carmagnola, avrebbe comunicato che quella commissione di fatto non aveva potuto operare). In quelle condizioni, per Lisi, il congresso sarebbe stato addirittura inesistente e comunque invalido: questi vizi si sommerebbero a quelli (già relativi alla convocazione) alla base dell'azione di Cerenza e De Simoni per far invalidare l'assise.
Per Luciani, materiale convocatore e presidente dell'assemblea del 12 ottobre, era opportuno "cercare una pacificazione in famiglia", senza rivolgersi nuovamente ai giudici: la soluzione da lui perseguita è stata far deliberare all'assemblea - con voto a maggioranza su un testo proposto da Lisi - la nullità del XIX congresso (così come svolto nel 2018) per vizio procedimentale e la riconvocazione dello stesso. Luciani in particolare nega che non vi siano state contestazioni tempestive dei vizi congressuali, soprattutto sullo svolgimento del precongresso regionale nel Lazio (e pure altrove, a quanto si è capito). 
In più ci sarebbe la decisione dell'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo presso la Cassazione, con cui si è rigettata l'opposizione della Dc al provvedimento di ricusazione del simbolo alle ultime elezioni europee: la decisione non si limitava a ribadire la legittimità dell'uso dello scudo crociato da parte dell'Udc e a confermare che non c'era alcuna affiliazione al Ppe (dunque il suo emblema non poteva essere usato), ma aggiungeva che la Dc "dal 1993 [...] ha definitivamente cessato la propria attività politica" e mancherebbe "la dimostrazione storico-giuridica della continuità" della Dc-Grassi con la Dc storica. "Al di là del fatto che mi pare che l'Ufficio elettorale sia andato oltre le proprie competenze, non spettando a esso pronunciarsi sulla continuità giuridica della Dc, visto che era sufficiente rilevare la legittimità dell'uso dello scudo fatto dall'Udc - precisa Luciani - è significativa l'affermazione della Cassazione, che coincide tra l'altro con i contenuti dell'esposto che Cerenza e De Simoni avevano inoltrato al Viminale proprio per comunicare le loro iniziative legali per far invalidare l'assemblea del 2017 e il congresso del 2018: di fatto, mi pare che persino la Cassazione abbia riconosciuto che il procedimento seguito fin qui non è stato corretto e il congresso del 2018 non ha avuto gli effetti sperati".



La via dell'autonullità e altre questioni legali


La strada scelta dall'assemblea convocata da Luciani per rimediare ai problemi riscontrati, dunque, è stata quella di una sorta di "autodichiarazione di nullità" degli atti congressuali con conseguente loro revoca: una via che si può comprendere, se non altro per evitare le lungaggini processuali, ma che appare scivolosa proprio perché non ci si è rivolti al giudice per rimuovere gli effetti degli atti contestati. "Non vedo perché debba apparire scivolosa - ribatte Luciani - Se dei privati stipulano un accordo per uno scopo e poi ritengono che quell'accordo abbia dei vizi, possono certamente tornare sui loro passi; certamente, però, se nel frattempo qualcuno sulla base di quell'accordo fatto venire meno 'in autotutela' ha maturato diritti o aspettative, dev'essere in qualche modo ristorato". 
A quali situazioni pensa? "Innanzitutto a coloro che si sono iscritti alla Dc dopo il congresso, pagando una tessera, pensando che il partito operasse in condizioni di legittimità: della loro posizione si occuperà il consiglio nazionale, eletto dal nuovo congresso, che però certamente riconoscerà loro l'iscrizione appena possibile. Ci sono poi alcune persone che, per le posizioni assunte nella diatriba sulla validità del congresso, sono state in qualche modo lese nella loro onorabilità, venendo sospese o diffidate per avere agito per denunciare i vizi congressuali o cercare di rimuoverli, finendo anche indicate come tali sul sito della Dc [il riferimento è alle posizioni di Lisi, Emilio Cugliari e dello stesso Luciani, ndb]: per ora l'assemblea ha espresso loro solidarietà, così come ha espresso disappunto per quelle condotte che avrebbero fatto emergere con chiarezza l'invalidità del congresso non nell'immediato, ma solo dopo settimane, finendo per ledere le aspettative di chi credeva di aver partecipato a un'assise valida o di essere eletto validamente a una carica".
Dopo la decisione dell'assemblea, resta comunque il problema della celebrazione del congresso: lo statuto oggettivamente detta una procedura diversa da quella che è stata e sarà comunque seguita: "In effetti il rispetto dello statuto sarebbe quasi impossibile in queste condizioni di 'ripartenza' - precisa Luciani - ma a ben guardare è già stato il giudice Romano a derogare allo statuto nel 2016, quando ha convocato l'assemblea dei soci e le ha dato potere di eleggere un presidente per l'associazione, come prevedeva l'ordine del giorno presentato: lo ha fatto perché mancavano gli organi che avrebbero dovuto procedere agli atti che si volevano ottenere, quindi l'autodichiarazione di nullità del congresso ci riporta a quel regime di deroga inaugurato dal giudice. Del resto, se ci si pensa, lo statuto della Dc lo hanno formato e deliberato i soci di allora: l'assemblea dunque in un primo tempo era sovrana, fino a quando ha deciso con uno statuto che le decisioni spettassero a un congresso e qui la situazione non è molto diversa".


Le conclusioni dell'assemblea

Oltre a dichiarare la nullità del congresso del 2018, l'assemblea del 12 ottobre convocata da Luciani ha, tra l'altro, conferito allo stesso Luciani l'incarico di "presidente ad interim" dell'associazione, con il compito di nominare i commissari regionali per le elezioni dei delegati al congresso, fissare il giorno unico delle elezioni dei delegati e del congresso nazionale, nonché alla redazione del regolamento congressuale (simile al precedente, ma da modificare secondo i princìpi e criteri direttivi sottoposti ancora da Luciani all'assemblea, per far fronte alle difficoltà riscontrate durante il precedente tentativo congressuale). 
La stessa assemblea ha poi approvato all'unanimità la mozione di Salvatore Napolitano, Valentina Valenti e Pellegrino Leo, con cui si proponeva di porre fine alle liti politiche e giudiziarie in casa democristiana (organizzando un forum della Dc che predisponga "un progetto politico socio-economico-culturale di sviluppo del Paese e del proprio ruolo in Europa, nella continuità ideale dei cattolici/popolari" per poi ragionare di alleanze politiche e programmatiche, anche tese al vero ritorno in politica della Democrazia cristiana), mentre ha preso atto della comunicazione di Raffaele Lisi della contemporanea assemblea costituente della Dc che aveva eletto Franco De Simoni segretario e Raffaele Cerenza segretario amministrativo, rilevando che quelle attività "concretizzano un 'recesso volontario' dalla Dc storica di appartenenza, oltre che una palese incompatibilità".
A proposito, che ne sarà del ricorso di Cerenza e De Simoni contro il congresso del 2018? "A mio modo di vedere - nota Luciani - visto che l'assemblea ha provveduto a rimuovere gli atti congressuali di cui si contestava la validità, il procedimento per dichiarare la nullità del congresso dovrebbe venire meno, perché non c'è più il motivo di insistere in quella richiesta". Posto che è lecito avere dubbi su questo esito - se non altro perché il giudice potrebbe ritenere che quell'assemblea non avesse titolo per deliberare - resterebbe comunque in piedi l'altro procedimento civile, per invalidare l'assemblea del 2017, da cui tutto era iniziato. 
Colpisce ancora, tra l'altro, che quella convocazione di assemblea sia stata disposta nel 2016 dal giudice Guido Romano sulla base dell'elenco di iscritti formato successivamente al consiglio nazionale del 2012 che proprio Romano aveva dichiarato nullo nel 2014: sul nuovo inizio del 2017 pende dunque un'incertezza ulteriore? "Parlando con i miei colleghi giuristi dell'università di Bologna - dice Luciani - si è rilevato che il giudice che aveva annullato il congresso del 2012 non si era espresso sulla validità dell'elenco degli iscritti, pur essendosi secondo noi basato anche su quello per altri suoi ragionamenti sulla legalità statutaria: non lo aveva avallato, insomma, ma nemmeno disconosciuto". E il giudice Romano che aveva disposto la convocazione dell'assemblea sulla base di un elenco cui di fatto aveva tolto valore due anni prima? "Beh, siamo stati davanti a lui tre volte e non ha mai eccepito la non regolarità di quell'elenco. In più, quando io ho convocato l'assemblea, mi sono cautelato inserendo nella convocazione l'invito anche agli altri eventuali aventi diritto, quindi abbiamo fatto del nostro meglio per fare bene; quando poi ho ricevuto una lettera di diffida da alcuni iscritti che si erano rivolti a un'avvocata, io l'ho inviata al giudice e lui non aveva eccepito nulla" (in effetti il giudice aveva risposto, di suo pugno: "Visto, agli atti non sussistendo provvedimenti da adottare e essendo devoluto al Sig. Nino Luciani l'esecuzione degli adempimenti connessi alla convocazione dell'assemblea della Democrazia cristiana"). 
Per l'ennesima volta, dunque, al centro della discussione ci sono anche questioni formali, che potrebbero produrre nuove liti. Sul punto Luciani è netto: "Sull'osservanza della legge, tenga presente l'episodio del Vangelo di Luca in cui Gesù, a pranzo in casa di un fariseo, guarisce di sabato un malato sotto gli occhi dei dottori della Legge e dei farisei, per poi chiedere 'Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?', lasciando tutti senza parole. Al momento la Dc è bloccata e, se la si vuole fare davvero, è inutile tenerla bloccata: occorre guardare al risultato e non ai cavilli legali, per questo abbiamo cercato di risolvere la situazione provvedendo noi stessi a rimuovere gli effetti del congresso contestato, così da procedere regolarmente e magari partecipare con tutti i crismi alla federazione di cui si parla". Si vedranno gli sviluppi della vicenda: gli episodi passati, però, non promettono nulla di tranquillo.

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