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lunedì 25 ottobre 2021

Un Psi con Prampolini nel simbolo: un dettaglio, per ricordare Felisetti

C'è il quadro, ci sono la tecnica e la cornice: il soggetto, il mezzo e l'intorno meritano piena attenzione da parte di chi osserva e chi studia, nell'arte come in politica. Eppure qualche volta i dettagli stravincono e sono in grado di catturare l'attenzione più di ogni altra cosa, di spingere a cercare, a saperne di più e possibilmente a vedere con i propri occhi, anche a costo di non conoscere così bene il quadro, la tecnica e la cornice.
Sabato pomeriggio, attraverso Facebook, chi scrive ha appreso (a funerali avvenuti) della morte di Luigi Dino Felisetti, un nome che ha un peso notevole per chi conosce la politica della provincia di Reggio Emilia (anche se lui era nato a Modena). Si è addormentato a 102 anni, dopo aver vestito la toga come penalista per oltre settant'anni (si era iscritto all'ordine degli avvocati nel 1949, riuscendo tra l'altro a far assolvere Germano Nicolini - sì, al Dièvel - dall'accusa di aver ucciso don Umberto Pessina), prima aveva partecipato alla Resistenza, in seguito ha fatto parte per circa un anno e mezzo (dall'8 febbraio 1989 al 24 luglio 1990) del Consiglio superiore della magistratura, come membro "laico" forte della sua già lunga esperienza di avvocato e della stima di cui godeva nel mondo politico.
Già, perché il nome di Felisetti è stato legato per tutta la sua vita al socialismo e al Partito socialista italiano. Scorrendo rapidamente il suo cursus honorum lo si capisce molto bene: prima consigliere a San Polo d'Enza, poi consigliere provinciale, consigliere e assessore a Reggio, segretario provinciale del Psi (nel quale nell'autunno 1956 aveva co-fondato la corrente autonomistica nenniana) e deputato per quattro legislature, eletto nel 1972, nel 1975, nel 1979 e nel 1983 (l'esperienza a Montecitorio è stata parzialmente riportata nel volume Un avvocato in Parlamento, pubblicato nel 1996 e riedito vent'anni dopo da Diabasis). Nel 1987 - a 67 anni - non si ricandidò e, nella circoscrizione Parma-Modena-Piacenza-Reggio, per la provincia di Reggio fu eletto Mauro Del Bue, deputato anche nella legislatura successiva e poi nella XV, eletto in quel caso nella lista composita di Democrazia cristiana (per le autonomie) - Partito socialista, dove quest'ultimo era in realtà il Nuovo Psi guidato da Gianni De Michelis, di cui nel 2003 era diventato vicesegretario (e per il quale nel 2005 era diventato sottosegretario alle infrastrutture nel terzo governo di Silvio Berlusconi).
 
 
Non stupisce affatto che proprio Del Bue, su Facebook, sia stato tra i primi a ricordare la figura di Dino Felisetti, attraverso la propria esperienza personale: 
La prima volta che lo vidi ero un bambino. Coi miei genitori abitavamo in affitto in una camera e cucina di un vecchio stabile di via Baruffo. I carri armati sovietici avevano invaso l'Ungheria nell’autunno del 1956 e il Psi di Nenni si era schierato dalla parte degli insorti, il Pci di Togliatti dalla parte degli invasori. Quattro o cinque persone avevano fatto irruzione nella cucina di casa mia. E mia madre aveva posto un blocco. "Lì non si entra", mi aveva ordinato, "perché ci sono i socialisti". Seppi più tardi che si trattava di una riunione segreta della futura corrente autonomista e nenniana che intendeva rompere il patto d’unità d’azione tra Psi e Pci a seguito del dramma ungherese, corrente contestata dalla cosiddetta sinistra che invece non intendeva mollare la presa. A Reggio Emilia la posizione filo comunista nel Psi avrà la prevalenza fino alla scissione del Psiup del gennaio 1964. Tra i pionieri dell’autonomismo socialista, oltre a mio padre Stefano, c’era appunto Felisetti, con Sergio Masini e Angiolino Brozzi. E Felisetti, anzi l’avvocato Felisetti, aveva già le stigmate del leader. 
Già, ma il dettaglio? A fornirlo è stato proprio Del Bue, ripercorrendo nel suo post la storia politica di Felisetti, che si intrecciò anche alla sua (sia per la "successione" al seggio alla Camera, ottenuto e confermato nell'epoca delle preferenze, sia per i tanti incontri avvenuti nel corso degli anni). Per Del Bue Felisetti, persona colta e sempre attenta e interessata, "non volle mai rassegnarsi alla fine del Psi" e lo testimoniò l'aver fondato "un gruppo di socialisti prampoliniani durante la fase del terrore giudiziario, che si presentò anche alle elezioni comunali del 1995 a Reggio, ottenendo per la verità un magro risultato. Ma lui non si scoraggiava". 
Eccolo lì, il dettaglio, il particolare che subito dopo la lettura ha fatto venire voglia di cercare, approfondire e, soprattutto, di trovare. Un voto comunale per nulla secondario per Reggio Emilia, quello del 1995: la prima con l'eIezione diretta del sindaco e con le alleanze pre-elettorali. La prima senza il simbolo della Dc, nel frattempo trasformatasi nel Partito popolare italiano e proprio in quei giorni in preda alle lotte intestine più dure, tra sostenitori di Rocco Buttiglione e di Gerardo Bianco. Ma anche, per quanto interessa qui, la prima senza il Psi, il partito di Del Bue e Felisetti che cinque anni prima aveva ottenuto il 13,1%: nemmeno così poco, in una terra in cui il Pci (perché a Reggio si era usato ancora il simbolo del Pci, anche se la Bolognina c'era già stata e altrove si erano sperimentate altre soluzioni simboliche, più tendenti al civico come a Guastalla) prendeva il 45,4% e la Dc un decoroso 23,1%, quindi le altre forze politiche dovevano dividersi meno di un terzo dei voti validi.
Insomma, in quelle condizioni c'era da scegliere da che parte stare e, per giunta, con quale nome e con quale simbolo farlo. Sapendo che i Socialisti italiani, vale a dire il partito che - sotto la guida di Enrico Boselli - aveva cercato di raccogliere la maggior parte dell'eredità politica del Psi subito dopo lo scioglimento di quest'ultimo, non avrebbero partecipato al voto con il loro simbolo (mai finito sulle schede elettorali a livello nazionale, ma nemmeno regionale). Alle contemporanee elezioni regionali, infatti, era stato stretto un accordo con Alleanza democratica e con il Patto Segni, per presentare liste comuni nella speranza che potessero ottenere qualcosa di più nell'urna elettorale. Lo stesso accordo fu portato avanti a livello locale.
Anche a Reggio Emilia, dunque, sulle schede elettorali comparve il simbolo del Patto dei democratici, di cui i Socialisti italiani erano forza fondatrice: per il Si reggiano, coordinatore era Nando Odescalchi, consigliere regionale uscente. Il Patto (al quale guardavano anche però i repubblicani e la Federazione laburista di Valdo Spini, presente anche nel reggiano con qualche candidato) era una delle quattro liste presentate a sostegno della candidatura di Antonella Spaggiari, sindaca uscente di Reggio (eletta dal consiglio comunale il 14 giugno 1991), già segretaria e capogruppo del Pci a Reggio: oltre al Patto, c'era ovviamente il Partito democratico della sinistra, i Popolari - cioè quella parte di Ppi che si riconosceva nella segreteria di Bianco e, per evitare grane, aveva scelto di non usare lo scudo crociato ma un nuovo simbolo, con lo scudo senza croce inserito nel gonfalone - e anche anche la Federazione dei Verdi. In pratica, una delle prime prove su strada del futuro Ulivo (e infatti Rifondazione comunista stava fuori dalla coalizione).
Quella, in ogni caso, non poteva essere la "casa" dei socialisti che non si erano rassegnati alla fine del Psi e che non sentivano alcuna affinità con i Socialisti italiani (che pure avevano invitato tutte le anime socialiste a una corsa unitaria) e nemmeno con i laburisti di Spini. Si trattava, anche allora, di perseguire una via autonoma e all'inizio di marzo si svolsero i primi incontri: tra i promotori - insieme, tra l'altro, allo stesso Del Bue - c'era proprio Dino Felisetti, che però all'inizio escluse una sua candidatura ("Non sarò presente né in questa né in nessun'altra lista: alla mia età - compio 76 anni - ritengo la politica un impegno di bandiera").
Sabato 11 marzo il progetto politico-amministrativo fu presentato: "Con i compagni del Si - si legge in una nota pubblicata il 12 marzo sulla Gazzetta di Reggio - non è possibile alcuna intesa. Loro, infatti, corrono per qualche posto dentro il listone con il Pds, mentre noi corriamo per l'autonomia socialista sotto il simbolo di Prampolini". Già, perché se come nome era stata scelta l'evocativa etichetta di Partito socialista italiano autonomo, per il simbolo si era adottato un ritratto del socialista reggiano Camillo Prampolini sovrapposto al sole nascente (sullo stile del simbolo del Psi di Sergio Ruffolo) e con un libro aperto all'interno del sole, dietro allo stesso Prampolini (figura di riferimento del padre dello stesso Felisetti). Niente garofano, insomma (troppo rischioso usarlo, politicamente e non solo), ma i promotori potevano ben dire: "Saremo la sola lista socialista presente alle elezioni con il simbolo del Psi, per il quale potranno votare tutti i socialisti che, ancora convinti che gli ideali socialisti siano più vivi che mai, rifiutano di integrarsi malinconicamente con il Pds o con gli avventurosi berlusconiani".
Alla fine il nome di Felisetti finì in lista, assieme a quello di Sergio Masini e di altre 25 persone. Il simbolo dovette faticare un po' a finire sulle schede elettorali, visto che era necessario raccogliere le firme: in base alla legge allora vigente a Reggio Emilia ne sarebbero servite 700. Per il Psi autonomo, promosso da nomi di rilievo ma senza struttura e senza volontari, sarebbe stato impossibile raccoglierle tutte: per sua fortuna, tuttavia, il primo voto a elezione diretta del sindaco di Reggio coincise con il varo delle "nuove" elezioni regionali (quelle regolate dalla "legge Tatarella"), quindi vi fu una certa tendenza a rendere più miti le norme per quel turno elettorale. In sede di conversione del decreto-legge n. 50/1995 (con legge n. 68/1995), furono innanzitutto dimezzate una tantum le sottoscrizioni necessarie per le elezioni amministrative di quel turno del 1995: doverne ottenere 350 invece di 700 era già un bel miglioramento. Questo, però, rischiava di non bastare: il 29 marzo le firme raccolte - a metà della giornata - risultavano solo 222, una quota decisamente lontana dall'obiettivo, senza contare che eccezionalmente per quelle prime elezioni regionali si era già dato più tempo per consegnare le firme (il termine scadeva alle ore 12 del 25° giorno prima del voto, non del 29° come ora). 
C'era però un jolly inatteso da giocare, vale a dire il decreto-legge n. 90/1995, con cui si dispose che, per le elezioni regionali, provinciali e comunali del 23 aprile 1995, le liste corredate dalle firme dei sostenitori si sarebbero potute consegnare "entro le ore 20 del 23° giorno antecedente la data della votazione". In pratica, solo per quella volta, c'era tempo fino alla sera del 31 marzo. Un regalo del tutto inatteso, quel decreto, chiesto con insistenza da Marco Pannella e dalla sua lista per rimediare alla scarsa informazione dei cittadini sulla sottoscrizione delle liste, ma bersagliato di critiche da ogni parte (salvo che dai Riformatori, incluso Paolo Vigevano eletto in Forza Italia, e dai repubblicani). Con quelle 48 ore abbondanti in più, Felisetti, Del Bue, Masini e le altre persone candidate si misero di nuovo all'opera, chiedendo sostegno per poter partecipare alle elezioni. Nel pomeriggio di venerdì 31 marzo, furono consegnate 491 firme e Felisetti poté dichiarare in un fax alle redazioni dei quotidiani: "Il cuore dei socialisti Doc ha risposto all'appello: siamo arrivati a oltre 500 firme". Il conto, in effetti, era un po' ritoccato al rialzo, ma in fondo non fu un problema; quel decreto, peraltro, non sarebbe stato convertito, decadendo sin dall'inizio, ma le elezioni nel frattempo si erano svolte e non risulta che qualcuno abbia seriamente pensato di impugnarne i risultati a causa delle liste presentate in quei due giorni di bonus.
Grazie a questa serie di ragioni, in ogni caso, il Partito socialista italiano autonomo riuscì a presentarsi e, fedele alla vocazione espressa nel nome, non aderì alla coalizione di centrosinistra né si alleò con altre forze, ma presentò un proprio candidato sindaco: si trattava di Lucio Consolini, preside di lungo corso e per molti anni amministratore nelle Unità sanitarie locali. "Abbiamo voluto ricostituire un partito che è andato dissolto dopo Tangentopoli - spiegò a Massimo Sesena che lo intervistava per la Gazzetta -. Dopo questi avvenimenti, che hanno colpito tutti i partiti, vediamo tuttora presenti nel nostro panorama politico il Pci sotto una denominazione nuova, il Pds e la vecchia Dc, sia pur frantumata in tre gruppi. Questo, a differenza di quanto è successo per il Psi: dalla scena nazionale è tragicamente assente o quasi una forza socialista. Noi abbiamo voluto dare continuità ad una presenza socialista che, se è stata tragicamente colpita ai suoi vertici da persone che hanno tradito il mandato, è pur sempre stata composta da migliaia di persone oneste, corrette e laboriose che hanno sempre avuto un'attività politica cristallina. Sotto il simbolo di Prampolini vorremmo continuare a testimoniare questi ideali, possibilmente tenendo unite tutte le forze d'ispirazione socialista". E al giornalista che gli chiedeva come mai, in nome dell'unità, il gruppo non avesse scelto di unirsi ai Socialisti italiani, Consolini rispose con nettezza: "Noi abbiamo voluto rimanere noi stessi: le eventuali alleanze con altre forze politiche potranno intervenire dopo che avremo dimostrato una nostra presenza, portato avanti i nostri programmi". Programmi che continuavano a qualificarsi di centrosinistra, benché vari voti socialisti fossero andati verso il centrodestra e soprattutto verso Forza Italia ("Può darsi che i voti socialisti, per delusione verso il partito, siano andati a rafforzare il Polo. Ma i principi sono validi, sono attuali e noi rimaniamo su quelle posizioni").
Chiuse le urne il 23 aprile 1995, il giorno dopo si passò allo scrutinio anche per le elezioni comunali. Antonella Spaggiari ottenne la sua prima investitura diretta a mani basse (62223 voti, pari al 64,78%, con il Pds al 46,54% e i Popolari al 9,93%, molto al di sotto delle vecchie percentuali della Dc), la lista unica di centrodestra (Il Polo di Reggio, che candidava come sindaco Giampiero Barazzoni) si fermò al 21,7%; Lega Nord e Rifondazione comunista corsero da sole, ottenendo rispettivamente il 3,09% e il 5,74%. E il Psi autonomo? Il suo candidato dovette accontentarsi di 1265 voti, l'1,32% in tutto; la lista, a causa di qualche voto arrivato solo al candidato sindaco o di qualche voto disgiunto, ottenne ancora meno (1102 voti, l'1,19%). 
Il risultato non era stato eccezionale e faceva una certa impressione notare che il numero più alto di preferenze era sì toccato a Dino Felisetti, ma il contatore si era fermato a 48 (quando, nell'intera circoscrizione che andava da Piacenza a Modena, nel 1983 l'avvocato aveva ottenuto 12410 preferenze). Messo però a confronto con il 5,3% del Patto dei democratici nel quale i Socialisti italiani avevano avuto un ruolo importante (eleggendo peraltro uno dei due consiglieri ottenuti, dalla lista, Roberto Pierfederici, rimasto anche in seguito in sala del Tricolore), il risultato di quella lista messa in piedi in pochi giorni non sfigurava. Non a caso, da quell'esperienza in seguito sarebbe partito il primo nucleo reggiano di un altro Partito socialista, quello guidato da Ugo Intini e che come simbolo aveva (tra l'altro) un mazzo di garofani. 
In seguito Felisetti si sarebbe ancora diviso tra la passione per il foro e quella per la politica, sempre in area socialista, tra garofani e rose: "Io avevo scoperto in lui - ha ricordato sempre Del Bue, tuttora direttore dell'Avanti on line - un combattente coraggioso, anzi temerario. A ottant’anni si era messo a girare in lungo e in largo la provincia per incontrare compagni come se di anni ne avesse venti". Anche quell'avventura di una manciata di anni prima, senza fiori nel simbolo, ma sempre sotto le insegne di Prampolini, meritava di essere ricordata con numeri e immagini, senza rischiare di finire dimenticata o scolorita nelle pagine perse. Proprio quel dettaglio, tra le righe di un post molto più ricco, l'ha strappata all'oblio: il dettaglio che ha fatto la differenza.

giovedì 26 marzo 2020

Socialisti, "Due simboli a disposizione per liste autonome e identitarie"

Il primo simbolo depositato
Sono passati vent'anni dalla morte di Bettino Craxi e oltre un quarto di secolo dalla fine dell'unità dei socialisti in Italia sotto le insegne della medesima forza politica. Il congresso che il 12 novembre 1994 deliberò lo scioglimento del Partito socialista italiano mise solo ufficialmente la parola "fine" a una storia che da almeno diciotto mesi aveva conosciuto un progressivo sfaldamento, con varie fuoriuscite tra il 1993 e il 1994; in seguito, la tendenza alla frammentazione avrebbe fatto premio su vari tentativi di riunificazione, in genere non molto fortunati sul piano elettorale. 
I risultati non sono stati buoni, specie a livello nazionale, neanche quando sono state presentate liste o candidature del Partito socialista (2008) o che comprendevano il simbolo del Psi (2018): anche per questo, è capitato più di frequente che il Psi - soggetto che fin dal nome si richiama direttamente alla storia che si era interrotta nel 1994 - partecipasse ad altre liste, inserendo propri candidati al loro interno, convinto che corse solitarie sarebbero state deleterie. Qualcuno, però, preferisce altre strade: un mese fa (esattamente il 23 febbraio) a San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, si sono ritrovate - anche per ricordare gli anniversari della nascita di Craxi e della morte di Sandro Pertini, entrambi datati 24 febbraio - è stata fondata la Federazione italiana socialisti autonomisti, un gruppo che non mette da parte l'idea di poter presentare liste socialiste autonome, per marcare la persistenza di quelle idee. 
Non si tratta di un partito, ma in effetti un simbolo a disposizione c'è, anzi: ce ne sono due. Cosa sia stato deciso in quell'occasione e di quali simboli si stia parlando ce lo facciamo spiegare da Giuliano Giuseppe Romani, sindaco di Pavullo nel Frignano (Mo) dal 1988 al 1993 (prima ancora presidente della locale comunità montana) e anche in seguito consigliere comunale nello stesso comune e assistente di parlamentari socialisti: nel 2001 aderì al Nuovo Psi e all'inizio di novembre del 2005 ne era diventato segretario regionale, pochi giorni dopo il "congresso - non congresso" della Fiera di Roma, che il segretario uscente Gianni De Michelis - tra gazzarre di fischietti, insulti vari, sputi e poltrone saltate - aveva chiuso anzitempo ritenendolo invalido, mentre i suoi avversari lo avevano dichiarato decaduto e avevano eletto al suo posto Bobo Craxi (la lite finì in carta bollata e tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006 vide succedersi due decisioni opposte del tribunale di Roma).  
"Quando era nato il Nuovo Psi - ricorda Romani - si era percorsa una strada identitaria, dichiaratamente socialista, a partire dal recupero del garofano, una scelta diversa da quella fatta dallo Sdi, collocato chiaramente nel centrosinistra." In effetti nel 2001 il Nuovo Psi aveva chiesto "asilo politico" al centrodestra, ma nel 2004 aveva scelto di presentarsi alle europee, costruendo la lista "Socialisti uniti per l'Europa" che aveva messo insieme più componenti e aveva eletto due eurodeputati. La crisi scoppiata alla fine del 2005 terminò con la conferma giudiziale di De Michelis alla segreteria; Romani mantenne il suo incarico di segretario regionale, ma poi nella primavera del 2007 arrivò un'altra frattura nel Nuovo Psi. In quell'occasione De Michelis, e con lui l'allora deputato reggiano Mauro Del Bue, erano interessati a cogliere l'appello lanciato da Boselli per una Costituente socialista; Stefano Caldoro, Lucio Barani e altri, invece, non volevano assolutamente lasciare Silvio Berlusconi e la Casa delle libertà.
Anche in quel caso volarono gli stracci (assieme a spintoni, botte e microfoni) e si arrivarono a celebrare due congressi uno dopo l'altro, ma per lo meno si evitò la trafila del tribunale: con una scrittura privata le due parti si accordarono per dirimere la "insanabile divergenza" creatasi sul piano politico. In base a quell'atto, il nome "Nuovo Psi" sarebbe rimasto a Caldoro e Barani, la dicitura "Partito socialista" fu assegnata al gruppo di Gianni De Michelis e Mauro Del Bue e ciascun gruppo avrebbe dovuto rinunciare alla parte di denominazione assegnata all'altro. Quanto al simbolo, entrambi i nuovi partiti avrebbero potuto impiegare l'immagine di un garofano rosso, a patto che fosse diverso da quello fino ad allora usato dal Nuovo Psi (vale a dire quello disegnato da Ettore Vitale per il congresso di Torino del 1978) e ovviamente da quello adottato dalla controparte: Caldoro, confermato per primo dal "suo" congresso a giugno, scelse di adottare per il Nuovo Psi il garofano "pennellato" utilizzato alle elezioni del 2006 nella lista presentata con la Democrazia cristiana per le autonomie (si era preferito coniare un'immagine nuova perché il contenzioso tra De Michelis e Craxi avrebbe potuto avere altri strascichi ed era meglio evitare sorprese). A quel punto, dovendo scegliere un'altra versione del garofano per il proprio emblema, all'inizio di luglio del 2007 il congresso del Partito socialista - che al congresso elesse Del Bue segretario e De Michelis presidente - nel simbolo piazzò l'altro garofano disegnato da Ettore Vitale, quello più regolare che nel 1979 era diventato simbolo ufficiale del Psi (assieme alle miniature di falce, martello, libro e sole che non figuravano invece nel nuovo emblema); la doppia corona, infine, era tornata a essere tutta rossa, senza alcun tocco di verde (che del resto, in base all'accordo con la controparte, non si poteva usare).
Con quel simbolo, il Ps di Del Bue e De Michelis si preparava a un percorso comune con lo Sdi e altre forze politiche verso la nascita di un nuovo soggetto politico socialista, unitario e identitario; qualcuno, tuttavia, ritenne opportuno mettere al sicuro quanto era stato ottenuto da eventuali nuove tempeste. "Io allora facevo parte della segreteria nazionale - ricorda Giuliano Romani - e avevo la delega ai 'problemi istituzionali'; in quelle settimane c'era un certo sfilacciamento e, dopo un ragionamento comune, decidemmo di tutelare il simbolo del Ps, per proteggere la titolarità che avevamo ottenuto con l'accordo di qualche mese prima. Il fatto è che in Italia non si ha mai la certezza del diritto, per cui ci rivolgemmo a un notaio di Bologna: andammo dal dottor Federico Stame, molto apprezzato in città e vicino a Romano Prodi, certi che lui ci avrebbe consigliato per il meglio. Alla fine depositammo il simbolo presso di lui e ottenemmo rassicurazioni sul fatto che, anche se in seguito non avessimo presentato liste contrassegnate da quell'emblema, nessuno avrebbe potuto contestare i nostri diritti su quel segno."
Non si è trattato, dunque, del deposito del simbolo come richiesta di marchio, come oggi in molti sono abituati a fare. In teoria, però, i simboli dei partiti non dovrebbero avere una logica commerciale (e il Viminale, quando è stato interpellato, ha sempre dato parere negativo alla registrazione come marchio dei simboli di partito con un look elettorale, almeno quando non erano ancora noti per il loro uso): "In effetti lo stesso notaio ci sconsigliò di intraprendere quella strada - spiega Romani - e noi gli demmo ascolto".
Il secondo simbolo depositato
Come si tutelò dunque il Ps? Romani esibisce un atto notarile, datato 27 marzo 2008, in base al quale lui stesso ha depositato presso il notaio il simbolo del Ps di De Michelis e Del Bue. Contestualmente è stata depositata anche una seconda grafica, variante del simbolo del Nuovo Psi in uso dal 2001: il garofano è quello disegnato da Ettore Vitale per il congresso del 1978 a Torino, inserito nella corona verde a sua volta circondata da una circonferenza rossa, ma se la corona continua a riportare in alto la dicitura "Partito socialista", in basso al posto di "Nuovo Psi" è stato inserito il riferimento all'Emilia-Romagna. 
Entrambi i simboli, debitamente descritti, per il notaio risultano "depositati ai miei rogiti", senza dunque che nessuno possa mettere in dubbio che da quella data sono stati rivendicati da Romani. "Il depositante sono io - spiega - ma ho depositato il simbolo a nome dell'intera federazione regionale del partito; così si può spiegare anche la decisione di depositare contestualmente il simbolo con il riferimento all'Emilia-Romagna".
Quando Romani parla del "partito", si riferisce al Partito socialista di De Michelis e Del Bue. Questo soggetto giuridicamente esisterebbe ancora, pur avendo avuto una visibilità politica limitata: essenzialmente al tempo necessario per convergere nel progetto di "Costituente socialista", lanciato alla metà di aprile di quel 2007 ma che il 5 e il 6 ottobre 2007 ebbe uno slancio più deciso alla manifestazione "Le primarie delle idee" a Roma. In quell'occasione ci fu la convergenza ufficiale del gruppo di De Michelis e Del Bue, assieme ad altre figure; erano già arrivati Gavino Angius, Valdo Spini, Rino Formica, Lanfranco Turci, Saverio Zavettieri e altri. 
Guardando alle date, non sembra un caso che il 4 ottobre 2007 il consiglio nazionale del Ps (già Nuovo Psi) che faceva capo a De Michelis e Del Bue si fosse riunito, deliberando di modificare lo statuto nelle parti relative al nome (cancellando l'espressione "Nuovo Psi") e al simbolo (inserendo la descrizione del nuovo emblema). Il 20 ottobre si riunì poi il consiglio regionale del Partito socialista dell'Emilia-Romagna: lì si decise di conferire al segretario regionale del Ps il mandato a modificare lo statuto regionale, ma soprattutto "a depositare o/e registrare il simbolo regionale e il relativo statuto a termini di legge": il verbale, firmato dal presidente dell'organo Luciano Zacchini e dal segretario verbalizzante Ugo Lenzi, consentì poi il deposito presso il notaio alcuni mesi dopo.
C'era ovviamente un disegno politico in quell'operazione. Il consiglio emiliano del Ps aveva ribadito la necessità di riunire in una nuova formazione "tutte le forze che si richiamano all'identità liberal socialista e socialdemocratica riassunte nella tradizione del Partito socialista europeo" (e intanto si apriva il tesseramento per il nuovo anno, prevedendo la possibilità di "convertire" la tessera in quella per il soggetto uscente dalla Costituente socialista); allo stesso tempo, però, rivendicava per il partito nascente (il Ps che all'inizio sarebbe stato guidato da Enrico Boselli) "il carattere di una forte AUTONOMIA POLITICA - scritto proprio in maiuscolo, ndb - come necessaria ed ineluttabile conseguenza della propria identità". 
Con quello spirito, in effetti, il Ps di Del Bue e De Michelis avrebbe partecipato alle elezioni amministrative per un paio d'anni in qualche comune ("Capitava - ricorda Romani - che le sottocommissioni elettorali circondariali ci chiedessero di dimostrare che eravamo titolari del simbolo: mostravamo copia dell'atto notarile del marzo 2008 e non c'era alcun problema"). Intanto, però, tra il 4 e il 6 luglio del 2008 si era celebrato a Montecatini Terme il primo congresso del Partito socialista che aveva eletto Riccardo Nencini alla segreteria: molti esponenti del Ps già guidato da De Michelis e Del Bue (ma non tutti) avevano scelto di partecipare a quel nuovo inizio, soprassedendo sul fatto che nel simbolo - peraltro quadrato - non ci fosse alcuna traccia di garofani (c'era solo la rosa del socialismo europeo) e si fosse evitato accuratamente di usare il nome intero "Partito socialista italiano" (Angius e altri ex Ds non lo volevano proprio: dopo che abbandonarono il partito, fu ripristinata la denominazione completa). "Io allora partecipai al congresso sostenendo la candidatura alla segreteria di Pia Locatelli - continua Romani - entrai nell'assemblea nazionale, ma mi dimisi il 30 ottobre 2010, in polemica con la guida nazionale del partito; affettivamente, però, ho continuato a rinnovare la tessera del Psi e ancora oggi sono un iscritto. Resto con le mie idee, tutti sanno come la penso, ma ogni anno rinnovo la mia tessera online il 14 agosto, giorno in cui nel 1892 si aprì a Genova il congresso che fondò il Partito socialista."
Proprio perché mantiene le sue idee, Romani ha promosso l'incontro del 23 febbraio a San Lazzaro di Savena: lì, lanciando la Federazione italiana socialisti autonomisti, si è convenuto sulla necessità di "riunire i socialisti ovunque dispersi, qualunque sia stato, in questi anni, il loro voto, per costituire il Partito Socialista autonomo e identitario, alternativo alla destra e distinto e distante da questa sinistra". I risultati delle liste socialiste, a livello nazionale e talvolta locale, finora sono stati scarsi, ma secondo i presenti a San Lazzaro l'unica strada seria da percorrere è quella dell'autonomia e dell'identità socialista, facendo appello "alle idee forti, ai programmi chiari, ed ai valori del socialismo per tornare sulla scena politica" e restituendo ai socialisti "dispersi e demoralizzati" una casa comune. Si dovrebbe lasciare alle spalle, dunque, la politica dei patti federativi con altri soggetti politici, con relativa ospitalità nelle loro liste sperando di eleggere qualcuno: "continuare la strada delle alleanze con altri soggetti politici, come fatto negli ultimi vent'anni, continuerebbe a mantenere il consenso elettorale dei socialisti a livello di prefisso telefonico".
La costituzione della Federazione italiana socialisti autonomisti dovrebbe rispondere proprio a questo scopo: non è - come si diceva - un partito, difatti non si chiede a nessuno di abbandonare i soggetti politici in cui eventualmente ora milita o cui si sente vicino. Si tratta piuttosto di unire in una federazione il maggior numero di persone singolarmente interessate e di associazioni, circoli, club, leghe e sezioni socialiste, nonché gruppi social. E se l'idea è di favorire in ogni modo proprio la nascita di liste con una chiara identità socialista, slegate dai partiti attualmente in attività, Romani ha scelto di mettere a disposizione delle varie realtà interessate proprio i due simboli depositati nel 2008 presso il notaio (con la possibilità di personalizzare il simbolo regionale con il nome di un altra regione o del comune chiamato al voto), purché si vogliano realmente costruire liste chiaramente socialiste e autonome.
Il percorso ovviamente è solo iniziato, ci saranno in futuro altre occasioni per incontrarsi e decidere più nel dettaglio come muoversi; l'assai probabile rinvio, a causa della pandemia del coronavirus, delle elezioni comunali e regionali previste per maggio potrebbe dare più tempo per costruire qualcosa soprattutto a livello locale.