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mercoledì 13 gennaio 2016

La "lunga marcia" dei socialisti secondo Carlo Correr (seconda parte)

(segue dalla prima parte)


Una tappa importante nel cammino tormentato dei socialisti in Italia, raccontata da Carlo Correr nel suo libro Una lunga marcia, è rappresentata dalla nascita dei Socialisti democratici italiani, il 10 maggio 1998. 
Nell'ambito delle formazioni socialiste della Seconda Repubblica, l'etichetta dello Sdi è forse quella che è durata maggiormente (quella del ricostituito Partito socialista, tra una manciata di mesi, potrebbe eguagliare il record); il percorso per arrivare a quel risultato, tuttavia, non era stato affatto semplice e, anzi, in nome di quell'obiettivo si erano registrate spaccature e scaramucce che avevano aumentato il già consistente tasso di litigiosità tra ex compagni di garofano.
Si è già detto che, mentre i Socialisti italiani nel 1996 si federarono con Rinnovamento italiano, senza presentare il proprio simbolo, altri socialisti avevano scelto di organizzarsi al di fuori del centrosinistra, tentando di riallacciare i legami con la tradizione più recente. Dall'unione del Partito socialista riformista (di Fabrizio Cicchitto ed Enrico Manca: da lì veniva il sole nascente accoppiato al libro), della Sinistra liberale (di Maurizio Sacconi) e dei Liberalsocialisti (in cui Margherita Boniver e Ugo Intini si riconoscevano) era rinato il Partito socialista: esso aveva una chiara ispirazione craxiana (benché lo stesso Craxi li avesse sconfessati) e, se il Si era rimasto volutamente lontano da ogni segno legato al passato, il Ps esibiva con orgoglio un mazzo di garofani. Alle elezioni del 1996 quello fu l'unico simbolo dichiaratamente socialista (anche se il Viminale costrinse il Ps a rinunciare alla parola Partito e alla doppia corona rossa, nonché ad allargare il mazzo di fiori, per evitare che qualcuno si confondesse con il "vecchio" Psi): "Il fatto che non ci fossero altri garofani consentì a Intini e agli altri di avere buoni risultati, per lo meno nei luoghi in cui si presentarono - ricorda Correr - e non fu affatto semplice, visto che non avevano fondi a disposizione, né alcuna struttura per raccogliere le firme, a differenza del Si". 
Nel 1997 Intini e Boselli vollero comunque tentare di rimettere insieme i cocci del mondo socialista presenti da una parte e dall'altra dello schieramento, in vista delle elezioni amministrative di quell'anno. Ci provarono con i Socialisti italiani uniti, una mediazione politica, nominale e anche grafica: in più di un luogo - a partire da Milano - si accostarono il garofano prima maniera di Ettore Vitale (con un gambo allungato alla bisogna) e una stranissima rosa, quasi disegnata a stencil, segno dell'accostamento delle due diverse famiglie di socialisti. "Anche quello fu un compromesso grafico - ammette Correr - e nemmeno quello portò bene, come tutti i compromessi, del resto".
L'esperienza, come si è detto, andò maluccio, ma pose le premesse per l'inizio di una nuova storia, quella dello Sdi, costruito soprattutto a partire dal Si, dalla parte dei Ps che aveva seguito Intini nella volontà di riunificare i socialisti (la parte più vicina a Gianni De Michelis si sarebbe stabilita nel centrodestra) e dai socialdemocratici di Gianfranco Schietroma. In quell'occasione si ripescò una rosa, ma non quella dell'anno prima e nemmeno quella del 1994, bensì quella legata al Partito socialista europeo: "Quella scelta fu fatta - spiega Correr - anche perché, nello stesso periodo, i Ds appena nati quasi si vergognavano di mostrare la propria appartenenza al Pse, avevano la stessa rosa nel simbolo ma si guardavano bene dal chiamarsi 'socialisti': noi invece, mettendo il fiore in grande evidenza, volevamo ricordare agli elettori che in Italia eravamo gli unici a rappresentare il socialismo europeo con tutte le carte in regola". Il fatto che l'emblema non fosse originale ma mutuato dalla famiglia europea non lo fece avvertire a nessuno come "straniero": "Mettere la rosa del Pse consentiva di evitare imbarazzi legati al garofano, così come la dicitura 'Socialisti democratici italiani' consentiva di comprendere nel partito anche chi proveniva dal Ps e dal Psdi: fu una buona soluzione, in cui in tanti si potevano riconoscere".
Il problema di superare lo sbarramento del 4% alle elezioni politiche, tuttavia, era rimasto e si continuò la politica delle alleanze, anche quando risultavano poco plausibili. Proprio il ritratto di quella "sintesi tra ambientalismo e riformismo" che voleva essere in origine il Girasole, ossia il cartello elettorale messo in piedi dallo Sdi con la Federazione dei Verdi (e che inizialmente doveva comprendere anche il Pdci di Diliberto, ma i socialisti si misero di traverso). "Viste le alleanze precedenti, le alternative rimaste erano ben poche - ricorda Correr - e paradossalmente il Girasole è stata quella più strumentale e meno spiegata di tutte. Ci furono liti sul programma e scontri continui anche tra le due anime interne ai Verdi, quella ambientalista e quella 'ex demoproletaria'; l'alleanza fu mal digerita dagli stessi dirigenti dei partiti e non c'è da stupirsi che l'esperimento non sia andato oltre le elezioni, visto il 2,2% raccolto, del tutto insoddisfacente". 
Quella vicenda simbolica, peraltro, merita di essere raccontata a parte e lascio direttamente la parola al libro di Correr:
Lo stesso simbolo elettorale nascerà al termine di un parto estenuante e dolorosissimo, fatto di interminabili riunioni e di una serie lunghissima di bozzetti bocciati all’ultimo momento. Un lavoro massacrante di mediazione e infiniti rifacimenti grafici, che per lo SDI poggerà soprattutto sulle spalle del responsabile della segreteria di Boselli, Emanuele Pecheux, un compagno della direzione stimato per la sua disciplinata fedeltà al partito, reduce del vecchio PSI di via del Corso, forse l’unico capace di non smarrire la pazienza per strada. A spuntarla saranno sostanzialmente i Verdi e Carlo Ripa di Meana, già europarlamentare ed esponente di spicco del PSI con Craxi, e in seguito portavoce dei Verdi, chioserà acidamente: 'Un simbolo transgenico!'. Nel cerchio il simbolo storico del ‘Sole che ride’ e la scritta 'VERDI', sovrasteranno anche graficamente lo rosa socialista europea e la scritta 'SDI' mentre nella metà inferiore della circonferenza la scritta ‘IL GIRASOLE’ segnerà l’ultimo punto a favore degli ambientalisti avendo inserito nella lettera ‘O’ un nuovo 'Sole che ride' [in realtà era un girasolino, sempre e comunque legato ai Verdi, ndb]. Il braccio di ferro lascerà uno strascico doloroso che non aiuterà certo a raccogliere voti.
Per amore del vero, se di quel 2,2% raccolto circa metà poteva attribuirsi ai Socialisti democratici italiani, quindi poco più dell'1%, non andò troppo meglio al Nuovo Psi, evoluzione del Ps rimasto nelle mani di De Michelis (con l'unione della Lega socialista di Bobo Craxi, almeno in una prima fase) e collocato "in asilo politico" nella Casa delle libertà: il partito si fermò allo 0,95% e non riuscì nemmeno a portare a casa il finanziamento pubblico per quella tornata elettorale. Andò un po' meglio nel 2004, alle europee, quando sulle schede il garofano di Ettore Vitale senza gambo divenne simbolo dei Socialisti uniti per l'Europa (cartello cui partecipò anche Unità socialista di Claudio Signorile), fu l'unico emblema espressamente socialista e portò a casa il 2%.
Se il Girasole era stato vissuto essenzialmente come un passaggio burocratico e ben poco sentito, doveva essere diverso il discorso nel 2006 per La Rosa nel Pugno, che fin dall'inizio non era stata pensata come un cartello, ma come un progetto duraturo. "Credo sia stata la più combattuta, ma anche la più 'metabolizzata' delle alleanze - ricorda Correr -. Dentro allo Sdi e ai Radicali italiani la componente 'fusionista' è sempre stata forte storicamente, c'è sempre stato molto dibattito e molto ragionamento nelle scelte fatte assieme ai radicali. Per me e per altri quella è stata l'ultima opportunità che i socialisti, in quanto tali, hanno avuto per una 'trasmutazione', per fare qualcosa di davvero nuovo, era realmente promettente e avanzata. Come avvenne con il cartello coi Verdi, tuttavia, tanto tra i radicali quanto tra i socialisti c'erano componenti fortemente contrarie all'operazione (a qualche socialista non andava giù la troppa laicità radicale, a certi radicali non piaceva la nostra organizzazione e 'burocrazia' interna) e non hanno collaborato".
Archiviata la Rosa nel Pugno, nel 2008 si è tentata la corsa solitaria, con il cattivo risultato di cui si è detto nella prima parte (non era andata meglio nel 2009 con il cartello di Sinistra e libertà alle europee, un insuccesso elettorale condito da litigi). Nel 2013 in effetti il Psi è riuscito a riaffacciarsi in Parlamento, ma senza presentare proprie liste: la rappresentanza è arrivata grazie all'inserimento di candidati nelle liste del Pd. Secondo Correr il partito è diviso "tra il tentativo di mantenere l'apparenza di un'esistenza, quella del simbolo tradizionale, e un processo sostanziale di assimilazione all'interno di un altro partito, in forme che appaiono né lineari né trasparenti". 
Nel frattempo, dal 2005, lo Sdi prima e il Psi poi sono titolari - in forza di un atto notarile a firma dell'allora liquidatore del Psi - del simbolo storico del garofano: c'è mai stata la tentazione di utilizzarlo? "Tra gli iscritti e i simpatizzanti c'è chi lo vorrebbe - riconosce Correr - una parte della base prova indubbiamente nostalgia e il sentimento potrebbe crescere con l'avanzare di un 'nuovo indistinto', anche se servirebbe un indagine statistica seria per capire le dimensioni del fenomeno. I vertici di partito degli ultimi anni, invece, a tornare al garofano non ci hanno proprio pensato, credo si sia lontani anni luce dalla tentazione di provare a vedere come l'elettorato potrebbe rispondere. Usare un vecchio simbolo, del resto, non significa affatto essere quel partito". Nel finale della "lunga marcia dei socialisti" raccontata da Correr, dunque, non sembra esserci posto per il garofano, se non nel cuore di chi si è identificato in quel fiore e nel mondo che riassumeva in sé.

martedì 12 gennaio 2016

La "lunga marcia" dei socialisti secondo Carlo Correr (prima parte)

Le storie politiche non sono mai lineari; negli ultimi anni, anzi, siamo stati abituati a molti travagli, fermate, ripartenze e riorganizzazioni più o meno precarie. Spesso i vari passaggi sono stati marcati anche sul piano simbolico e meritano di essere raccontati da chi, quelle fasi, le ha vissute in prima persona. 
Da pochi mesi è uscito, per la Nuova Editrice mondoperaio, Una lunga marcia, libro in cui Carlo Correr si propone di raccontare - come recita il sottotitolo - "i socialisti italiani dopo il 1993": lo fa da una posizione privilegiata, che lo ha visto entrare nel 1982 nella redazione di Avanti!, per poi diventare - dopo la bufera di Tangentopoli - capo ufficio stampa del Psi e, in seguito, direttore di Sì al futuro e dell’Avanti! della Domenica, organi rispettivamente dei Socialisti italiani (Si) e dei Socialisti democratici italiani (Sdi), nonché responsabile dei siti web legati al partito. 
La narrazione contenuta nel volume di Correr rappresenta un punto di vista autorevole e informato sulle vicende di quegli anni, sulla storia tormentata dei socialisti in Italia dopo il ciclone da cui si sono fatti travolgere nei primi anni '90; tra una storia e l'altra, a modo suo, dà conto anche dei passaggi di nome e simbolo che nel tempo sono stati affrontati, non sempre con successo e spesso senza che l'elettore medio ne fosse seriamente a conoscenza.
La riflessione parte da un dato che si trova nell'introduzione del libro. L'ultima presentazione a livello nazionale di liste del Partito socialista (così si chiamava ancora allora) risale al 2008: il risultato fu drammatico - sotto l'1%, senza eletti - per una tradizione ultracentenaria, ma non ne parlò quasi nessuno, nei media e tra la gente. "Forse - osserva Correr - il disinteresse per l’assenza dei socialisti dal Parlamento dopo oltre un secolo, è solo la conferma che in realtà la vera uscita di scena nell'immaginario collettivo, avvenne non nell'aprile 2008, ma nel dicembre 1993", quando in un'infuocata assemblea nazionale la linea di Ottaviano Del Turco prevalse su quella di Craxi e si preparò l'alleanza con il Pds. 
A questo si aggiunge un altro dato, ancora più rilevante: l'ultima volta in cui un simbolo socialista di ampio respiro era apparso sulle schede delle elezioni politiche o europee prima del 2008 era datata addirittura 1994"Per una questione tecnica, legata alle leggi elettorali - mi ricorda Correr - dopo il 1994 il Partito socialista, o ciò che ne era rimasto, ha via via smesso di presentare candidati col proprio simbolo, pur continuando a farlo localmente per un certo periodo. La scelta di non presentare l'emblema può comunicare agli elettori uno stato di debolezza del partito, di rinuncia preventiva a correre coi propri colori, come un malato che si lasciasse andare senza provare a curarsi, dando per scontato che non ci siano medicine che lo guariscono. Nel partito si è dibattuto a lungo: per molti militanti non presentare proprie liste è pari a una disfatta, bisogna almeno provare a candidarsi, anche se non arrivano seggi; per alcuni dirigenti, specie quelli più legati alla 'burocrazia' interna, invece è fondamentale avere chance di essere eletti, anche se questo comporta allearsi con altri partiti o farsi ospitare nelle loro liste, invece che presentarne di proprie".
Per il Psi "storico", se il 1992 è stato l'anno di Tangentopoli, il 1993 ha visto la fine dei simboli dell'era craxiana. Ad agosto per morosità si era persa la sede di Via del Corso, a favore dei vecchi locali amministrativi dell'Avanti! in via Tomacelli; nell'assemblea nazionale del 16 dicembre 1993, citata prima da Correr, si scelse di abbandonare anche il garofano. Al suo posto, venne scelta una rosa stilizzata, il cui gambo doveva fare da "i" nella sigla del partito: la grafica è attribuita a Ettore Vitale, lo stesso autore del primo garofano socialista alla fine degli anni '70, eppure il risultato è almeno discutibile. "In effetti era vero - ammette oggi Correr - e la cosa è curiosa se si considera che Ottaviano Del Turco, che come segretario aveva la responsabilità del simbolo e dunque alla fine lo scelse, è un pittore anche piuttosto bravo: in quel momento si assunse pure la responsabilità 'artistica' della nuova immagine... Quella scelta simbolica, in ogni caso, era frutto di una sintesi tra la necessità di mantenere la tradizione socialista e l'assoluto bisogno di rinnovarla attraverso il segno della rosa, che faceva riferimento al socialismo europeo, quasi volendolo far apparire come qualcosa 'di meglio' di quanto era stato il socialismo italiano dell'ultimo periodo".
Cambiare i simboli allora era un affare serio, eppure non bastò a dare realmente il senso di una fase nuova: "Anche grazie ai media, ogni episodio di malcostume era immediatamente identificato con i socialisti e solo dopo con gli altri partiti coinvolti in Tangentopoli - ricorda Correr -. La magistratura aveva fatto pulizia nel partito, i dirigenti erano cambiati, ma la nostra azione politica era continuamente sotto esame e il rischio di essere colpevolizzati di tutto era sempre dietro l'angolo". Alle elezioni del 1994 la botta fu tremenda: 2,19% rispetto al 13,62% del 1992, solo 24 parlamentari eletti nei collegi uninominali (buona parte dei quali si sarebbe poi allontanata dal Psi). 
Per non farsi fagocitare dal Pds, i socialisti iniziarono ad allearsi con altre forze minori, tentando di aggirare sbarramenti o unire forze per portare a casa più eletti. Alle europee del 1994 andò male però la "bicicletta" con Alleanza democratica (1,8%): Correr parla di "storica sfortuna delle alleanze elettorali con simboli multipli che non è mai arrivata a raccogliere la somma dei consensi precedentemente ottenuti dai singoli partiti". Eppure anche per lui c'era anche qualcosa di più profondo: "Non dimentichiamo che Ad, guidata da Ferdinando Adornato, nasceva anche sul presupposto che i socialisti 'portavano una croce', era come se una vittima avesse corso con il proprio carnefice e Adornato era proprio lontano dal modo socialista di intendere la politica: gli elettori probabilmente avvertirono questa incoerenza, ma per il gruppo dirigente di allora non vide altre opportunità per presentarsi alle elezioni e sperare di ottenere più seggi".
La sensazione era che la storia del Psi fosse arrivata al capolinea: il 13 novembre 1994, dopo che Valdo Spini era uscito per formare la Federazione laburista, il congresso alla Fiera di Roma decise che era ora di voltare pagina, stavolta definitivamente. Il Psi, schiacciato dai debiti, viene messo addirittura in liquidazione (era successo anche al Pli pochi mesi prima) e nel giro di poche ore nacque un nuovo partito, con tanto di nuovo emblema: i Socialisti italiani. "Anche l'allora segretario Enrico Boselli e la sua compagna avevano una passione per la grafica, benché il risultato finale del logo sia stato tutt'altro che memorabile. Qui del passato non c'era proprio nulla: giusto il puntino rosso della 'i' a qualcuno ricordava la corolla del garofano, ma in realtà era stato messo per richiamare il tricolore, assieme al bianco del fondo e al segmento verde in basso. Era chiaro l'intento di creare una cesura totale rispetto al passato, anche e soprattutto per l'assoluta esigenza di tenersi il più lontano possibile dal vecchio Psi in liquidazione, onde non doversene accollare i debiti, un problema che è durato molti anni". 
Il simbolo pennellato dei Socialisti italiani, peraltro, rappresenta un caso più unico che raro: il Si è forse l'unico partito che abbia agito per anni sulla scena politica italiana senza mai depositare il proprio simbolo al Ministero dell'interno in occasione di elezioni politiche ed europee (liste autonome risultano presentate solo a livello regionale o locale). Tra il 1995 e il 1996, infatti, il partito guidato da Boselli si presentò all'interno del Patto dei democratici (con il Patto Segni e Alleanza democratica) e di Rinnovamento italiano: i socialisti transitati nel centrodestra, invece, nel 1996 sulla scheda c'erano, a modo loro. Questa fase, però, merita più attenzione. 

(fine prima parte - segue seconda parte)