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lunedì 10 agosto 2020

Campania, lista Caldoro e Udc nello stesso contrassegno (strapieno)

Tre giorni fa era arrivata la notizia ufficiale, attraverso una nota diffusa da Ciro Falanga, attualmente coordinatore dell'Unione di centro per la Campania (ma già parlamentare e sotto molti occhi nella scorsa legislatura: eletto nel 2013 con il Pdl-Fi, transitato nei Conservatori e riformisti e approdato fino a fine legislatura in Ala). "Per evitare inutili frammentazioni e, peggio ancora, quell'accozzaglia di liste che caratterizza lo schieramento pro De Luca, con il grave rischio di confondere l’elettorato, l'Udc ha deciso, di comune accordo con Stefano Caldoro, di puntare su una sola proposta politica. Presenteremo pertanto, in Campania, una lista unica, insieme con quella del nostro candidato governatore, nella quale potranno trovare spazio tutti quei candidati che condividono i nostri stessi principi liberali e di democrazia".
Concretamente, dunque, con la decisione di costituire il cartello Caldoro presidente - Udc, lo schieramento di Caldoro perde almeno una lista.  Al di là della volontà dichiarata di contenere il livello di frammentazione (che in effetti formalmente diminuisce), anche solo per evitare di creare simboli non in grado di eleggere alcun rappresentante, sembra che la prima ragione alla base della contrazione delle liste sia legata all'indisponibilità di molte persone a candidarsi, al punto da non riuscire a coprire tutti i posti nelle varie circoscrizioni. Il problema, a dire il vero, riguarderebbe anche altre formazioni: se ne parla da giorni, per esempio, con riferimento ad Alleanza di centro per la Campania, formazione fondata e guidata da Francesco Pionati, anche se lui si dice tuttora convinto di riuscire a presentare liste autonome, senza doversi aggregare ad altre formazioni. Appare poi assai probabile che, nelle liste Caldoro-Udc sia ospitato anche qualche candidato di Cambiamo!: non è per nulla scontato, difatti, che il gruppo di Giovanni Toti riesca a costituire proprie liste, non tanto per il numero di firme da raccogliere ma per mancanza di persone disponibili a presentarsi (il che significa anche, peraltro, sostenere spese per la candidatura, questione non di poco conto per una forza politica di nuovo conio). 
In tutto ciò, se la frammentazione sembra diminuire, aumenta al contrario il grado di complicazione delle proposte in campo; in più, a subire le prime conseguenze nefaste della decisione di costruire un cartello elettorale sembra essere il contrassegno di lista e, in particolare, la parte destinata al gruppo Caldoro presidente: il risultato grafico finale, infatti, appare decisamente pieno, ammassato e poco efficace. Si può cercare di comprendere il risultato, frutto peraltro - a quanto si apprende - di una non facile mediazione tra le componenti politiche coinvolte, ma è impossibile mettere da parte le perplessità. 
Alla fine il cerchio risulta equamente diviso, ma la grafica legata all'ex presidente Caldoro esce piuttosto male, soprattutto per quella striscia tricolore visibilmente tagliata e nemmeno a livello del diametro orizzontale, ma più in basso: è probabile che ciò sia stato fatto per cercare di dare un po' più di visibilità al gruppo di Caldoro (e per ricordare che, nel simbolo originario, la stessa striscia copriva anche lo spesso bordo del cerchio), ma all'occhio dà piuttosto l'effetto di un simbolo i cui elementi sono "azzeccat' c''a sputazzella" (tanto per offrire una citazione recente di Marisa Laurito); nel semicerchio superiore, poi, il livello di compressione è altissimo perché subito sotto la scritta è stato inserito anche il garofano del Nuovo Psi, dando così visibilità al partito che cinque anni fa aveva comunque partecipato alla stessa lista (come testimoniava, tra l'altro, la presenza nella lista di Napoli di Guido Marone, membro del coordinamento nazionale del partito).
Miglior trattamento sembra essere stato riservato alla grafica dell'Udc, con le vele e lo scudo crociato ridotti di dimensione per stare integralmente nel semicerchio inferiore e il nome assai ridotto di dimensioni. Già, le vele e il nome. Perché - incredibile a dirsi - nemmeno in Campania è stato usato il simbolo dei Popolari - Unione democratici cristiani che un mese fa era stato diffuso, tra l'altro proprio nella versione pensata per la Campania. Ci sono dunque le vele, che allora non erano state riportate per non sporcare lo scudo, il nome resta "Unione di centro" invece che "Unione democratici cristiani" (che avrebbe segnalato una realtà comunque a trazione Udc, ma almeno in parte diversa) e nessuna traccia dei Popolari. Il che è ancora più curioso, se si considera che sui Popolari sembrava aver insistito molto Giuseppe Gargani nelle settimane scorse, anche solo per evitare che quella parola fosse usata solo dai De Mita nella loro lista schierata con De Luca.
Se il simbolo dell'alleanza Nuovo Psi - Udc presentato per la Puglia aveva già fatto pensare a una battuta d'arresto del progetto della Federazione popolare dei democratici cristiani, l'emblema campano sembra aver tolto ogni dubbio su questo. Anche nelle Marche resteranno le vele e il nome "Unione di centro", ma nel segmento superiore rosso, in effetti, si legge "Popolari Marche", come nel simbolo esemplificativo che la Federazione guidata da Gargani aveva diffuso. Compromesso grafico? Probabilmente no: il contrassegno, infatti, è proprio lo stesso che aveva partecipato alle scorse elezioni regionali, anche se allora era parte del centrosinistra che aveva sostenuto Luca Ceriscioli, mentre questa volta l'Udc ha aderito alla coalizione che appoggia la corsa di Francesco Acquaroli (Fdi). Nessuna traccia del progetto politico nuovo, dunque, ma solo un elemento dal passato.
Lo stesso, peraltro, può dirsi anche per la Liguria, dove peraltro l'Udc schiera una lista insieme al Nuovo Psi, richiamato questa volta con il suo simbolo integrale, anche se ridotto alle dimensioni di una "pulce" e costretto all'interno del segmento rosso superiore, tra il confine del cerchio e la scritta "Liguria", ridotta per l'occasione. Cinque anni fa la lista non era presente, perché l'Udc aveva concorso con il Nuovo centrodestra alle candidature sotto il simbolo di Area popolare; questa volta invece il partito di Cesa torna, anche se nella sola Liguria non usa il nome completo, ma solo la sigla Udc, che può stare per Unione di centro, ma anche per Unione democratici cristiani (che poi, come si è ricordato più volte, altro non è che la prima parte del nome del partito). In Liguria, insomma, qualcosa forse del progetto originario si è salvato. Chissà. 

giovedì 6 agosto 2020

Puglia, lista comune Nuovo Psi - Udc, tra ritorni, assonanze e dissonanze

Non più tardi di due giorni fa è stata presentata una delle liste che correranno in Puglia a sostegno di Raffaele Fitto, che quindici anni dopo la sconfitta contro Nichi Vendola cerca di tornare alla guida della regione per il centrodestra, anche se da esponente di Fratelli d'Italia e non più di Forza Italia. Le candidature in questione sono quelle del cartello che unisce il Nuovo Psi e l'Unione di centro, attraverso un simbolo che unisce le grafiche dei due partiti.
A dare notizia della decisione sono stati il segretario nazionale dell'Udc Lorenzo Cesa e quello del Nuovo Psi Michele Simone: "Questo accordo -  hanno spiegato - nasce dall'esigenza di porre al centro del governo della Regione un progetto d'insieme, coerente e soprattutto realizzabile, che ponga rimedio alla gestione personalistica ed improvvisata dell'amministrazione uscente, abituata ad inseguire demagogicamente i problemi, piuttosto che a proporre soluzioni. E il Presidente Fitto è l’uomo giusto per farlo, anche e soprattutto con il nostro contributo". Proprio Fitto, oltre a ringraziare come da prassi e ad aver ricordato che il suo scopo è vincere, ha sottolineato che tutte le liste concorrono per superare la soglia di sbarramento e ottenere rappresentanza, volendo così sottintendere che non serviranno solo a raccogliere voti che non si trasformano in seggi ma possono far vincere la coalizione.
In teoria la notizia finisce qui, ma il drogato di politica deve andare necessariamente oltre, anzi, guardare indietro, che sia a un passato prossimo o remoto. Partendo da quest'ultimo, non ci si può esimere dal notare che questo contrassegno elettorale segna il ritorno sulla scena politica - almeno di livello regionale - del Nuovo Psi. Se ne erano perse le tracce per un po' di tempo, in effetti, anche se nel 2018 il suo simbolo era finito regolarmente al Viminale, ma di candidature non si è avuta sostanzialmente notizia; in più, l'ultima volta che il partito aveva corso alle regionali pugliesi era stato proprio nel 2005, quando aveva sostenuto Caldoro insieme ai repubblicani.
A chi ha visto il simbolo e ha buona memoria, tuttavia, è tornato quasi subito in mente un episodio che risale all'anno dopo, dunque alle elezioni politiche del 2006, solo a parti quasi invertite e almeno in parte simili. Difficile, infatti, non pensare al contrassegno elettorale che aveva unito in un'unica lista la Democrazia cristiana per le autonomie e, appunto, il Nuovo Psi guidato da Gianni De Michelis: il simbolo, tra l'altro, fu presentato al Ministero dell'interno proprio nei giorni in cui il gruppo legato a De Michelis credeva di non poterlo utilizzare sulla base di un'ordinanza del tribunale di Roma (ma pochi giorni dopo una nuova ordinanza gliel'avrebbe restituito). La maggior parte del cerchio era occupata dal partito di Gianfranco Rotondi, mentre il Nuovo Psi (che schierava per la prima volta quel garofano) si accontentava del segmento inferiore.
Ora, si può avere la tentazione di parlare di parti invertite, se non altro perché nel nuovo contrassegno pugliese il Nuovo Psi occupa lo spazio che di norma è dedicato al segmento rosso (con l'indicazione Italia o del candidato appoggiato) nel simbolo dell'Udc, dunque nella parte superiore. Certo, se c'è sostanziale continuità politica tra il Nuovo Psi di allora e quello attuale (guidato da Lucio Barani), non è del tutto corretto sovrapporre l'Udc alla Dca di Rotondi, che aveva appunto abbandonato l'Udc nel 2004 per costruire il suo partito (che nel simbolo non ha mai avuto lo scudo crociato). Non è tuttavia un mistero che, negli ultimi mesi, Rotondi abbia auspicato e avviato un dialogo tra varie componenti di estrazione democratica cristiana e popolare, con l'idea di poter costituire un soggetto ispirato agli stessi valori della Dc e del quale sia parte rilevante anche l'Udc di Cesa.
A questo proposito, tuttavia, c'è l'ultima osservazione da fare: che fine ha fatto l'Unione democratici cristiani, di cui si era parlato solo un mese fa? L'idea che era circolata era che alle varie regionali si sarebbe presentata ogni volta che fosse stato possibile la lista con lo scudo crociato in uso all'Udc, ma senza le vele al di sotto, con l'indicazione "Popolari" e soprattutto la denominazione "Unione democratici cristiani", che metteva d'accordo molti tra coloro che avevano partecipato al tavolo neo-democristiano (e non scontentava del tutto chi riteneva essenziale cambiare nome rispetto a Unione di centro, per non avere l'impressione di essere stati fagocitati). In questo caso, invece, il simbolo è quello consueto dell'Udc, con le vele e con il nome normalmente utilizzato. 
La notizia del simbolo, manco a dirlo, non ha fatto piacere a coloro che speravano nell'appuntamento delle regionali per ottenere un po' di visibilità per il progetto federativo dei popolari e dei democratici cristiani. Da settimane, peraltro, si sa che a sostegno della candidatura di Michele Emiliano potrebbe esserci il simbolo della Democrazia cristiana - Puglia, con una lista cui sta lavorando Cosimo Tramonte. La sua partecipazione alla conferenza stampa di Emiliano, peraltro, aveva scatenato varie reazioni negative, a partire da quella di Emilio Cugliari (che all'inizio sarebbe stato eletto presidente facente funzione della Dc dopo la sfiducia a Nino Luciani, avvenimento contestato da quest'ultimo) e di Angelo Sandri (che a sua volta si qualifica segretario della Democrazia cristiana dal 2003 e da allora ha sempre utilizzato per le sue attività politiche lo scudo con il bordo superiore arcuato che si vorrebbe schierare in Puglia), i quali hanno contestato a Tramonte di non essere legittimato a disporre del simbolo e di non volere alcuna alleanza con Emiliano e il centrosinistra; per parte sua, Tramonte ha rivendicato la guida della Dc-Puglia, ha ricordato i suoi usi precedenti dell'emblema e ha confermato il sostegno a Michele Emiliano. Se però il simbolo dovesse essere ammesso - il che non è facile, considerando la presenza dello scudo dell'Udc - i componenti della Federazione popolare Dc potrebbe masticare amaro nel vedere sulle schede un simbolo con la dicitura "Democrazia cristiana" non presentato da loro e nel sapersi esclusi dalla competizione.
Come è capitato molte altre volte, insomma, di confusione ce n'è tanta, probabilmente troppa e c'è da sospettare che anche nei prossimi giorni ci saranno interventi e prese di posizione su chi è tornato, chi non si è presentato e su chi non avrebbe titolo per farlo.

giovedì 11 gennaio 2018

Noi con l'Italia e Udc, il simbolo resta uguale. Ma, a guardar bene...

Ogni tanto, per fortuna, le cose cambiano poco o niente. In questi giorni in cui spuntano nuovi simboli come funghi, magari tutt'altro che memorabili dal punto di vista grafico, è quasi un sollievo quando un emblema, circolato in modo informale nei giorni precedenti, all'atto della presentazione ufficiale arriva intatto o quasi. È il caso del contrassegno composito che accosta Noi con l'Italia guidata da Raffaele Fitto e Maurizio Lupi e l'Unione di centro, ormai per tutti Udc, di cui Lorenzo Cesa è segretario ormai da molti anni: rispetto all'ipotesi di fregio elettorale che si era vista in giro alcuni giorni fa, una volta naufragata l'alleanza a tre che prevedeva anche il coinvolgimento di Rinascimento, il partito di Vittorio Sgarbi (il dio della grafica ringrazia, commosso), quasi tutto è rimasto com'era. 
In effetti, ad aguzzare lo sguardo, qualcosa è cambiato. Il primo particolare, il più evidente, è cromatico: il fondo del contrassegno, infatti, è decisamente più scuro rispetto alla prima versione. La cosa, tuttavia, a pensarci bene potrebbe avere una spiegazione molto semplice e, tra l'altro, abbastanza condivisibile. Non pochi tra coloro che avevano osservato il simbolo composito nella sua prima versione avevano commentato dicendo "sembra il simbolo del Udc con qualche elemento in più piazzato sopra". L'impressione, bisogna ammetterlo, non era affatto campata per aria: il colore di fondo era lo stesso del partito post democristiano e vedere, oltre al riconoscibilissimo scudo crociato, anche quel che resta delle vele del Centro cristiano democratico e di Democrazia Europea facilmente dava l'impressione che fosse stata l'Udc a incorporare Noi con l'Italia, quando il partito di Cesa ha aderito solo successivamente al progetto elettorale. Per evitare lo sgradevole "effetto annessione", dunque, Noi con l'Italia deve aver chiesto almeno di poter utilizzare il proprio sfondo blu scuro e, già che ci si era, di ingrandire il suo nome per dare più rilievo: per fare questo, però, è stato necessario rimpicciolire la sigla Udc e - soprattutto - schiacciare la sua parte grafica (anche se paradossalmente ora i contorni e lo scudo della vela del Ccd si vedono meglio, essendo stati resi "fosforescenti"). 
A rimetterci, anche questa volta, è stato lo scudo crociato, schiacciato in verticale e sacrificato sull'altare del calcolo politico. Ci si può consolare, tutt'al più, pensando che nel 2014 alla storica insegna democristiana e post democristiana era andata peggio: nel simbolo composito presentato con il Nuovo centrodestra, infatti, lo scudo era ancora più schiacciato, il bordo era sottilissimo e le vele di Ccd e De erano quasi illeggibili. Stavolta, forse, è giusto il colore di fondo - ugualmente molto democristiano - che rende la rinuncia meno pesante e consente al fregio dell'Udc di essere comunque riconoscibile. Nel frattempo, altre forze sono entrate nel progetto elettorale per sostenerlo  (Udeur, Nuovo Cdu, Idea) e altre sembrano pronte a entrare; si spera, però, che il simbolo ora non cambi più. Ve lo chiediamo per favore...

sabato 3 dicembre 2016

Scudo (in)crociato anche nell'Udc

Non c'è pace, a quanto pare, per lo scudo crociato e ciò che lo contiene. Non bastavano le dispute sulla Democrazia cristiana e sulla sua eredità (giuridica, simbolica e patrimoniale), mancava giusto che un nuovo filone contenzioso si aprisse nell'area dell'Unione di centro, lontana dai fasti di qualche anno fa ma ancora presente in Parlamento e - a quanto pare - abbastanza grande per potersi frammentare. 
Pochi giorni fa, infatti, il tribunale di Roma si è pronunciato - in sede cautelare - su un ricorso presentato dal segretario Lorenzo Cesa, contro il gruppo siciliano dell'Udc, che fa riferimento all'ex ministro (ed ex presidente del partito) Gianpiero D'Alia e ha scelto per sé - soprattutto all'interno dell'Assemblea regionale siciliana - l'etichetta di Centristi per la Sicilia
Tutto, in realtà (e come è facile da immaginare) è iniziato fuori dai tribunali. Alla fine di ottobre D'Alia alla testata online Tempostretto.it aveva dichiarato, senza giri di parole: "L'Udc è morta"; Cesa aveva subito ricambiato la cortesia, sospendendo lo stesso D'Alia, che a sua volta si era dimesso dal partito. Come si è già ricordato in precedenza, peraltro, lo scontro si era già innescato in precedenza, a partire dallo svolgimento del congresso regionale (contestato nella legittimità da Cesa, ma appoggiato da D'Alia) e dallo schieramento sul referendum costituzionale, col vertice nazionale Udc ben deciso per il No e D'Alia (al pari di Pier Ferdinando Casini) schierato convintamente con il Sì.
Proprio il referendum, del resto, era stato il casus belli per il ricorso cautelare presentato da Cesa - attraverso il suo avvocato Pieremilio Sammarco, lontano dalla notorietà acquisita tempo fa come titolare dello studio legale in cui ha lavorato Virginia Raggi - contro D'Alia e gli altri: questi, in particolare, oltre ad essersi attribuiti "senza alcuna titolarità la carica di segretario regionale e di segretari provinciali", avrebbero fatto uso "in modo improprio e illegittimo" del simbolo dell'Udc "assumendo una posizione al chiaro scopo di ingenerare confusione circa la posizione del partito sul referendum costituzionale, in difformità con le decisioni assunte dalla Direzione nazionale del partito". Fine del ricorso, dunque, era ottenere che al gruppo di D'Alia fosse inibito l'uso del contrassegno dell'Udc. 
Lo scorso 28 novembre, tuttavia, i siciliani (difesi da Alessia Giorgianni) hanno reso noto che la prima sezione civile del Tribunale di Roma ha rigettato il ricorso di Cesa. Per il giudice, infatti, mancherebbe uno dei requisiti fondamentali per chiedere e ottenere un provvedimento cautelare come l'inibitoria, cioè il periculum in mora, inteso come pericolo di danno imminente e irreparabile in mancanza di adeguati provvedimenti giudiziari. 
Da una parte, infatti, i dissidenti avrebbero lasciato il partito, mentre gli eletti all'Ars avevano appunto creato il gruppo dei Centristi per la Sicilia (con un emblema mutuato da quello del comitato dei Centristi x il Sì): proprio il recesso di alcuni iscritti e la nascita di una nuova aggregazione con quel nome, per il tribunale, "porta a ritenere che l'orientamento politico che tali soggetti riterranno di diffondere pubblicamente, anche in relazione alla votazione dei quesiti referendari, non sarà per il futuro associato al partito Udc, ma costituirà espressione di un autonomo indirizzo, differente da quello del partito ricorrente sia per i contenuti, sia per la denominazione utilizzata, sia per il simbolo prescelto, [...] del tutto differente da quello del ricorrente". 
Se dunque in futuro non è prevista l'associazione tra gruppo di D'Alia e Udc, non si può parlare di pericolo imminente e irreparabile e non c'è motivo di inibire l'uso del simbolo. Naturalmente l'Udc ha tenuto invece a sottolineare che il ricorso è stato rigettato solo perché le dimissioni dei dissidenti sono state presentate solo alla vigilia dell'udienza, facendo così "svanire ciò che il giudice testualmente qualifica come 'pregiudizio imminente ed attuale derivante dall'uso indebito del simbolo Udc o da convocazioni di assemblee o congressi in cui i contenuti agiscano in nome del predetto partito o si presentino in rappresentanza dello stesso diffondendo una linea programmatica e politica differente dall'indirizzo dell'Udc'". 
Probabile, a questo punto, che almeno questa causa si concluda qui, essendo cessato ogni elemento concreto di contesa: gli appassionati dello scudo crociato potranno riprendere a concentrarsi solo sui tentativi di risvegliare la Democrazia cristiana, senza che altri contenziosi rendano il quadro ancora più complicato.

venerdì 7 agosto 2015

Area popolare, via i simboli di Ncd e Udc, ma senza dirlo

In fondo ci eravamo un po' abituati all'idea della "bicicletta con etichetta alla base": che Area popolare, almeno in una prima fase, portasse all'interno del proprio contrassegno i simboli del Nuovo centrodestra e dell'Unione di centro, nell'attesa che l'evoluzione politica portasse a un soggetto politico nuovo e "oltre" i partiti fondatori, era una cosa assolutamente normale. Eppure a qualche occhio attento potrebbe non dovrebbe essere sfuggito - sebbene nessuno ne abbia parlato seriamente fin qui - che le due formazioni, che da oltre un anno presentano emblemi congiunti in varie occasioni elettorali (ma non sempre, come la vicenda delle regionali 2015 ha mostrato), da alcune settimane sembrano aver fatto perdere le loro tracce, almeno nel segno distintivo comune.
Già, perché nel sito del gruppo di Area popolare alla Camera campeggia ancora il primo simbolo reso noto, almeno dal 30 giugno - così risulta da una delle immagini caricate sulla pagina facebook dei Deputati di Ap - è entrato in uso anche un diverso contrassegno, in cui domina decisamente il nome scelto per la creatura politica: "Area popolare", nella stessa font utilizzata per il Nuovo centrodestra (simile alla famiglia Nexa). Graficamente il cerchio interno, il cui colore di fondo riprende le stesse sfumature di Ncd, è diviso in due da un archetto tricolore a segmenti, che lascia sopra di sé il 60% dello spazio, con la scritta ben visibile, mentre la parte inferiore è tinta in un color aviatore più chiaro; il tutto è chiuso da una corona bianca e un filetto blu. 
Un'anticipazione dell'emblema, in realtà, si era vista già in occasione delle elezioni regionali della Liguria: stessa suddivisione grafica del cerchio, ma la parte sotto al tricolore era bianca e portava il nome della regione; per tutti gli elementi testuali, in compenso, era stata scelta una font Helvetica Black, leggermente compressa, forse un elemento di passaggio prima di optare per il tipo di carattere di Ncd. La struttura grafica del contrassegno ricordava poi quella di "Per l'Umbria popolare", formazione a sostegno di Claudio Ricci alle regionali umbre, non a caso sostenuta anche da Area popolare. L'emblema senza simboli originari è forse il segno di un passo avanti nella costruzione di una casa comune, anche in prospettiva di una lista unitaria obbligata, nella prospettiva dell'Italicum?

lunedì 20 luglio 2015

Quei simboli depositati in casa Udc e mai usati

Ogni ambito, in fondo, ha il suo mistero. A sentire Panfilo Maria Lippi, il telegiornalista strampalato interpretato a suo tempo da Daniele Luttazzi a Mai dire Gol, il grande mistero del giornalismo è che ogni giorno nel mondo "accadano tante notizie da riempire giusto giusto un giornale". In politica, volendo, i misteri sono vari, ma uno qui è particolarmente interessante: quello dei simboli che qualcuno fa di tutto per registrare come marchi, senza però che vengano mai utilizzati davvero
Capita molto più spesso del previsto e del prevedibile; a volte quegli emblemi non li conosce nessuno, mentre altre volte qualcuno ne scopre l'esistenza. Tre anni fa, a metà luglio, il sito Il Portaborse aveva dato una notizia: "Casini ha un nuovo simbolo: Più Italia". Qualcuno era stato bravo e aveva scartabellato nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi: quel qualcuno aveva scoperto che a nome del deputato veneto dell'Udc Antonio De Poli erano stati depositati, tra il 5 e il 19 giugno, ben quattro segni distintivi molto simili, che potevano obiettivamente far pensare a un nuovo emblema da abbinare a un nuovo progetto politico.
Uno dei primi a essere depositati era così descritto: "un cerchio di colore bianco contenente al centro la scritta PIU' in colore blu (pantone 293 c) sotto la quale vi è la scritta Italia in colore rosso (pantone 185 c). Lungo parte della circonferenza sul lato a destra è presente il disegno di un nastro tricolore, verde chiaro (pantone 347 c), verde scuro (pantone 349 c), bianco e rosso (pantone 185 c), ripiegato a formare l'accento della U". Era proposta anche la combinazione testuale inversa, con "Italia" in alto e "Più" in basso, sempre con la parte verde e ripiegata del nastrino a fare da accento alla "u"; le varianti depositate il 19 giugno, invece, sostituivano il riferimento all'Italia con la parola "Veneto", segno che probabilmente si era pensato anche a una declinazione regionale del progetto politico (e la regione, guarda caso, era proprio quella di De Poli).
Sta di fatto che, dal 2012 in poi, quegli emblemi sulla scena politica non sono mai arrivati, né come sono stati depositati, né come variazioni di quei temi. Altra nota interessante, le domande di registrazione dei quattro segni sono state tutte respinte (e lo stesso è accaduto, tra l'altro, anche al simbolo dell'Udc): non è dato sapere perché, ma è possibile che c'entri qualcosa la prassi - ormai in vigore da anni - da parte del Viminale di dare parere negativo alla registrazione come marchi dei segni utilizzati in ambito politico qualora abbiano forma circolare (soprattutto per evitare che, nei periodi di campagna elettorale, qualcuno cerchi di eludere le norme e i divieti sulla propaganda, pretendendo di far circolare un simbolo di partito nella sua veste di marchio). 
Se questo fosse vero, avrebbe un senso il fatto che, a novembre dello stesso anno, dopo aver depositato il nome Lista per l'Italia - settimane prima che Monti varasse la sua lista Con Monti per l'Italia - De Poli abbia presentato due emblemi ritagliati a quadrato, con la dicitura Lista per l*Italia (sì, proprio con una stella al posto dell'apostrofo). In tutti e due c'era un arcobaleno tricolore su fondo almeno parzialmente azzurro-blu; in una delle due varianti, però, era ben in vista lo scudo crociato e sullo sfondo azzurro si leggevano a malapena le vele del Ccd e di Democrazia europea. Quella grafica, evidentemente, poteva andare bene per un repackaging politico dell'Udc, mentre quella senza segni particolari poteva anche essere il simbolo di un contenitore più ampio. Quella volta la registrazione andò a buon fine (a settembre del 2013); i due emblemi, in compenso, erano semplicemente frutto del "ritaglio" dagli originali rotondi, depositati invece con successo presso l'Ufficio armonizzazione del mercato interno, ad Alicante.
Ed è sempre all'Ufficio europeo, senza nemmeno passare per le istituzioni italiane, che lo stesso Antonio De Poli - ancora lui - risulta aver depositato il 4 marzo 2015 un contrassegno con la dicitura Area popolare, forse nel tentativo di "prenotare" la denominazione, anche se poi l'emblema ufficiale è sembrato essere un altro, senza cartina dell'Italia e con la struttura tradizionale della "bicicletta" (in questo caso, con la "pulce" del simbolo del Nuovo centrodestra). Perché allora depositare questa domanda di marchio, se poi di fatto non è stata utilizzata nemmeno quest'immagine? Questo è davvero un mistero, un po' come quelli visti all'inizio: ci sarà bisogno di Panfilo Maria Lippi per risolverlo?

venerdì 10 aprile 2015

Area popolare, Ncd e Udc in bicicletta (per ora?)

Il simbolo mostrato dal Tempo
Alla fine, almeno per ora, la svolta simbolica di Area Popolare  non è arrivata. Nel contrassegno che oggi è stato diffuso – in particolare dal Tempo, in un articolo di Daniele Di Mario, dopo che la notizia era stata data in un primo temo da AdnKronos – figurano ancora le miniature del Nuovo centrodestra e dell'Unione di centro, i due soggetti che contribuirebbero maggiormente a creare quello che al momento si configura come cartello elettorale (e giuridicamente come associazione), ma in seguito potrebbe trasformarsi in partito a ogni effetto.
Il banco di prova, anche in questo caso, è quello delle regionali previste per il 31 maggio, con il rinnovo di sette consigli. Ncd e Uc aveva già superato insieme il primo scoglio poco meno di un anno fa, ottenendo rappresentanza al Parlamento europeo; con un simbolo congiunto analogo avevano corso alle regionali d'autunno, in particolare in Emilia Romagna. Il test che si propsetta è certamente più ampio, anche solo per scala territoriale. 
Il contrassegno divulgato è una "bicicletta" come nelle più classiche tradizioni: a sinistra il "pallino" di Ncd, senza il nome di Angelino Alfano nella parte inferiore; a destra la "pulce" dell'Udc, con lo scudo crociato in primo piano sopra alle vele a suo tempo apportate da Ccd e Democrazia europea, la scritta "Italia"nel segmento superiore rosso e il nome del partito a semicerchio in basso su fondo azzurro.
Il fatto è che, se guardando il simbolo delle europee (e mettendo da parte un certo malessere per la pessima riuscita grafica) era inevitabile dire che l'emblema degli alfaniani aveva "schiacciato" lo scudo crociato, ora la tentazione di dire che il simbolo di Ncd ha fagocitato quello dell'Udc è fortissima. Perché sì, l'estetica è un po' più rispettata questa volta, ma l'attenzione, più che alla parte superiore a fondo bianco che contiene le due miniature, deve andare alla parte inferiore del tondo, un po' meno della metà del cerchio: lo spazio è riempito dallo stesso blu sfumato di Ncd e persino la font utilizzata per scrivere "Area popolare" è proprio la stessa usata dall'inizio dal partito di Alfano. Per la cronaca, l'ampio spazio presente nel segmento inferiore colorato potrebbe ospitare tanto i nomi delle regioni in cui il cartello si presenterà, quanto i nomi dei candidati alla presidenza di volta in volta sostenuti.
Gli emblemi dunque sono ancora quelli noti e i colori utilizzati – come nota Di Mario sempre sul Tempo – rimandano al bianco e al blu di democristiana memoria. La scelta di mantenere le antiche insegne sarebbe dovuta, secondo chi ha dato per primo la notizia, ai risultati di sondaggi svolti proprio sugli emblemi: gli elettori centristi, specie con un passato diccì alle spalle, difficilmente avrebbero riconosciuto un partito senza i simboli in vista. Sarà stato forse questo a convincere i vertici di Ncd e Udc a non utilizzare l'emblema che pure era stato depositato poche settimane fa presso l'Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno di Alicante e che I simboli della discordia e Termometro Politico hanno mostrato in esclusiva il 28 marzo scorso
Curiosità, a depositare la domanda di marchio europeo è stato il senatore Udc Antonio De Poli, lo stesso che – già secondo Adnkronos – avrebbe presentato la richiesta di registrazione per il nuovo marchio. Domanda che però non risulta nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, né nella "banca dei marchi" europea. Magari è questione di giorni; in ogni caso da più parti si chiarisce che l'emblema diffuso oggi ha un vago sentore di provvisorio, mentre sarebbe pronto a cambiare non appena Area popolare diventasse qualcosa di più di una semplice alleanza elettorale. Tornerà buono allora il segno depositato a marzo da De Poli?

sabato 19 gennaio 2013

L'Unione di centro che non fa rima con Casini

Tra coloro che hanno fatto opposizione alla ricusazione del proprio contrassegno da parte del Viminale c'è anche l'Unione di centro. No, non quella di Casini e Cesa, che ha presentato tranquillamente il proprio scudo crociato con l'indicazione del proprio leader (avendo scelto di non inserire il nome di Monti, per non avere grane), sapendo che nessuno avrebbe potuto realmente ostacolarla. E nemmeno, per chi ha ottima memoria politica, l'Udc di Raffaele Costa, che negli anni '90 riunì quella parte dei liberali legati al centrodestra e alleati con Silvio Berlusconi alla sua prima candidatura, per poi sparire nel giro di qualche anno, direttamente inglobata in Forza Italia già dopo poco tempo.
L'Unione di centro - Udc in questione era stata fondata nel 1992 da Ugo Sarao, cancelliere di Corte d'Appello a Milano, come evoluzione politica della propria sigla precedente (ma presentata anche in seguito), il Partito di centro, quello con l'uomo-bilancia disegnato sopra. Già nel 1992 Sarao aveva depositato al Ministero dell'interno l'emblema: molto semplice, solamente letterale, con le lettere scritte forse con un normografo. Il Viminale glielo bocciò, visto che aveva presentato sempre lui il Partito di centro a quelle stesse elezioni e non poteva depositare un altro emblema a suo nome, ma Sarao non è tipo che si arrenda facilmente e lo avrebbe dimostrato. 
Dal 1992 il cancelliere avrebbe partecipato a varie consultazioni amministrative con il simbolo, da solo o in composizione grafica col simbolo del Pli; in più egli sostiene di aver proposto a più riprese a liberali, repubblicani, socialdemocratici e (massì) socialisti di sciogliere le loro sigle per dar luogo concretamente a un'Unione di centro, senza ricevere particolare attenzione. Almeno finché, nel 1993, spuntò Costa (in quel periodo anche segretario del Partito liberale) con la "sua" Udc e un simbolo tutto diverso, un nastro tricolore in una corona circolare blu, con tutta l'intenzione di presentarsi alle elezioni dell'anno dopo, appunto per traghettare nel centrodestra la parte dei liberali che non si riconosceva nella Federazione dei liberali di Raffaello Morelli.  
Ovvio che, alle stesse elezioni, si sia presentato di nuovo anche Sarao, col suo emblema, che anche in quel caso fu ricusato dal Ministero, visto che il simbolo di Costa aveva il numero 191, quello di Sarao il 275. L'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Cassazione, tuttavia, riammise l'Udc-Sarao (senza per questo estromettere quella di Costa) ricordando, da una parte, che "Unione" e "Centro" erano parole generiche che non potevano essere utilizzate da un soggetto in modo esclusivo; notando, dall'altro, che non c'era alcuna confondibilità grafica e nulla dunque ostava al mantenimento di entrambi, nemmeno il fatto che Costa avesse depositato il suo emblema per primo. Quella volta, dunque, furono ammessi tutti e due, senza altri problemi.
Il simbolo dell'Udc-Casini nel 2013
La denominazione, in seguito, è stata ripresa da altri soggetti più o meno noti, finché se ne sono avvalsi proprio Casini e gli altri esponenti dei partiti (Ccd, Cdu e De) che nel 2002 hanno costituito l'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro, ma fin dall'inizio hanno utilizzato la sigla Udc e giornalisticamente erano richiamati proprio come Unione di centro. Col simbolo con la scritta Udc hanno partecipato alle elezioni europee del 2004, alle politiche del 2006 e a quelle del 2008: proprio in quell'ultima occasione, il soggetto politico presentato e premiato dagli elettori con una rappresentanza parlamentare si chiamava esattamente "Unione di centro", poiché vi avevano partecipato anche i cattolici di Pezzotta della "Rosa per l'Italia" e gli ex-Margherita legati a Ciriaco De Mita, oltre ad altre figure fuoriuscite da Pd e Pdl.
A queste elezioni, il movimento Unione di centro (che nel frattempo è guidato, come il Partito di centro, da Cesare Valentinuzzi) ha scelto di ripresentarsi, sia pure dopo molto tempo e aggiornando il proprio contrassegno, ora con varie sagome umane su un bersaglio bianco e rosso, il tutto su sfondo giallo, che fa risaltare anche le parti letterali, immodificate rispetto al 1994. Anche stavolta, però, il Viminale ha detto no e, come nel 1994, del caso è stato interessato l'Ufficio elettorale centrale nazionale. Valentinuzzi, in particolare, nota che l'Udc di Casini è presente solo alla Camera, mentre la propria Udc è schierata soltanto al Senato: ciò basterebbe a escludere che gli elettori possano essere tratti in errore, visto che non troverebbero mai l'emblema dell'Udc sulle schede del Senato, dunque non ci sarebbe una confondibilità "in concreto" (vista anche la completa differenza grafica tra i due emblemi). 
Le osservazioni di Valentinuzzi non sono certo prive di senso, anche nel richiamare il precedente del 1994, ma non tengono probabilmente conto di due particolari: da una parte, l'Udc-Casini ha alle spalle un intero mandato parlamentare con quella denominazione sul contrassegno, per cui gode senza dubbio della tutela per i simboli già rappresentati in Parlamento (cosa che l'Udc-Costa non poteva vantare); dall'altra, bisogna considerare - anche qui, come nel caso di Fratelli d'Italia - le modifiche che nel frattempo le disposizioni sui contrassegni hanno subito. Va ricordato di nuovo, infatti, che l'art. 14 comma 3 del testo unico per l'elezione della Camera ora dice che "Non è ammessa la presentazione di contrassegni identici o confondibili (...) con  quelli riproducenti simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, usati tradizionalmente da altri partiti"; per il comma 4, sono elementi di confondibilità anche "le parole o le effigi costituenti elementi  di  qualificazione  degli orientamenti o finalità politiche connesse al partito o alla forza politica di riferimento anche se in diversa composizione o rappresentazione grafica". 
Morale, se nome e sigla sono gli stessi, si rischia comunque la confondibilità, anche se la grafica è diversa, anche se un simbolo era già stato presentato, anche se i due simboli non finirebbero mai sulla stessa scheda perché l'Udc-Casini non si presenta a Palazzo Madama. Certamente non aiuta il fatto che, dal 1994, l'Udc di Sarao e Valentinuzzi non sia più apparsa nelle bacheche del Viminale, anche solo a scopo cautelativo. "Se fosse sufficiente la sola identità di una o due parole per generare un rifiuto del contrassegno, allora sarebbero molti i simboli che dovrebbero essere esclusi" lamenta Valentinuzzi; anche la Cassazione, però, gli ha dato torto. Il sogno di Sarao, a quanto pare, è passato definitivamente di mano.

martedì 25 dicembre 2012

E se sui simboli si candidasse l'agenda Monti?

La tv ha trasmesso le sequenze della conferenza stampa di Mario Monti fino alla nausea, ma vale la pena concentrarsi sulla frase più commentata: “Se una o più forze politiche con una credibile adesione a questa agenda […] manifestassero il proposito di candidarmi a presidente del Consiglio, valuterei la cosa. […] A priori, verificate tantissime condizioni, sì. Che è altra cosa dal dare il nome ad altri per liberi utilizzi». Monti, dunque, sembra non gradire l’uso indistinto del suo nome sulle schede e nella propaganda, a meno che alcune forze politiche condividano la sua “ricetta” e lo convincano a dirsi disponibile a guidare il nuovo Governo.
Ora, per l’articolo 14-bis del decreto legislativo n. 361/1957, il nome «della persona […] indicata come capo della forza politica» o «come unico capo della coalizione» dev’essere contenuto nel programma, depositato assieme al contrassegno con cui le liste vogliono distinguersi alle elezioni. Quel nome è scritto solo lì, non ci sono indicazioni sulla scheda accanto a ciascun simbolo o sul manifesto delle candidature: si ritiene che questo contrasterebbe con il dettato dell’articolo 92 della Costituzione, per cui è il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio, non direttamente i cittadini.
Da anni però – anche prima dell’entrata in vigore del Porcellum – molti partiti e liste indicano il nome del loro “candidato” alla Presidenza del Consiglio anche all’interno del contrassegno da stampare sulle schede, anche con diciture esplicite come «Berlusconi presidente» o «Veltroni presidente» e col nome molto più in evidenza delle altre parole. Il Ministero dell’interno ha ammesso quella pratica, se non altro perché quei nomi sono considerati un’evidente indicazione del programma politico della lista che li usa e consentono un rapporto più chiaro con gli elettori.
Mettendo insieme tutto ciò, il nome di Mario Monti dovrebbe apparire solo nei contrassegni di quelle liste che, entro il 13 gennaio – termine per il deposito dei contrassegni al Viminale – abbiano indicato lo stesso Monti come capo della forza politica o della coalizione nel loro programma. Altre liste che si riconoscessero in quelle priorità senza indicare Monti come potenziale Presidente (magari perché lui non l’ha voluto), inserendo quel cognome nel simbolo si vedrebbero ricusare il segno per confondibilità (con la situazione imbarazzante per cui, a giudicare sulla “genuinità” degli emblemi riferiti a Monti, sarebbe una struttura guidata da un ministro del governo Monti).