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martedì 29 giugno 2021

L'Alternativa c'è, il simbolo pure, la componente (grazie a Ingroia) anche

Giusto una settimana è trascorsa da quando L'Alternativa c'è, progetto-contenitore politico fondato da parlamentari elette ed eletti del M5S che non avevano dato il loro appoggio al governo Draghi, ha ottenuto la possibilità di costituire una componente politica all'interno del gruppo misto anche al Senato. Si tratta dell'epilogo di un percorso lungo varie settimane e ricco di momenti di tensione, decisioni discusse e anche qualche colpo di scena: l'esito della vicenda, peraltro, è stato permesso grazie all'intervento di Antonio Ingroia, che ha messo a disposizione le facoltà spettanti alla Lista del Popolo per la Costituzione, almeno secondo l'ultima posizione della Giunta per il Regolamento (formalizzata lo scorso 11 maggio).
La nascita della nuova componente parlamentare consente ai suoi aderenti, pur, nei limiti delle norme vigenti a Palazzo Madama, di emergere con il proprio nome all'interno delle aule, ponendosi come compagine di opposizione (insieme a Fratelli d'Italia e a +Europa - Azione). Il percorso verso una più facile identificazione, in realtà, era iniziato già alla fine di aprile, con l'adozione di un simbolo per il progetto politico. Il 26 aprile sulla pagina ufficiale Facebook de L'Alternativa c'è è stato pubblicato un post che spiega nel dettaglio l'emblema scelto. Vale la pena riportare il testo per intero, non essendo frequente che un soggetto politico spieghi direttamente il significato di una scelta che non è mai solo grafica (o, per lo meno, non dovrebbe esserlo). 
- L’Alpha
"Alpha" è la prima lettera dell’alfabeto greco, corrisponde alla "a" italiana di "alternativa".
Il rimando alla Grecia è un tempo il richiamo alla culla della democrazia (peraltro diretta) e al fallimento di certe politiche europee contemporanee.
L'"alpha" greco all'inizio delle parole è un prefisso con significazione "privativa", ossia si pone di contro e in opposizione a ciò che segue. Una parola con davanti l'alpha è l'alternativa opposta alla parola stessa.
L'"alpha" greco è la prima lettera della parola greca ἀλήθεια (aletheia), che vuol dire "verità". L’etimologia di questa parola si muove su due fronti, derivando a un tempo dalla somma di alpha privativo e la parola λήθη (lethe) e il verbo λανθάνω (lanthano). La parola "aletheia", "verità", viene così a significare tanto "non-dimenticare" quanto "non-nascondere", "disvelare". Ed è il compito di buona politica che L’alternativa c'è si propone.
- Il giallo-arancione
Siamo in un momento storico in cui la green economy è spesso già considerata superata dalla blue economy: la green era basata sul concetto di spendere di più per inquinare di meno, rendendo l’ecologia un lusso per i ricchi. Superandola, la blue sottolinea la necessità di rendere sostenibili tanto l'impatto ambientale che lo sforzo economico che vi si affianca, puntando più sui sistemi circolari, sul recupero e sul riuso che sull’implementazione di costosi sistemi sostenibili, e sottolinea l'importanza dell’economia legata al mare.
Il colore giallo-arancione è un passo ulteriore: ci ricorda che tutto sul nostro pianeta fa parte di un sistema chiuso, incluso il mare, ed il ciclo dell'acqua, che non possiamo accelerare per inseguire il suo crescente uso industriale: già enormi masse di denaro vengono investite scommettendo sul crescere del costo dell'acqua a livello globale nei prossimi anni. Progettare la crescita significa ricordarci che tutto nel nostro sistema è circolare, e ci ritorna, come il problema di un rifiuto o la risorsa di un materiale riutilizzabile, e non possiamo sprecare nulla: unica eccezione è il sole, che ogni giorno fornisce energia ulteriore al nostro ciclo, per il resto completamente chiuso. Quel colore giallo-arancione, solare, rappresenta quanto è preziosa quella consapevolezza
Il testo ha spiegato gli elementi più "anomali" (rispetto ai simboli già in circolazione) dell'emblema; non ha ritenuto necessario spiegare, ovviamente, la scelta di inserire un segmento tricolore nella parte inferiore del fregio. Forse la font adottata non è la migliore possibile (non sembra perfettamente intonata con il resto dell'immagine, anche se oggettivamente si legge bene: un corsivo o un carattere con le grazie sarebbe stato meno opportuno) ma nel complesso non è certo un simbolo inespressivo, anche se la comprensione non è immediata. Va detto, per la cronaca, che esiste un'altra pagina Fb (con il nome Alternativa c'è) con pochi post pubblicati ma attiva anche negli ultimi giorni, che mostra una ruota dentata con una stella all'interno: non si tratta certo di una pagina ufficiale, ma è utile ricordare che il 23 febbraio scorso l'Adnkronos aveva pubblicato un lancio di Antonio Atte in cui si parlava di "una ruota dentata con all'interno una stella tricolore". Può essere che qualcuno abbia cercato di "visualizzare" quell'immagine; in ogni caso, le scelte grafiche in seguito sono state diverse.
Dunque da tempo coloro che, eletti nel MoVimento, non hanno condiviso gli ultimi passaggi politici con il sostegno a Draghi, si sono dati un simbolo e ora dispongono di una componente del gruppo misto in entrambe le Camere. Quest'operazione, non andata in porto a marzo per il venir meno delle condizioni per un progetto comune con l'Italia dei valori guidata da Ignazio Messina, è stata possibile questa volta - come si diceva - grazie all'intervento di Antonio Ingroia. Se alla Camera i deputati che si riconoscono in L'Alternativa c'è (15 per ora) hanno potuto costituire la componente senza grossi problemi, visto che non esistono requisiti particolari per le compagni di almeno dieci persone, al Senato com'è noto la situazione è diversa: pur in mancanza di norme scritte (per cui le componenti sono citate una sola volta dal regolamento, ma non normate), in passato si erano sempre permesse le componenti-etichetta (senza altro valore o prerogativa), anche di una sola persona, ma le ultime modifiche al regolamento del Senato in materia di gruppi - che vincolano il sorgere di un gruppo, anche in corso di legislatura, alla rappresentanza di un gruppo partecipante alle ultime elezioni e con almeno un eletto - avevano portato la Giunta per il regolamento e la stessa Presidenza del Senato a un atteggiamento meno permissivo. 
Nella citata seduta della Giunta dell'11 maggio si era approvato un parere, in base al quale - mediando tra varie posizioni emerse nell'organo - si sarebbero potute costituire componenti nel gruppo misto purché rappresentassero "partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali" e purché i senatori richiedenti fossero autorizzati "a rappresentare il partito o movimento politico detentore del contrassegno presentato alle elezioni, mediante dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante di tale formazione politica".
Ora, la Lista del Popolo per la Costituzione ha effettivamente partecipato alle elezioni politiche del 2018 (pur se in un numero assai limitato di circoscrizioni, visto l'obbligo di raccogliere le firme) e coloro che intendevano costituire la componente sono espressamente stati autorizzati a rappresentare quel partito da Antonio Ingroia, che della Lista del Popolo per la Costituzione è il rappresentante legale e il titolare del contrassegno elettorale, in base a quanto risulta dalla dichiarazione di trasparenza depositata appunto al Viminale prima delle ultime elezioni politiche. Così, in ossequio al citato parere della Giunta per il regolamento, è nata la componente del gruppo misto del Senato "L'Alternativa c’è - Popolo per la Costituzione", ad ora costituita da Bianca Laura Granato, Luisa Angrisani, Margherita Corrado e Mattia Crucioli. Nel post ufficiale sulla pagina, il 22 giugno, si legge che la nascita della componente dovrebbe essere il primo passo di "un percorso già in atto per costruire un’alleanza costituzionale molto più ampia e larga che rappresenti una terza via, un'aggregazione che si candida a governare il Paese e di cui si sente sempre più forte e vitale la necessità e l'urgenza". Un'alternativa al governo Draghi, ma soprattutto "ai due poli oggi imperanti, la destra nazionalista e il polo moderato, che insieme oggi sgovernano il Paese. Una sponda popolare e costituzionale che dia voce ai cittadini onesti, ai discriminati e delusi dell’attuale classe politica governativa", come pure alternativa "ai governi delle banche della finanza e dei potentati, alle politiche sempre più subalterne ai grandi interessi multinazionali, di lobby nazionali e transnazionali, che ostacolano una vera sovranità democratica e costituzionale".  
Il 24 giugno, nella conferenza stampa in Senato, i membri della componente hanno confermato "un'affinità politica progettuale" con Ingroia, che a sua volta ha detto di avere "messo a disposizione convintamente il simbolo" (ricordando anche Giulietto Chiesa, con cui aveva condiviso quel progetto elettorale e scomparso il 26 aprile dello scorso anno) avendo riscontrato "davvero tantissime affinità, anzi, anche identità" tra i propri programmi e obiettivi con quelli de L'Alternativa c'è. A partire dal fatto che "c'è una voglia di opposizione nel Paese, che chiede un'alternativa e che in questo momento di fatto non è adeguatamente rappresentata dentro i Palazzi della politica": mettere a disposizione il simbolo - o meglio, le prerogative consentite dall'aver partecipato alle ultime elezioni con quel simbolo - per Ingroia significa lavorare ancora per "costruire un Polo che sia alternativo a quelli che hanno governato, anzi, sgovernato il Paese fino ad oggi", facendosi strada tra i delusi e puntando a "una vera, reale, effettiva e non finta applicazione della Costituzione, mentre è in corso una eversione di fatto dei principi costituzionali".
Ingroia auspica la nascita di veri gruppi parlamentari, anche se ciò sarebbe possibile solo alla Camera (ove almeno altre cinque persone elette si unissero), non anche al Senato perché occorrerebbe un eletto con il simbolo della Lista del Popolo per la Costituzione, che invece non c'è stato. Nel frattempo, in dottrina non mancano le perplessità di chi - come Salvatore Curreri, non senza ragioni - ritiene che, con il parere della Giunta per il regolamento che ha consentito la nascita della componente "L'Alternativa c'è - Popolo per la Costituzione", di fatto si sia innovato il regolamento del Senato senza rispettare la Costituzione, vale a dire l'art. 64 che prevede (al comma 1) che il regolamento di ciascuna Camera sia adottato "a maggioranza assoluta dei suoi componenti", il che vale anche per le sue modifiche. Senza contare che quella modifica di fatto consente qualcosa di analogo a ciò che avviene alla Camera, cioè la nascita di una componente del gruppo misto "eterocostituita", i cui membri non siano parte della forza politica che ne consente il sorgere. Sul piano politico evidentemente si è dato il benestare a questa operazione; sul piano giuridico-scientifico, con altrettanta evidenza, i dubbi continueranno. Intanto, però, almeno alla nuova componente corrisponde il suo simbolo. Anzi, due.

martedì 13 agosto 2019

Ingroia: "Azione civile è mia e coi 5 Stelle ci parlo io"

Com'era almeno in parte prevedibile, Antonio Ingroia non ha preso molto bene le indiscrezioni di stampa che attribuivano a Matteo Renzi o ai gruppi a lui vicini l'idea di chiamare Azione civile eventuali gruppi parlamentari a suo sostegno (a proposito, ieri Ilfattoquotidiano.it avrebbe svelato una possibile strada per costituire comunque un gruppo al Senato, approfittando del fatto che a Palazzo Madama è stato eletto l'ex segretario del Psi Riccardo Nencini: pur avendo lui vinto la sfida nel collegio uninominale di Arezzo, dunque essendo formalmente candidato da tutta la coalizione di centrosinistra, potrebbe passare come - unico - eletto della lista Insieme in rappresentanza del Psi, per cui potrebbe anche costituire con almeno altre nove persone un gruppo che al nome "Insieme" accompagna il nome scelto dai renziani... sul punto più tardi sarà il caso di tornare).  
Dopo le anticipazioni giornalistiche di ieri, in ogni caso, il telefono dell'avvocato ed ex magistrato è diventato rovente, chiamato da più testate giornalistiche per un commento sul possibile uso del nome da parte dei renziani (che già hanno creato i Comitati di azione civile). Tra queste, anche Il Tempo: Carlantonio Solimene ha scovato Ingroia in Argentina, tutto meno che acquietato dalle ferie. Nelle sue risposte ha ricordato di aver "registrato il simbolo per le competizioni elettorali" (anche se non si capisce bene in che senso: un contrassegno di Azione civile non risulta mai depositato per le elezioni nazionali o europee, a differenza di Rivoluzione civile che corse nel 2013; nell'intervista di Liana Milella per la Repubblica precisa peraltro di avere depositato il suo statuto a norma del d.l. n. 149/2013 e in questo momento il testo, già modificato, è esaminato dalla competente commissione), ha chiarito che in realtà Azione civile è stato il primo soggetto giuridico a essere fondato, che nel 2013 ha contribuito alla fondazione del cartello Rivoluzione civile e l'anno successivo - rotte le righe rivoluzionarie civili - ha cooperato alla lista L'Altra Europa con Tsipras. 
Ingroia poi ha aggiunto di non essere minimamente disposto a cedere a Renzi il nome se glielo chiedesse ("Non ci penso proprio. Anzi, non capisco come gli sia venuto in mente"), neanche su proposta di un accordo economico ("Anche perché non sono assolutamente d'accordo con l'operazione politica che sta conducendo Renzi"). Soprattutto, l'ex magistrato annuncia il lancio di una proposta al MoVimento 5 Stelle, per varare un unico contenitore civico per tutte le forze interessate, compresi gli ambientalisti, guidato da Giuseppe Conte.
Per cercare di capire qualcosa di più di questo progetto, occorre andare nel sito di Azione civile, che peraltro risulta ampiamente in stato work in progress (tra l'altro, il dominio www.azionecivile.org risulta registrato a nome dello stesso Ingroia il 2 luglio 2019: che avesse subodorato qualcosa a inizio estate?). Lì, innanzitutto, si trova il comunicato sul simbolo, che vale la pena riportare per intero:
La crisi di governo e la possibilità che, già in autunno, si torni alle urne hanno accelerato i giochi di palazzo all'interno del Partito Democratico. E' notizia di queste ore che Renzi, tornato improvvisamente sulla cresta dell’onda dopo il disastro sociale e politico da segretario e premier, si sta preparando a fondare un gruppo parlamentare autonomo. Che, probabilmente, alle prossime elezioni diventerà una lista autonoma dal PD. Gruppo che, sull'onda della proposta finta civica lanciata all'ultima Leopolda, chiamerà Azione Civile. E' una notizia che ci indigna e scandalizza. Azione Civile è un nome depositato davanti ad un notaio, e già presente in varie elezioni, il nostro. Renzi e i suoi "comitati" tengano giù le mani dal nome del nostro movimento. E dall'idea di appropriarsi di un’idea nobile come quella di una politica dal basso, civica e civile, che dia voce al protagonismo di comitati, associazioni e cittadini impegnati nei più alti ideali dell’agire politico. La difesa della Costituzione, dei diritti dei più deboli, della difesa del territorio, della Pace, dei beni comuni, della lotta a mafie, lobby, corruzione e malapolitica. Esattamente l’opposto di quello che il PD ha rappresentato in questi anni. Nei governi che ha animato, e in tanti territori dove sono fiorite clientele, capobastone e il dominio di interessi lobbystici e privati sul bene comune e pubblico. 
Incredibilmente, anche i colori dei renziani sono gli stessi del nostro movimento. E, nel "loro" logo, sembra apparire anche un Quarto Stato stilizzato. Qualcuno disse che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. E in questo caso non riusciamo a credere alle casualità. Dopo averci, dalla campagna elettorale per le politiche 2013, attaccato, combattuto, aver espresso sul nostro movimento e Antonio Ingroia tutto il peggio possibile alla fine – giunti alla canna del gas di una parabola del potere ormai totalmente discendente – stanno tentando di copiarci? E' un giochetto vergognoso che non possiamo accettare.
Ribadiamo la nostra totale e siderale distanza e opposizione al PD, a Renzi e alle loro "politiche" di riferimento. Politiche che hanno massacrato i diritti dei lavoratori e dei più deboli, compartecipato ad un'Europa delle banche e dei potentati che è avversario (come abbiamo già ribadito in occasione delle elezioni europee di quest’anno) dei popoli, tentato di picconare la Costituzione (seguendo alla lettera gli ordini di Jp Morgan di considerarla un ostacolo da rimuovere) e le istituzioni democratiche italiane, favorito lobby e potentati economici. Anche rimestanti nel torbido e nelle zone grigie di questo Paese. Lo stesso partito che ha ostacolato in tutti i modi, attaccato e cercato di isolare, i magistrati che denunciano e combattono le mafie. A partire da coloro impegnati nelle inchieste prima, poi nel processo, sulla Trattativa Stato Mafia. Quanto sta accadendo oggi nel CSM è figlio, come già abbiamo denunciato, di un comportamento contro la magistratura indipendente, contro coloro che cercano di ripulire questo Paese da mafie e consorterie, che ha visto il PD feroce e in prima fila. Nessuna credibile opposizione, a Salvini oggi come ieri a Berlusconi e domani chissà, può venire da costoro. E mai potremo accettare un loro qualsivoglia atto politico. Per questo denunciamo pubblicamente il loro tentativo di "scipparci" nome e componenti del logo e ribadiamo che siamo lontani, distinti, distanti e oppositori. Azione Civile è il movimento fondato da Antonio Ingroia nel 2013 e che in questi anni, con la schiena dritta e totale indipendenza, ha portato avanti le sue battaglie politiche e i suoi ideali. Nessuna confusione con presunti comitati civici renziani o di altri capibastone del PD è possibile. Respingiamo sdegnati al mittente questo tentativo.
Non è dato sapere dove Ingroia veda un "Quarto Stato stilizzato", in quale logo (compreso quello dei Comitati di azione civile), ma certamente quest'anticipazione delle mosse di area renziana ha conferito nuova visibilità a Ingroia e ai suoi progetti. Compreso quello proposto ai 5 Stelle, di cui l'ex magistrato parla nella lettera pubblicata sul sito e datata 7 agosto: 

Cari amici del M5S, dico amici perché tali ritengo coloro i quali hanno aderito al M5S con gli stessi ideali di Giustizia miei e di tanti altri italiani (milioni e milioni!), una Giustizia non solo declamata nelle Aule di Giustizia, ma praticata trasversalmente su ogni terreno: e quindi non solo per una migliore Giustizia Penale e Civile, che sia Eguale e Giusta, anche Giustizia Sociale, Giustizia Ambientale, Giustizia Fiscale, Giustizia della Pace nel Mondo, Giustizia nel Lavoro, Giustizia nelle Scuole e nelle Università, Giustizia nelle Regole e nel Diritto, insomma GIUSTIZIA COSTITUZIONALE, per difendere e ATTUARE la COSTITUZIONE, davvero!
Insomma, cari amici del M5S, credo dobbiate comprendere TUTTI, dal semplice aderente ai Parlamentari fino a chi ha incarichi di Governo, che è giunto il momento di GUARDARE. Guardare ovunque, indietro e avanti, senza dimenticare di guardarsi intorno… 
Non credo debba essere il momento delle recriminazioni, delle critiche, degli sfoghi o della polemica fine a se stessa. Ma guardando avanti bisogna essere consapevoli dove si vuole arrivare e per fare cosa, e non credo nessuno di voi possa e debba accettare la logica del “meno peggio”: e cioè la logica di chi dice “meglio fare da argine a Salvini” come il M5S dentro lo stesso Governo perché le alternative sarebbero governi “peggiori” in quanto, andando al voto, Salvini dilagherebbe con un Governo da solo o con la Meloni, oppure abbracciando in modo definitivo il Partito della Nazione di renziana memoria, ricostituendo un blocco di potere che raderebbe al suolo tutto.  
No, amici, non può bastare. Non può bastare per un Movimento che come il M5S ha nel suo DNA l’INTRANSIGENZA ETICA, non la mediazione. La politica – si dice – è l’arte della mediazione. E siamo d’accordo. Ma il tema è fino a che punto si è disposti ad “ingoiare il rospo” ed in cambio di cosa. Io ho lasciato la magistratura quando ho capito che la Magistratura nel suo complesso aveva scelto di “mediare” sul proprio ruolo di mediazione ed indipendenza, e perciò è cresciuta di peso, ruolo, potere e carriera la magistratura degli “omologati” mentre è stata isolata e penalizzata la magistratura dei “ribelli”: i risultati sono sotto gli occhi di tutti, pensiamo allo scandalo “sequestropoli” a Palermo (lo scandalo del Tribunale Misure di Prevenzione dell’ex-presidente Silvana Saguto) o allo scandalo CSM-Palamara.  
Puoi fare un “contratto di governo” anche con chi ti è profondamente diverso, ma per mantenere identità e credibilità non puoi accettare di rinnegare la tua identità, il tuo DNA. Certo, alcune buone “vostre” leggi sono passate, anche se su Mafia, Giustizia e Corruzione si poteva fare molto di più se aveste avuto un alleato di Governo a voi più simile (non c’è oggi nel panorama? Va costruito INSIEME. Si poteva fare prima, si può fare ora). 
In ogni caso NULLA può giustificare la rinuncia alla propria identità. Il prezzo è troppo alto.  
Ebbene, la battaglia NO TAV (più ancora di altre non meno importanti come la battaglia NO TAP) è nel DNA del M5S, ne costituisce un pilastro fondativo. Se il tuo alleato di governo (questo è la Lega per chiamare le cose con il loro nome, seppur sia un’alleanza fra “diversi”, perciò regolamentato da un “contratto”) ti vota il SI TAV e lo fa con il tuo nemico politico di sempre, e cioè il PD, un Governo cade, costi quel che costi. E se la Lega ha posto la fiducia sul “Decreto Sicurezza-bis”, giustamente perché è nel suo DNA, e voi quindi lo avete votato, altrettanto doveva fare il M5S: mettere la fiducia sulla mozione NO TAV, in modo che fosse chiaro che se fosse stata bocciata la mozione NO TAV, essendoci stata anche una palese violazione del “contratto di Governo” DOVEVA esserci crisi di Governo. La “realpolitik” non è fatta per un Movimento come il M5S, che altrimenti diventa un “partito” come gli altri. Non si può rinnegare il proprio DNA in nome del “peggio” che potrebbe venire. La libertà, l’indipendenza, la fede nei propri valori non hanno prezzo. Vinceranno le elezioni gli altri e andranno al potere? Pazienza. Si potrà però ricostruire un Fronte Popolare di Giustizia Costituzionale che abbia il M5S come perno ma che non smarrisca, come sta perdendo, i contatti con i migliori Movimenti civici, sociali e di base che ne hanno costituito l’anima ed il cemento, e che ora non vi seguono più.  
Per questo dico: è il momento di GUARDARE. Guardatevi intorno e indietro, sono sempre meno i cittadini che vi seguono e i cittadini che vi stanno accanto, non perdete il contatto con loro. E quando vi guarderete indietro, con il necessario spirito di autocritica che rende grandi gli uomini e le donne migliori, capirete che non bisogna commettere più l’errore di pensare di andare avanti “da soli”. Al contrario, bisogna costruire nuove alleanze, per costruire un nuovo Polo politico, senza Salvini e i suoi, e senza il peggio della politica (PD, FI, e compagnia cantante, per me pari sono), e con il meglio di questo Paese, espresso da quei Movimenti di cittadini, NO TAV e oltre, che state perdendo per strada. In molti come me sarebbero pronti per una nuova avventura, ma solo quando smetterete di accettare, di mediare, di “ingoiare rospi”. Non vale mai la pena perdere l’anima.  
Come dicevo prima, NULLA può giustificare la rinuncia alla propria identità. Il prezzo è troppo alto. Anche perché togli fiducia e speranza in un’Italia diversa a milioni di cittadini. Anche questo è un prezzo troppo alto. 
Siete/siamo ancora in tempo per invertire la rotta?  
Non è ancora troppo tardi, ma è molto tardi.  
Perché Salvini intanto cresce nei consensi e voi calate. E diventa solo una questione di tempo in un gioco al massacro del Paese e di tutti i Movimenti come il vostro. Bisogna agire. E in fretta. Altrimenti, davvero avrete consegnato il Paese a Salvini e agli altri per sempre (anno più, anno meno, poco cambia), pur volendo combatterli, e sarebbe il vostro errore e la vostra colpa più grave. E imperdonabile.

lunedì 12 agosto 2019

Renzi prepara "Azione civile"? Ma c'era già Ingroia...

Nel giorno della conferenza dei capigruppo al Senato per decidere la calendarizzazione della mozione di sfiducia al governo guidato da Giuseppe Conte (e di quella individuale al vicepresidente Matteo Salvini) circolano indiscrezioni sui possibili gruppi parlamentari che Matteo Renzi sarebbe pronto a costituire per raccogliere i suoi sostenitori in compagini che abbiano insegne diverse da quelle di un Partito democratico ormai avvertito come inospitale; il tutto per poter valutare più serenamente un eventuale appoggio a un governo col MoVimento 5 Stelle e, magari, preparare la nascita di un partito autonomo, di centro.
Scrivono oggi sulla Repubblica Annalisa Cuzzocrea e Lavinia Rivara:
Matteo Renzi ha deciso di sciogliere gli ormeggi e ha detto ai suoi di tenersi pronti perché la scissione sembra ormai una questione di giorni. L'ex premier si prepara a far nascere nuovi gruppi parlamentari, che si chiameranno "Azione civile", portando via da quelli del Pd i suoi fedelissimi. Poi, se si andrà ad elezioni, nascerà un vero e proprio partito, con una sua lista pronta a lanciarsi nell'agone elettorale. I tempi? Potrebbe accadere tutto nei giorni del dibattito al Senato sul governo Conte. Ieri sera l’ex premier è apparso a quelli che gli hanno parlato più che mai deciso a tagliarsi i ponti dietro le spalle: «La misura è colma, non possiamo più restare in un partito dove tutti i giorni ci attaccano». Ma dice di volere una separazione consensuale, ipotizzando di portarsi via dai gruppi del Pd più o meno la metà dei parlamentari. Che vorrebbe dire circa 25 al Senato e più di 50 alla Camera. Anche se Nicola Zingaretti è convinto che a palazzo Madama alla fine lo seguiranno non più di una ventina. 
Ora, le stesse autrici dell'articolo sono a conoscenza di un grave ostacolo sulla via di questo progetto: un eventuale gruppo potrebbe nascere soltanto alla Camera, perché "bisogna fare i conti con il nuovo regolamento del Senato che impedisce la nascita di altri gruppi se non corrispondono a partiti che si siano presentati alle elezioni". Uno degli scopi della riforma regolamentare della passata legislatura, in effetti, era proprio contenere il fenomeno del transfughismo e della frammentazione (incentivando invece l'unione tra gruppi esistenti, possibile ex art. 15, comma 3 del regolamento del Senato), rendendo impossibile la nascita di gruppi corrispondenti a nuovi partiti, anche consistenti (quindi, in un certo senso, rendendo meno conveniente la nascita di quegli stessi partiti, visto che non sarebbero stati più disponibili tutti i vantaggi dati dalla possibilità di costituire nuovi gruppi autonomi, in termini di risorse e personale). 
Per evitare il problema ci vorrebbe una mossa che sparigli le carte, come un'interpretazione della Giunta per il regolamento che sostenga che il limite contenuto nella frase "E' ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati" (art. 14, comma 4) riguarda soltanto la fase iniziale della legislatura, come qualche riferimento qua e là potrebbe suggerire a qualcuno, ma è evidente che sarebbe una lettura molto più che forzata, che a quel punto priverebbe del tutto di senso l'inserimento di quella disposizione. Difficile, dunque, che un gruppo renziano possa nascere al Senato (ed è altrettanto improbabile un trasloco di massa nel gruppo misto, magari costituendo una propria componente, perché la convenienza pratica a costituirla sarebbe quasi nulla).
Oltre a questo, però, c'è un altro aspetto problematico che finora non sembra emerso e riguarda il nome del gruppo. Perché sì, Azione civile ha come acronimo Ac come Azione cattolica (quella da cui salvarsi con "una sana e consapevole libidine" anche se non si è più giovani), ma Azione civile era soprattutto il movimento fondato nel 2013 da Antonio Ingroia, per dare un minimo di continuità all'esperienza di Rivoluzione civile, che alle elezioni politiche di quell'anno aveva raccolto - tra gli altri - Verdi, Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Italia dei valori, gli arancioni di De Magistris e altre forze minori (La Rete 2018 di Leoluca Orlando e il Nuovo partito d'azione) ma aveva raccolto poco più del 2%. L'esperienza di Rivoluzione civile si chiuse del tutto a maggio 2013, ma Ingroia aveva già scelto di continuare con un proprio simbolo, chiaramente derivato da quello precedente, con il suo nome al centro in bella vista, la silhouette del Quarto stato di Pellizza da Volpedo in basso e, in altro, il nuovo nome del nuovo partito (attivo anche se non rivoluzionario).
Si trattava però di un aggiustamento provvisorio: tempo qualche settimana e, a giugno, in vista della prima assemblea nazionale del 22 giugno (e con il contestuale abbandono della magistratura), l'ordine degli elementi testuali fu variato: al centro andò il nuovo nome, in blu e a caratteri cubitali, appena un po' nascosto dalle sagome pellizziane, mentre il cognome di Ingroia finì in basso e in dimensioni assai più ridotte. 
In realtà, nel giro di qualche mese si persero le tracce del soggetto politico guidato dall'ex magistrato, nel frattempo impegnato come commissario di una società regionale siciliana su incarico dell'allora presidente regionale Rosario Crocetta. Alla fine del 2017, poi, Ingroia è ricomparso con Giulietto Chiesa per presentare La mossa del cavallo, cioè la Lista del popolo per la Costituzione: andò personalmente lui a presentare il simbolo al Viminale, ma la lista (anche per una presenza non omogenea, a causa delle difficoltà nella raccolta delle firme) ottenne un risultato deludente. Nel frattempo, non è dato sapere se Azione civile come soggetto giuridico sia stato sciolto o se, semplicemente, sopravviva "in sonno" in qualche modo, senza avere mai partecipato ale elezioni.
Ora, non è detto ovviamente che il nome dell'eventuale gruppo parlamentare renziano nascituro sia proprio "Azione civile" (in questi giorni varie anticipazioni sono state smentite dalla realtà in tutto o in parte, ad esempio per i nomi del movimento di Giovanni Toti), così come è probabile che non sorga qualche problema giuridico, proprio perché in Parlamento Ingroia non è mai arrivato e pochi ricordano quel precedente (anche se non potrebbe escludersi del tutto una reazione di chi aveva usato il nome per primo). La questione, casomai, è politica: sicuri che non sia una falsa partenza utilizzare per una forza di centro un nome che si era collocato decisamente a sinistra e che, per giunta, è finito piuttosto male e piuttosto in fretta? Se davvero tra chi sta pensando a un'operazione simile nessuno è così #drogatodipolitica da ricordare quell'episodio o, comunque, non ha riflettuto su questo, forse è il caso di iniziare a farlo...

venerdì 17 novembre 2017

La Mossa del cavallo: Ingroia e Chiesa per una Lista del Popolo

Era stata annunciata pochi giorni fa la presentazione - avvenuta ieri alla sala stampa della Camera - di una nuova iniziativa politica, denominata La Mossa del cavallo. Al di là della particolarità del nome scelto, di ascendenze scacchistiche e camilleriane, non aveva mancato di scatenare ironie e critiche feroci in ambienti politici e giornalistici il fatto che a guidare il progetto fossero Giulietto Chiesa, cronista di lunghissimo corso e già parlamentare europeo eletto nel 2004 nella lista Di Pietro-Occhetto (esperienza peraltro chiusa male sul piano dei rimborsi elettorali, come cronache anche recenti hanno ricordato) e soprattutto Antonio Ingroia, già magistrato antimafia, scelto come capo della lista Rivoluzione civile nel 2013 (fuori dal Parlamento, essendo rimasta sotto al 4%) e tuttora a capo del suo movimento Azione civile, erede di quella non fortunata avventura politica.
Cosa stia dietro a quel nome "apparentemente bizzarro e intenzionalmente provocatorio", l'ha spiegato Ingroia, sgombrando subito il campo da alcune ipotesi: "Noi non siamo e non saremo mai un partito, anzi, con questo appello al popolo noi proponiamo un'alleanza tra cittadini contro i partiti, principali responsabili del disastro in cui ci troviamo". Ha negato anche con convinzione che il progetto politico nascente sia di sinistra, a dispetto della storia politica sua e di Chiesa: "Oggi la parola sinistra non significa più nulla, noi guardiamo a quel 60% di elettori che hanno già deciso oggi di non votare alle prossime elezioni, un vulnus alla democrazia e vogliamo dare un contributo per cercare di cambiare la situazione".
Il contributo, dunque, non passa attraverso la costituzione di un partito ("e nemmeno di un movimento, almeno per ora, quindi non chiediamo ai cittadini di iscriversi"), ma si traduce nella proposta della "necessità che quel 60% di possibili astenuti dal voto di non essere vittime delle scelte altrui: tutti noi cittadini - ha continuato Ingroia - abbiamo diritto di dire la nostra, ribellandoci a un sistema ignobile che ha stracciato e quotidianamente straccia la Costituzione italiana". Inevitabile il riferimento al referendum sulla riforma costituzionale: "noi abbiamo vinto, è stata una vittoria straordinaria", ha rimarcato Ingroia, cercando di proporre il nuovo progetto politico come (unico e ideale?) collettore apartitico e antipartitico dell'esito di quella consultazione, a dispetto delle posizioni nette prese dai partiti sul fronte del No. Quello del 4 dicembre, tuttavia, sarebbe stato solo un punto di partenza, occorrendo una "offensiva costituzionale" di cui La Mossa del cavallo vuole essere un punto di partenza.  
Il nome del progetto politico, però, non sarà l'etichetta della formazione elettorale che il gruppo spera di riuscire a presentare nel 2018 (ammesso che si riescano a raccogliere le firme, "un carro armato che ci è stato messo sulla testa", ha denunciato Chiesa). Il nome scelto è Lista del Popolo per la Costituzione, ma ci sarà comunque un cavallo con cavaliere nel simbolo, "che non sarà quello definitivo", ha precisato una volta di più Ingroia (e forse è un bene, visto che il risultato grafico non pare dei migliori, anche per il fondo arancione, che sicuramente spicca ma non pare troppo armonico). 
Chi si aspettava l'immagine di un cavallo da scacchiera è rimasto deluso (giusto il loghino tricolore a quadrati presente sull'appello agli elettori contenuto nella cartella stampa, volendo usare molta fantasia, può rimandare alla scacchiera), anche se l'ex magistrato ha tenuto a precisare che "Giulietto e io siamo appassionati di scacchi" e ha rivendicato la necessità di una mossa "a sorpresa, non prevedibile, che scavalca le file nemiche". La scelta del cavaliere - con la minuscola - sul destriero che spicca un salto (immagine tratta da un affresco, chissà quale, e sormontata da un arcobaleno tricolore) è invece stata fatta come emblema di quell'offensiva costituzionale che il gruppo ha in mente, per esigere e ottenere l'attuazione "totale" della Carta entrata in vigore il 1° gennaio del 1948 e che aveva, sempre per Ingroia, "un contenuto rivoluzionario, rimasto inascoltato".  
Il gruppo che ha dato vita all'iniziativa presentata ieri si sarebbe allargato giorno per giorno sulla base di una "situazione anomala", denunciata da Giulietto Chiesa: "Siamo in pieno colpo di stato, senza carri armati ma portando il paese per la quarta volta a un'elezione illegale, con una legge elettorale anticostituzionale, prodotta da un Parlamento 'illegale' che darà un altro Parlamento di nominati". Ha contrastato con forza il giornalista l'accusa di voler dividere gli elettori: "Non siamo stati noi a dividere il Paese, semplicemente il Paese non è rappresentato democraticamente, per questo oltre metà degli elettori non va a votare". 
L'idea è di mettere in piedi una lista di persone illustri, oneste, competenti e coraggiose, lo stesso coraggio che per Chiesa avranno gli italiani che voteranno la Lista del Popolo: "Il populismo è importante, è una rivolta dei popoli contro una politica che li ha espropriati. Noi non siamo di destra o di sinistra, stiamo con quelli che sono di sotto per combattere con quelli che stanno di sopra". Due gli obiettivi principali: il primo, voltare pagina rispetto alla situazione di "colonia degli Stati Uniti" per una nuova condizione di neutralità, senza nemici e senza sanzioni ("Spendiamo 60 milioni di euro al giorno per tenere in piedi un sistema difensivo che non ci consentirebbe di combattere nemmeno per una settimana"); il secondo, dire chiaramente che i trattati europei risultano contrari alla Costituzione e devono essere tutti rinegoziati ("Non siamo antieuropeisti, siamo per un'Europa forte e per un'Europa diversa: abbiamo delegato la nostra sovranità e rinunciato alla nostra democrazia a favore di istituzioni che non sono democratiche").   
A presentare il progetto, assieme a Ingroia e Chiesa, c'erano Sandro Diotallevi (avvocato del cattolicesimo sociale, convinto che in Parlamento nessuno stia difendendo i principi ispiratori della Costituzione e che sia necessaria una nuova e diversa partecipazione dei cattolici), Carlotta Balzani (europrogettista, presidente del Comitato salute casentinese, certa della necessità di smetterla con la sanità come "uno dei più grandi business in Italia") e Nicolò Gebbia, generale dei carabinieri in congedo (sostenitore della necessità di dichiarare pubblicamente, per ogni titolare di ufficio pubblico, l'appartenenza a qualunque tipo di loggia massonica). Sostegno all'iniziativa è arrivata anche da storici come Aldo Giannuli (spesso citato come legato al MoVimento 5 Stelle, specie nella fase di revisione della normativa elettorale) e il medievista Franco Cardini, noto per non essere proprio di sinistra (a dispetto di una sua fase guevarista); ci sono anche giornalisti come Fulvio Scaglione (già giornalista di Famiglia Cristiana) e artisti come Davide Riondino
La tabella di marcia prevede il ritrovarsi circa tra un mese - dopo le prime assemblee sui territori - con i cittadini interessati, per un'assemblea ampia che permetta di entrare nel merito dei punti del programma e avvii la costruzione di "un Comitato di liberazione nazionale sul modello di quello che si costruì all'indomani delle macerie del regime fascista": l'idea è di ricostruire il Paese a seguito di un altro ventennio, quello berlusconiano "con gravissime responsabilità della sinistra, anche radicale, che continua a fare gli stessi errori", come ha sostenuto con convinzione Ingroia. Toccherà agli elettori valutare la credibilità della proposta; gli ideatori della lista, nel frattempo, lavoreranno per portare sulla scheda il cavallo che salta, sperando che le zampe non restino imbrigliate dalle firme da raccogliere. 

sabato 12 gennaio 2013

Il Quarto stato conteso

Il simbolo di Loda
Quale sarà mai, dunque, la "Rivoluzione civile" giusta? Quella di Antonio Ingroia che tutti conoscono grazie alla stampa e alle immagini dei tiggì, oppure quella di Max Loda, che è apparsa sulla bacheca del Viminale molto prima di quella più nota, senza il nome del magistrato in bella mostra ma con lo stesso nome e la sagoma del Quarto stato di Pellizza da Volpedo ben riconoscibile?
Non bastava, dunque, la grana che era emersa nei giorni scorsi, per cui Giancarlo Filippo Pio Caldone, sindaco del paese di Volpedo, ha chiesto ufficialmente a Ingroia – pena un'azione legale – di rinunciare alla silhouette della nota opera di Pellizza, criticando la resa grafica ("Il suo stilizzato è veramente orrendo") e la mancanza di ogni comunicazione sulla scelta di utilizzare l'immagine sul contrassegno ("il quadro non deve essere più un simbolo di movimenti o partiti politici ma patrimonio di tutta l’umanità, rappresentando tutti coloro che lo ammirano e lo apprezzano"). Non bastava neppure la polemica dell'assessore milanese Franco D'Alfonso – seguita all'uscita durissima di Pisapia che ha bollato l'uso dell'immagine da parte di Rivoluzione civile come "appropriazione indebita" – che si è domandato "cosa c’entri un simbolo dell’unità della classe operaia e lavoratrice, della storia e della tradizione socialista e della sinistra italiana, l’immagine universalmente riconosciuta della solidarietà e del riscatto sociale collettivo con una Lista nata per dividere ed elevare a programma politico il giacobinismo mediatico giudiziario" (c'entrerà anche lo scorno per vedere utilizzato altrove e diversamente il colore arancione? O qualche cattivo retrogusto socialista per la presenza di Di Pietro nella formazione?)
Il simbolo di Ingroia
Ci voleva, dunque, anche l'arrivo deI Loda da Lodi, per completare il quadro. Alle sue spalle ha una militanza leghista, un lungo periodo nel movimento No Euro al fianco di Renzo Rabellino, con il quale ha creato gran parte dei simboli delle Leghe Padane (ma sono suoi anche i simboli del
Partì demucratec padan, del Fronte cristiano e altri ancora) e che ora è un dirigente nazionale del Partito Pirata (quello di cui è portavoce Marco Marsili, al solito bisogna precisare). "Non ci si può impadronire del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo così – dichiara oggi Loda al Giorno –. Credo proprio che il dottor Ingroia dovrà trovarsi un altro simbolo. Peraltro noi lo usiamo da tanto; comunque il Quarto Stato l’ho usato in altre liste civiche. Noi siamo rivoluzionari da sempre". Se andrà veramente così, è da vedere: Loda è convinto delle sue ragioni, Ingroia anche. Tocca ai funzionari del Viminale dire chi ha effettivamente torto.

sabato 29 dicembre 2012

Ingroia alla Rivoluzione (civile) come Pellizza da Volpedo

Alla fine, rivoluzione sarà. Antonio Ingroia e gli altri "arancioni" devono avere considerato troppo barricadera e violenta la denominazione "Rivolta democratica" e hanno preferito l'altra alternativa, scegliendo per il loro nuovo soggetto politico il non meno forte concetto di "Rivoluzione". Che, però, non è più definita "democratica", visto che alla fine si è scelto di battezzarla piuttosto "civile": sarà che l'altro aggettivo era un po' abusato (tra il Pd e la nuova formazione di Donadi e Tabacci c'era rischio di confondersi, magari di essere affiancato), sarà che si è voluto calcare la mano anche su una buona dose di legalità che il programma dovrebbe avere, sta di fatto che si è preferito dirsi "civili", anche perché la democraticità dovrebbe essere sottintesa, in fondo.
L'arancione c'è ancora, ma nel contrassegno finale che proprio poco fa è stato ufficializzato è piuttosto sfumato, niente a che vedere con il colore "carico" che aveva accompagnato le prime prove simboliche dei giorni scorsi. Proprio dove la tinta di fondo scema, campeggia a caratteri cubitali il nome di Ingroia, che a questo punto deve aver accettato di essere indicato come capo della coalizione e, dunque, potenziale Presidente del Consiglio. A qualcuno l'idea di indicare il nome sull'emblema non è piaciuta molto o, per lo meno, è risultata poco comprensibile: "troppo nero e troppo personalismo" si legge in alcuni commenti della prim'ora su Facebook, mentre altri - che magari conoscono meglio la legge elettorale - apprezzano e manifestano già intenzioni di voto.
Sotto al nome, non ci sono più le due mani a dita incrociate, quella sorta di doppio "saluto lupetto" che univa due segni di vittoria o formava il simbolo del "cancelletto" (o di un hashtag di Twitter, vai a saperlo): la sagoma rossa, inconfondibile, è quella del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, un capolavoro dell'arte divisionista, ma soprattutto un simbolo storico per la sinistra italiana. Non a caso, in Rivoluzione civile sono compresi anche i due partiti maggiori della "sinistra estrema", ossia Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, che certamente avranno manifestato gradimento per quella raffigurazione, se non l'hanno addirittura ispirata.
Finora non si sono registrati contrassegni che abbiano sfruttato il forte potere iconografico di quell'opera d'arte (mentre in altri casi certi dipinti sono stati presi tali quali e proiettati sullo sfondo di contrassegni, valga per tutti il Tondo Doni di Michelangelo, sfruttato dalla lista "Difesa della famiglia" alle ultime elezioni politiche). Una rappresentazione simile, per assurdo, la si era vista nel 1996 in un contrassegno di una non meglio precisata "Destra di popolo" (a sostegno di un illustre carneade come Mario Crucianelli), con la donna che invece del bambino reggeva una borsetta. 
Per vedere altri cumuli indistinti di persone, che abbiano avuto per lo meno un certo successo, occorre tornare sicuramente alla Rete di Leoluca Orlando (con disegno di Diego Novelli), dunque alla prima metà degli anni Novanta. Non a caso, Orlando sostiene anche Rivoluzione civile; allora però il sottotitolo scelto all'interno del simbolo era "Movimento per la democrazia" (e, bisogna pure notarlo, quelle silhouette di persone che si affacciavano nell'emblema erano sorridenti), questa volta invece i toni sono molto più accesi e francamente si sorride molto meno (non che ci fosse molto da ridere anche allora). Sarà pure lento l'incedere del popolo, ma l'immagine scelta è potente e non manca di colpire; se colpirà anche gli elettori, è ancora un po' presto per dirlo.

domenica 23 dicembre 2012

Arancioni, prove di rivoluzione (o rivolta) democratica


Ora che le Camere sono state sciolte ed è stata ufficializzata la doppia data del 24 e 25 febbraio per lo svolgimento delle elezioni politiche, si può dire con certezza che le liste hanno giusto una ventina di giorni per concepire o ritoccare i loro contrassegni: in base ai tempi dettati dal d.lgs. 4361/1957 (con successive modificazioni), infatti, gli emblemi dovranno essere depositati tra le ore 8 dell'11 gennaio e le ore 16 del 13 gennaio. Fino ad allora, ci sarà ancora tempo per far sbizzarrire le menti dei grafici e la sete di popolarità dei partiti che si presenteranno da soli o costituiranno alleanze.
Tra coloro che hanno annunciato il proprio possibile impegno, ci sono anche gli "arancioni" di Luigi De Magistris: è ancora presto per sapere se il pubblico ministero Antonio Ingroia sarà alla guida di quella formazione, che tra l'altro dovrebbe catalizzare anche l'Italia dei valori e buona parte delle forze che nel 2008 avevano costituito il cartello elettorale "La Sinistra - L'Arcobaleno" (quindi i Verdi - Ecologisti di Angelo Bonelli, i Comunisti italiani di Diliberto e Rifondazione comunista di Paolo Ferrero e altri che volessero aggregarsi). Quell'esperienza, come è noto, non andò particolarmente bene – per la prima volta quei partiti non ebbero alcuna rappresentanza in Parlamento, a causa dello sbarramento del "Porcellum" – ma di quel precedente sembrano riprodursi almeno due caratteri (probabilmente, con l'idea di non ripetere il flop di cinque anni prima).
Innanzitutto, anche in questo caso non dovrebbero presentarsi gli emblemi dei simboli partiti che concorreranno al nuovo soggetto politico: era stato molto chiaro Ingroia su questo argomento, "Il modo migliore per far fare un passo avanti alla società civile è fare un passo indietro ... non dobbiamo essere un collage, un'accozzaglia di colori, un arcobaleno, ma una nuova identità che nasce e che dobbiamo portare a sintesi unitaria". Non si sa se avesse in mente proprio il fallimento della "Sinistra - L'Arcobaleno", ma certamente ha reso l'idea: niente simboli, anche minuscoli, nell'emblema della lista.
Secondariamente, anche questa volta si finisce per scegliere un emblema profondamente diverso da quelli della cosiddetta "sinistra alternativa": sembra di capire questo, visto che proprio oggi Repubblica svela le possibili versioni del contrassegno elettorale, in una gallery che comprende tre immagini. In tutte domina, come è ovvio, il colore arancione sullo sfondo, con la parte inferiore del cerchio occupata da due mani che, con l'indice e il medio aperti a V, sfoderano il segno della vittoria (che però negli anni '60 era anche il gesto di peace and love, così come altrove è un segno insultante); a guardare bene quelle dita, poi, il pollice a coprire le ultime due dita sembra rimandare più che altro al saluto scout dei "lupetti", con il più forte che si occupa dei più deboli.
Nella parte superiore, invece, trova posto il nome: pare che, al momento, le proposte oscillino tra Rivoluzione democratica e Rivolta democratica, scritte con pezzi di metallo fermati da viti, il tutto in bianco o in blu; sotto al tondo, invece, ci sarebbe il motto del movimento, che dal Cambiare si può dell'altro giorno è già diventato Cambiare si deve. Certo, "rivoluzione" e "rivolta" sono termini forti: il secondo rimanda agli schiavi, ai gladiatori, ai Ciompi e a sollevazioni potenti, spesso purtroppo finite maluccio; il primo appartiene alla storia della sinistra da sempre, ma ultimamente sembra un po' inflazionato, dopo che se ne sono appropriati anche Vittorio Sgarbi e Gianpiero Samorì. Entrambi i concetti sono temperati dall'aggettivo "democratica", almeno sulla carta più rassicurante: anche il cambiamento, in fondo, ha le sue regole del gioco.