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domenica 23 dicembre 2012

Arancioni, prove di rivoluzione (o rivolta) democratica


Ora che le Camere sono state sciolte ed è stata ufficializzata la doppia data del 24 e 25 febbraio per lo svolgimento delle elezioni politiche, si può dire con certezza che le liste hanno giusto una ventina di giorni per concepire o ritoccare i loro contrassegni: in base ai tempi dettati dal d.lgs. 4361/1957 (con successive modificazioni), infatti, gli emblemi dovranno essere depositati tra le ore 8 dell'11 gennaio e le ore 16 del 13 gennaio. Fino ad allora, ci sarà ancora tempo per far sbizzarrire le menti dei grafici e la sete di popolarità dei partiti che si presenteranno da soli o costituiranno alleanze.
Tra coloro che hanno annunciato il proprio possibile impegno, ci sono anche gli "arancioni" di Luigi De Magistris: è ancora presto per sapere se il pubblico ministero Antonio Ingroia sarà alla guida di quella formazione, che tra l'altro dovrebbe catalizzare anche l'Italia dei valori e buona parte delle forze che nel 2008 avevano costituito il cartello elettorale "La Sinistra - L'Arcobaleno" (quindi i Verdi - Ecologisti di Angelo Bonelli, i Comunisti italiani di Diliberto e Rifondazione comunista di Paolo Ferrero e altri che volessero aggregarsi). Quell'esperienza, come è noto, non andò particolarmente bene – per la prima volta quei partiti non ebbero alcuna rappresentanza in Parlamento, a causa dello sbarramento del "Porcellum" – ma di quel precedente sembrano riprodursi almeno due caratteri (probabilmente, con l'idea di non ripetere il flop di cinque anni prima).
Innanzitutto, anche in questo caso non dovrebbero presentarsi gli emblemi dei simboli partiti che concorreranno al nuovo soggetto politico: era stato molto chiaro Ingroia su questo argomento, "Il modo migliore per far fare un passo avanti alla società civile è fare un passo indietro ... non dobbiamo essere un collage, un'accozzaglia di colori, un arcobaleno, ma una nuova identità che nasce e che dobbiamo portare a sintesi unitaria". Non si sa se avesse in mente proprio il fallimento della "Sinistra - L'Arcobaleno", ma certamente ha reso l'idea: niente simboli, anche minuscoli, nell'emblema della lista.
Secondariamente, anche questa volta si finisce per scegliere un emblema profondamente diverso da quelli della cosiddetta "sinistra alternativa": sembra di capire questo, visto che proprio oggi Repubblica svela le possibili versioni del contrassegno elettorale, in una gallery che comprende tre immagini. In tutte domina, come è ovvio, il colore arancione sullo sfondo, con la parte inferiore del cerchio occupata da due mani che, con l'indice e il medio aperti a V, sfoderano il segno della vittoria (che però negli anni '60 era anche il gesto di peace and love, così come altrove è un segno insultante); a guardare bene quelle dita, poi, il pollice a coprire le ultime due dita sembra rimandare più che altro al saluto scout dei "lupetti", con il più forte che si occupa dei più deboli.
Nella parte superiore, invece, trova posto il nome: pare che, al momento, le proposte oscillino tra Rivoluzione democratica e Rivolta democratica, scritte con pezzi di metallo fermati da viti, il tutto in bianco o in blu; sotto al tondo, invece, ci sarebbe il motto del movimento, che dal Cambiare si può dell'altro giorno è già diventato Cambiare si deve. Certo, "rivoluzione" e "rivolta" sono termini forti: il secondo rimanda agli schiavi, ai gladiatori, ai Ciompi e a sollevazioni potenti, spesso purtroppo finite maluccio; il primo appartiene alla storia della sinistra da sempre, ma ultimamente sembra un po' inflazionato, dopo che se ne sono appropriati anche Vittorio Sgarbi e Gianpiero Samorì. Entrambi i concetti sono temperati dall'aggettivo "democratica", almeno sulla carta più rassicurante: anche il cambiamento, in fondo, ha le sue regole del gioco. 

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