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giovedì 13 dicembre 2012

Se Alemanno inciampa su "Italia popolare"...


L’aveva pensata proprio bella Gianni Alemanno, nel pieno della bagarre pre-elettorale e pre-dimissionaria di Monti, specie nel centrodestra. Domenica era previsto un evento voluto da Giorgia Meloni e dal televisivamente presente Guido Crosetto per rifondare il centrodestra? E lui ha piazzato giusto quel giorno un altro incontro, con «un chiaro riferimento al Partito popolare europeo» e, secondo qualcuno, anche a Monti (ma non ci si metterebbe proprio la mano sul fuoco).
Sul nome dell’evento, però, Alemanno inciampa e qualcuno si premura di farlo notare. Quella convention – e, a sentire certe voci, anche il movimento/corrente conseguente – dovrebbe chiamarsi «Italia popolare», un po’ in ossequio al tricolore, un po’ al Ppe. Gli ideatori, tuttavia, sembrano aver fatto i conti senza l’oste, che stavolta si chiama Alberto Monticone. Già, perché nel 2004, dopo che il Partito popolare aveva già concluso da tempo la sua esperienza politica e molti suoi militanti si erano tesserati con la Margherita, il piemontese Monticone e il campano Gerardo Bianco (che era stato segretario dei Popolari) avevano scelto di far continuare quella storia, fondando il movimento «Italia popolare».
Nato il Pd, quella formazione ha cercato anche di presentarsi alle elezioni politiche, depositando come simbolo lo scudo su gonfalone, quasi identico a quello che proprio Bianco utilizzò nel 1995 come contrassegno elettorale: disegnato da Guido Bodrato, era nato nell’urgenza di trovare un emblema per la parte del Ppi che aveva votato contro il segretario Rocco Buttiglione ma non era riuscita a farsi dare pienamente ragione dal tribunale di Roma e a ottenere l’uso dello scudo crociato. Il Viminale non gradì la somiglianza e bocciò quel contrassegno, ma ne era già stata elaborata una versione modificata, in seguito soprattutto accettata alle elezioni che si sono finora svolte in Piemonte e Campania: su fondo azzurro, sempre il gonfalone con scudo, cui si aggiunge la scritta «Italia popolare».
Quel marchio, tra l’altro (sia pure privo della denominazione del partito), è stato debitamente depositato all’Ufficio italiano brevetti e marchi dall’associazione «I Popolari collegio 12» di Moncalieri, collegata al movimento di Italia popolare: la registrazione è avvenuta all’inizio del 2010 e ha dato tutela civil-commerciale a un emblema che fino a quel momento nessuno aveva pensato di proteggere. Che Monticone, assieme alle altre persone legate a quel progetto politico (Giancarlo Chiapello in primis) facesse sul serio, del resto, Alemanno poteva già saperlo: a gennaio del 2011, infatti, Silvio Berlusconi non aveva escluso che il Pdl potesse assumere la denominazione di «Popolari». Avrebbe potuto mettersi di traverso l’associazione «I Popolari», che di fatto è lo stesso soggetto giuridico che fino al 2002 aveva il nome di «Partito popolare italiano»; lo ha fatto invece Monticone, diffidando il Cavaliere ed enfatizzando tutte le distanze tra il progetto berlusconiano e quello autenticamente popolare di don Sturzo e di chi, negli anni ’90, aveva mantenuto quelle idee. Errare è umano, perseverare…

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