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venerdì 31 marzo 2023

Simboli fantastici (31): Friuli Venezia Giulia, torna la satira di Mataran

"E io rinascerò / cervo a primavera": è intenso e delicato il brano di Mogol e Cocciante, è bello rinascere a primavera, ma è ancora più importante azzeccare il momento giusto per rinascere. Così, per chi esercita con passione il ruolo di appartenente alla schiera dei #drogatidipolitica e, per di più, ha la fortuna di essere portatore sanissimo e diffusore di ironia corrosiva, le elezioni che riguardano il proprio territorio sono un'occasione da cogliere assolutamente, a costo di risvegliarsi da un sonno durato oltre un anno. Per fortuna nostra si è ridestata a tempo debito la banda di Mataran, la rivista satirica nata nel 2015 e diffusa in Friuli Venezia Giulia (non a caso, mataran in furlan significa "matto", nel senso di originale, giocherellone, dunque non inquadrato né inquadrabile). Già nel 2021 questo sito aveva ospitato volentieri la loro satira graffiante esercitata in vista delle elezioni amministrative celebrate in quell'autunno (anche se chi scrive ha appreso della pubblicazione solo a seggi ormai smobilitati): in quel caso, l'ironia si era tradotta soprattutto nell'invenzione di dodici "simboli fantastici" (o, se si preferisce, "veramente falsi") che non erano riusciti ad arrivare sulle schede perché rifiutati o perché i relativi progetti di lista erano falliti prematuramente.
Quella volta ci si era divertiti a commentarli e a cercare di collocare quei loghi mai nati nel contesto di ogni comune, ma è chiaro a chiunque che le elezioni regionali sono un altro pianeta, un rito che non può in alcun modo essere trascurato. L'ultima uscita cartacea di Mataran, sia pure con la testata il Frico (nata all'inizio del 2021 come inserto mensile de il Friuli) risaliva alla fine del 2021, con il calendario dal sapore popolare e forte di Frico Indovino, preceduta dalla campagna - cui questo sito aveva "simbolicamente" aderito - per lanciare la candidatura del furlan Dino Zoff al Quirinale; quell'anno abbondante di pausa, però, meritava di essere interrotto per occuparsi "alla Mataran" (anzi, tant che un Mataran) dell'evento elettorale più importante del territorio regionale. Da pochi giorni, dunque, in una settantina di punti sparsi nelle varie province della regione è arrivato lo "Speciale elezioni" di Mataran, anzi, "l'organo ufficiale del voto in Friuli Venezia Giulia", come si può leggere sotto la testata: un voto da affrontare con una giusta "dose di satira gratuita ma non scontata", nel senso che non è banale e che non fa sconti (anche per questo nel 2021 è arrivato il meritato Premio Satira Forte dei Marmi, citato accanto alla testata con una finta etichetta malincollata). 
Oltre che in quei punti di distribuzione gratuita, le otto pagine del numero speciale di Mataran sono state al centro di una presentazione rivestita come un "party elettorale" in piena regola (con tanto di invito a forma di scheda, regolarmente bollata) ieri sera a Udine (alla Cas'Aupa) e questa sera si replicherà a Pordenone (alla Casa del Popolo). Che l'appuntamento elettoral-satirico sia molto sentito da quelle parti lo hanno dimostrato due dettagli della serata di ieri: oltre cento partecipanti e, tra il pubblico, varie persone candidate alle comunali o alle regionali. Come a dire che alla fine tanto vale ridere, anche se magari quella banda di scapestrati matarans prende di mira questa o quella candidatura, che sia destinata a vincere o a perdere (perché non ci si salva dai graffi - scritti o disegnati - di chi esercita la satira). Ben venga allora partecipare alla festa di "un organo riproduttivo di satira e umorismo, noncurante ma non indifferente - si legge all'interno - con notizie false ma non bugiarde, fatto in casa per la gente di qui anche se la gente di qui non lo vuole in casa, e quindi letto perlopiù in piedi, sul trattore o in barca a vela (dipende dove abitate)". Pure e soprattutto sotto elezioni, infatti, è bene non dimenticare che "la satira è lo strumento degli sfigati per dissacrare il potere e le idee, specialmente quelle di chi vuole insegnarci come e di cosa ridere"
Il primo e principale oggetto della satira questa volta è il presidente uscente e ricandidato della giunta regionale, il leghista Massimiliano Fedriga: lui, armato di una matita appuntita, spunta da un foro nero con i contorni della regione in una copertina chiaramente ispirata alla locandina del film di Stanley Kubrick Arancia meccanica (il cui titolo, con gli stessi caratteri, è stato trasformato in Rielezione meccanica). Pure all'interno un certo spazio è dedicato al candidato del centrodestra, specie nel confronto con il suo principale contendente, Massimo Moretuzzo (nella caricatura il candidato autonomista sostenuto anche dal centrosinistra e dal M5S è ritratto nei panni del líder mínimo, con il simbolo del suo Patto per l'autonomia sul basco, mentre Fedriga è "Sua Eccellenza", in divisa e con Sole delle Alpi, Alberto da Giussano, fiamma tricolore e bandierina forzista trasformati in distintivi). Tra i vari altri contenuti del numero, appare impagabile (e serissimo), tra i commenti sulle elezioni dei "vip del Friuli Venezia Giulia" (dall'ex candidato autonomista Sergio Cecotti, all'attuale candidato "terzopolista" Alessandro Maran fino a Francesca Mesiano dei Coma Cose), quello di "Armando della Pimpa": "Mi asterrò, come ho sempre fatto da quando ero ragazzo. Sono per l’ordine ma senza potere, fondato sulla pari dignità e perciò autentico".
Nelle otto pagine di Mataran (tutte da sfogliare con la massima attenzione, anche da chi non è parte di quella regione) però, non poteva mancare la seconda edizione del Salon des Refusés imaginaires, vale a dire la pagina dei simboli delle liste (regionali e comunali) "che non ce l'hanno fatta", non essendo arrivate sulle schede perché bocciate o abortite anzitempo, ma in realtà frutto esclusivo della creatività della squadra dei portatori di satira. Questa volta la tribuna è soprattutto per le elezioni regionali, cui sono dedicati ben sei dei dodici emblemi creati da Mataran; non vengono comunque trascurate le elezioni amministrative, fonte di ispirazione per le altre sei liste "farlocche". Come nel 2021, ciascun contrassegno - piazzato su un simulacro di scheda elettorale, rispettando i colori scelti in FVG per l'evento: azzurro per le elezioni regionali, arancione per quelle comunali - è accompagnato da una breve descrizione della lista e del motivo per cui il simbolo ("falso, ma non bugiardo", come tengono a sottolineare dalla redazione) non sarebbe stato sottoposto al giudizio di elettrici ed elettori.
Iniziando il viaggio "fantasimbolico" dalle elezioni regionali, il primo emblema a essere mostrato è quello dell'Österreichisch-Ungarische Volkspartei, vale a dire il "Partito Popolare Austro-Ungarico" su fondo giallo spicca l'aquila bicipite (impiegata anche dall'impero asburgico) cui è sovrapposto al centro uno scudo con l'alabarda triestina dorata, collocata sui colori della bandiera dell'Austria; al nome del partito scritto in carattere gotico fa da contrappunto la sigla collocata in basso, nel segmento bianco, con la V rossa e quasi-3D mutuata dal simbolo della Südtiroler Volkspartei (lo stesso nome, ovviamente, rimanda a quello della Svp). "Dopo una trionfante raccolta firme, forti dell’appoggio di molti triestini, ma non solo, il Partito Popolare Austro-Ungarico era pronto a presentarsi alle regionali con mire di vittoria: obiettivo fondante, l’annessione della Venezia Giulia all’Austria". Mataran peraltro informa pure del prematuro scioglimento della lista, dopo che qualcuno - cartina alla mano, evidentemente - aveva fatto notare che la provincia di Udine confina con l'Austria, ma la Venezia Giulia no.
Non appare legato a questioni storico-territoriali, ma a un evento atteso nelle prossime settimane il Partito degli Alpini con le mani legate. Dall'11 al 14 maggio, infatti, Udine ospiterà la 94esima adunata nazionale degli Alpini, quella che segue le polemiche legate a quella dello scorso anno (svoltasi a Rimini e San Marino) per i casi di molestie verbali e tattili segnalate da varie donne. Il fanta-partito - con le mani davvero legate al centro e la parola "Alpini" con lo stesso rilievo normalmente dato al cognome di Matteo Salvini nel simbolo della Lega (scelta probabilmente originata dal post dello scorso anno a sostegno degli Alpini, apparso sui canali social del segretario leghista) - aveva un programma impegnativo: "Legittima difesa e rispetto per il prossimo. Pene severe per i colpevoli di palpata al culo (tranne se 'mano morta involontaria'), carcere a ore per chi si ubriaca sforando il limite di 3.0 alcolico (valido solo i lunedì di febbraio), pena di morte per chi irride le penne nere (corvi e tacchini inclusi)". Troppo impegnativo forse: si apprende infatti che gli Alpini "hanno abbandonato la sfida elettorale, preferendo direttamente marciare su Udine".
Ben più etereo e leggero, con una sagoma di fatina alata (in stile Campanellino-Trilli di Peter Pan secondo Disney) in un cielo azzurrino con stelle, appare il simbolo della lista Noi siamo Friuli Venezia Giulia. Non c'è alcun riferimento grafico o testuale a idee politiche, in questo emblema, e non è affatto un caso: la lista, che sarebbe stata "ideata da Fedriga sotto l’effetto allucinogeno di due bacche di goji, [...] ricalcava il trend del brand regionale 'Io sono Friuli Venezia Giulia'", campagna pensata per il settore agroalimentare con tanto di merchandising. Per evitare posizionamenti territoriali e culturali limitanti, sarebbero stati "esclusi a priori i candidati friulani, triestini, sloveni e germanofoni", preferendo inserire in lista solo "persone neutre, identificabili nel concetto di 'Friuliveneziagiuliatuttoattaccato'". Il progetto elettorale sarebbe però sfumato perché nessun potenziale candidato aveva queste caratteristiche: "ciò che rimane di questa visione è un container pieno di felpe, penne e altri gadget personalizzati abbandonato nel Porto Vecchio di Trieste".
Si riconosce invece molto bene il simbolo che ha generato il contrassegno mai depositato di Foiba Italia: la bandierina che Cesare Priori aveva concepito per Forza Italia in questo caso si è tinta dei colori della bandiera jugoslava (con il blu al posto del verde e la stella della repubblica socialista nel mezzo). Foiba Italia sarebbe stato un "movimento bipartisan con l’obiettivo di far luce su tutte le foibe presenti in regione, nel resto d’Italia e nel mondo": si apprende infatti da Mataran che "studi indipendenti dimostrano a tutt'oggi l'operatività
di brigate titine nella Buse dai Veris a Udine, nel Grand Canyon e nella Fossa delle Marianne". Il programma prevedeva anche "la creazione del Semestre del Ricordo, perché un giorno è riduttivo, e campi rieducativi per storici coi brani di Cristicchi in filodiffusione" (con riferimento al musical Magazzino 18). Come mai il simbolo non è finito sulle schede? Semplice: "A forza di ricordare di ricordarsi si sono scordati di depositare la lista". Eh, lo fanno, lo fanno...
Merita almeno un mezzo minuto di raccoglimento (anche solo per aguzzare lo sguardo o far riposare gli occhi) il simbolo della fantalista Semplicemente noi, tentativo veramente falso ma drammaticamente verosimile di creare un progetto elettorale comune per l'area sinistra. E se "il nome della lista unica di Sinistra era stato approvato rapidamente, dopo sole ventidue riunioni", oggetto della discordia è stato proprio il contrassegno elettorale, perché "doveva contenere tutte le anime, le idee, le minoranze minorizzate, le maggioranze relative, il mondo del lavoro, le famiglie arcobaleno, i non-giovani, l’ambiente, la pace, gli atei vegani, i preti etero, la Bisiacaria!" Non è dato sapere se il simbolo svelato da Mataran sia l'ultima versione disponibile - si favoleggia circa l'esistenza di un simbolo pieno di "pulci" disposte a spirale in cerchi concentrici, tanto affollato quanto illeggibile - mentre si sa che "il grafico, disperato, si è iscritto agli anarcoinsurrezionalisti e non se n’è fatto nulla". La sua opera, in compenso, ora può essere utilizzata come esempio di come non si fa un contrassegno elettorale, come strumento alternativo per provare la vista e, soprattutto, come test per scoprire quali simboli e di quali partiti sono contenuti nel cerchio. 
L'ultimo fantaemblema legato alle regionali era Fradis dal Friûl (Fratelli del Friuli, in furlan), "formazione capeggiata da nostalgici del Duce e portatori di Ray-Ban con i colletti alzati". Il simbolo di base, ovviamente, è quello ufficiale di Fratelli d'Italia, con il nome modificato e la parte destra della fascetta tricolore con i colori della comunità friulana (azzurro e giallo), ma la massima attenzione dev'essere prestata all'elemento che sta in basso, in campo bianco: un pignarûl tricolore (dunque una catasta da bruciare, con tanto di persona sulla sommità, con i due corni della fiamma tricolore sovrapposti ai lati). Quell'immagine "unisce il nazionalismo italiano a quello friulano: non un controsenso, sostengono, basta saper intonare Faccetta nera in marilenghe" (cioè in furlan, "lingua madre"). Il cammino della lista verso le schede, tuttavia, sarebbe stato bloccato dal senatore Roberto Menia in persona (ora in Fratelli d'Italia, dopo la sua militanza in Msi, an, Pdl e Fli): si apprende da Mataran che lui, "salito appositamente da Roma", avrebbe "spezzato le reni ai promotori ululando 'Prima gli italiani!".
Esaurita la pagina relativa alle elezioni regionali, il gruppo di Mataran ha dato giusta attenzione anche alle competizioni in alcuni dei comuni chiamati al voto (in fondo l'esperimento dei "simboli non presentati" era nato proprio così). Si parte dall'unico ex capoluogo di provincia coinvolto dalle elezioni, dunque Udine: lì si era immaginata la Lista civica dei Magnifici Rettori, generata evidentemente dal fatto che, dopo il doppio mandato da sindaco di Furio Honsell (2008-2018), il centrosinistra ha scelto di rivolgersi a un altro ex rettore dell'Università di Udine, Alberto Felice De Toni. La redazione ha dunque avuto gioco facile a immaginare come "sogno proibito del centrosinistra udinese" la presentazione di "un'intera lista di rettori universitari". Preparato il simbolo (sullo stile di un sigillo antico di ateneo, con all'interno l'aquila friulana di Uniud dotata di fascia tricolore) e raccolte "le adesioni di De Toni, Honsell e Donatella Rettore, l'unione è sfumata dopo l'altolà del Terzo Polo, che ha minacciato di rompere la coalizione se in ogni lista non ci fosse stato almeno uno sceicco arabo o un socio di Confindustria". Neanche con i simboli farlocchi si può stare tranquilli...
Uno stile più moderno connota il simbolo pensato per la fantalista Guardiani della Scalinata, concepita per Fogliano Redipuglia. La scalinata, protagonista del nome e del contrassegno, è ovviamente quella del Sacrario militare di Redipuglia, finita in passato al centro di varie polemiche dopo che nel 2017 il rapper Justin Owusu l'aveva usata come location per un filmato (nel 2020 era stato condannato per vilipendio) e si erano accese varie proteste. Si apprende dunque che la fantalista aveva pensato di organizzare "picchetti 24 h su 24 presso il Sacrario militare di Redipuglia allo scopo di prevenire episodi di vilipendio", risultato da ottenere anche con l'ausilio di "polizia privata munita di spray e tirapugni, videocamere a raggi X, trappola del masso rotolante, buco di lava". La lista tuttavia sarebbe stata addirittura esclusa, per una sorta di contrappasso ironico: avrebbe infatti "organizzato lo shooting fotografico elettorale proprio davanti alla scalinata", per cui "tutti i candidati sono stati iscritti nel registro degli indagati per vilipendio".
Nel comune di Sacile, invece, si sono perse le tracce del Movimento Osei Liberi, legato inevitabilmente alla tradizionale Sagra dei Osei di settembre, in cui si espongono e vendono uccelli da canto. La fantalista sarebbe stata concepita dagli animalisti locali, dopo che i loro predecessori per decenni avevano chiesto "alla città di rinunciare alla sagra e valorizzare altre antiche tradizioni del territorio non speciste, tipo i pagamenti in nero" (correndo voci incontrollate e certamente menzognere secondo le quali, trattandosi di un territorio ricco e ampiamente produttivo, in passato la gimcana antitasse era stata uno sport diffuso). Il simbolo è stato realizzato in modo pregevole, con la sagoma di un volatile in fuga da una gabbia aperta, collocata al posto del tamburo e della cupola del tempo di San Liberale (a sua volta ispirato allo Sposalizio della Vergine di Raffaello). Il problema, qui, sarebbe stato legato al nome della lista, che sarebbe stato "travisato sui social", attirando "solo coppie di scambisti dal vicino Veneto". Inevitabile, a quel punto, l'intervento della forza pubblica : pare che le attività di raccolta firme siano state interrotte e la piccola folla presente sia stata "sgomberata dai carabinieri con l’uso di una scacciacani, specista anch’essa". Un'operazione contro il voto di scambio (anzi, lo scambio prima del voto).
Se Sacile è famosa anche per la fiera dei volatili, San Daniele del  Friuli certamente lo è per i prosciutti. Il dato di base è che alle elezioni del 2-3 aprile Lega e Fratelli d'Italia non sosterranno lo stesso candidato. Si è così immaginata la lista Prosciutto-Meloni, nel senso che il fantacandidato di Fdi sarebbe stato tale Italo Prosciutto, "picchiatore del Msi negli anni '80, poi in doppiopetto con An e oggi meloniano di ferro", ma ritenuto "troppo moderato" dai leghisti, perché "lo scorso carnevale si è mascherato da Minni e non da Hermann Göring come faceva abitualmente. La difesa di Fdi, ovvero che seppur vestito da Minni salutava romanamente, non ha ricucito lo strappo". In luogo della fiamma, nel contrassegno - non arrivato sulla scheda, non si sa perché - ci sono due prosciutti, uno verde e uno rosso.
Più che per il cibo, Fiume Veneto (in provincia di Pordenone, a dispetto di quanto suggerirebbe il nome) negli ultimi anni ha fatto parlare di se per l'apertura - nel 2019 - di uno dei depositi di smistamento di Amazon. Dev'essere quindi venuto facile immaginare che pensasse di tentare "la scalata politica" del comune addirittura il fondatore del colosso dell'e-commerce, Jeff Bezos (magari non di persona, non essendo lui cittadino italiano, ma attraverso un fiduciario). Ecco dunque partorita l'idea della lista bezos for river veneto (ispirata al marchio di Amazon, nelle minuscole, nei colori usati e nella freccia), con alcuni punti programmatici di rilievo: "conversione di tutti i cittadini in operai, aumento a 36 ore lavorative giornaliere, inglesizzazione di Pescincanna in Fishinrod". I disguidi, tuttavia, possono sempre capitare: "a causa dello smarrimento di un codice, il pacco con la lista dei candidati è rimasto bloccato in un Amazon Locker" e non si potrà nemmeno chiedere l'annullamento del voto
Resterebbe da dire dell'ultimo "simbolo fantastico" concepito, quello di Verità per eni, immaginato in corsa a Fiumicello Villa Vicentina, ma c'è poco da spiegare (o meglio, ce ne sarebbe parecchio), molto da pensare e ben di più di cui indignarsi (e non certo per la satira di Mataran). Se a qualcuno sfuggisse il senso del cane a sei zampe di Luigi Broggini (rifinito da Giuseppe Guzzi), trasformato in Anubi mentre spara fiamme da tergo, della presenza di un marchio ben riconoscibile nel nome della lista e di un chiaro riferimento ad Amnesty International nella parte inferiore, basti ricordare che Fiumicello è il comune in cui è cresciuto Giulio Regeni: altro non serve dire.  

Conclusa la carrellata dei "simboli fantastici" offerta quest'anno da Mataran, resta da prestare l'attenzione che merita all'ultima pagina della pubblicazione. Questa, infatti, è interamente occupata da una tavola intitolata "FriulVotaziaGiulia" e che rende un chiaro omaggio a Benito Jacovitti, artista italiano del fumetto scomparso nel 1997 e di cui quest'anno si celebra il centenario della nascita. La tavola riprende in tutto e per tutto lo stile del maestro (ed è possibile identificare alcune citazioni dallo storico manifesto Così si vota realizzato nel 1975 da Jacovitti per la Spes - Dc) ed è stata offerta ai lettori di Mataran da Luca Salvagno, "erede grafico ufficiale" dello stesso Jacovitti. Che si apprezzi o meno quello stile di disegno, si è di fronte a un vero capolavoro che merita di essere riconosciuto e apprezzato, con il tempo necessario a concentrarsi sulla ricerca dei dettagli e dei particolari che rendono ricca quella pagina. E visto che all'interno non mancano i tradizionali cartelli jacovitteschi, chi scrive non può fare a meno di esprimere una sua convinzione: se nei seggi elettorali, invece del solito manifesto contenente il richiamo alle principali disposizioni penali legate alle elezioni e che quasi nessuno guarda, venisse esposto il cartello con la scritta imperiosa ed enigmatica "È quasi vietato sbarbaganare le pitinicchie", questo riceverebbe molta più attenzione. Chissà come si scrive quella frase jacovittesca in furlan...

giovedì 16 dicembre 2021

Simboli fantastici (30): Bocciati (e mai presentati) in Friuli-Venezia Giulia

Chi ha seguito attraverso questo sito la presentazione dei contrassegni in vista delle ultime elezioni politiche ed europee ricorderà che, in entrambe le occasioni, era stata sfoggiata una "fantabacheca" dei simboli che al Viminale avrebbero fatto ottima figura, ma non ci erano mai arrivati (ecco quella del 2018 e quella del 2019). Quello stratagemma torna buono ora, stavolta su scala non nazionale, ma regionale, e con una chiave di lettura fantastico-satirica (ma, proprio per questo, saldamente ancorata ad alcuni elementi di realtà). In effetti, a distanza di poco più di due mesi dalle elezioni amministrative che si sono svolte in gran parte dell'Italia il 3 e il 4 ottobre, c'è chi si è premurato di far conoscere i contrassegni delle liste che sono state escluse alle amministrative in Friuli - Venezia Giulia, anche perché in effetti nessuno ha pensato di presentarle: una sorta di Salon des Refusés imaginaires, in cui si può trovare di tutto, comprese assonanze con qualcosa di già noto, con ironia tagliente sparsa a piene mani in ogni fantaproposta elettorale e nei relativi emblemi.

Gli autori

L'iniziativa (assolutamente meritoria, almeno per i #drogatidipolitica che esercitano anche la fantasia e non sono affezionati alla sola realtà dei numeri) si deve al gruppo di Mataran, rivista satirica uscita per la prima volta il 
6 febbraio 2015 - il nome in furlan richiama la figura del "matto", della persona originale che ogni paese ha conosciuto almeno in un esemplare - e che da allora ha proseguito la propria attività con periodicità variabile e con diffusione multimediale (ora su carta, ora solo online). La redazione, in origine "composta quasi esclusivamente da under 35 friulani, pordenonesi, bisiachi e giuliani (questi pochissimi, assicuriamo)" (così si legge, testualmente, nel sito della testata), in questo lustro abbondante si è impegnata in moltissime iniziative satirico-artistiche, editoriali (non di rado facendo il verso a note testate locali) e di altro tipo, dalla realizzazione delle Carte Matarane (carte da briscola interpretate da oltre quaranta tra disegnatori, fumettisti e illustratori friulani) all'organizzazione di eventi-spettacolo, sempre con il sorriso - intelligente e tagliente - sulle labbra. 
L'ultima iniziativa editoriale proposta, proprio in questo 2021, è il Frico, un inserto "dal sapore deciso" (come il piatto tipico friulano da cui prende il nome) allegato al settimanale il Friuli ogni ultimo venerdì del mese: in quelle otto pagine c'è un concentrato di satira per testi, immagini, disegni, fotomontaggi e l'immancabile spazio Friûlcraft. Il periodo della pandemia è stato impegnativo anche per la redazione di Mataran (con varie attività sospese, rinviate o proposte in altre forme), ma a ripagare gran parte degli sforzi è arrivata, a settembre, l'assegnazione del Premio Satira Politica di Forte dei Marmi, nella sua edizione numero 49. I giurati hanno premiato l'esercizio continuo e sempre curato di satira (soprattutto su carta stampata, ma non solo) dal 2015 fino a oggi, in tempi in cui può riuscire difficile persino ridere come si deve, un po' per la situazione sempre più tesa e difficile, un po' perché ormai i linguaggi si sono confusi e si finisce per ridere (in modo sguaiato) o sogghignare un po' dappertutto, spesso senza aver avuto la cura di attivare il cervello, salvo poi prendersela con chi fa satira per davvero.

L'idea

Proprio nello stesso numero del Frico che conteneva la notizia della vittoria del premio si trovava anche il servizio che ha generato questo articolo. Nel mensile, uscito pochi giorni prima delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre, era infatti presente una doppia pagina contenente le dodici fantaliste, legate ad altrettanti comuni (ovviamente verissimi, effettivamente tra quelli chiamati a rinnovare la loro amministrazione), che secondo la redazione di Mataran non erano riuscite ad arrivare sulle rispettive schede elettorali per i motivi più diversi. 
La scelta del tema, naturalmente, non è stata casuale: "Le elezioni, per chi fa satira, valgono un po' Natale e Carnevale messi insieme - spiegano dalla redazione - perché accade di tutto e c'è moltissimo materiale su cui si può lavorare. In passato abbiamo certamente dedicato spazio alle elezioni regionali, che inevitabilmente attiravano il nostro interesse, ma meritavano la nostra considerazione anche le realtà comunali che erano coinvolte da questo turno elettorale d'autunno: c'erano due capoluoghi, cioè Pordenone e Trieste, ma andavano al voto anche tanti piccoli comuni e ognuno di questi ha proprie peculiarità, molto riconoscibili. Abbiamo scelto dieci di questi comuni, da affiancare ai due capoluoghi, e ci siamo espressi!". Piuttosto che fare ironia su chi effettivamente partecipava alla competizione, tuttavia, il gruppo di Mataran ha scelto di concentrarsi su fantomatiche liste mai presentate ma rigorosamente "escluse dal voto", così da potersi sbizzarrire ancora meglio.
Anche qui, però, è stata la realtà a fornire lo spunto per far scattare la satira: "Avevano fatto parecchio rumore - ricordano dalla redazione - i casi delle due liste #AmiAmoPordenone per Anna Ciriani e Noi con l'Italia per Dipiazza sindaco di Trieste, entrambe prima escluse per difetti legati alla raccolta e all'autenticazione delle firme, poi riammesse dai giudici amministrativi. Questo ci ha invitato a esercitare la nostra fantasia anche con riguardo ad altri potenziali esclusi dalle sfide elettorali, immaginandoci i motivi più diversi". Sono state così create dodici liste, con un profilo di alcune righe per presentarle e dare conto dell'esclusione; ovviamente, insieme alla lista, non si poteva non immaginare anche un simbolo per ciascuna, mettendoci peraltro una certa cura per renderli ora verosimili, ora platealmente improbabili ma sempre ben fatti. Insomma, #veramentefalsi.
  

I simboli e le liste

Iniziando la "rassegna dei fantomatici reietti" proprio da Pordenone, ai matarans della redazione è venuto facile constatare che sulla scheda i Ciriani erano già due: oltre alla riammessa Anna Ciriani (già mancata candidata consigliera comunale di Rebalton nel 2016 e aspirante europarlamentare nel 2019 inserita nelle liste dei Popolari per l'Italia), infatti, c'era anche Alessandro Ciriani, candidato sindaco del centrodestra (poi risultato vincitore) e fratello del senatore di Fratelli d'Italia Luca Ciriani. A quel punto, tanto valeva esagerare e sparare la Lista Cirillo Ciriani (e famiglia) sindaco, vale a dire "una lista formata da soli Ciriani, composta dai familiari e altri assoldati nel gruppo Facebook 'Quelli che di cognome fanno Ciriani'", inclusi due omonimi opposti dei Ciriani veri (un ex marxista-leninista e una suora orsolina). A escludere la lista è stata l'autenticazione delle firme, cui avrebbe provveduto - casualmente senza avere titolo per farlo - il carlino del candidato sindaco, Fufi (guarda caso) Ciriani.
Niente saghe familiari a Trieste, ma un rischio politicamente molto più insidioso e col rischio di prendere botte da orbi. Lì, infatti, si è immaginata la lista Pugili nazisti, affidandone la guida a un consigliere uscente per-niente-falso, ossia Fabio Tuiach, ex pugile e portuale eletto nel 2016 nella lista della Lega Nord (poi, dopo l'espulsione dal gruppo, passato a rappresentare per alcuni mesi Forza Nuova). La redazione ha così configurato una lista a tinte forti (il cui simbolo, a fondo rosso, recava l'alabarda triestina nera su tondo bianco e scritte con font inequivocabilmente evocativi di certi anni bui), composta "da soli uomini bianchi italiani con pallino per i calzoncini, la depilazione e Adolf Hitler". Alla base della ricusazione ci sarebbero state le troppe firme eseguite "con una croce. Uncinata"; l'esclusione è stata confermata nonostante i candidati avessero minacciato di "marciare su Trieste come Martin Luther King e Gandhi".
Esauriti i capoluoghi, tanti altri centri hanno attirato l'attenzione del collettivo di Mataran. Palmanova, per esempio, è nota per la sua forma a stella, ben visibile dal satellite; in più, in una regione di per sé molto militarizzata ("essendo ai confini dell'Impero"), la cittadina fortificata storicamente ha visto la presenza di molti militari, in gran parte di origine meridionale. Questo dato di fatto ha suggerito l'idea della lista Meridionali con Salvini, guidata da Gennaro Polentone ("ex meridionale, ex pizzaiolo, ex vittima dei leghisti") e con la grafica chiaramente simile a quella della Lega (ma con Pulcinella al posto di Alberto da Giussano e la pianta stellata della città al posto del Sole delle Alpi). "Abbiamo giocato - spiegano dalla redazione - con l'idea di una lista di meridionali che non sono più il nemico numero uno della Lega ma addirittura il loro principale alleato, immaginando come obiettivi lo stop agli immigrati (tranne che dal Sud Italia) e al cibo non autoctono (escluso il babà)". Nessun problema con le firme qui, ma Polentone sarebbe stato escluso per ragioni penali, essendo stato colto in flagrante a rubare dal cestino delle offerte in chiesa (volume della refurtiva? Ben 49 centesimi, cifra meno che bagatellare ma molto significativa nel numero).
In altri casi sono stati fatti di cronaca a ispirare i "simboli fantastici" esclusi senza essere stati presentati. "In effetti uno dei primi comuni su cui abbiamo lavorato - continuano i matarans - è stato Latisana: giorni prima si era appreso di una banda che aveva praticato estorsioni di stampo mafioso nei mercati ma era stata sgominata. Ci è dunque venuto spontaneo creare la lista Mafiosi per Latisana, simboleggiata da una testa mozza di cavallo con tanto di sangue al di sotto". Nel programma della lista "con diversi prestanome" c'era l'abolizione dell'Imu e l'introduzione del pizzo e l'uso di materiali scadenti per la costruzione di un argine. Risulta tuttora ignoto il motivo dell'esclusione dalla competizione, "nonostante una martellante campagna dei candidati al mercato" (incluso l'aspirante sindaco, Matteo Messina Denaro, un nome a caso). 
Altrove ci si è concentrati soprattutto sulla grafica, con una certa cura per il simbolo scelto. Lo si può dire per esempio per la lista Stalin Grado, presentata appunto nel comune balneare di Grado, in provincia di Gorizia: il nome della città era perfetto per una sua declinazione "sovietica" e il simbolo del socialismo è stato a sua volta marittimizzato (la falce è stata incrociata con un'ancora e la stella è diventata una stella marina). Il rilancio pensato dal candidato sindaco, Bepi Stalin, passava attraverso i turisti russi, da attirare con "volantinaggi in Siberia, libero accesso ai sottomarini al porto", nonché introducendo "il menu bambini nelle strutture alberghiere" (non nella veste di ospiti, naturalmente), convertendo "il santuario di Barbana in un granaio" e istituendo il Soviet della Protezione civile. Niente guai con le firme o con la giustizia qui: a fermare la candidatura di Bepi Stalin da Fossalon sarebbe stata un'energica madre, "che gli ha intimato di trovarsi un lavoro vero" (avrà visto l'entità dell'indennità da sindaco o del gettone da consigliere...).
Per restare in ambito "Pci e dintorni", ma con un certo sentore di cibo, occorre spostarsi a San Vito al Tagliamento, così da potersi imbattere nel Partito comunista sanvitese, che su fondo azzurro (stile Pdci ultima versione) colloca la doppia bandiera con asta bianca, ma al posto di falce e martello c'è una forchetta infilata in una salsiccia da Festa dell'Unità (con tanto di macchia di unto a fare da stella). La lista, tuttavia, si sarebbe consunta prima di concorrere al voto, spaccandosi sul menu: "la corrente Salsiccia e costa si è ritirata, quella Salsiccia e polenta ha scelto di fare un Primo maggio per conto suo"; in effetti, a San Vito come altrove, a dispetto della tradizione cooperativa e sindacale, il mondo di sinistra si è diviso anche di recente (ma di iniziative se ne fanno molte, così le occasioni per mangiare non mancano).
Il simbolo madre si riconosce ancora meglio nella lista Astemi per Bertiolo, che ha rielaborato per il comune di Bertiolo (Ud) l'emblema classico del Partito socialista democratico italiano: il sole nascente, tuttavia, è stato convertito in una fetta d'arancia che emerge per metà dal mare che, virato anch'esso all'arancione, ora sembra piuttosto la superficie increspata di un bicchiere di aranciata o di succo. "Ci è venuto spontaneo pensare a un'operazione simile, in una delle tante 'città del vino' presenti in Friuli, con una manifestazione molto radicata: ci siamo messi nei panni di quelle pochissime persone astemie che certamente ci sono anche a Bertiolo e si vedono sempre accerchiate da manifesti, banchetti e fiere a base alcolica". La lista doveva avere effettivamente raccolto tutti gli astemi del paese, considerando che "non sono riusciti a raccogliere una firma, ma solo tanto sdegno dai concittadini", perfetti furlans
Fa invece graficamente il verso all'iconografia della Südtiroler Volkspartei la lista Bastian contrari (con tanto di versione in tedesco, Der Querköpfe), immaginata per Sauris, comune montano con tradizioni più germanofile che italiche o friulane. In primo piano, su fondo nero, non c'è la consueta stella alpina, ma una pannocchia, che richiama i pasti a base di polenta (e pietanze connesse): per i promotori, infatti, era ora di finirla "con la birra artigianale, lo speck, le piste da sci, il lago, il carnevale e la variante germanofona unica al mondo", cioè tutto quello che ci si aspetterebbe in quella parte di regione. Si doveva piuttosto trasformare Sauris "in un paese della Bassa friulana: campi di blave (il granturco appunto), un po' di soia, quattro tralicci, due fagiani mollati dalle gabbie, un affluente del Ledra e il gioco è fatto". Tutto il contrario, insomma, di ciò che la collocazione suggerirebbe: sarà per questo che la lista si è ritirata, "ritenendo di avere perso in partenza" ("Ma - come riflessione finale - perché accontentarsi di guidare un gatto delle nevi quando si può derapare con la mietitrebbia?" Agli elettori l'ardua sentenza).
Nella rassegna pubblicata dai matarans sul Frico non poteva mancare una comparsata di Drenchia: "Si tratta - spiegano dalla redazione - di un piccolissimo comune della provincia di Udine, con un centinaio di abitanti sparsi in più frazioni, che nelle statistiche regionali finisce sempre per porsi come 'maglia nera' per vari servizi". Poiché nei giorni in cui la campagna dei simboli "veramente falsi" è stata concepita si parlava molto della fine ingloriosa di Alitalia e della sua nuova vita, è venuto spontaneo immaginare una rinascita di quel comune ad opera di "una cordata di candidati composta da Colaninno, Montezemolo, Benetton, Tronchetti Provera, Caltagirone e Della Valle": tutti uniti avrebbero separato la città in una good country (in cui investire una montagna di soldi prima di rivenderla ai sauditi) e in una bad comp... ehm ... country, da lasciare in mano ai cittadini (e ti pareva...), riuscendo così a fare ciò che non era andato benissimo con la compagnia aerea. A bloccare la lista Rinnovare con i miliardari sarebbe stato un intervento dell'Antitrust (capirai, con quella compagnia), mentre nel simbolo di lista Rich Uncle Pennybags, il vecchietto che accompagna il gioco del Monopoly, è ancora a braccia aperte per accogliere altri colleghi facoltosi nel progetto di rinascita. 
Richiama di fatto la grafica di molte liste contemporanee, con molto testo e niente immagini (forse troppo bianca, visto l'horror albi che si è fatto strada negli ultimi anni), la lista Insieme per bonificare, immaginata a Torviscosa, comune che sorge in una terra di bonifiche e dunque "resta marchiato per sempre": ha scelto infatti come candidato tale Benito Mussons, che però come slogan ha ripetuto a nastro "è tempo di altri bonifici!". Lo ha detto e lo ha proposto a tutti: per qualunque cosa si fosse voluta fare a Torviscosa, occorreva fare un bonifico (dunque mettere mano al portafogli). Valeva anche per lo stesso candidato sindaco, "finito in povertà cercando dei candidati": sarà per questo che alla fine la lista non ha corso e che, per risparmiare qualcosa, non ha colorato lo sfondo del simbolo. Da segnalare l'uso consapevole del Font Populista per la composizione del contrassegno. 
Poteva tranquillamente trovarsi in una scheda di qualche paesino di montagna, presentata da giovani autoctoni (o extra muros, approfittando dell'assenza della raccolta firme nei comuni italiani "sotto i mille") la lista Band@ più larg@, con tanto di montagna stilizzata e, in primo piano, un ripetitore di rete ancora più stilizzato. Un simbolo che poteva dunque sorgere ovunque, in questo tempo in cui si parla di innovazione tecnologica, ma che è stato collocato nel comune fuso di Erto e Casso perché lì, e anche in comuni vicini, "la situazione si è fatta insostenibile: Mauro Corona sta 'rubando' tutto l'internet della valle per fare i collegamenti in tv" (e pensare che da qualche parte qualcuno aveva scritto, a suo tempo, "- internet + cabernet"...). A impedire l'accettazione della lista sarebbe stata "la candidatura di alcuni ungulati non residenti": anche il ricorso "al Tar di Vajont" non dev'essere andato bene.
L'ultimo simbolo "svisto e mai visto" è stato collocato a Cordenons e non è nemmeno il classico simbolo, ma semplicemente un clap, un sasso tondo "preso a caso in Grava" (cioè da uno dei greti di cui è ricca la zona e in cui non poche persone prendono il sole come se fossero in spiaggia). Una candidatura inconsueta, ma che poteva addirittura non essere del tutto sgradita al corpo elettorale: "immobilismo per immobilismo, non si sarebbero notate le differenze con le precedenti amministrazioni". Il Frico ci informa che il clap "non è stato in grado di smaltire la burocrazia restando al palo": di certo, se quello fosse stato il simbolo, vista la forma tonda non perfetta, il Viminale o una commissione elettorale qualunque lo avrebbe escluso.

Il futuro, guardando al Quirinale

Consumato il rito elettorale autunnale (e c'è chi ha fatto sapere alla redazione di Mataran "Sono meglio i vostri simboli di quelli che ho dovuto votare, nella loro follia sembrano più concreti"), non si è però smesso di pensare alla politica, guardando alle realtà locali ma spingendo lo sguardo fino al Colle più alto. Nel numero di novembre del Frico, infatti, è stata lanciata in pompa magna la candidatura di Dino Zoff alla Presidenza della Repubblica. Sarebbero infatti maturi i tempi per un friulano al Quirinale (è nato a Mariano del Friuli) e ci sarebbero tutte le ragioni per mandarcelo: "Per l'Italia del rigore serve un portiere" è stato scritto sulla copertina del numero, oltre a una serie di altri ottimi motivi (Zoff sarebbe "un simbolo di unità nazionale dal 1982, tra i pochi che hanno detto 'no' a Berlusconi, piace sia alla sinistra sia alla Lazio"). Nel pubblico degli spettacoli curati dal gruppo Mataran la candidatura è riproposta in modo costante e piace a molti, proprio nei giorni in cui il centrodestra ripropone il nome di Silvio Berlusconi (e se qualcuno potrebbe apprezzare l'idea di discorsi di fine anno molto brevi o di un capo di stato che, vista la sua altezza, potrebbe guardare in faccia i corazzieri, c'è anche chi è affascinato dalla possibilità di avere come portavoce al Quirinale un altro friulano doc dal timbro inconfondibile, Bruno Pizzul). 
Ridendo e scherzando (anche sulla base del precedente di George Weah, bandiera del Milan poi presidente della Liberia), la campagna "Zoff for president" procede: i parlamentari locali sono stati sensibilizzati a votare Zoff almeno in uno dei primi tre scrutini (quelli che di solito, per la maggioranza qualificata dei due terzi, non vanno a segno) e altrettanto avverrà con i delegati regionali. "Se il nome di Zoff raggiungerà i cinque voti, per noi sarà già un successo": e chissà che, dopo i nomi eventualmente risuonati nello spoglio del primo scrutinio, a qualcun altro venga voglia di scrivere quello stesso breve cognome, pescato fuori dalla politica e dall'ambiente tecnocratico-finanziario... 

Grazie alla redazione di Mataran, popolata da un discreto numero di #drogatidipolitica che - l'ho scoperto ora - seguono anche le evoluzioni di queste pagine: grazie per le loro idee stimolanti e per le loro trovate sulfuree, che smentiscono l'opinione generale in base alla quale i furlans non conoscono o non sanno praticare l'ironia.

mercoledì 2 dicembre 2020

Simboli fantastici (29): Gianni Rodari e la "politica" della fantasia

Dirlo non sarà rivoluzionario, ma la consapevolezza è essenziale: chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica, a prescindere dall'età, dal genere, dalla formazione e anche dalla professione quotidiana, è di certo una persona che tiene alla sua fantasia e non chiede di meglio che esercitarla. Ogni scoperta di un personaggio singolare, ogni riemersione di un partito o di una lista che aveva lasciato tracce labili (ma non tanto da essere illeggibili), ogni rispuntare di un simbolo che si credeva perduto o di una variante grafica inattesa è in grado di attivare collegamenti, ipotesi, ricordi, pensieri, propositi di nuove ricerche, desideri di approfondimento: tutto ciò è "fantasia", il cui etimo richiama un'immagine che appare e si mostra davanti agli occhi, quasi stagliandosi, per invitare a indagarla, a trovarla o anche - vivaddio succede! - a godere per un poco dei frutti delle proprie ricerche. 
Spesso la fantasia è l'unico ingrediente davvero essenziale per chi si interessa alla politica: vale oggi di fronte a tante possibilità per ricercare e approfondire (per capire quale sia quella giusta, quella più promettente o, magari, per scoprirne una nascosta tra le righe), valeva ancora di più un tempo quando opportunità e mezzi erano assai più ridotti, tanto per chi guardava alla politica come spettatore quanto per chi voleva farla in prima persona. "La fantasia - ha scritto Marco Pannella in una celebre prefazione al libro Underground a pugno chiuso! di Andrea Valcarenghi - è stata una necessità, quasi una condanna, piuttosto che una scelta". Non si tratta, a ben guardare, di un pensiero troppo lontano da quello trasmesso da Gianni Rodari in un'intervista rilasciata nel 1975 a Luigi Vaccari per il Messaggero: "La fantasia, come immaginazione pratica o come immaginazione creatrice, è uno strumento indispensabile per conoscere la realtà e trasformarla con progetti umani". Bastano pochi secondi per capire che quel pensiero, benché fosse riferito ai bambini e alle storie create per loro, si adatta benissimo a chi agisce in politica e a chi si limita ad osservare attivamente.
Anche per questo, è importante rendersi conto che Rodari è un riferimento letterario irrinunciabile per chiunque ritenga di appartenere ai #drogatidipolitica. Ogni esponente della categoria è stat* bambin* e poi ragazz*, incontrando vari testi di Rodari - in prosa o in metrica - nei libri di lettura, nelle antologie o anche nelle canzoni (inevitabile pensare a Ci vuole un fiore: generazioni di bimbe e bimbi sono cresciute con la voce calda di Sergio Endrigo che nel 1974 aveva cantato la versione arricchita di Che cosa ci vuole, tratta da Filastrocche in cielo e in terra). Quelle composizioni - spesso sorridenti e ironiche senza temere di affrontare la tristezza o la delusione, ma sempre profonde e mai banali - hanno lasciato il segno in chi le ha incrociate, potendo riemergere dalla memoria a distanza di tanto tempo e adattarsi ai contesti più disparati. Soprattutto, basta una lettura attenta per capire che è sbrigativo classificare Gianni Rodari come un "autore per bambini": tutte le sue opere - anche quelle che partono dagli errori di linguaggio o da situazioni tipiche dell'infanzia - parlano e insegnano in primis alle persone adulte, ricordando loro ciò che rischiano di dimenticare o che non hanno saputo imparare quando era opportuno (ma sono ancora in tempo per rimediare).
Su tali presupposti, la biblioteca di chi senta di appartenere ai #drogatidipolitica si arricchirebbe di molto ospitando il volume dei Meridiani della Mondadori dedicato proprio alle Opere di Gianni Rodari, diffuso a partire da ottobre a ridosso del centenario della nascita dell'autore e a quarant'anni dalla sua scomparsa (nonché a cinquanta dall'assegnazione del premio Andersen, massimo riconoscimento legato alla letteratura per l'infanzia). Il Meridiano (CLXI+1767 pagine, 90 euro) è stato curato dalla critica letteraria e docente Daniela Marcheschi: proprio lei ha sottolineato la sua grande capacità non solo di rivolgersi in modo altrettanto efficace a ogni età, ma anche di "scrivere per i bambini con gli adulti e per gli adulti con i bambini". Bisogna ammettere che in queste pagine, pur essendo tantissime, non c'è tutto ciò che è stato scritto da Rodari, né sarebbe stato possibile: manca, per esempio, l'intera produzione giornalistica di Rodari (soprattutto per l'Unità e Paese Sera, ma non solo), come anche varie opere dirette ai bambini (ad esempio Tante storie per giocare, con i finali a scelta di chi legge). Ciò che è stato inserito, però, è incredibilmente prezioso e merita di essere ripercorso con attenzione, anche e soprattutto da chi alla politica tiene davvero.

Tra racconti e versi

Certamente Gianni Rodari - abilitatosi come maestro nel 1937 - ha avuto una netta militanza politica, come la ricca e dettagliata Cronologia inserita nel libro testimonia con chiarezza: dopo una breve permanenza nel seminario di Seveso e nell'Azione cattolica a Gavirate, nel 1938 si avvicinò una prima volta al comunismo e - dopo la parentesi di adesione obbligata e sofferta al Partito nazionale fascista tra il 1942 e il 1943, per la sua qualifica di dipendente statale - nel 1944 si iscrisse al Partito comunista italiano e aderì alla Resistenza. Queste esperienze e i pensieri che ne sono scaturiti emergono, a ben guardare, anche nelle opere di Rodari. A volte quelle tracce sono più manifeste, come testimonia la risposta tranchante del seriosissimo professor Grammaticus nel breve testo Un oratore (Il libro degli errori, 1964):
Una piccola folla si radunava nella piccola piazza. "Che cosa vendono?" domandò il professor Grammaticus. "Niente, - gli rispose un tipaccio. - C’è il comissio!" "Comissio? Con due esse? Ma allora sarà un discorso tutto sbagliato... Chi deve parlare?" "Il tale." "Ah, mi pareva! Un fascista! Allora tutto è chiaro." E il professor Grammaticus si allontanò, scuotendo la polvere dai suoi pantaloni.
In altri casi i riferimenti sono più sfumati, ma ben identificabili per chi desidera vederli. Viene in mente innanzitutto il finale della storia L'uomo che rubava il Colosseo, contenuta in quel capolavoro plurisaccheggiato dai volumi scolastici che è stato (ed è tuttora) Favole al telefono (1962): il protagonista senza nome, divorato dall'idea di volere solo per sé uno dei monumenti simbolo di Roma, ha trascorso anni ad accumulare in casa pietre sottratte dal Colosseo, senza tuttavia vederlo davvero scomparire. Parlano da sé le ultime righe, che descrivono la scena di quell'uomo ormai alla fine della vita che si è trascinato fino al sommo dell'anfiteatro, davanti a uno spettacolo magnifico che lui ormai non poteva più vedere: "Ed ecco, tra tante voci, il vecchio ladro distinse quella argentina di un bimbo che gridava: – Mio! Mio! Come stonava, com’era brutta quella parola lassù, davanti a tanta bellezza. Il vecchio, adesso, lo capiva, e avrebbe voluto dirlo al bambino, avrebbe voluto insegnargli a dire 'nostro', invece che 'mio', ma gli mancarono le forze".
Sempre pescando da Favole al telefono - opera rivolta fin dall'inizio, come si nota nei testi introduttivi, a "un pubblico più ampio e non solo di piccoli" - si trovano molti spunti "politici" in senso lato tra le settanta brevi storie raccolte. E non c'è solo il delicato affresco del Pozzo di Cascina Piana, in cui solo la comparsa di un partigiano ferito, soccorso innanzitutto dalle donne del paese, riesce a far superare antiche rivalità e diffidenze impossibili da spiegare. Si pensi alla "pedagogia della pace" proposta dall'avventura di Giovannino Perdigiorno nel Paese con l'"Esse" davanti (lo "scannone" serve per disfare la guerra e "può adoperarlo anche un bambino") o dal finale felicemente assordante della Guerra delle campane (i cannoni forgiati con le campane fuse dei paesi sparano lo scampanio, a dispetto di stragenerali e mortescialli); alla lotta contro le dittature e la "verità di Stato" di Giacomo di Cristallo; al valore di andare "in direzione ostinata e contraria" anche se intorno tutti sghignazzano, come Il giovane gambero e Martino Testadura che da solo trovò il castello alla fine della Strada che non andava in nessun posto; alla necessità di impegnarsi per migliorare il mondo a qualunque età che emerge da A comprare la città di Stoccolma e da Storia universale (in principio sulla terra "Non c’era nulla di niente. Zero via zero, e basta. C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare, e agli errori più grossi si poté rimediare. Da correggere, però, ne restano ancora tanti: rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti!".
Lo stesso spirito emerge dai testi in versi
: in Filastrocche in cielo e in terra (1960, accresciuta nel 1972) si trovano un ministro della guerra qualunque, che sta "col naso per terra", "in fondo in fondo" al sacco del cenciaiolo (Stracci! Stracci!) e Il giornalista "inviato speciale" lieto di aver portato un'unica notizia dal suo giro del mondo: "tutti i popoli della terra / han dichiarato guerra alla guerra", così come la critica ai fannulloni per scelta che "vanno a spasso, / non si sporcano nemmeno un dito, / ma il loro mestiere non è pulito". Tutti messaggi rivolti ai piccoli perché imparino e perché i grandi intendano e non dimentichino. Anche l'avvertimento a usare con cura le parole, quando hanno più di un significato, suona come una lezione umana che non ha confini: "Anche il chiodo ha una testa, / però non ci ragiona: / la stessa cosa càpita / a più di una persona" (La testa del chiodo). Lo stesso messaggio, a ben cercare, che si ritrova nell'ultima quartina di Il povero ane, contenuta nel Libro degli errori ("Vivere senza testa / non è il peggio dei guai: / tanta gente ce l’ha / ma non l’adopera mai"): chissà come reagirebbero o come hanno reagito i genitori a sentirsi dire, dopo aver letto o ascoltato quei versi, "Mamma, papà, ma anche voi avete una testa e non ci ragionate?". 

Scrivendo più a lungo

Questo spirito e questo atteggiamento non si perdono nemmeno nelle forme testuali più ampie, come i romanzi
, a partire da Le avventure di Cipollino (1951-1957) con la sconfitta del cavalier Pomodoro e la proclamazione della Repubblica ad opera di soggetti umili e considerati - a torto ovviamente - di poco valore dai più). Non sono meno interessanti, per lettrici e lettori politicamente attent*, le imprese di Gelsomino nel paese dei bugiardi (1959), il tenore dalla voce potentissima e, almeno in origine, piuttosto sgraziata: parlando e cantando distrugge lavagne e finestre, libera gatti disegnati sui muri, ma una volta arrivato nel paese dei bugiardi - quello in cui "la verità è una malattia" - con la sua stessa potenza vocale riesce a mandare in briciole il manicomio in cui gli amici sono stati rinchiusi dal malvagio re Giacomone e a mettere in fuga lo stesso sovrano dal passato discutibile; imperdibile, poi, il finale, in cui si sconsiglia di pronunciare discorsi dal balcone e si trasforma una guerra in una partita di calcio ("Ci sarà qualche stinco ammaccato, ma scorrerà in ogni caso pochissimo sangue"), scena che fa il paio con il rifiuto del pittore Bananito di usare il suo disegno realistico per realizzare cannoni (che dunque non vanno usati, ma neppure disegnati). 
Ristorati dal classico clima fiabesco della Freccia azzurra - che è stata ben tradotta anche in disegni animati da Enzo D'Alò - e dopo la golosa scorpacciata della Torta in cielo (nata come poesia e trasformata in romanzo con una classe elementare romana del Trullo nel 1974), si può tornare a riflettere sulle ricadute in politica del romanzo breve C'era due volte il barone Lamberto (1978): il protagonista - proprietario di 24 banche e tormentato da 24 malattie - paga cinque persone perché pronuncino continuamente il suo nome e lui possa restare in vita e ringiovanire (ma non si dà pace perché in quelle pronunce non si sente la maiuscola, "La 'Elle' iniziale del mio nome suona esattamente come la 'elle' di lumaca, lucertola, lecca-lecca: è deprimente"). Si tratta di un lavoro strano per i più (ma "Ce n’è anche di più strani - dice una "pronunciatrice" - Ho conosciuto uno che ha lavorato trent’anni a contare i soldi degli altri"), ma essenziale: quando il nipote malvagio in caccia di eredità narcotizza i pronunciatori e il nome non risuona più, il barone Lamberto invecchia di colpo e muore. Ma quando al funerale il nome passa di bocca in bocca e viene ripetuto di continuo, il barone si risveglia e ringiovanisce: ha una seconda possibilità per essere migliore, rischia di sprecarla e di rovinarsi con le sue stesse mani, ma all'ultimo fa la cosa migliore e decide - finalmente - di pensare con la propria testa

Insegnare le regole dell'inventare

Visto e ricordato tutto ciò, è forse più chiaro che non c'è nulla di più politico della consapevolezza che, come sottolinea Daniela Marcheschi nei suoi testi introduttivi al volume, "lavorare per i bambini e con loro significa confidare nella possibilità di costruire l’avvenire, di contribuire a creare una umanità futura libera, sicura, serena, insomma migliore". Rodari ha fatto tutto questo da "fabbricante di giocattoli" (come lui stesso ha chiamato filastrocche e raccontini nell'introduzione del Libro degli errori), ma per fortuna ha insegnato anche a fabbricarli, mettendo la sua esperienza a disposizione di chi aveva e ha interesse a "inventare storie". Lo ha fatto in tanti incontri con le scuole, ma anche e soprattutto incontrando insegnanti e lavorando con loro, in uno scambio sperimentale continuo. Ciò è accaduto soprattutto a Reggio Emilia nel 1972 e proprio da quell'esperienza di cinque giorni è nato uno dei volumi più significativi contenuti nel Meridiano, cioè Grammatica della fantasia.
Per l'autore non è un "trattato di Fantastica" (anche se agli occhi dei principianti così sembrerebbe), un manuale o un saggio, ma uno strumento utile "a chi crede - scrive sempre Rodari nell'Antefatto - nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola. 'Tutti gli usi della parola a tutti' mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo". Un pensiero tanto politico quanto bello e potente.
Si impara così - o si ricorda, perché ormai lo si è sperimentato da tempo - che "da un lapsus può nascere una storia", che si possono rendere produttive le parole deformandole, che ipotizzando si crea e si può guardare il mondo dall'alto di una nuvola, invece che ad altezza umana o di bimbo; si capisce che limitare le possibilità dell'assurdo a bambine e bambini è un errore (anche perché esistono persino le dimostrazioni per assurdo in una pretesa scienza esatta come la matematica), così come che è bello non fermarsi alla parola "Fine" e non lasciarsene spaventare. Anche così, certamente, ci si prepara a essere cittadine e cittadini migliori - quasi senza rendersene conto - e si impara a non avere paura di scomparire (dalla scena, dai riflettori, dalla vita) perché vale sempre la pena di agire con la propria testa.  

Epilogo paraelettorale

Nel Meridiano dedicato a Rodari, infine, c'è persino un piccolo riferimento elettorale sui generis: si tratta del "gran ballo per l'elezione del Presidente della repubblica di Venere", contenuto in Miss Universo dagli occhi color verde-Venere, racconto inserito nella raccolta Gip nel televisore e altre storie in orbita (1967). Vale la pena di leggerne poche righe, giusto per apprezzare l'ironia di una narrazione che non può non ricordare in parte la fabula di Cenerentola: 
Al gran ballo per l’elezione del Presidente della repubblica di Venere non ci va. Ci vanno la zia e le cugine, con l’astronave della Camera di Commercio. Ci va mezza Modena, mezza Europa. A guardare in cielo si vedono centinaia di razzi dalla coda infuocata, come tante stelle cadenti che cadono all’insù, invece che all’ingiù. Dicono che le feste da ballo su Venere siano una splendidezza. Ci arrivano giovanotti e ragazze da ogni angolo della Via Lattea. Aranciata a volontà, lecca-lecca gratis per tutti.
Delfina sospira e rientra in negozio. Deve finire di stirare il vestito della signora Foglietti, che lo metterà domani sera all’Opera, dove danno la Cenerentola del maestro Rossini. Un bel vestito, tutto nero, ricamato d’oro e d’argento: pare una notte stellata. Al ballo su Venere la signora Foglietti non lo può indossare, perché lo ha già portato due mesi fa per l’elezione di un altro presidente. Lassù fanno tanti presidenti per poter fare tante feste da ballo.
Naturalmente Delfina si trova proiettata al ballo venusiano e proprio indossando il suddetto vestito: apprende che i suoi occhi non sono di un brutto verde-cicoria ma di un bel verde-Venere da un misterioso giovanotto che si scopre essere il nuovo Presidente che la vuole proclamare Miss Universo. A mezzanotte Delfina fugge in tutta fretta a Modena, ma il Presidente di Venere la fa cercare anche lì dai suoi ambasciatori (confrontando il colore degli occhi con la pietra dell'anello nuziale) e la trova in una lavanderia di corso Canal Grande: il riconoscimento avviene sotto gli occhi della proprietaria del vestito che non si era accorta di nulla, ma invece che arrabbiarsi per l'appropriazione indebita e la mancata stiratura se ne esce con "Quel vestito è tuo! Che onore per me! Che onore per Modena e per Campogalliano! La nostra Delfina diventa Presidentessa del pianeta Venere!" (e chissà che avrà detto di questa sortita Guglielmo Zucconi, che da modenese di crescita aveva una certa idea su "quelli di Campogalliano", come ricordato dal campogallianese Edmondo Berselli...). Ultima scena: dopo il matrimonio, il Presidente si dimette e, mentre torna a lavorare in un distributore di carburante per astronavi, è tempo di nuove elezioni. Uno scenario che i #drogatidipolitica non possono che apprezzare.
Eppure proprio i #drogatidipolitica sentono inevitabilmente la mancanza di urne, seggi e schede in tutte quelle pagine (peccato che manchino, tra l'altro, proprio gli articoli scritti da Rodari come inviato per seguire varie tornate elettorali); a dirla tutta, manca anche forse un po' di colore, assente nei Meridiani ma tipico di tanti volumi di Rodari (e in ogni caso quasi palpabile nelle parole di rime, racconti e romanzi). A quest'ultima mancanza, in effetti, la stessa Mondadori ha posto in parte rimedio, allegando al Meridiano classico un volume più piccolo (Rodari a colori, curato da Grazia Gotti, autrice del saggio Segni, forme e colori per Gianni Rodari), che raccoglie un gran numero di copertine e disegni legati alla produzione rodariana. Tra i nomi illustri, italiani e stranieri, di autrici e autori che si scorrono uno non può non saltare agli occhi: quello di Bruno Munari, colui che ha finito per illustrare gran parte dei volumi pubblicati da Einaudi, arrivando anche ad assecondare Rodari nella sua richiesta di "inventare per ogni pagina uno dei suoi bei giochetti, delle sue illustrazioni praticabili e smontabili, dei suoi 'calembours a colori' eccetera".
In questa pagina ci si è così azzardati a rimediare anche alla prima mancanza avvertita dai #drogatidipolitica, attingendo proprio all'opera di Munari, particolarmente adatta allo scopo: lo stesso Rodari - in un testo che Marcheschi pregevolmente riporta nella Cronologia - definì peraltro l'artista un "giocoliere" che "si diverte a trasformare le possibilità tecniche della stampa in divertimento" (macchine utilissime, si direbbe parafrasando le sue note "macchine inutili"). Si è presa così una delle sue creazioni rodariane più famose, cioè la copertina di Favole al telefono: nel cerchio nero trasformato in disco combinatore di un vecchio telefono (di quelli che bambine e bambini di oggi possono vedere giusto nei film) c'erano nove fori, riempiti di altrettante illustrazioni colorate. Quei disegni a matita, in fondo, erano già dei piccoli simboli e, per giunta, erano già inseriti in piccole circonferenze nere: non c'era altro da fare, a quel punto, che prenderli sul serio e trasformarli in contrassegni elettorali, piazzandoli su una vera e propria scheda e abbinandoli ad alcuni dei personaggi più noti dell'universo donatoci da Gianni Rodari per candidarli a sindaco. L'operazione è stata semplice e rapida: in poche manciate di minuti, la scheda era già pronta, non prima però di avere tolto un po' di seriosità alla trama che caratterizza il retro e il fondo del bollettino elettorale, scegliendo di interpretare la texture a pennellate diagonali di blu (quello delle elezioni comunali) e grigio (che accompagna ogni scheda da decenni). 
Non si può immaginare, messo davanti alla scheda che apre questo articolo, cosa avrebbe votato Rodari (e, a monte, se avrebbe preferito schierare altri personaggi per la candidatura): ci si limita a dire che la fantasia offerta dall'autore di Favole al telefono ha permesso anche questo, dimostrando una volta di più che i #drogatidipolitica dalla lettura di Rodari possono solo guadagnare. Come ogni altra persona, del resto.