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venerdì 10 aprile 2026

Vent'anni dopo: i simboli delle elezioni - romanzate - del "Broglio" (festeggiando il quarto di secolo dell'editore Aliberti)

Chi, tra i membri dell'eletta schiera dei #drogatidipolitica nati entro gli anni Ottanta, dovesse indicare, più che un giorno, una notte in cui per ore il destino politico-elettorale è sembrato incerto, sospeso, anzi più correttamente appeso alle schede di cui si attendeva lo scrutinio, quasi certamente indicherebbe un giorno preciso: il 10 aprile, anzi, la notte tra il 10 e l'11 aprile 2006. I seggi costituiti per le elezioni politiche (solo lievemente anticipate) si erano chiusi alle ore 15 di domenica 10 aprile, ma un'idea chiara su chi aveva vinto si poté avere solo alle 2.43 di lunedì 11 aprile. Il risultato finale, a dispetto dell'ora tardissima, si delineò via via a beneficio dei non pochi che - in piazza o davanti ai teleschermi, oltre che nelle sedi dei partiti e dei comitati elettorali, nelle redazioni e negli studi televisivi nazionali e locali - stavano cercando con una certa disperazione di capire se il verdetto delle urne avesse premiato ancora il centrodestra, vale a dire la Casa delle Libertà del presidente del consiglio uscente Silvio Berlusconi, oppure il centrosinistra, cioè l'Unione guidata da Romano Prodi ritornato in campo dieci anni dopo la sua prima sortita.
Dopo vent'anni esatti, quelle ore meritano di essere rivissute, insieme ai tanti dubbi sull'esito incerto e sospetti di alterazione dei risultati - poi rivelatisi infondati, com'è giusto riconoscere, ma sulla base di anomalie facili da riscontrare - che hanno portato con sé, attraverso la rilettura di un "romanzo simultaneo" pubblicato un mese dopo "la notte più lunga", dal titolo decisamente evocativo: Il broglio. A firmare il libro, in base al quale - secondo quanto era diligentemente riportato in quarta di copertina - "nel segreto dell'urna ci sono troppi segreti", fu Agente Italiano, un chiaro pseudonimo dietro il quale si celava un collettivo che allora riuscì a rimanere segreto. Il libro fu pubblicato da Aliberti editore, casa editrice nata nel 2001 a Reggio Emilia, la cui attività è proseguita - in varie forme, attraverso varie vicende e assetti e con diversi marchi - fino a oggi, con il nome Compagnia editoriale Aliberti. Il libro, oltre a essere stato scritto (come si vedrà) da ottime firme, conteneva anche varie chicche per i #drogatidipolitica, a partire dal gioco dell'individuazione dei personaggi, dei giornali e - sissignore - dei partiti e dei loro simboli citati nelle pagine. Farlo a vent'anni dai fatti e a venticinque anni dall'avvio delle attività di Aliberti editore è un doppio omaggio a chi in quelle ore cercava di capire e, sfogliando quelle pagine (di fiction tutto meno che inverosimile) scritte con una velocità invidiabile, avrebbe potuto trovare spunti per riflettere, indizi per accrescere i propri dubbi o cercare conferme. A costo di vederle smontate dalle verifiche successive.
 

Il contesto 

Ogni elezione politica (in Italia come altrove), di per sé, è memorabile, ma quella celebrata nel 2006 aveva già dall'inizio tutte le caratteristiche per esserlo più di altre. Non si trattava solo della prima elezione in cui una parte di seggi - 12 alla Camera, 6 al Senato - era riservata a parlamentari eletti dagli italiani residenti all'estero. Si trattava della quarta consultazione consecutiva in cui il centrodestra aveva come leader Silvio Berlusconi (quasi settantenne), ma era la seconda in cui l'avversario era Romano Prodi (quasi sessantaseienne): proprio lui dieci anni prima era riuscito - anche grazie all'accordo di desistenza stipulato con Rifondazione comunista - a far prevalere il centrosinistra dell'Ulivo sul Polo per le libertà e non era affatto escluso che - dopo la vittoria schiacciante alle primarie del 2005 e l'appoggio di gran parte dei media - potesse prevalere di nuovo, stavolta alla guida di una coalizione decisamente più larga (dall'Udeur al Prc), come del resto si era di molto allargata quella di centrodestra. Un'operazione che era diretta conseguenza della nuova legge elettorale approvata dal Parlamento poche settimane prima (la n. 270/2005), etichettata il 15 marzo negli studi di Matrix come "porcata" dal suo estensore - ma certo non unico autore, visti i vari interventi che il testo ha subito nel corso del tempo - Roberto Calderoli e da allora inesorabilmente appellata come Porcellum, anche dopo la bocciatura di due suoi punti cardine (premio di maggioranza nazionale alla Camera e regionale al Senato e liste bloccate lunghe) da parte della Corte costituzionale con la sentenza n. 1/2014.
Incidentalmente, giusto per calarsi a dovere nel mood di quei giorni e - soprattutto - di quelle ore notturne, non è inutile ricordare che proprio il funzionamento delle nuove norme elettorali, imperniato sulla competizione tra coalizioni di liste di candidati, fece scomparire i simboli delle stesse coalizioni da quasi tutte le schede, a beneficio dei fregi delle singole forze politiche: il simbolo dell'Unione (con l'aggiunta del riferimento al "capo della coalizione" da indicare per la prima volta all'atto del deposito del contrassegno) apparve solo nella circoscrizione Estero e - insieme a quello della Svp - nelle schede del Senato del Trentino - Alto Adige; il contrassegno della Casa delle Libertà - identico a quello coniato in vista del voto politico del 2001 - si vide invece solo nei collegi uninominali trentini e altoatesini senatoriali (gli unici fatti sopravvivere dalle nuove norme, insieme a quello della Valle d'Aosta, valido per Camera e Senato).
Va bene, i simboli e le coalizioni, ma - porca paletta! - "non meniamo a spasso il cane": si parlava della notte tra il 10 e l'11 aprile 2006, una notte passata in bianco aspettando di sapere chi avesse vinto le elezioni. Uno scenario che nessuno - pure gli scettici che non credevano ai sondaggi delle settimane precedenti, a favore dell'Unione - avrebbe potuto immaginare, se non altro perché, oltre che domenica (delle Palme, con relative polemiche sulle processioni con l'Ulivo... non ce la faccio, troppi ricordi!), si era votato anche lunedì. Si era ripreso a votare in due giorni, com'era successo fino al 1992 (coi seggi aperti fino alle due del pomeriggio), mentre dall'anno dopo, per risparmiare, si era concentrato il voto nella sola domenica; dopo l'esperimento one day delle amministrative del 1993, si era fatta marcia indietro alle elezioni politiche del 1994 (la coincidenza del 27 marzo con la festa di Pesach non avrebbe consentito agli italiani di religione ebraica di votare, così i seggi rimasero aperti anche tutto il lunedì), ma poi si era tornati al voto domenicale fino al 2001, annus horribilis per la macchina elettorale. La coincidenza del voto politico col rinnovo delle principali amministrazioni comunali - Milano, Torino, Roma e Napoli - ma soprattutto l'avvento delle nuove tessere elettorali e la riduzione del numero di sezioni (decisa con la finanziaria alla fine del 1997, sempre per risparmiare), avevano creato file lentissime fuori dai seggi, impossibili da smaltire entro le 22, tra l'altro col voto su almeno tre schede (due per la Camera, una per il Senato e magari quelle per le amministrative): per non influenzare gli elettori ancora in coda, il Viminale aveva chiesto agli istituti demoscopici di non diffondere exit poll e sondaggi prima delle 23, ma a quell'ora non avevano comunque votato tutti, così già dal 2002 si era ripristinato il voto di lunedì per tutte le consultazioni. Nel 1994 (data la chiusura dei seggi alle 22 di lunedì, per i motivi citati), nel 1996 e ancor di più nel 2001 lo spoglio era avvenuto di notte e i risultati erano arrivati alla spicciolata, costringendo le redazioni a chiudere molto più tardi; terminare il voto alle ore 15 di lunedì, in teoria, avrebbe dovuto consentire uno spoglio più sereno (chi ha esperienza sa che valutare e contare le schede dopo le dieci o, com'è capitato dopo il 2013, le undici di sera non è proprio semplice), alle scuole di essere liberate e pulite con certezza il martedì, al Ministero dell'interno di ricevere più agevolmente i dati, alle forze politiche e ai giornalisti di valutare e commentare gli stessi dati senza fare le ore piccole. In teoria, appunto
La progressiva erosione del vantaggio dell'Unione 
nello spoglio della Camera (da Wikipedia)
In pratica le cose andarono in modo molto, molto diverso: alle ore 15, al momento della chiusura dei seggi, le dirette di radio e tv fornirono gli esiti degli exit poll (Casa delle libertà 45-49%, Unione 50-54%, secondo Nexus); le prime proiezioni diedero esiti simili, ma in seguito i dati, arrivati e forniti con sempre maggiore ritardo (anche durante una prima visita del ministro dell'interno a Palazzo Grazioli), nel tardo pomeriggio ribaltarono il risultato al Senato e, per alcuni istituti, anche alla Camera. I dati su Montecitorio arrivavano però con un ritardo consistente, non giustificabile con il solo fatto che si scrutinavano prima le schede per il Senato; nell'erodere progressivamente il vantaggio dell'Unione, parlavano di un delicatissimo testa a testa, visto che era in ballo l'assegnazione del premio di maggioranza nazionale. Per giunta, i dati che arrivavano non sembravano corrispondere a quelli che i rappresentanti di lista del centrosinistra stavano raccogliendo nelle sezioni, al punto che i Democratici di sinistra invitarono via sms e - dopo le 21.30 - con i comunicati stampa a vigilare su quanto accadeva ai seggi, soprattutto in Lazio e in Campania. Circa a mezzanotte - stando a quanto riportano le cronache - il flusso dei dati si bloccò e Marco Minniti, deputato Ds, fu spedito al Viminale a verificare di persona cosa succedesse; all'una meno un quarto il risultato alla Camera sembrava addirittura in pareggio... altro che sapere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni! 
Solo alle 2.43, come si è detto , la vittoria dell'Unione a Montecitorio fu annunciata in diretta tv non dal Viminale, ma dal segretario dei Ds Piero Fassino ("mancano una trentina di seggi allo spoglio definitivo, ma il vantaggio di 25mila voti che fin qui il centrosinistra ha realizzato consente di dire che il centrosinistra ha vinto le elezioni"); in molti sostengono che avesse detto una cosa ben diversa un'ora prima Giuseppe Pisanu, ministro dell'interno (quindi vertice politico della "macchina elettorale"), nella sua seconda visita della giornata a Palazzo Grazioli, in un vertice del centrodestra - di cui si seppe sempre in diretta tv - alla presenza di Berlusconi, Marcello Pera (Forza Italia), Gianfranco Fini (Alleanza nazionale) e Lorenzo Cesa (Udc); quasi alle 3, in compenso, il centrodestra - attraverso il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti - non riconobbe la vittoria del centrosinistra (e il 12 aprile fu lo stesso Berlusconi a parlare apertamente di brogli e a dire che l'esito doveva cambiare). Il risultato era stato confermato dal Viminale - pur se in via provvisoria, toccando all'Ufficio elettorale centrale nazionale dichiararlo - e "sigillato" dal Quirinale l'11 aprile, lo stesso giorno dell'arresto del boss mafioso Bernardo Provenzano (il giorno prima, alle 19.42, Pisanu aveva sottolineato più che altro il buon funzionamento della nuova scheda elettorale e la diminuzione sensibile di schede bianche e nulle); lo stesso Ministero dell'interno, peraltro, il 14 aprile dovette precisare che, nei dati forniti tre giorni prima, per "un errore materiale" in varie province anche le schede bianche e nulle erano state conteggiate tra quelle contestate, per cui queste ultime erano lievitate di circa 40mila unità (un numero potenzialmente esplosivo - vista la differenza di meno di 25mila voti tra le due coalizioni - sufficiente per il centrodestra a mantenere aperta la possibilità di contestare il risultato). 
Nel frattempo, si era registrata la resa pressoché totale dei sondaggisti e in particolare del consorzio Nexus (che aveva di fatto unito Cirm, non più legata a Nicola Piepoli che aveva fatto conoscere gli exit poll in Italia, e Datamedia già creatura di Luigi Crespi, nel frattempo tornato in campo con una propria società): una resa che aveva il volto di Fabrizio Masia, il quale ancora intorno alle due dell'11 aprile in diretta televisiva - dopo tanti collegamenti con questa o con quella rete Rai o Mediaset - ammise la "totale impossibilità di dire chi ha vinto"; la sera del 12 aprile dopo Striscia la notizia divulgò uno dei fuorionda più famosi di sempre, in cui lo stesso Masia si era abbandonato a considerazioni divenute subito un ritratto imperdibile del lavoro di "sondaggista" ("Non ha più senso fare 'sto lavoro di m...a, perché veramente... è un lavoro di una difficoltà mostruosa: ti fai un c..o come una scimmia e la gente non capisce una se...!").
L'Ufficio elettorale centrale nazionale della Cassazione proclamò i risultati il 19 aprile, confermando la vittoria dell'Unione alla Camera di quasi 25mila voti (e respingendo, frattanto, i "reclami" del centrodestra e di Roberto Calderoli in persona, in base ai quali non si sarebbero dovuti conteggiare a favore del centrosinistra i voti della lista Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda - Lega pensionati di Elidio De Paoli, presente solo nella circoscrizione Lombardia 2 ma capace di ottenere lì oltre 44mila voti, sufficienti a decidere il risultato). Nel 2007, a metà settembre, si concluse la verifica di una parte consistente delle schede del Senato relativa a sette regioni (Campania, Calabria, Lazio, Lombardia, Puglia e Toscana), disposta dal presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, Domenico Nania (An): emersero solo "scostamenti [...] assolutamente fisiologici", non in grado di porre in dubbio l'esito delle elezioni. Si dovette comunque tornare a votare meno di un anno dopo, non per ripetizione le elezioni del 2006, ma per il venir meno della fiducia al secondo governo Prodi e l'impossibilità di formare maggioranze alternative.
 

Il testo 

Ricordato tutto questo, non è difficile credere che, anche nei giorni e nelle settimane successive al voto, la tensione sull'esito delle elezioni fosse rimasta molto alta, anche perché se alla Camera l'esile vantaggio dell'Unione aveva comunque garantito al centrosinistra il premio di maggioranza, al Senato - a causa dei premi di maggioranza regionalizzati - la stessa coalizione avrebbe potuto contare su una maggioranza di un solo eletto, divenendo determinanti in tal senso tanto i senatori a vita, quanto gli eletti nella circoscrizione Estero (che, dunque, alla prima loro comparsa acquisirono un peso inimmaginabile).
L'attenzione della politica e dei suoi osservatori, dopo la travagliata elezione dei presidenti delle Camere (soprattutto di Franco Marini a Palazzo Madama) il 29 aprile, fu attratta prima dall'elezione del nuovo Presidente della Repubblica (il 10 maggio, verso la fine del mandato di Carlo Azeglio Ciampi, venne eletto Giorgio Napolitano), poi dagli sforzi di Romano Prodi di formare il suo secondo governo (incarico il 16 maggio, lista dei ministri il 17, fiducia al Senato il 19 e alla Camera il 23). Non appena partì la navigazione dell'esecutivo, nelle librerie arrivò il "romanzo simultaneo" Il broglio: il sito di Aliberti editore, in effetti, annunciò l'uscita del libro per il 24 maggio, mettendo ben in chiaro che si trattava di "un giallo [...] sulle tracce del grande complotto elettorale" di cui si era vociferato nelle settimane precedenti. Era passato solo un mese e mezzo dalla "notte più lunga", quella dello spoglio e dei sospetti, avanzati da una parte e dall'altra, ma era già stato scritto e stampato un romanzo che parlava di sondaggi ed exit poll del tutto smentiti a valle di "una campagna elettorale allo spasimo": in quella cornice, in cui "data per trionfatrice, la Sinistra ha quasi perso" e "dato per sconfitto, il Tycoon ha quasi vinto", la sinossi offerta ai potenziali lettori parlava dell'indagine di un giornalista, condotta "sulla scia della rivelazione di un investigatore privato", nel tentativo di verificare "una ipotesi inquietante", quella di un "grande broglio [...] compiuto dal Tycoon e dai suoi. Una macchinazione per cambiare l'esito del voto popolare. Un complotto basato su un trucco vecchio come il mondo: le schede bianche...".
La prima testata a dare conto dell'uscita del libro fu la Repubblica, dedicando un articolo (non una semplice recensione) proprio il giorno dell'uscita nelle librerie, il 24 maggio: in prima pagina la notizia della fiducia alla Camera, le polemiche sui conti e sulle indagni su "Calciopoli" affidate a Francesco Saverio Borrelli, a pagina 15 il pezzo di Pino Corrias sul libro, posto al di sotto di una dimenticata polemica del centrodestra sulle deleghe assegnate ai ministri senza portafoglio solo dopo il loro giuramento e non prima. Corrias parlò di "primo esempio di letteratura simultanea che un tempo si sarebbe chiamato 'instant book'. Pensato, scritto, stampato in poco più di un mese. Autore multiplo insaccato in un nome collettivo"; fece emergere gli elementi di base del "giallo politico", vale a dire "lo psico mistero di un capo del governo, il Tycoon, che per settimane annuncia di temere brogli elettorali ai suoi danni sebbene abbia il controllo di tutti i controlli, e poi diventa il surfista di una rimonta talmente anomala da imbarazzare persino i suoi alleati, travolti dalla sua stessa riscossa" e un giornalista, Freddy, che "mette in fila gli indizi. Si attacca al telefono. Consuma le suole", chiedendosi le ragioni dell'errore collettivo di tutti i sondaggi (a prescindere dai committenti), soprattutto sul "Partito del Tycoon", e del crollo delle schede bianche rispetto agli anni precedenti (quasi 1,7 milioni nel 2001, poco più di 440mila nel 2006). Tre giorni dopo del romanzo scrisse La Stampa, che diede conto di un'intervista "realizzata chattando" con l'autore collettivo anonimo del libro ("Agente Italiano - fu la risposta alla prima domanda - nasconde una band di scrittura. Un detective, un magistrato, un giornalista, un dietrologo. Insomma, un’identità aperta condivisa da un gruppo che vuole praticare un nuovo genere letterario: il romanzo simultaneo. Fiction sui fatti trasformata in Faction"): emerse il ritratto di "un Paese curioso, dove avvengono fatti fin troppo curiosi", in cui non si può attribuire la débacle completa dei sondaggi solo "alla spiegazione antropologica secondo cui la gente non dice la verità agli intervistatori". Nel libro mancavano le prove, ma gli indizi parevano abbondanti: "Con gli indizi non si fanno processi, ma si possono scrivere i romanzi. E se nella politica di oggi la verità romanzesca sembra molto vicina alla verità, anche il romanzo del broglio doveva trovare il suo autore, o i suoi autori". 
Francesco Aliberti
Già, gli autori. Ma chi erano? A distanza di vent'anni, ne parlo con Francesco Aliberti, fondatore di Aliberti editore e della Compagnia editoriale Aliberti, che ha accettato di ricordare quel caso, confermando alcune cose già dette negli anni precedenti e aggiungendo alcuni dettagli rilevanti: "Agente italiano - mi spiega - era un collettivo di firme note, che operavano già su varie testate giornalistiche, ma soprattutto era un collettivo di amici emiliani illustri. C'era Edmondo Berselli, che all'epoca scriveva sulla Repubblica; c'era Pierangelo Sapegno, inviato di lungo corso della Stampa, molto vicino a Edmondo, piemontese ma assai legato all'Emilia; c'era poi Beppe Cottafavi, editor di Mondadori, colui che a quell'editore aveva portato proprio Berselli, dopo i suoi primi libri pubblicati dal Mulino". 
Edmondo Berselli
In effetti, tra il 2003 e il 2004 Mondadori aveva pubblicato due libri di successo di Edmondo Berselli, Post Italiani e Quel gran pezzo dell'Emilia, mentre a fine anno sarebbe uscita addirittura una "operetta immorale sugli intelligenti d'Italia", vale a dire Venerati maestri (libro ripubblicato l'anno scorso da Quodlibet); nel frattempo, però, Berselli aveva partecipato in modo esplicito come autore a una raccolta di racconti pubblicata proprio da Aliberti editore, Mai dire mai a un Martini Dry (2005), regalando un imperdibile James Bond a Campogalliano. "L'idea originaria - riprende Francesco Aliberti - fu di Edmondo, in una riunione a Reggio, al ristorante il Pozzo. Agente italiano sembrava una bella trovata editoriale, perché dava l'idea che ci fosse un insider, che sapeva cose che altri non potevano sapere; in più era un filtro, che consentiva a persone piuttosto note nei loro ambienti di lavorare 'in incognito' con un editore indipendente in Emilia, facendo cose che magari non sarebbero state facilmente proponibili con altri editori". Sembra lecito immaginare, in effetti, che proporre a un editore nazionale un romanzo, dichiarato fin dall'inizio come tale, ma nelle cui pagine si immaginavano brogli legati a un'elezione appena compiuta, non sarebbe stato così semplice, né avrebbe avuto esiti scontati.
La formazione originale del collettivo, dunque, era a tre: "Le idee da sviluppare - ricorda ancora Aliberti - erano soprattutto di Berselli e Cottafavi, tradotte in romanzo in particolare grazie a Sapegno, che aveva una penna felicissima". Il collettivo in seguito si sarebbe ripetuto, pubblicando sempre nel 2006 Pronto, chi spia?, autodefinito come "il libro nero delle intercettazioni", in un periodo in cui, tra calcio, politica, spettacolo e finanza, nessun ambito sembrava indenne dalle rivelazioni dell'ascolto trascritto ad uso giudiziario e non solo. Il gruppo di lavoro più avanti si sarebbe perfino ampliato, pur cambiando leggermente il nome: nel 2009, per esempio, Aliberti pubblicò La congiura. Il romanzo della crisi, a firma Agente americano ("In quell'occasione - racconta - venne coinvolto anche Massimiliano Panarari, altro giornalista di pregio, firma della Stampa e della Repubblica). Per completezza, va detto che nel 2022 il marchio Agente italiano è tornato in libreria con un nuovo romanzo simultaneo, Il ladro di libri; in questo caso, però, la formazione del collettivo è diversa, ma saranno altre le occasioni di parlarne. 
Cosa si intendeva esattamente con la categoria "romanzo simultaneo"? "Di fatto per noi - chiarisce Aliberti - era ed è un upgrade del concetto di instant book, andava e va oltre quel tipo di libro. In quell'occasione, nel 2006, si trattava in sostanza di 'fermare il mondo' per far uscire un libro che di fatto, pochissime settimane dopo lo spoglio, era già pronto e, sia pure sotto forma di romanzo, in concreto commentava l'attualità quasi simultaneamente, come se lo stesse facendo su un giornale: a riuscirci, in quel modo e con quei tempi, era molto più indicato un editore medio-piccolo indipendente, com'era Aliberti, nata da cinque anni".
Il broglio
, come in parte si è già visto, fu solo uno degli episodi della versatile collaborazione di Edmondo Berselli con Aliberti editore: "In nome della comune emilianità, Edmondo divenne amico della casa editrice e ci aiutò in vari modi - ricorda Francesco Aliberti. - Con cadenza quasi mensile, facemmo riunioni editoriali a Modena, alle quali partecipavano tutti gli amici emiliani: volta per volta incontravamo anche, tra gli altri, Leo Turrini e un giovane Andrea Scanzi, tutte firme che si divertivano". In più, non va trascurato che il primo romanzo simultaneo aprì la collana "I lunatici", chiaro riferimento a un altro scrittore e narratore emiliano decisamente illustre, Ermanno Cavazzoni, e al suo Poema dei lunatici: curata da Beppe Cottafavi, la collana era destinata a ospitare "libri balzani", sulla base del motto per cui "non c'è solo la faccia nascosta della luna: c'è una faccia nascosta del mondo e qualche volta la luna la illumina". "La collana 'I lunatici' - spiega Aliberti - nacque insieme al Broglio, pubblicando contestualmente un'opera di Daniele Benati [Opere complete di Learco Pignagnoli, ndb] e un altro libro, la cui uscita fu voluta dallo stesso Berselli: si trattava di Va' con Dio, romanzo teologico scritto da Jimmy Villotti, chitarrista dal multiforme talento e dalla simpatia travolgente da poco scomparso. Jimmy, tra l'altro, dava lezioni di chitarra proprio a Edmondo, che si era innamorato di quel libro e ci propose di pubblicarlo".
Non furono moltissimi i media nazionali che si occuparono del Broglio subito dopo la sua uscita - agli articoli già indicati vanno aggiunti almeno quello scritto da Mariella Ciarnelli sull'Unità il 5 giugno 2006 ("Il broglio", fantapolitica. Ma sembra tutto vero...) e quello di Gigi Riva sull'Espresso uscito nello stesso periodo (Intrigo elettorale) - ma di certo il libro non era passato inosservato tra quelli che si occupavano di politica e attualità, anche se non ne avevano scritto. La curiosità per il tema e la mai celata passione per la dietrologia degli italiani aiutarono la diffusione, ma ci fu qualche ingrediente segreto (come quelli dell'urna). Dopo vent'anni, c'è chi non si sottrae alla tentazione di raccontare come, dalla seconda metà di maggio in poi, un funambolico autore della Sassola - di stretta osservanza battistian-panelliana e sorbarista quanto al Lambrusco, ma pronto a fare un'eccezione per il Campanone - avesse telefonato personalmente a vari giornalisti a lui familiari e, dopo alcuni convenevoli, avesse lanciato un potenziale amo: "Ma hai visto quel romanzo che è uscito, sui possibili brogli alle elezioni di aprile? Ma, secondo te, chi c'è dietro?". A quelle parole, fioccavano le supposizioni - mentre, si ipotizza, sul viso del citato autore della Sassola si tracciava un sorriso ineffabile - e si seminava l'interesse per il romanzo e per le ipotesi che proponeva. 
Altri arrivarono in autonomia al libro, che ebbe un suo particolare seguito: il (docu)film Uccidete la democrazia!, dei giornalisti Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio, che allora era direttore di diario della settimana. "Senza dubbio Uccidete la democrazia! era figlio diretto del Broglio - racconta Francesco Aliberti -. Ricordo bene che un giorno tutto il team di Agente italiano partì in auto per una gita a Milano, avendo come meta la sede del diario: l'appuntamento era con il direttore Deaglio, che si era innamorato del libro quando era uscito e ci aveva contattato. Da lì nacque l'idea del documentario, in cui il libro è sostanzialmente alla base delle ipotesi sviluppate e 'messe in scena' anche grazie agli attori che parteciparono". Non stupisce, dunque, che Il broglio sia stato ristampato in edizione speciale e diffuso proprio da diario insieme a Uccidete la democrazia!, uscito il 24 novembre 2006 (ma annunciato già due settimane prima); se però il libro era stato dichiarato fin dall'inizio come "romanzo", la quarta di copertina del (docu)film indicava espressamente che le elezioni politiche di aprile, "finite sul filo di lana", "non sono state regolari. Se lo fossero state il centrosinistra avrebbe vinto con ampio margine". 
Anche per quella frase divamparono polemiche e la procura di Roma indagò gli ideatori del (docu)film ex art. 656 c.p., per il reato di diffusione di notizie false, esagerate, tendenziose e atte a turbare l'ordine pubblico (ma il film non fu mai sequestrato). "A chi sarà venuto in mente che, in tempi di elettronica, un bel maneggio si poteva fare sull'usuale, enorme numero di schede bianche?": il documentario si diffuse sui dati del crollo delle schede inserite nell'urna senza voti espressi, emerso ovunque, e lo attribuì a "un intervento della Divina Provvidenza", lo stesso che - secondo la tesi del film - avrebbe fatto scattare il premio regionale al Senato in quasi tutte le regioni in bilico tranne la Campania. Si parlò poi di una "enorme manipolazione di dati attraverso i computer", forse relativa alla trasmissione sperimentale informatizzata dei dati dagli uffici elettorali di sezione per Lazio, Sardegna, Liguria e Puglia; la prefetta Adriana Fabbretti, allora a capo della Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno, audita dalla Giunta delle elezioni della Camera precisò però che la trasmissione informatizzata era stata attuata "in maniera parallela a quella tradizionale, che ha conservato la sua validità. Quindi, il supporto cartaceo è stato l'unico che ha avuto valenza legale". 
Nel mese di gennaio le indagini si chiusero e non si sa come la vicenda giudiziaria si sia conclusa (mentre, dall'archivio del Corriere della Sera, si apprende che gli autori nel 2009 furono condannati per diffamazione nei confronti di Giuseppe Pisanu, che aveva presentato querela). Di certo, però, quel documentario diede nuova attenzione al giallo di Agente italiano, inclusa un'intervista sul Corriere della Sera (pubblicata il 25 novembre 2006), che Alessandro Trocino scrisse di avere condotto via e-mail. "Gli estensori - rispose il collettivo - sono stati uno o due. Più altri per l'inchiesta. Potremmo essere giornalisti, scrittori, politici. O magari sondaggisti". Per gli autori non aveva senso ricontare le schede - come inizialmente la Procura di Roma aveva ipotizzato e come, a campione, in effetti fece poi la Giunta delle elezioni del Senato - perché non erano state riattribuite con un software, ma "falsificate". In ogni caso, per "Agente italiano", pur mancando "la prova regina" della tentata alterazione delle elezioni, di essa c'erano "fortissimi indizi"; era poi anomalo il fatto che il centrosinistra, pur avendo ipotizzato che si fossero verificati brogli, avesse poi fatto "retromarcia". "In effetti - ricorda ora Francesco Aliberti - Il broglio non fu oggetto di querele, nessuna denuncia... purtroppo! Forse il testo, dichiaratamente di finzione, era stato costruito in modo da non dare appigli sicuri a eventuali querelanti per vincere una causa". Il libro, in ogni caso, fu attento a non abbandonare mai l'alveo della fiction, pur citando dati veri applicati a luoghi immaginari e facendo agire personaggi che, a dirla con Edmondo Berselli, "assomigliano insidiosamente" ad figure note della politica e del giornalismo, con nomi almeno in parte diversi, ma sempre riconoscibili.
Già, perché per i #drogatidipolitica, molto più della trama, del plot del romanzo (da un lato, un detective privato ex poliziotto - il Biondo - che il lunedì 10 aprile verso le 15 si presenta "in Questura perché aveva una storia da raccontare" sulle elezioni che si stavano celebrando, ma senza trovare chi lo ascolti negli uffici della Mobile in cui "avevano tutti i televisori accesi" per cercare di capire attraverso le "forchette" degli exit poll e le prime proiezioni che tardavano via via chi aveva vinto alle elezioni, poi sparisce, verosimilmente avendo la sfortuna di incrociare sulla sua strada due rapinatori freschi omicidi e fuggiaschi; dall'altro, l'Inviato speciale - Federico "Freddy", lievemente somigliante a Sergio Castellitto, assunto alla Cronaca, trasfigurazione della Stampa, come sembra di capire dall'idea del "più falso e cortese" giornale della borghesia - che la mattina di lunedì incontra il Biondo sulle scale del suo palazzo, ricevendone una confidenza confusa su "schede bianche sparite", "commissioni elettorali pilotate" e "preferenze dirottate", poi - dopo la sua sparizione - si mette sulle sue tracce, insieme a Lara, la sua segretaria) conta la sfida elettorale che si consuma fin dalle prime pagine
Da un lato c'è "la Sinistra, il Gruppo democratico del Curato", politico con un'aria "bonaria che mostrava persino nei dibattiti, quell'aura da pacificatore poco severo e molto comprensivo" che però sotto sotto doveva essere un duro, "vendicativo con la memoria lunga, come tutti i democristiani della sua razza" e per di più col marchio di fabbrica dato dalla provenienza dalla "collina alta, in quella provincia dove si dice che tutti hanno la testa quadra" (indizio di un intervento evidentemente berselliano, anche per chi non avesse letto Quel gran pezzo dell'Emilia; d'altronde, non era stato Edmondo a eternare nelle stesse pagine l'icastico ritratto prodiano "gronda bonomia da tutti gli artigli", attribuito talvolta anche ad altre figure, come l'imprenditore Sergio Magliola o il condiocesano cardinale Camillo Ruini?). Dall'altra parte c'è "il Tycoon", per i nemici "il Venditore o il Cannibale", "proprietario di tutte le più importanti tv commerciali, di una squadra di calcio che stava lottando per lo scudetto e per la Champions League, di assicurazioni, di imprese edili, e di un mucchio di altre cose, uno che aveva quasi sempre vinto e le poche volte che aveva perso aveva fatto fuoco e fiamme, da far pentire persino i vincitori". Da una parte un gruppo democratico che però radunava "sotto lo stesso tetto spezzoni politici disparati, dai superlaici ai solidaristi cattolici, dai radicali ai moderati, dai comiunisti agli anticomunisti"; dall'altra un blocco compatto agli ordini dell'uomo che l'aveva messa insieme, che aveva "ricompattato i suoi e sdoganato i fascisti, più o meno 'post'" (ecco, un'altra traccia berselliana!), ma aveva così creato anche "un grande partito nemico, nato, cresciuto e radicato attorno all'odio per lui", perché era "davvero odiato dalla metà dei cittadini e idolatrato dall'altra: 'Sei bellissimo!' gli gridavano le madame alle convention di Movimento e Libertà" (e quel "madame" risente invece della matrice piemontese di una delle penne). 
Le due coalizioni, ovviamente, sono composite e il romanzo, pur semplificando un po' il quadro (entrambe le compagini avevano oltre dieci liste), propone in ciascuna delle due parti uno schieramento a cinque punte. Emerge bene, fin da quando l'Inviato snocciola ai colleghi della Cronaca l'esito dei sondaggi prima della notte più lunga: 
A Destra scende il Partito del Nord. Sta fra il 3 e il 4, mi hanno detto. Cresce robusto il Gruppo cristiano, pare che raddoppi o quasi. Il Partito nazionale resta più o meno fermo, dal 12 al 13. Perde secco invece il partito del premier, Movimento e libertà, che va sul 22, quasi sette punti in meno rispetto alle politiche scorse. Con i resti delle estreme, fascistoni e robetta, si arriva all'incirca sul 47. La Sinistra è data al 52. Ciclamino sotto il 15. Partito democratico sul 20, i comunisti tra il 7 e l'8, gli ambientalisti attorno al 4. Poi che cosa... Benino il Gruppo dei radicali e dei socialisti. Non mi ricordo quanto. 
Pare quasi di vederli, i simboli - anzi, i contrassegni - delle liste citate dall'Inviato, ed è lecito immaginarli un po' simili e un po' diversi rispetto a quelli delle forze politiche vere, "come quei videogiochi di calcio che non hanno le licenze delle squadre" (così ha sentenziato Stefano Mentana, "malato di politica" doc, profondamente devoto anche al pallone e al joystick). Così, guardando alla compagine del Tycoon, compaiono il tricolore di Movimento e libertà sacrificato dallo spazio occupato dal riferimento al leader, il fuoco tinto dai colori italiani del Partito nazionale, una forma di scudo crociato del Gruppo cristiano, fino al Partito del Nord con un guerriero blu armato di spadone e scudo (anche se nella realtà c'era pure una colomba dichiaratamente autonomista); quanto ai "resti delle estreme", ci si limita a immaginare un tetraedro tricolore che possa rappresentare i Fascistoni, chiunque si voglia vedere sotto quest'etichetta. E, dall'altra parte, la coalizione del Curato, il Ciclamino è facile da immaginare su uno sfondo azzurro e verde come quello che all'epoca accompagnava la Margherita, il Partito democratico (quello della finzione, non quello che sarebbe nato oltre un anno più tardi) porta inevitabilmente con sé un albero a chioma verde abbinato a una rosa, i Comunisti portano con sé - oltre alla falce, al martello e alla stella sulla bandiera rossa attorniata da un tricolore - uno spirito rifondarolo (anche se di comunisti, allora, ce n'erano anche altri, inseriti in altre liste); un'altra rosa, stretta in un pugno, finisce in automatico per essere associata al Gruppo dei radicali e dei socialisti, mentre un sole con una specie di sorriso - abbinato, ormai da un po' di tempo, a un arcobaleno pacifista - non può che contrassegnare gli Ambientalisti. E se di qualcosa ci si può stupire, tutt'al più, è che nello schieramento del Curato non si trovino anche riferimenti a una lista con un gabbiano (chiamata, magari, Valore degli Italiani) o a un campanile (quello - chissà - dell'Europa dei democratici uniti). 
Il gioco degli specchi dei nomi e la "caccia al tesoro" si fa intenso, visto il numero di personaggi che si muovono sullo sfondo, anche solo per poche righe in una paginetta e fanno scattare la smania dell'identificazione, grazie a un identikit fatto di sole parole, scritte però da chi conosce bene la politica e i media. Chi sarà "il Tiepolo", "un maestro in materia" di sondaggi, "un tipo perfettamente calvo con la mascella forte e un ghigno trattenuto [...], l'incrocio fra un artista del sondaggio e un caratterista in un film di genere"? Ma Nicola Piepoli, ovviamente. E Bergamelli, "il più serio" e "il più prudente" nelle società demoscopiche? Nando Pagnoncelli, altrettanto ovviamente, nativo delle stesse terre di Gigi, inviato del Pianeta ("il settimanale della capitale", dunque parente stretto dell'Espresso, il che permette anche di individuare il giornalista, a sua volta recensore del libro); restando tra le società di sondaggi, nella EnneEsse ("quelli della tv") e nella Sgs ("quella più vicina alla Sinistra") sembra di vedere Nexus e Swg, mentre "il primo sondaggista del Tycoon, l'inventore del Contratto", insomma il Barbone, è senz'altro Luigi Crespi, scetticissimo verso i dati in arrivo e propenso piuttosto a credere a un errore dei sondaggi o anche a brogli. Il direttore del telegionale di Quarto Canale, "schierato cuore e pensiero, armi e bagagli con il suo proprietario", che nel primo pomeriggio di lunedì cerca la "consolazione" che i dati degli exit poll non gli danno e nelle ore successive si scioglie - prima dell'esito finale della notte - in "un sorriso largo così", è fin troppo facile da identificare (parce sepultos); non è difficile dare il nome giusto e il volto anche a Renato D'Alimare, uomo dallo sguardo molto politologico ed elettorale dietro i suoi occhiali, mentre Giovanangelo Vinsanto, editorialista di prestigio, sarà Angelo Panebianco? Restando tra gli analisti, Alfredo Palermi, "esperto dei flussi elettorali" e "piccolissimo braccio destro del Curato", è senza dubbio Arturo Parisi, che proprio come Palermi "con i numeri si era già scottato una volta" (per l'esattezza il 9 ottobre 1998), mentre Silvio Carati ha il profilo lucido di Ilvo Diamanti.
E la politica? Oltre al Curato e al Tycoon, chi c'è nella galleria? C'è Santacristina, "il portavoce ufficioso e l'organizzatore ufficiale della campagna elettorale del Curato", da identificarsi nel futuro ministro prodiano Giulio Santagata; ci sono il Magro e il Baffo, rispettivamente segretario e presidente del Partito democratico, che davvero non hanno bisogno di alcun altro elemento per l'identificazione (così come è chiaro chi sia l'Americano, allora sindaco di Roma e già vicepresidente del Consiglio nel governo del Curato); il Barbetta, del Partito nazionale, oggi siede sul secondo scranno più importante delle istituzioni, mentre nell'esponente del partito cattolico (il Gruppo cristiano guidato da Ferdibello!) "con la testa pelata e gli occhialini da intellettuale" è facile ritrovare lo sguardo intelligente di Marco Follini, così come un parlamentare "con la erre moscia, ex democristiano, pure lui arroccato nella Destra, ma di un altro partitino" sembra poter iniziare a parlare da un momento all'altro con la voce e la cadenza di Gianfranco Rotondi. Pietro Livornesi, ministro dell'interno per almeno due volte nella casa romana del Presidente del consiglio, è in realtà Beppe Pisanu, mentre Mario Scritto, braccio destro del Tycoon ed ex direttore del Tempo nuovo, è Gianni Letta. Quanto al senatore a vita Franco Cossaru, ci vuole poco a riconoscere le sembianze di un certo Gatto Mammone.
Quanto al mondo giornalistico, il Migliore, direttore della Cronaca, "un signore molto elegante, ma anche molto duro", prendeva le fattezze di Giulio Anselmi e del suo curriculum, passato anche dall'Agenzia nazionale (l'Ansa); dietro Gianlorenzi, il suo uomo di fiducia passato dallo sport alla macchina, è celato invece con tutta probabilità Giancarlo Laurenzi, mentre Luis La Rosa potrebbe trovare il suo corrispondente in Luigi La Spina (anche se la "prudenza piemontese in un codice genetico siciliano" e gli "occhialetti pensosi" possono far pensare a Marcello Sorgi). Diorama, il giornale "più tradizionale e il più venduto", è invece il Corriere, diretto dal Papa, "quello che sbagliava meno" (e che era rimasto direttore di quella testata anche dopo averla lasciata) e faceva coppia fissa con Giamba, il profilo del cui baffo rimanda a quello di Pierluigi Battista. Quanto all'Indipendenza, parente stretta della Repubblica, è diretta da Napoleone (Ezio Mauro), con uno stuolo di vice: il Bello (Angelo Bono?), il Bolla (Gregorio Botta?), Aramis (Massimo Giannini), Angelo Cielle (Angelo Aquaro?) e il Giovane, che in controluce mostra le chiare fattezze di Mario Calabresi ("figlio di un commissario di Polizia ucciso dai terroristi di sinistra"), mentre Francesca De Gregori ha tutta l'aria d'essere Concita De Gregorio. Berni e Ammaricco, cronisti politici di Diorama e l'Indipendenza, concorrenti ma pronti a lavorare insieme, sono più difficili da individuare, mentre Mario Ravenna, "il Bretella", direttore della Pagina, non ha bisogno di altri elementi per essere individuato. Trattenuto un sorriso dopo aver incontrato il presidente della Federindustriali, nonché editore, Davide Luchero di Marezufolo (detto anche "il Divino"), occorre non distogliere lo sguardo per capire che tra i personaggi è possibile riconoscere uno degli autori del libro: Ernesto Bellucci, prima "giovane e vivace editorialista emiliano" della Capitale (il Messaggero) e tra i timonieri dell'associazione-rivista felsinea (e filocuratiana) la Macina (il Mulino), passato alla Cronaca e in quel momento all'Indipendenza (oltre che, "secondo i malevoli di Destra uno degli ideologi del Curato", è l'immagine riflessa d'un giornalista-osservatore intelligentissimo con le stesse iniziali. 
Chi si divertisse nel gioco del disvelamento dei personaggi, ma avesse qualche difficoltà nel ricondurli alle figure della politica e del giornalismo (anche per i vent'anni trascorsi), potrebbe trovare un valido aiuto in un altro libro, La notte del broglio, pubblicato da Aliberti sempre nel 2006 dopo l'uscita del (docu)film Uccidete la democrazia! Il volume, oltre a riproporre il testo del romanzo simultaneo, antepone un ricco retroscena, in pieno stile giornalistico, anzi, berselliano: quasi tutti i libri di Edmondo Berselli si chiudevano con un capitolo in cui si citavano fonti, precedenti e occasioni in modo tanto godibile da integrare perfettamente quel testo nel resto del libro (non a caso, l'episodio del "Sartorius dubbioso" lo si trova proprio nel retroscena di Venerati maestri). In questo caso il backstage arrivava in modo eccentrico all'inizio, come una sorta di legenda-introduzione al Broglio, questa volta mettendo in fila i nomi veri e le loro parole, pronunciate o scritte (aiutando, per esempio, a identificare il giornalista etichettato come "il Sindaco" con Luciano Borghesan della Stampa); di nomi, anzi, paradossalmente ne viene omesso solo uno, quello che in quelle ore - soprattutto in quella notte - incarnò la resa dei sondaggi. 
Soprattutto, però, nel backstage iniziale si indicano studi rilevanti (in particolare il volume di Itanes Dov'è la vittoria, pubblicato dal Mulino, e le ricerche della statistica Venera Tomaselli) legati ai dati che avrebbero potuto indicare possibili brogli: chi scrive non crede che questi siano avvenuti, ma riconosce che gli indizi in grado di scatenare la molla della ricerca - al di là delle curiosità - c'erano tutti. Da un lato c'era il crollo delle schede bianche, in parte riconducibile alla scheda senza preferenze e solo con i simboli (anche se questo volle dire "liste bloccate", con tutto quel che ne conseguì) o alla forte polarizzazione dello scontro, ma forse non spiegabile per intero in questo modo. Dall'altro c'era una modifica non irrilevante alle norme elettorali che reintrodusse la nomina degli scrutatori da parte della commissione elettorale comunale, sostituendolo al sorteggio previsto dal 1989 - su iniziativa dei radicali e di altre forze politiche, come ho raccontato nella prima puntata del podcast Scudo (in)crociato - per evitare che fossero i partiti di fatto a nominare i componenti dei seggi; in effetti si smise di sorteggiare innanzitutto perché il rischio di rinunce, di persone che al momento di aprire i srggi non si presentavano o si rivelavano inadeguate era molto consistente, ma il ritorno della sostanziale designazione politica degli scrutatori - insieme agli sforzi consistenti posti da Forza Italia nel progetto "Motore azzurro" e nella formazione del personale di servizio presso i seggi (scrutatori e rappresentanti di lista, tuttora chiamati da quel partito "difensori del voto") - aveva colpito più di qualche osservatore.
Vent'anni dopo, si può dire che il broglio non ci fu (o, se ci furono singoli episodi - non essendone priva la storia elettorale italiana - non è possibile collocarli con certezza da una parte o dall'altra e indicarne il numero). L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta per i #drogatidipolitica per non fantasticarci sopra: troppi potenziali indizi, anche in mancanza di una pistola fumante (ormai fredda, se ci fosse stata) o comunque di prove nette. E i #drogatidipolitica di allora e di oggi, pronti a lasciarsi solleticare da un'ipotesi almeno verosimile, avevano trovato cibo per le loro menti in un romanzo - Il broglio - scritto da chi conosceva bene la politica, le elezioni, i loro meccanismi e soprattutto i loro dati, riuscendo anche ad accostarli e confezionarli in modo accattivante. Vale la pena anche oggi sfogliare quelle pagine, per non togliersi la possibilità di divertirsi in modo intelligente: meglio, in fondo, esercitare i pensieri di complotto e dietrologia su un soggetto dichiaratamente di fantasia - anche se maledettamente verosimile - piuttosto che nella realtà. Anche per questo, c'è da augurarsi che Il broglio torni disponibile, in edizione annotata e aumentata (magari con gli scritti citati nel retroscena), con la certezza che i #drogatidipolitica di lungo corso e di giovane età troveranno molto materiale su cui riflettere. E un motivo in più per non praticare brogli (prima ancora che non credervi) e per esercitare piuttosto la fantasia.
 
Si ringrazia di cuore la Biblioteca statale Antonio Baldini, presso la quale ho potuto consultare il libro La notte del broglio, parte del Fondo Massimo Bordin: il fatto che il libro provenga dalla biblioteca che fu dello storico direttore di Radio Radicale - il cui sterminato e preziosissimo archivio, tra l'altro, permette di riascoltarne la voce anche in una conversazione con Luigi Crespi proprio sul romanzo simultaneo di cui ci si occupa qui (conversazione dalla quale emergono in viva voce i dubbi dello stesso Crespi) - rende il viaggio politico-simbolico legato a questo testo ancora più prezioso. 

venerdì 31 marzo 2023

Simboli fantastici (31): Friuli Venezia Giulia, torna la satira di Mataran

"E io rinascerò / cervo a primavera": è intenso e delicato il brano di Mogol e Cocciante, è bello rinascere a primavera, ma è ancora più importante azzeccare il momento giusto per rinascere. Così, per chi esercita con passione il ruolo di appartenente alla schiera dei #drogatidipolitica e, per di più, ha la fortuna di essere portatore sanissimo e diffusore di ironia corrosiva, le elezioni che riguardano il proprio territorio sono un'occasione da cogliere assolutamente, a costo di risvegliarsi da un sonno durato oltre un anno. Per fortuna nostra si è ridestata a tempo debito la banda di Mataran, la rivista satirica nata nel 2015 e diffusa in Friuli Venezia Giulia (non a caso, mataran in furlan significa "matto", nel senso di originale, giocherellone, dunque non inquadrato né inquadrabile). Già nel 2021 questo sito aveva ospitato volentieri la loro satira graffiante esercitata in vista delle elezioni amministrative celebrate in quell'autunno (anche se chi scrive ha appreso della pubblicazione solo a seggi ormai smobilitati): in quel caso, l'ironia si era tradotta soprattutto nell'invenzione di dodici "simboli fantastici" (o, se si preferisce, "veramente falsi") che non erano riusciti ad arrivare sulle schede perché rifiutati o perché i relativi progetti di lista erano falliti prematuramente.
Quella volta ci si era divertiti a commentarli e a cercare di collocare quei loghi mai nati nel contesto di ogni comune, ma è chiaro a chiunque che le elezioni regionali sono un altro pianeta, un rito che non può in alcun modo essere trascurato. L'ultima uscita cartacea di Mataran, sia pure con la testata il Frico (nata all'inizio del 2021 come inserto mensile de il Friuli) risaliva alla fine del 2021, con il calendario dal sapore popolare e forte di Frico Indovino, preceduta dalla campagna - cui questo sito aveva "simbolicamente" aderito - per lanciare la candidatura del furlan Dino Zoff al Quirinale; quell'anno abbondante di pausa, però, meritava di essere interrotto per occuparsi "alla Mataran" (anzi, tant che un Mataran) dell'evento elettorale più importante del territorio regionale. Da pochi giorni, dunque, in una settantina di punti sparsi nelle varie province della regione è arrivato lo "Speciale elezioni" di Mataran, anzi, "l'organo ufficiale del voto in Friuli Venezia Giulia", come si può leggere sotto la testata: un voto da affrontare con una giusta "dose di satira gratuita ma non scontata", nel senso che non è banale e che non fa sconti (anche per questo nel 2021 è arrivato il meritato Premio Satira Forte dei Marmi, citato accanto alla testata con una finta etichetta malincollata). 
Oltre che in quei punti di distribuzione gratuita, le otto pagine del numero speciale di Mataran sono state al centro di una presentazione rivestita come un "party elettorale" in piena regola (con tanto di invito a forma di scheda, regolarmente bollata) ieri sera a Udine (alla Cas'Aupa) e questa sera si replicherà a Pordenone (alla Casa del Popolo). Che l'appuntamento elettoral-satirico sia molto sentito da quelle parti lo hanno dimostrato due dettagli della serata di ieri: oltre cento partecipanti e, tra il pubblico, varie persone candidate alle comunali o alle regionali. Come a dire che alla fine tanto vale ridere, anche se magari quella banda di scapestrati matarans prende di mira questa o quella candidatura, che sia destinata a vincere o a perdere (perché non ci si salva dai graffi - scritti o disegnati - di chi esercita la satira). Ben venga allora partecipare alla festa di "un organo riproduttivo di satira e umorismo, noncurante ma non indifferente - si legge all'interno - con notizie false ma non bugiarde, fatto in casa per la gente di qui anche se la gente di qui non lo vuole in casa, e quindi letto perlopiù in piedi, sul trattore o in barca a vela (dipende dove abitate)". Pure e soprattutto sotto elezioni, infatti, è bene non dimenticare che "la satira è lo strumento degli sfigati per dissacrare il potere e le idee, specialmente quelle di chi vuole insegnarci come e di cosa ridere"
Il primo e principale oggetto della satira questa volta è il presidente uscente e ricandidato della giunta regionale, il leghista Massimiliano Fedriga: lui, armato di una matita appuntita, spunta da un foro nero con i contorni della regione in una copertina chiaramente ispirata alla locandina del film di Stanley Kubrick Arancia meccanica (il cui titolo, con gli stessi caratteri, è stato trasformato in Rielezione meccanica). Pure all'interno un certo spazio è dedicato al candidato del centrodestra, specie nel confronto con il suo principale contendente, Massimo Moretuzzo (nella caricatura il candidato autonomista sostenuto anche dal centrosinistra e dal M5S è ritratto nei panni del líder mínimo, con il simbolo del suo Patto per l'autonomia sul basco, mentre Fedriga è "Sua Eccellenza", in divisa e con Sole delle Alpi, Alberto da Giussano, fiamma tricolore e bandierina forzista trasformati in distintivi). Tra i vari altri contenuti del numero, appare impagabile (e serissimo), tra i commenti sulle elezioni dei "vip del Friuli Venezia Giulia" (dall'ex candidato autonomista Sergio Cecotti, all'attuale candidato "terzopolista" Alessandro Maran fino a Francesca Mesiano dei Coma Cose), quello di "Armando della Pimpa": "Mi asterrò, come ho sempre fatto da quando ero ragazzo. Sono per l’ordine ma senza potere, fondato sulla pari dignità e perciò autentico".
Nelle otto pagine di Mataran (tutte da sfogliare con la massima attenzione, anche da chi non è parte di quella regione) però, non poteva mancare la seconda edizione del Salon des Refusés imaginaires, vale a dire la pagina dei simboli delle liste (regionali e comunali) "che non ce l'hanno fatta", non essendo arrivate sulle schede perché bocciate o abortite anzitempo, ma in realtà frutto esclusivo della creatività della squadra dei portatori di satira. Questa volta la tribuna è soprattutto per le elezioni regionali, cui sono dedicati ben sei dei dodici emblemi creati da Mataran; non vengono comunque trascurate le elezioni amministrative, fonte di ispirazione per le altre sei liste "farlocche". Come nel 2021, ciascun contrassegno - piazzato su un simulacro di scheda elettorale, rispettando i colori scelti in FVG per l'evento: azzurro per le elezioni regionali, arancione per quelle comunali - è accompagnato da una breve descrizione della lista e del motivo per cui il simbolo ("falso, ma non bugiardo", come tengono a sottolineare dalla redazione) non sarebbe stato sottoposto al giudizio di elettrici ed elettori.
Iniziando il viaggio "fantasimbolico" dalle elezioni regionali, il primo emblema a essere mostrato è quello dell'Österreichisch-Ungarische Volkspartei, vale a dire il "Partito Popolare Austro-Ungarico" su fondo giallo spicca l'aquila bicipite (impiegata anche dall'impero asburgico) cui è sovrapposto al centro uno scudo con l'alabarda triestina dorata, collocata sui colori della bandiera dell'Austria; al nome del partito scritto in carattere gotico fa da contrappunto la sigla collocata in basso, nel segmento bianco, con la V rossa e quasi-3D mutuata dal simbolo della Südtiroler Volkspartei (lo stesso nome, ovviamente, rimanda a quello della Svp). "Dopo una trionfante raccolta firme, forti dell’appoggio di molti triestini, ma non solo, il Partito Popolare Austro-Ungarico era pronto a presentarsi alle regionali con mire di vittoria: obiettivo fondante, l’annessione della Venezia Giulia all’Austria". Mataran peraltro informa pure del prematuro scioglimento della lista, dopo che qualcuno - cartina alla mano, evidentemente - aveva fatto notare che la provincia di Udine confina con l'Austria, ma la Venezia Giulia no.
Non appare legato a questioni storico-territoriali, ma a un evento atteso nelle prossime settimane il Partito degli Alpini con le mani legate. Dall'11 al 14 maggio, infatti, Udine ospiterà la 94esima adunata nazionale degli Alpini, quella che segue le polemiche legate a quella dello scorso anno (svoltasi a Rimini e San Marino) per i casi di molestie verbali e tattili segnalate da varie donne. Il fanta-partito - con le mani davvero legate al centro e la parola "Alpini" con lo stesso rilievo normalmente dato al cognome di Matteo Salvini nel simbolo della Lega (scelta probabilmente originata dal post dello scorso anno a sostegno degli Alpini, apparso sui canali social del segretario leghista) - aveva un programma impegnativo: "Legittima difesa e rispetto per il prossimo. Pene severe per i colpevoli di palpata al culo (tranne se 'mano morta involontaria'), carcere a ore per chi si ubriaca sforando il limite di 3.0 alcolico (valido solo i lunedì di febbraio), pena di morte per chi irride le penne nere (corvi e tacchini inclusi)". Troppo impegnativo forse: si apprende infatti che gli Alpini "hanno abbandonato la sfida elettorale, preferendo direttamente marciare su Udine".
Ben più etereo e leggero, con una sagoma di fatina alata (in stile Campanellino-Trilli di Peter Pan secondo Disney) in un cielo azzurrino con stelle, appare il simbolo della lista Noi siamo Friuli Venezia Giulia. Non c'è alcun riferimento grafico o testuale a idee politiche, in questo emblema, e non è affatto un caso: la lista, che sarebbe stata "ideata da Fedriga sotto l’effetto allucinogeno di due bacche di goji, [...] ricalcava il trend del brand regionale 'Io sono Friuli Venezia Giulia'", campagna pensata per il settore agroalimentare con tanto di merchandising. Per evitare posizionamenti territoriali e culturali limitanti, sarebbero stati "esclusi a priori i candidati friulani, triestini, sloveni e germanofoni", preferendo inserire in lista solo "persone neutre, identificabili nel concetto di 'Friuliveneziagiuliatuttoattaccato'". Il progetto elettorale sarebbe però sfumato perché nessun potenziale candidato aveva queste caratteristiche: "ciò che rimane di questa visione è un container pieno di felpe, penne e altri gadget personalizzati abbandonato nel Porto Vecchio di Trieste".
Si riconosce invece molto bene il simbolo che ha generato il contrassegno mai depositato di Foiba Italia: la bandierina che Cesare Priori aveva concepito per Forza Italia in questo caso si è tinta dei colori della bandiera jugoslava (con il blu al posto del verde e la stella della repubblica socialista nel mezzo). Foiba Italia sarebbe stato un "movimento bipartisan con l’obiettivo di far luce su tutte le foibe presenti in regione, nel resto d’Italia e nel mondo": si apprende infatti da Mataran che "studi indipendenti dimostrano a tutt'oggi l'operatività
di brigate titine nella Buse dai Veris a Udine, nel Grand Canyon e nella Fossa delle Marianne". Il programma prevedeva anche "la creazione del Semestre del Ricordo, perché un giorno è riduttivo, e campi rieducativi per storici coi brani di Cristicchi in filodiffusione" (con riferimento al musical Magazzino 18). Come mai il simbolo non è finito sulle schede? Semplice: "A forza di ricordare di ricordarsi si sono scordati di depositare la lista". Eh, lo fanno, lo fanno...
Merita almeno un mezzo minuto di raccoglimento (anche solo per aguzzare lo sguardo o far riposare gli occhi) il simbolo della fantalista Semplicemente noi, tentativo veramente falso ma drammaticamente verosimile di creare un progetto elettorale comune per l'area sinistra. E se "il nome della lista unica di Sinistra era stato approvato rapidamente, dopo sole ventidue riunioni", oggetto della discordia è stato proprio il contrassegno elettorale, perché "doveva contenere tutte le anime, le idee, le minoranze minorizzate, le maggioranze relative, il mondo del lavoro, le famiglie arcobaleno, i non-giovani, l’ambiente, la pace, gli atei vegani, i preti etero, la Bisiacaria!" Non è dato sapere se il simbolo svelato da Mataran sia l'ultima versione disponibile - si favoleggia circa l'esistenza di un simbolo pieno di "pulci" disposte a spirale in cerchi concentrici, tanto affollato quanto illeggibile - mentre si sa che "il grafico, disperato, si è iscritto agli anarcoinsurrezionalisti e non se n’è fatto nulla". La sua opera, in compenso, ora può essere utilizzata come esempio di come non si fa un contrassegno elettorale, come strumento alternativo per provare la vista e, soprattutto, come test per scoprire quali simboli e di quali partiti sono contenuti nel cerchio. 
L'ultimo fantaemblema legato alle regionali era Fradis dal Friûl (Fratelli del Friuli, in furlan), "formazione capeggiata da nostalgici del Duce e portatori di Ray-Ban con i colletti alzati". Il simbolo di base, ovviamente, è quello ufficiale di Fratelli d'Italia, con il nome modificato e la parte destra della fascetta tricolore con i colori della comunità friulana (azzurro e giallo), ma la massima attenzione dev'essere prestata all'elemento che sta in basso, in campo bianco: un pignarûl tricolore (dunque una catasta da bruciare, con tanto di persona sulla sommità, con i due corni della fiamma tricolore sovrapposti ai lati). Quell'immagine "unisce il nazionalismo italiano a quello friulano: non un controsenso, sostengono, basta saper intonare Faccetta nera in marilenghe" (cioè in furlan, "lingua madre"). Il cammino della lista verso le schede, tuttavia, sarebbe stato bloccato dal senatore Roberto Menia in persona (ora in Fratelli d'Italia, dopo la sua militanza in Msi, an, Pdl e Fli): si apprende da Mataran che lui, "salito appositamente da Roma", avrebbe "spezzato le reni ai promotori ululando 'Prima gli italiani!".
Esaurita la pagina relativa alle elezioni regionali, il gruppo di Mataran ha dato giusta attenzione anche alle competizioni in alcuni dei comuni chiamati al voto (in fondo l'esperimento dei "simboli non presentati" era nato proprio così). Si parte dall'unico ex capoluogo di provincia coinvolto dalle elezioni, dunque Udine: lì si era immaginata la Lista civica dei Magnifici Rettori, generata evidentemente dal fatto che, dopo il doppio mandato da sindaco di Furio Honsell (2008-2018), il centrosinistra ha scelto di rivolgersi a un altro ex rettore dell'Università di Udine, Alberto Felice De Toni. La redazione ha dunque avuto gioco facile a immaginare come "sogno proibito del centrosinistra udinese" la presentazione di "un'intera lista di rettori universitari". Preparato il simbolo (sullo stile di un sigillo antico di ateneo, con all'interno l'aquila friulana di Uniud dotata di fascia tricolore) e raccolte "le adesioni di De Toni, Honsell e Donatella Rettore, l'unione è sfumata dopo l'altolà del Terzo Polo, che ha minacciato di rompere la coalizione se in ogni lista non ci fosse stato almeno uno sceicco arabo o un socio di Confindustria". Neanche con i simboli farlocchi si può stare tranquilli...
Uno stile più moderno connota il simbolo pensato per la fantalista Guardiani della Scalinata, concepita per Fogliano Redipuglia. La scalinata, protagonista del nome e del contrassegno, è ovviamente quella del Sacrario militare di Redipuglia, finita in passato al centro di varie polemiche dopo che nel 2017 il rapper Justin Owusu l'aveva usata come location per un filmato (nel 2020 era stato condannato per vilipendio) e si erano accese varie proteste. Si apprende dunque che la fantalista aveva pensato di organizzare "picchetti 24 h su 24 presso il Sacrario militare di Redipuglia allo scopo di prevenire episodi di vilipendio", risultato da ottenere anche con l'ausilio di "polizia privata munita di spray e tirapugni, videocamere a raggi X, trappola del masso rotolante, buco di lava". La lista tuttavia sarebbe stata addirittura esclusa, per una sorta di contrappasso ironico: avrebbe infatti "organizzato lo shooting fotografico elettorale proprio davanti alla scalinata", per cui "tutti i candidati sono stati iscritti nel registro degli indagati per vilipendio".
Nel comune di Sacile, invece, si sono perse le tracce del Movimento Osei Liberi, legato inevitabilmente alla tradizionale Sagra dei Osei di settembre, in cui si espongono e vendono uccelli da canto. La fantalista sarebbe stata concepita dagli animalisti locali, dopo che i loro predecessori per decenni avevano chiesto "alla città di rinunciare alla sagra e valorizzare altre antiche tradizioni del territorio non speciste, tipo i pagamenti in nero" (correndo voci incontrollate e certamente menzognere secondo le quali, trattandosi di un territorio ricco e ampiamente produttivo, in passato la gimcana antitasse era stata uno sport diffuso). Il simbolo è stato realizzato in modo pregevole, con la sagoma di un volatile in fuga da una gabbia aperta, collocata al posto del tamburo e della cupola del tempo di San Liberale (a sua volta ispirato allo Sposalizio della Vergine di Raffaello). Il problema, qui, sarebbe stato legato al nome della lista, che sarebbe stato "travisato sui social", attirando "solo coppie di scambisti dal vicino Veneto". Inevitabile, a quel punto, l'intervento della forza pubblica : pare che le attività di raccolta firme siano state interrotte e la piccola folla presente sia stata "sgomberata dai carabinieri con l’uso di una scacciacani, specista anch’essa". Un'operazione contro il voto di scambio (anzi, lo scambio prima del voto).
Se Sacile è famosa anche per la fiera dei volatili, San Daniele del  Friuli certamente lo è per i prosciutti. Il dato di base è che alle elezioni del 2-3 aprile Lega e Fratelli d'Italia non sosterranno lo stesso candidato. Si è così immaginata la lista Prosciutto-Meloni, nel senso che il fantacandidato di Fdi sarebbe stato tale Italo Prosciutto, "picchiatore del Msi negli anni '80, poi in doppiopetto con An e oggi meloniano di ferro", ma ritenuto "troppo moderato" dai leghisti, perché "lo scorso carnevale si è mascherato da Minni e non da Hermann Göring come faceva abitualmente. La difesa di Fdi, ovvero che seppur vestito da Minni salutava romanamente, non ha ricucito lo strappo". In luogo della fiamma, nel contrassegno - non arrivato sulla scheda, non si sa perché - ci sono due prosciutti, uno verde e uno rosso.
Più che per il cibo, Fiume Veneto (in provincia di Pordenone, a dispetto di quanto suggerirebbe il nome) negli ultimi anni ha fatto parlare di se per l'apertura - nel 2019 - di uno dei depositi di smistamento di Amazon. Dev'essere quindi venuto facile immaginare che pensasse di tentare "la scalata politica" del comune addirittura il fondatore del colosso dell'e-commerce, Jeff Bezos (magari non di persona, non essendo lui cittadino italiano, ma attraverso un fiduciario). Ecco dunque partorita l'idea della lista bezos for river veneto (ispirata al marchio di Amazon, nelle minuscole, nei colori usati e nella freccia), con alcuni punti programmatici di rilievo: "conversione di tutti i cittadini in operai, aumento a 36 ore lavorative giornaliere, inglesizzazione di Pescincanna in Fishinrod". I disguidi, tuttavia, possono sempre capitare: "a causa dello smarrimento di un codice, il pacco con la lista dei candidati è rimasto bloccato in un Amazon Locker" e non si potrà nemmeno chiedere l'annullamento del voto
Resterebbe da dire dell'ultimo "simbolo fantastico" concepito, quello di Verità per eni, immaginato in corsa a Fiumicello Villa Vicentina, ma c'è poco da spiegare (o meglio, ce ne sarebbe parecchio), molto da pensare e ben di più di cui indignarsi (e non certo per la satira di Mataran). Se a qualcuno sfuggisse il senso del cane a sei zampe di Luigi Broggini (rifinito da Giuseppe Guzzi), trasformato in Anubi mentre spara fiamme da tergo, della presenza di un marchio ben riconoscibile nel nome della lista e di un chiaro riferimento ad Amnesty International nella parte inferiore, basti ricordare che Fiumicello è il comune in cui è cresciuto Giulio Regeni: altro non serve dire.  

Conclusa la carrellata dei "simboli fantastici" offerta quest'anno da Mataran, resta da prestare l'attenzione che merita all'ultima pagina della pubblicazione. Questa, infatti, è interamente occupata da una tavola intitolata "FriulVotaziaGiulia" e che rende un chiaro omaggio a Benito Jacovitti, artista italiano del fumetto scomparso nel 1997 e di cui quest'anno si celebra il centenario della nascita. La tavola riprende in tutto e per tutto lo stile del maestro (ed è possibile identificare alcune citazioni dallo storico manifesto Così si vota realizzato nel 1975 da Jacovitti per la Spes - Dc) ed è stata offerta ai lettori di Mataran da Luca Salvagno, "erede grafico ufficiale" dello stesso Jacovitti. Che si apprezzi o meno quello stile di disegno, si è di fronte a un vero capolavoro che merita di essere riconosciuto e apprezzato, con il tempo necessario a concentrarsi sulla ricerca dei dettagli e dei particolari che rendono ricca quella pagina. E visto che all'interno non mancano i tradizionali cartelli jacovitteschi, chi scrive non può fare a meno di esprimere una sua convinzione: se nei seggi elettorali, invece del solito manifesto contenente il richiamo alle principali disposizioni penali legate alle elezioni e che quasi nessuno guarda, venisse esposto il cartello con la scritta imperiosa ed enigmatica "È quasi vietato sbarbaganare le pitinicchie", questo riceverebbe molta più attenzione. Chissà come si scrive quella frase jacovittesca in furlan...