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martedì 22 ottobre 2019

Dialogo con Giovanni Sasso (Proforma): "Così Italia Viva ha spiegato le ali"

Occorre riconoscerlo: nessun varo di simbolo di un nascente partito politico ha ricevuto tanta attenzione mediatica quanta ne ha ottenuta quello di Italia Viva. La presentazione "monumentale" sabato durante la Leopolda10 da parte di Matteo Renzi, preceduta dal voto online di una settimana su tre proposte scelte da Renzi con il nucleo fondante della nuova forza politica, ha tenuto banco per giorni, tra cronache, commenti e sberleffi di varia natura. 
Ora che la selezione è completata e il simbolo è ufficiale, è il caso di capire meglio come si è arrivati a quell'emblema: al momento non è dato sapere chi ha realizzato le due grafiche che non si sono aggiudicate il contest (la prima a fondo fucsia e la terza basata solo sul lettering), ma si sa che la grafica vincitrice è stata elaborata da Proforma, l'agenzia di comunicazione barese che nel corso degli anni si è occupata di molte campagne di comunicazione politica a livello nazionale e locale (oltre che per Renzi e per il Pd, per Michele Emiliano, Nichi Vendola, Mario Monti, Antonio Decaro, Raffaella Paita, per i Ds, Rifondazione comunista, Sel e tanti altri), oltre che per altri soggetti istituzionali, produttivi e associativi. Della genesi del simbolo di Italia Viva parliamo con Giovanni Sasso, direttore creativo di Proforma; l'occasione è ghiotta anche per ricordare il precedente di Scelta civica, il simbolo concepito da Proforma per l'avventura elettorale del 2013 di Mario Monti (anche in quel caso ci fu molta attesa per la presentazione, anche se nel giro di un anno gli esiti non furono esaltanti) e di altri emblemi di cui l'agenzia si è occupata nel corso degli anni. Perché disegnare simboli, anche ora che realizzarli è molto più facile, è sempre una questione delicata, da maneggiare con cura.


* * *

Giovanni Sasso, ormai possiamo dire che Proforma ha al suo attivo non più un solo simbolo di partito nazionale, ma due.
Esatto, dopo gli esiti del contest sul simbolo di Italia Viva, possiamo dire che i brand nazionali da noi curati sono due. 
Quando siete stati contattati per realizzarlo, se è andata così?
In effetti le cose non sono andate proprio così. Il rapporto con Matteo Renzi dura dal 2013, da quando abbiamo concepito e realizzato per lui la campagna Cambia verso per le "primarie" per la segreteria del Partito democratico. Da allora il rapporto è proseguito, anche se non è stato sempre formalizzato: alcune volte abbiamo espressamente lavorato a campagne del Pd o sue personali, altre volte il tutto si è svolto in modo più informale, in ogni caso siamo sempre rimasti in contatto. In questo caso non c'è stata una vera commessa e lo stesso vale per gli altri due emblemi che erano stati inseriti nella terna di proposte da votare nel contest: abbiamo fatto una proposta in nome del rapporto cordiale e consolidato con Renzi e questa è stata selezionata per partecipare al contest. 
Questo è un modo per confermare che solo la proposta numero 2 era stata elaborata da Proforma, non anche le altre, giusto?
Assolutamente sì, questo è certo (sorride), ma è anche un modo per dire che non c'è stato un vero brief, non ci si è mai incontrati con un ipotetico committente per chiarire cosa volesse e su cosa si volesse puntare, anche magari in gara con altri soggetti. Diciamo che il brief lo abbiamo ricavato dalle parole d'ordine del nuovo partito, che per noi erano abbastanza chiare.
Già che ci siamo, mi confermi anche che il nome "Italia Viva" era già stato fissato prima? Ricordo di aver visto un tuo status di Facebook non proprio entusiasta... 



In effetti (ride)... Ti confermo che il nome non è farina del nostro sacco. Quanto al mio post, era molto sincero nel senso che, sì, il nome non mi entusiasmava, ma faccio fatica a pensare che potesse esserci un nome davvero entusiasmante. Ma lo direi di qualunque nome o marchio: è difficile che entusiasmi, è una categoria poco professionale, diciamo... "Italia Viva" è comunque facile da ricordare e mostra una certa coerenza con ciò che il fondatore dice e fa, quindi ci può stare. Se dovessi sforzarmi per trovare un nome alternativo "entusiasmante", ora non ci riuscirei; al massimo si sarebbe potuto osare un po' di più togliendo "Italia", lasciando solo "Viva"...
Però già da circa sei mesi esisteva èViva di Francesco Laforgia e Luca Pastorino, che tra l'altro si era sempre rivolta alla Rete per la scelta del simbolo, quindi la convivenza sarebbe stata molto problematica, sotto vari punti di vista... 
Lo immagino. Comunque, dicevo, si sarebbe forse potuto osare di più e qualcuno altrove l'ha fatto. Per farti un esempio, quando sulla scena politica spagnola è apparso Podemos, è probabile che ci sia stato qualche mugugno: oggettivamente è complicato vedere un partito politico il cui nome è un verbo alla prima persona plurale; poi alla fine la scelta è apparsa adeguata, il brand ha preso piede e si è rafforzato, anche se molto dipende naturalmente dai contenuti con cui lo si riempie. Di certo all'inizio scelte simili possono spaventare; diciamo che comunque, per il tipo di progetto che Matteo ha in mente, alla fine Italia Viva ci sta.  
In ogni caso, si può dire che a Renzi avete fatto una proposta grafica "secca", senza vostre alternative?
Sì, esatto, abbiamo fatto questa proposta "secca" e lui pochi giorni prima di lanciare il contest ci aveva fatto capire che l'idea era di suo gradimento e sarebbe entrata nella terna di quelle su cui si sarebbe votato.
Quando avete fatto la proposta?
Una ventina di giorni prima che si aprisse ufficialmente il contest per la scelta del simbolo.
Per arrivare alla proposta che avete presentato, da quali punti fermi, da quali concetti chiave siete partiti? 
Il primo, essenziale punto di forza, inutile negarlo, doveva essere la discontinuità: mi pare evidente che questo progetto di Matteo Renzi voglia caratterizzarsi innanzitutto come cesura rispetto al passato, che sia quello del Pd o, più in generale, della politica italiana, vista come tradizionale e ideologica. Per questo, il marchio doveva essere in qualche modo "di rottura": da qui è venuta anche la scelta dei colori da utilizzare.
Di questo parleremo tra poco: diciamo che è un "cambia verso" in altra forma...
Esatto, un "cambia verso" grafico. E quel claim di quella campagna, di cui vado molto orgoglioso, era proprio nostro.
Oltre alla discontinuità, su cosa avete lavorato?
Beh, il nome stesso "Italia Viva" suggeriva la necessità di un simbolo vivace, nel segno e nei colori. Volevamo poi tenere insieme la concretezza e gli ideali e abbiamo cercato di farlo con l'elemento grafico più riconoscibile del simbolo: quella "spunta" che emerge su fondo bianco e "vola alto" vuole simboleggiare un partito riesce a mantenere un riferimento ideale e valoriale "alto" ma, contemporaneamente, riesce a "fare", a decidere, a cambiare le sorti della vita reale delle persone. Certo dire tutto questo è facile, magari in una campagna, mentre è molto più complicato lavorare su un simbolo, proprio per l'estremo lavoro di sintesi che occorre fare: si chiede a un segno di sintetizzare molte cose, quindi il prodotto è inevitabilmente sottoposto a critiche.
Chi ha lavorato materialmente ai simboli?
Abbiamo sostanzialmente lavorato in tre: io, come direttore creativo di Proforma, e due designer della mia azienda, Daniele Guido e Miki De Benedictis.
Il tricolore non è mai entrato in ballo?
In effetti era stata una delle prime idee che avevamo valutato: quella V a metà tra la spunta e il volatile, che all'inizio non aveva l'idea di tridimensionalità che si vede nel risultato finale, in una prima versione iniziava verde e finiva rossa in campo bianco. Ho però scartato quasi subito quella soluzione, proprio per il discorso di prima sulla discontinuità: nonostante tutto il mio affetto per la bandiera, nel nome c'era già la parola "Italia" e non mi pareva il caso di sfornare l'ennesimo simbolo partitico con il tricolore all'interno.
Rimanendo all'aspetto cromatico, mi pare innegabile che il simbolo richiami direttamente Instagram, per lo meno in buona parte.
In effetti manca l'azzurro, che però è nel nome. Si tratta di una scelta voluta, anche se non è una copiatura: l'idea originaria era di usare colori vivaci in sfumatura, richiamando un linguaggio cromatico nuovo. Qualcosa di simile si trova anche, per esempio, nel nuovo marchio di Sky, anche se la palette che abbiamo impiegato è più simile a quella di Instagram, La stessa scelta cromatica, tra l'altro, come qualcuno ha notato, si vede nel logo della Leopolda10, che abbiamo fatto sempre noi.
Ecco, questa scelta sembrerebbe quasi un self-spoiler, come se si fosse voluto rivelare in anticipo l'esito della votazione sul simbolo, come Makkox e io avevamo ipotizzato a Propaganda Live...
In realtà no, perché noi non sapevamo che la nostra grafica avrebbe vinto il contest del simbolo. Sì, la nostra proposta ha avuto il 63% dei voti, ma quando abbiamo avuto da Renzi l'incarico di realizzare il logo della Leopolda, i risultati non si conoscevano ancora: ovviamente, per il logo della manifestazione, abbiamo usato la stessa palette cromatica.
Quindi parlare di self-spoiler è sbagliato, perché è semplicemente stata la stessa mano a produrre la proposta vincente e la grafica per la Leopolda.
Esatto, la stessa mano che ha pensato "se il nostro simbolo vincesse, sarebbe carino che nel brand della Leopolda ci fosse la stessa nuance di colori", però onestamente non eravamo affatto sicuri di vincere. Certamente credevamo nel nostro lavoro, in quello che avevamo fatto, ma non immaginavo che avrebbero votato circa 40mila persone e che la nostra proposta ottenesse circa 24mila voti, quindi la sorpresa è stata positiva; potevamo al massimo notare che, tra i commenti al post che annunciava il contest, quelli favorevoli alla nostra proposta erano più o meno nella stessa proporzione poi segnalata dal voto online, assieme ovviamente ai tanti che preferivano altre opzioni e a quelli che le bocciavano tutte senza appello. Ma siamo abituatissimi a questi verdetti, fanno parte del gioco. 
Torniamo un attimo alla "spunta", cioè al segno del tick che contrassegna le cose già fatte o quelle positive. Eppure lo stesso comunicato ufficiale di Italia Viva, a quanto si legge sul sito, parla di un "gabbiano in volo": avevate pensato qualcosa di simile?
Ah, parla di un gabbiano? Renzi nel suo discorso finale ha notato: "Qualcuno dice che è un gabbiano, ma io ci vedo una spunta, come quella di Whatsapp, o anche un'ala, un invito a non restare ancorati ai chiacchiericci". Cosa che corrisponde a quello che abbiamo detto a Renzi quando gli abbiamo illustrato la nostra proposta.
Allora diamo l'interpretazione autentica di Proforma di quel segno.
L'interpretazione ruota intorno a tre idee. Si parte dalla "spunta", quindi da un segno di concretezza, che indica le cose fatte, dunque l'idea di voler decidere e fare; c'è poi l'idea del volo, anche se io ho lavorato sull'idea delle ali per dare il concetto di ideale che vola alto, senza che questo avesse le forme di un uccello in particolare. Tieni conto che quel logo non era nato rinchiuso in un cerchio, era nato come brand con qualche ambizione in più delle forme imposte dalle leggi elettorali: nelle applicazioni di merchandising che avevamo proposto per presentare la nostra opzione, infatti, si sfuggiva quasi sempre dalla dimensione circolare. Quando, in ogni caso, abbiamo dovuto fare i conti con il cerchio, abbiamo deciso di aggiungere quel segmento colorato in basso, per dare ancora di più l'impressione dello spazio del volo, come se fosse un pezzo di pianeta stilizzato che facesse risaltare ancora di più il volo in alto dell'uccello. La terza idea, ovviamente, è quella della V di "Viva": c'è chi vede la tridimensionalità della lettera, c'è chi non la vede, ma si tratta comunque di evidenziare la parola fondamentale del nome.
Con cui non a caso c'è la maggiore somiglianza cromatica. Tornando al gabbiano, certamente quello del simbolo non lo è, ma a chi ricorda impieghi precedenti di volatili in politica, viene in mente essenzialmente il simbolo dell'Italia dei valori che all'interno aveva proprio un gabbiano, per giunta a colori sfumati. Tant'è che il suo segretario, Ignazio Messina, sul suo profilo aveva segnalato la somiglianza (anche per l'acronimo Iv simile a Idv), persino l'area è sempre quella dei libdem...
In effetti è vero che l'Italia dei valori aveva usato un uccello ad ali spiegate, ma quello era tinto dei colori dell'arcobaleno, dunque erano diversi; quello dell'Idv era proprio conformato proprio come un gabbiano. Ognuno ovviamente può vedere in quelle ali stilizzate quello che vuole: c'è persino chi ha voluto vedere in quel segno la V del Vagisil... (sorride)
Beh, al di là della forma, quest'accostamento può essere stato facilitato dal fatto che il nome "Italia Viva" è scritto con colori molto simili, che possono facilmente rimandare alle tavolozze cromatiche da "igiene intima"... Ennesima dimostrazione che, come abbiamo detto a Propaganda Live, il nuovo non esiste, nemmeno nella grafica.
In effetti (ride)... Ma non escludo che ci possa essere da qualche parte un emblema ancora più simile a quello che abbiamo prodotto noi. Pensa che mi è capitato in più di un caso di imbattermi addirittura in campagne identiche o quasi. Un giorno avevamo fatto una campagna multisoggetto per gli Internazionali di Tennis, con vari spot diversi; dopo un paio d'anni ho trovato uno spot precedente spagnolo che aveva quasi lo stesso concept nostro di uno dei nostri soggetti, tra l'altro anche abbastanza complesso... c'era una similitudine tra le strisce del parcheggio di un auto con le strisce di un campo da tennis, l'auto parcheggiava fuori dalle strisce e un giudice di linea rilevava che la ruota era fuori, come se fosse stata una pallina da tennis. Se io avessi detto a qualcuno che io non avevo visto quello spot precedente, non ci avrebbe creduto nessuno e avrebbero pensato che avevamo copiato: sono quindi abbastanza fatalista su questo. Del resto, se si digita su Google "logo V", "logo B" o qualunque altra lettera, esce una marea di marchi in tema: una stilizzazione della lettera simile a quella che si ha in testa la si trova sicuramente... 
Scartata l'igiene intima (e anche il tricolore), la scelta di quelle tinte per il nome del partito da dove è venuta?
Avevamo scelto quei colori perché ci siamo fatti influenzare da quest'idea diarchica più volte ripetuta da Matteo, per cui ogni ruolo sarà ricoperto da un uomo e da una donna. Azzurro e rosa dunque si abbinano per questo; in più l'azzurro è anche colore nazionale, senza bisogno di citare il tricolore.
Al di là dell'abbandono immediato del tricolore, ci sono state altre trasformazioni dell'emblema che hanno portato alla sua forma definitiva?
Non avevamo vagliato all'inizio altre proposte grafiche, molto distanti da quella finale, quindi le trasformazioni hanno riguardato gli elementi che si possono vedere anche nella versione definitiva. Penso soprattutto alla forma della V: all'inizio, come accennavo, non aveva quest'idea di tridimensionalità, quindi con lo spazio bianco "vuoto" che c'è ora e dà maggiormente quell'impressione. I due tratti della V inizialmente erano attaccati, con giusto un po' di ombra, un po' come il nuovo logo di Netflix; in seguito abbiamo cominciato a ragionare su una tridimensionalità ricavata dagli spazi negativi, dunque con il bianco, passando da un iniziale rosa - in omaggio alla professione di femminismo del nuovo partito di Renzi - a uno sfumato che comunque tenesse il rosa come dominante, mentre le ali si sono modificate via via, acquistando slancio e dinamismo. Poi, come dicevo, si è pensato di aggiungere il pianeta nel momento in cui ci si è dovuti adattare alla dimensione del cerchio: si è trattato, di fatto, dell'ultima correzione. Prima la V era tutta spostata a destra sul nome "Viva", per dare slancio al logo e per sottolineare la parola più importante, mentre nella riduzione in cerchio non era più possibile tenere lì l'elemento grafico, perché si sarebbero dovute ridurre troppo le dimensioni. 
Ammetto che non avevo percepito quel segmento colorato come un pianeta: mi era parso solo un modo per non avere troppo bianco nel simbolo, cosa che negli ultimi anni sembra diventata una vera ossessione...
Pensa che invece a me il bianco di fondo piace, ne lasciamo spesso anche nelle presentazioni dei nostri marchi. In effetti, in questo caso, senza quell'elemento forse il simbolo sarebbe risultato un po' sbilanciato, quindi il pianeta di fatto fa da contrappeso: non disturba e "funziona". In altre applicazioni, invece, non c'è e il logo è ugualmente efficace: prendi ad esempio il sito di Italia Viva: nella testata il logo è riprodotto "in negativo", in bianco su fondo sfumato, senza i limiti del cerchio e senza pianeta, ma si regge senza problemi. Può essere curioso che già il sito si apra con una versione diversa da quella ufficiale: è segno, per noi, della versatilità del logo e pensiamo possa essere abbastanza forte per essere ricordato anche se riprodotto in altre versioni.
Pur in assenza di una commessa e di un brief prima della realizzazione dell'emblema, puoi confermarmi che quello di cui Renzi aveva bisogno era un simbolo di partito e non un contrassegno elettorale?
Diciamo che dalla comunicazione fatta da Renzi su questo nuovo soggetto abbiamo dedotto che cercasse proprio un simbolo, così abbiamo lavorato su un brand trasversale, che potesse parlare un po' a tutti e fosse declinabile ovunque. Certo, è fatto anche per finire sulla scheda elettorale, si spera tra molto tempo (sorride), ma nel frattempo ci sarà stato modo di familiarizzare con l'emblema in molte altre occasioni. 
Te l'ho chiesto perché ho avuto l'impressione che invece, quando realizzaste l'emblema di Scelta civica - Con Monti per l'Italia, vi fosse stato chiesto proprio di realizzare un contrassegno elettorale, non un simbolo di partito...

Diciamo che quella fu una gestazione piuttosto complicata, in cui fin dall'inizio - confermo - dovemmo misurarci con la forma circolare e ci fu chiesto di lavorare anche sul nome. Facemmo le nostre proposte, inizialmente molto libere sul nome e sul marchio; in seguito però ci è stato chiesto di realizzare un simbolo che puntasse verso l'alto, che contenesse il tricolore, il nome della lista e il riferimento ben visibile a Mario Monti, con molto spazio da dedicare al lettering. A quel punto, di margini per la creatività ne rimanevano pochi e proprio l'essere obbligati dall'inizio a rispettare le forme richieste dalla leggere elettorale non ci rese la vita facile.   
Se non sbaglio, la commessa arrivò attraverso Lelio Alfonso, giornalista e con una grande esperienza nella comunicazione a vari livelli.
Sì, esatto: con lui c'è un rapporto straordinario, anche se lui ovviamente doveva poi fare da tramite per le richieste che arrivavano dal vertice di quel gruppo. 
Hai parlato di iniziale libertà anche sul nome: ricordi qualche opzione?
Ricordo che a un certo punto lavorammo su "Futura", nome che ci sembrava adatto, e il logo giocava sull'idea del fast forward, sui due triangoli per far avanzare velocemente una traccia audio o video. Era una soluzione stilizzata e poco ingombrante, all'inizio sembrava piacere ma alla fine fu accantonata e le richieste diventarono piuttosto stringenti. 
L'idea del nastrino tricolore invece era un'idea vostra?
Sì, nel senso che ci era stato chiesto un segno che interpretasse prima una fase di discesa e poi una risalita: noi, sempre con l'impegno grafico di Daniele Guido, dovendo anche citare il tricolore, pensammo di unire le due cose così, in un segno che tra l'altro non doveva essere particolarmente estroso nel tratto.
Anche in quel nastrino, tra l'altro, c'era una sorta di piega. E pensare che anche la "spunta", in fondo, è una discesa e una risalita. E l'evoluzione di Scelta civica, Cittadini per l'Italia, usò proprio una "spunta", sia pure in una casella...
Pensa un po' (sorride). Al di là di questo, posso dire che con Italia Viva non abbiamo mai pensato a un segno che rappresentasse la risalita dopo la discesa, ma a quelle tre idee che ho ricordato prima. Tornando all'emblema per Monti, anche quel segno probabilmente in una prima fase "respirava" di più, del resto in una prima fase si era valutata anche l'ipotesi di non inserire il cognome del Presidente del Consiglio uscente o che avesse dimensioni più ridotte, cosa che poi non è stata. Quell'impresa fu interessante e stimolante per noi, proprio perché si doveva cercare di riassumere nell'emblema il progetto del capo del governo in carica; ho solo il rammarico di non aver avuto più libertà creativa in quell'occasione.
In effetti il compito era reso più complesso anche dal fatto che lo stesso contrassegno alla Camera conteneva il nome di Scelta civica, che allora era solo una lista e non un partito, mentre al Senato quel nome non c'era perché l'emblema di fatto era comune per montiani, Udc e Futuro e libertà, per cui era difficile dire se ci fosse un simbolo più pieno e l'altro più vuoto o uno più completo e l'altro incompleto. Ti aspettavi che durasse così poco? In fondo la partenza non lo lasciava pensare.
Dovrei riportarmi a quell'epoca, anche se le mie capacità predittive sulla politica non sono grandiose, del resto negli ultimi anni molte previsioni sono state disattese nel giro di pochi mesi; ammetto però che allora il progetto mi era parso molto più solido di quello che poi si è rivelato. Non mi aspettavo quell'esito, con una perdita di consenso nel giro di un anno o poco più, un modello che peraltro altre figure avrebbero interpretato in seguito.
Al di là delle esperienze con le forze politiche nazionali, Proforma ha curato spesso le campagne elettorali per candidati a vari livelli, dai Comuni alle Regioni. Non è ovviamente detto che, curando la campagna, vi siate dovuti occupare anche dei simboli legati ai candidati, soprattutto se le liste erano espressione dei partiti. Vi è capitato però qualche caso interessante sul piano simbolico?
Penso soprattutto al caso di Michele Emiliano quando si candidò per la prima volta come sindaco di Bari: fu tra l'altro la nostra prima campagna elettorale, nel 2004 eravamo davvero dei neofiti e lo era anche Emiliano, al suo esordio politico. Allora fummo piuttosto coraggiosi a mettere manifesti 6x3 in vari punti della città: erano per il 90% bianchi, con sopra soltanto quello che sarebbe poi diventato il simbolo della lista civica a sostegno di Emiliano, ma senza il limite del cerchio. Si trattava di una "e" rossa, come se fosse anche qui un nastro, ma senza pieghe; c'erano le sfumature alle estremità perché, interpretando la "e" non tanto come iniziale di Emiliano ma come congiunzione, volevamo dare l'idea che unisse e ricucisse tutte le parti della città, per cui non ne mostravamo né l'inizio né la fine; sotto alla "e" c'era la scritta "Emiliano sindaco.", con il punto, e una piccola onda blu in basso. 
Voleva rappresentare il mare?
Sì, anche se noi la chiamammo "onda Emiliano", soprattutto quando lui in campagna elettorale girava molto nei mercati cittadini - una cosa che allora non era consueta e ora invece fanno quasi tutti - e noi per ogni visita realizzammo un video da diffondere sul sito. Sorrido ora al pensare che quello, per l'uso del rosso e del blu, forse per la forma dell'onda che ricordava la bandiera di Forza Italia, fu accusato di essere un logo berlusconiano o comunque di destra: chissà poi perché...
L'idea della "e" fu ripresa anche nel 2015, quando Emiliano si candidò alla presidenza della regione Puglia tanto alle primarie quanto alle elezioni vere e proprie: in quel caso la lettera - che accompagnò le due campagne di Emiliano, fino alla "lista del presidente" - si ingrandì, divenne più regolare, acquisì un po' di ombra diventando tridimensionale e si sfrangiò a sinistra in un tricolore, forse per ricordare l'esperienza del sindaco (e non a caso il claim era "sindaco di Puglia"). Ammetto che però la grafica, quando la analizzai a prima vista prima del voto, a me ricordò piuttosto un marchio da supermercato, stile Auchan...
Non ci avevo pensato (sorride)... L'onda di Emiliano, tra l'altro, nel 2014 era passata al suo successore, Antonio Decaro, ma in quell'occasione facemmo anche un'altra lista che come simbolo aveva un hashtag, che allora andava molto di moda, persino con vari eccessi: durante la campagna elettorale ne usammo diversi, anche ironici, proprio per prendere in giro questa mania. Al momento di elaborare un segno visivo per la campagna e anche per la lista Decaro sindaco, trasformammo il "cancelletto" in una sorta di mappa della metropolitana, con i colori delle linee della metro di Bari e finte stazioni ricavate qua e là.  
Non esiste la ricetta per fare un buon simbolo, possibilmente duraturo; c'è però il modo di evitare che sia un flop?
La mia idea è che, più che una ricetta sul piano del design, sia necessario seguire una ricetta di coerenza, che è un po' quello che si chiede alla politica: un simbolo perde forza quando chi lo utilizza perde credibilità. Più un simbolo è coerente con la persona che deve interpretare e, viceversa, più la persona da interpretare riesce a essere credibile e coerente con gli obiettivi che si è prefissata, più quel simbolo dura. Nessuno si sarebbe sognato o si sognerebbe di dare giudizi grafici sulla falce e martello, sullo scudo crociato o anche sulla bandierina di Forza Italia: magari c'è un simbolo che al primo sguardo fa sorridere, ma se sa interpretare il sentire di una parte di elettori per un tempo lungo diventa vincente a prescindere dalla resa grafica dei suoi elementi.
In un'epoca in cui i valori nei partiti sono sempre meno e ormai i simboli politici sono sostituiti dai loghi e dai marchi (come voi stessi li chiamate, il che è significativo), il compito di chi deve disegnarli è più facile o più difficile?
Diciamo che realizzarli è più facile, farli durare e far affezionare le persone è molto più difficile, per un fatto di frammentazione politica, ma soprattutto dei messaggi. Oggi non so a quanti messaggi visivi sono sottoposto in una giornata media, probabilmente mille volte in più rispetto a quelli che riceveva mio padre quarant'anni fa: qualunque progetto di comunicazione oggi ha un grado di obsolescenza molto più elevato. 
Dunque creare per un partito è un lavoraccio? E ne vale la pena?
Vale la pena perché è necessario; il fatto che magari un simbolo muoia dopo pochi mesi lascia l'amaro in bocca ma il lavoro mi piace molto perché amo riuscire a fare sintesi, a patto che rispetti la verità e il valore delle cose, se banalizza non mi interessa. Tutto ciò che riesce a fare sintesi per chi fa comunicazione è sempre divertente ed entusiasmante.
Questione anche di fortuna?
A volte sì, come pure di abilità di chi utilizza il frutto di ciò che fai. 

Grazie a Giovanni Sasso, oltre che per la disponibilità all'intervista, per aver fornito le immagini di lavorazione di Italia Viva (le due relative all'immagine coordinata provengono dal sito di Proforma). Grazie anche a Lelio Alfonso per aver autorizzato la pubblicazione del simbolo intermedio della Futura Scelta civica.

mercoledì 5 luglio 2017

Civici e innovatori, addio al gruppo. La continuità nel Palazzo non basta

Dal 10 luglio, alla Camera ci sarà un gruppo parlamentare in meno: quello di Civici e innovatori, che all'inizio si chiamava Scelta civica per l'Italia. Si tratta dell'ultimo atto di una querelle iniziata praticamente un anno fa, il 14 luglio 2016, con l'uscita di Enrico Zanetti - segretario di Scelta civica e allora viceministro del governo Renzi - dal gruppo della stessa Scelta civica e passata, a ottobre, per la costituzione di un nuovo gruppo che fondesse Sc, i verdiniani di Ala e i sudamericani del Maie. Gruppo che, comprendendo allora come oggi meno di venti deputati, fu creato sfruttando una deroga espressamente prevista dal Regolamento di Montecitorio, che permetteva che nascessero gruppi ufficiali anche con meno componenti, purché rappresentassero "un partito organizzato nel Paese", che abbia presentato col proprio simbolo liste in almeno 20 collegi e abbia eletto almeno un deputato direttamente, ottenendo almeno 300mila voti. 
Tutti questi requisiti Scelta civica li aveva, in abbondanza. Ed Enrico Zanetti ne era (e ne è) il segretario. Il problema è che, formalmente, per la Camera Zanetti e gli altri risultavano alla stregua di scissionisti, visto che se n'erano andati dal gruppo che era stato costituito nel 2013 da Scelta civica all'indomani delle elezioni. E, com'è noto, di norma chi se ne va di casa perde tutti i diritti sul patrimonio, nome compreso. Per questo, forte del mandato che sosteneva di aver già ricevuto a luglio 2016 dalla direzione del partito, Zanetti in qualità di segratario aveva rivendicato per il suo nuovo gruppo il nome di Scelta civica presso l'Ufficio di presidenza della Camera, chiamato a verificare se la deroga per la nascita della compagine potesse essere concessa. Quelli che non volevano cambiare gruppo, peraltro, sarebbero a loro volta scesi sotto i venti membri e non avrebbero certo apprezzato l'idea di perdere il nome (pur essendo rimasti in Scelta civica) e con esso la possibilità di continuare a configurarsi come gruppo, visto che la deroga non l'avrebbero più avuta loro. 
Com'è noto, il 12 ottobre, l'Ufficio di presidenza della Camera si era riunito per discutere anche di questo e, nel bel mezzo del dibattito, era piombata una lettera di Mario Monti, ispiratore e fondatore di Sc, anche se dal 25 febbraio 2015 aveva lasciato il partito. Nella lettera, a quanto pare con toni molto fermi, lo stesso Monti precisava di essere titolare tanto del nome quanto del simbolo di Scelta civica e, forte di questo, negava che quei segni distintivi potessero essere utilizzati per avallare la nascita in deroga di un gruppo con "soggetti che sono in totale contrasto con i valori in base ai quali circa 3 milioni di cittadini diedero il loro voto nel febbraio 2013" a Scelta civica. A Giovanni Sanga (Pd), segretario d'aula cui spettava l'approfondimento giuridico e regolamentare sul caso, toccò valutare quest'altro dettaglio molto delicato. 

giovedì 13 ottobre 2016

Addio, Monti, al nome (non al simbolo) di Scelta civica

C'era stato persino il colpo di scena ieri pomeriggio, quando l'ufficio di presidenza della Camera avrebbe dovuto decidere come sciogliere il nodo "nominale" legato a Scelta civica. La questione, pur nota, va riepilogata in breve: Enrico Zanetti, leader di Sc e sottosegretario del governo Renzi, ritenendo che parte degli iscritti al gruppo non fossero (economicamente) adempienti verso il partito e che le decisioni del gruppo fossero condizionate da membri non iscritti al partito, decise di abbandonare la compagine parlamentare e di fondarne un'altra, chiamandola Scelta civica verso Cittadini per l'Italia, poi associata al Maie di Ricardo Merlo e comprendente anche i deputati verdiniani di Ala. Contemporaneamente, però, Zanetti decise di ritirare l'affiliazione di Scelta civica all'omonimo gruppo, portando con sé il nome e, con questo, la possibilità di formare un gruppo in deroga (anche senza arrivare, dunque, ai 20 componenti, utilizzando la clausola regolamentare che consente la deroga a chi ha dimostrato una certa presenza alle elezioni); a quel punto, coloro che non avevano voluto seguire Zanetti avevano dato una diversa versione, sostenendo il loro pieno diritto di continuare a chiamarsi Scelta civica ed esistere a Montecitorio, anche in un numero inferiore a 20.
La decisione sul punto, si diceva, è stata presa ieri dall'Ufficio di presidenza della Camera (composto, oltre che dalla presidente Boldrini, dai quattro vicepresidenti, dai tre questori e dagli otto segretari, che devono rappresentare tutti i gruppi) e, nel bel mezzo della riunione, era arrivata una lettera direttamente da Mario Monti, ispiratore e fondatore di Scelta civica (ma fuori da tempo dal partito). In quella missiva, il senatore a vita sosteneva di essere titolare del simbolo usato da Scelta civica e, come tale, negava il proprio consenso all'uso del nome in un gruppo nato con gli aderenti alla formazione di Denis Verdini. In seguito a un approfondimento giuridico e regolamentare, svolto dal segretario d'aula Giovanni Sanga (Pd), sarebbe tuttavia risultato che - in base allo statuto del partito e, soprattutto, alla scrittura privata relativa alla costituzione di Scelta Civica, purtroppo non resa pubblica - Monti è titolare sì del simbolo, ma non anche del nome che contiene: l'uso di quest'ultimo (disgiunto dal logo), dunque, è stato riconosciuto a Zanetti in quanto segretario.
E coloro che non volevano lasciare né il gruppo né il nome? La loro esistenza come gruppo è stata confermata, ma con due limitazioni: da una parte, è stato necessario cambiare nome, e come nuova etichetta è stata scelta Civici e innovatori; dall'altra parte, essendo rimasti solo in 15 i deputati e non essendo possibile far valere la deroga legata all'uso del simbolo di Scelta civica, si è dovuto trovare un'altra soluzione (se non altro perché gli scissionisti, formalmente, non erano loro e l'esistenza in vita del gruppo andava tutelata in qualche modo). Per questo, la "sopravvivenza" del gruppo è stata autorizzata, ma solo in via provvisoria, concedendo alla compagine un "tempo congruo" per raggiungere la quota minima di 20 deputati. 
Quasi inutile dire che il verdetto non è piaciuto a Mario Monti, a giudicare da una sua nota diffusa subito dopo: 
L’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati, con decisione politica su pressione del Partito democratico ha oggi autorizzato, senza alcun adeguato approfondimento, la costituzione, in deroga al Regolamento, di un nuovo Gruppo. All’utilizzo della denominazione "Scelta Civica" da parte di tale gruppo mi sono opposto, con lettera alla presidenza della Camera, quale fondatore di Scelta Civica e tuttora titolare della denominazione e del simbolo. Mantengo la mia opposizione e mi riservo di far valere le mie ragioni. [...] Si tratta di un'operazione che snatura completamente l’ispirazione originaria che diede vita a Sc, condotta con soggetti che sono in totale contrasto con i valori in base ai quali circa 3 milioni di cittadini diedero il loro voto nel febbraio 2013 esercitando un’influenza decisiva sull'esito di quelle elezioni. Dopo avere lasciato la presidenza di Scelta Civica e in seguito lo stesso partito, mi ero sempre astenuto da qualsiasi intervento nei confronti degli organi responsabili e non ho mai ritenuto di esercitare il diritto di revocare l’uso della denominazione e del simbolo. Ma in questa occasione ho considerato mio dovere intervenire. 
Così, mentre Monti esprimeva il suo personale rammarico perché, nella sua compagine schierata alle elezioni del 2013, "accanto a tante donne e uomini che, eletti, hanno servito con lealtà e dignità, vi fosse anche chi ora vuole portare una parte del movimento a legarsi con il senatore Verdini" e concedeva a costoro di farlo, "ma non usando violenza al simbolo di Scelta Civica", la componente ufficiale del partito ufficializza il suo matrimonio (parlamentare) con i verdiniani, lasciando alle spalle quello - invecchiato di colpo - coi Moderati di Portas, che a Montecitorio si sono dovuti accontentare di costituire una componente del gruppo misto con il Ppa.

martedì 25 marzo 2014

La Scelta civica che guarda all'Europa


Saltata la lista unica dell'Alde, Scelta civica non poteva certo stare a guardare: proprio oggi è stato presentato il nuovo emblema che correrà alle elezioni europee per rappresentare in modo più solido l'area liberaldemocratica.
Si tratta naturalmente di una variazione dell'emblema già noto, presentato alla fine di dicembre e "stabilizzatosi" nell'autunno, con la scomparsa del cognome di Monti e la maggior evidenza data alla dicitura "per l'Italia". Questa volta, visto il contesto europeo, la dicitura diventa inevitabilmente "per l'Europa" e il cerchio viene marcato da una corona blu, con le consuete dodici stelle disposte a semicerchio, tanto per marcare ancora di più la vocazione europeista. Bastano però il nome noto e il nastrino a evitare la raccolta delle firme.
A presidiare l'area libdem provvedono invece le parole collocate nella parte alta della corona: "liberali democratici riformatori". Certamente l'addio dei Popolari per l'Italia di Mario Mauro ha facilitato questa declinazione del soggetto politico e farà certamente piacere a quelle forze liberali - come l'Alleanza liberaldemocratica per l'Italia, il Pli e la Federazione dei liberali - che avrebbero visto con molto favore una lista unitaria nel nome dell'Alde e invece si sono ritrovate superate dalla doppia punta Centro democratico - Fare.
Non si dimentichi poi che nel contrassegno nuovo nuovo di quel cartello elettorale spicca la dicitura "Scelta europea", cosa che aveva fatto infuriare subito i montiani. Non è un caso che, nell'emblema ritoccato, l'espressione "Scelta civica" sia decisamente ingrandita, avendo un rilievo molto maggiore: si vorrà evitare che qualche voto prenda vie diverse e - c'è da giurarlo - Sc cercherà concretamente di opporsi in sede di deposito degli emblemi al nuovo nome scelto dal duo Tabacci-Boldrin. Appuntamento al 9 aprile per sapere come andrà a finire.

sabato 13 luglio 2013

Addio "Monti", per una Scelta civica



L’aveva detto alcuni mesi fa, ora l’ha tradotto in pratica: Mario Monti ha alleggerito del suo cognome il simbolo di Scelta civica per l’Italia, che con la prima assemblea pubblica di questa mattina avvia definitivamente il suo percorso di trasformazione in partito. L’elemento tricolore, creato dall’agenzia di comunicazione Proforma a dicembre, è rimasto, così come l’impianto dell’emblema, con la stessa circonferenza color carta da zucchero, il fondo bianco, il font utilizzato per i testi e la dicitura grigia «Scelta civica» nella parte superiore dell’emblema.
A cambiare, e in modo significativo, è invece la parte bassa del contrassegno. La dicitura «Con Monti», come da programma, è stata eliminata, ma non si è trattato di un’asportazione chirurgica, destinata a lasciare immutato il resto dell’emblema (magari con qualche piccolo spostamento, per non sbilanciare l’immagine). L’espressione «Per l’Italia», infatti, non solo è rimasta nel simbolo, ma ha visto crescere a dismisura le parole «L’Italia»: scritte in maiuscolo come tutti gli elementi testuali del contrassegno, hanno però assunto la stessa importanza visiva che aveva inizialmente il nome del senatore a vita e capo della coalizione. Non aveva fatto in tempo a farlo Berlusconi, sostituendo al nome del Pdl l’unica parola «Italia»; lo aveva fatto pochi mesi fa Pier Ferdinando Casini con la sua Udc, togliendo il proprio nome dal segmento circolare rosso per inserirvi la scritta «Italia» (almeno fino alle elezioni politiche, quando aveva fatto inserire di nuovo il suo patronimico, quando Calderisi dal Pdl aveva paventato grane per chi avesse usato “in società” il nome di Monti su più emblemi). 
Si può interpretare in più modi questo passaggio: dalla semplice “spersonalizzazione” del partito (che non sembra convincere troppo vari analisti), al tentativo di rimettere in gioco Monti per ruoli diversi da quelli del capo politico (non a caso, in questi giorni qualcuno all’interno della Bocconi non aveva visto con estremo favore l’idea di un ritorno del senatore a vita alla guida dell’università, qualora avesse mantenuto la guida del suo futuro partito). Aver scelto uno stratagemma grafico simile a quello dell’Udc, poi, oltre a proiettare in qualche modo il costituendo partito verso un traguardo ambizioso (quasi a voler dire che le altre forze politiche si curano meno del Paese), sembra voler lanciare un messaggio a Cesa e compagni, perché non abbandonino il percorso politico iniziato a dicembre. A Monti, alla fine dei conti, è convenuto molto, all’Udc molto meno.

sabato 13 aprile 2013

Via Monti dal simbolo?



Sembra lontano secoli il giorno in cui Mario Monti aveva chiesto ai ragazzi di Proforma – cercati e incaricati da Lelio Alfonso di Italia Futura – di dare maggiore visibilità al suo nome nel simbolo della lista che stava per nascere. A prendere per buono quanto scritto oggi sul Corriere della Sera da Francesco Verderami, infatti, il nome di Monti dovrebbe proprio sparire dall’emblema di quello che è comunque in procinto di trasformarsi in partito (questa, per lo meno, sembra l’intenzione di una parte consistente del gruppo dei “montiani” entrati in Parlamento e di qualcuno di quelli rimasti fuori).
La cancellazione del nome, più che di una damnatio memoriae, sarebbe il frutto di una scelta del senatore a vita, non particolarmente a suo agio nel ruolo di «capro espiatorio» (sono sempre parole tratte dal pezzo di Verderami) dopo un risultato elettorale che in condizioni normali sarebbe stato apprezzabile, ma è stato molto lontano dalle aspettative iniziali. Probabilmente con l’annessa tentazione di dire con i fatti un chiaro «E ora sbrigatevela da soli. Se siete capaci» agli altri del gruppo e alle forze di contorno, quali l’Udc, ridotta a percentuali che, rispetto a un passato nemmeno troppo lontano, richiedono la lente d’ingrandimento per essere viste.
Cosa resterà, dunque, di quel simbolo le cui linee fondamentali erano state suggerite proprio dallo staff montiano? aveva raccontato Giuseppe Salvaggiulo sulla Stampa che il logo avrebbe dovuto avere un’impronta istituzionale, arricchita «da uno slancio» e con «un incitamento alla partecipazione» della società civile, usando il tricolore «in chiave identitaria ma in modo dinamico e non ingessato» come in altri simboli, il tutto condito da un’abbondante dose di sobrietà. Sarà ancora necessaria, ora che Mario Monti sembra annunciare un passo a lato e uno indietro? Toccherà ancora a Giovanni Sasso e allo staff di Proforma interpretare il nuovo corso di Scelta civica? Auguri e buona scelta. Più che civica, critica.

mercoledì 16 gennaio 2013

Analisi e considerazioni sull'esame dei contrassegni

Varie conferme e qualche sorpresa nello scorrere la lista delle ricusazioni operate dal Ministero dell'Interno sui 219 contrassegni depositati per le elezioni del 24 e 25 febbraio 2013. Non si terranno in considerazione qui gli emblemi che sono stati considerati senza effetti, per l’incompletezza della documentazione: come è noto, non viene compiuto alcun esame su di essi (potrebbero essere ammissibili, come pure non esserlo, ma semplicemente quel profilo non viene nemmeno valutato visto che non sarebbe comunque possibile presentare candidature), per cui è più interessante capire cosa ha portato a respingere gli altri marchi politici. 
I casi più scottanti, quasi inutile dirlo, erano quelli legati ai simboli "clonati" del Movimento 5 Stelle, di Rivoluzione civile e della "lista Monti" (che pure non era clonata a tutti gli effetti, essendo la grafica molto diversa da quella delle due liste a sostegno del Presidente del Consiglio uscente). Come in molti (a partire dal sottoscritto) avevano previsto, i funzionari del Viminale hanno ricusato i simboli che la stampa ha in fretta battezzato come "falsi", anche se erano stati depositati tra i primi (dunque in teoria in posizione "più forte" rispetto ai simboli "clonati") e anche se i presentatori ritenevano di avere diritto di utilizzare quelle grafiche e quei nomi. 
Per quanto si può immaginare, il Ministero deve avere applicato a questi casi l'ormai noto articolo 14 comma 5 del decreto legislativo n. 361/1957 (testo unico per l'elezione della Camera), in base al quale non è ammessa la presentazione di un contrassegno
"con il solo scopo di precluderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati a farvi ricorso". Ciò valeva sicuramente per il M5S, che dal 2010 in avanti ha partecipato a varie tornate elettorali (comunali e regionali) con il simbolo depositato venerdì, ma si può applicare anche alle formazioni a sostegno di Antonio Ingroia e di Mario Monti, che sono alla prima partecipazione elettorale, ma hanno acquistato indubbiamente notorietà negli ultimi giorni grazie all'esposizione mediatica notevole che hanno ricevuto.
Se, nelle loro decisioni, i giudici e l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Cassazione hanno finora stabilito che questa, come le altre disposizioni dell'articolo 14, sono a tutela innanzitutto degli elettori, si finirebbe per trarli in inganno se si permettesse a soggetti diversi, magari costituiti prima ma certamente meno noti, di utilizzare nomi e simboli che il "pubblico" elettorale ha già collegato ad altri soggetti. 
Se vorranno, i depositari dei tre emblemi in questione potranno modificare le loro icone (ad esempio togliendo la "V" e sostituendo il disegno delle cinque stelle con la dicitura "5 stelle" - ammesso che sia ritenuto sufficiente - oppure riducendo le dimensioni del cognome Monti e aggiungendo il nome Samuele, nel caso del Comitato Monti presidente); non è improbabile, tuttavia, che questi soggetti desistano dalla sostituzione (e il loro emblema sarà definitivamente ricusato) o ricorrano all'Ufficio presso la Cassazione, sperando di avere ragione e di tornare "in corsa".
Per ora, tra l'altro, è saltato anche il simbolo elettorale della Lega Nord, cui per l'occasione è stata aggiunta la "pulce" del movimento 3L di Giulio Tremonti: la ricusazione sarebbe stata causata dall'espressione "TreMonti" (volutamente inserita all'interno del contrassegno), che un po' rimanderebbe indebitamente alla figura del Presidente del Consiglio uscente (senza che sia il capo della coalizione sottoscritto dalla stessa Lega Nord), un po' si porrebbe in contrasto con l'altro nome indicato correttamente sull'emblema, quello di Roberto Maroni. Un semplice ritocco, in ogni caso, e il simbolo tornerà certamente ammissibile (e c'è da scommettere che chi aveva presentato il simbolo se lo aspettasse).
Restando in ambito "grillino", sono stati comprensibilmente bocciati, ma per semplice confondibilità, anche i contrassegni del Voto di protesta - Diritto alla dignità (specie per l'espressione BEPPEciRILLO.IT presente alla base del cerchio, simile a "Beppegrillo.it" ma fondamentale per capire che a presentare il contrassegno era stato il sessuologo Giuseppe Cirillo, già fondatore del Partito Preservativi Gratis e del Partito Impotenti esistenziali) e del Partito dei cittadini: il nome era impossibile da trovare nel contrassegno (c'era solo la sigla Pdc), in compenso era evidentissima la dicitura "5° Fabiola Stella", con il nome di persona piccolissimo e all'interno di un gran numero di stelle. Impossibile confondere le grafiche, ma evidentemente per qualcuno si è comunque passato il segno.
Colpisce assai di più invece l'esclusione - a meno di modifiche dell'ultim'ora - del Movimento No Euro - Lista del Grillo parlante di Renzo Rabellino: nel 2008 in effetti era stato ricusato il contrassegno per la troppa evidenza data alla parola Grillo, ma questa volta il termine usato in partenza era "Grilli", con una raffigurazione simile a quella poi ammessa nel 2008. E' probabile che il Viminale abbia ritenuto fuorviante la presenza di un solo grillo sul simbolo (nel 2008 alla fine ne furono inseriti due e anche l'anno dopo alle europee l'emblema rimase così), ma soprattutto è facile immaginare che l'esame sia stato inasprito rispetto a 5 anni prima, per la reale partecipazione di Beppe Grillo alle elezioni come capo di una forza politica in corsa e per il suo inserimento in un altro contrassegno (anche la quasi invisibilità della parola "parlanti" non ha certo aiutato ad ammorbidire il verdetto). 
E' stato b
occiato anche, sempre per confondibilità, un'altro dei due contrassegni storicamente vicini a Rabellino, la Lega padana. Si noti peraltro che a determinare la ricusazione, probabilmente, non è stato il termine "Lega" (accettato in molte altre varianti), bensì il suo accostamento all'aggettivo "Padana", che lo avrebbe reso confondibile con l'Unione padana di Giulio Arrighini e Roberto Bernardelli (depositato in precedenza e con la croce di San Giorgio lombarda nella parte inferiore dell'emblema) e forse anche con la Lega Nord (che aveva presentato un esposto proprio per quel motivo, contro questo e altri simboli, verso i quali invece non c'è stato successo)
; non a caso, la variante Lega Centro è stata accettata senza problemi. 
I funzionari del Viminale hanno ricusato pure il marchio politico della Lega Padana Lombardia, nome precedente della formazione di Arrighini e Bernardelli, per decisa somiglianza all'altro contrassegno dell'Unione padana (e, forse, per riconducibilità allo stesso soggetto); si noti che la Lega Nord si sarebbe certamente opposta all'ammissione dell'emblema se questo fosse stato accettato dal ministero, ma evidentemente non c'è stato bisogno di porsi il problema (questa volta non si è visto il simbolo della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda di Elidio De Paoli, contro cui puntualmente il Carroccio aveva reagito, ma non per questo gli esponenti leghisti non hanno avuto di che lamentarsi).
Un capitolo delicato del
l'esame degli emblemi riguardava la "moltiplicazione" dei Pirati. Il Viminale alla fine ha deciso di tutelare il Partito Pirata costituito nel 2006, pure se non si era mai presentato alle elezioni e aveva depositato l'emblema dopo un altro "Partito pirata" (di cui è portavoce Marco Marsili) che invece ad alcune elezioni locali aveva partecipato con il suo simbolo "pirata" del jolly roger con le sciabole. 
Hanno finito per convincere i funzionari del Ministero due ordinanze emesse dal Tribunale di Milano (sezione specializzata in proprietà industriale) l'anno scorso, in cui a Marsili si inibiva - sia pure in via solo cautelare - l'ulteriore uso dell'espressione "Partito pirata" e della bandiera nera tradizionalmente simbolo dei Pirati in Europa. Toccherà a lui, dunque, sostituire l'emblema, verosimilmente privandolo di questi elementi; escluso senza dubbi, invece, il Movimento pirata che aveva utilizzato come unico simbolo la bandiera.
Alcune ipotesi di ricusazione sembrano aver riguardato casi in cui non è stato possibile provare la
continuità giuridica con il partito di cui si voleva utilizzare il simbolo: è il caso quasi certamente del Movimento sociale italiano - Destra nazionale, legato a Gaetano Saya e alla moglie Maria Cannizzaro, non coincidente con il Msi, trasformatosi poi in Alleanza nazionale (l'emblema di Saya era già stato bocciato alle elezioni del 2006 e lo stesso è accaduto nelle occasioni successive, anche se ogni volta il contrassegno veniva modificato in una piccola parte, ma sempre senza toccare il nucleo centrale, vale a dire la fiamma tricolore su base trapezoidale).  
Meno chiaro è cosa sia accaduto all'emblema del Movimento idea sociale, inizialmente facente capo a Pino Rauti, poi a Giuseppe Incardona (non a caso, il simbolo bocciato è proprio quello che lui tentò di presentare nel 2006 alle elezioni politiche): il "vecchio" simbolo di Alleanza nazionale non è stato presentato dalla Fondazione An, che ne è titolare, quindi non è chiaro se questa abbia presentato in qualche maniera un esposto (anche per il caso del Msi di Saya) oppure se il Viminale abbia voluto evitare la confondibilità a prescindere dalla presenza del partito in Parlamento, come a dire che il ricordo dell'uso della fiamma non si era ancora spento del tutto e potevano sorgere confusioni. 
Qualcosa di simile sembra accaduto a quei simboli che imitavano troppo da vicino, anche solo nelle diciture riportate sul contrassegno, il "vecchio" emblema di Forza Italia (che peraltro nessuno in questo caso ha ritenuto opportuno depositare, anche solo per sicurezza e per difendersi da eventuali "copioni"): quella formazione non aveva partecipato nemmeno alle elezioni del 2008, ma anche qui secondo il Viminale gli elettori avevano ancora ben in mente il primo partito di Silvio Berlusconi e non avrebbero dovuto essere in alcun modo tratti in inganno. 
Si è dunque richiesta la sostituzione per confondibilità dei simboli di Viva l'Italia (che ha "taroccato" il testo della bandiera originaria del partito di Silvio Berlusconi), di Forza Italiani (che pure nella grafica - decisamente precaria, tra la bandiera reale al vento e l'arcobaleno - non ha nessuna somiglianza con il simbolo del 1994, che peraltro non conteneva certo l'espressione "Per l'Italia e per l'Europa") e di Nuova ForzaItalia for President: le parole qui sono state ritenute sufficienti, anche per le loro dimensioni, a creare la confondibilità, anche se nemmeno questa grafica - giusto un po' meno improvvisata, con il tricolore creato da tre fiori sullo sfondo - poteva dirsi seriamente imparentata con quella forzista vista nel corso degli anni (interessante, tra l'altro, l'impiego dell'espressione "for President", mai impiegata da Berlusconi ma certamente riconducibile a quell'universo politico; peraltro qui, a dispetto di quelle parole inserite nel contrassegno, manca ogni riferimento a un possibile candidato da proporre per la presidenza.).
Ben due i "Fratelli d'Italia" non ammessi alla fase successiva: nessun problema con la bocciatura del secondo (depositato poco prima della scadenza del termine), per il nome identico anche se basato su una grafica del tutto diversa. La stessa situazione si potrebbe indicare per il primo dei due emblemi ricusati, ma la situazione era indubbiamente delicata: a presentarlo, infatti, è stato il movimento Fratelli d'Italia, fondato nel 2007 a Marsala, che aveva già diffidato Guido Crosetto e Giorgia Meloni (e Micaela Biancofiore prima di loro) dal presentare un emblema con quel nome. Anche in questo caso, però, il Ministero probabilmente ha dato atto a Crosetto e Meloni della notorietà conquistata nei giorni precedenti grazie ai media e ha ritenuto di non dover privilegiare il movimento Fratelli d'Italia, che per di più aveva presentato il suo emblema dopo quello più "noto"
degli ex Pdl: avere una grafica del tutto diversa, con un cavaliere su fondo blu e la base tricolore, non è bastato a salvare il simbolo
. 
Qualcosa di molto simile sembra accaduto anche all'Unione di Centro - Udc, già presentata (sia pure
con un contrassegno più semplice e spoglio) nel 1994 alle politiche da Ugo Sarao; già in quell'occasione, tra l'altro, l'emblema era stato in un primo tempo escluso per la compresenza dell'Unione di centro di Raffaele Costa, ma riuscì a dimostrare che la denominazione l'aveva in qualche modo ideata lui e che la grafica non era affatto confondibile. Le considerazioni sulla grafica rimangono anche oggi, mentre il confronto con l'Udc di Casini ha fatto prevalere questo partito, per la tutela che l'articolo 14 comma 6 attribuisce ai partiti già rappresentati in Parlamento (mentre l'Udc di Costa era alla prima partecipazione). 
Devono essere caduti in una somiglianza "pericolosa" anche altri due simboli, del Partito comunista (nuovo nome assunto dai Comunisti sinistra popolare di Marco Rizzo) e
dei Proletari comunisti italiani: le sigle di entrambi rimandano molto al vecchio Pci e devono aver ricordato un po' troppo altri emblemi depositati per tempo, il Partito comunista dei lavoratori e il Partito comunista italiano marxista-leninista; anche il deposito del simbolo da parte di Rifondazione comunista, con falce e martello gialli sul fondo rosso della bandiera, non deve aver aiutato a far ritenere ammissibile l'emblema legato a Rizzo (il quale non sembra aver accolto bene la richiesta di sostituzione del contrassegno).

Accanto alle somiglianze, non sono mancate addirittura le identità tra contrassegni: un'eventualità più rara, ma che può capitare quando ci si contende la rappresentanza del medesimo soggetto politico o la titolarità dello stesso emblema. Ai tavoli del Viminale, infatti, sono arrivate due copie identiche del contrassegno di Alba dorata Italia ed è stata accolta quella depositata per prima da Giorgio Berardi e non quella di Alessandro Gardossi, portata solo successivamente (non c'era del resto altro criterio); lo stesso è accaduto con l'emblema di Grande Sud, di cui è stato riconosciuto regolare solo il secondo deposito (di Giuseppe Fallica) a scapito del primo e di un'altra formazione con un nome molto simile (Grande Sud indipendente) e una grafica più artigianale. 
Manco a dirlo, l'identità che più colpisce riguarda gli scudi crociati. Già, perché a fronte del simbolo dell'Udc che, come previsto e prevedibile, ha avuto tutela rispetto a tutti gli altri usi dello scudo crociato, sulle bacheche del Viminale sono apparse addirittura tre Democrazie cristiane; l'unico modo per distinguere per bene i contrassegni è guardare con attenzione ai dettagli.  
Uno scudo - presumibilmente il più tridimensionale e chiaro, con tanto di riflesso - è stato depositato dalla Dc guidata da Gianni Fontana; un altro - perfettamente identico, se non per il colore del fondo, un briciolo più scuro - è stato presentato da Alessandro Duce (fino a poco tempo fa segretario amministrativo della Dc-Fontana), in qualità di ultimo segretario amministrativo della Dc "storica", a suo dire "riattivata" grazie alla sentenza della Cassazione civile a sezioni unite n. 25999/2010 (che ha confermato la sentenza n. 1305/2009 della Corte d'appello di Roma) sul mancato scioglimento del partito e sul suo cambiamento di nome invalido. 
Un terzo scudo - appena più chiaro del precedente - sarebbe stato conferito per conto della cd. Dc-Pizza, della cui attività negli ultimi mesi si era persa traccia [in realtà in seguito si è saputo che l'emblema era riferito al comitato della Dc guidato da Francesco Mortellaro]. Sono comunque stati tutti bocciati, quegli scudi, perché il diverso scudo che campeggia da anni sul contrassegno dell'Udc ha fatto scattare l'applicazione dell'articolo 14 comma 6 del t.u. Camera, che in caso di confondibilità tutela i partiti già rappresentati in Parlamento (e già votati dagli elettori): di fronte a questo argomento, non c'è sentenza o tentativo di "rianimazione" del partito di De Gasperi che tenga.
Tre simboli tra quelli presentati sono stati ricusati per la presenza di immagini religiose all'interno degli emblemi: si tratta in particolare delle croci presenti in Rsi Nuova Italia, nella Lista civica Militia Christi e nel contrassegno di
Consortio vitae. E' la legge a chiedere che il fenomeno religioso non sia coinvolto nel meccanismo elettorale, dunque non stupisce la decisione del Viminale (che ha invece risparmiato questa volta formazioni come l'Unione cattolica italiana o Italia cristiana, che non hanno più inserito croci riconoscibili nei loro simboli, dopo che negli anni scorsi avevano avuto gli stessi problemi riscontrati dalle formazioni citate). 
Viene piuttosto da domandarsi se sia stata la croce rossa, generalmente legata alla Croce Rossa, a generare l'esclusione della lista No alla chiusura degli ospedali, o se non si sia trattato piuttosto di un uso di segno distintivo non autorizzato. E' questa, infatti, la causa quasi certa dell'esclusione - temporanea o definitiva, a seconda che sia presentato e accettato o meno un emblema sostitutivo - dei contrassegni Noi consumatori - liberi da Equitalia
e di No Gerit Equitalia: in entrambi i casi, l'uso del nome avrebbe dovuto essere permesso dall'avente diritto (da Equitalia in questo caso), mentre non risultava alcun consenso o autorizzazione in tal senso.
Da ultimo, curiosa è la ricusazione che riguarda Forza evasori - Stato ladro: 
è probabile che il contrassegno della formazione legata a Leonardo Facco sia stato escluso dal Ministero dell'interno perché visto come una sorta di apologia di reato (dell'evasione fiscale, esattamente) e perché il nome stesso ne commetteva un altro, probabilmente uno dei reati di vilipendio previsti dal Codice penale (forse il "vilipendio della Repubblica" ex art. 290). Era un esito almeno in parte prevedibile, considerando che nel 2001 un contrassegno che riportava la scritta "Basta ladri" (Italia unita dei liberaldemocratici), presentato da Luciano Garatti, era stato bocciato proprio per lo stesso motivo e la frase era più sibillina (non è che si desse del ladro allo Stato), per cui fu purgata con un semplice e secco "Basta!" e il nuovo emblema passò. Del criterio non c'è traccia all'interno dell'articolo 14 del t.u. Camera, ma il Viminale è stato fermo nella ricusazione, creando di fatto una nuova regola da seguire in futuro. I rappresentanti di Forza Evasori - Stato ladro hanno già annunciato che non presenteranno un emblema nuovo, né faranno ricorso; c'è ancora tempo, invece, per porre rimedio alle altre ricusazioni.

(versione ampliata dell'articolo pubblicato su LeggiOggi.it il 16 gennaio 2013)