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lunedì 18 agosto 2025

Quale Dc vuole? La 1, la 2 o la 3? (a essere ottimisti)

Alle volte alcuni comunicati stampa politici sembrano relativamente inoffensivi, portatori di notizie destinate al più a lasciare tracce lievi, appena percettibili. Chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica, tuttavia, non si lascia ingannare e sa che certe notizie nascondono un potenziale esplosivo notevole, qualcosa sia colto dalle persone giuste; se quelle notizie riguardano la Democrazia cristiana, poi, la deflagrazione è più che probabile, per ragioni che chi frequenta con costanza questo sito conosce fin troppo bene.
Si prenda, per esempio, una nota diffusa il 5 agosto dall'ufficio stampa del gruppo di Forza Italia al Senato e divulgata, ad esempio, dall'agenzia Agenparl:
In un incontro tra il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, e il senatore Raffaele De Rosa, rappresentante della Democrazia cristiana, è stato siglato un accordo politico che ha confermato l’appartenenza del senatore De Rosa al Gruppo del Senato di Forza Italia - Berlusconi Presidente - PPE in qualità di senatore indipendente e rappresentante politico della Democrazia cristiana. Nell’occasione, è stato ribadito il rapporto di sinergia e collaborazione tra il gruppo di Forza Italia e la Democrazia cristiana, nella piena valorizzazione delle rispettive identità politiche e dei valori che le contraddistinguono. Il senatore De Rosa continuerà ad esercitare la propria autonomia politica, programmatica e decisionale. Gli atti di voto, così come le valutazioni politiche in Aula e nelle Commissioni del Senato, saranno espressione della linea autonoma della Democrazia cristiana, nel quadro di un confronto leale e costante con il Gruppo di Forza Italia. È stato, infine, confermato l’impegno reciproco a sostegno delle rispettive iniziative, nella consapevolezza del contributo che la cooperazione tra Forza Italia e la Democrazia cristiana può offrire alla promozione dei valori cristiani, della dottrina sociale della Chiesa, dell’economia sociale di mercato e dei principi ispiratori che accomunano le tradizioni politiche di riferimento.
Online si può trovare traccia - in un articolo del Roma - della possibilità che Raffaele De Rosa, eletto senatore nel 2022 nel collegio uninominale di Acerra per il MoVimento 5 Stelle, uscito dal gruppo stellato all'inizio di febbraio del 2024 per passare - il giorno 21 - a quello di Forza Italia, già a fine luglio si preparasse a un nuovo passaggio, questa volta al gruppo misto, con la volontà di rappresentare la Democrazia cristiana. La nota del gruppo senatoriale forzista, in questo senso, suonava come una precisazione, per cui De Rosa, a prescindere dalla sua scelta di aderire a un altro partito, sarebbe rimasto nel gruppo da indipendente.
L'aderente alla citata schiera dei #drogatidipolitica che si fosse imbattuto in quella nota, però, si sarebbe già posto - anche con una certa enfasi - una domanda inevitabile: "Sì, va bene, ma di quale Dc stiamo parlando??" Già, perché nella nota in questione non è presente alcuna indicazione circa il vertice politico della Democrazia Cristiana evocata nell'accordo: questo non stupisce, dal momento che - secondo un copione ben noto - ognuna delle molte, innumerevoli Dc operanti ritiene di essere la Dc, l'unica legittima e originale e chi sigla accordi con uno qualunque di questi soggetti ha interesse a far intendere che a essere coinvolta è proprio la Dc "giusta", l'unica vera.
Indicazioni, insomma, non ce ne sono, dunque tocca andare per esclusione. Dall'elenco si può certamente depennare la Dc che ha come segretario nazionale Totò Cuffaro (www.dcitalia.it), visto il comunicato diffuso dai media il 10 agosto: "Il senatore Raffaele De Rosa non fa parte della Democrazia cristiana e non ha nessun titolo a firmare documenti per conto della Dc, utilizzandone impropriamente il nome. Non riusciamo a capire perché il senatore Maurizio Gasparri firmi accordi con chi sa non far parte a nessun titolo della Dc. Ingenerare confusione non serve certo alla coalizione e di centrodestra di cui la Dc fa parte". Torna in mente, in qualche modo, il periodo precedente le elezioni europee dello scorso anno, in cui proprio Cuffaro lamentò l'esclusione dalle potenziali candidature di Forza Italia (e non andò meglio con altri partiti in seguito), anche se poi alla fine disse che il suo partito - guidato prima di lui da Renato Grassi e Gianni Fontana - avrebbe comunque sostenuto il centrodestra. Non ha cambiato idea, ma veder spuntare un'altra Dc nel rapporto con Forza Italia, mentre erano alla vista altre consultazioni elettorali, non deve avergli certamente fatto piacere.
Depennata la Dc di Cuffaro, comunque, nel giro di ventiquattr'ore si è potuta tranquillamente escludere anche la Democrazia cristiana con Rotondi, quella con la balena bianca nel simbolo (il sito è www.dcconrotondi.it). Permette di escluderlo una breve dichiarazione proprio del suo leader, Gianfranco Rotondi: "Il nome Dc è stato concesso in uso solo al mio partito nel 2004, come tutti i tribunali hanno confermato. Tutti gli altri ne abusano, sono stato costretto ad aggiungere il mio nome per poter distinguere il nostro partito dal proliferare (misterioso e inquietante) di imitazioni strumentali. Guarda caso le Dc si moltiplicano da quando abbiamo deciso di sostenere Giorgia Meloni e Fdi". Va detto, a onor del vero, che la moltiplicazione delle Democrazie cristiane era iniziata ben prima del 2022 e dell'avvicinamento a Fratelli d'Italia della stesso Rotondi (e lui lo sa molto bene, avendo denunciato spesso il proliferare di scudi crociati). Quella breve nota di Rotondi, in ogni caso, sembrava diretta tanto a smentire eventuali legami di De Rosa con il suo partito, quanto a rispondere a Cuffaro, amico e compagno di storia democristiana ma accomunato dal deputato irpino a coloro che abusano del nome della Dc. Il che non contrasta con la proposta che lo stesso Rotondi fece tra gennaio e febbraio di quest'anno, invitando tutti coloro che avessero ritenuto di vantare qualche diritto o pretesa (politica o giuridica) sulla Dc a costruire un soggetto nuovo per poter rappresentare quell'area più concretamente e senza ulteriori contestazioni. 
Finora, in effetti, questo scenario di "ripartenza da zero" non sembra essersi verificato (per cui la causa intentata da Cuffaro davanti al Tribunale civile di Avellino continuerà), anche se qualcosa sul piano elettorale si muove. Si parla con una certa insistenza, infatti, della collaborazione tra Udc, Dc con Rotondi e Dc-Cuffaro per la presentazione di liste comuni alle prossime elezioni regionali, in particolare quelle previste in Calabria in autunno (del resto, c'è pur sempre una soglia del 4% da superare e unire le forze può fare comodo); ciò, tuttavia, non basta a spegnere le dispute giuridico-politiche in casa democristiana.
Il dubbio originario, comunque, non è ancora stato sciolto: se non si tratta della Dc-Cuffaro o della Dc con Rotondi, di quale Democrazia cristiana sarebbe espressione Raffaele De Rosa? Sembra di dover escludere la Dc che si riconosce nella segreteria di Nino Luciani (il quale rivendica, dopo essere stato primo firmatario della richiesta di convocare l'assemblea dei soci del 2016 a norma del codice civile, di avere materialmente convocato quella riunione e di avere continuato l'opera iniziata come presidente da Gianni Fontana): il fatto che il suo sito (www.democraziacristianastorica.it), l'account Fb di Luciani o le newsletter mandate periodicamente via e-mail non contengano accenni alla vicenda di De Rosa suggerisce di guardare altrove. Né questo altrove sembra potersi identificare nelle Dc guidate da Franco De Simoni o da Emilio Cugliari, sempre in mancanza di segni che rivendichino collegamenti con De Rosa. Nulla di simile appare anche dalle parti della Dc che riconosce come segretario Angelo Sandri, che certamente non si lascerebbe sfuggire l'occasione di comunicare di avere ottenuto in qualche modo una rappresentanza parlamentare. 
Sembra invece che la Dc di cui sostiene di essere rappresentante De Rosa possa identificarsi con quella che, dopo avere avuto come segretario Antonio Cirillo, a seguito del XX congresso di febbraio attualmente è guidata dall'ex ministra Elisabetta Trenta. Il partito, infatti, sta cercando da tempo di affacciarsi alla politica rilevante e in varie competizioni elettorali; in più in Campania, la regione di De Rosa, questa Dc sembra particolarmente attiva. La segretaria campana, Giuseppina Crescenzo, giusto l'11 agosto in un comunicato - pubblicato sul sito www.democrazia-cristiana.net - si è espressa sulla possibile partecipazione alle elezioni regionali, precisando che "La presenza della Democrazia cristiana nel Consiglio Regionale può significare il punto di equilibrio nel confronto politico e un punto di forza per la risoluzione dei temi più importanti che interessano il Paese. Il nostro impegno ha come obiettivo quello di far rivivere la Democrazia cristiana e con essa la vera politica, quella autentica che persegue il bene comune, che unisce giustizia, partecipazione, competenza e visione globale, stando vicino alla gente, ai lavoratori e alle imprese per ridare speranza e dignità all'Italia. [...] Siamo il partito al centro degli interessi del Paese e insieme ricostruiremo il nostro futuro". Prima ancora, a metà luglio, sempre Crescenzo aveva voluto smentire "categoricamente le affermazioni dell’On.le Gianfranco Rotondi, il quale si autoproclama presidente della Democrazia cristiana e annuncia un sostegno alla candidatura di Edmondo Cirielli", precisando che egli non rappresentava la Dc nata nel 1943 e che la Dc campana da lei guidata stava lavorando per la preparazione delle liste e confrontandosi con altre forze politiche "al fine di individuare il candidato presidente alla Regione Campania che meglio incarni i valori e gli obiettivi di sviluppo e benessere per la nostra regione".
Insomma, passa il tempo, passano le elezioni e le compagini parlamentari, ma la disfida politica e giuridica su chi rappresenti la Democrazia cristiana e chi possa utilizzarne i segni distintivi (in particolare il nome e lo scudo crociato) non sembra conoscere fine. Al punto tale che verrebbe davvero la tentazione di imitare Mike Bongiorno e di chiosare "Quale Dc vuole? La 1, la 2 o la trèèèèè?": non fosse che il numero 3, per quanto perfetto, non può bastare per esaurire tutte le Democrazie cristiane in circolazione...

mercoledì 7 ottobre 2015

Fondazione An: cosa dice davvero la mozione approvata domenica?

Spente le luci in sala, passata la foga del momento e dei titoli di giornale, gli appassionati di politica dovrebbero chiederselo: ma cos'ha deciso davvero domenica l'assemblea della Fondazione Alleanza nazionale? Basta dire che ha vinto Giorgia Meloni, che è stata sconfitta la "mozione dei risentimenti" (come Fabio Rampelli ha battezzato quella dei "quarantenni") assieme a Gianni Alemanno e Gianfranco Fini e che - come ha scritto Il Fatto Quotidiano - "il patrimonio resta blindato"? E, soprattutto, è corretto tutto ciò? Per capirlo è bene confrontare il testo della mozione annunciata da Ignazio La Russa nelle vesti di "pontiere", per cercare di mettere d'accordo tutti, e quello della mozione "Fondazione per l'Italia" approvata dall'assemblea: non disponendo di documenti ufficiali, tocca fare riferimento ai testi pubblicati dal Secolo d'Italia, organo della fondazione stessa.
Scorrendo con attenzione le due versioni, le differenze emergono e pesano. Alcune sono di portata minore, anche se significative, come nel "Considerato che", sull'intervento politico diretto della fondazione (le premesse sulla presenza tangibile ma insoddisfacente di Fratelli d'Italia in Parlamento e sulla necessità di unire la destra sono identiche). Rispetto al "testo La Russa" originale, è sparito l'inciso per cui la trasformazione della fondazione in partito appare giuridicamente impossibile "a prescindere dal giudizio di merito che ciascuno può dare" e, quanto al parere chiesto dalla fondazione ai civilisti Cataudella e Doria, non si ritiene più che abbia sancito "la difficoltà (rectius: l'impossibilità) di avere certezze di liceità" su percorsi alternativi alla trasformazione, ma si parla solo di "impossibilità": queste differenze marcano le distanze dal progetto dei "quarantenni", ma non hanno effetti pratici (anche se, come ho già scritto, la conclusione sul parere non è condivisibile in pieno). 
Diverso è il discorso, invece, per una modifica solo in apparenza più piccola: il primo testo di La Russa metteva in dubbio la liceità tra l'altro del "finanziamento ultra legem di un'associazione finalizzata alla rinascita di un partito), mentre nella mozione approvata le due parole sono sparite. La nuova versione esclude in ogni modo che la Fondazione An possa finanziare un partito in via di (ri)costituzione anche entro i limiti di legge, sbarrando la strada pure per il futuro a simili progetti; un atteggiamento così rigido, però, cozza contro il reale contenuto del parere, non è prescritto dalla legge e, soprattutto, sembra poco coerente con il finale della mozione, di cui si parlerà a tempo debito.
Le differenze maggiori, però, devono ancora venire: le parti successive della mozione sono state private dei punti più significativi di mediazione che aveva introdotto La Russa nel suo testo. Innanzitutto, è stata decisamente annacquata la parte relativa alla "democrazia interna" alla Fondazione Alleanza nazionale: in particolare, il consiglio di amministrazione ha avuto "l'indirizzo di affrontare l'opportunità" di modificare lo statuto per introdurre, tra l'altro, l'elettività dei membri dello stesso cda da parte dell'assemblea e l'incompatibilità tra la carica di consigliere di amministrazione e quelle di parlamentare, consigliere regionale (o comunale/metropolitano di capoluogo di regione). In pratica, a scegliere se sarà opportuno democratizzare la formazione e l'operato del cda - cosa che, attualmente, porrebbe il problema dell'incompatibilità per Alemanno, Gasparri, La Russa, Martinelli, Matteoli e la Meloni - sarà il cda stesso, con un cortocircuito di competenze non indifferente.

domenica 4 ottobre 2015

Fondazione An: Fratelli d'Italia vince (ma non stravince)

Alla fine l'accordo che qualcuno aveva sperato non c'è stato: arrivare alla conta sulle mozioni presentate all'assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti alla Fondazione Alleanza nazionale è stato inevitabile. Chi vuole a tutti i costi identificare vincitori e vinti, dirà che ha vinto la linea di Fratelli d'Italia e ha perso quella dei "quarantenni" e di chi, come Gianni Alemanno, li aveva sostenuti con maggiore forza. In realtà, a ben guardare, la situazione è un po' più complessa e merita una lettura più attenta.
Il primo numero da analizzare è stato poco considerato dagli interpreti. Al voto di oggi hanno partecipato 490 delegati su quasi 600 aventi diritto, cioè coloro che erano regolarmente iscritti o che hanno pagato le quote dovute anche in extremis; a dicembre del 2013, alla prima assemblea, i votanti erano stati 306, gli aventi diritto 693 (chi aveva impugnato l'esito del voto che aveva concesso il simbolo di An a Fratelli d'Italia ne aveva contati 1206, ma forse molti non avevano regolarizzato l'adesione). La partecipazione è stata più consistente stavolta, anche perché da mesi si preparava l'evento (lo hanno fatto soprattutto i sostenitori della "mozione dei quarantenni") e su certe presenze si è contato; pesa però il calo di aderenti alla fondazione, a quattro anni dall'avvio, come se nell'ultimo biennio circa cento persone si fossero scordate di rinnovare l'iscrizione o si fossero allontanate di proposito. Segno poco incoraggiante, a ben guardare.
Arrivando ai numeri più "caldi", quelli delle mozioni, il testo a prima firma di Ignazio La Russa (Fondazione per l'Italia), volto a riaprire un "congresso costituente" di Fratelli d'Italia che apra a chi si riconosce ancora nei valori di An e a rinnovare la concessione del simbolo, ha ottenuto 266 voti, quando ne bastavano 246; la mozione "dei quarantenni" di voti ne ha ricevuti 222. Di documenti ce n'era un terzo, firmato da Nicola Bono e Vincenzo Zaccheo (gli stessi che già nel 2013 avevano chiesto maggiore democrazia interna per la fondazione), con cui si chiedeva di "congelare" il simbolo "perché non diventi motivo di lotta", come ha spiegato Bono, che peraltro sposava la tesi dei "quarantenni": quella mozione ha ricevuto 212 voti. La mozione con primi firmatari Altero Matteoli e Maurizio Gasparri, invece, è stata ritirata, con lo stesso Gasparri che - pur ribadendo che "non si può fare della fondazione un partito" e che "chi vuole rifare un partito alleato con Monti, lo può fare. Non con i soldi della Fondazione" - ha invitato a votare la mozione La Russa.

sabato 3 ottobre 2015

Fondazione An: la mozione di La Russa pronta a vincere?

Alla fine l'appuntamento di destra per eccellenza è arrivato: oggi, all'hotel Midas di Roma, lo stesso in cui il 16 luglio 1976 Bettino Craxi fu incoronato segretario del Psi (e lo rimase per sedici anni e mezzo), inizia l'assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti della Fondazione Alleanza nazionale. L'appuntamento da statuto è biennale e, dopo la prima turbolenta assemblea della fine del 2013, da tempo si attendeva la convocazione della seconda puntata: come si legge su questo sito da settimane, l'atmosfera se possibile è ancora più tesa ed "elettrica" rispetto a due anni fa.
Più che sulle attività svolte, ovviamente, il confronto-scontro riguarderà il futuro. Fino a ieri erano almeno due le mozioni presentate su cui l'organo della fondazione si sarebbe dovuto pronunciare (ricordando che il numero legale dei presenti perché l'assemblea si costituisca correttamente è un terzo degli aderenti; per l'approvazione delle mozioni occorrerà, in più, la maggioranza dei presenti). 
La prima, e più chiacchierata, era la cosiddetta "mozione dei quarantenni" (presentata a luglio da sei firmatari), volta a tentare di riunire politicamente la destra attraverso una nuova associazione, avallata dalla Fondazione An, per poi approdare al massimo in un anno a un partito unico che rappresenti davvero la destra italiana e che possa essere sostenuto, tra l'altro, dalle risorse residue di An di cui è titolare la fondazione stessa; il testo, cui hanno aderito tutte le associazioni riunite in ForumDestra (a partire da Prima l'Italia, movimento di Gianni Alemanno e di Francesco Biava, vicepresidente della fondazione), è stato da pochi giorni modificato, inserendo tra l'altro il riferimento al parere dei civilisti Antonino Cataudella e Giovanni Doria sulla fattibilità di un impegno politico diretto della fondazione e la richiesta di "democratizzare" la formazione del consiglio di amministrazione dell'ente (facendone eleggere in particolare l'elezione dei membri da parte della stessa assemblea) .
La seconda mozione, non meno discussa, porta le firme di Altero Matteoli, Maurizio Gasparri, Giuseppe Valentino, Marco Martinelli, Alfredo Mantica e Carmelo Porcu (tutti ex An, molti ora militano in Forza Italia, ma non tutti) ed avversa in pieno qualunque "cambio di destinazione d'uso" della Fondazione Alleanza nazionale rispetto alla sua forma giuridica e alla sua vocazione culturale, come pure l'idea che le sue risorse possano essere utilizzate oltre i limiti di legge per finanziare un partito, anche di nuova costituzione: in caso contrario, si prospetta la possibilità di "un infinito e doloroso contenzioso" che - c'è da giurarci - Gasparri e gli altri, direttamente o indirettamente, sarebbero pronti a iniziare.
Tra le due soluzioni appena viste, tuttavia, è probabile che se ne imponga - anche se, magari, di misura - una terza: si tratta della mozione annunciata da Ignazio La Russa nei giorni scorsi (anche grazie a un'intervista sul Tempo), come sorta di mediazione tra le due ipotesi appena viste e la realtà, che vede Fratelli d'Italia come unico partito di destra con rappresentanza parlamentare e cui l'assemblea della Fondazione An ha già riconosciuto per il 2014 (non senza polemiche) l'uso del simbolo, prorogato dal cda per parte di quest'anno. Il testo della mozione è certamente debitore del deliberato dell'assemblea nazionale di Fdi di domenica scorsa con cui si sono impegnati gli aderenti alla fondazione iscritti al partito a non sostenere progetti che possano apparire come "duplicazioni" del partito di tutta la destra che proprio Fdi sta cercando di incarnare.

sabato 26 settembre 2015

Fondazione An: una settimana all'assemblea e ci si attacca ancora

Il conto alla rovescia dice meno 7: a una settimana dall'apertura della seconda Assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti della Fondazione Alleanza nazionale, i colpi in canna più pesanti sono già pronti. Del primo - il monito, con minaccia di ricorso ai giudici, a non toccare i soldi della fondazione per un nuovo partito, da parte di Maurizio Gasparri e degli altri ex An ora in Forza Italia - si è detto; ieri, a rincarare la dose sul piano storico e della memoria, ha pensato Raffaella Assuntina Stramandinoli, per tutti Assunta Almirante
Intervistata dal Tempo, la vedova del fondatore del Msi Giorgio Almirante ha parlato con molta durezza del percorso verso l'Assemblea del 3 e 4 ottobre, soprattutto perché si finisce per parlare di denari. "Qui - spiega - si discute di un lascito che non è dei parlamentari o dei dirigenti, ma di una intera comunità politica. I soldi della Fondazione sono il risultato della lungimiranza di Almirante che ha trasformato il partito più povero della Prima Repubblica in quello meglio attrezzato. I soldi sono dei missini e servono per le manifestazioni pubbliche".
La critica di Donna Assunta, tuttavia, punge pure sul piano politico e umano. Interrogata da Michele De Feudis sulla "mozione dei quarantenni, appoggiata da Alemanno e Menia, per rifondare An", il suo giudizio è sferzante: "Non sono capaci di fare nulla. Non sono stati capaci di amministrare le città dove governavano, come possono creare un nuovo partito? Il partito c’era, il Msi, e c’è ancora nel cuore di tanti italiani. Mentre loro pensano solo ai soldi". Soldi che, al pari della Fondazione, dovrebbero servire a "promuovere cultura e opere di bene" e a "riempire di iniziative culturali anche via della Scrofa, desolatamente vuota". 

mercoledì 23 settembre 2015

Altre scintille nella fiammella di An

Non appena la fiamma sembra rianimarsi, i suoi corni finiscono per bruciarsi tra loro. Era fin troppo facile scommettere che, dopo il parere giuridico di due civilisti che ha tracciato una possibile via per l'impegno politico diretto della Fondazione Alleanza nazionale - sia pure attraverso un nuovo movimento di destra da costituire e (magari) da finanziare - e la posizione assolutamente favorevole a quell'opzione di Prima l'Italia (il gruppo vicino a Gianni Alemanno) sarebbe intervenuto chi, negli anni, si è sempre battuto perche la Fondazione An agisse solo in ambito culturale e non finanziasse iniziative ritenute indebite, specie quando parevano volte ad avviare progetti politici che si richiamassero al partito posto in scioglimento nel 2009, magari grazie a parte del suo patrimonio.
Non stupisce, quindi, che oggi Il Tempo dia molto spazio a una nota che ha tra i firmatari Maurizio Gasparri, già personaggio di primo piano di An, rimasto nel Pdl anche dopo l'uscita del gruppo finiano e tuttora in Forza Italia; condividono con lui quello stesso percorso anche Altero MatteoIi e Marco Martinelli, le cui firme sono accanto a quella di Gasparri. Anche in questa occasione la loro idea non cambia: la discesa nell'agone politico della fondazione, in qualunque forma, sarebbe - si legge nell'articolo del Tempo scritto da Michele De Feudis - "un vulnus clamoroso", poiché contrario "ai principi fondamentali che regolano la vita delle fondazioni e quella dei partiti politici" al punto da mostrare evidenti "profili di illegittimità".
Per i tre forzisti ex An firmatari della nota, ogni possibile forma di impegno politico diretto della Fondazione An sarebbe contra legem. In effetti, il giudizio somiglia a quello dato dai privatisti
Antonino Cataudella e Giovanni Doria per quanto riguarda l'ipotesi che la fondazione agisca direttamente in politica come se fosse un partito: si dovrebbe ricordare che "la vita delle fondazioni è sottoposta al controllo costante del Ministero dell’Interno e quindi dell’Esecutivo", quando in base alla Costituzione un partito "è intrinsecamente libero di incidere sulla politica nazionale e quindi di contrastare la politica dei governi". 
Nulla di nuovo, quindi, rispetto al parere legale già visto. Il giudizio però si divarica sull'ipotesi che la Fondazione An costituisca un nuovo movimento che tenda a trasformarsi in un partito unificante di destra: i problemi, guarda caso, riguardano soprattutto l'aspetto del finanziamento. In un'ipotesi simile, infatti, per Gasparri, Matteoli e Martinelli "si potrebbe ravvisare la violazione dell’articolo 10, c. 8 del D.L. 149/2013 (limite al finanziamento dei partiti da parte di persone giuridiche) e sarebbe inevitabile ipotizzare l’illecita distrazione di risorse dal patrimonio della Fondazione". L'argomentazione, francamente, mostra qualche debolezza: innanzitutto, proprio sulla possibilità di donare a un partito start-up più di 100mila euro all'anno i due giuristi avevano sì aperto, ma con tutte le cautele del caso, precisando che quella era solo la loro opinione e non c'erano ancora riscontri pratici sul punto (quindi non ci sono certezze nemmeno per la tesi opposta); secondariamente, di illecita distrazione si potrebbe parlare - nell'ipotesi contemplata dalla nota - solo qualora la Fondazione desse oltre 100mila euro in un anno al movimento, non anche in caso di elargizioni minori ma comunque consistenti.
Se per Gasparri, Matteoli e Martinelli occorre rispettare "le ragioni inequivocabilmente deliberate dall’ultimo Congresso di Alleanza Nazionale", ossia mantenere l'attività della fondazione in un ambito solo culturale, paventando il ricorso "alle autorità competenti" in caso di comportamenti diversi, altri soggetti hanno idee naturalmente diverse. C'è chi, come Fabio Sabbatani Schiuma, del movimento Riva Destra, bolla come anacronistica la "nostalgia di un partito che non celebrava congressi, dove regnava il pensiero unico del suo leader" (pur ammettendo la necessità di "un progetto credibile a destra, di nuova classe dirigente"), ma è ben diversa la reazione di chi l'impegno politico della Fondazione Alleanza nazionale lo vuole eccome: a queste persone, manco a dirlo, le parole degli ex compagni di strada ora finiti in Forza Italia non sono piaciute per niente.
Così, il portavoce di Prima l'Italia Marco Cerreto bolla come "minaccia di pessimo gusto" il paventato ricorso all'autorità competente qualora l'assemblea della Fondazione An dia il via libera alla "mozione dei quarantenni": "Da chi ha legittimamente deciso di abbandonare la destra per entrare in Forza Italia mi aspetterei quantomeno l'astensione da certe dichiarazioni; chi ha a cuore le sorti del centrodestra non potrebbe che gioire del rafforzamento della destra". Da registrare anche l'intervento di Francesco Biava, vicepresidente della fondazione che non ha mai fatto mistero di gradire il ritorno di An o di qualcosa di simile: dopo aver ricordato che a giugno la consulenza ai giuristi è stata data all'unanimtà dal cda (anche coi voti di Gasparri, Martinelli e Matteoli), Biava nota che i dubbi legati alla questione finanziaria possono essere approfonditi, ma non possono mettere in discussione il potenziale intervento in politica della Fondazione An; per lui, più che della minaccia "aprioristica, oltre che totalmente infondata" del ricorso in procura ("appare come un atto intimidatorio che colpisce inutilmente l'immagine della Fondazione") c'è bisogno che gli aderenti alla fondazione votino sulla "mozione dei quarantenni" liberamente, responsabilmente e "senza sottostare a nessuna forma di minaccia e condizionamento". Se già ora sono partiti i lampi, cos'altro potrà succedere, nei prossimi dieci giorni?

venerdì 27 marzo 2015

La destra che ci riprova, senza fiamme

Non è un simbolo al momento...
A destra non c'è pace. Non tanto (o non solo, a giudicare da certi articoli di stampa) nel senso che ci sono sprazzi di guerra, ma perché si tenta l'ennesima iniziativa per rimettere insieme i pezzi di un'area politica che, dopo la confluenza di Alleanza nazionale nel Pdl, non ha più avuto una sigla politica di reale riferimento.   
È in programma per domani un evento a Roma, alla Residenza di Ripetta, che vede unite varie sigle nell'organizzazione. Dietro a Una destra per la Terza Repubblica, convegno che durerà tutta la giornata, ci sono i nomi di tante realtà associative dell'area destra di cui molti, probabilmente, non conoscevano nemmeno l'esistenza. A tirare le fila, a quanto pare, è il gruppo di Prima l'Italia, di cui è portavoce Isabella Rauti (moglie di Gianni Alemanno), la stessa che si era detta interessata a un nuovo soggetto politico che magari rendesse più concreto l'impegno della stessa fondazione Alleanza nazionale (come auspicato soprattutto dal suo vicepresidente, Francesco Biava); sempre Prima l'Italia l'8 febbraio aveva lanciato "un nuovo inizio" per la destra dal cinema Adriano. 
Proprio sulla fondazione, in realtà, si è concentrato uno degli aspetti più bellicosi che stanno scuotendo la destra in questi giorni. Non tanto perché ad aprire la giornata di domani saranno i saluti dei vicepresidenti del Comitato dei partecipanti e degli aderenti alla fondazione stessa (Carmelo Briguglio, Salvatore Tatarella, Marco Zacchera), quanto piuttosto – lo scrive sul Tempo il sempre informatissimo Carlantonio Solimene – per i 4mila euro che il cda dell'ente avrebbe destinato alla stessa manifestazione (lo statuto contempla il sostegno a iniziative, purché siano volte al mantenimento della memoria storica di An). Una decisione che non sarebbe andata giù a Maurizio Gasparri e Altero Matteoli, ex An ora in Forza Italia: «A questo punto – ha dichiarato il vicepresidente del Senato – chiederemo conto di tutto, del bilancio preventivo che doveva essere approvato così come della situazione degli immobili, che in molti casi sono stati trasformati in sedi di partito senza che nessuno paghi l’affitto».
Senza voler parlare ancora di soldi e patrimonio, è interessante vedere come condivideranno – sia pure in momenti diversi – gli stessi spazi di discussione soggetti che ora militano all'ombra di sigle diverse e figure storiche meno evidenti nelle vicende "destre" degli ultimi anni. Se si esclude il primo evento legato alle generazioni più giovani, fa una certa impressione rivedere insieme Angelo Mellone (scrittore e giornalista, prestato da tempo alla dirigenza Rai), Gennaro Malgieri (storico direttore del Secolo d'Italia), Domenico Nania, Gennaro Sangiuliano (vicedirettore del Tg1) e tante figure di punta della vecchia An.
Ecco quindi sfilare tra gli altri, nell'evento del promeriggio,
Mario Landolfi (ora responsabile di Pronti per il Sud), Roberto Menia (già Fli, ora segretario generale del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo), poi Silvano Moffa (presidente di Azione Popolare), Francesco Storace (La Destra, ora vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio), Oreste Tofani (presidente di Nazione sovrana), Adolfo Urso (presidente della Fondazione Farefuturo), Pasquale Viespoli (ex Fli, ora presidente di Mezzogiorno Nazionale) e due attuali membri di Fratelli d'Italia, Adriana Poli Bortone (tuttora presidente di Io Sud) e ovviamente la Rauti. Degli ex An ora in Forza Italia ci sarà solo Fabrizio Di Stefano; Gasparri e Matteoli, facile pensarlo, forse non si vedranno.
Sarà un modo per tornare verso Alleanza nazionale? Difficile dirlo, anche se stavolta sono della partita sia soggetti che già a fine 2013 avevano provato a mettersi in modo in tal senso (Storace, Menia, la Poli Bortone, Nania e Tofani), sia persone che – come parte di Fratelli d'Italia, a partire da Achille Totaro – riuscirono a farsi assegnare il simbolo di An facendo irritare a morte Storace & co. Di sicuro, per ora di fiamme nella grafica non se ne vedono: solo una reinterpretazione del tricolore, fatta di nastri che si svolgono e si intrecciano morbidamente, forse nella speranza di arrivare a un buon ordito per il tessuto della destra. E Fini? La sua fondazione Liberadestra non è tra gli organizzatori ... starà a guardare?

sabato 14 dicembre 2013

Il simbolo di An ai Fratelli d'Italia. E gli altri?

Alla fine si è andati oltre quello che era prevedibile. Era probabile che la Fondazione Alleanza nazionale non concedesse al Movimento per Alleanza nazionale di Francesco Storace, Adriana Poli Bortone e vari altri la possibilità di usare l'emblema tradizionale di An; la riunione di oggi dell'assemblea della fondazione, tuttavia, ha scelto di concedere l'emblema al partito Fratelli d'Italia, almeno per quanto riguarda le elezioni europee dell'anno prossimo. 
Ad avanzare la richiesta, una "mozione" presentata certamente da Giorgia Meloni e da Ignazio La Russa, ma sostenuta anche da Gianni Alemanno. 
La reazione di Storace, manco a dirlo, è durissima: nell'immediato affida un pensiero a Twitter ("290 voti sono un po' pochini per scippare un simbolo. E non servono nemmeno per andare in Europa. Dall'assemblea di 'An' roba senza vergogna"), poi butta giù qualche riga più ragionata per Il Giornale d'Italia. "Con il voto di nemmeno un terzo dei suoi aderenti - che sono un migliaio e 690 avevano rinnovato l'iscrizione - l'assemblea della fondazione An ha approvato una mozione sul simbolo. Per darlo a chi lo ha sbeffeggiato fino ad ora, al punto di averne chiesto l'utilizzo 'in toto o in parte'. Troppi partitini, avevamo proposto di formare uno solo, la pretesa è stata quella di annetterli ad un unico partitino, come se la nostra storia valesse nemmeno due punti percentuali".
Ora, posto che il simbolo di Fratelli d'Italia (azzurro nella parte superiore, preponderante, bianco in quella inferiore) è già somigliante nella struttura a quello di Alleanza nazionale, non è impossibile che la licenza di uso del contrassegno storico "in toto o in parte" si traduca alla fine nell'inserimento della sola fiamma tricolore del Msi, eventualmente anche sacrificando il nodo tricolore che appartiene pur sempre alla grafica di An (l'idea di una fiamma sotto a tre corde, in fondo, non è delle più felici in un simbolo politico); potrebbe anche darsi che venga inserito il simbolo intero all'interno del simbolo, magari nella parte bianca, anche se l'effetto grafico-cromatico sarebbe piuttosto infelice. Del tutto improbabile, invece, è che si sostituisca il simbolo tout court, o si riposizioni la dicitura "Alleanza nazionale" nella parte azzurra, lasciando inalterato il resto. La Russa, in ogni caso, spiega che "Per decidere su come usare in tutto o in parte il simbolo di Alleanza nazionale insieme a quello di Fratelli d'Italia e all'Officina per l'Italia immaginiamo un percorso di decisione con le primarie".

martedì 18 dicembre 2012

La scissione di La Russa e l'amnistia di Pannella

Alla fine è andata esattamente come pensavamo: il simbolo quadrato che Massimo Corsaro ha presentato solo pochi giorni fa, per definire i "Circoli del centrodestra nazionale", è già pronto per dare voce alla scissione guidata da Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, che pure non hanno intenzione di allontanare troppo la loro strada dal Pdl. Cancellate la parola "Circoli" e "nel Pdl", proprio come avevamo ipotizzato una manciata di giorni fa, il contrassegno del Centrodestra nazionale sembra bell'e pronto. 
A La Russa e Gasparri dovrebbero (a detta loro) aggiungersi anche gli antimontiani di Crosetto e della Meloni, mentre in tutta l'Italia gruppuscoli con la nuova sigla piuttosto debitrice della vecchia Alleanza nazionale sorgono come (piccoli) funghi, pronti ad allearsi con il Popolo della libertà o per lo meno quello che ne resta. Dicono che in politica 2 più 2 non faccia mai 4, al massimo 3 e mezzo, per cui qui probabilmente si tenta la strada opposta, di ritornare a 4 spacchettando un Pdl ormai fiacco. Staremo a vedere che succederà.

Potrebbe essere questo il simbolo
della lista invocata da Pannella
Colpisce, invece, l'appello straziante e straziato di Marco Pannella, che continua il suo cammino non violento di sciopero della fame e della sete per chiedere che si arrivi quanto prima all'amnistia «come unica soluzione per la fuoriuscita dalla condizione di flagranza criminale dello Stato italiano, che con i suoi 5 milioni di processi pendenti nel solo settore penale nega qualsiasi possibilità di amministrare la giustizia e, con essa, l'appendice carceraria»
Pannella si rivolge anche a persone di spicco e comuni cittadini perché sostengano la proposta portata avanti con il suo corpo anche in sede elettorale, manifestando fin d'ora la disponibilità a candidarsi nelle liste "Amnistia, Giustizia, Libertà". Il simbolo utilizzato per identificare le liste è ancora la Rosa nel Pugno, utilizzato per la prima volta in Italia nel 1976 dal Partio radicale (nel 1969 Marc Bonnet aveva disegnato la rose au poing per il Partito socialista francese) e ripreso più volte, fino all'ultimo uso intensivo nel 2006, per la lista presentata insieme ai socialisti di Boselli. Le parole scelte questa volta per accompagnare l'immagine molto forte ed evocativa della rosa sono forse le più "imponenti" che i radicali abbiano mai utilizzato: meritano, se non altro, rispetto da parte di tutti.