giovedì 12 aprile 2018

Le radici dell'autonomismo? Cercatele in Val d'Ossola

La storia della Lega (e del suosimbolo) è nota; che prima di Alberto da Giussano (o comunque del guerriero di Legnano) sia approdato in Parlamento il leone di San Marco della Liga Veneta è altrettanto noto. Eppure, se si vuole andare alle radici dell’autonomismo politico, oltre che in Valle d’Aosta occorre cercarle in Piemonte. E non in un posto a caso, ma in Val d’Ossola: proprio lì nacque un progetto sentito e partecipato che avrebbe voluto trasformare quel territorio dalla forma di «una grande foglia d’acero» (così lo descrive la voce di Wikipedia) in una Regione a sé. Si chiamava Unione ossolana per l’autonomia, ma per molti era semplicemente l’Uopa: fu fondata ufficialmente proprio quarant’anni fa (il 22 febbraio 1978, come risulta dall’atto costitutivo notarile) e per circa un decennio, tra gli anni ’70 e ’80, rappresentò un sogno concreto per alcune migliaia di persone.
Al primo congresso del partito, svoltosi nella seconda metà di aprile di quarant’anni fa, con tanto di Ray-Ban indossati, c’era anche Umberto Bossi. «Se non ci fosse stata l’Uopa non ci sarebbe stata neppure la Lega», ha ammesso il leader storico leghista nel 2007, a conclusione della manifestazione organizzata a Domodossola per ricordare i trent’anni dalla nascita di un’esperienza che la storia ufficiale sembrava avere dimenticato, a differenza di chi aveva contribuito a crearla. Quelle stesse parole si ritrovano nell’introduzione scritta da Bossi per Uopa, la storia di un sogno, libro ideale per chi ne vuole ripercorrere la storia, pubblicato nel 2010 e recentemente ristampato. Lo ha scritto Uberto Gandolfi, professore e giornalista ossolano: il padre, Sergio Gandolfi, fu tra i fondatori dell’Uopa.
In principio, in effetti, era il Movimento di autonomia confederale (Mac), che mirava a ristrutturare gli enti locali a partire dall’Ossola, “con suddivisione in comuni, cantoni e stato confederale”; di quel progetto nato nel 1975, però, si sono perse le tracce in fretta. Non così, invece, fu dell’idea che due anni dopo il deputato Dc Giuseppe Costamagna suggerì: creare un movimento apartitico o trasversale che puntasse all’autonomia dell’Ossola, fino magari a farla diventare una Regione a sé. Raccolse prontamente l’invito Alvaro Corradini, allora sindaco di Trontano e già animatore del Mac: lui, addirittura, sostenne che l’Ossola «aveva il diritto storico all’autonomia – così scrive Gandolfi – dopo la proclamazione della Repubblica Partigiana del settembre 1944», poi soppressa da Germania e Rsi.
Nella lista delle europee 1979
si candidò anche Uberto Brunetti,
espressione dell'Uopa
Il progetto si fece più concreto dopo la rovinosa alluvione dell’ottobre 1977: per Corradini e per varie altre persone del luogo, unica soluzione a una Val d’Ossola dimenticata per anni dalla politica era istituire una regione autonoma a statuto speciale. Tempo poche settimane e i primi passi verso la nascita del partito furono compiuti: il 17 e 18 dicembre 1977 a Domodossola si svolse il precongresso dell’Uopa – il nome fu definito prima di quell’occasione; dal 22 al 24 aprile 1978 si tenne il primo congresso, sempre a Domodossola, mentre a giugno uscì il primo numero del periodico di partito L’Autonomia, inizialmente firmato come direttore da Bruno Salvadori (l’esponente dell’Union Valdôtaine che, fino alla sua scomparsa in un incidente stradale nel 1980, aveva più di tutti lavorato per esportare l’autonomismo in tutta l’Italia settentrionale, al di fuori della Valle d’Aosta).
Oltre 30mila persone si ritrovarono in quel nuovo soggetto politico, nato in un tempo piuttosto breve e che già in vista del precongresso si era dato un simbolo, disegnato da Gianfranco Zammaretti (cofondatore dell'Uopa e anche autore di varie grafiche satiriche per il partito): questo raffigurava, così come ricorda Gandolfi, «il contorno geografico della Repubblica Partigiana dell’Ossola del 1944 nei colori verde, rosso ed azzurro, cioè quelli delle formazioni partigiane, Valdossola, Garibaldini e Valtoce, con al centro un camoscio bianco». Il simbolo venne ampiamente diffuso anche grazie a una delle prime operazioni di merchandising della storia politica italiana (ma allora non si chiamava così: ci si accontentava di fare posacenere, brocche, portachiavi, calendari, magliette e adesivi senza voler tirare fuori strampalati nomi inglesi) e i suoi colori fecero scuola: è proprio Umberto Bossi a ricordare che, all’atto di fondare il suo primo movimento, l’Unolpa (Unione nord occidentale lombarda per l’autonomia), tinse nello stesso modo parte del suo simbolo, oltre a ispirarsi allo statuto dell’Uopa per creare il suo.  
Il libro di Uberto Gandolfi, che si avvale del grande lavoro di ricerca svolto in vista della sua tesi di laurea ed è ricco di dettagli e materiale iconografico (foto d’epoca e riproduzioni di documenti, manifesti, pagine di giornale), dà conto delle principali iniziative dell’Uopa, dalla mobilitazione totale dopo il drammatico nubifragio dell’agosto 1978 (al quale seguì l’approvazione di una legge speciale per intervenire sul territorio dell’Ossola, caldeggiata dall’Uopa, ma con i principali partiti nazionali che negarono del tutto i suoi meriti) all’impegno capillare per raccogliere le firme necessarie a istituire con legge costituzionale la regione autonoma dell’Ossola: ne servivano 50mila, furono raccolte tutte quante nei tempi giusti, ma la legislatura nel 1979 finì in anticipo e si sarebbe dovuti ripartire da capo.
La Lista per Trieste nel 1983
Nel 1980 l’Uopa scelse di presentare le sue prime candidature con il proprio simbolo, con lo slogan «né a sinistra, né a destra, né al centro. Sopra tutti», eleggendo un consigliere provinciale a Novara (Sergio Gandolfi, nominato assessore), cinque consiglieri comunali a Domodossola e tre a Villadossola. Proprio l’ingresso ufficiale in politica, però, fece emergere le prime crepe nel partito (legate alle scelte sulle alleanze e sulla collocazione in maggioranza o all’opposizione, problemi evidentemente figli di un sistema in cui le compagini di governo si formavano dopo il voto). Stare all’opposizione era poco incisivo, ma a volte stare in maggioranza era meno utile del necessario, specie se – come si legge nel libro – delle battaglie portate avanti e dei risultati ottenuti i meriti se li prendevano sempre gli altri; la tanto sperata autonomia poi non arrivava e questo non aiutava a catalizzare consensi.
La lista Federalismo (1992)
Tra il 1981 e il 1982 la crisi divenne evidente e l’anno dopo – quello delle candidature, in realtà poco fortunate, nella Lista per Trieste alle elezioni politiche – produsse anche liti interne sulla legittimità delle cariche. Nel 1985 il profilo della Val d’Ossola e il camoscio dell’Uopa apparvero per l’ultima volta sulle schede elettorali a Domodossola e in altri comuni, con risultati assai meno appaganti rispetto a quelli di cinque anni prima; il partito si sarebbe poi consunto tra il 1989 (sull’onda del dissidio interno, sorto quando Alvaro Corradini aveva pensato di trasformare l’Uopa in una Lega lepontina e quasi tutti si erano opposti) e il 1992 (quando presentò un candidato nella lista Federalismo al Senato, senza riuscire a eleggerlo).
Alla famosa Ossola regione autonoma non si è mai arrivati; nel 1992 è stata istituita la provincia di Verbano-Cusio-Ossola, proposta già nel 1979 dal Pci, ma sempre avversata dall’Uopa, che la prefigurava come un ente inutile e disomogeneo, non in grado di risolvere i problemi del territorio. Difficile negare, però, che nella scelta di creare un ente territoriale più vicino a quella zona abbia pesato anche l’opera di sensibilizzazione dell’Uopa, così come per il compimento di varie infrastrutture necessarie al territorio. Anche per questo, quel sogno colorato di blu, verde e rosso, nelle intenzioni agile come un camoscio, non merita di essere cancellato dalle menti di chi la politica la ama davvero: grazie al libro di Uberto Gandolfi (che l'anno scorso ha scritto un'altra pubblicazione, Alvaro Corradini. Profeta del Federalismo, dedicandola interamente al principale promotore del Mac e dell'Uopa) e a tutto il materiale che questo contiene, conservare la memoria sarà più facile.

* * *

Dato al libro di Gandolfi lo spazio che merita, mi sembra giusto citare anche altri due volumi che nel corso degli anni si sono occupati - sia pure molto più in breve - dell'Uopa. Il più recente è anche il più ironico: si intitola Non fate i polli! Una vita da "peones", in cui l'ex parlamentare Mauro Polli, eletto alla Camera con la Lega Nord nel 1992 e nel 1994, racconta ad Antonio Ciurleo la sua avventura politica. 
La sua carriera di "pollo" inizia naturalmente da un uovo che, guarda caso, ha impresso proprio il simbolo dell'Uopa: come a dire che tutto è iniziato da lì, per lui e anche per la Lega. In questo, sono davvero imperdibili i racconti di Bossi "che prende lezioni" da Alvaro Corradini (a casa del quale il Va' pensiero verdiano era sparato a tutto volume ben prima che diventasse inno dei padani), nonché l'episodio della macchina da scrivere, offerta in pagamento all'Uopa - per una consulenza prestata da uno dei suoi fondatori - da uno dei leghisti della prim'ora, Roberto Maroni. 
Proprio il libro di Polli, poi, non può esimersi dal citare qualche pagina di Contro Roma di Roberto Gremmo, libro più volte citato in questo sito. Gremmo intervenne, da par suo, a vari eventi organizzati dall'Uopa, compreso un convegno intitolato "Federalismo e autonomia nella Resistenza", svoltosi il 19 gennaio 1979. Vale la pena riportare qualche riga, giusto per ricordare chi ha iniziato l'autonomismo in Italia: 
"L'Ossola, chiedendo l'autonomia regionale, diventava il primo caso di opposizione davvero federalista nata con adesione popolare, al di fuori delle regioni "storiche" dell'autonomismo. La storia dell'Unione ossolana per l'autonomia è quella di una fiammata intensa di voglia di libertà e di autogoverno [...] Durante l'ennesima assemblea di amministratori che si lamentavano per il disinteresse del governo centrale, il geometra Alvaro Corradini espose una tesi semplicissima: fare come la Val d'Aosta. Trasformare cioè una vallata periferica del Piemonte in Regione Autonoma a statuto speciale, coi nove decimi delle tasse gestiti in loco, magari la proprietà dell'energia pagata o rimborsata dallo Stato, posti pubblici per i residenti". Di quella fiammata intensa, se non altro, restano queste tracce impossibili da cancellare.

Nessun commento:

Posta un commento