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venerdì 20 marzo 2026

Addio a Umberto Bossi, un Senatur a spada sguainata per la sua Lega

Sono passati quasi 39 anni - politicamente un'enormità: lo era già nella "Prima Repubblica", figurarsi ora nell'era della Turbopolitica, secondo le categorie di Edoardo Novelli - dal 15 giugno 1987: quel giorno, un lunedì, fu certo che sarebbe entrato per la prima volta al Parlamento, precisamente in Senato, Umberto Bossi, morto ieri a 84 anni. Da quel 15 giugno quel soprannome in dialetto lombardo, Senatùr, gli è rimasto cucito addosso per il resto della sua vita - a nessun altro è successo - anche se in effetti di legislature a Palazzo Madama ne ha trascorse solo due (la prima e la penultima, cioè la scorsa), mentre ne aveva accumulate otto da deputato (inclusa quella terminata anzitempo - e non per uno scioglimento anticipato - quest'oggi e la XIV, non completata) e altre tre da europarlamentare (due delle quali contemporanee a quelle da parlamentare italiano).
Quella di Bossi non è stata la carriera politico-parlamentare più lunga (si pensi anche solo alla presenza ininterrotta tra Montecitorio e Palazzo Madama dalla Costituente al 2013 di Giulio Andreotti o, per stare all'attualità, le 11 legislature tra Camera e Senato di Pierferdinando Casini), ma senza alcun dubbio è stata una delle più iconiche e del tutto imprescindibili, anche per chi scientemente non ha mai seguito (o mai sopportato) il Senatùr, catalogandolo tra gli esempi deteriori della politica. Comunque, a dispetto del tempo lunghissimo nei palazzi di rilievo - inclusi gli anni trascorsi da ministro, prima delle riforme istituzionali e della devoluzione (2001-2004) e poi per le riforme per il federalismo (2008-2011) - i #drogatidipolitica di qualunque colore non possono non guardare all'indietro, per non perdere le tracce delle origini del Bossi pre-politico e proto-politico. Imperdibile soprattutto il Bossi in versione Donato, lo pseudonimo da cantante, debitamente riportato da Filippo Ceccarelli nel suo Teatrone della politica: lo spettacolo aveva già preso il potere, quando la politica era ancora lontana, se non inimmaginabile.
La storia di Umberto Bossi ha piena cittadinanza su questo sito come storia di simboli, incluso egli stesso e alcune immagini legate a lui. E se più di 40 anni del suo percorso sono stati compiuti all'ombra della sagoma di un guerriero a spada sguainata con lo scudo nell'altra mano, non si può tralasciare la preistoria bossiana, esistita (per quanto fugace), ammessa (con ritardo) e sviluppatasi nei pressi di altri simboli, con rapidi passaggi tra il gruppo del manifesto, il Pdup e il Pci. Eppure, se di un "-ismo" ha senso parlare per Bossi, piuttosto che il comunismo è facilissimo e inevitabile evocare l'autonomismo, il federalismo e - in certe fasi - l'indipendentismo e il separatismo. L'autonomismo fu innanzitutto quello dell'Unolpa, cioè dell'Unione Nord Occidentale Lombarda per l'Autonomia, il primo partito cofondato da Bossi nel 1980 dopo essersi accostato alle esperienze dell'Union Valdôtaine (e alla sua figura di spicco di allora, Bruno Salvadori) e dell'Unione ossolana per l'autonomia. Il simbolo, allora, era dominato da una barca lariana, messa sull'acqua per iniziare la sua navigazione. 
Già solo due anni più tardi, nel 1982, sarebbe però comparso Alberto da Giussano, anzi, il "guerriero di Legnano" identificato spesso con quella figura, l'immagine della statua che campeggia nella "Piazza del Monumento" di quella città. Non lo si vide, in realtà, nel simbolo di un partito, ma come parte grafica della testata di Lombardia autonomista, giornale uscito giusto 44 anni fa, come supplemento di un'altra pubblicazione periodica, Arnàssita Piemontèisa, fondata e diretta da Roberto Gremmo, figura irrinunciabile dell'autonomismo in Italia. Il carattere della testata era l'Optima (impiegato nei simboli leghisti dal 1992), ma soprattutto la statua del guerriero era quasi identica a quella che Bossi non avrebbe più lasciato e di cui lui stesso raccontò - nel libro Vento dal Nord, scritto a quattro mani con Daniele Vimercati - la genesi simbolica, a detta sua: 
Il simbolo fu una mia invenzione, ci pensai a lungo e mi convinsi che bisognava trovare qualcosa di radicalmente nuovo, rispetto ai marchi dei movimenti autonomisti 'classici', basati su leoni veneziani, aquile asburgiche, stemmi di antiche dinastie. [...] Un giorno finalmente arrivò l'idea giusta: il 'mito' più adatto era senza dubbio la lega dei venti Comuni lombardi, ma anche piemontesi, veneti ed emiliani, che si allearono, nel dodicesimo secolo, per cacciare l'imperatore Federico Barbarossa, portabandiera del centralismo medievale. Quale simbolo più adatto, allora, dell'Albertùn, la grande statua di Alberto da Giussano che campeggia nella piazza centrale di Legnano? Corsi a fotografarla; nell'occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo. Purtroppo la statua, vista così, a venti metri di distanza, era un po' tozza e pesante, non si prestava a essere riprodotta su uno stemma di partito. Passai mezza giornata a fare le inquadrature più diverse, finché trovai, quella giusta: ripresa da sotto, con un grandangolo, l'immagine acquistava tutt'altro vigore, si faceva più slanciata. La spada era molto più evidente, la forza plastica del gesto risultava moltiplicata. Quella era la sagoma che mi serviva! Riportai la foto su un foglio, ricalcai il profilo all'interno di un cerchio entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega.
Cos'è questa, se non epica, epopea, a prescindere da ogni condivisione o gradimento? Un'epica/epopea così forte da far passare in secondo piano le voci di chi - come lo stesso Roberto Gremmo - ricorda che proprio Bossi si sarebbe ispirato al marchio delle biciclette Legnano, cercando di evitare grane riproducendo anche la pietra sotto al piede destro, ben visibile nel monumento ma non nel marchio. Il 12 aprile 1984 il simbolo del guerriero circondato dalla sagoma della Lombardia sarebbe diventato ufficialmente l'emblema - descritto, non allegato - della Lega Autonomista Lombarda, nota semplicemente come Lega Lombarda, fondata da Bossi (di professione "editore"), dalla futura moglie Manuela Marrone, dal cognato Pierangelo Brivio, da Marino Moroni, da Emilio Sogliaghi e da Giuseppe Leoni. L'anno successivo la Lega Lombarda esordì alle elezioni amministrative (ottenendo alcuni consiglieri) e soprattutto regionali, grazie all'esenzione dalla raccolta firme concessa dalla Liga Veneta, entrata in parlamento nel 1983 ma in quel momento non in ottime acque (la querelle tra Achille Tramarin e Franco Rocchetta, a favore del secondo, aveva lasciato strascichi), ma la mancata partecipazione nelle province di Milano e Como impedì di ottenere un consigliere (eppure a Varese, in quel 1985, la lista aveva ottenuto più voti dei Verdi, del Pli e di Democrazia proletaria).
Tempo due anni e, alle elezioni politiche del 1987, Bossi fu proprio il primo a depositare il contrassegno della Lega Lombarda (subito prima di Gremmo e della moglie Anna Sartoris) la situazione si ribaltò: la Liga Veneta non ebbe eletti, mentre la Lega Lombarda riuscì a portare Bossi in Senato (grazie al 7% sfiorato nel collegio di Varese che fece scattare lì il seggio ottenuto in regione; in quello stesso collegio, per dire, il 31,95% ottenuto da Maria Paola Colombo in Svevo non fu sufficiente ad assicurarle uno  nonostante il suo 31,95%) e il cofondatore Giuseppe Leoni alla Camera (dopo la rinuncia dello stesso Bossi al seggio ottenuto nella circoscrizione di Como-Sondrio-Varese). Nel 1989 fu proprio la Lega Lombarda a divenire capofila della lista Alleanza Nord alle elezioni europee, unendo parte delle forze di lombardi, veneti, piemontesi e di altri territori e, col 5,63%, ottenne altre due seggi (incluso uno per Bossi). Nel frattempo un'ampia parte dell'elettorato aveva imparato a conoscere i modi di Bossi (inclusi quelli verso coloro che avevano litigato con lui, a partire dal cognato e cofondatore della Lega, Pierangelo Brivio, e da Franco Castellazzi, protagonista della prima scissione rilevante), il suo linguaggio, i suoi slogan (da "Roma Ladrona" a "La Lega ce l'ha duro") le sue immagini verbali, i suoi gesti (incluso l'arcinoto gesto dell'ombrello con pugno roteante rivolto a un'assente Margherita Boniver, "Cara Bona, Bonassa nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi: noi siamo sempre armati, o Bona, di manico!") in grado di scaldare non poche persone e di indignarne almeno altrettante.
Alla fine di quello stesso 1989 venne ufficialmente costituita la Lega Nord, di cui Umberto Bossi divenne segretario federale, un ruolo mantenuto fino al 2012, oltre vent'anni consecutivi, sostanzialmente un record: nemmeno Silvio Berlusconi - entrato tra l'altro in politica più tardi di Bossi e scomparso prima di lui - poteva vantare un primato simile (soprattutto considerando lo spezzettamento del suo cammino tra Forza Italia e Popolo della libertà). Se nel 1987 gli eletti in Parlamento della Lega Lombarda erano stati due, nel 1992 quelli della Lega Nord - che nel simbolo conteneva la "pulce" della Lega Lombarda e sullo scudo del guerriero ospitò per la prima volta il leone di San Marco venuto dalla Liga Veneta - divennero 80: all'8,65% nazionale concorsero il 19,99% ottenuto tra Milano e Pavia, il 28,55% raccolto tra Como, Sondrio e Varese e il 25,22% tra Brescia e Bergamo (unica circoscrizione della Camera in cui lo scudo crociato della Dc, anche grazie alle preferenze date a Gianni Prandini, riuscì ancora a superare Alberto da Giussano). 
Due anni dopo, nel 1994, un imprevedibile e "spericolato" patto con Berlusconi (impegnato in un'alleanza a geometria variabile, con l'accordo al Centro-Sud con Alleanza nazionale, quella che Bossi chiamò almeno in un'occasione "porcilaia fascista") permise alla Lega Nord di arrivare per la prima volta al governo nel 1994 con propri ministri, i fedelissimi Roberto Maroni - che ottenne il Viminale, primo non democristiano a sedervi - e Giancarlo Pagliarini (e i colleghi senza portafoglio Francesco Speroni e Domenico Comino), senza contare la presidenza della Camera andata a Irene Pivetti. Quel governo durò poco, mentre durarono molto più a lungo le parole forti e ad effetto di Bossi, che non risparmiarono gli avversari conclamati e quelli inattesi, incluso Gianfranco Miglio: uno degli scambi di battute politiche più cruente della neonata "Seconda Repubblica" registrato poco dopo la notizia della mancata partecipazione di Miglio al primo governo Berlusconi ("Per Umberto il federalismo è lo strumento per ottenere potere: del federalismo non gliene fotte proprio nulla. Bossi è come Craxi, quando si conquista il potere cresce l'arroganza e si commettono errori mortali" "Miglio al telefono me ne diceva di tutti i colori [...]. Urlava: io sono il potente Miglio, io ti distruggerò. Io ridurrò in briciole la Lega. [...] Sono stato a sentirlo per un po', poi mi sono detto: ma va' a scopare il mare. [...] Una scoreggia nello spazio": gli increduli leggano il Giornale del 17 maggio 1994, pagine 2 e 3) seguì di poco tempo il secondo congresso della Lega Lombarda - tenutosi ad Assago l'11 e il 12 dicembre 1993 - quando proprio Miglio, ancora considerato "ideologo della Lega", espose il suo "decalogo" federalista che tracciava l'Unione italiana, "libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell'Etruria e della Repubblica Federale del Sud". Miglio poi avrebbe dato vita all'Unione federalista e al Partito federalista: una storia breve, poco felice, ma non tralasciabile.
Grazie a Bossi e alla sua pattuglia - che includeva figure mitologiche per chi si occupa del colore e del costume politico, a partire da Francesco Speroni e dai suoi attentati alle norme interne del Senato a colpi di cravatte texane e giacche irriconoscibili - Alberto Da Giussano si era pressoché confermato all'8,36% (nella quota proporzionale): un risultato di tutto rispetto, che faceva pensare che quell'emblema potesse camminare da sé - anche se i risultati elettorali di qualche anno più tardi avrebbero detto altro - e che il tempo di altri simboli fosse ormai maturo. Simboli da indossare, non solo nella forma della spilletta con il guerriero a spada sguainata. Già nel 1993, al citato congresso di Assago (che si riascolta grazie al preziosissimo archivio di Radio Radicale), Bossi aveva percorso quella strada: "Solo con i voti dalla Lega, con l'apporto elettorale della Lega si può realizzare una forza politica liberaldemocratica [...] che possa fermare e battere elettoralmente il polo di sinistra. [...] Se la Lega ci sta, [...] l'Italia non finità mai nelle mani dei comunisti, di Rifondazione comunista o comunque di chi [...] non dà garanzie sulla libertà del Paese. È come se avessimo detto ieri: arrivano i nostri! Arrivano le Giubbe blu!! E le Giubbe blu sono la Lega!!!" Ecco, le "Giubbe blu", come quelle dei nordisti nella guerra civile americana, ma anche come l'unico colore rimasto in quel periodo nel simbolo della Lega.
Nel 1994 apparve la canottiera bianca: una "cosa" - per usare il linguaggio di Chiara Alessi - che mise tra Bossi e Berlusconi una distanza siderale, un indumento popolare nato per essere celato e divenuto improvvisamente simbolo di militanza e di molto altro (si legga soprattutto Marco Belpoliti, in particolare il suo libro La canottiera di Bossi). Qualche settimana dopo altre cose - stavolta mangerecce: sardine, pan carrè e lattine - sarebbero diventate brevemente il simbolo di un passaggio chiave (il "ribaltone"), ma più in là sarebbe arrivato il turno di un altro capo d'abbigliamento legato a un colore ben preciso: la camicia verde. Il verde che tingeva le "divise" del servizio d'ordine delle manifestazioni leghiste - e il "Sole delle Alpi" che nel 1997 sarebbe apparso sul simbolo ufficiale del partito - da allora divenne il colore ufficiale della Lega Nord, pur prevalendo sempre il blu nel suo emblema. Fu uno dei simboli più duraturi nella memoria dei militanti leghisti e dei loro osservatori: "Camisa Verda", per dire, era lo pseudonimo usato sulla Padania (il quotidiano nato all'inizio del 1997 per volontà dello stesso Bossi) da Massimo Gnocchi, autore di articoli accorati e - lo riconosce anche chi non ne poteva condividere una sola riga - immaginifici, come questo, pubblicato il 24 giugno 1997 in vista del raduno di Pontida di quell'anno: 
È necessario che d’ora in avanti Pontida diventi il luogo da dove non solo si scriverà la Storia della Lega, ma anche quella che i nostri figli leggeranno sui libri fra una ventina d’anni. Ciò significa che è giunto il momento di iniziare a fare politica sul serio, ad imparare per vincere. [...] Siamo parecchi, tantissimi, ma per costruire la Padania, per liberarci dall’odiato sistema, sevono ancora molte persone. Per convincerle, per traghettarle verso la strada giusta e spingerle all'abbandono di quest’Italia nella quale anche noi abbiamo sperato dovremo usare ogni risorsa. "Evangelizzare”, dice il grande Umberto. Dobbiamo farlo, per noi soprattutto, ed anche per il nostro interlocutore che non ha ancora capito, stordito com’è dal bombardamento dell’informazione. Quella stessa che ha permesso che l’Italia si riducesse a quella che è. Se ci riusciremo, se uniremo tutte le nostre forze all’unisono, forse il sogno di una patria nuova si avvererà. 
Lo stesso Bossi dovette vedere nella camicia verde, a distanza di tempo, il simbolo di un'epoca quasi "innocente" da recuperare. Per averne dimostrazione, torniamo a Filippo Ceccarelli e al suo monumentale libro Invano, il cui capitolo intitolato La barbarie eroicomica inizia così:
Solo, malato e a tratti anche un po’ fuori di sé, un giorno Bossi chiese di conoscere i nomi di quelli che si erano fatti seppellire in camicia verde, e dove. Non so a quali risultati portò l’indagine, né credo che quei nomi siano mai stati resi noti. Ma un caso del genere sicuramente c’è stato: nel 1993 un certo Lino Giuliani, detto “Barba”, un ex socialista divenuto acceso leghista nelle campagne dell’alto mantovano, chiese in effetti di essere calato nella tomba avvolto nella bandiera bianco-crociata della Lombardia su cui Bossi allora aveva apposto il suo autografo. Il Barba non poté essere inumato in quella tenuta per il semplice motivo che a quel tempo il verde Padania era di là da venire. Quanto alle camicie verdi ora paiono passate irrimediabilmente di moda, sostituite da felpe con denominazioni geografiche e poi da abiti appena più consoni all’attività di governo. Ma alla metà degli anni novanta furono anch’esse una straordinaria invenzione o meglio, dopo le camicie rosse dei garibaldini e le camicie nere della rivoluzione fascista, un astuto ritrovato tessile, in egual misura nazionale e antinazionale. 
Se l'antinazionale è facile da capire, la natura nazionale non può prescindere dall'invenzione della Padania. Già, perché fin dal 1995, lasciato da parte formalmente il disegno di Miglio, Umberto Bossi iniziò a costruire, o meglio a ricostruire "pezzetto pezzetto" (o, se si preferisce, zolla dopo zolla, pensando al "sacro" pratone di Pontida da acquistare nel 1998 grazie ai Btp - Buoni terreno Pontida) l'universo padano che inevitabilmente partiva dal progetto di Miglio e, volendo, dalla "folle campagna elettorale" del 1992 che - assai più che nelle consultazioni elettorali precedenti - aveva bisogno di conciliare le spinte autonomistiche piemontesi, lombarde e venete per massimizzare il risultato. In vista del voto politico anticipato del 1996, però, Bossi mise l'acceleratore: a giugno del 1995 inaugurò il "Parlamento del Nord" a Bagnolo San Vito nel mantovano (sotto lo sguardo perplesso del presidente del Consiglio Lamberto Dini, che però non poteva fare a meno della Lega per completare la sua - pur breve - esperienza di governo) e preparò la corsa solitaria della Lega Nord, al di fuori del centrodestra ma anche del centrosinistra, nella speranza - nemmeno troppo segreta - di poter essere determinante, magari grazie a qualche scherzo della legge elettorale di allora (che nel 1994 la Lega aveva sfruttato bene, imponendo i suoi candidati in molti collegi uninominali). La percentuale salì al 10,07% (al Senato arrivò addirittura qualcosa di più), ma i parlamentari passarono dai 177 del 1994 agli 86 del 1996, proprio perché la "legge Mattarella" penalizzava i non coalizzati. Vedendo dimezzata la sua pattuglia parlamentare, a Bossi non restò che cambiare strategia per avere più attenzione. Così, dopo averla fatta emergere già nel 1992, quattro anni dopo la parola d'ordine divenne "secessione", intesa come "diritto alla Padania" e come argomento da far valere in tutte le sedi (incluso il gruppo parlamentare alla Camera, chiamato "Lega Nord per l'indipendenza della Padania" dopo che il presidente Luciano Violante non aveva accettato il nome "Lega Padania indipendente"). 
E se lo spettacolo in casa leghista non era mai mancato (e, in effetti, non sarebbe mancato nemmeno in seguito), nel 1996 iniziò una stagione imperdibile: le camicie verdi istituzionalizzate, ma soprattutto la Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania solennemente proclamata il 15 settembre 1996 a Venezia diedero l'impressione a molti - sostenitori entusiasti e detrattori preoccupati - che si facesse veramente sul serio. Anzi, che con Bossi si facesse veramente sul serio. Non è un caso che nel 1997 siano usciti i primi libri che indagavano l'idea della Padania grazie al contributo di vari studiosi che si interessavano al fenomeno da diversi punti di vista (La Padania promessa di Roberto Biorcio e L'invenzione della Padania di Gilberto Oneto, volume che tra pochi mesi sarà di nuovo meritoriamente disponibile) e siano nati il quotidiano La Padania e Radio Padania Libera.  
In quello stesso anno, oltre all'occupazione di piazza San Marco a Venezia col tanko e la "presa" del campanile sospesa tra cronaca politica e giudiziaria, si celebrò il rito elettorale non ufficiale più significativo e strutturato mai visto nella storia della Repubblica: le elezioni del Parlamento della Padania, che il 26 ottobre 1997 videro molte persone - 6 milioni secondo la Lega, 600mila per il governo Prodi - mettersi in fila davanti a uno dei tanti gazebo montati nelle città del Nord (e non solo) per votare liste e candidati in vista della nascita di un organo presentato come autenticamente parlamentare. A quell'esperienza chi scrive nel 2023 ha dedicato un libro - Padani alle urne, pubblicato da Youcanprint con la prefazione graditissima di Luciano Ghelfi, testimone prima ancora che giornalista - che ha cercato di ricostruire la marcia di avvicinamento a quelle elezioni pericolossisime per alcuni ed entusiasmanti per altri. Un libro scritto da esterno, ma con rispetto, perché chi partecipò a quelle elezioni o militò in quel periodo senza dubbio lo fece in modo genuino, credendoci davvero (anche magari non condividendo tutte le parole, tutti i toni o tutte le posizioni) e mettendo a disposizione, una volta di più, il proprio tempo, le proprie energie e non di rado le proprie risorse. Più difficile è dire, paradossalmente, quanto le intenzioni secessioniste, indipendentiste e perfino federaliste fossero realmente condivise dagli eletti e dai dirigenti della Lega Nord, almeno sul piano concreto; nemmeno su Umberto Bossi si può avere certezza - parlandone ugualmente con rispetto - visto che, a dispetto delle provocazioni sue e di alcuni dei suoi, scelse consapevolmente di non andare mai troppo oltre, limitandosi a sfiorare un limite - non visibile, ma certamente presente - oltre il quale probabilmente certe reazioni dello Stato sarebbero state percettibili. Alle parole dette e ai gesti compiuti da Bossi e dagli altri, tuttavia, non poca gente ha creduto (ritenendolo evidentemente credibili) e di questo occorre tenere conto.
Anche dei numeri, però, occorre tenere sempre conto: di fatto, dopo il picco del 1996, per la Lega Nord iniziò una fase calante, che portò al 4,48% delle elezioni europee del 1999 e al 3,94% - sotto la soglia di sbarramento - alle politiche del 2001, anno in cui il partito si schierò di nuovo con Silvio Berlusconi nella Casa delle libertà e grazie ai collegi uninominali riuscì comunque a ottenere 47 parlamentari. Nel simbolo era entrato il riferimento alla Padania (sotto al "Sole delle Alpi"), come orizzonte a cui tendere, ma di secessione non si parlava più; al governo tornò Bobo Maroni (ma al Lavoro), arrivò Roberto Castelli (alla giustizia) e ci arrivò lo stesso Bossi, che ottenne il ministero senza portafoglio per "le riforme istituzionali e la devoluzione". Già, la devoluzione - o devolution, per chi preferiva la versione anglofona, nota dalla fine degli anni '90 grazie all'esempio della Scozia - era diventata la nuova parola d'ordine in quel periodo, anche se il trasferimento in periferia di tutte le materie non espressamente riservate al centro era qualcosa di molto più soft rispetto alle battaglie del passato. Anche per questo si era iniziato a parlare di una Lega Nord diversa e anche di un Bossi diverso, più ragionevole o più arrendevole a seconda delle letture; vi fu chi ricondusse il nuovo atteggiamento - e la stessa scelta di allearsi con Forza Italia - ad accordi con Silvio Berlusconi per ridare ossigeno ai conti della galassia leghista (partito, media, imprese di vario tipo spesso malriuscite), si parlò anche con insistenza di una contropartita rilevante, quale la cessione del simbolo della Lega Nord allo stesso Berlusconi, con tanto di atto notarile (fatti sempre smentiti da Bossi e da chi era vicino a lui, ma chi ne aveva parlato non risulta - salvo errore - che sia stato querelato). Quali effetti poi quella cessione, vera o inesistente che fosse, avrebbe potuto avere sull'uso elettorale di Alberto da Giussano non è dato sapere. 
Dal suo ruolo di ministro, pur senza portafoglio, Umberto Bossi cercò di ottenere la devolution di cui aveva parlato in campagna elettorale, arrivando anche a riformare la Costituzione. C'era anche la sua firma sul disegno di legge costituzionale presentato il 17 ottobre 2003, volto a modificare vari articoli della Parte II della Costituzione: il testo compì il percorso parlamentare stabilito dall'art. 138 della Carta, ma fu respinto dal corpo elettorale nel 2006. Per Umberto Bossi e per la sua storia personale, oltre che politica, le cose erano cambiate e non poco nella notte tra il 10 e l'11 marzo 2004, la notte dell'ictus che avrebbe lasciato conseguenze indelebili sullo stesso Bossi (e forse anche questo, insieme alle prime vicende finanziarie gravi legate alla Lega Nord, concorse a un esito indesiderato della riforma costituzionale).
La salute compromessa non impedì a Bossi di essere rieletto alle elezioni europee del 2004 (ottenendo il seggio con 182.823 voti nella circoscrizione Nord-Ovest) e alle elezioni politiche del 2008, dopo le quali divenne nuovamente ministro "per le riforme per il federalismo". Vale la pena segnalare che in quell'occasione anche il suo cognome finì per la prima volta sul simbolo destinato alle schede elettorali: Bossi, subito dopo l'odiato Bettino Craxi, era stato di gran lunga il primo leader nazionale a personalizzare il consenso in una logica carismatica, eppure la Lega Nord nel 2006 era stato l'unico dei partiti maggiori del centrodestra a non schierare il nome del segretario o del presidente all'interno del simbolo (anche perché allora il riferimento al Movimento per l'autonomia non lasciava spazio per farlo).
La fine del quarto e ultimo governo Berlusconi fu anche la fine dell'esperienza ministeriale per Umberto Bossi: più che la fine di quel centrodestra e le sue condizioni di salute, poté lo scandalo legato ai finanziamenti pubblici concessi alla Lega Nord e utilizzati in modo indebito. La vicenda pose fine agli oltre vent'anni di segreteria federale targata Bossi; dopo di lui arrivò il fido Maroni e dopo ancora Matteo Salvini. Da quel 2012 l'art. 14 dello statuto della Lega Nord recita, con qualche modififca qua e là: "Umberto Bossi è il padre fondatore della Lega Nord e viene nominato Presidente Federale a vita, salvo rinuncia": sarebbe toccato a lui garantire l'unità del partito (anche se poi sarebbero scomparsi i riferimenti all'identità padana). Se Silvio Berlusconi è rimasto tuttora nello statuto di Forza Italia, oltre che nel simbolo, sarà interessante conoscere il destino di questa disposizione statutaria, anche se la Lega Nord ormai non opera quasi più da anni, in particolare da quando - di nuovo con particolare attenzione ad altre vicende finanziarie e debitorie - si è scelto di "congelarla" per far agire il diverso progetto della Lega per Salvini premier. 
L'ultimo intervento davvero rilevante di Bossi, in fondo, risale proprio al congresso straordinario della Lega Nord del 21 dicembre 2019, l'ultimo per ora: "La Lega non era, non è un partito come gli altri, basato sulle differenze sociali; è una forza identitaria, ha puntato sull'identità e quindi sull'appartenenza, due concetti che saranno indispensabili per l'uomo almeno per i prossimi mille anni". Per lui le ultime modifiche statutarie della Lega significavano "nella sostanza [...] solo una cosa, la possibilità di avere il doppio tesseramento, tutto lì, essere iscritti alla Lega Nord e alla Lega per Salvini, questo glielo possiamo concedere. Oh, siamo noi che concediamo, non è Salvini che ci impone: lui non può imporci un cazzo, diciamolo con franchezza, e non penso che voglia imporci qualcosa, le cose imposte non funzionano". Meglio, forse meglio ricordare queste parole, rispetto all'ultima candidatura a segretario federale - quella del congresso federale 2013 - stravinto da Salvini su Bossi (che si fermò all'18,34% dei voti). 
Quale che sia il giudizio che ognuno legittimamente ha su Umberto Bossi, è impossibile negare che la sua azione abbia lasciato il segno nella vita politica italiana e nel corpo elettorale, oltre che nel linguaggio e nella comunicazione: di certo ha intercettato per anni istanze presenti tra gli elettori e le ha rappresentate, in qualche modo incanalandole e impedendo che esplodessero in altri modi. A più di qualcuno mancherà: sicuramente a chi - come si è vociferato spesso dello stesso Bossi - ha apprezzato poco il corso leghista degli ultimi anni (pur rimanendo malvolentieri nel partito o abbandonandolo), ma magari mancherà anche a chi si è sentito - a torto o a ragione - tradito dalla mancata realizzazione di certi progetti. Altri certamente non rimpiangeranno Bossi, le sue parole e i suoi gesti. Difficile, quasi impossibile restare indifferente, anche per chi sceglie - rispettosamente - di rimanere in silenzio. In Padania o al di fuori.

martedì 22 ottobre 2024

Patto per il Nord, il federalismo riparte con Pinamonte da Vimercate?

Tentare di mettere insieme di nuovo movimenti, partiti, sigle, comitati, liste civiche e persone "per fare un grande sindacato del Nord". Questo è il motto sulla base del quale non poche persone si sono ritrovate a Vimercate (in provincia di Monza e della Brianza - con l'indicazione, nel manifesto di convocazione, del toponimo "Padania"), per assistere alla presentazione del simbolo del Patto per il Nord, associazione per la quale si è impegnato e si sta impegnando soprattutto Paolo Grimoldi, ex deputato della Lega Nord (poi Lega) ed ex segretario della Lega Lombarda, espulso dal partito alla fine di giugno di quest'anno (dopo le sue prese di posizione contro le alleanze europee della Lega con i tedeschi di Afd e il Rassemblement National di Le Pen).
La nuova associazione è stata presentata il 13 ottobre alla tenuta La Lodovica a Oreno di Vimercate. Scelta tutt'altro che casuale: "Ci siamo scervellati in tutti i modi per trovare un simbolo che potesse essere la base da declinare nei vari territori - ha spiegato Grimoldi -. Siamo qui perché la figura che abbiamo messo nel simbolo è partita da qui, cioè Pinamonte da Vimercate, guerriero e diplomatico che ha realmente fondato la Lega Lombarda e ha messo tutti d'accordo". E infatti, accanto al nome dell'associazione (con le parole "Patto" e "Nord" quasi una sull'altra e in grande evidenza) si trova proprio la figura di Pinamonte, dallo sguardo un po' severo nelle vesti di console di Milano, che come Alberto da Giussano ha la spada (tenuta però bassa, a riposo) e lo scudo (tenuto dietro le gambe). E, trattandosi di figura più esistente del guerriero rappresentato a Legnano ma assai meno nota ai più, ha provveduto a delinearne un ritratto storico essenziale il padrone di casa (anzi, "conservatore temporaneo", come ha precisato lui stesso), Dino Crippa, pluricollezionista e appassionato di storia: "Una volta incontrai Bossi - ha raccontato all'inizio - e, nel donargli un'immagine di Pinamonte, gli dissi 'Questo è il personaggio che fece la concordia langobardorum' e lui disse in dialetto: 'ma chi è questo, un prete?'".
Se Pinamonte da Vimercate (luogo che, incidentalmente, dista 25 km di auto da Giussano e 44 km dalla piazza del monumento di Legnano) è stato individuato come figura simbolo - in tutti i sensi - del nuovo progetto politico con le radici in un passato ben definito, i relatori predefiniti potevano dire molto sulla base di riferimento. Al tavolo, oltre a Grimoldi - del resto già creatore del Comitato Nord a suo tempo - si sono alternati Giuseppe Leoni (cofondatore della Lega Lombarda nel 1984 e rappresentante, in questo caso, della Lega per il Nord), Roberto Castelli (ex ministro leghista e fondatore-presidente del Partito Popolare del Nord), Roberto Bernardelli e Angelo Alessandri (ex parlamentari della Lega Nord - il secondo è stato segretario nazionale per l'Emilia - e, nel 2017, cofondatori di Grande Nord), Giancarlo Pagliarini (già ministro leghista, ora presidente onorario della Rete 22 Ottobre per l'Autonomia) e - pur essendo arrivato in ritardo - Mario Borghezio (già deputato, europarlamentare e sottosegretario leghista, ora presidente della Fondazione federalista per l'Europa dei popoli).
Quelle citate, dunque, sono tra le sigle maggiori tra quelle che in tempi più recenti hanno inteso rilanciare il discorso autonomista/federalista; non sono state le sole, però, ad aderire alla manifestazione del 13 ottobre. In quell'occasione, infatti, Francesca Losi - tra i fondatori di Autonomia e libertà (con Castelli) e del Partito popolare del Nord (di cui è vicesegretaria), eletta a giugno consigliera comunale a Pontida per la lista Federalismo e autonomia (che univa Grande Nord e Ppn) - ha citato per esempio Umbria autonoma, indicata come una delle liste che avrebbero dovuto concorrere alle elezioni regionali umbre di novembre, indicando come aspirante presidente l'avvocato Francesco Miroballo, già leader della Lega in Umbria (le candidature, però, in effetti non sono state presentate). 
Nell'elenco dei gruppi aderenti è stato citato anche Impegno popolare, formazione legata ad Alex Airoldi (già impegnato da giovane nei tentativi ri-democristiani di Flaminio Piccoli, poi fondatore dei Cristiani democratici federalisti): Airoldi stesso, secondo quanto indicato da vari media, figurerebbe nel direttivo dell'associazione Patto per il Nord. Tra le altre sigle presenti nell'elenco letto da Losi c'era anche Forza Nordassociazione interna a Forza Italia creata quest'anno dall'ex leghista Flavio Tosi, che ha aderito a quel partito come pure Marco Reguzzoni, che poco prima si era già candidato come indipendente nelle liste forziste alle europee (con l'esplicito sostegno di Umberto Bossi, pur non sufficiente a ottenere l'elezione).
Il primo logo e il logo attuale dei Repubblicani
Proprio Reguzzoni, anche come presidente dell'associazione I Repubblicani,  ha voluto mandare un suo messaggio all'evento del 13 ottobre, letto dalla stessa Losi. Lo stesso hanno fatto Toni Iwobi (eletto al Senato nella Lega nel 2018 e passato da pochi mesi anch'egli in Forza Italia: lui ha inviato un vocale, diffuso in sala) e Matteo Brigandì, promotore del gruppo Lega per il Nord dopo essere stato parlamentare leghista e - per breve tempo - membro del Csm: "La Lega Nord - ha scritto nel suo testo letto da Losi - non esiste più, è stata assorbita dalla Lega per Salvini premier, i principi cardine sono andati a farsi benedire, Salvini si posiziona all'estrema destra, addirittura facendo attestare su posizioni moderate Fratelli d'Italia, ma noi con l'estrema destra non abbiamo niente a che spartire; non perdiamo tempo ed energie anche solo a criticare chi ci ha defraudato dei nostri ideali".
In effetti ad aprire e tenere le fila della giornata è stato Roberto Bernardelli: fazzoletto verde nel taschino, ha proposto il canto di "un inno che ci è particolarmente caro", cioè il Va' Pensiero dal Nabucco di Verdi (canto riuscito, a parte qualche intoppo tecnico), poi ha dato la parola a Francesca Losi (per la lettura dei messaggi dei non partecipanti) e ha ringraziato Paolo Grimoldi, "perché ha studiato e realizzato il simbolo e ha realizzato il movimento". Proprio Grimoldi ha tenuto uno degli interventi più attesi: "Noi - ha detto in apertura - siamo donne e uomini che vogliono mettere le risorse a disposizione prima, per esempio, per le liste d'attesa nella sanità invece che in un ponte: questo riassume chi siamo". L'idea di costituire l'associazione Patto per il Nord "non è mia, è di qualcun altro..." (inevitabile pensare a Umberto Bossi) e in ogni caso fa tesoro di esperienze precedenti: "Siamo già stati dal notaio, in camera di commercio, all'ufficio brevetti - ha spiegato l'ex parlamentare - onde evitare che qualcuno domattina si svegli per poter utilizzare il nostro nome". Con quale spirito si avvia il Patto per il Nord? "Noi siamo qui - ha precisato Grimoldi - non perché siamo degli scappati di casa o speriamo di andare a fare i consiglieri di zona o gli assessori, ma perché abbiamo un lavoro; ci hanno già offerto ampiamente candidature, posti, nomine, ma semplicemente noi siamo quelli che non hanno mai cambiato idea e non hanno dimenticato il sapore della libertà"; chi vorrà unirsi ai fondatori sarà benvenuto, ma "ci dev'essere una regola chiarissima: chi prima arriva meglio alloggia e varrà comunque la regola democratica sull'anzianità di partecipazione, come nessuno imporrà mai un segretario dall'alto". Parole suonate come una stoccata ad altri partiti, probabilmente inclusa la Lega attuale, che pare non avere particolarmente gradito la nuova iniziativa politica contrassegnata da Pinamonte: "A qualcuno - ha segnalato Grimoldi - è stato detto che partecipare alle iniziative del Patto del Nord comporterà conseguenze disciplinari: bene, alla prossima minaccia andiamo dai carabinieri".
Guardando alcuni dei cardini del programma enunciato da Grimoldi, si ritrovano alcuni punti caratterizzanti della storia della Lega Nord: la riforma costituzionale in senso federale come stella polare con le macroregioni (con un riferimento esplicito alle tesi di Gianfranco Miglio), la soppressione dell'agenzia delle entrate e il mantenimento delle entrate fiscali innanzitutto a livello locale, l'attenzione ai redditi e alle pensioni del Nord, l'idea per cui "tutti sono benvenuti nelle nostre terre, ma chi non rispetta le regole o non le condivide non sarà trattenuto"; a questi propositi si aggiungono inserimenti puntuali e nuovi, come la contrarietà all'installazione di caselli su tracciati stradali - come il tratto di superstrada Milano-Meda che unisce Bovisio Masciago a Lentate sul Seveso - finora gratuiti. Grimoldi ha concluso il suo intervento tra gli applausi con il proprio motto: "Potranno toglierci anche la vita, ma non la libertà".

Gli interventi

Subito dopo Grimoldi sono intervenuti - per dirla con Bernardelli - i seniores del Patto per il Nord, vale a dire coloro che sono stati citati all'inizio dell'articolo: figure che hanno avuto un ruolo importante nella storia della Lega Nord (e lombarda prima ancora) e che poi ne sono uscite e che, in qualche caso, hanno ritenuto di muoversi per tempo per mantenere attiva una militanza "autentica". Non a caso è stata data la parola innanzitutto a Roberto Castelli, che il 20 novembre 2023 ha fondato il Partito popolare del Nord (di cui è segretario), partecipando a competizioni elettorali locali e che si appresta a correre in Liguria alle regionali. "Grazie per essere stato presentato come padre nobile della Lega - ha esordito Castelli - ma preferisco essere qui come fondatore di Patto per il Nord" (lui stesso ha indicato Bernardelli, Grimoldi e Losi come altri fondatori, anche se per un certo periodo lo statuto consentirà ancora di ottenere questa qualifica: "La storia ci dirà se erano incoscienti o profetici"). 
"Da tre anni cerchiamo di mettere insieme le forze - ha continuato - e abbiamo capito che l'unico modo per andare avanti è federarci. In ogni caso è necessario partecipare alle competizioni elettorali: siamo alle regionali in Liguria perché la parola 'Nord' per noi non deve uscire dal dibattito politico odierno". Castelli ha concluso il suo intervento proclamando "Padania libera", non prima di avere segnalato l'avvenuta adesione al Ppn in Piemonte - luogo in cui il partito ha un simbolo leggermente diverso, con un drapò piemontese in evidenza nella parte superiore e in basso il riferimento ad Autonomia piemontese, movimento federato col Ppn - di due figure rilevanti, sia per la storia della Lega (Domenico Comino), sia per quella dell'autonomismo tout court (Roberto Gremmo, di cui ci sarà ancora occasione di parlare più avanti).
Molto tecnico e concreto - in linea con lo stile della persona - è stato l'intervento di Giancarlo Pagliarini (anche in rappresentanza della Rete 22 ottobre per l'autonomia, dopo avere militato tra l'altro nella Lega Padana Lombardia di Bernardelli e nell'Unione federalista rifondata nel 2011 da Paolo Bonacchi): lui ha infatti tracciato un ritratto del federalismo ideale (avendo come modello la Svizzera, a partire dal passaggio del suo preambolo in cui si dice che il popolo svizzero e i cantoni sono "determinati a vivere la loro molteplicità nell’unità, nella considerazione e nel rispetto reciproci"), soprattutto sul piano fiscale. "Le tasse - ha detto - devono restare sul territorio, salvo far arrivare allo Stato federale solo quello che gli serve per assolvere ai suoi compiti". Priorità assolute per Pagliarini sono smontare lo stato supercentralista ed evitare i politici di mestiere, che faranno ciò che serve a essere rieletti piuttosto che quel che occorre davvero.
La voce delle origini è stata portata soprattutto da Giuseppe Leoni, innanzitutto nella sua qualità di co-fondatore (con Bossi e sua moglie Manuela Marrone) della Lega autonomista lombarda: "Io sono ripetente: ho già fatto una volta la Lega e ora sono qui per la seconda volta; essendo un ripetente sicuramente ho studiato bene la lezione. Rispetto a quando abbiamo fatto la Lega, nel 1984, il mondo è cambiato: pensate che non c'era nemmeno il fax, mentre ora abbiamo i telefonini; le cose che volevamo fare allora, però, le ho risentite ancora adesso. Certo, allora non avevamo le idee chiare: Umberto Bossi è stato un mago e dobbiamo riconoscerlo, ma un giorno era autonomista, un giorno era separatista, quello dopo ancora era indipendentista e capitava che io, che vivevo con lui, portassi avanti le 'penultime' idee e lui avesse già cambiato posizione e mi chiamasse dicendo che non avevo capito un c...". 
Al di là dei ricordi, che certo non svaniscono, Leoni ha manifestato con nettezza la sua contrarietà al corso che la Lega avrebbe preso da tempo (già dai primi anni Dieci) e in particolare nel periodo più recente, senza nascondere critiche dure all'ultimo raduno di Pontida avvenuto il 6 ottobre scorso (e che ha visto la partecipazione di Viktor Orbán, Marlene Svazek, del rappresentante di Vox e di Roberto Vannacci): "Io ero innamorato delle idee di quella Lega e ora sono innamorato del Patto per il Nord e questo cerco di trasmettere a voi, perché chi è innamorato di un progetto politico non tradisce, non lo può tradire. Guardate le foto del palco di Pontida e di Venezia, dove non sono mai salito: tutti loro hanno tradito, vergogna! Ne sono convinto, anche tra noi ci sono traditori: è la normalità dell'uomo, anche Gesù è stato tradito da una persona che aveva scelto come apostolo. Il 12 aprile 2013 avevo costituito l'associazione Padania libera perché avevo capito che le cose non andavano bene, la gente era presa da tante altre cose; poi ho fatto Federalismo Sì e alcune persone sono state elette consiglieri comunali, ho messo a disposizione le sedi, tutte azioni per tenere acceso il lumino delle battaglie federaliste. La Lega mi ha dato tante opportunità, se non fossi stato con Umberto Bossi non avrei mai conosciuto certi personaggi: all'inizio non avevamo un obiettivo, a parte andare contro Roma, oggi invece lo abbiamo, perché domenica scorsa il territorio di Pontida, che io come tanti di voi ho 'comprato', è stato dissacrato e quindi ora siamo contro quei 'patrioti'. Potremmo essere gli alfieri che si impegnano per liberare la nostra terra e tornare al Nord!".
Se  per la giornata del 13 ottobre Bernardelli si è riservato un ruolo soprattutto di trait d'union tra le varie figure coinvolte, per Confederazione Grande Nord è intervenuto soprattutto Angelo Alessandri, cofondatore e segretario del partito per l'Emilia-Romagna. Dopo aver ricordato i trascorsi emiliani di Pinamonte, nuovo simbolo per i sostenitori del federalismo, Alessandri ha detto: "Abbiamo vinto tante battaglie nel corso degli anni come Lega Nord, anche se non abbiamo vinto la guerra; poi a un certo punto Roma ci ha comprato lo strumento, trova sempre qualche giannizzero cui dare trenta denari, ma non ha comprato il popolo, che c'è ancora e ha tuttora voglia di lottare. Non voglio morire romano o arrendermi a Roma: se non riusciremo noi a fare la Padania, ci riusciranno i nostri figli o nipoti, l'importante è mantenere quel vessillo. L'obiettivo però secondo me non dev'essere andare a Roma a governare, come pure abbiamo fatto: non è a Roma che si cambiano le cose, al più là si va a controllare, ma bisogna ripartire dai comuni, dalle torri municipali, dalle identità. Il merito di Umberto Bossi, infatti, è stato dare identità a chi non l'aveva mai avuta".
Nemmeno il tempo di riflettere su questa frase - che in effetti non riesce a dare il giusto valore a chi ha studiato identità, autonomie e tradizioni, come a chi si è impegnato prima di Bossi almeno nelle battaglie autonomiste, ma riconosce senza dubbio chi era riuscito a ottenere risultati elettorali rilevanti - e il microfono è passato a Mario Borghezio: fazzoletto verde col Sole delle Alpi al collo, più che da presidente della Fondazione federalista per l'Europa dei popoli (il cui logo ricorda molto quello del Comitato Nord) Borghezio ha parlato da militante storico e sanguigno, proponendo un discorso a pugno battente (letteralmente, facendo risuonare in tutta la sala le botte all'incolpevole tribuna di legno collocata accanto al tavolo dei relatori). "Eravamo rimasti e spiritualmente siamo ancora tutti sul Po a fare quel giuramento: siamo padani e non spergiuri, eravamo in tanti fedeli a quell'uomo straordinario che si inventò uno stato e ci convinse a seguirlo sul Po, rendendoci  protagonisti della Storia". Dopo un elogio a Grimoldi ("Ha la stoffa"), Borghezio non ha risparmiato critiche e insulti tanto alla politica e burocrazia romane, quanto agli ultimi anni di attività leghista: "Calderoli ha fatto di tutto per portare avanti un briciolo di autonomia, ma con tutto quello che abbiamo visto e passato, noi che abbiamo vissuto in quei ministeri di m... come la realtà della burocrazia romana e del centralismo abbia ridotto il Nord in queste condizioni, come si può ancora pensare di cambiare le cose da Roma? Il Patto riscopre il senso di appartenenza e la volontà di fare della Lega. O siamo rivoluzionari o non concludiamo un c...: dobbiamo tirare fuori i c...i e spaventarli di nuovo, come li spaventava Bossi e noi con lui. Le rivoluzioni le fanno i giovani o gli anziani che non hanno paura di rischiare, che non sono rimasti attaccati alle poltrone: quando qualcuno ha cominciato a die che non andava più di moda il verde o che non si doveva parlare di Padania se ne sono fott...".
Non sono mancati, verso la fine del momento pubblico della giornata, gli interventi di varie militanti, elette o ex elette: dalla citata Francesca Losi ("Dobbiamo riprenderci la scuola, che dalla prima elementare all'ultimo anno delle superiori deve diventare regionale, anche per i programmi e per concorsi per il personale docente, così come dobbiamo combattere una battaglia in sala parto: un quinto dei nati in Lombardia è di origine straniera, ci vogliono politiche pesanti per permettere alle donne del nord per i prossimi 10-20 anni di partorire serenamente più volte per sconfiggere l'inverno demografico") a Lisa Molteni (consigliera a Gerenzano), da Monica Mazzoleni (ex consigliera regionale della Lombardia) a Monica Rizzi (già assessora regionale lombarda, ora responsabile organizzativa di Grande Nord); ha parlato pure l'ex deputato Roberto Caon (che la Lega Nord l'aveva lasciata nel 2015, seguendo prima Flavio Tosi in Fare!, per poi entrare in Forza Italia nel 2017 e in Azione nel 2022) e l'ex consigliere regionale Roberto Cenci.

La voce di Gremmo

Non poteva passare inosservato, in coda alla mattinata, l'intervento volutamente critico di Roberto Gremmo, fresco aderente al Partito popolare per il Nord - come ricordato da Castelli - ma soprattutto autonomista della prim'ora ("Qui dentro siamo solo in due, Roberto Bernardelli e il sottoscritto, a poter vantare una militanza dal 1980: in quell'anno l'ex ministro Pietro Bucalossi e Bernardelli fondarono la prima lista civica per Milano", mentre nello stesso anno Gremmo era impegnato con liste analoghe in Piemonte). 
Gremmo ha tracciato una sorta di bilancio, da cui trarre indicazioni per il futuro: "In questi anni ho visto tante speranze e tante persone belle, lavoratrici e oneste partecipare a queste assemblee, incluse quelle organizzate dall'associazione La Fara di Biassono, ma dopo esserci riuniti non si è concluso nulla. Io sono vecchio e malato, non voglio perdere ancora tempo con chiacchiere: per questo mi sono iscritto al Ppn e sono disposto a collaborare con questo comitato, ad alcune condizioni. Prima di tutto non bisogna essere "in vendita", non si possono fare battaglie per poi vendere ciò che si è ottenuto in cambio di altro; bisogna prendere contromisure perché questo non accada. Secondariamente, occorre smetterla con le operazioni nostalgia e smettere di guardare indietro: da persona che non ha mai aderito alla Lega Nord e non corre il rischio di rimpiangere qualcosa, dico che se sono stati fatti sbagli, pazienza, bisogna guardare avanti, possibilmente avendo come orizzonte la Padania Separatista che ha dato il titolo a un libro cui ho collaborato. In terzo luogo, faccio mio un motto formulato da Domenico Comino: 'Basta meridionalismi, basta pianto greco, basta mangiare a casa d'altri'. Da ultimo, dev'essere chiaro che il Patto per il Nord non sono lombardi, ma di tutto il Nord: occorrono forze che operano anche nelle altre Regioni e serve rispetto per le altre regioni, per ottenere un'autonomia padana cantonale, come la Svizzera". 
Il giorno dopo l'evento a Vimercate, Gremmo ha scritto alla direttrice della Nuova Padania, Stefania Piazzo, esprimendo alcune riserve - tra l'altro - sulla scelta di Pinamonte come simbolo del Patto per il Nord; Piazzo gli ha risposto in calce. Lo scambio di opinioni, riguardando il simbolo appena scelto, merita di essere riportato per intero, lasciando a chiunque legga la possibilità di farsi un'idea.  

Cara Direttrice, ho partecipato ieri al convegno di Vimercate come sostenitore di "Autonomia Piemontese" federata al Partito Popolare del Nord e  sono stato ben lieto di constatare una presenza incoraggiante di molta gente che crede ancora nel federalismo e nelle autonomie delle regioni alpino-padane. 
Non posso però rinunciare a qualche critica che rivolgo non per spirito disgregatore, ma per evitare di partire con il piede sbagliato. E mi riferisco prima di tutto a quello che era l’oggetto dell’incontro, la presentazione del simbolo del Patto per il Nord. A differenza del guerriero della Lega Nord, l'Alberto da Giussano che brandiva potente e minaccioso la spada della riscossa, il guerriero esibito ieri teneva abbassato il suo fioretto. Se doveva rappresentare un alternativa militante alla deriva centralista del Capitano, era l’immagine meno adatta. E per di più evocava un personaggio particolare della già troppo fantasiosa epopea della Lega Lombarda dei Comuni in lotta contro l'Impero. 
Proprio così, perché Pinamonte da Vimercate, oggi rievocato, non partecipò alla battaglia di Legnano, perché non era un soldato ma un politicante, che tale si doveva rivelare perché, dopo il patto di Costanza, fu uno dei primi ad accordarsi col Barbarossa quando venne a Reggio Emilia l'11 febbraio 1185, ottenendo come omaggio per il suo vassallaggio l’ambita carica di podestà di Asti. Come simbolo può essere l’emblema d’una prova di forza per poi trattare? Non voglio crederlo. Pinamonte, fra l’altro, non era nemmeno di Vimercate, anche se ostentava il titolo nobiliare cittadino, ma apparteneva ad una delle più ricche famiglie milanesi, sempre pronte ad andare di buon grado a patti di buona creanza con tutti. 
Certamente, il Convegno di ieri aveva invece buone intenzioni battagliere, anche se, a parer mio, non ha chiarito bene su quali punti programmatici operare, se eventualmente alleato con altri e soprattutto chiarendo bene subito i modi e le forme della collaborazione delle sue diverse componenti interne. E’ stata ancora troppo una operazione nostalgia, il rimpianto di una Lega che non c’è più, da non rimpiangere.

 

* * *

Caro Roberto, i tempi cambiano, e cambiano anche i modelli di riferimento. Patto per il Nord, se evolverà in partito, dovrà pur affrontare un congresso e in un congresso si decide la linea politica: con chi stare, con chi allearsi se serve, quali obiettivi raggiungere. 
Concordo con te che il simbolo può esteticamente piacere o non piacere. Di certo è evidente la sua matrice, e da quali identità culturali e politiche scaturisca, da quale cordone ombelicale mai reciso con le origini arrivi. Il rischio è che richiami solo chi ha vissuto quel periodo politico, e non attragga chi non sa nemmeno cosa sia Pontida. Però c'è la parola "Nord". E questo è un altro discorso. La partita se la giocano tutta lì gli amici del Patto per il Nord. Serve una dimensione prepolitica, di comunicazione (non di comunicati stampa), di eventi popolari e culturali, di programmazione e formazione della classe dirigente.
Pinamonte non è un figo, è pure bruttino, però chi lo usa come immagine grimaldello per attirare i delusi, i rassegnati, può spettinare quelli con i capelli leccatini che il Nord lo hanno spernacchiato, forse anche più di lui, consegnando questi territori ad uno scambio di posti e non ad uno ma a mille podestà e ras locali. Almeno ci provano, e lo scopriremo alle prossime elezioni. Altrimenti, Pinamonte torna al museo. 

lunedì 30 gennaio 2023

L'elezione del Parlamento della Padania (1997): una storia da sfogliare

Sono tr
ascorsi oltre 25 anni dal 26 ottobre 1997, giorno in cui in tanti luoghi piccoli e grani del Nord Italia (nonché nei principali comuni di Toscana, Marche e Umbria) spuntarono (e in vari luoghi del Centro) spuntarono tanti gazebo bianchi, trasformati in seggi elettorali autogestiti. La scena era simile a quella già vista cinque mesi primin occasione del "Referendum per l'indipendenza della Padania", organizzato dalla Lega Nord il 25 maggio, ma il nuovo obiettivo dichiarato erancora più ambizioso: votare per eleggere il Parlamento della Padania, che avrebbe dovuto scrivere la Costituzione del nuovo Stato di cui proprio il partito guidato da Umberto Bossi auspicava la nascita.
Un quarto di secolo dopo si può dire, con assoluta certezza, che non c'è statalcuna secessione del Nord (e nemmeno si è concretizzato il federalismo richiesto in precedenza) diceva di voler creare, anche se in concreto non nacque. Tante persone, però, credettero davvero quel possibile orizzonte o, per lo meno, lo presero sul serio, sfidando il freddo per andare a votare in quella domenica di fine ottobre: per il Carroccio lo fecero in 6 milioni, mentre - nella più classica "guerra dei numeri" spesso praticata in Italia - per l'allora sottosegretario Arturo Parisi i votanti erano stati al massimo dieci volte di meno (ma oggi persino un'affluenza simile, per un voto organizzato da un partito su una porzione del territorio nazionale, sarebbe guardato con rispetto). 
Non furono solo i numeri a finire al centro dell'attenzione. In un paese che solo dalla metà degli anni 2000 avrebbe conosciuto più da vicino lo strumento delle primarie (chiamando in quel modo anche, e impropriamente, le procedure di selezione delle figure di guida di un singolo partito), peraltro, quel voto del 26 ottobre 1997 è stato quanto di più simile un partito in Italia abbia prodotto nella storia della Repubblica al rito delle elezioni politiche, quanto a macchina organizzativa, diffusione dei seggi, numero di persone coinvolte e, soprattutto, diversificazione dell'offerta elettorale: 43 liste (e una settantina di simboli presentati), 1146 candidatiquasi 22mila postazioni tra gazebo fissi e camper mobili. e una marea di polemiche connotarono un evento unico nella storia della politica italiana. Fin dal giorno dell'annuncio - il 14 giugno 1997 - erano poi fiorite le polemiche: da una parte chi sosteneva con convinzione (o almeno così sembrava) la causa secessionista e considerava il voto nei gazebo un passaggio rilevante di un percorso più grande; dall'altra, le fazioni di chi avrebbe voluto una reazione dura dello Stato nei confronti di chi accostavcon disinvoltura all'aggettivo "padano" (variamente declinato) espressioni come "Repubblica federale", "elezioni" e "Parlamento" e di chi invece, pur non trascurando eventuali rischi per l'unità dello Stato italiano, suggerì una linea meno interventista, derubricando il voto padano a una conta internalla Lega Nord e cercando di capire le ragioni di fondo della "minaccia secessionistica" (magari per intervenire su queste).
Era mancata, finora, una narrazione completdel percorso che ebbe Roberto Maroni come "gran cerimoniere" e condusse all'elezione del Parlamento dellPadania, evocata negli ultimi anni essenzialmente per l'episodio che aveva visto Matteo Salvini - futuro segretario della Lega Nord e della Lega per Salvini premier e allora giornalista della Padania e consigliere comunale Milano - quale candidato ed eletto al Parlamento di Chignolo Po (Pv) sotto il simbolo dei Comunisti Padani. Ora la storia di quel voto così singolare e del clima in cui si celebrò si trova nel libro Padani alle urne, pubblicato da Gabriele Maestri - curatore di questo sito - per i tipi di Youcanprint. Chi conosce l'autore sa che non ha mai militato o simpatizzato per il Carroccio e le sue evoluzioni; nelle 458 pagine del volume, però, si è comunque cercato di offrire uno sguardo ampio ed esaustivo sulle elezioni del Parlamento della Padania, soprattutto per come sono state comunicate a militanti e simpatizzanti dal partito stesso, essenzialmente mediante il quotidiano la Padania (fondato pochi mesi prima della consultazione). Proprio attraverso le notizie pubblicate sul giornale leghista (e usando persino lo stesso carattere Optima della testata e dei titoli) si è ripercorso il cammino dall'annuncio delle elezioni alla prima seduta del Parlamento padano (9 novembre 1997).