Visualizzazione post con etichetta gianpiero samori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gianpiero samori. Mostra tutti i post

domenica 9 novembre 2025

Da Cuffaro a Samorì: nuovi aggiornamenti sulla Democrazia cristiana

Per i #drogatidipolitica che frequentano questo sito sembra essere in vigore una norma non scritta: non si può stare troppo a lungo senza notizie sulla Democrazia cristiana, sul suo simbolo e sulle dispute legate a questo e alla titolarità del partito. Si sarebbe tentati di spiegare così - come se davvero i desiderata dei #drogatidipolitica fosseo in grado di determinare gli accadimenti - il fatto che ieri Salvatore "Totò" Cuffaro abbia comunicato le proprie dimissioni dalla guida della "sua" Dc ("sua" non in senso proprietario, ovviamente, ma solo per identificarla e distinguerla dalle altre esperienze politiche che portano lo stesso nome e rivendicano l'esclusiva e legittima titolarità di nome e simbolo).
Erano passati solo pochi giorni da quando - il 24 ottobre - Cuffaro si era scagliato contro la presentazione di liste e simboli con il nome "Democrazia cristiana" alle regionali in Campania ("Sono esterrefatto e profondamente indignato per il proliferare di liste che intendono usare la dicitura Democrazia Cristiana senza autorizzazione" aveva dichiarato, preannunciando la presentazione di un ricorso per tutelare in sede legale "un patrimonio politico e storico che intendiamo difendere con determinazione"); la notizia della richiesta della Procura della Repubblica di Palermo di porre agli arresti domiciliari proprio l'ex presidente della Regione Siciliana (condannato in via definitiva nel 2011 a sette anni di reclusione per favoreggiamento nei confronti di persone ritenute appartenenti a "Cosa Nostra" e per rivelazione di segreto d’ufficio, condanna per la quale ha scontato la pena ed è stato riabilitato nel 2023), indagato nell'ambito di un'inchiesta per associazione a delinquere, corruzione e turbativa d'asta ha decisamente cambiato il quadro.
"Questa mattina - così recita la breve nota pubblicata ieri a nome dello stesso Cuffaro sul sito ufficiale del partito - ho rassegnato, nelle mani del Presidente del Partito Renato Grassi e del Segretario Organizzativo Nazionale Pippo Enea, le mie dimissioni da Segretario Nazionale della Democrazia Cristiana. Ringrazio tutti coloro che in questi anni hanno condiviso con me un percorso di impegno e di servizio al Partito. Il Presidente ha convocato per il 20 novembre il Consiglio Nazionale della DC, che sarà chiamato a esaminare e ad accettare le mie dimissioni irrevocabili e a definire le successive decisioni organizzative". Contestualmente, sul medesimo sito è apparsa un'ulteriore nota, che merita di essere riportata per intero:
La Dirigenza Nazionale della Democrazia Cristiana ha preso atto delle dimissioni irrevocabili rassegnate dal Segretario Nazionale Sen. Salvatore Cuffaro. La DC prosegue comunque, senza soluzione di continuità e mantenendo inalterata l’attuale struttura organizzativa e dirigenziale, nello sforzo di radicamento del partito in tutto il territorio nazionale. Nel ruolo e nei compiti del Segretario Nazionale dimissionario è subentrato il Vice Segretario Nazionale Vicario Prof. Avv. Gianpiero Samorì. Permangono inalterati i ruoli apicali del Presidente del Consiglio Nazionale, On. Renato Grassi e del Segretario Nazionale Organizzativo dott. Pippo Enea. Nella riunione del prossimo Consiglio Nazionale, di prossima celebrazione, nel prendere atto delle dimissioni del Segretario Sen. Salvatore Cuffaro verrà insediato l’Ufficio Politico DC e deliberata l’apertura della sede nazionale del Partito in Roma. Entro il corrente mese di novembre 2025 si terranno le riunioni delle Direzioni Regionali in tutta Italia con la partecipazione dell’Ufficio Politico.
La nota sopra riportata contiene varie notizie di rilievo. Innanzitutto il fatto che a breve sarà deliberata "l'apertura della sede nazionale del Partito in Roma" e viene da chiedersi se coinciderà con l'indirizzo indicato nel sito, vale a dire Piazzale Luigi Sturzo, 15: non un indirizzo qualunque, ma quello di "palazzo Sturzo" all'Eur, un tempo sede degli uffici della direzione nazionale e nel 2005 finito al centro di un rocambolesco passaggio di mano (per il quale si rimanda, senza commento, ai servizi dedicati a più riprese dalla stampa e da Report, nel 2014 e nel 2024). La seconda notizia, però, è ovviamente il fatto che la guida di questa Dc - e, si presuppone, anche la scelta sull'eventuale avvio e coltivazione dei ricorsi e di ogni attività di uso del simbolo, voluto all'epoca proprio da Cuffaro - è passata al vicesegretario nazionale vicario, carica attualmente ricoperta da Gianpiero Samorì. Un nome che non può lasciare indifferenti i #drogatidipolitica. La mente corre subito infatti agli ultimi mesi del 2012, quando gli italiani appresero dell'esistenza dei Moderati italiani in rivoluzione (anche grazie alla convention di Chianciano e ai pullman convenuti per l'occasione), guidati dallo stesso Samorì che si candidava come potenziale leader del centrodestra; corre alle elezioni del 2013, alle quali il Mir partecipò (pur non andando oltre lo 0,24% alla Camera); corre alle europee del 2014, con la candidatura di Samorì in Forza Italia; corre alle comunali napoletane del 2016, con la lista Napoli concreta - Italia 20.50, legata allo stesso Samorì; corre ancora alle elezioni del 2018, quando il Mir rispuntò insieme al partito Rinascimento (ma senza il riferimento a Vittorio Sgarbi, che aveva ottenuto dall'Ufficio elettorale centrale nazionale la rimozione del cognome), si presentò solo in Friuli - Venezia Giulia e ottenne lo 0,11%; corre anche al 2019, quando al primo congresso di +Europa fu esclusa in extremis una lista (In Europa sì, ma non così) in cui era presente anche uno dei dirigenti del Mir. Corre infine al 2023, quando Samorì, mentre era membro dell'ufficio di presidenza di Noi con l'Italia, in procinto di trasformarsi nel congresso programmato per lo stesso mese in Noi moderati, a maggio aveva ricevuto la nomina a vicesegretario nazionale della Democrazia cristiana: non si è capito se era stato escluso dai probiviri o se se n'era andato lui. Poco cambia in ogni caso: da allora Samorì è rimasto vicesegretario nazionale vicario della Dc guidata nel tempo da Fontana, da Grassi e da Cuffaro. Ora le dimissioni di Cuffaro hanno riportato Samorì sotto i riflettori: sarà lui, nel breve periodo, a decidere il destino del nome e del nuovo simbolo della "sua" Dc, magari valutando se riprendere i percorsi di riunificazione o se presentare nuovi ricorsi?

venerdì 5 gennaio 2018

Sgarbi corre da solo, via il simbolo (orribile) a tre di "Noi con l'Italia"

Tratto da Il Giornale
Ci risiamo. Non si fa in tempo a immaginare un simbolo per le elezioni che già lo si deve buttare, perché non ci sono più le condizioni per usarlo. Giusto la vigilia di Natale Vittorio Sgarbi aveva tenuto a precisare alle agenzie, una volta che si è saputo che l'Udc aveva reso visibile la propria presenza in Parlamento aderendo al gruppo senatoriale di Grandi autonomie e libertà (Gal) - probabilmente nel tentativo di evitare la raccolta delle firme sfruttando l'esistenza al 15 luglio 2017 del gruppo Gal, privo di simbolo perché frutto dell'unione di varie forze - che lui era arrivato prima del partito di Lorenzo Cesa: "Prendiamo atto, con soddisfazione, che alcuni esponenti dell'Udc sono entrati nel gruppo parlamentare Gal. Ma è doveroso osservare che il gruppo Gal ha da tempo assunto, con atto notarile firmato dal presidente, il senatore Mario Ferrara, da Paolo Naccarato, Giulio Tremonti e dal sottoscritto, un accordo preciso con l'indicazione del simbolo per le prossime elezioni politiche. L’accordo prevede che il gruppo parlamentare Gal assuma la denominazione 'Rinascimento Gal', indicando con tale nome non un gruppo ma una lista o partito politico. Naturalmente nella descrizione di simboli e parole l’atto non preclude l’annessione di altri simboli o parole che facciano riferimento alla tradizione dell'Udc, con l’accordo e il consenso delle parti che hanno contratto l’accordo notarile e con la garanzia del presidente, il senatore Ferrara". Sgarbi, in sostanza, sperava che non venisse toccata la possibilità per lui di presentare liste senza firme e non voleva che quella possibilità gliela sfilasse l'Udc (essendo al più concepibile un contrassegno composito con lo scudo crociato all'interno).
Dopo che il 29 dicembre l'Udc, forse temendo che la propria lista solitaria non arrivasse a percentuali degne di nota, aveva annunciato l'adesione al progetto politico di Noi con l'Italia - lasciando molto perplessi coloro che stanno tentando di rimettere in pista la Democrazia cristiana e avevano accarezzato l'idea di partecipare alle elezioni con una lista Dc - per un po' non si era parlato di nuovo di Sgarbi. Fino a quando, ieri mattina, il Giornale in un box ha inserito il possibile simbolo che avrebbe dovuto tenere insieme il suo Rinascimento, l'Udc (cui evidentemente era rimasto legato dopo l'accordo Udc-Gal) e l'intero gruppo di Noi con l'Italia. L'immagine sulla carta era un po' sgranata, ma era sufficientemente visibile per manifestarsi in tutta la sua disarmonia, per un contrassegno addirittura a tre piani: la parte superiore appaltata a Rinascimento, con il nome di Sgarbi piuttosto visibile se comparato all'etichetta del partito; al centro lo scudo crociato presente nel simbolo dell'Udc, senza nomi o sigle; nella parte inferiore, Noi con l'Italia, adattato su un'unica riga ricurva, in una forma biconcava con l'arcobalenino tricolore, ancora più "schiacciato" in basso rispetto all'inizio.
Si trattava probabilmente, in mezzo a tanti emblemi dall'aspetto non esaltante, del primo simbolo veramente brutto di questa marcia di avvicinamento alle elezioni. Un campione di bruttezza che però, per fortuna, è durato solo lo spazio di poche ore, affondato - guarda caso - da colui che nel 2004 aveva promosso il "partito della bellezza", vale a dire Vittorio Sgarbi. Una sua nota, diffusa anche su Facebook, ha segnato il suo distacco definitivo da quel progetto: 
Dopo avere tessuto un accordo con Lorenzo Cesa a partire dal 24 dicembre, fino alla definizione del simbolo variamente rielaborato e infine concordato con Ghedini per l'ammissione di una quarta componente dell'alleanza di centrodestra, ho malinconicamente dovuto verificare, nella tarda serata di ieri, dopo l'incontro del coordinatore Naccarato con gli altri costituenti, l'impossibilità logica e politica di perseguire questo pur attraente obiettivo. La «bad company» guidata da Fitto, infatti, ha il solo obiettivo di rendere incoerente l'azione politica del centrodestra e accentuare il contrasto tra Berlusconi e Salvini.Il gruppo "Noi con L'Italia" è prevalentemente costituito da riciclati, membri del Governo Renzi, cacciati o dimissionari come Costa e Lupi, sostenitori di Renzi, come Tosi, Saverio Romano e Zanetti, anch'egli Sottosegretario del Governo Renzi. Questi soggetti poi, senza un'idea e con il solo voto clientelare, pensano di guidare con Cesa un gruppo il cui unico obiettivo è di ritornare in Parlamento per riprendere la loro azione servile e opportunistica. Prendo atto che noi, Rinascimento, Vittorio Sgarbi, Giulio Tremonti, dotati di pensiero e coerenti nelle alleanze - aggiunge Sgarbi - siamo un corpo estraneo. E, nell'impossibilità di far ragionare zucche vuote, parassiti di Berlusconi che lo hanno tradito quando lo pensavano debole e lo cercano quando lo credono forte, ho deciso che il pur apprezzabile "lodo Ghedini" che voleva tutti uniti, è impraticabile. Non solo, è giustamente inviso a Salvini e dannoso per Berlusconi. Il quale si caricherebbe di personaggi inutili e pericolosi che danneggiano la coalizione e diminuiscono la coerenza e l'azione.Ho dunque deciso di sciogliere immediatamente ciò che appariva unito nel simbolo concordato con Ghedini, rispettando la tradizione democristiana ma non gli opportunisti che fingono d'interpretarla. Concluderò le consultazioni per eventuali alleanze prima di decidere di andare da solo (abbiamo già attivato 200 punti di raccolta delle firme in tutta Italia per la presentazione delle liste con il Mir di Giampiero Samorì) con gli unici corpi sani di un mercato politico malato e contaminato: Stefano Parisi, Benedetto della Vedova, Emma Bonino. E saranno Berlusconi e Salvini a valutare se avanzare con compagni di strada onesti, leali e capaci o con una zavorra di riciclati senza arte né parte. Rinascimento riprende la propria azione culturale e politica e lascia al loro destino Cesa e l'Italia per loro.
Il simbolo, dunque, cambia ancora. E non solo perché l'emblema ospiterà, a questo punto, il riferimento - solo testuale, con la sigla - ai Moderati in rivoluzione di Gianpiero Samorì; e non solo perché il nome "Rinascimento" viene decisamente stiracchiato in senso verticale. La novità maggiore è l'abbandono del particolare dell'affresco della Sistina di Michelangelo (il dito di Dio che sfiora quello di Adamo) in favore del centro visivo di un'opera rinascimentale altrettanto nota - ma di autore ignoto - ossia l'edificio religioso circolare della Città ideale. Simbolo che peraltro era già stato utilizzato - ma solo stilizzato e in versione "arcobaleno" - dalla lista Uniti con Dario Fo, che nel 2006 appoggiava Bruno Ferrante come candidato sindaco di Milano (e, nel 2010, da Emma Bonino alle regionali del Lazio). Pur essendo oggettivamente molto pieno, l'emblema - che si prepara a raccogliere le firme necessarie - risulta tutto sommato gradevole: gli occhi ringraziano, soprattutto per aver tolto di mezzo l'obbrobrio di prima...  

venerdì 22 aprile 2016

Napoli, con Lettieri rispunta Samorì (e non solo)

Qualche momento di gloria l'aveva vissuto tra il 2012 e le elezioni del 2013, come potenziale leader del centrodestra, alla guida dei suoi Moderati (italiani) in rivoluzione; lo si era visto in lista con Forza Italia alle europee del 2014, ma dopo di Gianpiero Samorì si erano perse le tracce (non per tutti a dire il vero, ad esempio per certi cronisti, anche di giudiziaria). Il politico modenese rispunta ora, a svariati chilometri di distanza: fa riferimento a lui, infatti, la lista Napoli positiva, abbinata all'emblema "nazionale" dell'associazione Italia 20.50 di cui appunto Samorì è presidente. Il suo vice è Arturo Diaconale, attuale consigliere d'amministrazione della Rai e da anni direttore del quotidiano L'Opinione: non a caso, "sottotitolo" dell'associazione è "la nostra Opinione", che riprende nella grafica della "O" la testata del giornale (la sede, del resto, coincide con quella dell'Opinione).
Il gruppo, ovviamente si colloca nel centrodestra: anzi, è nato a novembre proprio con lo scopo di "riunire le varie sensibilità politiche all'interno del centrodestra e di tutti coloro che si oppongono attraverso la propria azione politica al renzismo dilagante" (tra i gruppi fondatori, Rete liberale, Fare Ambiente. Tribunale Dreyfus delle garanzie e dei diritti umani e Vittime della Giustizia e del Fisco, gruppo che fu già di Diaconale; tra i primi sodali, anche Francesco Schittulli). A Roma alcuni candidati saranno inseriti nella lista di Forza Italia; a Napoli, invece, correrà una lista autonoma nella coalizione di Gianni Lettieri, diventando dunque l'ennesima formazione a suo sostegno (ma anche De Magistris, come si vedrà non scherza affatto).  
Al di là delle dichiarazioni a suggello dell'appoggio ("Lettieri viene dal mondo del lavoro, sa cosa vuol dire lavorare, affrontare quotidianamente problemi e successi. Il 97% dei parlamentari e dei sindaci non ha mai lavorato e non conosce nemmeno lontanamente la vita reale"), colpisce proprio il ritorno sulla scena pubblica di Samorì. Il simbolo scelto colloca il logo dell'associazione - un logo che guarda al futuro, intendendo i numeri come 2050, ma si rivolge anche soprattutto ai giovani e a chi lo è stato fino all'altro ieri - in una cornice che trasuda centrodestra di matrice berlusconiana da tutti i millimetri: lo dice l'arcobaleno-sentiero tricolore che sta circa a metà del cerchio, lo dice il fondo azzurrino/blu sfumato che sta nella parte bassa del fondo; le sedici stelle sul contorno interno, più che comunicare qualcosa di particolare, rimandano a esperienze del passato come a quella di Rinnovamento italiano (ma non solo). 
Con Lettieri ci sarà anche la lista Pensionati d'Europa, il gruppo nato giusto in Campania nel 2013 e guidato da Fortunato Sommella e già visto nelle bacheche dei simboli alle elezioni europee del 2014. Non si tratta ovviamente del Partito pensionati, da anni saldamente nelle mani di Carlo Fatuzzo; anzi, coloro che hanno fondato il soggetto politico e giuridico in gran parte hanno lasciato il Partito pensionati, non condividendone i metodi, ma certamente le battaglie e le persone da tutelare. Nessuna modifica, a quanto si sa, rispetto al simbolo originale, che porta la parola "Pensionati" in rosso e grosso su fondo azzurro, quando la parte inferiore è blu (con il passaggio cromatico "sfumato"), porta dodici stelle e contiene la dicitura "d'Europa". Il voto degli ultrasessantacinquenni a Lettieri sarà assicurato oppure no?

lunedì 4 febbraio 2013

Cambiare simboli come gli spazzolini

Una cosa è certa: una volta, ad avere anche solo l'idea di cambiare il simbolo di un partito, si poteva rischiare anche l'incolumità fisica; bene che andasse, ci si limitava a uno psicodramma collettivo. C'era da capirli, visto che allora ci credevano sul serio, a quelle immaginette rigorosamente in bianco e nero che crocettavano sulle schede, in quelle circonferenze larghe giusto 2 centimetri di diametro. Prendete i vecchi militanti del Pci, per dire, e pensate come l'hanno presa quando hanno sentito dire per la prima volta che avrebbero abbandonato l'emblema con cui erano cresciuti, facendosi uomini e donne del loro tempo: «Un martello e una falce - scrisse all'Unità un vecchio militante all'inizio degli anni '90 - portano alla mente sensazioni, esperienze, emozioni, martiri dal mondo del lavoro e per la libertà, posizioni di coscienza, valori e culture alternativi, ma soprattutto portano alla mente giustizia e libertà in tutti i momenti della nostra storia». Nientemeno.
Quando, il 3 febbraio 1991, il XX congresso del Partito comunista italiano a Rimini decise di cambiare definitivamente nome e simbolo del partito più importante della sinistra italiana, riducendo la falce e il martello a minuscola base per il tronco della quercia (che poi era genericamente "l'albero della sinistra", a sentire il grafico Bruno Magno che l'aveva concepito e disegnato), qualcuno aveva pianto. A lungo e magari non solo quel giorno, mentre altri non si erano arresi a quella "fine" e avevano scelto un'altra strada. Ma quattro anni dopo, a Fiuggi, il 27 gennaio 1995, tra i camerati del Msi non è andata in modo diverso: nel giorno in cui la creatura politica di Giorgio Almirante archiviò il suo passato sostituendolo con l'orizzonte di Alleanza nazionale, lasciando a testimonianza di una storia di quasi mezzo secolo una piccola fiamma tricolore, le lacrime non risparmiarono nessuno, mentre si metteva in scena l'ultimo canto corale dell'Inno a Roma e qualcuno già pensava di continuare altrove la storia del Movimento sociale italiano. 
Da allora sono trascorsi vent'anni, su per giù, eppure il mondo sembra essersi ribaltato. Ci sono partiti - vedere alle voci Mir, Samorì - che possono nascere a novembre, avere già cambiato un simbolo e mutarlo di nuovo sotto elezioni; altri - leggi Popolari di Italia domani - possono piazzare sulle schede un contrassegno che nessuno, a parte chi stava in Sicilia, ha mai visto prima, senza peraltro che nel sito web ce ne fosse traccia al momento del deposito al Viminale. Certi emblemi nascono e muoiono nel giro di un giorno - basta che un segretario o un funzionario facciano un'espressione schifata al grafico di turno - o passano di moda semplicemente quando c'è un'altra agenzia di comunicazione da interpellare o da accontentare. Un partito, insomma, può cambiare logo due volte in tre mesi come fosse uno spazzolino, ma non piange più nessuno; anzi, è più probabile che qualcuno non se ne sia nemmeno accorto, che è nato un fregio, che è stato tolto un nastro e così via. Forse, semplicemente, emozioni, sensazioni, esperienze e valori non abitano più in quei simboli ormai divenuti marchi: sono diventati più spaziosi e in molti hanno il terrore di lasciarli vuoti, ma al posto di un'emozione è più semplice metterci una sfumatura di azzurro o una spruzzata tricolore.

venerdì 23 novembre 2012

I moderati di Samorì alla rivoluzione. Anche loro

Ma poi chi l'ha detto che i moderati non possano fare la rivoluzione? E chi ha detto che i rivoluzionari possano stare solo a sinistra? Deve averci pensato seriamente Gianpiero Samorì, modenese, avvocato, docente di diritto fallimentare poi divenuto banchiere, prima di decidere di candidarsi alle primarie del Pdl, volendo proiettarsi alla Presidenza del Consiglio in caso di vittoria del centrodestra. Magari ha pensato anche al suo (ormai ex) potenziale compagno di viaggio Vittorio Sgarbi, che qualche mese prima aveva creato, senza crearsi alcun problema, il Partito della rivoluzione. Sta di fatto che il nome di Samorì figura tra la ventina di candidati alla guida dello schieramento di centrodestra e la presentazione è avvenuta in pompa magna, sotto l'insegna dei "Moderati italiani in rivoluzione".
L'ossimoro lo hanno visto quasi tutti, in quella convention a Chianciano del 18 novembre che ha svelato alla più parte degli Italiani l'esistenza di una nuova formazione politica. Lasciate perdere la storia dei pullman di vecchietti dirottati all'incontro e convinti di fare una gita (c'è chi si porta il pubblico da casa anche in partiti più grandi, chi è senza peccato prenda il secondo pullman) e non pensate all'ennesimo candidato indagato, di cui si stanno occupando i giornali in questi giorni: pensate solo che i media domenica hanno certificato l'esistenza in vita di un nuovo potenziale leader e di una nuova sigla politica, quasi spaziale a leggerla Mir (un po' troppo sovietica, per i più diffidenti).
Non sarà un partito magari, solo un movimento, nato anche da poco, ma già con due simboli al proprio attivo. Già, perché ancora domenica scorsa il sito riportava ancora il primo emblema, con una grafica piuttosto cheap e autoprodotta, in stile "fine prima Repubblica", con tre freccette a comporre il tricolore e indicare le tre parole fondamentali del nome del movimento, la sigla puntata bianca (feralmente bordata di nero) a sovrastare tutto, lo sfondo azzurro-Pdl (del resto da lì Samorì viene) e l'Italia regionalizzata azzurrina. A Chianciano, invece, un grafico doveva averci messo lo zampino: il poco elegante carattere Stencil ha lasciato il posto a un "bastoni" più pulito, giusto con un filo di ombreggiatura, la sagoma dello Stivale si è rimpicciolita e il tricolore, più fine e sfumato sullo sfondo quasi blu oltremare, è in basso, quasi in posizione Pdl. Il simbolo nuovo, in effetti, è proprio quello e nel giro di qualche giorno finisce anche sul sito.
Tutto bene? Non tanto. All'indomani di questa new entry politica, abbiamo provato a telefonare alla segreteria del Mir, per chiedere le riproduzioni dei due simboli da usare in questo articolo. Ha risposto una voce femminile, giovane e cortese, che però ha richiesto di mandare la solita e-mail al solito indirizzo, dicendo di dover aspettare «di essere autorizzata a inviare il materiale». Ovviamente, nel momento in cui questo post viene pubblicato, non si è ricevuto un bel niente e le immagini mostrate sono in qualche modo recuperate dalla Rete e adattate alla bisogna: se questa è la partenza, quanto a trasparenza e fluidità, c'è poco da sperare.