Visualizzazione post con etichetta amministrative 2021. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amministrative 2021. Mostra tutti i post

sabato 21 maggio 2022

Catanzaro, simboli e curiosità sulla scheda

Il solo capoluogo di provincia della Calabria coinvolto nelle elezioni amministrative del 12 giugno sarà proprio il capoluogo di regione, Catanzaro. Anche in questo caso, l'unica certezza sul risultato è che il comune cambierà guida, visto che dopo due mandati consecutivi (il primo ottenuto al primo turno, il secondo al ballottaggio), il sindaco uscente Sergio Abramo - espressione del centrodestra, o almeno di una sua parte - non può ricandidarsi in quel ruolo.
In quest'occasione si affrontano sei aspiranti alla carica di sindaco (cinque uomini e una sola donna), sostenuti da 23 liste, con altrettanti simboli: una scheda più affollata rispetto al 2017 (quattro candidati, 21 liste) e simile al 2012 (cinque candidati, ma 23 liste anche in quell'anno). Il sorteggio è stato effettuato e divulgato, dunque aspiranti sindaci e i rispettivi simboli saranno indicati in ordine di estrazione e di comparsa su manifesti e schede. 

Antonio (Nino) Campo

1) Catanzaro oltre

Il sorteggio ha collocato "in alto a sinistra" sulle schede la candidatura di Antonio Campo, noto anche come "Nino": un candidato civico, consulente di marketing e comunicazione, interessato soprattutto a cambiare del tutto il corso della città, rispetto a chiunque l'abbia amministrata o voglia amministrarla. L'unica lista legata a Campo, Catanzaro Oltre, all'interno del cerchio interno blu fa emergere una stilizzazione del Ponte Bisantis (progettato da Riccardo Morandi come il ponte genovese) che passa sopra il torrente Fiumarella e caratterizza la città di Catanzaro (tant'è che sarà reinterpretato più volte, come avvenne anche cinque e dieci anni fa).
   

Francesco Di Lieto  

2) Insieme osiamo

Al secondo posto su manifesti e schede il sorteggio ha collocato un'altra candidatura sostenuta da una sola lista, quella di Francesco Di Lieto, avvocato e vicepresidente nazionale del Codacons: lui è stato scelto come candidato dalle forze di sinistra che hanno scelto di unirsi in un'unica formazione elettorale, denominata Insieme osiamo. Il contrassegno contiene le "pulci" di Rifondazione comunista, Potere al popolo!, Calabria resistente e solidale e del Partito del Sud, disposte ad arco nel segmento inferiore, mentre nella parte superiore spicca un arcobaleno acquerellato, con in primo piano il nome della lista e una stella rossa, mentre in altro in bianco c'è il riferimento al candidato. Simbolo ricco, ma troppo carico e con qualche soluzione grafica da rivedere.
  

Wanda Ferro  

3) Fratelli d’Italia

Nemmeno a farlo apposta, in testa sono state sorteggiate tutte e tre le candidature legate a una sola lista. Al terzo posto è stata collocata Wanda Ferro, deputata e coordinatrice regionale di Fratelli d'Italia, già presidente della provincia di Catanzaro (2008-2014) e candidata nel 2014 alla presidenza della regione. L'unica lista che sostiene Ferro è appunto quella di Fdi, che dunque si presenta in modo autonomo rispetto al resto del centrodestra nazionale, peraltro diviso a Catanzaro (e proprio le divisioni hanno portato alla candidatura di Ferro, sostenuta dal sindaco uscente Adamo, che peraltro non aveva cinque anni fa il simbolo di Fdi in coalizione). Il simbolo schierato è lo stesso usato da Fdi alle elezioni politiche, con il riferimento ben visibile a Giorgia Meloni (senza che sia stato aggiunto quello all'aspirante sindaca, unica donna della competizione).  
 

Antonello Talerico  

4) Azione Popolare

Esaurite le candidature sostenute da una sola lista, il sorteggio ha indicato in quarta posizione Antonello Talerico, già presidente dell'ordine degli avvocati e proposto da una parte del centrodestra. La prima lista - delle cinque che sostengono Talerico - a comparire, in base all'ordine di estrazione, è quella di Azione popolare: si tratta di un ritorno che non può sfuggire ai #drogatidipolitica, trattandosi di un soggetto politico fondato dieci anni fa dall'ex parlamentare An-Pdl Silvano Moffa. Le foglioline tricolori sono rimaste le stesse; è cambiato il campo in cui è scritto il nome, ora tondeggiante, e soprattutto il carattere usato, piuttosto giocoso e probabilmente (e non a caso) mai visto su una scheda elettorale. 
 

5) Noi con l’Italia

Subito dopo Azione popolare, con una certa coerenza cromatica, il sorteggio ha collocato la lista di Noi con l'Italia, che dunque dimostra di aver continuato a esistere - almeno localmente, in certi territori - anche dopo le elezioni del 2018, non configurandosi più come cartello elettorale. Il simbolo utilizzato è quello ufficiale nazionale della formazione presieduta da Maurizio Lupi, con il nome enorme sul fondo carta da zucchero e sopra la pennellata tricolore che è rimasta al suo posto nella parte inferiore del cerchio; non sono stati inseriti elementi di personalizzazione o caratterizzazione locale.
  

6) Catanzaro al Centro

La terza lista estratta della coalizione di Talerico, a differenza di quelle viste prima, ha un respiro essenzialmente locale. Catanzaro al Centro, infatti, postasi come formazione civico-politica territoriale, schiera all'interno del simbolo segni ben riconoscibili dagli abitanti: l'aquila imperiale - collocata su un semicerchio azzurro sfumato - che caratterizza lo stemma della città (sia pure priva del nastro azzurro nel becco) e i colori giallo e rosso che tingono la bandiera comunale e sono legati alla città stessa; non a caso, entrambi gli elementi torneranno in più di un emblema anche nelle successive liste da considerare.
 

7) Officine del Sud

Il quarto simbolo dello schieramento che appoggia Talerico non è nuovo: il movimento Officine del Sud, infatti, aveva già partecipato alle elezioni comunali di cinque anni fa, a sostegno della coalizione di Adamo e ottenne anche due consiglieri. Questa volta il simbolo del soggetto coordinato da Raffaele Pilato fa parte di una compagine che si presenta come più centrista (anche se resta di centrodestra); l'emblema in ogni caso non è stato cambiato, con due ruote dentate collocate sopra alla sagoma verde della Calabria, il tutto su fondo blu e con un elemento tricolore a coronare grafica e testo.
 

8) Io scelgo Catanzaro

Appare decisamente semplice e schematico - solo testo su un cerchio a due colori - il simbolo dell'ultima lista sorteggiata della compagine di Talerico: si tratta di Io scelgo Catanzaro, legata a Vincenzo Speziali. Delle cinque formazioni della coalizione, è la sola a contenere nel contrassegno il nome dell'aspirante sindaco: questo legittima chi guarda il fregio elettorale a pensare che si tratti della lista più vicina al candidato (che tra l'altro poche settimane fa ha ottenuto una decisione di primo grado che potrebbe farlo entrare in consiglio regionale, ritenendo ineleggibile un'altra persona candidata come lui in Forza Italia nel 2021; la vicenda peraltro non è ancora chiusa) e di sua più diretta espressione. 
  

Valerio Donato

9) Rinascita

Il record assoluto di liste in questa competizione elettorale - dieci - spetta a Valerio Donato, ordinario di diritto privato a Catanzaro e con incarichi di area istituzionale all'attivo. La coalizione, in parte civica e in parte di centrodestra (ma non tutta), è aperta per sorteggio dalla lista Rinascita, probabilmente quella che più identifica il progetto del candidato, anche senza riportarne il nome (pur comprendendo candidature dell'Udc, nel 2017 nel centrosinistra). La dicitura della lista, scritta in carattere Copperplate Gothic (piuttosto insolito) è posta al centro dell'immagine in filigrana di un "carlino", antica moneta di conio catanzarese. La scelta non era piaciuta all'ex candidata del M5S alle regionali Alessia Bausone, che aveva chiesto alla sottocommissione elettorale di valutare l'inammissibilità del simbolo ("il carlino è di tutti, non solo di qualcuno"), ma non risulta che la lamentela abbia avuto seguito (del resto, da anni si vedono monumenti cittadini interpretati in modo diverso da varie liste, proprio come avviene in questo caso con il viadotto Bisantis).

10) Riformisti Avanti

Seconda lista estratta è Riformisti Avanti, formazione che già attraverso il suo nome e la sua grafica dà indicazioni rilevanti. Per quanto è dato sapere, la formazione si pone in continuità con la lista Socialisti & Democratici, vista cinque anni fa a sostegno del candidato di centrosinistra Enzo Ciconte (che allora aveva toccato il record con 11 liste, ma aveva perso al ballottaggio): si spiega così meglio il riferimento alla parola "Avanti", che evoca la testata socialista - ma con altra font e senza punto esclamativo, per non avere seccature; la lista ha anche il sostegno di Italia viva. I colori giallo e rosso, ovviamente, sono quelli cittadini; è presente il riferimento al candidato sindaco (contenuto però solo in due liste su dieci).  

11) Progetto Catanzaro

Le stesse tinte, peraltro, ritornano nel simbolo sorteggiato subito dopo, in terza posizione: il contrassegno di Progetto Catanzaro, infatti, si basa sul testo blu (il nome e la sigla della provincia) e su due pennellate - una gialla e una rossa - che emergono sul fondo bianco. Graficamente il simbolo comunica l'idea di una lista civica, anche se - a quanto si apprende - alcune candidature fanno riferimento al Nuovo Cdu (il partito di Mario Tassone, piuttosto radicato in Calabria) e al progetto politico-civico provinciale Venti da Sud (che in un primo tempo si pensava potesse presentare una propria lista).
 

12) Italia al Centro

Il nome della quarta lista sorteggiata all'interno della coalizione che sostiene Valerio Donato non lascia dubbi: Italia al Centro fa riferimento al nuovo progetto politico lanciato e guidato a livello nazionale da Giovanni Toti e se ne riconoscono alcuni elementi già anticipati nelle settimane scorse: il simbolo è in gran parte blu con un segmento arancione (come quello di Cambiamo!) e sullo sfondo si vede la sagoma della regione con un punto arancione per indicare il comune. Anzi, l'opzione di chiamare la lista Catanzaro al Centro sarebbe tramontata dopo la diffida a mezzo stampa annunciata dal responsabile della già esistente (dal 2020) Catanzaro al Centro, schierata con Talerico.  
 

13) Prima l'Italia

Anche la lista successiva lascia pochi dubbi: da alcune settimane è noto che Prima l'Italia si pone come progetto elettorale vicino alla Lega, impiegando lo slogan già associato a varie campagne del partito di Matteo Salvini e riportato (con un elemento tricolore curvilineo) su fondo blu sfumato e che lo scorso anno era declinato città per città. Se n'era parlato per Palermo, ma evidentemente anche altre città del Sud sono parte di questo esperimento. Si tratta comunque della prima partecipazione catanzarese di un progetto di diretta emanazione leghista.
 

14) Fare per Catanzaro

I catanzaresi conoscono già il sesto simbolo sorteggiato della coalizione di Donato, anche se la volta scorsa lo avevano visto collocato altrove. Nel 2017, infatti, la lista #Fare per Catanzaro era tra le undici che avevano appoggiato la corsa amministrativa di Enzo Ciconte (ed era stata la migliore della coalizione con oltre il 9%). Questa volta, invece, il gruppo legato a Sergio Costanzo (oggi come allora) ha scelto di appoggiare Donato e ha portato in quella coalizione il simbolo, rimasto intatto rispetto a cinque anni fa: su fondo blu emerge il nome bianco, sopra le immagini stilizzate del viadotto Bisantis e della fontana del cavatore; il cerchio è coronato da un contorno giallo e rosso, come i colori della città.
 

15) Catanzaro Azzurra

Nemmeno la lista successiva può seriamente lasciare adito a dubbi. Pur chiamandosi Catanzaro Azzurra (e sapendo che di azzurro, anzi di blu, c'è solo il contorno), è chiarissimo che le candidature fanno riferimento a Forza Italia: il simbolo è chiaramente simile, anche se il partito - il più votato della coalizione di Adamo nel 2017 - questa volta ha scelto di non impegnare il proprio emblema ufficiale (come quasi tutte le altre forze politiche). Sulla parte rossa della bandierina, peraltro, si staglia la testa dell'aquila imperiale che simboleggia la città all'interno dello stemma (lo stesso disegno che cinque anni fa campeggiava sul simbolo di Catanzaro da vivere).
 

16) Catanzaro prima di tutto

Guardando il simbolo dell'ottava lista sorteggiata nella compagine di Donato, Catanzaro prima di tutto, sarebbe legittimo farsi prendere dai dubbi. Perché, d'accordo, ci sono i tre colli su cui si erge la città (il colle di San Trifone, quello del Vescovato e quello del Castello) coronati come nello stemma, il mare sotto e la fiaccola retta da una mano... ma come mai il simbolo di Cambiamo!, se prima si è già vista la lista di Italia al Centro? Una breve ricerca online conferma però che non si è preso un abbaglio: il sostegno del gruppo legato a Toti è tale che si sono prodotte addirittura due liste in appoggio a Donato riconducibili alla stessa matrice. 
  

17) Volare alto

Se il simbolo di prima, contenente alcuni tratti realizzati "a mano", comunicava l'idea di una grafica tradizionale, quasi vintage, tutt'altra impressione comunica il contrassegno della nona (e penultima) lista della coalizione, vale a dire Volare alto. La formazione, di natura civica, su un avveniristico fondo viola sfumato colloca una stilizzazione dell'aquila di profilo ad ali spiegate e pone il nome tridimensionale su una raffigurazione - sempre 3D - del già visto viadotto Bisantis. Un simbolo avveniristico e certamente molto studiato, ma probabilmente "eccessivo" (anche se si fa notare pure per questo).
 

18) Alleanza per Catanzaro

L'ultima lista della coalizione che appoggia Donato è Alleanza per Catanzaro: si configura come un soggetto civico, ma anche questa formazione è almeno in parte riconducibile all'impegno di persone della Lega. Il simbolo, in questo caso, comunica un'immagine decisamente più civica: dietro al classico segno della stretta di mano - evocativo dell'alleanza - compare una veduta stilizzata della citta, con il mare che fa capolino sotto le mani strette; il nome della lista è scritto con i colori cittadini, peraltro gli stessi che coronano l'intero contrassegno.
  

Nicola Fiorita

19) MoVimento 5 Stelle

Il sorteggio ha collocato in ultima posizione la candidatura di Nicola Fiorita, già nota ai catanzaresi: egli infatti - altro giurista e docente universitario - si era già presentato nel 2017, come candidato civico sostenuto da tre liste e premiato da un 23,23% di tutto rispetto (poco meno del doppio dei voti ottenuti dalle sue liste). Questa volta alle formazioni civiche accompagna liste chiaramente politiche, a partire da quella del MoVimento 5 Stelle, sorteggiata per prima. Si tratta di una delle poche partecipazioni del M5S a questo turno elettorale (nel 2017 si era presentato da solo, a sostegno di Bianca Laura Granato, poi eletta senatrice e ora parte del gruppo Costituzione ambiente lavoro): il simbolo usato è quello ufficiale, con la dicitura 2050 sul segmento rosso inferiore.
 

20) Partito democratico

Si parlava di simboli di natura politica e si deve riconoscere che il sorteggio si è divertito a collocare una dopo l'altra le liste di partito: dopo il M5S, sulle schede elettrici ed elettori troveranno il Partito democratico. Proprio come cinque anni fa, il Pd schiera il suo simbolo nazionale ufficiale, senza alcuna indicazione territoriale o di nomi; nel 2017, però, la lista aveva raccolto solo il 5,14% (la metà del risultato ottenuto cinque anni prima) e aveva eletto un unico consigliere, per cui questa volta spera di fare meglio, anche senza indicare nel contrassegno il nome dell'aspirante sindaco.
 

21) Catanzaro Fiorita

La terza lista della coalizione di Fiorita è di natura civico-politica. Il nome - Catanzaro Fiorita - gioca evidentemente con il cognome del candidato sindaco, anche se non schiera nessun fiore, ma un quadrifoglio: in ciascuna delle foglioline a forma di cuore trova posto la miniatura di un gruppo o di una forza politica. Accanto ai simboli del Partito socialista italiano e di Volt si trovano gli emblemi di Il baco resistente (associazione locale) e Catanzaro Bene comune. L'idea è simpatica, ma oggettivamente la grafica del simbolo non sembra tra le meglio riuscite.
  

22) Mò - Fiorita sindaco

La quarta lista della coalizione (e la penultima della scheda) forse è la più immediata nel suo messaggio (e probabilmente anche la più vicina al candidato sindaco): Mò - Fiorita sindaco non ha nulla a che vedere con il progetto "Mo!" di Marco Esposito, avviato in Campania nel 2015, ma condivide con questo l'idea che il cambiamento, l'azione, l'impegno (e, già che ci si è, il voto per eleggere Fiorita) debba essere fatto adesso, dunque "Mò". Proprio la parola che viene pennellata in giallo scuro su un fondo fucsia che non può non spiccare sulla scheda, per contraddistinguere un progetto civico e civile.
 

23) Cambiavento

L'ultima lista della coalizione e dell'intero complesso di candidature presentate è l'unico trait d'union visibile tra la precedente candidatura di Fiorita e questa: Cambiavento, infatti, era una delle tre liste che avevano supportato la precedente corsa alla guida del comune di Catanzaro. Si tratta, infatti, del movimento da lui fondato, evocando il concetto di cambiamento, di "primavera" per cambiare il vento che batte la terra. Vento che, allora come oggi, è rappresentato nel simbolo con quattro segmenti - due bianchi e due tinti dei colori cittadini - provenienti da sinistra e piegati a ricciolo, dicendo da che parte arriva il vento nuovo.

sabato 22 gennaio 2022

Coraggio Sant'Onofrio, tra simboli, ricorsi, elezioni salvate e riflessioni

Dare uno sguardo alle decisioni dei giudici amministrativi in materia elettorale è interessante per gli studiosi di diritto e pratica elettorale non solo quando precedono il voto, ma anche ex post: in questo modo, infatti, si contribuisce a chiarire ulteriormente il quadro anche in materia di presentazione delle candidature, fase che - almeno alle elezioni amministrative - include anche la scelta e l'indicazione dei simboli. Spesso le "grandi piazze elettorali" offrono casi interessanti, ma spunti utili emergono anche da realtà decisamente più piccole. L'ultimo, giusto in ordine di tempo, è spuntato pochi giorni fa, dopo che il Tar di Catanzaro ha emesso una sentenza generata da un ricorso relativo alle ultime elezioni comunali a Sant'Onofrio, località di circa tremila abitanti in provincia di Vibo Valentia. 
Sulla scheda distribuita a elettrici ed elettori il 3 e il 4 ottobre dello scorso anno, le candidature alla guida del comune erano due: quella del sindaco uscente Onofrio Maragò, sostenuto dalla lista Tre Spighe (la stessa presentata nel 2016), e quella di Antonino Pezzo, appoggiato dalla lista Coraggio Sant'Onofrio. Proprio quest'ultima formazione è risultata vincitrice, prevalendo sull'altra con 920 voti su 802 (con 87 schede non valide). All'indomani della conclusione dello spoglio, si è registrata una dichiarazione di Francesco Bevilacqua, già parlamentare di An e Pdl (e poi di Fratelli d'Italia), dall'inizio del 2021 aderente a Cambiamo! e, dopo l'avvicinamento di Toti e Brugnaro, ora legato a Coraggio Italia: sui media ha espresso la sua soddisfazione per i risultati delle liste Coraggio Filadelfia e, appunto, Coraggio Sant'Onofrio ("I sindaci eletti, rispettivamente Anna Bartucca e Antonino Pezzo, sapranno certamente fornire risposte adeguate alle esigenze delle comunità di Filadelfia e di Sant'Onofrio e di proiettarle in una ulteriore dimensione di modernità e sviluppo"), aggiungendo che "nel Vibonese e dal Vibonese Coraggio Italia ha lanciato un messaggio di impegno forte che predilige le soluzioni delle criticità, purtroppo, ancora emergenti in Calabria".
Eppure, proprio quel collegamento ha rischiato di mettere in dubbio la validità delle elezioni. Maragò, infatti, quale aspirante sindaco sconfitto (ma eletto come consigliere comunale di minoranza) aveva impugnato gli atti di ammissione della lista Coraggio Sant'Onofrio e messo in dubbio, di conseguenza, la validità del risultato elettorale. Il problema era proprio il simbolo utilizzato: per Maragò la lista era stata presentata in nome e per conto del partito Coraggio Italia, dovendosi considerare "espressione, 
anche per facta concludentia, di tale partito", ma mancava la "dichiarazione sottoscritta e autenticata dal presidente o dal segretario del partito o del gruppo politico" o dal rispettivo presidente o segretario provinciale per attestare che tale lista era presentata, appunto, in nome e per conto del partito. In più, sempre secondo Maragò, anche a non voler considerare la lista come presentata in nome e per conto di Coraggio Italia (cosa che non avrebbe resto necessaria la citata dichiarazione), si sarebbe allora dovuto ritenere illegittimo il contrassegno, perché avrebbe indebitamente riprodotto "elementi caratterizzanti ed individualizzanti" l'emblema di Coraggio Italia, risultando confondibile con questo e rendendo, dunque, inammissibile la lista in quella forma (per aver indotto in errore il corpo elettorale). Altri vizi, infine, avrebbero riguardato alcune autenticazioni delle firme dei sottoscrittori di lista o delle accettazioni di candidatura (nonché lo squilibrio di genere nella composizione della lista, benché non sanzionato dalla legge per i comuni sotto i 5000 abitanti: il ricorrente chiedeva infatti che fosse sollevata una questione di costituzionalità in proposito, richiamandosi alla questione tuttora pendente davanti alla Corte costituzionale).
La prima sezione del Tar Catanzaro, nella sentenza n. 51/2022 (del 19 gennaio, pubblicata il giorno dopo), ha ritenuto di doversi occupare delle lamentele del ricorrente (negando in particolare che questi, non avendo impugnato a suo tempo l'ammissione della lista poi risultata vincente, avesse perso il diritto di contestare la partecipazione di quella lista e, con questa, il risultato - quell'ammissione, in fondo, non poteva considerarsi direttamente lesiva del diritto del ricorrente a partecipare alle elezioni), ma le ha respinte. I due motivi di ricorso relativi alla lista presentata "in nome e per conto" di Coraggio Italia e al contrassegno della lista stessa, in particolare, sono stati ritenuti infondati: la decisione su questi punti merita uno sguardo più attento.
I giudici hanno richiamato le disposizioni relative alle elezioni amministrative nei comuni inferiori che censurano l'uso di "contrassegni di lista che siano identici o che si possano facilmente confondere con quelli presentati in precedenza o con quelli notoriamente usati da altri partiti o raggruppamenti politici, ovvero riproducenti simboli o elementi caratterizzanti di simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento, possono trarre in errore l'elettore" (d.P.R. n. 570/1960, art. 30) e che richiedono, per la presentazione di una lista con il nome e il simbolo di un partito che abbia eletto rappresentanti in una Camera o conti su almeno un gruppo parlamentare, la menzionata "dichiarazione sottoscritta dal presidente o dal segretario del partito o gruppo politico o dai presidenti o segretari regionali o provinciali di essi, che tali risultino per attestazione dei rispettivi presidenti o segretari nazionali ovvero da rappresentanti all'uopo da loro incaricati con mandato autenticato da notaio, attestante che le liste o le candidature sono presentate in nome e per conto del partito o gruppo politico stesso" (d.P.R. n. 132/1993, art. 2). Il collegio ha poi citato una sentenza del 2004 del Tar Genova in base alla quale, tenendo insieme le due regole, per presentare una lista alle elezioni amministrative legata a un partito presente in Parlamento con il simbolo di quest'ultimo occorre anche "apposita attestazione che le liste stesse vengono presentate in nome e per conto del partito o gruppo"; se questa manca, "è necessario utilizzare un simbolo [...] che non sia identico o facilmente confondibile con quelli presentati in precedenza o con quelli notoriamente usati da altri partiti o raggruppamenti politici, ovvero riproducente simboli o elementi caratterizzanti di simboli [...] usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento".
Dopo aver esaminato la documentazione presentata, tuttavia, per i giudici non risultava "che la lista Coraggio Sant'Onofrio [avesse] utilizzato il simbolo del partito politico Coraggio Italia né [...] il nome del suddetto partito politico": basta questo, secondo loro, perché la norma che esige la dichiarazione di presentazione della lista "in nome e per conto" non debba applicarsi. Il Tar ha mostrato di conoscere le dichiarazioni dei dirigenti locali alla stampa che rivendicavano il collegamento tra partito e liste (anche perché certamente sono state inserite nel ricorso), ma ha precisato in motivazione che quelle dichiarazioni e altre informazioni affini risultano "priv[e] di pregnanza" e comunque "non possono surrogare la mancata utilizzazione di simbolo e nome del suddetto partito politico". Per i giudici che si sono espressi in questo caso, la norma aggiunta nel 1993 serve a "evitare che una lista possa 'collegarsi' ad un partito o gruppo politico presente in Parlamento nazionale o al Parlamento europeo, utilizzandone il simbolo, qualora non abbia avuto l'avallo del segretario politico di quest'ultimo": su questa base, "gli elementi indiziari offerti da parte ricorrente", più che far emergere una mancanza di chi ha presentato la lista (da sanzionare con l'esclusione), confermerebbe l'esistenza dell'avallo che la legge richiede, dunque non potrebbero avere conseguenze negative per la lista.
Posto che la dichiarazione di presentazione della lista Coraggio Sant'Onofrio in nome e per conto di Coraggio Italia non c'era (e, secondo i giudici, di fatto non era essenziale), poteva forse porsi qualche problema di confondibilità per il contrassegno usato? No, almeno per il Tar. Da una parte, secondo il collegio, nel giudizio di confondibilità si doveva tenere conto "del più elevato livello di maturità e di conoscenze acquisite dall'elettorato rispetto alla situazione apprezzata dal legislatore del 1960", nel senso che occorre riferirsi "alla normale diligenza dell'elettore medio di oggi, notoriamente munito di un bagaglio di conoscenze e di una capacità di discernimento ben superiori a quelli d'un tempo": non ci sarebbe pericolo di confondere due simboli qualora esistessero "elementi di differenziazione presenti prevalenti sugli elementi accomunanti i due contrassegni" (così la sentenza n. 1439/2020 del Tar Catanzaro, sez. I). Dall'altro lato, non coincidevano né i nomi dei due soggetti politici ("Coraggio Italia" e "Coraggio Sant'Onofrio", di cui si è notata la differenza anche delle "relative dimension[i] tipografiche"), né la struttura del simbolo: poiché "il cerchio esterno del simbolo Coraggio Sant'Onofrio presenta un unico colore blu" mentre quello di Coraggio Italia "reca per l’intera metà superiore il tricolore italiano" (dunque sarebbe stato, "all'evidenza, ben più elaborato e composto di quattro colori nettamente distinti tra loro e ben distinguibili"), per i giudici gli elementi distintivi erano "ragionevolmente maggiori" di quelli comuni (e il fatto che alcuni elettori abbiano indicato le preferenze di alcuni candidati al consiglio comunale sulla scheda delle contemporanee elezioni regionali, ovviamente accanto al simbolo di Coraggio Italia, sarebbe comunque poco consistente, visto che ciò si sarebbe verificato al massino in otto casi, un numero ininfluente rispetto al totale degli elettori.
La sentenza emessa dal Tar Catanzaro presenta alcuni profili condivisibili, mentre altri meriterebbero qualche riflessione in più. Da un parte si può concordare con i giudici sulla ratio della norma che chiede di dimostrare che esiste l'avallo da parte del partito rappresentato in Parlamento in modo qualificato (Coraggio Italia non ha eletto nessuno, essendo nato a legislatura in corso, ma ha formato un proprio gruppo alla Camera), essendo importante soprattutto evitare che una lista usi un segno grafico legato a un partito senza il consenso del partito stesso. Allo stesso modo, bisogna ricordare che la legge elettorale amministrativa censura, oltre che i contrassegni identici, quelli "facilmente confondibili" e non quelli solo "confondibili": si tratta dunque di un metro meno rigido e severo rispetto a quello valido per le elezioni politiche ed europee, che lascia spazio a simboli che "occhieggiano" a quelli dei partiti di riferimento pur senza citarli espressamente. Ciò, tra l'altro, vale perché formalmente alle elezioni amministrative non sono i partiti o gruppi politici che presentano le candidature, ma i sottoscrittori delle liste: non si tratta di una differenza di poco conto e questa, a sua volta, produce degli effetti tangibili.
Detto questo, fa una certa impressione leggere che la lista Coraggio Sant'Onofrio non avrebbe utilizzato né il nome né il simbolo di Coraggio Italia, così come si dubita che il diverso rilievo tipografico dei due nomi nel contrassegno possa avere qualche peso per diminuire la confondibilità (in fondo la dimensione diversa è necessitata dalla maggiore lunghezza del nome). Sarebbe stato più corretto dire che si sono apportate modifiche al simbolo e al nome; entrambi, tuttavia, restano oggettivamente riconoscibili e ricollegabili. Probabilmente questo non sarebbe stato sufficiente a far considerare illegittima la lista (in effetti la sanzione sarebbe parsa e parrebbe eccessiva); occorre però domandarsi cosa sarebbe accaduto se l'oggetto della somiglianza non avesse riguardato semplici campiture cromatiche, ma un elemento figurativo ben preciso o comunque identificabile e ricollegabile. In passato, infatti, è capitato che in mancanza di espressa dichiarazione dei dirigenti partitici competenti non fossero ammessi contrassegni contenenti, pur in un contesto più ampio e variegato, elementi caratterizzanti simboli rappresentati in Parlamento, anche in legislature precedenti (un garofano, una fiamma, il gabbiano arcobaleno dell'Idv): questi sono stati tolti, salvo quando è stata prodotta la dichiarazione del partito dimenticata in un primo tempo, per cui quegli emblemi sono stati riammessi. Sembra di poter dire, dunque, che la progressiva trasformazione di molti simboli di partito in loghi (o simil-marchi) abbia avuto anche quest'effetto: un maggior agio per chi vuole presentare candidature legate al partito, modificando il minimo indispensabile il simbolo per evitare aggravi di documentazione. Chi scrive non è convinto che sia una buona notizia; l'importante, comunque, è saperlo... 

mercoledì 20 ottobre 2021

Simboli sotto i mille (2021): il Centro e il Sud, più qualche curiosità finale (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

È tempo di riprendere i
l nostro viaggio nei comuni italiani sotto i mille abitanti coinvolti da questo turno elettorale: dopo un giro tra le quattro regioni del Nord interessate da questo fenomeno e qualche giorno di pausa, siamo pronti per completare il nostro itinerario visitando vari piccolissimi paesi del Centro e del Sud. Prima di partire con noi, peraltro, è il caso di dare alcune indicazioni preliminari: il panorama elettorale della microItalia centromeridionale è diverso da quello incontrato in quella settentrionale. Nel percorso, infatti, si trovano liste civiche e di partito, ma andando di comune in comune si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un gran numero di liste schierate per motivi piuttosto extraelettorali. Ed è forte la tentazione di pensare che varie candidature siano state presentate soprattutto per ottenere licenze: il pensiero si materializza soprattutto di fronte a certi simboli, a varie denominazioni di liste e anche proprio ad alcuni nomi di candidati, che finiscono per ripetersi negli anni (in un caso una persona ha superato le dieci candidature a sindaco, per di più quasi consecutive). Da parte nostra, ovviamente, c'è solo l'intenzione di registrare ciò che accade e di darne conto, di mappare fenomeni e offrire informazioni a chi può avere interesse: spetta eventualmente ad altre persone approfondire, indagare, svelare e trarre le conclusioni ritenute opportune.

La prima tappa di questa seconda parte del viaggio è nelle Marche, anche se a dire il vero è anche l'unica puntata nella regione. Il comune che ci interessa è Montegallo, in provincia di Ascoli Piceno: ad attirare la nostra attenzione è la presenza sulla scheda - di un comune la cui popolazione "legale" è di 573 abitanti - di ben quattro liste.
 Si sono contese la vittoria Insieme per Montegallo (46,45%) e Radici Montegallesi (45,56%), divise da soli tre voti (157 a 154); accanto a loro però c'erano anche il Movimento civico montegallese (23 voti, pari al 6,80%) e Montegallo comune (scelta solo da 4 elettori, pari all'1,18%). La presenza di queste ultime due liste, in particolare di Montegallo Comune, lascia oggettivamente perplessi; si deve però ammettere che le due liste escluse dal consiglio comunale sono state comunque determinanti ai fini del risultato finale.

Lasciate in fretta le Marche, si fa giusto una capatina in Umbria, anche perché pure qui un solo comune attira la nostra attenzione: si tratta di 
Parrano, in provincia di Terni. Elettrici ed elettori hanno trovato sui manifesti e sulle schede soltanto due liste: Parrano bene comune è risultata nettamente vincitrice (85,52%), mentre l'altra lista con 43 voti (14,48%) si è aggiudicata in automatico i tre consiglieri di minoranza. Questa lista, Noi no (non si trattava né di un varietà di Vianello e Mondaini, né di una canzone di Baglioni o di Me contro te), aveva una grafica piuttosto semplice (nome bianco su fondo azzurro carico e tricolorino obliquo in basso) ma comunque non improvvisata. Il nome scelto non segnalava alcun radicamento locale, ma una generica opposizione (nemmeno a un progetto o a un'istanza particolare), così viene naturale interrogarsi sulle ragioni che hanno portato a presentare la lista: ci si limita a notare che si è recato alle urne il 66,87%, quindi ci si sente di escludere che qualcuno temesse il commissariamento per il mancato raggiungimento del quorum.

Abbandonata l'Umbria, si arriva in Lazio e questa volta ci tratteniamo più a lungo, dando uno sguardo a vari microcomuni. In questi troviamo alcuni simboli che si ripetono: uno di questi è quello del movimento nazionale Italia dei diritti, presieduto da Antonello De Pierro, impegnato nella difesa della legalità e da alcuni anni operante i
n questa regione. La sua presenza sulle schede elettorali laziali non è dunque una novità, né può sorprendere: i comuni che interessano sono tutti in provincia di Roma. La lista ha raccolto 3 voti ad Anticoli Corrado (0,68%), nessuno a Canterano, 14 a Casape (4,75%); è andata male a Filacciano (un solo voto, pari allo 0,35%), malissimo a Jenne e a Vivaro Romano (zero voti), il raccolto è stato scarso a Mandela (8 voti - 1,37%), a Riofreddo (5 voti - 1,02%) e a Rocca di Cave (6 voti - 2,62%) e un po' migliore a Sambuci (29 voti - 4,95%); alcuni di questi comuni, peraltro, meriteranno la nostra attenzione anche tra poco. Tornando a Italia dei diritti, l'esito elettorale è stato migliore a Cineto Romano e a Vallinfreda: in questi paesi le liste in corsa erano solo due e alla lista del partito di De Pierro è bastato ottenere 16 voti a Cineto (3,86%) e 7 voti a Vallinfreda (5,07%) per ottenere in ciascuno dei due comuni i tre seggi di opposizione. I sei consiglieri ottenuti si sono aggiunti a quelli eletti negli anni scorsi, sempre in piccoli centri del Lazio.
Un'altra formazione già nota alle persone affezionate a questi viaggi "sotto i mille", specie nell'Italia centrale e meridionale, è Progetto popolare: il soggetto politico ha base a Colleferro, in precedenza ha presentato liste anche con il simbolo del Movimento sociale italico e ha all'attivo alcuni consiglieri eletti appunto in piccoli centri. Questo turno elettorale ne sono arrivati altri sei: i primi tre sono stati ottenuti a Casape, peraltro con un risultato di tutto rispetto (100 voti tondi tondi, pari al 33,9%), lasciando fuori dal consiglio la terza lista che - come si è visto poco fa - era Italia dei diritti; gli altri tre sono stati ottenuti a Rocca di Cave, dove sono stati sufficienti 19 voti (pari all'8,30%) per ottenere tutti i seggi della minoranza, anche qui non lasciando spazi a Italia dei diritti, di nuovo nella posizione non confortevole di terza lista. Proprio come il movimento di De Pierro, invece, Progetto popolare non ha ottenuto seggi nei comuni di Mandela (3 voti - 0,51%) e Sambuci (1 voto - 0,19%), nei quali partecipavano quattro liste.

Già questo breve excursus ci ha fatto notare che in vari microcomuni c'era più di una lista non radicata in paese (e presentata, assai probabilmente, per cercare di ottenere visibilità "nel piccolo" e costruire prime basi per espandersi): vale dunque la pena tornare sui nostri passi e vedere cos'è accaduto in qualche paese nominato prima. Si parte da Riofreddo e, visto il nome, si è tentati di coprirsi per bene (anche se la 
lista che ha vinto si chiama Alla luce del sole per Riofreddo, contrassegnata da un bel sole infantile con gli occhioni, quindi forse il cappotto non serve...). Lì, con 762 abitanti di popolazione "legale", si sono presentate ben cinque liste: esclusa la vincitrice, l'unica altra formazione riuscita a entrare in consiglio è stata Fare Futuro. Il suo simbolo semplice, ma a suo modo raffinato (un nome che in politica è già stato usato, una stretta di mano dal tratto sottile e caratteri fin troppo fini ed eleganti per le schede elettorali) ha ottenuto 41 voti (8,35%), sufficienti in quel caso a conquistare i seggi di minoranza. Qualche legame con il territorio questa lista sembra averlo avuto; l'affluenza del 79,21% fa escludere che si temessero problemi di quorum, venendo piuttosto da pensare che si volesse evitare l'ingresso in consiglio di figure estranee al paese. E, se lo scopo fosse stato davvero questo, si dovrebbe dire che il tentativo è riuscito.
Chi è rimasto fuori? Se di Italia dei diritti si è già detto prima, l'attenzione è attratta dalle altre due liste, Nuova era per Riofreddo e Finalmente noi: hanno incassato un voto a testa - pari allo 0,2% - su 491 voti validi, quindi per loro non c'era alcuna possibilità di ottenere rappresentanti. Lo scarso risultato ottenuto, i nomi usati (già visti in passato) e la grafica a dir poco essenziale messa in campo per le due liste (i loro simboli, con il nome scritto in carattere Calibri - quello di default su Word - su fondo bianco, parrebbero realizzati dalla stessa mano) fanno però attivare il radar di chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica: a prescindere dal fatto che il caso appena ricordato rientri in questa categoria o meno, sembra arrivato il momento di aprire la rassegna delle "liste per le licenze" (o che almeno così appaiono), fenomeno poco o per niente diffuso al Nord ma piuttosto comune da vari anni nei microcomuni del Centro-Sud (e che abbiamo spiegato molte volte in passato). I segni che aiutano a identificare quelle formazioni (o, per lo meno, che non possono non attirare l'attenzione di chi viaggia "sotto i mille") sono quelli già ricordati più volte: i simboli, come detto, presentano spesso una grafica assai spartana (non di rado si tratta di una semplice scritta nera su fondo bianco); i nomi delle liste si ripetono (nel corso degli anni o dello stesso turno elettorale) o comunque si somigliano; anche guardando tra le candidature - la verifica è più semplice per quelle alla carica di sindaco, sempre consultabili sull'archivio del Viminale, mentre per quelle a consigliere bisogna essersi procurati i manifesti necessari, nel modo già ricordato la volta scorso - si ha una sensazione di déjà vu, leggendo nomi e cognomi di persone che nel corso del tempo si erano già candidate in altri paesini (e che sono, spesso, di varia origine); il riscontro dei pochissimi voti ottenuti (a volte nessuno) è insieme la controprova del mancato legame con il territorio e l'ultimo indizio da considerare nella nostra osservazione.
Passati in rassegna i "ferri del mestiere", il viaggio può continuare (anche se non sempre si segnaleranno solo liste da osservare con attenzione): ci si sposta dunque in provincia di Frosinone, in particolare a Terelle e Vicalvi. In questi due comuni si presenta Alternativa verde: il nome in effetti può far pensare a una formazione ecologista locale (e anche il simbolo, a ben guardare, si presenta piuttosto elaborato, ma lo si era detto anche l'anno scorso); colpisce però che il candidato sindaco a Terelle si sia già proposto come aspirante sindaco in tre microcomuni diversi, con altrettanti contrassegni (Lega Molise a Sant'Angelo del Pesco nel 2015, Basta privilegi politici a Bagnolo del Trigno nel 2016 e Movimento sociale a Valle Agricola nel 2019), raccogliendo un solo voto in tutto, nella consultazione di due anni fa. Questa volta è andata leggermente meglio: a Terelle sono arrivati 3 voti (1,15%, nessun seggio trattandosi della terza lista), mentre a Valcavi ne sono arrivati solo due (e lì le liste erano quattro, a fronte di 806 abitanti in base all'ultimo censimento e 473 votanti).

Restando nel frusinate, facendo una capatina a Viticuso (poco più di 400 elettori) ci si imbatte in SiAmo Italia, un simbolo che nel 2020 si era già incontrato nella stessa provincia a Belmonte Castello (e anche allora si era dubitato che i presentatori avessero qualche vicinanza all'entourage di Vittorio Sgarbi, al quale un simbolo con quel nome è riconducibile). Questa volta la lista contrassegnata con i colori nazionali ha rimediato 3 voti (1,14%) e, risultando la terza di tre liste, non ha avuto accesso al consiglio comunale. Nell'ancor più piccola Acquafondata, invece, si trova Insieme per vincere: a dispetto del nome, la lista ha racimolato un solo voto (pari allo 0,47%) e di certo il simbolo, con nome scritto addirittura in Times New Roman, ha attratto ben pochi sguardi.

Il tour nei piccoli centri del Lazio è quasi finito, ma vale la pena di restare per un attimo in provincia di Frosinone a Casalattico, visto che elettrici ed elettori hanno trovato sulla scheda la lista del MoVimento 5 Stelle (una vera rarità "sotto i mille"): si è però trattato di una conferma, visto che la lista era già presente nel 2016 con lo stesso candidato sindaco, Piero Angelo Morelli, eletto cinque anni fa in consiglio e rieletto questa volta, anche se con qualche voto in meno (67 nel 2016, diventati ora 56, pari all'11,18%). Non si tratta peraltro dell'unico dettaglio curioso in questo piccolo comune: a fronte di una popolazione "legale" (2011) di 641 abitanti, infatti, le persone aventi diritto al voto risultavano essere 
ben 1229: se ci fosse stata una sola lista, con un'affluenza del 41,01% si sarebbe evitato il commissariamento solo grazie alla norma introdotta una tantum per le elezioni amministrative del 2021, ma la presenza di tre liste ha evitato alla radice ogni problema. Da ultimo, anche un confronto con le elezioni precedenti merita un po' di attenzione: nel 2016 risultò vincitore Giuseppe Benedetti con la lista la Primavera, prevalendo su Angelantonio Macari candidato, della lista Casalattico Futura; questa volta è diventato sindaco Francesco Antonio Di Lucia (per la lista Viva Casalattico, 279 voti) e il secondo arrivato, con 166 voti, è risultato ancora Macari... ma stavolta era lui a guidare la lista La Primavera (e il sindaco uscente, che lo aveva sconfitto cinque anni prima, era addirittura il capolista). La dinamica oggettivamente è curiosa e induce a domandarsi se i candidati si aspettassero il ritorno della terza lista o se avessero pensato a una competizione "a due".

Se in Lazio ci si è trattenuti un po' di più, in Abruzzo occorre restare ancora più tempo: di liste che richiedono la nostra attenzione (con relativi indizi da monitorare) se ne incontrano a bizzeffe e di ogni sorta. 
Partendo dalla provincia di Chieti, a Dogliola si trova L'Alternativa (simbolo molto semplice, simile a quelli visti in passato - cambia soprattutto il colore - ma con in più il disegno geometrico di un fiorellino, simile a quello dell'editore Bompiani ma ovviamente non è lo stesso): dalle urne è arrivato solo un voto (0,4%), ma è andata peggio a Vivere insieme (simbolo con stretta di mano e gemelli al polso già visto molte volte in diversi comuni, candidato che si era già proposto come sindaco tre volte - 2008, 2013 e 2018 - in due comuni diversi) che a Pietraferrazzana non ha preso nemmeno un voto. Nessun rappresentante sarebbe riuscito a entrare, dunque, anche se non ci fosse stata la seconda lista, Pietraferrazzana nel cuore (tre seggi ottenuti con 10 voti, pari al 12,35%): il suo simbolo, curiosamente, non mostra una grafica molto diversa da quello della lista vincente, Per Pietraferrazzana.

Non ci si può fermare però troppo da quelle parti, perché è già tempo di andare in provincia dell'Aquila. A Calascio - 137 abitanti stando al censimento del 2011, 275 elettori - sulla scheda c'erano addirittura quattro liste (praticamente una ogni aventi diritto). Le più elaborate graficamente (con tanto di profilo inconfondibile del castello di Rocca Calascio) sono entrate in consiglio e hanno raccattato tutti i voti disponibili: per 
Finalmente Noi e Insieme per Calascio - dalla grafica oggettivamente più elaborata rispetto al solito - non ne è rimasto neppure uno.
Anche a Cocullo - popolazione "legale" di 265 abitanti, 340 elettori - erano state presentate quattro liste: dando un rapido sguardo al manifesto e alla pagina dei risultati elettorali sul portale Eligendo, non ci si stupisce a notare che a prevalere è stata la lista Insieme per il progresso (114 voti, pari all'80,28%), l'unica a dimostrare un radicamento sul territorio anche grazie all'immagine di una pala eolica nel contrassegno, evidente richiamo al parco eolico situato sul territorio comunale. Gli altri tre seggi sono andati - grazie ai 27 voti espressi (19,01%) - a Insieme per voi: il simbolo - scritta nera su sfondo arancione, un'accoppiata inedita finora - susciterebbe qualche pensiero, ma il manifesto permette di rilevare che alcuni candidati della lista (piuttosto corta) sono nati nel paese, senza contare che cinque anni fa una lista dal nome simile (Insieme con voi, sfondo giallo in quel caso) aveva ottenuto i tre seggi della minoranza grazie a 32 voti, pari al 20,51%, in più due consiglieri uscenti erano tra i candidati di quest'anno. Nessun dubbio, invece, nel qualificare come esterne al paese le liste a grafica minimal
 Finalmente noi (un voto) e Nuova Era (nemmeno quello).
Se ci si sposta a Ofena, gli abitanti "ufficiali" (2011) diventano 527 e gli elettori salgono a 668, ma sembrano comunque pochi per giustificare la presenza di ben cinque liste. Due sicuramente erano locali (Uniti per Ofena, la vincitrice, e Progetto comune, che si aggiudicano nel complesso il 98,29% dei voti e tutti i seggi consiliari); accanto a loro si sono presentate Voliamo tutti insieme (4 voti), Catena Sindaco (un voto) e La Novità, cui però non è parso interessato nessuno, visto che il suo contatore è rimasto a zero. Il mix di nomi delle liste e scelte grafiche (leggermente più elaborate rispetto ad altri luoghi, ma davvero con poco sforzo), manco a dirlo, si commenta da sé, quanto il risultato.

A questo punto del viaggio, già un po' inoltrato, sorge spontanea una domanda: e la Lista Alfa? Poteva forse mancare? Assolutamente no! Eccola, infatti, spuntare a Ortona dei Marsi - con un carattere diverso dal consueto, più "precario" del solito - e proprio lì è riuscita nell'impresa di eleggere due consiglieri raccogliendo 25 voti (pari all'8,25%) e si è pure collocata al secondo posto su tre liste; il terzo seggio di minoranza è toccato a Ortona biodiversa, cui sono andati i 15 voti residui (4,95%). Considerando che l'affluenza è stata del 60,19%, le ragioni alla base della presenza di quest'ultima lista (che come simbolo aveva un favo di api con le caratteristiche celle esagonali) restano piuttosto misteriose.
A Villalago le liste erano tre, tra le quali c'era La Nuova Svolta (nome già visto, stavolta il testo nero era su sfondo giallo): ha raccolto 2 voti in tutto (0,47%). 
A Sant'Eufemia a Maiella, nel pescarese, si sono presentate quattro liste, due delle quali erano certamente locali: Per Sant'Eufemia (138 voti, 83,64%) ha vinto e il candidato sindaco si è potuto insediare a dispetto di un'affluenza bassissima (solo il 27,59%) proprio grazie alla presenza di più liste, a partire da Sant'Eufemia rinasce, che con 27 voti (16,36%) ha ottenuto tutti e tre i seggi di minoranza. Considerando che hanno votato 165 persone, una rapida somma fa concludere che L'Alternativa e la Lista Alfa non hanno raccolto nemmeno un voto: è probabile che non avessero alcun legame con il paese, così come è ben possibile che Sant'Eufemia rinasce sia stata schierata proprio per evitare problemi di quorum.
Le liste erano quattro anche a Pietracamela, piccolo centro del teramano. Le formazioni locali, anche in questo caso, erano soltanto due, Insieme possiamo - La Pietracamela del futuro (la lista vincitrice, col 54,07%) e CambiaMenti (la lista del sindaco uscente, votata dal 45,93% degli elettori): se si fossero presentate soltanto queste, negli anni scorsi, le elezioni sarebbero state salve per un pelo, visto che si è recato alle urne il 49,86% degli aventi diritto (quest'anno, come detto, il quorum è comunque stato abbassato al 40%). Le due liste locali, in ogni caso, hanno fatto man bassa e non hanno lasciato nemmeno un voto a Pietracamela Tradizione e Progresso e a L'Altra Italia nella sua unica presenza abruzzese.

Tornando in provincia di Chieti, si scopre che a Carunchio si è verificata una situazione singolare. La lista locale, Carunchio per le libertà, ha ottenuto un gran bel risultato (243 voti, pari all'84,08% dei voti validi), ma si sono recate alle urne solo 326 persone delle 938 aventi diritto, pari al 34,75%: a dispetto della percentuale bassissima, è probabile che il quorum sarebbe stato comunque raggiunto, visto che ai fini del calcolo del 40% non si sarebbe dovuto tener conto degli elettori iscritti all'anagrafe Aire. Il problema, in ogni caso, non si è posto, visto che sulla scheda elettorale c'erano altre due liste dalla grafica decisamente minimal: UxC, cioè Uniti per Carunchio (35 voti, 12,11%) e Scegli Carunchio (11 voti, 3,81%).

Nella stessa provincia si deve registrare, nel comune di Pennadomo, la presenza della lista I Veri che - pur essendo stata sorteggiata per prima sulle schede, ottenendo così una certa visibilità - ha ottenuto un solo voto sui 170 consensi validi; è giusto peraltro riconoscere che la lista in questione ha comunque presentato un emblema legato al territorio, che ha ripreso il profilo della "pietra madre" di Pennadomo (e c'è anche la miniatura della croce innalzata lassù, probabilmente sfuggita alla sottocommissione elettorale circondariale o ritenuta un semplice segno territoriale, senza implicazioni religiose). In ogni caso, le altre due liste, Uniti con Pennadomo (la lista di Domenico D'Angelo, sindaco uscente e riconfermato con 
119 voti, pari al 70%) e Noi con Pennadomo (50 voti, 29,41%) si dividono tutti gli altri voti e, in un certo modo, i loro simboli possono sembrare concepiti dalla stessa mente.
Il tempo del giro in Abruzzo, comunque, è quasi scaduto. C'è giusto lo spazio per un giro a Pescosansonesco, in provincia di Pescara: lì si erano presentate solo due liste: la prima (Sempre uniti per Pescosansonesco, che tra l'altro ha usato la stretta di mano vista prima, con aggiunta di volatili) ha ottenuto 283 voti, mentre la seconda lista - Nuovo Progetto, nome giallo su fondo azzurro - ha avuto solo 14 voti (4,71%), un po' pochi per attribuirle un reale radicamento sul territorio. L'impressione, guardando all'affluenza registrata (48,19%), è che la lista sia stata presentata, come altrove, per evitare all'origine seccature legate al quorum.

Dopo l'Abruzzo era inevitabile attendersi il Molise ed è proprio lì, dove si arriva ora, che l'attenzione di gran parte dei #drogatidipolitica era andata fin dall'inizio, visto che finora quella regione si è dimostrata una vera e propria "terra di meraviglie" per quanto accadeva nei suoi comuni "sotto i mille". Anche quest'anno, ovviamente, c'è qualcosa di interessante da raccontare, benché forse la messe appaia meno ricca del solito. 
L'itinerario molisano, comunque, inizia da San Biase, in provincia di Campobasso. Lì, non appena sono state rese note le liste in corsa, si è appreso di un ritorno dopo molti anni di assenza nei comuni "sotto i mille": il Movimento sociale Fiamma tricolore, infatti, ha presentato una propria lista (dopo averne presentate parecchie, soprattutto in Piemonte, nell'arco del quarto di secolo abbondante di elezioni senza bisogno di firme nei microcomuni), facendo la propria ricomparsa anche in località in cui le firme erano invece necessarie (incluso un capoluogo di provincia, cioè Latina). Tornando a San Biase, di voti alla Fiamma ne sono arrivati solo 2, che peraltro sono risultati pari al 2,13%, su un totale di 94 voti validi; l'affluenza è stata pari al 20,58%, decisamente bassa, ma non ci sarebbe stato alcun rischio di commissariamento, sia perché si sono affrontate addirittura 5 liste (una ogni 96 elettori, una ogni 20 votanti), sia perché due di queste erano chiaramente locali, vale a dire Insieme per San Biase (55 voti, 58,51%) e la Lista civica (35 voti, 37,23%: una formazione relativamente legata al territorio, a dispetto del nome comune e della stretta di mano bidimensionale). A conti fatti, ad Ancora insieme (dove abbiamo già visto quella stretta di mano?) e a Sanniti è toccato soltanto un voto a testa.
A Civitacampomarano, invece, devono aver tirato un sospiro di sollievo. La presenza di due liste ha infatti evitato un commissariamento altrimenti assicurato, essendo andati a votare 195 aventi diritto su 569 (pari al 34,27%): lì nemmeno il quorum ribassato una tantum avrebbe salvato le elezioni (a meno di sorprese riservate dagli iscritti Aire). Il sindaco espresso dalla lista Democratica Mente Civita deve la sua vittoria e il suo insediamento alla seconda formazione in campo, Per Civita, che con i suoi 17 voti (pari al 9,04%) si è aggiudicata i tre seggi riservati all'opposizione.  
Non hanno certo avuto o rischiato problemi di quorum a Guardiaregia, visto che le liste presentate in questo turno elettorale sono state ben quattro, a fronte di 906 elettori. Il sindaco uscente, Fabio Iuliano, è stato confermato con il 63,79% dei voti, ma tutti gli altri consensi validi sono andati alla lista civica Guardi...amo avanti, che con la lista vincitrice Liberi di volare ha condiviso il livello di elaborazione grafica dei contrassegni (e, a quanto si vede, il radicamento locale). Nemmeno un voto è toccato invece a Vivere insieme (con il simbolo delle due figure che abbracciano il globo già visto in passato) e Insieme per... il futuro: il suo candidato sindaco, peraltro, si configura come un vero recordman delle competizioni elettorali "sotto i mille", poiché questa per lui è - salvo errore - l'undicesima candidatura a sindaco dal 2009 in avanti (il suo nome, in base all'Archivio storico delle elezioni del Viminale, ricorre due volte a Gildone, due a Torella del Sannio, due a Ripabottoni, due a Casalciprano, una a San Giovanni in Galdo; quanto a Guardiaregia, si era già presentato - con lo stesso simbolo - anche cinque anni fa, ottenendo 8 voti).
Anche a San Massimo elettrici ed elettori avevano trovato sulle schede quattro liste, due delle quali - San Massimo unita e Progetto comune - sono apparse legate 
chiaramente al territorio, come dimostrano i risultati ottenuti (la prima ha raccolto 420 voti, pari al 76,78%, mentre la seconda, con 114 voti e il 20,84% dei consensi, si è assicurata i seggi dell'opposizione). Il raccolto delle altre due formazioni in corsa è stato oggettivamente magro, ma Fare politica (già nota scritta nera, qui in corsivo, su fondo bianco) e Verso la libertà (con la sagoma di un aeroplano su fondo giallo) qui almeno hanno ricevuto rispettivamente 7 e 6 voti, superando la soglia "psicologica" dell'1%. Sicuramente il risultato è stato migliore di quello ottenuto dalla lista Sanniti - con la grafica già vista - a Morrone del Sannio (dove sennò, altrimenti?), dove ha convinto solo un elettore dei 415 recatisi alle urne (e dei 405 che hanno espresso voti validi).
Passando in provincia di Isernia, a Pescolanciano si rileva che è stata presentata la lista La nuova svolta, con il classico simbolo del tutto minimal con la denominazione scritta in nero su sfondo bianco: quel contrassegno ha ottenuto 39 voti pari al 6,66% dei consensi validi espressi. Il consenso raccolto è stato decisamente ridotto, ma a Pescolanciano le liste erano soltanto due e, se non c'è stata nessuna vera concorrenza per la lista che ha espresso il sindaco (Andiamo oltre, votata da oltre il 90% dei votanti), La nuova svolta ha comunque ottenuto i tre seggi della minoranza (e i suoi occupanti, per i prossimi cinque anni, dovrebbero restare fuori dal giro delle elezioni amministrative).

Se - nella stessa provincia - ci si sposta a Castel San Vincenzo, comune dalla popolazione "legale" di 545 abitanti e con 638 aventi diritto al voto, si scopre che sulla scheda erano finite tre liste. Se Insieme per San Vincenzo, la formazione con il contrassegno più elaborato, ha vinto le elezioni (con il 59,18%) sulla lista Orgoglio per San Vincenzo, soltanto due voti sono rimasti a disposizione per la lista  … Per Castel San Vincenzo (con tanto di puntini nel nome, sovrapposto nel simbolo a una striscia tricolore). Con quello 0,55% di voti, naturalmente, la lista è rimasta fuori dal consiglio comunale. 
Il giro molisano si conclude con una visita d'obbligo a Capracotta, dove nel 2016 era risultata vincitrice (su un totale di tre formazioni, inclusa la Lista Beta) la lista Capracotta viva, un nome che non poteva non restare impresso. Anche questa volta la lista si è presentata, portando alla conferma del sindaco uscente; questa volta però le liste presenti erano soltanto due. I tre seggi della minoranza sono toccati dunque alla lista Insieme, grazie ai 66 voti raccolti (pari al 13,81%): l'affluenza è stata del 51,86% e forse questo potrebbe spiegare la presenza di una seconda formazione. Non si può passare da 
Chiauci, invece, perché nessuna lista è stata presentata.

Lasciato il Molise, si va in Campania, partendo dalla provincia di Avellino. Si segnala innanzitutto una lista 
Movimento Forconi a Monteverde, che ha raccolto 20 voti (pari al 3,73%) proponendo come aspirante sindaca Barbara Rinaldi (anche se in un primo momento era stata annunciata la candidatura di Giuseppe Del Giudice, segretario nazionale del movimento); vale la pena sottolineare che è l'ennesima variante del simbolo, con sfondo sfumato dal verde al rosso (in lista c'erano anche Sergio Angrisano, candidato presidente della regione Campania per il Terzo Polo nel 2020, e Orlando Iannotti, tra i dirigenti dei Forconi). A Sant’Angelo a Scala sono state presentate tre liste (come a Monteverde): tra queste c'era anche Sant'Angelo a Scala bene comune, in grado di attirare solo due voti (pari allo 0,43%), con un simbolo che sfoggiava insolitamente il carattere Cooper Black. A Petruro Irpino le liste invece erano quattro: oltre alle due formazioni locali sulle schede erano arrivate Petruro rinasce (9 voti, pari al 6,00%) e Progetto popolare, che lì non è riuscita a convincere neanche un elettore.
Quest'ultimo soggetto politico ha presentato liste anche altrove in Campania: almeno a San Nazzaro, nel beneventano, la lista ha raccolto 9 voti (1,96%), mentre a Giano Vetusto, nel casertano, non ne ha ottenuto nemmeno uno. In questo comune, peraltro, le liste erano ben sei: oltre alle due locali (Il Paese che vogliamo e Janus 2.0, a patto di riuscire a leggere questo nome sul contrassegno) e alla citata Progetto popolare, sulla scheda elettorale si ritrovavano Alternativa in comune (simbolo già visto in passato), SiAmo Italia (già incontrato prima) e Progetto comune (grafica base, giusto più colorata di altre). Solo Alternativa in comune ha raccolto un voto; le altre sono rimaste a bocca asciutta e la cosa, chissà come mai, non stupisce.
Un'altra lista di Progetto popolare è comparsa anche a San Pietro 
Infine, comune della provincia di Caserta con 1153 elettori ma che - in base all'ultimo censimento del 2011 - aveva 949 abitanti, dunque si sono applicate le regole previste per le elezioni "sotto i mille" (dunque senza la necessità di raccogliere le sottoscrizioni a sostegno delle candidature). Lì Progetto popolare è riuscita a raccogliere soltanto 4 voti (pari allo 0,60%): un risultato magro, obiettivamente, ma è andata ancora peggio alla lista Protesta con noi, che con il suo fulmine su sfondo rosso - già visto almeno l'anno scorso in qualche microcomune - non è riuscita a ottenere per sé nemmeno uno dei 668 voti validi.
Il record di liste "sotto i mille" per il 2021 spetta indubbiamente al comune di Tora e Piccilli: qui si sono presentate ben sette formazioni, delle quali tre risultano legate al territorio. Si tratta oggettivamente di un evento piuttosto anomalo in centri così piccoli, ma il risultato dello scrutinio non lascia dubbi: Continuità per Tora e Piccilli ha vinto con 
256 voti (42,04%), Tora e Piccilli protagonista si è fermata a 192 voti (31,53%, trasformati in due seggi di minoranza), mentre In movimento per Tora e Piccilli ha ottenuto 158 voti (25,94%, sufficienti a ottenere l'ultimo seggio disponibile). Le quattro liste rimaste fuori dal consiglio si sono divise letteralmente le briciole: 2 voti a Progetto Popolare, uno per +Verde Cuore Ambientalista (il cui simbolo è stato visto nel 2020 a Belmonte Castello, mentre il candidato dal 2014 al 2020 si è candidato sette volte in sette diversi comuni), neanche un consenso per Uniti per Tora e Piccilli e per Noi Patrioti. Si noti che, in questo caso, si è trattato di elezioni anticipate: si era votato nel 2019, ma in quell'occasione c'era una sola lista locale, al punto che i tre seggi di minoranza erano andati a Forza Sociale con il 10,58%.
In provincia di Salerno, a Controne, la lista Controne al Centro ha ottenuto soltanto 14 voti (pari al 3,61%), ma le sono stati sufficienti per eleggere comunque tre consiglieri. Si può notare che si è recato alle urne il 52,27% degli aventi diritto, cosa che - soprattutto se non fosse stata emanata, con la conversione del "decreto elezioni", la disposizione una tantum per abbassare al 40% il quorum di validità - potrebbe forse spiegare la presentazione "per prudenza" della seconda lista. Non si dimentichi, tra l'altro, che nel 2016 aveva partecipato al voto anche la lista Democrazia corporativa (che aveva ottenuto soltanto 5 voti, indice piuttosto chiaro di nulli legami con il territorio), dunque la seconda lista potrebbe essere stata presentata per evitare a forze estranee di entrare in consiglio comunale. Il sindaco uscito da questo voto è Ettore Poti, lo stesso che aveva vinto nel 2016 (con la medesima lista, Nuovi orizzonti); cinque anni fa, in compenso, aveva dovuto affrontare un avversario con il suo stesso cognome, Mario Poti.
Il cammino campano si chiude con una capatina a Tortorella, piccolo comune del salernitano (563 abitanti in base al censimento del 2011, 805 elettori)
: lì si è ripetuta una situazione fotocopia rispetto a quella vissuta nel 2016. Allora come quest'anno si sono presentate due liste, che non hanno mutato né il nome né il simbolo: Insieme per Tortorella e Per il mio paese. Anche i risultati sono cambiati poco: Insieme per Tortorella aveva vinto nel 2016 con il 94,41%, quest'anno con il 95,32%. Unico dettaglio a essere cambiato è il nome del candidato sindaco della lista di minoranza; per inciso, l'affluenza è stata del 39,25%, dunque la presenza di due liste ha evitato ogni seccatura di quorum.

I nostri viaggi in passato hanno toccato relativamente poco la Puglia e anche quest'anno c'è piuttosto poco da dire. Per l'esattezza, l'unico comune davvero interessante è Panni, in provincia di Foggia: gli abitanti nel 2011 erano 858, dunque il comune si è considerato "sotto i mille" anche se gli elettori risultavano essere 1436. Le liste locali erano due, Rinascita @Panni_idee (con la grafica mal copiata da Cambiamo!), vincitrice con 309 voti (52,91%) e Uniti per Panni (275, 47,09%). Come indicano le percentuali, non è rimasto nemmeno un voto per Panni al centro (il cui simbolo è leggermente più colorato e curato rispetto ad altri visti fin qui) e L'Altra Italia: eppure quest'ultima lista ha base soprattutto in Puglia e in questo turno ha partecipato, tra l'altro, alle elezioni di Cerignola.

Se fino all'anno scorso la wonderland delle elezioni "sotto i mille" è stata sempre certamente il Molise (insieme al Piemonte, sia pure per ragioni molto diverse), dal 2020 l'attenzione è caduta inevitabilmente anche sulla Basilicata, in particolare dopo il caso di Carbone, con la disputa tra due liste tutte esterne (per l'esclusione dell'unica formazione locale) e le dimissioni del neosindaco subito dopo l'elezione che hanno portato il paese a una notorietà di cui avrebbe probabilmente fatto a meno. Dopo il commissariamento, quest'anno a Carbone si è rivotato e questa volta ha vinto una lista certamente locale, Carbone radici future, aggiudicandosi il 
96,94% dei voti (349 voti su 360). Gli 11 consensi restanti sono andati alla seconda lista, che come l'anno scorso era L'Altra Italia  (il candidato sindaco risiede nel foggiano, dovrà prepararsi a macinare chilometri). Colpisce anche il dato dell'affluenza, molto basso (35,33%): la validità della consultazione sarebbe stata certamente a rischio, ma scorporando i molti iscritti Aire forse si sarebbe evitato il commissariamento. 
Un salto va fatto anche a Teana, sempre nel potentino: anche qui le liste erano due, tra l'altro tutte e due realizzati a base fotografica e si ha tutta l'impressione che siano stati realizzati dalla stessa mano (o per lo meno da mani molto vicine). Ha vinto le elezioni la lista Per Teana (con arcobaleno chiaramente aggiunto), facendo man bassa di voti, ma a colpire di più è l'altra lista, denominata La Civetta (omen nomen? Un modo elegante di dichiarare la natura della candidatura): con 10 voti (2,87%) è entrata in consiglio con tre eletti e ha azzerato i rischi di commissariamento, oggettivamente corsi a causa dell'affluenza limitata al 41,52%. Da antologia anche la sfida tra candidati sindaci: il vincitore, Vincenzo Marino, se l'è dovuta vedere con Vincenzo Pesce (non male, per un paese per niente vicino al mare...).


Tra la Basilicata e la Calabria la distanza non è un granché e i comuni da considerare sono sei. Quello con più liste - tre in tutto - è Aieta, in provincia di Cosenza. Lì la lista vincente, Il Paese che vogliamo, ha fatto il pieno, raccogliendo 402 voti (pari al 77,76%), mentre 
Aieta nel cuore (anche qui nomen omen, con la stretta di mano a forma di cuore) è riuscita a ottenere i tre seggi di minoranza con un dignitosissimo 21,08% (109 voti). Inutile dire che incuriosisce molto di più il risultato di Unità popolare per Aieta, che ottiene solo 6 voti (1,16%), peraltro con un simbolo - la tromba impugnata - molto datato, a dispetto dello sfondo rosso sfumato.
Negli altri cinque comuni da considerare hanno concorso soltanto due liste: in ciascuno di quei casi la presenza della seconda formazione (che in genere ha ottenuto pochi voti) potrebbe spiegarsi come misura anti commissariamento. Così troviamo ad Altilia la lista La Torre, destinataria di 24 voti, pari al 5,23% (ha votato il 47,54%); a San Pietro in Amantea la lista Insieme per San Pietro ha ottenuto 11 voti, cioè 3,43%, (e qui, dove ha votato il 27,22%, il rischio si è corso davvero). A Ferruzzano (Rc) la lista Colomba ha ottenuto 40 voti (10,39%): lì, tra l'altro, nel 2017 la minoranza era andata al Pci (e il candidato, Domenico Romeo, aveva lo stesso cognome di Giovanni, attuale candidato sindaco sconfitto). A Sant'Agata del Bianco la lista Sant'Agata Futura aveva ottenuto 21 voti, pari al 6,80% (anche nel 2016 si era verificata una situazione simile e questa volta ha votato il 54,61%), mentre a  Brognaturo, nel vibonese, la lista Noi per Brognaturo ha ottenuto 17 voti (pari al 4,20%, con un'affluenza del 53,13%).
Da ultimo, merita di essere segnalato il caso di San Lorenzo, comune della provincia di Reggio Calabria di 2800 abitanti circa (qui le firme servono). Si sarebbe dovuto votare nel 2020, ma nessuna lista si presentò; quest'anno in teoria erano state depositate tre liste, due civiche e una della Fiamma Tricolore, con qualche candidato locale; ma sulla scheda, tuttavia, sono arrivati solo due simboli, perché la civica San Lorenzo domani è stata ricusata dalla Sottocommissione elettorale circondariale. 
La sfida è finita 922 voti (92,22%) a 80 per la civica Democrazia e Partecipazione, ma a scrutinio ultimato è arrivata la doccia fredda: il sindaco eletto... era incandidabile per colpa di un'antica condanna non seguita da riabilitazione, per cui la gestione commissariale prosegue (e pure i tre seggi della Fiamma Tricolore sono sfumati). La curiosità è anche un'altra: incredibilmente il sito del Viminale ha sbagliato l'abbinamento dei simboli, utilizzando per la lista vincitrice il contrassegno della lista esclusa.


Resta da dire della Sardegna, regione nella quale si è 
votato il 10 e l'11 ottobre: in genere questa bellissima isola non è interessata dal fenomeno ma questa volta un paio di casi sono emersi. A Borutta, in provincia di Sassari - la lista Borutta 2021, simbolo con scritta bianca su sfondo verdolino, ha preso solo 7 voti (3,78%), ma sono stati sufficienti per eleggere 3 consiglieri; ha votato il 74,70% degli aventi diritto quindi il quorum non dovrebbe essere stato un problema (anzi, pare che sia stata la prima volta che il sindaco confermato per il terzo mandato, Silvano Arru, si è dovuto misurare con un concorrente). Nessun problema di quorum nemmeno a Genuri (Sud Sardegna): lì Terra e Tradizione, movimento per la sovranità nazionale in difesa delle autonomie locali e della tradizione italiana dal simbolo ben fatto (e con una freccia ricurva che ricorda quella della Destra sociale), ha però attirato solo 17 elettori (8,13%).
Non si è contato nessun voto invece a Gonnosodina (Or), Seneghe (Or), Zerdaliu (Or) e Sorgono (Nu: in questi comuni, infatti, non si è presentata alcuna lista. Lo stesso è accaduto a Mombello di Torino; non si è votato nemmeno a Bienno, nel bresciano, per vizi di forma nella presentazione delle liste elettorali.

Il nostro viaggio "sotto i mille" sarebbe finito, ma non possiamo concluderlo davvero senza raccontare in breve i microballottaggi. Già, perché se per i comuni sopra i 15mila abitanti il secondo turno è previsto ogni volta che al primo manchi un candidato sindaco che superi la metà dei voti validi, nei comuni inferiori si va al ballottaggio solo quando i due candidati più votati (o gli unici due presentatisi) al primo turno ottengono lo stesso numero di voti e occorre rivotare per individuare chi vince. La regola vale dunque anche per i comuni con meno di mille abitanti; anzi, paradossalmente più sono contenuti i numeri dei votanti, meno è improbabile che si abbia un pareggio. 
A Rondanina, in provincia di Genova, era finita 22 a 22 tra Gaetanino Giovanni Tufaro e Claudio Agostino Casazza (che il doppio nome, o prenome a voler essere precisi, sia una condizione necessaria per fare il sindaco o almeno accedere al ballottaggio?): al secondo turno l'ha spuntata  Tufaro di poco, 26 voti a 23. Rispetto al primo turno hanno  votato quattro persone in più e anche l'unica scheda bianca vista al primo turno non si è ritrovata al ballottaggio: evidentemente si è trasformata in un voto valido, anche se non si sa per chi…

A Torricella Verzate, nel pavese, era invece finita 243 pari (una quota di voti in cui il pareggio è più difficile da aversi) tra Giovanni Delbò e Marco Sensale, con un contorno di 5 schede nulle e 7 schede bianche. Al ballottaggio è riuscito a prevalere Sensale 265 voti a 253: chi si è recato alle urne è apparso più deciso e responsabile, visto che sono calate le schede nulle (da 5 a 2) e anche le bianche (da 7 a 5). Soprattutto, però, al ballottaggio hanno raggiunto i seggi 525 elettori contro i 498 che avevano votato il 3 e il 4 ottobre: e poi dicono che al secondo turno l'astensionismo aumenta sempre...

(2 - fine)