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martedì 26 marzo 2019

Democrazia solidale, un simbolo recente che non vedremo alle europee

Tra i simboli che finiranno nelle bacheche del Ministero dell'interno in vista delle elezioni europee - a meno che qualcuno non decida di depositarlo a mero scopo cautelativo o per marcare la propria presenza-esistenza - probabilmente non ci sarà quello di Democrazia solidale, il soggetto politico creato da Lorenzo Dellai alla fine del 2014 e diventato più riconoscibile con un proprio emblema dopo poche settimane
Questo, in effetti, non si è visto nemmeno alle ultime elezioni politiche, anche se a gennaio, nei giorni che hanno preceduto il deposito dei contrassegni al Viminale, il nome di Democrazia solidale è stato in qualche modo presente nel dibattito politico, con riguardo alle polemiche legate all'esenzione dalla raccolta firme per +Europa, legata alla concessione del simbolo di Centro democratico, con cui la formazione di Dellai aveva formato un gruppo parlamentare autonomo da gennaio 2017 (Dellai era capogruppo e aveva lamentato di non essere stato informato della decisione, cosa sicuramente poco delicata, ma è altrettanto vero che quel gruppo, essendo composto da meno di venti deputati, era nato "in deroga" proprio grazie all'apporto di Centro democratico che aveva partecipato col suo simbolo in modo consistente alle elezioni del 2013, ottenendo i risultati richiesti dal regolamento della Camera).
Il primo simbolo del partito
Il fatto che Democrazia solidale possa essere assente dalla scheda elettorale delle prossime elezioni europee - anche per l'oggettiva difficoltà, per quella lista, di raggiungere il 4% richiesto dalla legge elettorale - non può far passare sotto silenzio il fatto che, da ottobre, il simbolo del soggetto politico è cambiato. Il giorno 6, all'evento di lancio del partito - anzi, della rete civica - su scala nazionale, guidato dall'ex ministro Andrea Riccardi, l'ex viceministro Mario Giro e il consigliere regionale Paolo Ciani (tre figure di primo piano della Comunità di Sant'Egidio), con l'appoggio di esponenti Cisl, Azione cattolica e di Alleanza solidale di Nello Formisano, nonché con la partecipazione straordinaria dell'ex presidente del Consiglio (e non ancora presidente del Pd) Paolo Gentiloni, non c'era più il simbolo delle origini, con le tre figure umane e uno striscione azzurro molto europeo. C'era invece un logo, imperniato sulle lettere D e S, con la seconda legata alla prima e inserita in essa, color verde acqua su fondo bianco, con al di sotto la scritta Demos - versione abbreviata del nome del partito - unita alla denominazione intera. Con il tempo è stata elaborata anche la versione "da scheda elettorale", che sostanzialmente ribaltava i colori per consentire l'uso di un cerchio "pieno" (ma la parola "Demos" è stata messa in verdino per differenziarla dal bianco del nome integrale).
Quella mossa, peraltro, non fu particolarmente apprezzata da un altro soggetto politico già esistente, denominato Demos Italia, al quale forse era sfuggito l'uso della versione abbreviata del nome da parte di Dellai e compagni e proseguito da Riccardi, Giro e altri. "Avendo appreso, in queste ore, dell’origine di una nuova formazione politica dal nome 'Demos, Democrazia Solidale' - fece sapere l'8 ottobre il portavoce dell'associazione Alessandro Calabria - si precisa che è preesistente il Movimento Politico DEMOS, nato nell'ambito del pubblico impiego italiano il 21/02/2013, che il 22/03/2013 ha acquisito il Codice Fiscale [...] presso l’Ufficio Territoriale di Treviso dell’Agenzia delle Entrate e che altresì l’11/04/2013 ha registrato il proprio atto costitutivo presso l’Ufficio Territoriale di Viterbo dell’Agenzia delle Entrate [...]. Successivamente, il 06/06/2018 DEMOS ha modificato il proprio nome in 'DEMOS ITALIA - MOVIMENTO POLITICO' depositando variazioni statutarie e simbolo presso il predetto Ufficio di Viterbo dell’Agenzia delle Entrate [...]". Il simbolo, ovviamente, non aveva nulla a che fare con quello successivo legato a Riccardi, essendo caratterizzato dalla sagoma dell'Italia su fondo blu, con le stelle dell'Europa e, a contorno dell'emblema, una fascia tricolore con tanto di nodo. Sta di fatto che, per Calabria, Demos Italia - Movimento politico era "attualmente nell'esercizio della propria attività istituzionale" e intendeva evitare "inutili sovrapposizioni e dannose confusioni" riservandosi "ulteriori approfondimenti e/o accertamenti". 
Non è dato sapere se quell'avviso abbia avuto qualche seguito in azioni giudiziarie; di fatto, l'azione di Democrazia solidale è continuata sia col nome intero, sia con quello abbreviato e non è improbabile che il simbolo finisca su qualche scheda elettorale alle prossime amministrative. Alle europee, invece, se ne farà a meno, ma certamente quella forza politico-sociale darà il proprio sostegno a una delle liste in campo (probabilmente quella del Pd).

martedì 9 gennaio 2018

Civica popolare, una peonia su fondo fucsia shocking

Alla fine una margherita (minuscola) nel simbolo della lista Civica popolare guidata da Beatrice Lorenzin c'è. Non è - ovviamente - la Margherita (maiuscola), che anche prima della diffida dei liquidatori del partito che fu di Francesco Rutelli nessuno aveva immaginato di utilizzare, ma non è nemmeno una margherita qualunque: è proprio quella che Lorenzo Dellai ha utilizzato nei suoi progetti civico-politici a partire dal 1998, al suo posto nell'ultimo simbolo legato a lui, quello dell'Unione per il Trentino, che a questo giro perde la connotazione localistica e si chiama soltanto Unione (cosa che, in qualche modo, anche questo blog aveva suggerito pochi giorni fa). Anzi, gli entomologi della politica potrebbero dare atto che proprio Dellai, per assurdo, una piccola soddisfazione se l'è presa: rispetto al simbolo originale dell'Upt, la corolla della margherita si vede per intero e - con lo spostamento della parola Unione in basso - è anche più grande di prima.
Soddisfazione ben magra, tuttavia, visto che alla fine la margherita ha ceduto il passo a un altro fiore, di cui si dirà tra poco. Su queste pagine si era già detto che, in ogni caso, Dellai - nel frattempo rimasto almeno in parte scottato dalla concessione dell'esenzione a +Europa grazie all'intervento di Centro democratico di Tabacci, senza che lui che è il capogruppo in quota Democrazia solidale ne sapesse nulla - avrebbe avuto tutto il diritto di inserire nel contrassegno di Civica popolare la sua margherita (minuscola nell'iniziale) e che avrebbe potuto anche inserirla a grandezza visibile senza problemi. Evidentemente, però, i contatti e gli approfondimenti degli ultimi giorni devono avere consigliato al partito di Lorenzin di non correre troppi rischi e di non provocare davvero Rutelli e i legali rappresentanti della Margherita: non sarebbe stato utile, probabilmente, perdere tempo ed energie in un contenzioso legale che magari si sarebbe potuto vincere, ma mediaticamente sarebbe comunque equivalso a una zavorra.
Niente Margherita, niente margheritona (giusto una margheritina-piccina-picciò), ma un fiore c'è lo stesso (del resto, non era stato Rutelli a dire al Corriere "Usino un altro fiore, la flora italiana ha migliaia di specie e sottospecie, come ho studiato per il mio recente esame di botanica"?). Tiene a precisare la ministra uscente che non di margherita si tratta, ma di peonia gialla, che un bambino le avrebbe regalato. Anzi, visto che gran parte della conferenza stampa è stata dedicata da Lorenzin alla spiegazione del simbolo, è giusto che sia lei a raccontarlo:
Questo simbolo ha una storia. Questa è la storia che rappresenta le cose che vi ho detto fino ad ora. Nella prima parte del simbolo c'è un fiore, che è un fiore frutto dell'immaginazione di un bambino. E' un fiore "petaloso": se qualcuno ci vuole vedere una margherita, una peonia... la margherita assolutamente non va vista! Una peonia, un girasole... ma è un frutto dell'immaginazione di un bambino. Un fiore "petaloso", tra l'altro, è entrato in questi anni nella Treccani perché è stata una definizione data proprio da un bambino piccolo rispetto a un fiore che fosse l'esempio, la trasfigurazione un po' immaginaria, una proiezione [...]. Quindi noi non stiamo cercando un riferimento botanico, lo dico viste le polemiche di questi giorni: è un fiore nostro. 
Questo fiore mi è stato regalato da un bambino, che è figlio di un'amica che è qui presente, l'ha disegnato lei. E il colore è il colore del sole, perché all'interno di questo fiore c'è il senso della rinascita, del sole, dell'immaginazione, del futuro. Potremmo dire che ci sono tre parole chiave intorno a questo fiore, che sono sicuramente la crescita, la speranza e il futuro, che sono tre aspetti che vogliamo fortemente rappresentare in questa nostra azione politica. Come vedete, lo vorrei veramente dire, non c'è nessun riferimento alla margherita, questo fiore NON è una margherita: se volete vi dico che fiore è: per me è una peonia, come vedete ce l'ho anche nella maglia, ma mi piace molto di più pensare a com'è nato, cioè che è stato il dono di un bambino. 
Il bambino che me l'ha regalato stava raccontando una canzone, una canzone molto carina che tra l'altro io canto sempre ai miei figli, no? "Per fare un albero ci vuole un frutto". Bene, questa canzone a un certo punto dice una cosa: "per fare tutto ci vuole un fiore". E io credo che sia un po' la cifra del nostro modo di agire, di essere persone determinate ... gentili ma forti e nel fiore c'è l'idea delle forze politiche, delle nostre diverse esperienze politiche che si uniscono insieme per dar qualcosa di nuovo. [...]"
Innanzitutto una premessa: ci voleva coraggio a occupare una parte significativa del tempo dedicato alla stampa (sapendo che di quelle frasi sarebbe stato usato solo qualche frammento) a spiegare il vessillo con cui si sta per combattere una battaglia difficile, un po' per le polemiche degli ultimi giorni e un po' per le accuse che ormai girano da giorni - e con le quali tutta la brigata dovrà convivere per settimane, probabilmente fino al giorno del voto - di essere una compagine malassortita e un po' improvvisata. Il coraggio e la chiarezza, dunque, meritano di essere riconosciuti e premiati.
Detto questo, qualche errore certamente Lorenzin l'ha fatto. Il primo è stato chiedere ai presenti "Vi piace?" dopo avere ritualmente scoperto il simbolo sul cavalletto, una domanda che non va mai fatta in pubblico: se la gente risponde "sì", c'è il rischio di non crederle; se risponde "no" o tace evasiva, si rischia di partire con l'imbarazzo più totale. 

giovedì 4 gennaio 2018

Rutelli, ma davvero Lorenzin e Dellai vogliono la Margherita?

Il simbolo vero ancora non si è visto, anche se doveva essere presentato ieri: è probabile però che per vedere l'emblema elettorale della lista Civica Popolare si dovrà attendere ancora un po'. Se non altro, il tempo di capire come fare a disinnescare la grana legata all'uso di una margherita - intesa come fiore, con la minuscola - all'interno del contrassegno della forza politica guidata da Beatrice Lorenzin, uso che i liquidatori di Democrazia è libertà - La Margherita, che di quel che resta del partito sono i legali rappresentanti, vogliono impedire a tutti i costi, ritenendo che sia illegittimo perché richiamerebbe l'emblema del soggetto politico che, nel 2007, assieme ai Democratici di sinistra ha scelto di dar vita al Partito democratico.
Dopo la diffida che i liquidatori, attraverso gli avvocati Maurizio Morganti e Simone Grassi che da anni si occupano della difesa legale del partito di cui si è deliberato lo scioglimento nel 2012, hanno inviato ai promotori della lista, oggi a intervenire è il personaggio che maggiormente ha legato il proprio nome alla Margherita (con la maiuscola, stavolta) per esserne stato l'unico leader, ossia Francesco Rutelli. Lui è direttamente intervenuto con un post sulla sua pagina Facebook, che si riporta qui sotto per intero.
Si leggono molte notizie, in questi giorni, su un proposito di utilizzare il simbolo della Margherita per una lista last-minute. Poiché viene chiamato sempre in causa il mio nome - avendo guidato quel partito politico dalla fondazione sino all'atto di nascita del PD - è necessario mettere in chiaro tre punti. Ribadendo - è noto da tempo, ma è utile ripeterlo - che in queste elezioni non ho accettato candidature (ho assunto altri impegni professionali e personali che intendo rispettare).1. Sul piano formale, e giuridico, non c'è una parola da aggiungere alla diffida presentata dagli avvocati Morganti e Grassi, che difendono gli interessi della Margherita-DL. La diffida è stata disposta dai detentori del simbolo del Partito, il Collegio dei Liquidatori - presieduto da Roberto Montesi -, assieme ai Garanti - presieduti da Enzo Donnamaria. Essi hanno consultato me ed Enzo Bianco, Presidente dell'Assemblea Federale all'atto della chiusura delle attività politiche della Margherita. Abbiamo espresso il nostro pieno consenso: nessuno può impadronirsi del simbolo di un importante partito politico contro la volontà di chi ha il mandato indiscutibile a tutelarlo. Sarebbe come svegliarsi la mattina e decidere di presentare alle elezioni il marchio del PCI, o di Forza Italia.2. L'operazione è stata presentata in modo avventato (e autolesionistico): "Rinasce la Margherita"; ecco la "Margherita 2.0". Mi auguro che molti dei promotori non mi pongano nelle condizioni di riferire in pubblico le precise circostanze in cui, da diverse settimane, ho spiegato loro che la richiesta di sfruttare il simbolo della Margherita era sbagliata politicamente e impossibile sul piano giuridico.3. Una furbizia di bassa lega, infine, è il tentativo di utilizzare l'esperienza provinciale della Margherita trentina. Ottima esperienza, ma strettamente locale: il simbolo nazionale Margherita è tutelato dalla presentazione in elezioni politiche, e non utilizzabile da altri. Se dobbiamo poi risalire a chi ha introdotto in elezioni nazionali il simbolo della Margherita, la risposta è semplice: 12 anni prima della "Margherita con Rutelli"... è stato lo stesso Rutelli (assieme a Edo Ronchi)! Nelle elezioni Europee del 1989, infatti, si presentarono i Verdi Arcobaleno, i "Verdi della Margherita", con il fiore dai molti petali a simboleggiare le culture ambientaliste e democratiche e ad occupare con questo marchio il simbolo elettorale. Basta aprire, anche in questo caso, il sito elettorale del Ministero dell'Interno: il buon raccolto di quella Margherita fu di 821.281 voti (farebbero molto comodo, oggi, a diversi protagonisti elettorali...).Ma la storia evolve: se si ha un nuovo progetto politico, ben venga. Ma con le proprie gambe, e con un proprio simbolo. Il PD si troverebbe corresponsabile di un abuso politico grave se ammettesse, con la propria coalizione, che il grande e generoso contributo dato dalla Margherita venga utilizzato contro la volontà inequivocabilmente espressa dalla Margherita. Qualcuno ha detto: "quegli esponenti politici erano quasi tutti candidati contro la Margherita"! A me in verità fa piacere che vi sia questo forte riconoscimento da parte di persone che apprezzano il valore della nostra esperienza. Ma non potranno prenderne abusivamente il simbolo.  
Il contenuto merita attenzione e rispetto, ma anche una serie di puntualizzazioni su diverse questioni evocate dal testo: cerchiamo di vederle una per una, riconoscendo innanzitutto che Rutelli, con le sue parole, ha correttamente riconosciuto l'iniziativa dei legali (e, a monte, dei liquidatori e dei garanti della Margherita) è stata fatta anche con il "pieno consenso" (e, dunque, con la volontà) sua e di Enzo Bianco, altro nome storico del partito.
Naturalmente i liquidatori della Margherita fanno il loro lavoro, che è quello di proteggere il patrimonio dell'associazione in liquidazione: anche il simbolo, infatti, è parte del patrimonio immateriale (e, come tale, finisce per avere pure un valore economico). E' comprensibile, ovvio e persino sacrosanto, dunque, che vogliano tutelare il simbolo della Margherita (maiuscola) nei confronti di chi volesse impadronirsene, ma è successo o sta succedendo davvero questo? Probabilmente no. 

domenica 31 dicembre 2017

Può la Margherita strappare la margherita di Lorenzin e Dellai?

Lo si è detto molte volte in queste pagine: sciogliere un partito in Italia è difficilissimo. Ciò comporta, tra l'altro, che soggetti ritenuti politicamente estinti o consunti in realtà siano giuridicamente vivi e ci sia ancora qualcuno in grado di parlare a nome loro. Ne saprebbero qualcosa Beatrice Lorenzin e i suoi compagni di viaggio della nuova lista Civica Popolare: non appena si è saputo che la formazione, pronta ad allearsi con il Pd, avrebbe avuto una margherita nel simbolo, hanno ricevuto subito uno stop dai legali rappresentanti della Margherita, decisi a negare la possibilità di usare l'emblema del partito e preannunciando di fatto diffide se gli interessati dovessero insistere.
Non si tratta del primo "risveglio" margheritino: la memoria corre all'inizio del 2012, quando era emerso il caso dei fondi sottratti dal tesoriere allora in carica, l'avvocato Luigi Lusi: molte persone, più o meno interessate alla politica, non credevano ai loro orecchi, sentendo dire che il progetto politico nato come alleanza elettorale ed evolutosi come partito - legato al nome di Francesco Rutelli - non solo esisteva ancora pur avendo smesso di operare nel 2007, ma aveva continuato a ricevere i rimborsi elettorali della legislatura iniziata nel 2006 e finita nel 2008 (allora le regole prevedevano questo). 
Anche per cercare di mettere un punto a quella vicenda, il 16 giugno di quell'anno l'Assemblea federale del partito - meglio: di quello che restava - optò per lo scioglimento. Era la chiusura del sipario? Nemmeno per sogno, visto che la vicenda processuale di Lusi era ancora aperta (al pari di altre) e occorreva recuperare il denaro sottratto indebitamente: lo scioglimento aprì semplicemente la liquidazione dell'associazione Democrazia è libertà - La Margherita, un procedimento che non si è ancora chiuso. La Margherita, dunque, esiste ancora - e fino alla fine del 2013 la sua targa era rimasta affissa al Nazareno, sede allora sublocata al Pd - e a rappresentarla sono  i liquidatori, il cui collegio è presieduto dal commercialista Roberto Montesi (gli altri sono Salvatore Patti e Walter Ventura).
Alla notizia dell'iniziativa elettorale guidata da Lorenzin, qualche ex "margheritino" dev'essersi allarmato: si badi bene, nella nota ufficiale nessuno dei promotori aveva parlato di quella Margherita (con tanto di maiuscola che si scrive ma non si legge), ma tanto è bastato al collegio dei liquidatori attraverso Montesi, unitamente al collegio dei garanti rappresentato dal presidente Vincenzo Donnamaria (gli altri componenti sono Giovanni Grasso e Fabrizio Figorilli) per alzare un muro
"Nessuno può usare un simbolo della Margherita in elezioni politiche. Esperienze locali - come quella del Trentino - consentono un uso locale. Ma non nelle elezioni legislative: il marchio è tutelato, e non può essere usato, neppure in modo 'surrettizio'". 
I rappresentanti della Margherita aggiungono che "sarebbe incomprensibile se tentassero di usare questo simbolo anche esponenti politici che si candidarono contro la Margherita", probabilmente pensando a soggetti in precedenza riferiti al centrodestra, a partire da Fabrizio Cicchitto. Hanno ragione? In origine sì, ma fino a un certo punto. In fondo, è tutta una questione di maiuscole. E' evidente, infatti, che per Lorenzin e altri quella del loro simbolo dovrebbe essere una margherita qualunque, mentre chi vuole tutelare la Margherita (meglio: Democrazia è libertà - La Margherita) lo fa ritenendo di essere "La Margherita" per antonomasia: per loro quindi - maiuscola o no - il fiore bianco a petali, se richiamato in politica, sarebbe sempre riferito al partito che fu di Rutelli.
Può essere, per carità, ma qualche paletto è necessario. Perché parlare di "esperienze locali - come quella del Trentino" è profondamente ingeneroso nei confronti di Lorenzo Dellai, animatore della Civica per il governo del Trentino (tra l'altro, anche allora, chiamata Civica - La Margherita) che fu diretta ispiratrice della Margherita nazionale cui proprio Dellai aderì. La Margherita disegnata da Andrea Rauch per il nascente partito rutelliano (sedici petali, disposti su due livelli) era diversa da quella utilizzata da Dellai in Trentino (dodici petali tutti allo stesso livello): non a caso, il successivo partito di Dellai, Unione per il Trentino, riprende il fiore della vecchia Civica, limitandosi a modernizzarlo e a renderlo tridimensionale.
Se è legittimo che la Margherita cerchi di tutelare se stessa, dovrebbe almeno lasciare via libera a chi usava lo stesso fiore prima di lei - avendone addirittura ispirato la scelta - e chiede di apportare nel nuovo emblema quella versione, tra l'altro presente in Parlamento - al Senato - nella legislatura appena conclusa, dunque assai più di recente rispetto all'ex partito rutelliano (che pure aveva ben altra consistenza). E se di margherite - con la minuscola - parliamo, non risulta che alla Margherita abbiano mai fatto storie i Verdi arcobaleno, politicamente inattivi dalla fine del 1990 ma sciolti realmente chissà quanto tempo dopo (allora le cose erano un po' più semplici). D'accordo, tra i promotori ci fu proprio Rutelli, ma qualche dubbio sul fatto che altri compagni di strada (da Mario Capanna a Franco Corleone) avrebbero gradito vedere il loro stesso fiore su un simbolo di un partito tutto diverso è lecito averlo...

venerdì 29 dicembre 2017

Civica popolare, gli alleati centristi del Pd (con Lorenzin e margherita)

E se il simbolo fosse così?
Era curioso, in fondo, che in un paese in cui tradizionalmente si vince al centro (centro centro, centrodestra o - più raramente - centrosinistra), in entrambi gli schieramenti principali tra le poche liste ancora da presentare ci fossero proprio i raggruppamenti saldamente ancorati al centro, ciascuno dalla propria collocazione. Mentre si aspetta ancora di vedere il simbolo della lista del centrodestra a trazione Udc (unica certezza, ci sarà lo scudo crociato, ma il nome esatto della formazione è ancora tutto da stabilire, ammesso che la strada non sia comune con Fitto, Lupi e gli altri di Noi con l'Italia), oggi, all'indomani dello scioglimento delle Camere da parte del Quirinale, è stata annunciata la lista centrista che sarà coalizzata con il Partito democratico
Il simbolo ancora non c'è, ma l'accordo sul nome e su chi la comporrà e la guiderà sì: dopo l'uscita di scena volontaria di Angelino Alfano, sarà Beatrice Lorenzin a guidare la lista Civica popolare, alla quale contribuirà ovviamente Alternativa popolare, ma anche i Centristi per l'Europa di Pierferdinando Casini e Gianpiero D'Alia (con cui Ap aveva già corso, senza troppa fortuna, in Sicilia), Democrazia Solidale di Lorenzo Dellai e Andrea Olivero, L'Italia è Popolare, ossia l'area politica cattolico-democratica che fa capo a Giuseppe De Mita (con la benedizione dello zio Ciriaco); più sorprendente, volendo, è che del cartello elettorale faccia parte anche l'Italia dei valori, fondata da Antonio Di Pietro e probabilmente pensata agli antipodi di qualunque formazione anche solo lontanamente democristiana, ma che ha stretto l'accordo con le altre forze nella persona del suo segretario, Ignazio Messina. 
Per carità, parlare di cartello elettorale starebbe stretto ai promotori: in una nota, infatti, hanno precisato che questo sarebbe "il primo passo per la costituzione di una forza politica di ispirazione popolare europeista e riformista, per fronteggiare ogni deriva populista e proseguire sul sentiero della ricostruzione civile, sociale e materiale del Paese". Evidentemente, un nuovo partito diverso da quelli esistenti (e anche per questo stupisce trovare l'Idv tra i promotori), che però è già convinto di far parte "dell’area politica che ha supportato fino in fondo i governi di questa legislatura": nella nota la parola "centrosinistra" non c'è, ma considerando che per De Mita jr era necessario opporsi "alle due destre oggi presenti in Italia: il residuo berlusconiano e quella grillina", non restano altre possibili collocazioni, anche se resta da parte di tutti i promotori l'esigenza di rimanere distinti dal Pd. 
E il simbolo? Come detto, la grafica non è stata svelata, forse perché ancora non esiste, eppure la nota dà qualche indicazione: la lista, infatti, "avrà come denominazione 'Civica Popolare' e nel simbolo una margherita che simboleggia la convergenza di diverse sensibilità su un progetto politico al servizio del Paese. Nel rispetto di questa impostazione, l’iniziativa è fin da subito aperta a tutte le esperienze civiche e politiche e a quanti intendono concorrervi"; c'è poi chi dà per certo l'inserimento del cognome di Lorenzin all'interno dell'emblema, un nome che a detta di alcuni - come Fabrizio Cicchitto, tra coloro che non hanno seguito Maurizio Lupi nel ritorno nel centrodestra - potrebbe rappresentare un punto di riferimento positivo.
L'attesa sarà questione solo di qualche giorno, naturalmente, ma intanto si può iniziare a immaginare e, per quanto alla fine la grafica possa risultare tutta diversa, certe supposizioni sarebbero fatte a buon diritto. L'aggettivo "popolare", infatti, sembra apportato soprattutto dalla formazione di Lorenzin, mentre qui "Civica" non sembra un aggettivo, ma un sostantivo. Perché prima di Scelta civica c'era la Civica per il governo del Trentino, progetto politico nato nel 1998 e legato proprio a Lorenzo Dellai che ora è della partita (e che a inizio legislatura, tra l'altro, è stato eletto in Scelta civica). Oltre alla parola principale a caratteri cubitali, poi, nel simbolo di Civica c'era anche la margherita, idea che - assieme al progetto - sarebbe stata poi ripresa a livello nazionale da Francesco Rutelli. La stessa margherita, giusto un po' "rinfrescata" graficamente, sarebbe poi finita nel contrassegno dell'Unione per il Trentino, che della Civica è l'erede diretta e ha fatto comunque riferimento a Dellai (che pure ora ha creato DemoS). Così, a voler metter insieme elementi grafici di ieri e dell'altro ieri, si potrebbe prendere quella stessa margherita e sfumarla leggermente (com'era nel simbolo della Civica trentina) sopra alla prima parola del nome, piuttosto imponente; nome che potrebbe essere scritto nella stessa font Nexa Black usata da Scelta civica, dal Nuovo centrodestra e ora da Alternativa popolare, mantenendo magari anche il suo fondo blu scuro e il bordo del cerchio più chiaro. E se, ridendo e scherzando, ci si fosse avvicinati al vero?

domenica 8 febbraio 2015

La margherita dell'Unione per il Trentino in soffitta. Anzi, no


Ai curiosi della politica nazionale la notizia potrebbe essere sfuggita, come se ciò che riguarda una forza politica meno che regionale potesse avere poca importanza o potesse essere trascurato a priori. Eppure a fine gennaio era spuntata la possibilità di pensionamento di un simbolo a suo modo storico del Trentino, in nome di un nuovo impulso all'autonomia di quell'area. Al centro del discorso c'è l'Unione per il Trentino ed è stato proprio uno dei suoi ideatori - lo stesso Lorenzo Dellai di cui si è da poco parlato a proposito di Democrazia solidale - a dettare un'ipotetica scadenza per quella formazione, nata nel 2008 e cui lui stesso ha legato parte della propria storia.
Il primo logo dell'Upt
Dellai - che prima di entrare in Parlamento della provincia di Trento è stato tre volte presidente, eletto al terzo mandato anche grazie all'Upt - in un documento presentato a fine gennaio al "parlamentino" provinciale dell'Unione, aveva immaginato un nuovo progetto per corroborare il futuro dell'autonomia, immaginando tra l'altro che il partito potesse "ammettere la possibilità di un nostro superamento", magari attraverso la promozione di "liste aperte a chi è disponibile a concorrere al rilancio del centrosinistra". Questo, secondo il deputato, poteva arrivare con l'adozione di "un simbolo e una denominazione delle liste che connotino questa impostazione", mandando dunque in soffitta l'emblema azzurro-verde in uso da sette anni.
Nel caso, non sarebbe stata una rinuncia da poco. L'Upt, infatti, si poneva e si pone come l'evoluzione della lista Civica per il governo del Trentino, nota fin dall'inizio come "Civica Margherita" proprio per la corolla del fiore rappresentata sullo sfondo. La storia di questo raggruppamento era ancora più vecchia, essendo questo nato dieci anni prima dell'Unione, fondato proprio da Lorenzo Dellai (che fino a poco prima stava nel Ppi) come disegno di un partito regionale che curasse l'autonomia della provincia trentina ma rilanciando nel contempo il progetto ulivista del 1996. Il successo ottenuto alle elezioni provinciali del 1998 (che l'anno dopo hanno portato lo stesso Dellai per la prima volta alla presidenza) suggerì di esportare l'esperienza su scala nazionale: non fu dunque un caso che il cartello "Democrazia è libertà", che unì Ppi, Rinnovamento italiano, Democratici e (finché fu della partita) Udeur avesse come emblema proprio il fiore della margherita.
Lo stesso logo floreale era finito nel nuovo contrassegno dell'Unione, recentemente ingrandito nell'ultima versione (come unico cambiamento di rilievo); magari poteva anche essere presente nel nuovo soggetto immaginato da Dellai, come segno di evoluzione nella continuità. L'idea di voltare graficamente pagina però non doveva andare a genio all'attuale segretaria dell'Upt, Donatella Conzatti, ben decisa tra l'altro a mantenere l'autonomia del soggetto politico (senza farsi schiacciare dal Pd e dal Partito autonomista trentino tirolese). Alla fine, in ogni caso, il partito sembra destinato a restare in piedi, dopo l'ultima riunione del "parlamentino" a febbraio: "L’Upt c’è - si legge nel sito - mantiene la sua identità, simbolo e rappresentanza". Una margherita, insomma, da qualche parte resiste.

venerdì 6 febbraio 2015

La sfida eurografica di Democrazia solidale

Salvo novità dell'ultim'ora, la notizia politica del giorno è data dal "quasi-esaurimento" dell'esperienza politica di Scelta civica per l'Italia: l'aveva provocatoriamente delineato Matteo Renzi a Porta a Porta poche sere fa, lo ha certificato oggi - con un tempismo invidiabile, a una manciata di ore dal congresso nazionale - Stefania Giannini, che di Sc è l'esponente che detiene la carica più alta (come ministro). Se di fatto oggi otto parlamentari sono approdati ai gruppi del Partito democratico, bisogna ammettere tanto che non sono stati certo i primi (la strada, a ben guardare, l'ha aperta Andrea Romano), quanto che il loro passaggio non cambia di una virgola i numeri della maggioranza, visto che Scelta civica era comunque già a sostegno del programma e dell'azione dell'ex sindaco di Firenze.
Tutt'altro discorso, invece, per un altro gruppo di ex compagni di strada montiani, le cui ultime mosse hanno cambiato almeno in parte la conformazione delle Camere, specie dal punto di vista del pallottoliere. Avevano fatto un certo rumore, infatti, verso la fine del 2013, le defezioni di alcuni tra i personaggi più in vista della prima Scelta civica, come Lorenzo Dellai, Andrea Olivero e Mario Marazziti, allontanatisi dai libdem - che avevano scelto di rompere con l'Udc - per seguire l'allora ministro della difesa Mario Mauro nei Popolari per l'Italia: La collocazione, tuttavia, non è durata a lungo: troppo moderato (e un po' troppo rivolto a destra), il nuovo soggetto di Mauro, per Dellai e soci e per la loro storia personale. Anche per questo, all'inizio di luglio era nato il movimento Democrazia solidale, da subito vicino a Renzi e al Pd (cui, del resto, Dellai era già vicino da anni con la sua Unione per il Trentino).
Per un po' di tempo il nuovo gruppo di Lorenzo Dellai non ha avuto un vero emblema: quando a novembre ci eravamo occupati della campagna elettorale che ha preceduto le elezioni regionali in Emilia Romagna, avevamo dato conto del "nuovo" simbolo di Cd, senza colore arancione e con l'espressione "Democrazia solidale", nell'attesa probabilmente che il movimento evolvesse e si desse un'identità anche grafica. 
L'identità sembra sia arrivata poche settimane dopo, visto che ora nel sito di DemoS c'è un emblema che contiene alcuni spunti di originalità e vanno sottolineati. Non è proprio una novità vedere tre figure stilizzate che stanno insieme, vicine (ma se non altro sono in posizioni tali da non sembrare ingessate o ferme), mentre la diventa l'assenza del tricolore: in tutto il cerchio non c'è un tocco di verde nemmeno a pagarlo oro e questo, in un periodo di abuso sistematico delle tinte nazionali, già fa il suo effetto.
Una bandiera in realtà c'è, quella dell'Unione europea, ma qui spunta il secondo guizzo (via, guizzetto) grafico: di fatto il vessillo è uno striscione blu, piegato a S e con tanto di sfumature 2.0, ma soprattutto le dodici stelle sono disegnate metà sul recto dello striscione, metà sul verso e un po' più avanti, in modo da affidarsi alle pieghe per ricostruire la circonferenza stellata. L'idea tutto sommato è carina e, in qualche modo coraggiosa, anche se non per la soluzione grafica: abbinare il concetto di "solidarietà" all'Europa di oggi, fatta soprattutto di regole e parametri da rispettare, ha per lo meno qualcosa di ardito.

venerdì 5 dicembre 2014

Centro democratico in rosso, senza Diritti e libertà

Mentre le cronache politiche italiane sono dominate dalle discussioni sul Jobs Act, sulla flat tax berlusconiana, sulle manovre legate alla legge elettorale e sul percorso delle riforme che stenta a ripartire seriamente, non sarà sfuggito ai veri "drogati di politica" - etichetta presa a prestito dal lessico dell'amico e collega Livio Ricciardelli - un piccolo cambio grafico, solo in apparenza trascurabile. Perché è difficile considerare tale ciò che riguarda il partito che a febbraio dell'anno scorso ha comunque permesso al centrosinistra di conquistare il premio di maggioranza alla Camera e ha spalancato le porte di un nuovo mandato parlamentare a Bruno Tabacci e a Pino Pisicchio.
E' proprio la loro creatura politica, Centro democratico, a meritare un briciolo di interesse in più e un occhio più attento mentre se ne guarda il contrassegno. Nessun giallo, per carità; semmai, è all'arancione che si deve guardare. Perché non c'è più, infatti, quel colore che tingeva il semicerchio inferiore su cui risaltava in bianco il nome del partito. Ora il colore dominante è il rosso, la stessa tonalità della "C" stilizzata che compone il logotipo in cui si fondono le due lettere della sigla politica.
Un piccolo antipasto, in effetti, lo si era già saggiato qualche settimana fa, in occasione delle elezioni regionali in Emilia Romagna, con la lista Centro per Bonaccini, che a Cd aveva affiancato anche Democrazia Solidale di Lorenzo Dellai. Alle omologhe consultazioni calabresi, invece, il simbolo era rimasto quello delle origini: a parte ospitare il nome del candidato presidente Oliverio, c'era ancora l'arancione ed era ancora al suo posto la dicitura "Diritti e libertà" (il movimento fondato da Massimo Donadi e Aniello Formisano che, alla fine del 2012, aveva contribuito a fondare Centro democratico e nel proprio emblema aveva proprio l'arancione come colore dominante).
La sparizione contemporanea dei due riferimenti grafici potrebbe far pensare all'abbandono della nave centrodemocratica da parte di Diritti e libertà, cosa su cui si vocifera e si smentisce da mesi (specialmente con riferimento alla figura di Stefano Pedica e ai suoi progetti politici - da Cantiere democratico in poi - che lo hanno portato direttamente nel Pd). L'unica certezza di questi giorni, invece, è l'adesione alla Camera di tre deputati di Cd (compreso Tabacci) al gruppo Per l'Italia, che ora si chiama proprio Per l'Italia - Centro democratico e continua a sostenere il centrosinistra (e, in questo caso, il governo Renzi). Forse l'alleggerimento del simbolo serve semplicemente a far risaltare il nucleo dell'emblema, forse si prepara a nuove evoluzioni grafiche. Nell'attesa che qualcuno, ovviamente, se ne renda conto e ne parli.

giovedì 30 ottobre 2014

Emilia, ripescato Centro democratico (che corre con Dellai)

I centristi più inguaribili, sia pure con tendenza a sinistra, stiano tranquilli: il Centro democratico, alle regionali dell'Emilia, ci sarà. La sua presenza sulle schede aveva vacillato dopo che in tribunale a Reggio Emilia i documenti necessari per la presentazione della lista erano stati consegnati in ritardo, in particolare i certificati dei sottoscrittori: essendo Reggio la quinta provincia in cui la lista è presente (le altre erano Bologna, Forlì, Ferrara e Ravenna), sarebbero venute meno le condizioni richieste dalla nuova legge regionale per concorrere alle elezioni.
Il coordinatore nazionale del partito, Pino Bicchielli, ha però fatto sapere che l'ufficio elettorale centrale regionale (presso la Corte d'appello) ha accettato il ricorso presentato da Centro democratico: in effetti il commissario provinciale e presidente regionale Matteo Riva (già Idv e Pane pace lavoro) ha prodotto la ricevuta del comune con cui i certificati risultavano richiesti 11 minuti prima della scadenza del termine e, per l'ufficio regionale, era un tempo sufficiente per fornirli. 
L'esclusione sarebbe stata un vero peccato per il partito di Bruno Tabacci, che alle elezioni comunali di Reggio Calabria aveva raccolto addirittura il 7,5%, potendo uscire pubblicamente come "il partito alleato più forte del Pd nella città dello Stretto" (parole dello stesso Tabacci) e che a questo punto può sperare di mantenere la propria presenza in Assemblea legislativa in Emilia (attualmente è rappresentato proprio da Riva), non limitandosi solo a fare il "portatore di acqua" per Bonaccini. 
In Emilia, il partito rinuncia alla dicitura "Libertà e diritti" che era stata coniata da Massimo Donadi (come pure all'arancione che era legato a quel partito) e mette in massima evidenza l'espressione "Centro con Bonaccini". Il contrassegno rappresentato, infatti, è quello di un cartello condiviso con "Demo.S - Democrazia solidale", l'associazione politica che vede come principale esponente Lorenzo Dellai, dopo la sua uscita da Scelta civica e il passaggio breve tra i Popolari per l'Italia di Mario Mauro (ci sono anche Andrea Olivero, altro ex Sc-Pi, e persone legate a Sant'Egidio come Mario Marazziti). Un simbolo vero e proprio l'associazione non ce l'ha, tant'è che nel contrassegno il nome viene indicato con una font diversa rispetto a quella vista sul sito. Ma tant'è, ecco pronto a correre e a misurarsi con gli elettori un altro esperimento centrista, che potrebbe dare qualche frutto. O, forse, preludere a nuove polverizzazioni.