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martedì 18 marzo 2025

Un #romanzoViminale ante litteram: sfogliando il Corriere del 1948

Chi frequenta abitualmente questo sito non ha bisogno che lo si ricordi: il deposito dei contrassegni destinati alle schede elettorali è da sempre il momento pubblico che caratterizza per primo e in modo più evidente l'avvicinamento al giorno - o ai giorni - del voto per il rinnovo delle Camere o del Parlamento europeo. Sembra di poter dire così soprattutto a partire dal 1958, anno in cui trovarono prima applicazione le norme introdotte dalla legge n. 493/1956 - e trasfuse nel testo unico per l'elezione della Camera, cioè il d.P.R. n. 361/1957 - che avevano previsto un'unica procedura di deposito dei simboli presso il Ministero dell'interno per i partiti, per gli altri gruppi politici e per eventuali soggetti singoli: da quel momento, nel giro di pochi giorni (in origine tra il 68° e il 62° giorno prima dell'apertura delle urne, ora tra il 44° e il 42° giorno prima, considerando solo le elezioni politiche), tutti i soggetti interessati a presentare il proprio emblema - e, almeno in linea teorica, a impiegarlo per distinguere candidature - si ritrovano al Viminale e suscitano puntualmente l'interesse della stampa.
Era così, almeno in parte, anche per le due elezioni politiche precedenti (1948 e 1953), ma con una significativa differenza: era previsto un doppio binario, con i partiti e gli altri soggetti politici organizzati "privilegiati" rispetto ad altri soggetti. In particolare, partiti e gruppi politici organizzati avevano la possibilità di depositare presso il Viminale il contrassegno per le loro liste (circoscrizionali o per il collegio unico nazionale) "non oltre il sessantaduesimo giorno anteriore a quello della votazione", con l'esame di ammissibilità dei simboli da parte del ministero entro tre giorni dalla presentazione; nella fase successiva del deposito delle liste/candidature (presso la cancelleria della Corte d'appello o del Tribunale competente), da effettuare "non più tardi delle ore 16 del quarantacinquesimo giorno anteriore a quello della votazione", i presentatori di ciascuna lista avevano l'onere di dichiarare "con quale contrassegno depositato presso il Ministero dell'Interno" volessero distinguere le candidature o - pensando di impiegarne uno diverso - di depositare il proprio fregio elettorale unitamente alle liste e ai relativi documenti (a partire dalle firme a sostegno), fregio la cui ammissibilità sarebbe stata valutata dai vari uffici elettorali - nei dieci giorni successivi - sulla base della confondibilità con i simboli depositati al ministero (dunque più tutelati) e con quelli depositati in precedenza presso il singolo ufficio.
Questo doppio binario comportava che le liste esclusivamente locali o i candidati ai collegi uninominali del Senato interessati a impiegare un proprio contrassegno - sapendo che sarebbe stato comunque possibile collegarsi in gruppo a persone legate a simboli diversi, in base alla legge elettorale del Senato - non avessero normalmente interesse a presentarsi al Viminale (affrontando magari le spese e le difficoltà del viaggio): per questo motivo, oltre che per l'assenza di un formale termine iniziale per il deposito - anche se si può presumere che in qualche modo il Ministero dell'interno indicasse un giorno e un momento prima dei quali i contrassegni non sarebbero stati accettati - si può supporre che dentro e fuori il Palazzo del Viminale ci fosse meno ressa di quanto accade ora prima delle elezioni politiche ed europee, al punto tale che i contrassegni erano ricevuti direttamente al quarto piano, sede - allora come oggi - dei servizi elettorali.
Questo, ovviamente, non significa che il tempo del deposito fosse meno sentito rispetto a ora. Un documento particolarmente interessante, in questo senso, è rappresentato da un articolo pubblicato in prima pagina dal Corriere d'Informazione - vale a dire l'edizione pomeridiana del Corriere della Sera - nel numero distribuito il 17 febbraio 1948: il pezzo, firmato da Alberto Ceretto (già capo del "servizio italiano", dunque degli interni per Ansa e in seguito resocontista dei lavori della Camera per il Corriere), offre appunto una cronaca della presentazione dei simboli che precedette le elezioni del 18 e 19 aprile - il primo voto politico dell'Italia repubblicana - con un uso abbondante dell'ironia nel raccontare quelle fasi. Il pezzo conferma che il deposito, in quell'occasione, si concluse alle 20 di lunedì 16 febbraio 1948 (esattamente 62 giorni prima che si aprissero le urne), ma si apprende che i primi contrassegni erano stati ricevuti dal Viminale la mattina di martedì 10 febbraio, addirittura una settimana prima. 
Le quattro colonnine di taglio alto offrono uno spaccato tanto della creatività mostrata allora - quando i simboli erano rigorosamente in bianco e nero e, tra l'altro, non erano ancora vietati i soggetti religiosi e il metro della confondibilità era meno severo - quanto delle reazioni della burocrazia ministeriale, specie davanti a un contrassegno presentato "espresso" (cioè appena realizzato) in modo tanto artigianale quanto difforme rispetto alle prescrizioni dettate dagli uffici. Vale la pena leggere quelle righe, cercando di immergersi in quel tempo, fatto di scrivanie che si affollavano di cartelline verdi, simboli in triplice copia consegnati da soggetti passeggianti da quelle parti e non ancora destinati all'esposizione in bacheca (proprio perché il deposito aveva una connotazione più intima e riservata, ma pur sempre solenne).

La pioggia cominciò martedì scorso, alle nove del mattino, e ininterrottamente è durata fino alle ore venti di ieri sera. Non era la consueta pioggia primaverile, l'acquerella che vien giù, sottile e tepida, dal cielo, ma una pioggia di carta che si rovesciava in una stanza del Viminale punto per fedeltà di cronaca, la stanza n. 20 del quarto piano, dove i funzionari del servizio elettorale hanno visto, durante questi giorni, i loro tavoli allagati di contrassegni di lista. Le cartelle verdi, con i simboli e i verbali di deposito, sono diventate una collinetta e quando, iersera, è scoccata l'ora fatale di chiusura, 102 contrassegni risultavano presentati al Ministero degli Interni. Centodue in confronto dei 61 depositati per le elezioni del '46: inflazione anche nei simboli. 
I primi furono presentati martedì scorso da quattro signori, che, quando l'ufficio si aprì, passeggiavano in già nervosamente dinanzi alla famosa porta n. 20. Da quanto tempo misuravano a gran passi il corridoio? Nessuno lo sa: forse erano arrivati quando il cielo appena sbiancava alle prime luci dell'alba, dopo aver pernottato all'addiaccio, ed ora si guardavano con occhio nemico, invidiosi del primo posto che sarebbe toccato a uno di loro, in ordine di presentazione. Perché, vi chiederete, tanta premura? Perché nel campo elettorale, come in ogni competizione agonistica, l'uomo ha le sue teorie e crede nella scaramanzia. L'urgenza di conquistare il primo posto è connessa con la teoria secondo la quale l'elettore vota per istinto, senza studiare la scheda, è portato a segnare una crocetta accanto al primo simbolo su cui posa l'occhio.
Nei tanti simboli piovuti al Viminale, la fantasia s'è sbizzarrita come più non avrebbe potuto. Ci sono, è vero, dei simboli ricorrenti, che molti partiti hanno scelto e che, pertanto, si ripetono, con lievi sfumature di diversità, all'infinito. La stella a cinque punte, per esempio, che i monarchici hanno naturalmente abbinato alla corona, ed i 
«frontisti» hanno invece tratteggiato come sfondo alla testa di Garibaldi. 
Ma, al di fuori di questi motivi, che sono i più comuni, quante estrose invenzioni! Prendete il sole, ad esempio: voi credete che il sole sia unico, uguale per tutti, inconfondibile. Illusione. Basta sfogliare le cartelline verdi per constatare in quanti modi diversi gli uomini vedono il sole: c'è il sole fermo e senza raggi, quello, invece, che inonda il creato di raggi, dritti e acuti come str
ali, quasi volesse forarlo con la sua vampa; e c'è il sole leonardesco, dei raggi zigzaganti.

 

E poi, perché non considerare il sole nei momenti del suo quotidiano e luminoso viaggio che, proiettato nell'eternità, può somigliare al gran viaggio dell'umanità nel tempo? Ecco, quindi, il sole alto sull'orizzonte, lontano, splendido ed irraggiungibile; ed ecco, invece, il sole nascente, ancora a metà della sua prodigiosa apparizione all'orizzonte. Quest'ultimo, lo conoscete, è il sole che, primamente, scelsero come emblema internazionale i socialisti, ed è riapparso all'orizzonte della camera n° 20 del Viminale, recatovi da Ivan Matteo Lombardo e Simonini, come contrassegno dell'Unione socialista. 
 
E che altro, infine, se non il sole volete che scegliesse come simbolo l'associazione politica naturisti italiani? Il suo astro fulgente, però, a una sorta di carattere pubblicitario, perché la parola naturismo spicca proprio al centro della pancetta del sole, come la «réclame» di una pasticca per la gola. 
Ricostruzione
Se parecchi degli emblemi sono mostruosamente complicati, il più semplice fu quello ideato da un mutilato. Egli arrivò all'ufficio elettorale a mani vuote, prese da un tavolo un pezzo di carta e una matita azzurra, tracciò una macchia blu, vi scrisse sotto 
«mare calmo» e porse il foglio all'impiegato. Questi trasecolò e fece rilevare al presentatore, in primo luogo, che il contrassegno doveva essere disegnato in inchiostro e consegnato in tre esemplari; poiché quella macchia non rappresentava nulla.
«
Voi lo dite, - si scandalizzò l'altro. - Dint'o mare 'nce sta' tutte cose», e la sua voce di napoletano vibrava di commozione in quel semplice inno al mare. Poi si convinse, e tornò, ieri, recando il nuovo emblema del «gruppo politico degli italiani»: l'Italia effigiata in una donna armata di spada e con lo scudo crociato sul seno rigoglioso. Ma una curiosità c'era, anche questa volta, nel disegno, ed era il copricapo, di foggia veramente inusata per una donna. «E' il colbac del Piemonte reale», spiegò il presentatore dinanzi allo sguardo interrogativo del funzionario.
 
La cronaca appena riportata può essere completata con il resoconto puntuale che sempre il Corriere d'Informazione (edizione della notte), uscito proprio il 10 febbraio, offriva della prima mattina di deposito degli emblemi. I primi quattro signori che si contendevano il primo posto nelle procedure di deposito, a quanto pare, dovevano essere lì per depositare i fregi del Movimento nazionale unitario (distinto dal "profilo dell'Italia geografica", con tanto di Venezia Giulia "larga", Istria e Dalmazia, Savoia e Nizzardo e persino un po' di costa africana; presentatore risultava Luigi Gasparotto), del Partito nazionale monarchico (con Alfredo Covelli presentatore ufficiale), del Partito socialista italiano (contrassegno simile a quello del Psiup del 1946 e apportato da Lucio Luzzatto) e del Fronte democratico popolare (con Garibaldi sopra la stella presentato da Virgilio Nasi). L'elenco continuava con il Partito comunista italiano (stesso emblema della Costituente, depositato da Pietro Secchia e presentato - al pari del fregio del Psi - per evitare che altri potessero accampare diritti su quel segno o su segni simili), il Partito democratico del lavoro ("una ruota dentata che racchiude una spiga di grano e una fiamma emergente", presentato - a quanto pare di capire - da Edgardo Longoni), la Gioventù comunista (da cui sarebbe nata la Fgci: depositante fu Giancarlo Pajetta) e il Movimento sociale italiano (con la fiamma tricolore presentata da Giorgio Almirante). La "prima dozzina" si completava con il Blocco popolare unionista (presentato da Santi Paladino), la Concentrazione degli indipendenti per l'indipendenza d'Italia (presentato da Luciano Maria Moretti: "un reticolato con delle fiamme da esplosione, in alto una croce con la scritta 'Per l'indipendenza d'Italia'"), il Fronte liberale democratico dell'Uomo Qualunque (col simbolo della testata di Guglielmo Giannini presentato da Mario Rodinò) e l'Alleanza cattolico-monarchica (emblema presentato da Giorgio Asinari di San Marzano). Secondo un articolo uscito il giorno dopo sull'edizione "principe" del Corriere, al posto numero 13 si era collocato il simbolo della Dc.
Dell'Alleanza cattolico-monarchica, tuttavia, sarebbe stata chiesta la sostituzione del fregio, perché la corona al centro si sarebbe potuta confondere con il simbolo di "Stella e Corona" del Pnm: rimase dunque una corona di alloro, abbinata al nodo Savoia e a una croce. Il 18 febbraio il Corriere d'Informazione diede notizia anche della bocciatura del simbolo del Fronte della Gioventù per la somiglianza col simbolo del "Blocco democratico popolare", anche se una forza con quel nome non c'era: in effetti si trattava del Fronte democratico popolare già ricordato. In effetti, tra i simboli ammessi non figura quello del Fronte della Gioventù (che ovviamente non era il Fdg che si sarebbe affermato come "giovanile" del Msi-Dn, ma la continuazione - o, se si preferisce, quel che rimaneva - dell'organizzazione giovanile partigiana ormai molto vicina al Pci: a depositare il simbolo con il volto di Garibaldi, in effetti, fu Enrico Berlinguer). 
Rileggendo l'articolo scritto da Alberto Ceretto per il Corriere d'Informazione, tra l'altro, si trova citata l'Associazione politica naturisti italiani menzionata nel testo: nel cercare tra i simboli ammessi nel 1948 le grafiche per illustrare l'attento e ironico resoconto, tuttavia, non emerge alcuna traccia Associazione politica naturisti italiani - nome che non figura in alcuna dei simboli presentati pure in seguito - né di un sole contenente la parola "naturismo" (mentre emergono, per esempio il sole "leonardesco, dai raggi zigzaganti" del Movimento sociale rivoluzionario europeo mostrato sopra e quello "alto sull'orizzonte" e "che inonda il creato di raggi, dritti e acuti come strali" del Movimento nazionale fra sinistrati e danneggiati di guerra). Guardando al numero di contrassegni contenuti nella pubblicazione ufficiale del Viminale, peraltro, si nota la presenza di 98 emblemi, a fronte dei 102 di cui parla l'articolo: se uno di quelli mancanti potrebbe essere quello del Fronte della Gioventù depositato da Berlinguer, che qualcosa sia andato storto in fase di esame del contrassegno naturista - da parte dei servizi elettorali guidati dal capo divisione (Angelo?) Vincenti - portando alla sua esclusione? Il mistero, almeno per ora, resta, insieme al fascino di un racconto ex post della #maratonaViminale.
 
Un ringraziamento meritatissimo va a Lorenzo Pregliasco, che ha segnalato l'articolo e ha spinto all'approfondimento sulla vicenda.

mercoledì 10 giugno 2020

1948: per Angiolillo venne "Il Tempo" di candidarsi

"Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo". Quante volte si è ripetuto questo frammento del libro di Qoelet (o Ecclesiaste, per chi era affezionato al vecchio nome biblico), a proposito e a sproposito di ogni cosa, magari semplicemente per giustificare una scelta sbagliata, una decisione ragionevole presa nel momento sbagliato o, semplicemente, per dire che era arrivato il momento di cambiare musica rispetto al passato? Di certo moltissime, probabilmente troppe. Solo una persona, tuttavia, avrebbe potuto ben dire, parafrasando una delle sentenze successive di quel capitolo di Qoelet, che "c'è un Tempo per dirigere e un Tempo per candidarsi". La maiuscola, peraltro abbinata al corsivo, non è affatto casuale e non è nemmeno una mera maiuscola di rispetto: è semplicemente dovuta, visto che la persona in questione si chiamava Renato Angiolillo.
Chi ha un minimo di pratica con la storia del giornalismo e della politica italiana ha certamente già capito che si è di fronte a colui che, il 5 giugno 1944, aveva fondato ufficialmente Il Tempo, il più longevo dei quotidiani romani (pur se con respiro nazionale) e che ne rimase direttore fino alla sua morte, nel 1973 (essendone anche proprietario/editore per alcuni anni). A dirla tutta, anche alcuni suoi successori alla direzione della testata alle elezioni politiche sono riusciti a farsi eleggere (è il caso di Giovanni Mottola) o si sono candidati con meno fortuna (come Mario Sechi), né si può dimenticare il caso decisamente unico di Gianni Letta, per anni parte del mondo politico al fianco di Silvio Berlusconi senza mai una candidatura o addirittura un'iscrizione a un partito. Soltanto Renato Angiolillo - anzi, "Angiolillo Renato Massimo", come si leggeva sulla scheda elettorale - si è candidato ed è riuscito a diventare parlamentare con la lista del Tempo.
Che il fondatore del giornale che da anni ha sede a palazzo Wedekind su piazza Colonna (ma nell'immediato dopoguerra la sede era in piazza di Pietra) fosse diventato senatore della Repubblica nelle prime elezioni politiche successive al voto per la Costituente era cosa nota; meno ricordato fu il fatto che proprio la testata  - acquistata da Angiolillo in periodo di occupazione nazista - a contrassegnare la sua candidatura. Quest'ultima era maturata grazie alla posizione peculiare del quotidiano, di impostazione nettamente conservatrice, ma aperta ai contributi degli intellettuali di ogni fronte, a quelli della Repubblica e a quelli post-fascisti: nell'Italia impegnata nella ricostruzione e nella scrittura della Costituzione, con non poche frizioni sul piano politico e parecchi "conti aperti" con l'immediato passato, Angiolillo - senza mai scrivere di proprio pugno sul giornale - invitava alla pacificazione nazionale e a concentrare le energie sul futuro.
Su queste basi, non stupisce che più di una forza politica, in particolare legata a quell'area conservatrice-borghese che aveva trovato nel Tempo un punto di riferimento, abbia ritenuto naturale proporre a Renato Angiolillo di candidarsi alle elezioni. Già il 23-24 febbraio 1948 sull'edizione della notte del Corriere d'informazione si leggeva che il direttore del quotidiano romano si sarebbe candidato in collegamento con la Democrazia cristiana "ma come indipendente" al Senato a Bari; il giorno dopo il Corriere confermava la notizia. Il collegio scelto non era affatto casuale: proprio a Bari era stato a lungo negli anni '30, dedicandosi all'editoria pubblicitaria (raccontando la Puglia d'oro attraverso le sue famiglie più illustri. 
La questione del collegamento era assolutamente rilevante: dal momento che al Senato la competizione era in collegi uninominali all'interno della stessa circoscrizione regionale, la legge elettorale per quel ramo del Parlamento (legge n. 29/1948) prevedeva che ciascuna persona interessata presentasse la propria candidatura (corredata da almeno 300 e non oltre 500 firme di elettori del collegio e, come si vedrà, dal contrassegno) e gli uffici elettorali circoscrizionali potevano accoglierla entro il 35° giorno precedente il voto. Entro il 30° giorno, invece, ogni persona candidata doveva dichiarare "con quali candidati di altri collegi della Regione intende[sse] collegarsi" (e i collegamenti ovviamente dovevano essere reciproci): in Molise ci si poteva collegare a un solo candidato, altrove occorreva legarsi almeno ad altre due candidature (e, visto che ciascuno poteva candidarsi anche in tre collegi nella Regione prescelta, era permesso che l'aspirante senatore/senatrice si collegasse con sé stesso/a).
Tornando ad Angiolillo, oltre alla Democrazia cristiana, anche il Partito liberale italiano mostrò interesse per la sua figura e, alla fine, fu proprio quell'area a intestarsi la candidatura. Il "gruppo Angiolillo", cioè i candidati con cui lui si collegò, fu composto essenzialmente da persone che si presentavano sotto le insegne del Blocco nazionale, che oltre ai liberali comprendeva anche i candidati del Fronte dell'Uomo qualunque e i nittiani dell'Unione per la ricostruzione nazionale. C'erano però debite eccezioni: la legge elettorale, infatti, ammetteva espressamente "il collegamento tra candidati aventi diverso contrassegno" e, nel richiedere che chi aspirava a candidarsi depositasse un modello di contrassegno senza esigere che questo fosse uno di quelli già presentati al Ministero dell'interno, di fatto consentiva alle singole persone candidate di correre davvero da indipendenti, pur essendo collegate ad almeno altre due della stessa Regione.
A Monopoli, per esempio, il candidato era Giuseppe Manfredi (o Manfridi) del Partito nazionale monarchico (con il classico simbolo di stella e corona), mentre oltre a quella di Angiolillo c'era un'altra candidatura indipendente, sempre proveniente dal mondo del giornalismo: Leonardo Azzarita (in seguito direttore generale dell'Ansa e del Corriere delle Puglie) aveva scelto di distinguersi con l'immagine di due bandiere incrociate, che peraltro richiamavano quella del Pli. Angiolillo, invece, non espresse alcuna assonanza politica nel suo emblema, ma trasformò nel proprio marchio l'esperienza che lo aveva impegnato negli ultimi anni e aveva creato le condizioni per la sua candidatura. Non fu il solo ad adottare come emblema un orologio e, in particolare da tasca, come a dire che era il momento di scegliere (possibilmente proprio la persona che aveva schierato l'orologio); lui però rese quel contrassegno unico e totalmente a sua misura, facendo riprodurre la testata del suo giornale sul quadrante della "cipolla". In teoria si era di fronte a una tautologia, a un concetto al quadrato, essendo ripetuto nel testo e in grafica; eppure in quel momento non sembrò esserci una soluzione più indicata per Renato Angiolillo che identificare in pieno la sua proposta elettorale con il quotidiano da lui fondato e diretto.
Che quella candidatura, intestata ai liberali, avesse comunque anche il placet almeno della Dc poteva evincersi dal fatto che, in quel collegio, i democristiani non presentarono candidature col loro simbolo (alla pari dei liberali, ma a dire il vero sulla scheda non finì nemmeno il simbolo del Msi: si videro solo quelli del Pri, del Psdi, dei monarchici e ovviamente Garibaldi con la stella per il Fronte democratico popolare). Il risultato fu pressoché scontato: con 45.732 voti, pari al 51,42%, Angiolillo fu il più votato del suo gruppo e venne eletto a Palazzo Madama, dove aderì al gruppo liberale. Finita la prima legislatura, nel 1953 si ricandidò direttamente con il Pli, sempre al Senato ma in quell'occasione nel collegio di Rieti: superato lì dai candidati di Dc, Pci, Psi e Msi, non fu rieletto. 
Probabilmente quella mancata riconferma non gli avrà fatto del tutto piacere ma, come c'era stato un Tempo per candidarsi, arrivò di nuovo il Tempo per dirigere, ovviamente Il Tempo, al cui timone Renato Angiolillo sarebbe rimasto altri vent'anni. Avrebbe contato ancora molto nel giornalismo e nella politica, così come avrebbe esercitato notevole influenza dopo la sua morte la moglie Maria Girani, che definire "la regina dei salotti romani" era probabilmente riduttivo (chiedere a Gianni Letta, che fu direttore dopo Angiolillo per quattordici anni, per averne cerimoniosa conferma). Di certo, a guardare oggi quel simbolo che nel 1948 portò all'elezione del fondatore del Tempo, appare assai più sensato e ben pensato (e persino bello da vedere), rispetto a molti emblemi che affollano le schede o vorrebbero arrivarci, ma sono brutti anche se concepiti nell'era di Photoshop. O forse, chissà, proprio per questo.