martedì 23 febbraio 2021

I simboli di Vittorio Sgarbi per rigenerare Roma

Il suo nome circolava da tempo, ma oggi ha ufficializzato la sua candidatura a sindaco di Roma. "Per Roma io ci sono, non posso non esserci": a dirlo è Vittorio Sgarbi, che quest'oggi a mezzogiorno ha presentato il suo progetto per la Capitale, anche se a quanto pare si va verso un rinvio delle elezioni amministrative. Non si sa quando si voterà, dunque, ma si sa che il deputato (nonché sindaco di Sutri) intende essere presente come aspirante sindaco, sperando che a sostenerlo ci sia anche il centrodestra: "Io dico che mi presento, perché sono Sgarbi e Rinascimento è importante che ci sia. O il centrodestra converge su di me, oppure io faccio una lista che va anche contro il candidato del centrodestra, poi al ballottaggio si potrebbe discutere e a quel punto si potrebbe trovare un accordo, del quale l'assessorato alla cultura sarebbe parte importante".
La lista di cui parla Sgarbi è ovviamente Rinascimento, il progetto cui il critico d'arte e politico lavora dal 2017: "In un panorama di partiti che non sanno quello che sono, quello che fanno e da che parte stanno, ma si inventano destra e sinistra - ha detto - ci voleva un partito di tutti, un Pc nel senso di 'partito della cultura', appunto Rinascimento. Con quello sono diventato sindaco di Sutri e, sia pure dopo una fase di letargo, quando l'anno scorso dei gruppi di persone hanno presentato liste con quel simbolo ad Aosta e in Valle d'Aosta, hanno ottenuto rispettivamente il 25% e il 5%, quindi ho pensato che fosse arrivato il momento di ripresentare Rinascimento, sia nella sua accezione più alta, per tutto ciò che di elevato si è fatto nel Rinascimento italiano, sia per quanto riguarda la salute. Questa giornata di sole ci ricorda che dovremmo essere amici dell'aria aperta, magari tenendo la mascherina se si è troppo vicini, ma negarsi l'aria aperta è una forma di turbamento mentale: il Rinascimento è innanzitutto quello della consapevolezza della salute".
Oltre a Rinascimento (che in questo caso nel simbolo ha anche il Colosseo e il dettaglio della michelangiolesca Creazione di Adamo leggermente reintepretato), però, dovrebbero esserci altre liste: così pare di capire da quanto è stato annunciato nella conferenza stampa, iniziata in robusto ritardo al centro di Piazza Navona, dopo che non è stato possibile tenerla al ViviBistrot dov'era stata convocata ("Raggi aveva detto che non si poteva fare lì, lo ha fatto sapere ai gestori..."; "ma questa è una piazza d'arte importante, che rappresenta la bellezza di Roma e dell'Italia" ha detto all'inizio Cristiano Aresu, segretario politico di Rinascimento, presente con Dario Di Francesco, vicesegretario), con un quasi-assembramento di persone e microfoni quasi inevitabile
Innanzitutto è stato annunciato il sostegno della lista Italia libera, quella annunciata da Carlo Taormina poco prima di Natale: il simbolo, tra l'altro, è proprio quello con il cuore di Vandea stilizzato, che questo sito aveva mostrato proprio la vigilia di Natale, trovandolo sul sito curato da Giuliano Castellino. Tra i candidati, peraltro, è stato fatto il nome del portavoce Nino Galloni, noto economista post-keynesiano, presidente del Centro Studi Monetari e attento al tema della moneta complementare. Poi c'è Geo - Ambientalisti animalisti europei, lista il cui nome parla da sè e con la parola "Geo" gialla inserita in un cerchio di frecce (... vi ricorda qualcosa?) su fondo verde: come portavoce è stato indicato 
Cristiano Riggio, già due volte consigliere municipale a Roma eletto con il Pd.
C'è poi Domenico Faccini, segretario e tesoriere del Movimento cittadini italiani, presieduto da Silvana Bruno e nato, come si legge sulla sua pagina Facebook, "per rappresentare quella fascia di persone che, per colpa di leggi che vanno a discapito della gente onesta, è costretta a vivere in grave difficoltà economica". Il simbolo è rappresentato da un tricolore con un quadrato azzurro nella parte centrale, in cui è incastonato un cerchio con l'emblema di due mani che accolgono il globo con l'Italia. Da ultimo c'era anche Carmelo Leo, coordinatore nazionale del Movimento Sviluppo Italia: una traccia di gesso tricolore su fondo blu sfumato caratterizza l'emblema di questo gruppo, che per ora completa la squadra a sostegno della candidatura di Sgarbi.
A livello nazionale il critico e deputato vorrebbe proporre uno spazio, una casa politica per le tante persone che al momento ne sono sprovviste, ma l'occhio è ovviamente puntato innanzitutto sulla capitale e sull'amministrazione dei beni culturali: "Ci sono i diritti fondamentali - ha detto oggi - ma c'è un diritto alla bellezza di cui ognuno è tutore e che non è tutelato in pieno dalla Costituzione, al di là dell'articolo 9: invece che una "repubblica democratica fondata sul lavoro" all'articolo 1 si potrebbe dire 'fondata sulla bellezza'. Roma è la prima città del mondo, per tutto il suo patrimonio, ma occorre cultura politica, non è possibile tenere i beni culturali come li tiene ora l'amministrazione. Per tuti Parigi è il Louvre e si identifica con quello, Roma potrebbe identificarsi con uno dei suoi musei e invece non succede: Roma dev'essere un luogo in cui accadono più cose che a Parigi, è da lì che si rigenera una città". 
Una candidatura, dunque, in nome della cultura: "Io rappresento la cultura più di molti altri. Non può arrivare qui Gualtieri perché l'hanno bocciato altrove; non può arrivare Calenda, che certamente è un fenomeno ma non un potenziale sindaco di Roma, perché non ha un'esperienza vissuta di Roma e dei suoi monumenti come ce l'ho io". Da qui a quando si voterà (la data, appunto, non si conosce), Sgarbi avrà tempo per consolidare la sua candidatura e proporsi ad altre forze politiche potenzialmente interessate. Da solista, quale si qualifica da sempre, ma pronto a valutare accordi.

venerdì 19 febbraio 2021

Ritorno alla Corte: a rischio il pasticcio di firme, esenzioni e simboli

Ai tempi del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari si è parlato molto - oltre che dei "correttivi" costituzionali per mitigare le storture legate alla riduzione - degli interventi sulla legge elettorale, magari da rivedere in senso proporzionale per evitare che le nuove Camere siano poco rappresentative. Da settimane però sulla legge elettorale è calato il silenzio, anche se 
sono spirati venti di elezioni. Se si votasse ora si applicherebbe il Rosatum-bis, modificato dalla legge n. 51/2019 per rendere il sistema del 2017 applicabile al Parlamento a ranghi ridotti (si sono definiti i nuovi collegi per distribuire 3/8 dei seggi nei collegi uninominali e 5/8 in quelli plurinominali); finora molte forze politiche avevano chiesto di cambiare le regole, ma ora - uscito di scena il governo Conte-bis e arrivato Mario Draghi a Palazzo Chigi - c'è chi dubita che l'attuale Parlamento si occuperà delle riforme costituzionali e metterà mano alla legge elettorale.
Su quest'ultima, però, non è da escludere che le Camere siano costrette a intervenire presto: martedì 23 febbraio, infatti, la Corte costituzionale dovrà esprimersi per la prima volta sull'incostituzionalità di un paio di punti della legge elettorale vigente, relativi al procedimento preparatorio ma molto rilevanti per determinare il quadro di candidature offerto agli elettori. Il giudizio nasce da un'ordinanza - l'atto di promovimento n. 157/2020 - emessa il 1° settembre 2020 dalla seconda sezione civile del Tribunale di Roma (nella persona della giudice Carmen Bifano) ma sfuggita all'attenzione dei più: all'origine c'era un ricorso presentato il 7 novembre 2019 da Riccardo Magi e dall'associazione +Europa (il partito) contro il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministero dell'interno. I ricorrenti - difesi dagli avvocati Beniamino Caravita di Toritto, Aulo Cossu e Andrea Mazziotti di Celso (ex deputato di Scelta civica, poi aderente a +E e ad Azione) avevano chiesto di accertare l'integrità del diritto di elettorato passivo - con riferimento alle prossime elezioni politiche, immaginando che si tengano con la vigente legge - in particolare considerando il modo in cui si dovrebbe applicare l'art. 18-bis del testo unico per l'elezione della Camera (d.P.R. n. 361/1957, modificato nel 2017), disposizione che regola la raccolta delle sottoscrizioni a sostegno delle candidature e le esenzioni da tale onere.
Arriva dunque finalmente davanti alla Corte costituzionale un problema enorme e più volte sollevato in questo sito: quello della raccolta firme e del modo in cui devono provvedervi i promotori delle liste che la legge non solleva da quel compito gravoso. Si chiedeva in particolare di considerare il numero di sottoscrittori da coinvolgere, i soggetti che possono provvedere all'autenticazione, ma pure una questione molto delicata, emersa nelle settimane che precedettero la presentazione delle candidature alle elezioni del 2018: una questione che ha a che vedere con l'obbligo di raccogliere le firme avendo già individuato (anche) i candidati dei collegi uninominali. Il che voleva dire implicitamente aver già deciso se correre da soli o apparentarsi con altre liste (e, nel caso, quali): un problema enorme, se considerato insieme ai "figli e figliastri" generati dal regime di esenzione dalla raccolta delle firme. Il punto è complesso e merita di essere analizzato con attenzione, insieme agli altri.
 

Sbarramento all'ingresso ed "emergenza permanente"

Il problema, in effetti, nasce dalla questione delle firme e si avvita intorno a questa, come sa bene +Europa. Com'è noto, Riccardo Magi è stato eletto deputato (come candidato del centrosinistra nel collegio 10 - Roma Gianicolense), ma non nelle liste di +Europa - Centro democratico, di cui pure era stato capolista nei tre collegi plurinominali del Lazio: la lista non ha raggiunto la soglia del 3% indicata dalla legge (si è fermata al 2,6%), dunque non ha avuto accesso alla distribuzione dei seggi attribuiti con il sistema proporzionale. Ciò, in concreto, significa che la lista di +Europa - Centro democratico, con solo tre deputati (oltre a Magi, Bruno Tabacci e Alessandro Fusacchia, eletto all'estero) e una senatrice (Emma Bonino), non è riuscita a formare un gruppo parlamentare alla Camera e al Senato a inizio legislatura: è questa la condizione che l'art. 18-bis, comma 2 - così come modificato dal Rosatum-bis - pone per esentare un partito dalla raccolta firme per presentare liste alle elezioni successive.

giovedì 18 febbraio 2021

Senato, i M5S contrari a Draghi verso un gruppo col simbolo dell'Italia dei valori?

Quanto questa mattina sono circolate le prime voci della prossima espulsione dal MoVimento 5 Stelle delle senatrici e dai senatori che ieri hanno votato contro la mozione di fiducia al governo di Mario Draghi la situazione è parsa molto delicata, per varie ragioni. Alle 10 e 20 sulla pagina Facebook di Vito Crimi, al momento ancora capo politico ad interim del M5S (benché si sia conclusa la procedura di voto per modificare lo statuto e non prevedere più la guida di un capo politico ma quella di un collegio di cinque persone) è apparso un post che spiegava meglio i contorni della questione: "
I 15 senatori che hanno votato no sono venuti meno all'impegno del portavoce del MoVimento che deve rispettare le indicazioni di voto provenienti dagli iscritti. Tra l'altro, il voto sul nascente Governo non è un voto come un altro. È il voto dal quale prendono forma la maggioranza che sostiene l'esecutivo e l'opposizione. Ed ora i 15 senatori che hanno votato no si collocano, nei fatti, all'opposizione. Per tale motivo non potranno più far parte del gruppo parlamentare del MoVimento al Senato. Ho dunque invitato il capogruppo a comunicare il loro allontanamento, ai sensi dello Statuto e del regolamento del gruppo".
Non si tratterebbe, dunque, di un'espulsione dal MoVimento, almeno per ora, se non altro perché questa prevede un iter ben preciso, indicato dallo statuto (quello dell'associazione fondata nel 2017), vale a dire la denuncia di quelle iscritte e di quegli iscritti (da parte del Garante, del Capo politico, del Comitato di garanzia o da qualunque aderente) al Collegio dei Probi Viri, che valuta se avviare un procedimento disciplinare (comunicandone l'avvio e le ragioni alle persone interessate), la possibilità delle persone oggetto del procedimento di produrre una memoria difensiva entro dieci giorni, la decisione dei Probi Viri (tra richiesta di ulteriori chiarimenti, archiviazione o sanzioni) entro altri novanta giorni e comunicazione della stessa, con possibilità della persona colpita dalla sanzione di proporre reclamo al Comitato di garanzia.
Più semplicemente, si tratterebbe di espulsione dal gruppo senatoriale del M5S, a norma dell'art. 21 del regolamento del gruppo, per il quale tra le cause di sanzione si annovera il "mancato rispetto delle decisioni assunte dall'assemblea degli iscritti con le votazioni in rete" (comma 2, lett. d): il presidente del gruppo, "sentito il Comitato Direttivo [...], può disporre, sulla base della gravità dell'atto o del fatto, il richiamo, la sospensione temporanea o l'espulsione" (comma 1). A dire il vero il comma 4 prevede che di norma l'espulsione dal gruppo debba essere "ratificata da una votazione on line sul portale del MoVimento 5 Stelle tra tutti gli iscritti, a maggioranza dei votanti", ma subito prima si precisa che si fa eccezione alla regola qualora un componente del gruppo M5S aderisca ad altro gruppo (e allora non ci sarebbe nemmeno bisogno di espellerlo) oppure "in casi eccezionali nonché su indicazione del Capo Politico", dunque ancora di Crimi (per ora). Va peraltro detto che l'art. 11 dello statuto prevede alla lettera i) che "Per gli iscritti che siano membri dei gruppi parlamentari e/o consiliari, l’espulsione dal MoVimento 5 Stelle disposta in conformità con le procedure del presente Statuto comporta l’espulsione dal gruppo parlamentare e/o consiliare; analogamente, l’espulsione dal gruppo parlamentare e/o consiliare, disposta in conformità con le procedure dei rispettivi regolamenti, comporta l’espulsione dal “MoVimento 5 Stelle”; quest'ultima ipotesi sembrerebbe assai poco garantista, per lo meno immaginando che questo sia uno dei casi in cui si può essere espulsi dal gruppo senza votazione.
Di questa vicenda probabilmente si sentirà parlare di nuovo; è molto più urgente, in compenso, occuparsi della nuova collocazione parlamentare delle senatrici e dei senatori (che stanno per essere) messi alla porta dal gruppo M5S. Già, perché sarebbe fondamentale per i quindici nomi a rischio espulsione - alcuni particolarmente pesanti: Elio Lannutti, Barbara Lezzi e Nicola Morra - poter contare su un proprio gruppo parlamentare, per avere visibilità, tempo, strutture, fondi e - soprattutto - per rimpolpare l'opposizione, ora costituita essenzialmente da Fratelli d'Italia. Ancora una volta, però, il desiderio di un gruppo deve fare i conti con il regolamento del Senato, così com'era stato modificato nel 2017, proprio con lo scopo di sfavorire la frammentazione, soprattutto quella in corso di legislatura.
La chiave di volta, di nuovo, è l'art. 14, comma 4 del regolamento di Palazzo Madama: 
Ciascun Gruppo dev’essere composto da almeno dieci Senatori e deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori. [...] E' ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati [...]
Si tratta, ovviamente, della stessa disposizione che ha permesso il sorgere del gruppo di Italia viva - Partito socialista italiano e anche di Europeisti-Maie-Centro Democratico, sia pure con progressive forzature della disposizione introdotta solo negli ultimi mesi del 2017. Nel primo caso il Psi, che aveva partecipato alla lista Insieme e tra l'altro aveva ottenuto l'elezione in Senato di Riccardo Nencini (pur se in un collegio uninominale) aveva permesso a Italia viva di ottenere un gruppo che altrimenti non avrebbe potuto creare; nel secondo caso non è stato chiarito se la nascita del gruppo si deve più al Maie (che ha eletto nella circoscrizione Estero il senatore Ricardo Merlo: tecnicamente non ha partecipato alle elezioni "unito o collegato" con altri soggetti, ma per la rispettabilissima opinione di Salvatore Curreri la partecipazione alle elezioni e l'elezione di un senatore sarebbero comunque sufficienti a dare copertura al gruppo) o, come chi scrive pensa, a Centro democratico (che ha partecipato effettivamente alle elezioni unito a +Europa, ma non ha conseguito l'elezione di senatori, anche se a questo avrebbe aderito Gregorio De Falco e in tale qualità avrebbe "depositato il simbolo di Cd" al Senato, come ha detto lui stesso).
Servirebbe anche in questo caso, dunque, l'appoggio di un partito che ha partecipato alle elezioni (anche) per il Senato. E nel tardo pomeriggio si è diffusa la voce che sia già stata sondata e ottenuta la disponibilità dell'Italia dei valori, fondata da Antonio Di Pietro ma guidata dal 2013 da Ignazio Messina. Il simbolo in quello stesso anno è cambiato (e ha perso il nome dell'ex magistrato), ma il gabbiano arcobaleno è rimasto lo stesso; da lì in avanti, l'attività politica ed elettorale è stata decisamente ridotta (un deludente 0,66% alle europee del 2014, pur con la presenza in tutta l'Italia grazie all'esenzione dalla raccolta firme per l'ottimo risultato alle europee 2009; alcune partecipazioni alle regionali e alle comunali negli anni seguenti e un breve ritorno in Parlamento grazie alla riadesione di alcuni parlamentari). Nel 2018 però l'Idv era tra le forze che hanno concorso alla lista Civica popolare legata a Beatrice Lorenzin: all'interno del contrassegno, sotto la "peonia petalosa", la "pulce" con il gabbiano era la prima a sinistra, seguita da quelle dei Centristi per l'Europa casiniani, dall'Unione (per il Trentino) di Lorenzo Dellai, da L'Italia è popolare di Ciriaco De Mita e da Alternativa popolare già di Angelino Alfano.
In effetti l'aiuto dell'Idv è parso a più di qualcuno il più logico possibile in questo caso: "Nei corridoi delle Camere - scrive sulla Repubblica Matteo Pucciarelli - si conferma che la trattativa è in corso e anzi, qualcuno (ma non c'è ufficialità) assicura che un accordo di massima tra la rediviva Idv ed ex 5 Stelle è stato siglato. I tramite sono Elio Lannutti, che in passato fu senatore e proprio di Idv ai tempi dell’ex pm di Mani Pulite e Pino Cabras, deputato sardo. La storia che lega passato e forse presente di Idv e M5S comincia con la Casaleggio associati che curava il sito e il blog dipietrista, all’epoca fu il primo partito ad aprire una sezione virtuale su Second Life, la suggestione della rete era nell’aria. Poi il blog di Beppe Grillo, prima della nascita del Movimento, invitò i lettori ad appoggiare le candidature alle europee del 2009 di Luigi De Magistris e Sonia Alfano, eroine giustizialiste e anti-berlusconiane". Qualcuno tra gli attiVisti della prim'ora aveva avuto esperienze legate all'Italia dei valori, anche se poi dopo il successo del MoVimento 5 Stelle per il partito fondato da Di Pietro non c'è più stato posto (anche se alcuni collaboratori parlamentari con il cambio di legislatura sarebbero passati a lavorare per il M5S).
Per Lannutti, dunque, potrebbe prepararsi un "ritorno a casa". Resta un particolare in sospeso, nemmeno tanto piccolo: non solo la lista di Civica popolare, al Senato come alla Camera, non ha superato il 3%, ma - a differenza del Psi che ha ottenuto l'elezione di Nencini a Palazzo Madama e di Centro democratico che ha visto eleggere Bruno Tabacci a Montecitorio, entrambi in collegi uninominali - nessun esponente dell'Italia dei valori è stato eletto né alla Camera né al Senato. Questo non sarebbe un problema se per far nascere il gruppo ci si limitasse al penultimo periodo dell'art. 14, comma 4, per il quale "E' ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati": come detto, l'Idv ha partecipato alle elezioni unita ad altri soggetti e, se almeno uno dei membri del nascente gruppo aderisse al partito, si potrebbe forse dire che il gruppo corrisponde a quel partito. Se però si leggesse quel periodo insieme a quello che apre il comma, si dovrebbe dire che anche il nuovo gruppo deve rappresentare "un partito o movimento politico [...] che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori" e qui l'ultimo requisito mancherebbe.
A differenza del corrispondente articolo del regolamento della Camera, l'art. 14 non specifica esattamente chi deve valutare la sussistenza dei requisiti per costituire un gruppo: le comunicazioni sui gruppi vanno fatte alla Presidenza, ma non è chiaro se sui requisiti decida la Presidenza stessa o il Consiglio di Presidenza (i cui verbali, tra l'altro, non sono pubblici, a differenza di quelli dell'Ufficio di Presidenza della Camera). Chiunque deciderà, lo farà regolamento alla mano, ma anche considerando forse che quello che si vuole costituire ora potrebbe essere l'unico altro gruppo di opposizione oltre a Fratelli d'Italia e che, se la nascita non fosse consentita, il gruppo misto passerebbe di colpo da 22 a 37 membri, peggiorandone di certo la gestione.

lunedì 15 febbraio 2021

Movimento popolare federalista europeo, un'aula per ripensare lo Stato

Quanto tempo occorre per fondare un partito? C'è chi lo ha messo in piedi in pochi mesi, più spesso il procedimento è più lungo, soprattutto se occorre far maturare le condizioni perché quel partito possa agire e non interrompere troppo presto il proprio cammino. Alle volte un'idea nasce in un certo momento, ma ha bisogno di anni per essere messa in pratica con la collaborazione di altre persone, anche se il nucleo del progetto è già nato ed è stato già tradotto in un simbolo grafico. Sembra questo il caso del Movimento popolare federalista europeo, guidato da Domenico Cutrona, militante politico con alle spalle un lungo impegno all'interno della Democrazia cristiana, tra le file dei morotei.
Le prime tracce di quel progetto politico che si possono ritrovare in Rete risalgono al 2009, in uno degli articoli pubblicati da Cutrona su Affari Italiani, già indicando come qualifica "Segretario Movimento Popolare federalista Europeo". Lì si ricordava il ruolo dei cattolici - e in particolare della Democrazia cristiana - nella politica italiana e nell'economia della Repubblica, fino al declino (dopo la morte di Aldo Moro) e all'implosione dei primi anni '90, in un lungo periodo comunque non caratterizzato dall'alternanza. Dopo la caduta del muro di Berlino, che aveva aperto in Europa nuovi scenari politici ed economici, anche nel nostro paese si è materializzata la possibilità dell'alternanza, anche se - per Cutrona - si tratterebbe ancora di un'alternanza "primitiva", non slegata dalla divisione in destra e sinistra e non ancora in grado di evolvere secondo un "normale svolgimento del bipolarismo", Cutrona se la prendeva soprattutto con chi voleva a ogni costo ricostruire un terzo polo, un'esperienza politica mediana magari in continuità ideale o politica con la Dc: ciò, a suo dire, non avrebbe più consentito al popolo di scegliere "lo schieramento politico che deve governare" e, in ogni caso, voler a ogni costo proporre "un raggruppamento politico sulla base dell'esperienza della Democrazia Cristiana" era improponibile perché era cambiato "lo scenario politico nazionale e internazionale, ma soprattutto perché un partito di chiara ispirazione cattolica non può nascere solo perché si mettono assieme alcune componenti per formare un partito con le correnti". 
Per Cutrona, "Il bravo politico non è colui che guarda al passato e lo ripropone aggiornato e corretto, ma colui il quale sulla scorta delle esperienze del passato sa guardare con lungimiranza al futuro e fare proposte nuove". Il nuovo, per lui, passava necessariamente attraverso "una riforma dello stato in senso federalista", la sola a suo dire in grado di "determinare uno sviluppo serio e democratico della società italiana, con uno sguardo alla questione meridionale che ancora oggi non ha avuto soluzione alcuna da parte di tutti i partiti". Occorreva dunque indire "l'elezione di una Assemblea Costituente per discutere e approvare la riforma costituzionale in senso federale", procedimento nel quale il Movimento popolare federalista europeo si sarebbe voluto porre come "forza politica di sicuro riferimento" per attuare il programma.
In un altro post, quasi coevo, Cutrona spiegava che il suo movimento si rivolgeva "a tutte le forze politiche che sono disponibili a costruire un processo di trasformazione dello Stato in senso federalista, affinché si possa attuare una vera democrazia". Uno Stato federale, infatti, secondo il promotore del Mpfe, permetterebbe di "costruire una maggiore coscienza del popolo che sulla base dell'appartenenza territoriale potrà meglio esercitare il proprio diritto e potrà meglio essere garantito".
Le idee, insomma, c'erano e ci sono, ma probabilmente non si era ancora trovato il modo di strutturarle in maniera solida e stabile, coinvolgendo varie persone. Nel 2012 si era parlato di un accordo a fine agosto con Nello Dipasquale, già sindaco di Ragusa, e il suo Movimento per la Gente - Sicilia e territorio, per adottare una linea comune in vista delle elezioni regionali in Sicilia; subito dopo Dipasquale si accordò con Rosario Crocetta per sostenerlo e riuscì a essere eletto all'Assemblea regionale siciliana. In un post su Facebook di commiato al 2015, tuttavia, Cutrona scrisse: "
Il 2016 porterà delle novità politiche ai Siciliani: la nascita del nostro Movimento, che si chiama Mpfe", come a dire che in realtà il Movimento non si era ancora realmente strutturato.
Ancora il 24 giugno 2020, però, in un altro articolo pubblicato da IlSicilia.it Cutrona si è trovato a spiegare il suo progetto, evidentemente non ancora in stato avanzato. In quella sede, però, c'è stato modo di dire di più sul progetto di "trasformare la politica secondo un modello di sviluppo inclusivo e solidale" come si vorrebbe fare col Movimento popolare federalista europeo. L'idea di fondo resta la riattivazione del centro in politica, "partendo da valori fondanti quali il solidarismo e l’interclassimo", secondo quanto già annunciato da don Luigi Sturzo - un "federalista impenitente" - nel noto appello "ai liberi e forti" del 1919 alla base del Partito popolare. "Ormai da tempo in Sicilia nascono movimenti che rivendicano solo con parole vuote la loro appartenenza al centro moderato. Ma - lamenta Cutrona - lo fanno senza nessuna cultura, solo ed esclusivamente per acquisire e consolidare posizioni di potere. Aggregazioni che non poggiano sulle basi sui valori del Cattolicesimo democratico e che di fatto hanno creato soltanto confusione senza riuscire a dare risposte concrete ai cittadini, a cominciare da quelli siciliani in termini anzitutto di soluzioni al problema della disoccupazione". Si sarebbero fatti affari, insomma, ma non progetti e ciò sarebbe alla base del fallimento della classe politica.
Per Cutrona la soluzione è un cambio netto di direzione, attraverso un soggetto politico che sia alternativo "a una destra con cui non è possibile dialogare", ma si presenti come "dichiaratamente di matrice cattolica, capace di correre in politica mettendo al centro una inderogabile 'questione morale'"; il programma dovrà puntare sulla giustizia sociale, sul lavoro, sul credito, sulla rivitalizzazione degli enti territoriali, sui principi di solidarietà e sussidiarietà e sul ritorno al sistema elettorale proporzionale. 
Il Movimento popolare federalista europeo al momento aderisce al progetto di Insieme, sviluppatosi intorno al manifesto dell'economista Stefano Zamagni, ma soprattutto punta, di nuovo, alle prossime regionali, previste per il 2022. Il simbolo da schierare, in ogni caso, sarebbe già pronto: un emiciclo parlamentare stilizzato azzurro su fondo blu, con alcune stelle gialle (curiosamente a sei punte) collocate qua e là come una costellazione. I colori sono quelli dell'Europa, l'aula rimanda a quella del Parlamento europeo, che si vorrebbe davvero come Parlamento degli Stati Uniti d'Europa. Da qui al 2022 c'è un anno e mezzo e si dovranno raccogliere le firme per finire sulle schede, ma alle regionali sarà comunque possibile depositare anche solo il contrassegno, quindi ci si prepara a vederlo con maggiore frequenza.

sabato 13 febbraio 2021

Socialisti di Milano, verso una lista identitaria (con il garofano?)

Se alle prossime elezioni amministrative gran parte dell'attenzione sarà rivolta a Roma, fin dalla partita delle candidature, sarà altrettanto al centro di molti sguardi la sfida di Milano. E mentre è già nota la ricandidatura di Giuseppe Sala, da una settimana si sa che l'area socialista farà di tutto per presentare una propria candidatura autonoma e identitaria, sostenuta da una lista e, dunque, anche da un apposito simbolo. La decisione è stata sostanzialmente presa nel corso dell'assemblea online dei Socialisti di Milano - il soggetto collettivo che raccoglie varie sensibilità socialiste del capoluogo lombardo - che si è appunto tenuta sabato 6 febbraio: tre ore di confronto, visibile attraverso i canali social dei Socialisti di Milano e sotto il coordinamento di Sara Sellante, in cui si sono alternate le voci di varie persone legate a gruppi di matrice socialista. 
 
 
All'evento online si sono contati ben 26 interventi, compresi quelli di Felice Besostri, Bobo Craxi e dell'ex senatore verde Fiorello Cortiana. A Socialisti di Milano aderisce innanzitutto il Partito socialista italiano, il cui segretario metropolitano per Milano è Mauro Broi. "Dopo tanto tempo - ha dichiarato - a Milano una lista socialista con un proprio candidato sindaco, questo è motivo di vanto e orgoglio per la comunità socialista. Non è stato un cammino facile e indolore il percorso che ci vede oggi insieme. Abbiamo deciso di lasciare da parte le bandiere, fare singolarmente un passo indietro per poterne fare tre in avanti tutti insieme". Già, perché le insegne della lista autonoma e identitaria cui si sta pensando non sarebbero quelle del Psi e, anzi, questo si ritroverebbe accanto alcuni ex compagni di viaggio che nel tempo avevano preso altre strade (non senza risvolti sul piano contenzioso).
Si pensi, in particolare, alla figura di Roberto Biscardini, già senatore Sdi e consigliere regionale lombardo per il Psi, ma uscito dal partito nel 2017 dopo una lite in tribunale sul congresso precedente aperto nel 2016, aperta da un ricorso presentato anche dallo stesso Biscardini. Dall'uscita dal Psi, Biscardini è la figura di riferimento di Socialisti in movimento, "un'organizzazione politica che ha come obiettivo la costruzione di una nuova area socialista larga, unitaria e aperta a tutti". "Milano - ha dichiarato Biscardini al Riformista - ha bisogno del modello di una 'città giusta'. Una città di tutti e non solo dei più privilegiati. Una città dell’uguaglianza e dei diritti. La politica socialista, o di un centrosinistra diverso dall’attuale, soprattutto in questo delicato momento, sta dalla parte dei cittadini e delle persone. Avendo consapevolezza che la pandemia ha solo aggravato una situazione che era già grave prima. Quella di una città nella quale, al di là delle apparenze, c’erano già aree diffuse di grande povertà". 
Non crede Biscardini che una candidatura identitaria e autonoma rispetto a quella di Sala - criticato da più parti durante l'incontro soprattutto per le scelte in materia di politiche sociali e abitative, urbanistiche, ambientali e sulla mobilità - equivalga a sbattere contro un muro: "Il bipolarismo si è sfarinato, la classe politica che ci ha governato in questi anni è sempre meno credibile, la personalizzazione della politica, persino dei Sindaci eletti direttamente dal popolo conta sempre meno. I cittadini hanno sempre più bisogno di cose concrete, non di schieramenti. Proclamare, come fa Sala, 'io sono il centrosinistra', non ha alcun senso, se poi questa sinistra non fa altro, di fatto, che ripetere le politiche della destra. Si parla tanto di Europa, ma in Europa questo scenario devastante, di una politica che non è più in grado di governare, non esiste. In Europa le forze politiche si richiamano ancora alle grandi tradizioni delle culture popolari o socialdemocratiche. Anche quello era bipolarismo, ma non era la sommatoria di partiti o di liste senza identità".
Tra gli organizzatori dell'evento di sabato scorso c'era anche il Movimento SocialDemocrazia, rappresentato soprattutto da Gian Stefano Milani. Per lui l'idea di presentare una lista - magari denominata proprio Socialisti di Milano - non è un progetto limitato alla partecipazione alle elezioni amministrative: si tratterebbe invece di una vera "campagna di Milano". Non si tratterebbe affatto di una semplice "operazione nostalgia", in sé piuttosto sterile, ma di "un richiamo ai valori identitari del socialismo, in un momento molto particolare del paese che ha sancito il fallimento della Seconda Repubblica, incapace di dare un governo in grado di interpretare le necessità del paese". Motivo per cui il progetto di presentare una lista e una candidatura a Sindaco socialista alle prossime elezioni comunali milanesi, nel quadro di una più ampia coalizione "riformatrice" insieme al mondo ambientalista e libertario (all'incontro è intervenuto anche Sergio De Muro, consigliere generale dell'Associazione Luca Coscioni), per più di una persona intervenuta dovrebbe estendersi in tutta la Lombardia ma anche su scala nazionale: la logica del bipolarismo-tripolarismo ormai è in disfacimento e occorre darsi "profili politici e culturali", a partire dal "socialismo riformista, che proprio a Milano ha avuto la sua capitale storica".
Se per allargare l'esperimento occorre tempo, una delle prime questioni da affrontare - oltre alla scelta della candidatura e alla raccolta delle firme - riguarderà il simbolo della lista. Al momento, in effetti, c'è essenzialmente l'emblema che il rassemblement Socialisti di Milano si è dato alla fine del 2020, che tra l'altro sarebbe già di forma rotonda e si presterebbe all'uso elettorale. L'elemento principale, manco a dirlo, è un garofano, obliquo a trenta gradi, con la corolla, il calice e una parte di gambo: l'immagine è realistica, anche se le è stato conferito un leggero filtro. La scelta, naturalmente, non è casuale, come spiega Milani a I simboli della discordia: "Abbiamo voluto collegare due generazioni a una radice comune in una città all'origine di una grande storia e di una grande umiliazione". Un garofano come fattore unificante (sulla scia anche della scelta grafica fatta dal Psi nel 2019)? "In realtà lo è sempre stato. Risale alle origini del movimento operaio e democratico, lo si distribuiva il 1° Maggio... Il garofano per il mondo socialista va oltre la figura di Bettino Craxi e, ad un tempo, non la smentisce". C'è ancora tempo per capire se sarà questo il simbolo della lista identitaria socialista, se andrà bene a tutti o si preferirà scegliere qualcosa di diverso; nel frattempo, però, si cerca di partire di nuovo. Possibilmente con un fiore.

venerdì 12 febbraio 2021

Crea Movimento, De Vito deposita un simbolo (pronto per Roma 2021?)

Non era passata sotto silenzio, lo scorso mese di agosto, la notizia di un sostanziale percorso autonomo rispetto al MoVimento 5 Stelle 
- anche se quel soggetto figura ancora nella sua pagina Facebook ufficiale - da parte di Marcello De Vito, primo candidato sindaco del M5S a Roma nel 2013 (poi eletto consigliere) e poi presidente dell'Assemblea capitolina dal 2016 dopo il primato assoluto nelle preferenze. Da più parti si era parlato di una sua possibile ricandidatura nel 2021, anche se tempo fa lui l'aveva ritenuta prematura; in compenso, però, è pronto il simbolo per Crea Movimento (o "anche solo 'Movimento'", come si legge nel suo statuto), l'associazione culturale che lui stesso aveva annunciato proprio in agosto e che, a questo punto, potrebbe tornare buono anche per le elezioni.  
Aveva certamente destato scalpore la notizia dell'arresto di De Vito a marzo del 2019, nell'ambito delle inchieste sulla costruzione dello stadio di Tor di Valle: la custodia cautelare per corruzione era peraltro terminata a novembre dello stesso anno (i magistrati avevano ritenuto che non vi fossero più ragioni perché durasse) e De Vito aveva ripreso il suo posto in aula. Le tensioni con una parte significativa del M5S (nazionale e romano) erano però rimaste (e i media ne avevano dato conto), così la scelta di prendere la propria strada nel pieno della scorsa estate non era apparsa una novità assoluta. 
"Creerò per sentirmi diverso, per essere diverso - scrisse in un post su Facebook il 13 agosto -. La consapevolezza del potere di Creare è collegata alla percezione di Libertà. Ora più che mai sento il bisogno di sentirmi Libero di Creare, di Creare me stesso, di Creare un nuovo Mondo. Ho necessità di chiudere un ciclo, doloroso e pieno di sacrifici, che ho affrontato e superato, portando con me la preziosa esperienza che mi ha reso Consapevole e Pronto. Il buio ti pone nella posizione difficile di guardarti dentro e di far uscire tutto ciò che ti teneva fermo e legato ad una vita che non è in grado di darti più nulla. Nel buio dell'ingiustizia si urla, si piange, ci si arrabbia contro tutto e tutti. Ma poi mi sono addormentato per stanchezza, per sfinimento, svuotato. Ed il risveglio è stato silenzioso e piacevole. [...] E' il momento. Qui e ora. E' il momento di non ripetere, ma Creare. Creare Movimento, movimento di energia positiva nel laboratorio del divenire. CREA MOVIMENTO".
Al netto delle maiuscole, si trattava della costruzione di una realtà nuova, diversa dal MoVimento 5 Stelle anche se la parola principale restava la stessa (anzi, in entrambi i casi uno dei nomi più comuni in politica è stato assorto come elemento identificativo). Il progetto via via è proseguito con il primo appuntamento lo scorso 23 settembre (Il progetto per Roma 2021: Visione e sviluppo della Capitale) e la prima vera assemblea si è svolta il 7 novembre. Lì sono stati creati quattro gruppi di lavoro e si è steso un manifesto per il nuovo soggetto: "Crea Movimento - si legge nella sua prima parte - intende Creare una coscienza comune capace di accogliere una Nuova Visione Sociale, una evoluzione personale, etica e spirituale dell’umanità. In altri termini, si intende adoperare 'semi diversi per aver un raccolto diverso', per far sì che l’esperienza consapevole diventi fonte di ispirazione per perseguire il benessere e l'equilibrio interiore ed esteriore di Donne e Uomini, nel rispetto della Natura e della Vita. E' il momento di mettere a disposizione le nostre esperienze, i nostri saperi. E' il momento di portare la visione di un'idea diversa e di un diverso modello di societas in cui le persone siano protette, ascoltate, sorrette nelle loro iniziative, nel rispetto dei principi di umanità, tolleranza, umiltà, passione e soprattutto Amore". 
Non ci si è limitati però alla Capitale: il documento prosegue lamentando un'Italia "ferma da quasi un decennio, cioè da quando nel 2011, complice l'impennata dello spread, siamo stati commissariati con il Governo Monti", con la "discontinuità politica" che ha fatto il resto. "Per questi motivi - si legge ancora - Crea Movimento si pone come strumento funzionale per recuperare la credibilità dell'immagine italiana indebolita in questi anni e sostenere la qualità dell'azione politica nelle 4 fondamentali aree sociali". Cioè quelle il cui acronimo ha dato origine alla prima parte del nome: C come Comunità, R come Rigenerazione, E come Economia, A come Ambiente (un po' come quando le cinque stelle erano nate per rappresentare energia, connettività, acqua, raccolta rifiuti e servizi sociali). Nelle ultime righe del manifesto l'associazione ha invocato la necessità "del 'Sì' e del 'Fare', ma per dire i Sì giusti e Fare le cose che servono davvero al Paese è indispensabile fondere economia ed ecologia, un binomio tradizionalmente contrapposto dalla visione retrograda che da sempre domina il dibattito nazionale".
Nel frattempo il gruppo di persone ai vertici di Crea Movimento si è ampliato: il consiglio direttivo nazionale risulta composto, oltre che da De Vito come segretario nazionale, da Carmine Candido come presidente e rappresentante legale (classe 1963, romano, dal 2016 "dipendente pubblico, assegnato alla Presidenza dell'Assemblea Capitolina, gestisce le attività in materia di servizi pubblici locali e cura le relazioni istituzionali"), Giovanna Tadonio (moglie di De Vito, già assessora del III municipio) come tesoriera, mentre ricoprono il ruolo di consigliere nazionali Rossella De Angelis (già consigliera del IV municipio dal 2018 al maggio del 2020) e soprattutto Elisabetta Trenta, ministra della difesa nel primo governo Conte, il cui ingresso nel consiglio direttivo nazionale era stato annunciato poco prima di Natale.
Dal 19 settembre Crea Movimento ha una pagina Facebook (nella quale il 12 gennaio si è scritto che "L'associazione è un think tank, un libero laboratorio di confronto e sviluppo di idee e non rappresenta la corrente di alcun organo politico: al suo interno figurano tante persone con elevata competenza, esperti, tecnici, professionisti che non hanno mai svolto - né magari intendono farlo - alcun tipo di esperienza politica"), mentre da poche settimane si è dotata anche di un sito internet, nel quale si trovano le informazioni fondamentali legate alla trasparenza, incluso lo statuto. Nell'art. 1 si legge tra l'altro che "Crea Movimento è un unico soggetto giuridico, di rilevanza nazionale, centro di imputazione di interessi e diritti, tra cui quello all’uso della sigla e del simbolo". Simbolo che non è descritto e non si trova né nel sito, né nella pagina.
Un simbolo di Crea Movimento però c'è, provvisorio o meno che sia. Il 29 gennaio, infatti, è stata depositata richiesta di registrazione come marchio dell'emblema così descritto: "il marchio è costituito nella parte centrale dalla parola 'CREA' di colore giallo e dalla parola 'MOVIMENTO' di colore bianco. Il marchio è racchiuso in un cerchio su sfondo predominante blu e residuale bianco nell'area di destra e rappresenta la crescita energetica di un'onda del mare, dove nella parte superiore sono riportate le parole 'Comunità-Rigenerazione-Economia-Ambiente' e nella parte inferiore la dicitura "Creamovimento.it". Il bordino esterno blu del cerchio evidenzia nella parte inferiore i colori verde bianco e rosso della bandiera italiana". A depositare la domanda di marchio sono stati De Vito e Candido, chiedendo la registrazione per le classi 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali).
Naturalmente il deposito di un marchio da parte delle figure apicali di un'associazione di carattere politico non significa assolutamente che questo sia destinato a finire sulle schede elettorali, a livello comunale o nazionale. Non sfugge però che il marchio ha forma rotonda - il che potrebbe creare qualche problema per la registrazione, vista la prassi degli ultimi anni in materia di "marchi politici" - per cui sarebbe già pronto all'uso elettorale, se questo fosse nell'animo di qualche persona. Colpisce anche l'inserimento del sito ad arco - "a sorriso" - nella parte inferiore del simbolo, un po' come lo si è visto dal 2009 nei simboli legati a Beppe Grillo, anche se qui la scritta è quasi invisibile; anche qui il giallo ha un ruolo importante, essendo il colore dominante delle scritte, mentre il fondo è dominato dal blu dell'onda (la stessa accoppiata cromatica di Noi con Salvini, ma ci si sente di dire che ciò non sia affatto voluto). Che si pensi alle elezioni amministrative previste nei prossimi mesi è comunque un fatto, visti i gruppi di lavoro avviati; che si sia di fronte a una potenziale lista è onestamente meno scontato, ma escluderlo del tutto proprio non si può.

giovedì 11 febbraio 2021

Polo di Lombardia, nome e simbolo rinnovati per il gruppo di Palmeri

Oltre che ai movimenti in Parlamento, questo sito continua a dare attenzione ai mutamenti rilevanti che interessano i consigli regionali, in particolare quando hanno ricadute sul piano simbolico. Dopo un passaggio in Piemonte, con la nascita del gruppo Movimento 4 Ottobre grazie a due consiglieri eletti con il MoVimento 5 Stelle, questa volta l'attenzione va all'assemblea legislativa della Lombardia: dal 7 gennaio, infatti, tra i gruppi consiliari risulta esserci anche Polo di Lombardia, di cui è presidente e unico componente
Manfredi Palmeri
Lui nel 2018 era stato l'unico eletto in consiglio sotto le insegne della lista Energie PER la Lombardia - Parisi per Fontana e, all'indomani del voto, aveva formato il "monogruppo" di Energie per l'Italia (utilizzando dunque il nome nazionale del progetto politico di Stefano Parisi: il regolamento consiliare consente la formazione di gruppi composti da meno di tre persone, purché ciò avvenga all'inizio della consiliatura e in rappresentanza della lista con cui si è stati eletti, dunque Palmeri era titolato a farlo come unico esponente di EpL). La decisione di mutare il nome al gruppo e, dunque, di perdere il legame nominale con la lista che aveva consentito la costituzione (ma ciò è possibile perché formalmente il gruppo è nato in rappresentanza di questa, non essendo comunque escluso il cambio di denominazione) era già stata comunicata il 4 gennaio e l'ufficio di presidenza del Consiglio ne aveva preso atto nella sua riunione dell'11 gennaio con decorrenza - appunto - dal 7 gennaio, anche se la prima seduta utile perché la Presidenza del consiglio comunicasse la notizia si è svolta il 19 gennaio scorso.
Manfredi Palmeri ha fatto sapere che il suo "non è un nuovo partito, ma un'iniziativa politica con un soggetto aperto, a disposizione dei tanti che pur non appartenendo ai partiti nazionali sentono l'esigenza di una rappresentanza, potendo trovare anche uno spazio di impegno. Pensiamo ad esempio alle diverse liste civiche, ma pure alle associazioni, che operano nel nostro territorio con impegno, storie, eletti, risultati e che possono ora contare sul Polo di Lombardia. Fermo restando che ci definiamo per la nostra identità e non con le alleanze, rafforziamo così il Centrodestra che governa in Lombardia, evidenziando che la nostra presenza è fondamentale per qualificarlo e anche per allargare il suo perimetro ripensando l’area liberale e popolare, che va assolutamente innovata e rilanciata. Ci confronteremo con tutti, in primis con i lombardi, e da subito con le altre realtà che hanno questa prospettiva, non solo in Consiglio Regionale".
Certo è che il nome della nuova iniziativa politica - nella quale, come sottolinea lo stesso consigliere, confluisce l'esperienza lombarda di Energie PER l'Italia - rappresenta in qualche modo un ritorno al passato per Manfredi Palmeri. Nel 2011, infatti, lui si era candidato come sindaco di Milano sostenuto da due liste: quella dell'Udc, ma soprattutto quella del Nuovo Polo per Milano, nella quale erano uniti dal sostegno al presidente del consiglio uscente Futuro e libertà (e proprio Fli era il soggetto politico di riferimento per Palmeri), Alleanza per l'Italia, Pli e pure Verso Nord e il Movimento per l'autonomia. La compagine che appoggiava Palmeri era in qualche misura il tentativo di rendere concreto a livello locale il "Nuovo Polo per l'Italia" (non si voleva dire "Terzo Polo" per non prefigurare alcun esito) che in Parlamento voleva rappresentare l'alternativa moderata al centrodestra di osservanza berlusconiana. Di certo in Italia
, specie dal 1994 in poi, il concetto di "Polo" è sempre sostanzialmente legato al centrodestra: in quella chiave lo ha impiegato Palmeri allora (non andò benissimo, ma gli permise se non altro di essere rieletto in consiglio) e altrettanto sta facendo ora.
Dal momento poi che a ogni gruppo in consiglio regionale deve corrispondere un simbolo, del nuovo nome è stata prodotta anche una rappresentazione grafica. Così l'ha descritto TicinoNotizie, probabilmente usando parole dello stesso Palmeri: "Il simbolo è un quadrato bianco all’interno di un cerchio con le porzioni blu in alto e in basso, verde a sinistra e rosso a destra, a comporre così il tricolore italiano. Dentro il quadrato, in stampatello, la scritta 'POLO' e subito sotto, come fosse aggiunto a mano direttamente dai Lombardi, 'DI LOMBARDIA'". Non un capolavoro di bellezza e di grafica, va detto (anche per l'accoppiata delle due font), ma certamente si tratta di un segno leggibile e che non lascia adito a dubbi. Forse è ancora presto per capire se questo simbolo o qualcosa di simile finirà sulle schede elettorali, magari quelle per le ammnistrative di Milano che sono alle porte... 

mercoledì 10 febbraio 2021

Orizzonte italiano, un abbraccio con la persona al centro

Non figura tra le forze politiche presenti in Parlamento - anche perché è nato da pochissimo, meno di un mese - eppure sembra presentarsi con un'immagine attenta al rilancio del Paese, anche in una dimensione europea. Il soggetto politico in questione, con sede a Roma, si chiama Orizzonte italiano ed è stato costituito il 21 gennaio 2021, avendo come segretario Alessandro Calabrese; il sito è ancora in costruzione, ma esiste una pagina Facebook dalla quale si possono trarre alcune indicazioni.
Proprio lì il nuovo soggetto politico è stato qualificato come "partito moderato di centro"  e chi gestisce la pagina manifesta una gran voglia di andare al voto. Per sapere qualcosa di più occorre affidarsi ad articoli che lo stesso Calabrese - di Ginosa, già dirigente della Democrazia cristiana guidata da Angelo Sandri - ha scritto e visto pubblicati in vari spazi web. Vi si legge che Orizzonte italiano "è una associazione di persone libere di pensiero moderato e di centro, liberale e riformista, indirizzate al sostegno delle politiche delle famiglie, del lavoro e delle imprese", rappresentando uno spazio in cui "i Cittadini Italiani hanno la possibilità di confrontarsi e lavorare con responsabilità e senso del dovere, per migliorare la Politica, spostandola in funzione del bene comune e in direzione delle responsabilità etico morali nel rispetto della chiarezza e della coerenza".
Al momento, in effetti, del programma non si sa molto, se non alcune linee generali: "Orizzonte italiano - si legge sempre - punta su un modello di efficienza e di equilibrio socio-economico, tecnologico, ambientale e lavorativo, capace di essere competitivo, per il rilancio e la riaffermazione dell’Italia nella Politica europea e Internazionale. Il progetto politico di cui è portatore Orizzonte italiano vuole restituire valore all’istruzione, alla salute, alla sicurezza, all’ordine pubblico, al lavoro, ai giovani, alle donne, al rispetto dell’ambiente, restituendo dignità a tutti i cittadini riportando pari opportunità e rafforzando la dignità a tutti i cittadini italiani. Il nostro progetto guarda all’economia attraverso riforme strutturali che le consentano di recuperare efficienza ed efficacia. Guarda all’Italia permettendole di crescere e svilupparsi, restituendo dignità, identità, prestigio, affidabilità e funzionalità, valori da tempo, purtroppo, perduti. Il nostro progetto va in direzione di un pensiero innovativo dove i territori regionali possano finalmente crescere valorizzando le proprie risorse culturali, naturali, paesaggistiche marine e montane , oltre che alle risorse agricole, zootecniche, urbanistiche e monumentali, riattivando così il motore produttivo imprenditoriale e commerciale, attraverso investimenti mirati che restituiscano ricchezza e valore al nostro Paese. La responsabilità che assumiamo nel formare questo nuovo soggetto politico nazionale, deve qualificarsi ma soprattutto centrare il proprio impegno, tarandolo sui bisogni e sulle necessità per dare forma e contenuto al futuro dei giovani, oggi seriamente compromesso".
Qualcosa di più specifico si dice invece sul simbolo, la cui spiegazione è stata puntualmente fornita e come tale la si riporta:  
Bisognava essere in un ORIZZONTE ed il nostro è quello ITALIANO. Bisognava che fosse chiaro a chi e a che cosa guarda Orizzonte Italiano perché il messaggio possa essere raccolto e condiviso.
Il simbolo è un elemento essenziale del percorso amministrativo nella nascita di un soggetto politico e pertanto ineliminabile. Ma non può essere un disegno a caso: un simbolo, lo dice la sua etimologia, è quell'elemento della comunicazione immediata che mette insieme parti di uno stesso progetto ideale, attraverso il quale si lanciano i significati, quei segni che rimangono nella memoria, costruiscono e consentono identità e riconoscibilità.
La descrizione visiva del simbolo è di evidente connotazione grafica ed in tale grafica sono rappresentati i suoi contenuti.
L’orizzonte è la linea apparente tra terra e cielo, tra il visibile e l'immaginabile, tra il reale e la prospettiva futura. La parola orizzonte deriva dal greco horiziin "cerchio delimitante" ed è di forma rotonda.
Orizzonte Italiano esprime l'intento di una politica che abbia al centro le persone: sono stilizzate perché non siano oggetto di discriminazioni di genere, né di età o di confessione religiosa, né di alcuna diversità e disabilità, né di incarico lavorativo pubblico o privato; ciascuna persona è interpretata quale portatrice di valori, a cominciare dai propri soci cui contributi diventano essenziali testimoni di impegno fattivo; ciascuna persona è interpretata quale entità potenziale di sviluppo, per questo ne garantisce istruzione e formazione che proietti conoscenze e consapevolezze previsionali oltre il presente storico, oltre la logica dell’intervento per rattoppi, in confini nazionali interagenti con le organizzazioni altre, in Europa e in altre nazioni con le quali equilibrare politiche di ben-essere.
L’abbraccio non significa omologazione e appiattimento. Non chiude alcuno spazio ma lascia margini di creatività e di inclusione, di speranza e di prospettiva man mano che la accresce percorrendo l’orizzonte della ricerca. Indica i significati della cittadinanza e della convivenza pacifica e rispettosa, della armonia della presenza di tutti, nell'equilibrio delle parti e delle capacità di contributo, nella sicurezza e nel riconoscimento delle differenze non quali ingiustizie sociali, ma quali complementarietà. 
Le differenti dimensioni delle figure stilizzate possono ascriversi alla gradualità del loro contributo alla convivenza civile, alla proporzionalità che diventa equa nella condivisione rappresentata dall'abbraccio virtuale. L'abbraccio esprime il superamento di ingiustizie, di barriere e pregiudizi, di capacità di trovare strumenti e mezzi, regole politiche e amministrative che ne garantiscano il principio fondamentale della democrazia.
Della spiegazione si prende dunque atto e si possono apprezzare gli intenti. Resta qualche dubbio sul piano grafico: come mai venti stelle (non in numero congruo con qualunque prospettiva europea)? Come mai tutte sul lato sinistro, col rischio di risultare - come in effetti è - piuttosto ammassate? Come mai il nome, pure così importante, è tanto sacrificato in quella posizione? Soprattutto, a coloro che possono dirsi #drogatidipolitica incalliti il simbolo non ha potuto far scattare immediatamente un flash, richiamando alla mente il contrassegno del Movimento tecnico nazionale popolare per la pace che Sergio Veronese, romano residente a Termoli, classe '48, aveva depositato al Viminale nel 2018 in vista delle elezioni politiche. Il nucleo grafico di quel segno è esattamente lo stesso, anche se le figure nell'emblema di Orizzonte italiano sono state interpretate in modo e con colori leggermente diversi. Ci sarà un collegamento tra le due realtà o si sono semplicemente appoggiate alla stessa idea?  

martedì 9 febbraio 2021

Quando Franco Marini disse "La Dc non esiste, io non la vedo"

La scomparsa di Franco Marini comporta senza dubbi il venir meno di una figura assai rilevante nella storia politica italiana, letta ovviamente in senso lato, se si considera anche il lunghissimo impegno all'interno del sindacato (fino all'incarico più rilevante di segretario nazionale della Cisl). 
I cultori delle vicende politico-partitiche non potranno non ricordare il suo arrivo alla guida della corrente democristiana Forze nuove nel 1991, il suo ministero del lavoro nell'ultimo governo Andreotti, il suo biennio da segretario nazionale del Partito popolare italiano - tra il 1997 e il 1999 - e la presidenza del Senato nell'ultima "legislatura breve" (la seconda più breve della storia repubblicana), quella che si dipanò dal 2006 al 2008 e terminò con un mandato esplorativo conferito allo stesso Marini alla fine di gennaio del 2008, per verificare gli spazi per un nuovo esecutivo di scopo (che si occupasse di ritoccare la legge elettorale allora vigente e di altre vicende ritenute urgenti): quell'incarico - com'è noto - ebbe poi esito negativo. Gli spigolatori delle cronache parlamentari e i #drogatidipolitica certamente non dimenticheranno altre pagine; l'insoddisfazione per il mancato consenso intorno a Rosa Jervolino Russo come candidata per la Presidenza della Repubblica nel 1999; la decisamente travagliata elezione allo scranno più alto di Palazzo Madama (tra la sfida di Giulio Andreotti e i "franceschi tiratori"); l'ordine indignato ai commessi "Togliete quella bottiglia là, non stiamo mica all'osteria!" (di fronte all'orrido pasto di Domenico Gramazio e Nino Strano di fronte all'annuncio della seconda caduta parlamentare di Prodi); l'affossamento - anche su impulso di Matteo Renzi - della sua candidatura al Quirinale nel 2013 alla prima votazione, a dispetto della proposta di Pier Luigi Bersani e della scelta convergente di Silvio Berlusconi (erano tanti i voti ricevuti, più della maggioranza assoluta, ma lo erano anche i cecchini: "Mi chiamo Franco / e faccio il tiratore").
Sul piano della militanza, lo si diceva, Marini ha avuto un percorso sostanzialmente lineare, dalla Dc al Partito popolare italiano (che poi era la stessa cosa, trattandosi di semplice cambio di nome), fino alla confluenza nella Margherita nel 2002 e al sorgere del Pd nel 2007. Sul piano simbolico si compì sotto di lui l'ultima trasformazione del simbolo del Ppi, quello con il gonfalone disegnato nel 1995 da Giuliano Bianucci: poco prima delle elezioni europee del 1999, sparì il tricolore (già ombra dello scudo), lo scudo apparve "luminoso" sul gonfalone (anch'esso privato dell'ombra) e si spostò il nome del partito nella parte alta, per renderlo più leggibile rispetto al passato. Non si tratta certamente della vicenda simbolica più rilevante del partito, specialmente se messa a confronto con quelle che dovettero affrontare i segretari del Ppi che lo precedettero (Gerardo Bianco, nella lotta con Rocco Buttiglione) e Pierluigi Castagnetti (per aver dovuto gestire tutti i risvolti dell'incessante proliferazione delle Dc anche dopo che, nel 2002, il Ppi aveva deciso di sospendere la propria attività politica, pur senza potersi sciogliere).
Nonostante questo, nel 1998 - cioè nel bel mezzo della segreteria popolare di Marini - si colloca un evento che può essere considerato un serio antipasto della successiva abbuffata ridemocristiana, se si vuole definire così il sorgere continuo e incessante di gruppi che ritenevano di poter rappresentare la Democrazia cristiana in virtù delle errate procedure di trasformazione seguite nel 1994. Il casus belli venne fornito dalle elezioni regionali in Friuli - Venezia Giulia, previste per il 14 giugno 1998. A quella tornata elettorale il Ppi era il nerbo di un progetto elettorale denominato Centro popolare riformatore, nel quale erano confluiti anche il Pri, Rinnovamento italiano, l'Unione slovena - Slovenska Skupnost e soprattutto Cdu e Cdr (sì, i Cristiano democratici per la Repubblica di Clemente Mastella, fuoriusciti dal Ccd), che in quel periodo stavano lavorando insieme per far nascere l'Unione democratica per la Repubblica con Francesco Cossiga e altri (un simbolo non c'era ancora, sarebbe arrivato pochi giorni prima delle elezioni regionali ma al momento del deposito delle candidature mancava).
La legge elettorale allora vigente per quelle regionali prevedeva il deposito preventivo del contrassegno elettorale con anticipo rispetto alla presentazione delle liste: per l'esattezza c'era tempo tra il terzo e il quarto giorno successivo alla pubblicazione del decreto che indiceva le elezioni, dunque tra il 3 e il 4 maggio. In quell'occasione si scoprì che tra i contrassegni presentati c'era anche quello della Democrazia cristiana, vale a dire il partito rifondato tra la fine del 1997 e l'inizio del 1998 per opera di Flaminio Piccoli (ma nell'atto costitutivo figuravano tra gli altri pure Andreino Carrara, Giovanni Mongiello, Anna Nenna D'Antonio, Carlo Taormina e Angelo Larussa) e rappresentato in Friuli - Venezia Giulia da Angelo Sandri da Cervignano (un nome più che noto a chi frequenta questo sito). Allora quel gruppo aveva scelto la via del partito nuovo - dopo la costituzione di vari esperimenti di Rinascita della Democrazia cristiana - convinti com'erano i suoi sostenitori che nel 1994 l'essere passati dalla Dc al Ppi senza un congresso fosse stato così grave da privare di valore ogni atto successivo di Ppi e Cdu (che peraltro con i loro accordi del 1995 si erano in sostanza obbligati a non usare il nome della Dc, come se - così sostenevano Piccoli e gli altri - fosse stato abbandonato e reso disponibile per altre persone interessate). Non si pretendeva, insomma, di essere i continuatori giuridici della Dc, ma almeno di poterne usare indisturbati i segni distintivi, visto che il patrimonio di idee era lo stesso. Se fino ad allora Ppi e Cdu avevano guardato senza troppo interesse alle mosse di Piccoli e degli altri che si stavano muovendo in varie parti d'Italia, quell'occasione elettorale era troppo rilevante per essere lasciata correre: già stavano litigando su chi rappresentava correttamente la Dc, ci mancava anche solo che qualcun altro potesse usare lo scudo crociato, per cui valeva la pena combattere uniti.
Tra il 5 e il 6 maggio, dunque, i rappresentanti dei due partiti si opposero all'ammissione di quell'emblema, che in effetti il 6 maggio stesso fu bocciato dall'Ufficio elettorale presso la corte d'appello di Trieste, sia per la somiglianza con lo scudo crociato del Cdu, sia per il richiamo del simbolo della Dc, allora ancora conteso tra gli stessi Ppi e Cdu (una transazione sarebbe arrivata solo nel 1999). A quel punto Sandri e gli altri cercarono di salvare comunque la partecipazione elettorale, producendo un diverso simbolo, con scudo crociato sfumato e stelle (una curiosa crasi dei due emblemi principali di rinascita della Dc: quello di Andreino Carrara e quello di Angelo Larussa). Anch'esso, tuttavia, fu respinto il 7 maggio perché - a dispetto delle modifiche - fu ritenuto comunque confondibile con quello del Cdu che portava lo scudo con la parola "Libertas".
Ovviamente Flaminio Piccoli fece ricorso al Tar per contestare quella decisione e far riammettere almeno in via cautelare la Dc alle elezioni: a difendere il partito, tra l'altro, era Roberto Gava, fratello dell'ex potentissimo ministro Antonio (il Cdu, in quella sede, era invece assistito da Giuseppe Fornaro, in seguito a fianco pure di Mastella nella sua lite per cercare di mantenere la titolarità dell'Udr e di Alessandro Duce nel suo tentativo di riattivare la Dc). Il collegio, tuttavia, il 29 maggio aveva respinto il ricorso: l'Ufficio elettorale non avrebbe dovuto contestare il richiamo nel simbolo di Piccoli e Sandri alla Dc (mancava "l'evidenza della pendenza" della controversia tra Ppi e Cdu), ma aveva correttamente ritenuto confondibili gli emblemi di Dc e Cdu (benché questo fosse contenuto all'interno di un contrassegno piucchecomposito) per la presenza dello scudo crociato.
L'ordinanza fu inevitabilmente impugnata davanti al Consiglio di Stato, mentre i giorni passavano e quasi tutti davano per scontato che le elezioni il 14 giugno si sarebbero svolte regolarmente. Eppure, il 9 giugno, nelle sedi dei partiti e soprattutto nelle redazioni dei media, arrivò la notizia bomba: per i giudici di Palazzo Spada il contrassegno presentato dalla Dc-Piccoli in sostituzione del primo bocciato si caratterizzava per una "sostanziale diversità" da quello del Cdu e di ogni altra lista, quindi il nuovo contrassegno della Dc poteva essere riammesso alle elezioni (almeno fino a sentenza di merito). 
A quel punto al voto mancavano solo cinque giorni e la decisione avrebbe avuto effetti dirompenti: prendendola sul serio, la Dc avrebbe avuto il diritto di raccogliere le firme, dunque doveva ottenere il tempo necessario per farlo e, se ci fosse riuscita, avrebbe avuto diritto a un mese di campagna elettorale. Si trattava di rinviare il voto alla fine dell'estate e ovviamente si sarebbero dovute ristampare le schede. Una grana enorme, ma soprattutto un'inattesa spina nel fianco per Rocco Buttiglione e - appunto - per Franco Marini, il quale inorridì di fronte alla proposta di Flaminio Piccoli, che nel frattempo aveva ricevuto numerosi inviti a rinunciare alla partecipazione, permettendo di svolgere tranquillamente le elezioni: Piccoli infatti, si era detto disposto a non insistere nel ricorso, purché Ppi e Cdu avessero riconosciuto alla "sua" Dc pieno diritto all'uso del simbolo in ogni altra sede politica ed elettorale. Di fronte all'idea di concedere nome e scudo (sia pure modificato), Marini non ebbe dubbi: "Per quanto ci riguarda, la Dc non esiste, chi è la Dc? Io mi guardo intorno e non la vedo". 
Nel frattempo gli avvocati di Ppi e Cdu, dopo lo scoramento iniziale, si erano mossi: una solerte collaboratrice del secondo e il difensore del primo - Giulio Prosperetti, attualmente giudice costituzionale - avevano scoperto che la camera di consiglio del Consiglio di Stato in cui si discusse il ricorso Dc era stata fissata senza che le altre parti fossero state informate, dunque non erano state messe in grado di difendersi. Dietro debita richiesta - e con scene epiche in cancelleria che meriterebbero un racconto a parte - fu dunque fissata una nuova udienza dello stesso collegio: i giudici, in quel caso, senza esprimersi di nuovo sulla confondibilità, si limitarono a prendere atto che la disponibilità a non insistere con il ricorso equivaleva a dire che non c'erano le condizioni per ritenere che il danno lamentato dalla Dc per la propria mancata partecipazione al voto fosse grave e irreparabile al punto da portare a un rinvio delle elezioni. Così, revocando la propria ordinanza precedente, il Consiglio di Stato il 12 giugno respinse il ricorso e fece tirare un sospiro di sollievo a Marini, Buttiglione e a tutti coloro che temevano che la macchina elettorale regionale dovesse ripartire daccapo. 
L'attività della Dc-Piccoli sarebbe continuata e il contenzioso pure: Marini dovette tollerare che il 29 novembre 1998 una lista di quel partito corresse alle elezioni comunali di Pescara (un ricorso al Tar dello stesso Marini fu respinto l'anno successivo), in compenso in sede civile sempre Marini concorse - con Buttiglione - alla causa con cui il Tribunale di Roma, nel 1999, ordinò alla Dc-Piccoli di non usare più il nome e il simbolo - per non violare più i diritti, rispettivamente, del Ppi ex Dc e del Cdu - e di rimuovere dall'ingresso del Palazzo Cenci-Bolognetti di Piazza del Gesù la targa con nome e simbolo del partito. Quando l'ordinanza fu resa - il 10 novembre 1999 - il segretario del Ppi era però da poco più di un mese Pierluigi Castagnetti. Da lì in avanti, della storia infinita (e allora non si immaginava quanto) della "Dc mai morta" e di tutti i suoi riattivatori Marini non si sarebbe più dovuto occupare.

lunedì 8 febbraio 2021

La "destra" prima della Repubblica: un racconto per immagini

I percorsi, una volta iniziati, meritano di essere proseguiti, anche quando potenzialmente non se ne vede il completamento e - anzi - si sa già che molte altre tappe saranno necessarie. Lo si può dire, ad esempio, per Paolo Garofalo, già sindaco di Enna, che nel 2019 aveva intrapreso un viaggio tra i segni grafici delle tradizioni politiche in Italia, inaugurando una collana intitolata appunto I simboli della politica. In quel progetto - portato avanti da Officina della Stampa edizioni - erano stati affrontati gli emblemi e l'iconografia della tradizione socialista e comunista; nello scorso mese di dicembre si è aggiunta una terza puntata editoriale, realizzata sempre con la formula della "galleria di immagini commentata", ma dedicata questa volta all'area opposta dello schieramento politico. 
Il nuovo libro di Garofalo, infatti, si intitola Dal Duce alla Fiamma. La destra in Italia dal 1910 al 1946. Lo stesso sottotitolo indica che il volume - di 184 pagine - lambisce soltanto la storia repubblicana italiana: il Movimento sociale italiano, in effetti, è richiamato dalle ultime immagini contenute nelle pagine finali del libro. Chi frequenta questo spazio web sa che qui si è scelto di trattare soprattutto gli emblemi partitici ed elettorali della Repubblica (alternando gli spunti offerti dall'attualità al recupero di episodi passati), concedendosi giusto qualche escursione negli anni precedenti se giustificate dalla peculiarità degli episodi: occuparsi di un periodo pre-repubblicano così lungo può dunque apparire una scelta "dispari", non in linea con quanto fatto sin qui. Ciò a maggior ragione se si considera che non poche immagini contenute nel volume non riguardano simboli strettamente partitici o elettorali, ma anche correnti, gruppi, enti, milizie e altri soggetti che tra il 1910 e il 1946 hanno caratterizzato il campo della destra in Italia (a patto di voler accettare un uso del concetto di "destra" tanto ampio e diffuso quanto inevitabilmente impreciso, non potendosi adattare allo stesso modo a tutte quelle esperienze: per capire quanto i più recenti studiosi del fascismo ritengano inadatta per esso l'etichetta di "destra", si possono consultare i volumi di Marco Piraino e Stefano Fiorito L'identità fascista e L'estrema destra contro il fascismo).
Si è però scelto con convinzione di scrivere di questo libro: la raccolta di immagini proposte, infatti, consente a chi legge di percorre almeno in parte il cammino di "un continuo divenire tra idealità, vagheggi e pulsioni spesso viscerali di un affermato primato della diversità". Sono parole tratte dalla prefazione di Raffaele Stancanelli, attualmente parlamentare europeo per Fratelli d'Italia, già sindaco di Catania e senatore per il Pdl, ma ancora prima eletto all'Assemblea regionale siciliana nonché assessore per Alleanza nazionale (e, ancora più indietro, militante del Fuan-Guf e consigliere a Regalmuto e Catania per il Movimento sociale italiano). Lo stesso Stancanelli nota che "il concetto di Destra non esprime appieno le potenzialità di consenso popolare ai valori tipici di un impegno politico e sociale" che cercava di "interpretare il diffuso bisogno di riscatto sociale e di sicurezza dei cittadini nonché di proiezione positiva per il futuro", anche attraverso un certo 'armamentario' di simboli e immagini. Si tratta certamente del parere di una persona "di parte", di cui chi legge (e anche, se lo si concede, chi scrive) può non condividere lo spirito; sarebbe però profondamente sbagliato non riconoscere in chi scelse di identificarsi in quegli emblemi - e forse anche in parte di coloro che semplicemente se li trovarono addosso, senza poter scegliere - passioni e sentimenti di cui quelle insegne erano compendio ed espressione, unendo in questo le persone che vi si ritrovavano (non a caso, la parola "simbolo" evoca etimologicamente proprio il "mettere insieme", ma anche l'idea di una realtà che ne rappresenta un'altra).
Dal sito www.vianellocollezionismo.it
La galleria si apre con l'aquila ad ali spiegate e posata su un legno - non ancora su un fascio - dell'Associazione nazionalistica italiana, nata nel 1910 soprattutto grazie a Enrico Corradini, Gabriele D'Annunzio, Luigi Federzoni e altre figure di rilievo. Assai impegnata sul fronte interventista (e presentatasi senza troppo successo alle elezioni del 1913), in seguito operò come consistente forza nazionalista (agendo anche con il proprio corpo paramilitare, le "Camicie azzurre") e vedendo eleggere propri rappresentanti alla Camera, fino alla sostanziale fusione con il Partito nazionale fascista nel 1923.
Alcuni dei contrassegni usati alle elezioni del 1921
Ebbe invece l'elmetto come emblema principale (non uniforme in tutta l'Italia, visto che all'epoca non era obbligatorio e solo i partiti maggiori e più solidi erano riusciti a stabilire un'immagine costante) il Partito dei combattenti, nato appunto per dare voce a chi aveva vissuto in prima persona l'esperienza della guerra e alle loro esigenze tutt'altro che secondarie.
Nella galleria iniziano poi ad apparire - ma in realtà si erano già visti con altri soggetti proprio in Italia - i fasci littori, innanzitutto adottati dai Fasci italiani di combattimento e dal Blocco nazionale, questo sia nei simboli destinati alle schede sia in quelli dell'iconografia "ufficiale". Si tratta ancora, in quel periodo, di "fasci repubblicani", con la scure al centro del fascio di verghe, magari abbinati ad altri segni (come la stella o l'aquila).
Lo stesso emblema avrebbe caratterizzato il Partito nazionale fascista, almeno fino a quando il fascio divenne emblema dello Stato: ciò accadde in forza del regio decreto-legge dicembre 1926, n. 200, il quale prese atto che "per consuetudine assai lunga" il fascio littorio era già divenuto simbolo dello Stato, dunque si prospettava la "necessità assoluta ed urgente di tutelare tale emblema". In quel decreto si precisò che "il Fascio Littorio è formato da un fascio di verghe e da una scure, uniti insieme da una cinghia o corda: la scure collocata di lato col taglio in fuori". Si trattava dunque di un diverso soggetto grafico, che avrebbe caratterizzato anche gli anni dell'impero (ragion per cui si parla spesso anche di "fascio imperiale"); con la Repubblica sociale italiana, invece, si tornò a preferire la versione repubblicana.
Garofalo nel suo testo mette in luce come "In una Italia scarsamente scolarizzata, con grandi sacche di analfabetizzazione soprattutto in alcune regioni agricole come nel nord-est, nel sud e nelle isole, l'appartenenza ad un gruppo, ad una comunità costruita, artificiale e non naturale, come i partiti e i movimenti politici, avveniva attraverso segni, collanti significativi", tra i quali i simboli grafici avevano un ruolo assai rilevante. Ciò è accaduto con il fascio, ma lo stesso può dirsi ad esempio per l'aquila imperiale oppure per il teschio (con o senza pugnale tra i denti).
Il volume, nella sua ricca galleria, ripercorre diversi emblemi (non certo solo relativi a partiti, ma anche a gruppi, istituzioni, corpi), cercando di dare un quadro piuttosto completo - attraverso le loro immagini - delle varie realtà collettive presenti negli anni precedenti il referendum istituzionale, vinto dalla repubblica. Fa eccezione, nel senso che è ovviamente collocata più in là, il simbolo del Movimento sociale italiano, con la sua fiamma tricolore. Quel partito e quel simbolo di fatto rappresentano l'epilogo della storia raccontata in questo volume; sono però, evidentemente, l'inizio di un'altra storia, con non pochi punti in comune ma anche con significative differenze. Difficile che Garofalo, a quel punto, si sottragga al compito di una nuova puntata della ricerca in forma di libro, proponendo a chi legge nuovi simboli dal passato, magari richiamando come base proprio i contenuti di questo sito (e qui si coglie l'occasione per ringraziare l'autore, per avere citato I simboli della discordia come "sito più completo" per ogni persona interessata ad approfondire il tema delle simbologie politiche). Ripercorrerà per immagini - anche in quel caso - una storia "altra", non per questo da non raccontare.