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giovedì 31 marzo 2022

Italia popolare, nata da poco in Puglia ma già diffidata per il nome

Da poche settimane è nato un nuovo soggetto politico, con il cuore in Puglia, ma rischia seriamente di dover cambiare presto il nome. Ci si riferisce al gruppo che ha scelto di identificarsi con il nome Italia popolare e che fa capo a Massimo Cassano, senatore e sottosegretario al lavoro nella scorsa legislatura, dal 2019 a capo dell'Arpal Puglia (Agenzia regionale politiche attive del lavoro), prima da commissario straordinario, poi da direttore generale. Il nuovo movimento politico ha scelto di (continuare a) sostenere l'azione di Michele Emiliano e si sta organizzando sul territorio pugliese, ma a quanto pare dovrà fare i conti con chi - soprattutto in Piemonte, ma non solo - quel nome lo usa già da quasi vent'anni e finora è riuscito a far cambiare idea a chi pensava di fregiarsene.

Da Puglia popolare a Italia popolare

Conviene intanto cercare di inquadrare meglio il nuovo soggetto che vuole usare il nome "Italia popolare". Si è citato come figura chiave Massimo Cassano, già consigliere provinciale e regionale per Forza Italia (dopo una militanza nella Dc), confermato nell'assemblea legislativa pugliese nel 2010 nelle liste del Pdl. Per quel partito nel 2013 è stato eletto al Senato, per poi passare - all'atto del ripescaggio di Fi - col Nuovo centrodestra di Angelino Alfano: divenuto sottosegretario nei governi Renzi e Gentiloni, si è dimesso il 21 luglio 2017, in corrispondenza del suo abbandono di Alternativa popolare (nome assunto frattanto da Ncd) e del suo ritorno nel gruppo parlamentare di Forza Italia. Contestualmente, lo stesso Cassano aveva fondato un altro soggetto politico regionale, chiamato Puglia popolare: il nome, il carattere e i colori rimandavano decisamente al simbolo degli alfaniani, ma la collocazione era nettamente nel centrodestra, come appunto suggeriva l'adesione di Cassano al gruppo senatoriale forzista.
Col tempo, tuttavia, proprio Cassano ha scelto di appoggiare Emiliano, tant'è che Puglia popolare è stata tra i soggetti che hanno concorso nel 2020, alle elezioni regionali, a costituire e formare la lista Popolari con Emiliano, che nel proprio simbolo su fondo azzurro scuro conteneva l'accenno a un cuore (per riferirsi all'area popolare richiamando in parte il segno usato dal Ppe, insieme ai colori blu e giallo): la lista sfiorò il 6% e ottenne addirittura sette consiglieri, nonché l'ingresso - con l'assessore al personale Gianni Stea e quello al lavoro Sebastiano Leo - nella nuova giunta guidata da Michele Emiliano, confermato presidente della Regione Puglia anche grazie all'amplissima coalizione che lo sosteneva. 
Circa un anno dopo le elezioni, però, i rapporti all'interno dell'ex lista - che intanto aveva scelto di trasformarsi nel movimento politico Popolari - avevano iniziato ad apparire più tesi. Lo ha dimostrato, ad esempio, una dichiarazione secca diffusa da Gianni Stea a fine agosto 2021, in cui si diffidavano "tutti coloro i quali in questi giorni e in vista delle imminenti elezioni amministrative, utilizzano o abbiano intenzione di utilizzare sia a mezzo stampa che sui social, i simboli dei Popolari e dei Popolari con Emiliano, o simboli simili che possano generare confusione negli elettori". Tra luglio e agosto, infatti, proprio Stea - promotore in autunno di varie liste alle amministrative - aveva fatto depositare a proprio nome domanda di marchio per i simboli dei Popolari e dei Popolari con Emiliano, per cui rivendicava di essere l'unica persona legittimata a usarli (e a decidere chi avrebbe potuto usarli): pur in mancanza di nomi nella nota, era facile pensare che si riferisse alle immagini in cui Massimo Cassano appariva accanto ad amministratori e candidati, affiancando al simbolo di Puglia popolare anche quello dei Popolari. Eppure solo un mese prima era stato Massimiliano Stellato, capogruppo dei Popolari con Emiliano, a lamentare usi a suo dire indebiti - e secondo i giornali ce l'aveva proprio con Stea - del nome del gruppo consiliare: "Per il gruppo consiliare parlo io, per il movimento politico 'Popolari' parlano Massimo Cassano e Totò Ruggieri".
Come che sia andata, con l'andare delle settimane la situazione ha conosciuto evoluzioni, fino alla scissione nel gruppo in consiglio regionale. Nel verbale della seduta del 1° marzo si legge infatti: "in data 28 febbraio 2022, il consigliere regionale Saverio Tammacco del Gruppo 'Misto' e i consiglieri Sebastiano Giuseppe Leo, Sergio Clemente, Mauro Vizzino, del Gruppo 'Popolari con Emiliano', ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento interno, hanno comunicato di aver costituito il nuovo Gruppo consiliare denominato 'Per la Puglia'. Presidente del medesimo Gruppo è stato nominato il consigliere Saverio Tammacco". Per la Puglia (a fondo blu scuro, praticamente il tono di Puglia popolare, con il segno del "per" in bianco - nel quale è stata evidenziata in giallo una forma stilizzata del cuore - e un piccolo arco tricolore in basso) è dunque il nuovo gruppo, di cui fanno parte tanto Tammacco (che nel 2021 era approdato al gruppo misto dopo essere stato eletto nella lista La Puglia domani, legata a Fitto) quanto i tre ex Popolari con Emiliano, incluso l'assessore Leo.
Alla presentazione del gruppo, avvenuta il 28 febbraio con l'intervento dello stesso Michele Emiliano, c'era pure Massimo Cassano, anche se non ha parlato. I media hanno attribuito a lui il ruolo di artefice del nuovo raggruppamento; l'assessore Leo ha precisato "Noi siamo un gruppo che ha come riferimento Emiliano, la nostra leadership è condivisa, non c'è un capo; è un gruppo coeso e che non vuole andare contro nessuno e che vuole contare di più dentro il Consiglio regionale. Ed è sicuramente un gruppo che è ben visto anche dal direttore di Arpal Cassano". E se lo stesso giorno della nascita del nuovo gruppo l'assessore Stea ha annunciato una "azione di rafforzamento dei Popolari in tutta la Puglia", con l'idea - condivisa dal coordinatore Salvatore Ruggeri, già tesoriere Udc - di presentare una lista alle regionali del 2025 (e proprio il 28 febbraio ha pure fatto depositare un'altra domanda di marchio, stavolta per il simbolo Popolari al Centro), da varie settimane Cassano, Clemente e altri lavoravano per restituire visibilità e consolidare il progetto di Puglia popolare, il cui nome è comparso in vari consigli comunali. 
Già, ma Italia popolare? Proprio così, in effetti, si chiama ora il gruppo consiliare barese nato da pochissimo. A quanto sembra di capire, il simbolo di Italia popolare sarebbe apparso per la prima volta il 22 dicembre 2021, alla conferenza stampa in cui l'ex senatore Massimo Cassano aveva presentato l'ingresso in Puglia popolare di due dei consiglieri comunali baresi (Francesca Ferri e Giuseppe Di Giorgio) che fanno parte del neogruppo: sul tavolo dell'evento, c'erano le bandiere di Puglia popolare e dei Popolari (quelli con il cuore e senza il riferimento a Emiliano), ma c'era anche il vessillo di Italia popolare, praticamente quello di Puglia popolare (stesso blu di fondo, stesso carattere usato in passato da Ncd e Alternativa popolare), solo con il nome cambiato e con l'aggiunta di una semplice, sottile striscia tricolore. Lo stesso simbolo da poco più di un mese - e soprattutto dall'inizio di marzo - appare regolarmente sulla pagina Fb di Cassano.

"Italia popolare siamo noi dal 2004, non potete usare il nome"

Che ci sia l'idea di un progetto più ampio rispetto alla sola Puglia è confermato da una dichiarazione della capogruppo barese Francesca Ferri: "Puntiamo - ha detto a proposito di Puglia popolare - ad andare oltre i confini regionali, a trasformarci presto in 'Italia Popolare' con un progetto centrista e moderato, nel solco dell'azione amministrativa e politica con Antonio Decaro e Michele Emiliano". 
Com'è bastato cambiare Alternativa popolare in Puglia popolare, basterà sostituire il nome della regione con quello dell'intero Paese? Forse no, a giudicare dalla diffida che poche ore fa è stata inviata a Cassano dal moncalierese Giancarlo Chiapello, della segreteria nazionale di Italia popolare, fondata quasi vent'anni fa. "Ci corre l’obbligo - scrive Chiapello nella comunicazione, comunicando di avere da poco appreso dell'uso del nome "Italia popolare" - di segnalare l’impossibilità da parte vostra di utilizzare tale denominazione in uso ad altro movimento politico. Infatti “Italia Popolare” come movimento per l’Europa nasce a Roma nel 2004 con atto depositato presso un notaio, presieduto dal sen. prof. Alberto Monticone, con Presidente onorario l’on. Gerardo Bianco, e inizia le sue attività e il suo impegno legato all’identità del popolarismo, su scala nazionale. La sede nazionale oggi si trova presso i Popolari di Moncalieri (To), ultima sezione operativa sturziana in Italia, che precedentemente, aderenti a Italia Popolare, hanno svolto l’incarico di segreteria organizzativa ed oggi mantengono la piena continuità operativa del movimento anche dal punto di vista elettorale, avendo utilizzato negli anni la denominazione di Italia Popolare in elezioni amministrative piemontesi e campane".
Chi frequenta in modo assiduo o saltuario questo sito difficilmente proverà stupore di fronte a queste affermazioni: già in passato, infatti, Chiapello aveva messo in guardia chi aveva cercato di impiegare le denominazioni "Italia popolare" o "Popolari" (parola che campeggia nel simbolo depositato come marchio nel 2006 dall'associazione moncalierese I Popolari - Collegio 12 - proprio quella - e che attualizzava lo scudo nel gonfalone elaborato nel 1995 per la parte di Ppi che aveva scelto di seguire Gerardo Bianco e non Rocco Buttiglione). "Come in passato ci troviamo nella condizione di tutelare una denominazione che rappresenta un impegno quasi ventennale di tanti uomini e donne che si sono impegnati a preservare la tradizione del popolarismo italiano". 
A conferma tanto dell'uso precedente quanto delle battaglie già sostenute a difesa del nome, tra l'altro, la diffida cita un articolo pubblicato proprio da questo sito all'inizio del 2017, quando si dava per imminente la possibile adozione dell'etichetta "Italia popolare" da parte del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. In quell'occasione si ricordarono l'avvertimento già lanciato nel 2011 a Silvio Berlusconi (quando sembrava che volesse ribattezzare "Popolari" il suo partito: l'idea tramontò in fretta), ma soprattutto l'altolà lanciato un anno più tardi - nel mese di dicembre 2012 - a Gianni Alemanno, che voleva organizzare una manifestazione e magari un movimento usando come nome proprio "Italia popolare": "si ritiene dunque opportuno - scrisse allora Chiapello - per evitare confusioni diffidare chiunque dall'utilizzo di tale denominazione, in particolare da parte di chi è ben lontano dalla tradizione politica del popolarismo, che mai ha assunto connotazioni o interpretato posizioni di destra". Non risulta che quel nome, dunque, sia più stato utilizzato. Quando poi, nel 2017, Giuseppe (e Ciriaco) De Mita inaugurarono L'Italia è Popolare, allora il gruppo di Chiapello non mandò diffide, ma - sulla base della comune storia democristiana e popolare - instaurò un dialogo, offrendo collaborazione a patto di ottenere reciproco riconoscimento e pari dignità (ciò ha portato, nel 2020, alla concessione dell'uso del vecchio simbolo del gonfalone ai De Mita, inserito in una delle liste presentate a sostegno di Vincenzo De Luca).
Oltre all'uso a livello locale, poi, si aggiunge che il soggetto politico Italia popolare può contare su un altro titolo rilevante: nel 2008 il suo simbolo è stato depositato anche al Ministero dell'interno in vista delle elezioni politiche (anche se poi non si sarebbe fatta la lista) e quel contrassegno è stato regolarmente ammesso. Ricordando a Cassano i precedenti qui citati in breve, Chiapello si augura che cessi quanto prima da parte del suo gruppo l'uso del nome Italia popolare "per non ingenerare confusione con una realtà politica preesistente ed operativa", annunciando in caso contrario azioni (anche giudiziarie) a tutela di Italia popolare. Qui ovviamente il problema non è dato dal simbolo in sé - visibilmente diverso - ma dall'identità del nome (che ancora prima dell'emblema è in grado di identificare un soggetto politico). Ci vorrà tempo per sapere se l'invito di Chiapello sarà accolto oppure no: eventuali sviluppi, ovviamente, saranno divulgati.

venerdì 5 gennaio 2018

Italia popolare: guardiamo a De Mita e a Civica popolare se...

Tra poche ore dovrebbe finalmente essere svelata la scelta grafica della lista Civica popolare, per capire se ci sarà la margherita legata alla storia politica di Lorenzo Dellai (sembra proprio di sì, con i petali piuttosto in evidenza); nel frattempo, però, a quella partita è molto interessata un'altra formazione da guardare con molta, molta attenzione. Si sa che uno dei quattro gruppi che hanno dato vita alla lista guidata da Beatrice Lorenzin è L'Italia è Popolare, l'area politica cattolico-democratica - si sarebbe tentati di dire quasi-quasi-democristiana - che ha come riferimento Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco: ebbene, nella scelta del nome forse non hanno tenuto conto del fatto che, da quasi quattordici anni, Italia popolare esiste già e nel tempo è riuscita a far desistere tutti quelli che, in un modo o nell'altro, volevano mettere le mani su quel nome.
Questo sito si è occupato più volte di Italia Popolare, ossia della realtà politica fondata nel lontano 2004 da Alberto Monticone (ma c'era anche Gerardo Bianco) per dare una casa a coloro che nel 2002 avevano rifiutato di far confluire il Ppi all'interno della Margherita, volendo restare "semplicemente" popolari: anche per questo, l'associazione "I Popolari collegio 12" di Moncalieri, legata proprio a Italia popolare, ha registrato come marchio il proprio simbolo, che altro non è che la versione modernizzata dello scudo inserito nel gonfalone, schizzato da Guido Bodrato nel 1995 per la parte di Ppi rimasta fedele a Bianco nella lotta intestina con la fazione di Rocco Buttiglione.
Negli anni, Monticone e il responsabile organizzativo (nonché referente piemontese) del movimento Giancarlo Chiapello hanno dovuto reagire a vari tentativi di personaggi politici di utilizzare per i loro progetti nomi legati al soggetto politico nato nel 2004. Non si è trattato esattamente di pesi piuma: il primo a essere diffidato è stato un certo Silvio Berlusconi, che all'inizio del 2011 secondo i media sembrava voler ribattezzare il suo partito "Popolari"; poco tempo dopo, nessuno parlò più del progetto; nel 2012 toccò a Gianni Alemanno, reo di aver chiamato una sua manifestazione "Italia popolare" e di aver fatto un pensierino all'idea di guidare una forza politica con quel nome (lasciato prontamente da parte). Nel 2013 un segnale fu mandato anche a Mario Mauro, fondatore dei Popolari per l'Italia, per quel nome troppo simile a a quello del gruppo di Monticone (il partito di Mauro rimase in piedi, ma si dimostrò quasi irrilevante); all'inizio del 2017, peraltro, quando Angelino Alfano tra i vari nomi possibili per la Sua nuova formazione aveva pensato anche a Italia popolare, almeno fino all'ennesima messa in guardia di Chiapello.
Insomma, visto che la somiglianza del nome c'è tutta - e nella Campania dei De Mita il gruppo ha un certo radicamento - e vista la combattività del gruppo di Italia popolare, una certa attenzione andrebbe prestata. Anche perché - a farlo apposta non ci si sarebbe riusciti - non è solo il gruppo di De Mita ad avere usato un nome che ricorda qualcosa di già visto: anche se l'etichetta della lista appare una crasi tra la Civica per il governo del Trentino che fu di Dellai e Alternativa popolare di Lorenzin, il nome che risulta è drammaticamente simile a Intesa civica popolare che sempre Giancarlo Chiapello e i suoi avevano coniato e utilizzato a livello locale, per calare ulteriormente la propria esperienza nei territori; qualcosa di simile era avvenuto con Italia civica, altra etichetta che mesi fa sembrava piacere a Berlusconi, ma che Chiapello nel 2007 aveva già usato alle amministrative di Moncalieri.
De Mita e Lorenzin devono dunque aspettarsi qualche azione legale anche da Italia popolare? Questa volta no, almeno per il momento. Giusto ieri è uscito un comunicato a firma di Chiapello e dei referenti di Toscana, Marche e Campania di Ip, con il quale si guarda con più interesse a questo tentativo elettorale, purché si inizi un percorso serio: 

domenica 23 luglio 2017

Anche la strada di Italia civica passa per Moncalieri?

Nemmeno a farlo apposta, è bastato aspettare giusto un paio di giorni dalla notizia - data dalla Stampa - in base alla quale Niccolò Ghedini starebbe lavorando per conto di Silvio Berlusconi alla creazione di un movimento politico contenitore per alfaniani di ritorno e altri centristi, da collocare nel centrodestra e battezzare Italia civica, per avere conferma del fatto che il nome non era esattamente nuovo, avendolo già usato qualcun altro.
Già il giorno stesso in cui il progetto era stato svelato, Formiche.net aveva fatto notare che il sito www.italiacivica.it era già stato acquistato da un ex montiano ora iscritto al Pd; su questo sito avevo già scritto che Civica Italia era un marchio registrato da Italia futura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo. La partenza non era delle migliori, ma ora si sa che il nome Italia civica aveva già fatto la comparsa alle elezioni amministrative di Moncalieri nel 2007. Era stata chiamata Italia civica, infatti, la lista che sanciva l'alleanza tra Italia popolare e l'Italia di mezzo, la formazione nata qualche mese prima su impulso di Marco Follini, nel frattempo passato a sostenere l'ultimo governo Prodi.
Detta così, i berlusconiani potrebbero non avere molto da preoccuparsi: la giurisprudenza non è certo priva di decisioni in cui si dice che un uso isolato di un nome o di un simbolo in comuni non toglie la novità a segni impiegati successivamente. Il fatto è che, come detto, il simbolo in questione era stato presentato da Italia popolare e il suo candidato sindaco era Giancarlo Chiapello, il referente piemontese e responsabile organizzativo di quello stesso movimento, fondato nel 2004 da Alberto Monticone, dopo che quest'ultimo aveva rifiutato due anni prima la confluenza del Ppi nella Margherita e aveva scelto di restare "semplicemente" popolare.
Ebbene, Chiapello e Italia popolare, negli ultimi anni, hanno reagito puntualmente a ogni tentativo di vari personaggi politici di utilizzare nomi già impiegati da loro. E l'entourage di Berlusconi dovrebbe saperlo bene: all'inizio del 2011 secondo i media lui - nel tentativo di liberarsi di una sigla poco appetibile come il Pdl - aveva pensato di ribattezzare il suo partito "Popolari", volendo porsi come riferimento italiano al Ppe, ma Monticone e Chiapello si misero di traverso. Dopo qualche giorno non ci fu più traccia sui giornali o altrove dell'uso di quel nome: forse era solo una boutade, forse qualcuno ci aveva fatto davvero un pensierino ma dopo quell'avvertimento aveva fermato tutto per non avere grane. 
Alla fine del 2012, ci cascò Gianni Alemanno, organizzando una manifestazione dal titolo Italia popolare e, forse, pensando di chiamare così il suo nascente partito. Partì puntuale una nota firmata da Chiapello, per "diffidare chiunque dall'utilizzo di tale denominazione, in particolare da parte di chi è ben lontano dalla tradizione politica del popolarismo, che mai ha assunto connotazioni o interpretato posizioni di destra". Manco a dirlo, quel nome Alemanno non lo usò più, optando per Prima l'Italia (etichetta usata come slogan nel 2012 dal Pd e vent'anni prima dalla Dc).
Alla fine del 2013 Mario Mauro, uscito da Scelta civica, volle far nascere i Popolari per l'Italia: Chiapello e Monticone avviarono contatti informali, per avvertire i fondatori del nuovo partito che altri Popolari esistevano già da prima e non si erano mai sciolti. Mauro - che intanto si era preso una diffida anche da Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario politico del Ppi, perché la sigla dei Popolari per l'Italia era identica a quella dei vecchi Popolari - in effetti decise di andare avanti comunque, ma il progetto non riuscì mai a decollare: il simbolo, negli anni, si è visto pochissimo e a marzo l'ex ministro è tornato in Forza Italia.
L'ultima battaglia, per ora, è stata ingaggiata a gennaio di quest'anno, quando si seppe che tra i tanti simboli depositati come marchio da Angelino Alfano c'era anche - guarda un po' - Italia popolare. Chiapello così per sicurezza dichiarò per l'ennesima volta - anche al Tempo, intervistato da Carlantonio Solimene - che la denominazione era già occupata, con tanto di atto costitutivo notarile, dunque non era il caso di provare a usarla.
Il cerchio, dunque, sei anni dopo in qualche modo si chiude, tornando là dov'era partito: a Silvio Berlusconi. E' vero, quell'unico uso del 2007 potrebbe non fare molta paura (e la grafica sfoggiata all'epoca era francamente dimenticabile): quell'episodio moncalierese, questa volta, più che di una pietra d'inciampo ha le sembianze di qualche granellino di sabbia. Eppure, com'è noto, i granellini possono bloccare gli ingranaggi di un meccanismo, mentre una domanda risuona quasi obbligatoria: ma possibile che le strade politiche di tanti passino per Moncalieri? Sarà solo un caso o qualcuno, da quelle parti, ci ha visto lontano?

martedì 17 gennaio 2017

Italia popolare, il nome che Ncd non potrà usare

Che il nome del Nuovo centrodestra non fosse particolarmente gradito a buona parte degli aderenti al medesimo partito, e forse allo stesso Angelino Alfano, era cosa che si poteva indovinare da mesi: lo proverebbero, per esempio, la rapida adozione del nome di Area popolare (che in un primo tempo doveva servire solo per denominare il cartello con l'Udc) e il deposito - a nome dell'attuale ministro degli esteri - di svariati marchi, ciascuno dei quali poteva presentarsi come alternativa all'etichetta attualmente in uso. Questa volta però "la svolta sarebbe davvero imminente", come ha scritto ieri Il Tempo, dando per probabile l'adozione del nome "Italia popolare": un'etichetta che, tuttavia, risulta già occupata da anni, a scapito di chi ha cercato di farla propria.
In particolare, nell'articolo firmato da Carlantonio Solimene, si legge che:
A militanti esponenti del partito Alfano dovrebbe proporre a giorni di cambiare la sigla o in Area popolare (come attualmente si chiamano i gruppi parlamentari alla Camera e al Senato) o in Italia popolare. Quest'ultima ipotesi è data in una posizione visto che Ap simboleggia un accordo politico - quello con l'Udc - che all'atto pratico non ha dato esiti elettoralmente soddisfacenti ed è già in via di disfacimento. In ogni caso ci sarà l riferimento al Partito popolare europeo, nel quale gli alfaniani si riconosceranno senza le sbandate "populiste" di alcuni cugini di Forza Italia.
Qualche fondamento la notizia potrebbe ben averlo, visto che - tra l'altro - tra i segni distintivi depositati a nome di Alfano c'era anche proprio la grafica attuale con la dicitura "Italia popolare". Quella domanda di marchio, però, risulta ancora non assegnata, dunque non si può dire tecnicamente che Alfano disponga di quell'emblema con certezza. 
Al contrario, qualcuno è sicuro che quel nome il Nuovo centrodestra non possa proprio utilizzarlo. "Corre l'obbligo di ricordare che Italia popolare è stata fondata nel 2004 e ha come suo presidente il sen. prof. Alberto Monticone, come presidente onorario l'on. Gerardo Bianco e una struttura territoriale popolare che l'ha vista partecipare a competizioni elettorali locali (in Piemonte e in Campania) con simbolo del gonfalone popolare registrato dall'associazione dei Popolari di Moncalieri (Torino), in particolare con programmi aventi al centro la famiglia ex art. 29 della Costituzione, oltre che alla campagna referendaria a difesa della Costituzione stessa, 'programma di un popolo', per riprendere le parole di La Pira". A parlare è Giancarlo Chiapello, responsabile piemontese e organizzativo nazionale di Italia popolare (quella di Monticone). L'emblema, parente stretto di quello che Guido Bodrato nel 1995 schizzò per la parte di Ppi che aveva "sfiduciato" Rocco Buttiglione preferendogli Bianco, è stato depositato nel 2006 e registrato quattro anni dopo (la versione depositata come marchio, tuttavia, non contiene la dicitura "Italia popolare"). 
Chiapello, peraltro, ha già dovuto combattere per difendere la titolarità di quel nome e il primo scontro era stato con il peso massimo possibile, Silvio Berlusconi: non appena i media, all'inizio del 2011, fecero sapere che l'allora Presidente del Consiglio pensava di usare per il suo partito la denominazione "Popolari", come riferimento italiano al Partito popolare europeo, Monticone e Chiapello dichiararono immediatamente che quella parola era già occupata; tempo qualche giorno e del progetto di Berlusconi non si parlò più. Un avvertimento simile toccò a Mario Mauro, quando volle costituire i Popolari per l'Italia: attraverso contatti informali, i fondatori del nuovo partito furono avvertiti che altri Popolari esistevano già da prima e non si erano mai sciolti; Mauro decise di andare avanti comunque, ma il nome non dovette portargli fortuna più di tanto.
Nel mezzo tra i due episodi, in compenso, si colloca il caso più interessante: all'inizio di dicembre 2012, Gianni Alemanno organizzò una manifestazione intitolandola Italia popolare e più di qualcuno era pronto a giurare che l'allora sindaco di Roma fosse pronto a chiamare proprio Italia popolare un suo nuovo movimento. Anche in quell'occasione, Chiapello ricordò in una nota che il nome era già in uso: "si ritiene dunque opportuno per evitare confusioni diffidare chiunque dall'utilizzo di tale denominazione, in particolare da parte di chi è ben lontano dalla tradizione politica del popolarismo, che mai ha assunto connotazioni o interpretato posizioni di destra". Anche in quel caso, Alemanno non utilizzò più quel nome, creando invece Prima l'Italia (altra etichetta non originale, essendo stata usata come slogan nel 2012 dal Pd e vent'anni prima dalla Dc).
"Come ricordato negli anni precedenti a Berlusconi, Alemanno e Mauro - prosegue oggi Chiapello nella sua nota - il nome 'Italia popolare' appartiene a un movimento il cui statuto è depositato presso un notaio romano; oggi tocca ricordarlo all'on. Angelino Alfano, fondatore del Nuovo centrodestra". Chiapello (come Monticone e vari altri) nel 2002 aveva scelto di "restare popolare" anche quando il Ppi aveva scelto di sospendere la sua attività per confluire nella Margherita: Non stupisce, dunque, che lui voglia difendere la storia di quei "cattolici democratici che hanno ritenuto, attraverso Italia popolare, di conservare e rinnovare la presenza e l'impegno politico e culturale del Partito popolare italiano all'indomani del suo congelamento". 
Non c'è ovviamente certezza che il Nuovo centrodestra scelga proprio di chiamarsi Italia popolare, del resto tra gli emblemi depositati all'Ufficio italiano brevetti e marchi c'erano varie altre versioni; per Chiapello, in ogni caso, è meglio essere prudenti e mettere le cose in chiaro dall'inizio: "Si invitano pertanto Ncd e l'on. Alfano, suo presidente - si legge alla fine della nota - a desistere dall'intenzione di perpetrare un sopruso verso un movimento esistente, i cui membri non possono che trovarsi oggi impegnati per ricostruire una nuova stagione di presenza dei cattolici in politica per superare l'attuale afonia, che troppi politici hanno accompagnato, riprendendo le parole di don Primo Mazzolari: 'né a destra, né a sinistra, né al centro, ma in alto', fuori da geometrie troppo variabili e ormai troppo vecchie". Basterà questo a far tramontare anche quest'ipotesi di usare un "nome" molto ambito, specie nel centrodestra?

venerdì 20 maggio 2016

I nuovi possibili simboli di Alfano

Dovrebbe essere così...
Che il Nuovo centrodestra, come nome (e come simbolo), fosse destinato prima o poi alla rottamazione sembrava chiaro da tempo. Il varo della denominazione Area popolare, in qualche modo, ne era la chiara dimostrazione, ma nemmeno quello probabilmente doveva essere l'approdo finale. Non si tratta di una voce da retroscenisti, bensì del risultato di una ricerca che chiunque può fare nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi.
Il primo a farla - o, per lo meno, a renderla pubblica - è stato Donato De Sena, in un articolo uscito ieri su Giornalettismo.it: la banca dati, infatti, restituisce sei depositi di marchi tutti datati 25 marzo, simili nella struttura e nel contenuto: le richieste di registrazione di marchio non mostrano il nome del titolare, ma il fatto che siano state trovate cercando come titolare Angelino Alfano la dice lunga. I marchi sono stati registrati per le classi 35  (pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio), 41 (educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali).
Benché le immagini non siano disponibili, la descrizione mostra che si tratta sempre di "un quadrato blu al cui interno nella parte destra viene riportato un cuore con bordo giallo il cui lato è formato da quattro stelle gialle di dimensioni diverse" e, al centro del quadrato, una delle seguenti denominazioni, scritte in bianco: "Italia Popolare", "Unione Liberale Popolare", "Unione Popolare", "Unione per l’Italia", "Unione Popolare Italiana" e "Unione Popolare Liberale"; le scritte sono su due o su tre righe a seconda della lunghezza della dicitura. 
Da un certo punto di vista, tuttavia, la notizia potrebbe già essere un po' datata (e non certo per colpa di chi l'ha data per primo, che invece ha ben cercato e trovato). A ben guardare, infatti, le richieste di registrazione marchi sono state depositate una settimana dopo la "prima apparizione" del simbolo di Area popolare con il cuore "stellato" (datata 17 marzo) e un paio di settimane prima che il segretario generale del Partito popolare europeo chiedesse ad Alfano di rimuovere dal logo ogni riferimento grafico all'emblema del Ppe, invito accolto poco meno di un mese fa con la rimozione delle stelle, almeno dai contrassegni destinati all'uso nelle prossime elezioni. Per questo, è probabile che tutti gli emblemi di cui si parla siano poi ritoccati con il cuore intero, senza stelle.
L'articolo di De Sena nota che altri nomi emergono dai siti "bloccati" per conto di Alfano, come emerge da altre esplorazioni della rete: "Davide Tedesco, spin doctor di Alfano, già intestatario di Nuovocentrodestra.it e Angelinoalfano.it, il 20 aprile si è impossessato di Unionedeipopolari.it e Unionedeipopolari.com, e contemporaneamente anche di Popolariitaliani.it". Unione dei popolari e Popolari italiani, tuttavia, non rientrano tra le combinazioni depositate come marchi.
Anche tra gli emblemi proposti come marchi, peraltro, qualcuno ha meno possibilità di essere impiegato. Il riferimento è innanzitutto a Italia popolare, soggetto politico fondato nel 2004 da Alberto Monticone, che da anni utilizza - soprattutto a livello locale - una rielaborazione del vecchio simbolo del Ppi (dal gruppo registrato come marchio) e che già aveva impedito l'uso dello stesso nome a Gianni Alemanno (che poi ripiegò su Prima l'Italia). Potrebbe però essere fuori mercato anche Unione popolare, trattandosi di un movimento che depositò il proprio contrassegno e candidature alle elezioni politiche del 2013: ne era segretaria Maria Di Prato e in rete si può ancora leggere il programma di allora. Onde evitare guai, diffide e accuse, Alfano e i suoi farebbero bene a ripiegare su altre scelte...

giovedì 13 dicembre 2012

Se Alemanno inciampa su "Italia popolare"...


L’aveva pensata proprio bella Gianni Alemanno, nel pieno della bagarre pre-elettorale e pre-dimissionaria di Monti, specie nel centrodestra. Domenica era previsto un evento voluto da Giorgia Meloni e dal televisivamente presente Guido Crosetto per rifondare il centrodestra? E lui ha piazzato giusto quel giorno un altro incontro, con «un chiaro riferimento al Partito popolare europeo» e, secondo qualcuno, anche a Monti (ma non ci si metterebbe proprio la mano sul fuoco).
Sul nome dell’evento, però, Alemanno inciampa e qualcuno si premura di farlo notare. Quella convention – e, a sentire certe voci, anche il movimento/corrente conseguente – dovrebbe chiamarsi «Italia popolare», un po’ in ossequio al tricolore, un po’ al Ppe. Gli ideatori, tuttavia, sembrano aver fatto i conti senza l’oste, che stavolta si chiama Alberto Monticone. Già, perché nel 2004, dopo che il Partito popolare aveva già concluso da tempo la sua esperienza politica e molti suoi militanti si erano tesserati con la Margherita, il piemontese Monticone e il campano Gerardo Bianco (che era stato segretario dei Popolari) avevano scelto di far continuare quella storia, fondando il movimento «Italia popolare».
Nato il Pd, quella formazione ha cercato anche di presentarsi alle elezioni politiche, depositando come simbolo lo scudo su gonfalone, quasi identico a quello che proprio Bianco utilizzò nel 1995 come contrassegno elettorale: disegnato da Guido Bodrato, era nato nell’urgenza di trovare un emblema per la parte del Ppi che aveva votato contro il segretario Rocco Buttiglione ma non era riuscita a farsi dare pienamente ragione dal tribunale di Roma e a ottenere l’uso dello scudo crociato. Il Viminale non gradì la somiglianza e bocciò quel contrassegno, ma ne era già stata elaborata una versione modificata, in seguito soprattutto accettata alle elezioni che si sono finora svolte in Piemonte e Campania: su fondo azzurro, sempre il gonfalone con scudo, cui si aggiunge la scritta «Italia popolare».
Quel marchio, tra l’altro (sia pure privo della denominazione del partito), è stato debitamente depositato all’Ufficio italiano brevetti e marchi dall’associazione «I Popolari collegio 12» di Moncalieri, collegata al movimento di Italia popolare: la registrazione è avvenuta all’inizio del 2010 e ha dato tutela civil-commerciale a un emblema che fino a quel momento nessuno aveva pensato di proteggere. Che Monticone, assieme alle altre persone legate a quel progetto politico (Giancarlo Chiapello in primis) facesse sul serio, del resto, Alemanno poteva già saperlo: a gennaio del 2011, infatti, Silvio Berlusconi non aveva escluso che il Pdl potesse assumere la denominazione di «Popolari». Avrebbe potuto mettersi di traverso l’associazione «I Popolari», che di fatto è lo stesso soggetto giuridico che fino al 2002 aveva il nome di «Partito popolare italiano»; lo ha fatto invece Monticone, diffidando il Cavaliere ed enfatizzando tutte le distanze tra il progetto berlusconiano e quello autenticamente popolare di don Sturzo e di chi, negli anni ’90, aveva mantenuto quelle idee. Errare è umano, perseverare…