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mercoledì 2 settembre 2020

Toscana, Roberto Salvini escluso anche per il Tar

Il contrassegno sostitutivo
La terza sezione del Tribunale amministrativo regionale della Toscana ha da poco confermato l'esclusione della candidatura del consigliere regionale uscente Roberto Salvini alla presidenza della regione, nonché la sua unica lista collegata Patto per la Toscana.
Come si ricorderà l'esclusione, decisa una prima volta il 28 agosto, era dovuta al giudizio di confondibilità che l'Ufficio centrale regionale aveva emesso sul contrassegno della lista Patto per la Toscana, a causa del rilievo visivo dato al cognome del candidato, molto simile - anche nel colore e per il minimo corpo del nome "Roberto" - rispetto a quello che il patronimico di Matteo Salvini ha nel contrassegno della Lega: tutti gli altri elementi del contrassegno respinto sono stati considerati "suvvalenti" rispetto al cognome in evidenza, creando così una situazione di possibile "agganciamento" degli elettori che potrebbero votare Roberto Salvini credendo che la lista sia quella legata al più noto Matteo Salvini. 
Il candidato presidente aveva contestato queste tesi, rivendicando (anche sulla scorta della sua esperienza politica e in consiglio regionale) il diritto a candidarsi con il proprio cognome usato alle condizioni concesse a chiunque aspiri alla presidenza e ritenendo inopportuno applicare all'ambito elettorale criteri e parametri (a partire da quello della notorietà) utilizzati di norma nel diritto commerciale e della proprietà industriale; aveva tuttavia dichiarato la sua disponibilità a modificare in parte il contrassegno - arrivando, nell'emblema più distante dall'originale della terna presentata, a ingrandire il nome "Roberto" e ad attenuare il colore giallo - ma l'Ufficio centrale regionale ha confermato il proprio verdetto, generando il ricorso al Tar deciso oggi.
Per il collegio del Tar Firenze - come è scritto nella sentenzan n. 1035/2020 - il simbolo del Patto per la Toscana "risulta effettivamente tale da generare confusione con il contrassegno proprio della lista Lega Salvini Premier": questo per la presenza in entrambi della "scritta 'Salvini' con analoghi dimensione e colore", tale da "indurre gli elettori medi a credere" che il simbolo del Patto sia il simbolo della Lega, quindi di un altro partito. Il poco risalto del prenome rispetto al cognome e "il fatto che quest’ultimo appaia evidenziato con caratteri grandi e colorazione gialla, similmente al simbolo della 'Lega Salvini Premier', sono elementi suscettibili di indurre facilmente l’elettore medio (il quale è portato ad identificare mentalmente il cognome Salvini nel noto Matteo parlamentare) ad abbinare il contrassegno della lista 'Patto per la Toscana' alla lista espressione della Lega", per cui il provvedimento di esclusione è stato ritenuto legittimo. Il fatto che Matteo Salvini non sia candidato alle regionale toscane non avrebbe alcun valore, se non altro perché per la legge elettorale la confondibilità vale anche con partiti che non partecipano alle elezioni, purché siano rappresentati in Parlamento e il loro uso del simbolo sia tradizionale, cioè consolidato (quindi, per i giudici, si deve dedurre - anche se non è scritto a chiare lettere - che a maggior ragione questo vale se il nome che potrebbe subire la confondibilità è incluso nel simbolo che partecipa alle elezioni, anche se la persona cui corrisponde quel patronimico non è candidata).
Qualche riga è dedicata anche alla questione del simbolo sostitutivo, che Roberto Salvini e la sua lista avevano proposto (quello qui raffigurato è la versione n. 3, la più lontana dall'originale): il Tar ha sposato la linea dell'Ufficio centrale regionale, secondo il quale la procedura della legge regionale sul procedimento elettorale è "in sé compiuta" e non consente alcun rimedio a chi presenta contrassegni identici o confondibili, dal momento che non sono previste e regolate "seconde possibilità"; a prescindere da questo, la posizione è stata accolta senza alcuna spiegazione in merito anche a proposito della presentazione multipla di contrassegni (che demanderebbe all'ufficio "un atipico potere di scelta, non previsto nemmeno dall'ordinamento nazionale") e circa la reiterata confondibilità delle tre alternative presentate, caratterizzate "dal maggior risalto attribuito al cognome 'Salvini' e dalle dimensioni della scritta 'Roberto' ragguardevolmente inferiori a quelle di detto cognome".
Il ricorso di Roberto Salvini è stato dunque respinto, ma i giudici hanno addirittura ritenuto di dover addossare ai ricorrenti le spese processuali (che "seguono la soccombenza"): si tratta di un'eventualità piuttosto rara, scegliendo di solito i giudici amministrativi di compensare le spese stesse, per cui sembra quasi che il collegio abbia voluto punire gli autori del ricorso.

mercoledì 26 agosto 2020

Ferentillo, lo strano caso del simbolo clonato

Il simbolo bocciato
Non è necessario recarsi nelle regioni o nei grandi comuni per trovare storie "simboliche" dal sapore incredibile, quasi grottesco. Una vicenda certamente particolare ha interessato nei giorni corsi il comune di
Ferentillo, centro di poco meno di duemila abitanti della provincia di Terni, in val Nerina: la ripercorre con attenzione per i dettagli il sito Umbria On, da cui la si trae.
Accade, in particolare, che in quel piccolo comune - ma non così piccolo da stare sotto i mille abitanti, per cui è necessario raccogliere le firme per presentarsi - corra nuovamente il sindaco uscente, Enrico Riffelli, che solo l'anno scorso era risultato eletto come primo cittadino, essendo tra l'altro l'unico candidato (che era comunque riuscito a convincere quasi sette aventi diritto al voto su dieci a recarsi ai seggi, dunque la consultazione era risultata valida). A febbraio di quest'anno, tuttavia, il sindaco è decaduto, dopo le dimissioni della maggioranza dei componenti del consiglio, quindi si sono dovuti riconvocare i comizi elettorali. 
Riffelli, in vista del nuovo appuntamento elettorale, si è ripresentato, scegliendo però di non proporre più la lista Cuore e ragione per Ferentillo, con cui era stato eletto l'anno precedente. Ha invece schierato un simbolo nuovo, Armonia solidarietà sicurezza, che proponeva comunque alcuni dei monumenti principali ferentillesi, con i borghi di Matterella e Precetto sempre divisi dal fiume Nera: questa volta, però, nel contrassegno non c'era alcuna stilizzazione, preferendo piuttosto un disegno e un'ambientazione tricolore; unico "lacerto" del vecchio simbolo erano i due rametti (uno coi fiori, uno con le foglie), posti a "contorno" della parte inferiore del cerchio.
Il fatto è che questa volta Riffelli non si è ritrovato come unico aspirante al ruolo di sindaco: si è candidata infatti anche Elisabetta Cascelli, sostenuta dalla lista Insieme per Ferentillo. Lei in passato era stata assessora quando sindaco era Paolo Silveri (predecessore di Riffelli) e, lo scorso anno, era risultata eletta in consiglio comunale proprio nella lista Cuore e ragione; era entrata però subito in rotta con il sindaco eletto che aveva nominato una giunta tutta al maschile, senza il minimo rispetto del principio della parità di genere (la questione, nei mesi successivi, era poi rientrata proprio con la nomina di Cascelli). Al di là dei fatti in quell'anno scarso di amministrazione, qui rileva soprattutto che il simbolo di Cascelli e quello di Riffelli sembrano fatti con lo stampino: stessa idea grafica, con il cerchio diviso in due da una striscia bianca a curve (in cui è contenuto il nome della lista), disegno stilizzato - quasi uguale - del paese nella parte superiore e tricolore nella parte inferiore; qui sullo sfondo c'è una bandiera vera ondeggiante, manca il fiume Nera e non ci sono i rami, ma per il resto la somiglianza è notevole. 
La cosa avrebbe dell'incredibile, se si dimenticasse di considerare che il simbolo di Cascelli, come scrive Umbria On, "corrisponde in tutto e per tutto ad un disegno, datato aprile 2019, di uno dei candidati della stessa lista, l’architetto Pierfederico Runcini: le rocche ferentillesi con la valle del Nera tricolore. Un disegno creato quando era nata l’idea della candidatura della Cascelli, e poi finito in stand by"; Runcini, peraltro, era candidato pure nell'unica lista presentata nel 2019 ed era dunque risultato eletto consigliere. Sul suo profilo Facebook, Runcini ha pubblicato il simbolo del 2019 mai finito sulle schede, un emblema "realizzato, creato e progettato in aprile del 2019 da me per la seconda lista che si doveva presentare appunto in quel periodo" e ha protestato nel vedere "un logo, simbolo da me realizzato per la lista elettorale di cui anche io faccio parte e copiato pedissequamente dalla lista avversaria. Mi chiedo se iniziamo in questo modo dove andremo a finire...".
Alla fine la sottocommissione elettorale circondariale ha dato la precedenza al simbolo di Cascelli, chiedendo a Riffelli di sostituire il proprio: è probabile che lo abbia fatto perché la lista a sostegno di Cascelli è stata presentata per prima, al di là di ogni primogenitura del segno che sul piano elettorale rileva poco. Il nome della lista dell'ultimo sindaco di Ferentillo - Armonia solidarietà sicurezza - è rimasto, ma la grafica è stata completamente modificata: il territorio del comune, tinto di verde, è stato inserito in un cuore stilizzato blu (come tutte le parole del contrassegno) e il nome del candidato è assai più evidente di prima. A quel punto non c'era più alcun problema di confondibilità e il percorso verso le elezioni è proseguito. Certo è che, qualunque ragione a sia alla base del "simbolo clonato", l'inizio della campagna elettorale era difficile che fosse più improbabile...

martedì 16 aprile 2019

Europee, le altre decisioni della Cassazione (Liga Veneta Repubblica e Pensioni e lavoro)

Si è detto ieri della decisione con cui l'Ufficio elettorale nazionale presso la Corte di cassazione ha confermato l'esclusione del contrassegno depositato al Viminale dalla Democrazia cristiana in vista delle elezioni europee del 2019, per non averlo voluto sostituire con un altro che non contenesse lo scudo crociato (confondibile con quello dell'Udc) e il simbolo del Ppe (utilizzato senza espressa delega). Ora sono state rese note anche le altre decisioni in materia di contrassegni, che - alla pari di quella citata ieri - hanno confermato quanto la Direzione centrale dei servizi elettorali aveva già deciso, in merito all'ammissibilità del contrassegno della Liga Veneta Repubblica e, invece, all'esclusione dell'emblema di Pensioni & Lavoro.
Partendo da quest'ultimo caso, i funzionari del Ministero dell'interno avevano contestato a Ugo Sarao e a Gianluca Forieri (la persona delegata al deposito) la presenza all'interno del contrassegno la rosa stilizzata del Partito laburista inglese (vista anche la parola "Labour" in grande evidenza rispetto a tutte le altre), dal momento che non era stata dimostrata la legittimazione al suo uso; il depositante si era opposto all'invito a sostituire il contrassegno, sottolineando che la legge non prevedeva la mancata legittimazione all'uso di un emblema tra le cause di ricusazione di un contrassegno, che il divieto di confondibilità riguardava i partiti nazionali "e non quelli europei o mondiali" e che, comunque, esiste un collegamento ideale con il Partito laburista, al quale è stato fatto "un versamento solidale", con tanto di ricevuta ad attestarlo (mentre le regole stilate dal Viminale in materia di emblemi di partiti europei limiterebbero "l'apertura europeista" che l'Ufficio elettorale nazionale aveva attuato con la sua decisione sui Verdi europei del 2014).
I magistrati di cassazione, per parte loro, hanno sottolineato che il divieto di confondibilità vale anche nei confronti dei soggetti politici europei o stranieri, a maggior ragione "alla luce dell'attuale possibilità di affiliarsi ad altri partiti europei e al conseguente aumento del rischio di confusione dell'elettorato", dunque occorre sempre il consenso del soggetto collettivo di cui si inserisce l'emblema nel contrassegno, anche "per evidenti ragioni di equità" (e per questo la necessità di provare la legittimazione all'uso è stata indicata nelle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature). Prova della legittimazione che qui, appunto, manca, non valendo allo scopo la mail con cui il Labour Party ha ringraziato per la donazione ricevuta da Pensioni & Lavoro; la stessa decisione dell'Ufficio elettorale nazionale sui Verdi europei aveva precisato la necessità "del consenso della formazione estera con cui si allega il collegamento". 
Come la Dc, però, Pensioni & Lavoro ha presentato ricorso al Tar del Lazio, sostenendo che il divieto di confondibilità valga solo nei riguardi di partiti italiani, per cui "nulla impedisce, fino a norma contraria, di inserire in un contrassegno elettorale italiano una 'banana' se la banana fosse presente in un contrassegno elettorale dell'Honduras!"; per il ricorrente, la rosa sarebbe legata all'Internazionale socialista, dunque non occorrerebbero particolari autorizzazioni, di più l'elemento caratterizzante del contrassegno di Pensioni & Lavoro sarebbe la bicicletta, mentre nessun altro partito depositato avrebbe utilizzato la rosa (anche se in realtà ci sarebbe il Psi). Al pari della Dc, poi, il partito del Gran Cancelliere Sarao rivendica un concetto ideale e non tecnico-documentale di "affiliazione", di cui sarebbe ammessa la prova anche solo "per comportamenti concludenti" e individua come ragione "burocratica e politica" alla base della lettura restrittiva di quel concetto (nonché delle fonti europee in materia di affiliazione tra partiti nazionali ed europei) la volontà di ridurre l'accesso alla competizione elettorale a forze sollevate "per via europea" dall'onere di raccogliere le firme, per cui si sarebbe direttamente evitato alle corti di appello di esprimersi in materia: imperdibile il passaggio in cui si sospettava dall'inizio che "la bicicletta di Pensioni & Lavoro (forse l'unico contrassegno veramente ecologico europeo)" potesse non essere ammessa alla presentazione di liste "a causa della mancanza di qualche cosa... magari del fanale". 
Lo stesso collegio, invece, ha confermato l'ammissibilità del contrassegno della Liga Veneta Repubblica, respingendo l'opposizione alla sua accettazione presentata da Roberto Calderoli "nell'interesse di Lega Nord per l'indipendenza della Padania" e di "Lega per Salvini Premier": l'ex vicepresidente del Senato, infatti, aveva ribadito censure già mosse all'emblema della formazione di Fabrizio Comencini, in base alle quali il Leone di San Marco sarebbe confondibile con quello della Liga Veneta riportato sullo scudo di Alberto da Giussano nel contrassegno leghista e che la stessa denominazione "Liga Veneta" farebbe parte del "patrimonio immateriale di simboli e denominazioni della Lega Nord" (essendo in questa confluita la Liga Veneta), dunque il partito di Comencini se ne sarebbe indebitamente appropriato.
Non sono stati dello stesso avviso i componenti dell'Ufficio elettorale nazionale, che altro non ha fatto che confermare quanto già deciso dal medesimo organo - ovviamente in diversa composizione - nel 2008, in occasione delle elezioni politiche (il che dimostra, tra l'altro, che lo stesso emblema è stato ammesso più volte, a dispetto delle contestazioni ricevute). Se è vero che la confondibilità di due contrassegni va valutata non tanto sulla base della coincidenza di "uno o più disegni o elementi descrittivi contenuti nei simboli", ma con una visione complessiva di ciò che sta nel cerchio e del suo impatto visivo, in questo caso occorre considerare l'evoluzione grafica dei due emblemi (soprattutto quella dell'ex Carroccio), le diverse scelte cromatiche e la mutazione dei nomi. Tanto basta, per i magistrati, a escludere "ogni possibilità di concreta confondibilità dei contrassegni": il leone marciano alato ha un rilievo centrale per la Liga Veneta Repubblica mentre è un dettaglio dell'emblema della Lega; quanto alla parola "Lega"/"Liga", si tratta - come ribadito più volte - di un nome generico e di uso comune, su cui nessuno può vantare l'esclusiva. Da ultimo, nessun rilievo hanno le affermazioni contenute nello statuto leghista circa la rivendicazione relativa a tutti i nomi usati dalle formazioni confluite nel tempo nella Lega Nord (compresa la Liga Veneta): qui non ci si occupa di titolarità di nomi e segni, ma della tutela di una "corretta scelta dell'elettore - immune da sviamenti o confusioni - verso una determinata forza politica".
Chiusa la valutazione delle opposizioni in materia di contrassegni, l'Ufficio elettorale nazionale si prepara al ben più intenso lavoro che lo attenderà a breve, per la decisione in materia di liste e - tra l'altro - di esenzione dalla raccolta firme.

giovedì 11 aprile 2019

Europee 2019, i simboli promossi e (pochi) bocciati

Si sono concluse le operazioni di esame dei contrassegni depositati al Ministero dell'interno in vista delle elezioni europee del 26 maggio 2019. Se, come si è già potuto notare, gli emblemi sono molto diminuiti rispetto al passato (si è scesi da 64 a 47), i numeri sono calati anche per i casi di "patologia": in base a quanto si è appreso, infatti, si sono ridotti soltanto a 3 i casi di invito a sostituire il simbolo, legati a "vizi" dello stesso fregio; pochi di più - 6 in tutto - i casi in cui ai contrassegni non potrà seguire la presentazione di liste per carenza di documentazione.
Tra i pochi simboli "bocciati", c'è quello della Democrazia cristiana (a scanso di equivoci, quella che si riconosce nella segreteria di Renato Grassi), in effetti uno dei pochi casi di ricusazione facilmente prevedibili fin dall'inizio. Al depositante, infatti, è stato notificato l'invito a sostituire il contrassegno a causa della presenza, all'interno del cerchio, dello scudo crociato, confondibile con quello dell'Udc, a lungo presente in Parlamento e oggi comunque rappresentata al Senato con tre eletti nei collegi uninominali (anche se la lista Noi con l'Italia - Udc non ha superato lo sbarramento del 4%); mancherebbe poi anche la legittimazione all'uso del simbolo del Partito popolare europeo. A differenza dell'anno scorso, però, la Dc non ha alcuna intenzione di modificare l'emblema, per cui entro domani mattina presenterà opposizione all'invito ministeriale e toccherà all'Ufficio elettorale nazionale decidere entro 48 ore (anche se è molto probabile che la ricusazione sarà definitiva).
Disco rosso anche per il M.G.U.S.S., cioè il Movimento giustizia uguaglianza sociale sordi: a quanto pare, il presentatore ha portato al Viminale soltanto il simbolo, senza alcun altro documento, e non ci sarebbe stata alcuna delega da parte del soggetto politico. Bocciata anche la "bicicletta" (reale) di Pensioni & Lavoro, per la presenza del simbolo dei Labour inglesi, utilizzato senza che i depositanti, delegati da Ugo Sarao, avessero alcuna delega scritta. Tra i simboli inizialmente esclusi c'era anche, a quanto si apprende, Italia dei diritti, formazione per la quale è però stato sufficiente integrare la dichiarazione di trasparenza. 
Sono un po' di più, almeno al momento, i simboli che non potranno contrassegnare liste per incompletezza - più o meno voluta - della documentazione, generalmente per mancanza della dichiarazione di trasparenza, dell'indicazione dei delegati al deposito delle liste o per altre lacune (magari di qualche autenticazione da notaio) In particolare, rimangono "senza effetti" i contrassegni di La Catena, Movimento Poeti d'azione, Uniti per l'Italia, No riforma forense (etc...), Parlamentare indipendente e Fronte Verde. Da segnalare, tra questi, i casi di Uniti per l'Italia, che addirittura è l'unico simbolo a non avere nemmeno l'indicazione delle circoscrizioni in cui era stato presentato, e quello di Parlamentare indipendente: Lamberto Roberti, infatti, pare non aver depositato la dichiarazione di trasparenza, in quanto questa presupporrebbe l'esistenza di un partito o di un minimo di organizzazione, mentre lui non può dichiarare nulla, poiché conduce da oltre un decennio la battaglia per consentire le candidature individuali, senza che debbano per forza essere espressione di un partito.
Come si diceva, c'è tempo 48 ore dalla notifica della decisione ministeriale per sostituire i contrassegni (magari privi dell'elemento indebitamente contenuto), per consegnare la dichiarazione di trasparenza o, in alternativa, per presentare opposizione all'Ufficio elettorale nazionale presso la Corte di cassazione, che a sua volta deciderà entro le successive 48 ore. E' probabile che l'organo in questo frangente non avrà molto da fare (tanto nel 2014 quanto nel 2018, le decisioni erano state solo 3, se non si vogliono considerare quelle del 2018 relative a Nsab); non così, probabilmente, potrà dirsi per la presentazione delle liste, visto l'alto numero di formazioni che cercheranno di correre senza presentare le firme e in qualche caso si vedranno negare dagli uffici elettorali circoscrizionali (presso le corti d'appello di Milano, Venezia, Roma, Napoli e Palermo) questa possibilità. Quest'anno più che mai, dunque, sarà interessante vedere l'esito di quei contenziosi.

mercoledì 24 gennaio 2018

Simboli ammessi e non ammessi, nuova puntata di #RomanzoViminale

Sono arrivati entro ieri pomeriggio gli esiti delle decisioni della Direzione centrale dei servizi elettorali sull'ammissibilità dei contrassegni depositati tra il 19 e il 21 gennaio. Se ci si ferma al dato numerico, il dato può colpire: su 103 emblemi depositati, infatti, ben 19 sono risultati non ammessi, mentre altri 10 non consentiranno la presentazione di liste. Quasi un terzo dei simboli presentati, insomma, per il Ministero dell'interno non è attualmente nelle condizioni di partecipare alle elezioni.
Se si va oltre il dato numerico, tuttavia, occorre fare alcune considerazioni: partiamo dai simboli che "non consentiranno la presentazione di liste", che fino al 2014 venivano definiti "senza effetti" (un'espressione che per alcuni era oscura, per cui è stata cambiata). Quella era ed è la condizione di coloro che hanno presentato una documentazione carente, in mancanza soprattutto dell'indicazione dei delegati al deposito delle candidature. In questi casi si ritiene che l'assenza di quei documenti non sia frutto di una dimenticanza o di un errore cui si può porre rimedio (come avviene con un contrassegno da sostituire o un documento incompleto da integrare), ma sia indice della volontà di non partecipare alle elezioni (altrimenti si sarebbe indicato almeno un soggetto delegato a presentare le candidature): il simbolo, dunque, non viene giudicato per quello che è, ma solo ritenuto non in grado di produrre conseguenze (con riferimento alla presentazione di liste). Detto questo, non potranno contrassegnare liste i simboli - in ordine di bacheca - di Recupero Maltolto, Ragione e libertà, La Catena, Fronte verde, Democrazia è libertà - La Margherita, Coordinamento politico italiano, Valentino Presidente (Movimento autonomo autotrasportatori europei - Movimento pensionati europeo), Federalisti democratici europei e Italia dei diritti. In alcuni casi si trattava chiaramente di deposito cautelare per evitare che altri usassero il simbolo (soprattutto per la Margherita), mentre in altre situazioni ci si trova di fronte a realtà decisamente piccole, che non sarebbero riuscite a partecipare alle elezioni ma volevano comunque mostrare il loro emblema in bacheca o figurare come depositanti con tanto di programma.
Per quanto riguarda invece la più ampia categoria dei contrassegni non ammessi, occorre dire che essa quest'anno non contiene soltanto i simboli ritenuti confondibili o contrari alla legge, ma include anche i casi in cui la dichiarazione di trasparenza autenticata da notaio non è stata depositata o non è parsa completa: per questo il numero (19 su 103) appare ragguardevole. 
Sicuramente è più facile individuare alcuni casi di ricusazione per confondibilità. Erano per esempio ampiamente attese, almeno da chi scrive, le richieste di sostituzione dei simboli contenenti gli scudi crociati e diversi dall'Udc, dunque la Democrazia cristiana di Gianni Fontana e anche il Blocco nazionale per le libertà, non certo per l'accoppiata Stella e corona di Italia reale ma per lo scudo di DemoCristiana (non è bastato, dunque, inserire uno scudo sabaudo, con croce bianca su fondo rosso, per scongiurare la confondibilità). 
Altrettanto prevedibili erano le bocciature dei simboli contenenti la fiamma tricolore diversi da Fratelli d'Italia: disco rosso, dunque, tanto per l'identica fiamma del Movimento sociale italiano - Destra nazionale di Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro (a quanto pare la famosa - e da me criticata - sentenza della Corte d'appello di Firenze, che a detta del Msi gli riconosceva irrevocabilmente la titolarità del simbolo a danno della Fondazione An e di Fratelli d'Italia, non ha cambiato di una virgola la posizione del Viminale) quanto per quella del più enigmatico, calabrese Movimento sociale (la cui fiamma era leggermente diversa, ma poteva forse restituire l'impressione del vecchio simbolo missino); bocciata però anche la fiamma simil-lepeniana del Movimento Destre unite, benché il simbolo sia stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale assieme allo statuto del partito dopo il controllo dell'apposita Commissione. Nessun problema invece per la Fiamma tricolore, che ha unito il suo simbolo a quello di Forza nuova in Italia agli Italiani, visto che da anni ormai usa una goccia tricolore seghettata.
I dubbi di confondibilità hanno però bloccato anche i Libeguali di Luciano Chiappa, che avevano presentato il loro simbolo per rivendicare la loro preesistenza rispetto a Liberi e Uguali con Pietro Grasso: il Viminale, invece, ha ritenuto prevalente il diritto di questi ultimi che avevano aggiunto quel nome ai gruppi parlamentari di Sinistra italiana e Articolo 1, riconoscendo dunque loro la tutela rafforzata di cui godono i soggetti politici rappresentati in Parlamento. Ai Libeguali, tra l'altro, sarebbe stato chiesto di modificare persino il nome, più che il simbolo (decisamente non confondibile, in nessuna delle due versioni presentate), cosa che a Luciano Chiappa - presentatore dei contrassegni e creatore della dottrina della Democrazia libeguale - non è proprio andata a genio. 
Sorprende, almeno in prima battuta, la richiesta di sostituire il contrassegno dei Pensionati e invalidi - giovani insieme, depositato domenica mattina da Luigina Staunovo Polacco: a prima vista, in effetti, sembra identico o quasi a quello depositato in passato. Uno sguardo più attento, a dire il vero, si accorge che la corona blu che contiene le dodici stelle è più sottile rispetto al passato e lo sfondo del cerchio centrale è ancora un tricolore sfumato, ma il bianco ha più spazio. Evidentemente per il ministero questo lo ha reso più confondibile di prima rispetto a quello dei Pensionati ed è scattato l'altolà. Confondibilità ravvisata anche per il partito Indipendenza del Veneto, probabilmente a causa dello stendardo già depositato dalla Liga Veneta Repubblica il giorno prima.
Restano, sul piano simbolico, soltanto due casi in cui la non ammissione dipende dal simbolo e non da questioni documentali. Era abbastanza facile prevedere che il Movimento nazional socialista dei lavoratori - NSAB sarebbe stato escluso quale simbolo di stampo fascista (anzi, nazista), ma pare che lo stesso appunto sia stato mosso al Movimento riscatto nazionale: chi scrive aveva messo in luce la criticità dell'uso dello stemma repubblicano (peraltro sgretolato, quindi vilipeso), ma a quanto pare non andava bene nemmeno l'aquila, simile a quella che teneva tra gli artigli il fascio littorio o la corona con la svastica nazista (e, tra l'altro, le fronde dello stellone potrebbero ricordare quello stesso disegno).
Le esclusioni restanti, invece, dovrebbero essere tutte legate all'assenza o all'incompletezza della dichiarazione di trasparenza richiesta dalla nuova legge elettorale: ciò varrebbe - sempre in ordine di bacheca - per il Movimento tecnico nazionale popolare per la pace, il Movimento politico Forconi, il la Lega per l'Italia (ma la formazione di Luigi Pergamo avrebbe deciso di sostenere il Pri), i Pensionati e consumatori, i Movimenti per Italia sovrana, Ora rispetto per tutti gli animali, La luce del Sud e No riforma forense. Anche a loro, come a quelli che hanno presentato simboli da sostituire, la legge concede 48 ore dall'annuncio per la presentazione della dichiarazione di trasparenza (non pochi hanno avuto il problema dell'autenticazione da parte di un notaio, soprattutto chi ha presentato i documenti tra sabato e domenica) o per la sua integrazione. Se tutto andrà bene, i contrassegni torneranno tra gli ammessi, altrimenti la corsa sarà finita lì.