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martedì 22 novembre 2022

Ricordando Maroni, dalle elezioni padane al peso dell'eredità "simbolica"

Chi app
artiene alla categoria dei #drogatidipolitica, a prescindere dall'età e dalle proprie posizioni politiche, difficilmente può non restare colpito dalla scomparsa, a 67 anni, di Roberto Maroni. Chi scrive e amministra questo sito non ha mai votato per un simbolo contenente l'immagine di Alberto da Giussano, mnon occorre essere (o essere stati) militanti leghisti per riconoscere il ruolo avuto dallo stesso Maroni non solo nella vita del partito, ma in generale della vita politica italiana, certamente della "Seconda Repubblica" ma grazie alle radici messe negli ultimi scampoli della Prima.  
Senzalcun esercizio di ipocrisia, la figura di Roberto Maroni ha per chi scrive lati di simpatia (vuoi per il cognome singolare, spesso oggetto di battute grevi e non particolarmente originali, vuoi per la sana e consapevole pratica  musicale, in particolare dell'organo Hammond) e altri di totale non condivisione (dal concorso alla definizione di vari punti del "pacchetto sicurezza" a varie posizioni in materia migratoria). Questi ultimi non possono comunque bastare per negare il legame tra Roberto Maroni - classe 1955 - e le istituzioni: lui è infatti stato tre volte ministro in tre legislature e per quattro governi (per un totale di oltre 9 anni di permanenza in carica, avendo per un pugno di mesi rivestito anche il ruolo di vicepresidente del Consiglio dei ministri), risultando poi presidente della giunta dellRegione Lombardia nella consiliatura 2013-2018 dopo essere stato ininterrottamente deputato per sei legislature (dalla XI alla XVI, cioè dal 1992 al 2013). In questo ricco cursus honorum, l'aver ricoperto per quasi un anno e mezzo il ruolo di segretario federale della Lega Nord sembra quasi un particolare significativo mminore; non può però essere così per chi ha passione per i volti e i risvolti della politica italiana. 
Al di là dei 
trascorsi pre-leghisti di Maroni (con la militanza giovanile, tra l'altro, in Democrazia proletaria), è impossibile non evocare il suo incontro con Umberto Bossi nel 1979, dal quale sarebbe poi disceso l'impegno per costituire la Lega Lombardnel varesino (senza dimenticare che il 12 aprile 1984 la Lega [autonomista] lombarda fu costituita ufficialmente proprio a Varese, pur non avendo Maroni tra i suoi fondatori notarili) e per portare avanti il disegno della Lega Nord (fondata nel 1989, dopo le elezioni europee alle quali aveva concorso la Lega lombarda - Alleanza Nord). Non riuscì a diventare consigliere regionale in Lombardia nel 1990, a dispetto dei 912 voti presi (non erano pochi, ma non bastarono per essere uno dei due eletti della Lega lombarda - Lega Nord), ma due anni dopo centrò al primo colpo l'approdo alla Camera, dopo le elezioni politiche del 5-6 aprile 1992 (fu il più votato della Lega Nord nellcircoscrizione Como-Sondrio-Varese con 29.618 voti, doppiando un altro futuro ministro, Roberto Castelli). 
Il rilievo su scala nazionale di Maroni da quel momento sarebbe durato oltre un quarto di secolo (e sempre da militante della Lega Nord, fatta eccezione per una manciata di settimane nei primi mesi del 1995); occorre riconoscere, tuttavia, che il momento più importante e insieme più delicato per la vita politica di Roberto Maroni sarebbe arrivato giusto vent'anni dopo il voto che portò il politico varesino per la prima volta in Parlamento. Proprio il 5 aprile 2012, infatti, Maroni condivise eccezionalmente la gestione della Lega Nord in "triumvirato" con Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago, dopo che Umberto Bossi - già "minato" dall'ictus del 2004 - scelse di dimettersi dalla segreteria federale del Carroccio in seguito allo "scandalo Belsito" e alle vicende che erano arrivate a coinvolgere la famiglia del Senatur. 
Entrato "triumviro" al V congresso ordinario della Lega Nord (Assago, 30 giugno - 1° luglio 2012), Roberto Maroni ne uscì segretario federale, unico candidato per voltare pagina. In quell'assise congressuale, il fondale riportava la scritta pennellata verde "Prima il Nord!", destinata diventare uno dei simboli della segreteria maroniana della Lega Nord. Dovette esserne convinto anche Diego Volpe Pasini, quando nel 2013 al Viminale, prima delle elezioni politiche, presentò un contrassegno contenente la stessa espressione, sempre verde e sempre pennellata (ma con un altro stile), creando un certo scompiglio e con un risultato concreto sul piano delle candidature. 
Già prima del congresso di Assago, in effetti, non era passata inosservata la foto di Roberto Maroni - fresco "triumviro" - che, alla "serata dell'Orgoglio leghista" alla fiera di Bergamo (tuttorvisibile su Radio Radicale), impugnava una scopa con il verde "Sole delle Alpi" impresso sulle setoleanche se erassai meno marcato e visibile rispetto a quello che nel 2010 era apparso ovunque nella scuola di Adro (BS). L'ostensione dell'emblema, in ogni caso, era volta simboleggiare l'intenzione e la necessità per il partito di fare pulizial proprio interno, per evitare di scomparire dalla scena politica. Per qualcuno, in seguito, la scopa sarebbe diventato anche uno mezzo per spazzare metaforicamente via il governo Monti e tutte le riforme dei "tecnici", ma in effetti fu - anche per vari mesi - il simbolo di una stagione delicatissima, che portò il Carroccio a superare di poco il 4% alle elezioni politiche del 2013 (meno della metà del risultato ottenuto cinque anni prima), ma reggendosi comunque in piedi, anche grazie alla vittoria dello stesso Maroni alle regionali lombarde. Le sue dimissioni dalla segreteria del partito poco prima di quell'autunno aprirono le porte alla carriera da leader di Matteo Salvini (con tutte le trasformazioni che via via sarebbero arrivate), ma questavrebbe probabilmente preso tutt'altra piega se Maroni nel 2013 non fosse riuscito a tenere in piedi il partito.
Un'oper
azione, la sua, che ebbe anche risvolti simbolici. Perché, se uno dei primi atti della segreteria Maroni - il 13 luglio 2012 - fu togliere il cognome di Umberto Bossi dal simbolo del partito (rimettendo nel segmento inferiore blu la parola "Padania"), nel tentativo di spersonalizzare l'operato del Carroccio e di mettere di lato un cognome che in quel momento per la prima voltattirava fischi in mezzo agli applausi, qualche mese dopo sarebbe toccato proprio al nuovo segretario federale metterci il nome (oltre che la faccia). Nel contrassegno elettorale della Lega Nord schierato sulle schede del 2013, infatti, sotto l'immagine del guerriero di Legnano (e sotto la miniatura del "Sole delle Alpi" e la miniscritta "Padania") apparve proprio il cognome di Roberto Maroni; era stato lui in personad annunciare la novità, una manciata di ore prima. 
Non er
a stato facile mettere il proprio riferimento al posto di quello del fondatore Bossi, potenzialmente anzi il rischio era molto forte. Maroni però seppe vincere la sfida: quando il 24 e il 25 febbraio 2013 gli elettori lombardi trovarono il cognome del nuovo leader leghista sul contrassegno della Lega Nord nelle schede di Camera e Senato e - con evidenzancora maggiore - sul fregio della lista Maroni presidente schieratalle regionali (lì il Carroccio aveva impiegato il simbolo della Lega Nord - Lega Lombarda con il riferimento alla sola Padania), diedero il 42,82% al centrodestra, lo spadone sguainato sfiorò il 13% e la lista del nuovo presidente della regione andò oltre il 10%. Un risultato di tutto rispetto, che non permette di considerare residuale l'importanza di Maroni nella storia della Lega Nord.
Da La Padania del 23 settembre 1997
Restalmeno una pagina della storia politica di Roberto Maroni particolarmente rilevante sul piano simbolico. Dei suoi tre incarichi ministeriali, due furono al Ministero dell'interno: nelle sue due permanenze al Viminale (11 maggio 1994 - 17 gennaio 1995 e 8 maggio 2008 - 16 novembre 2011), Maroni si trovò a gestire per due volte le elezioni europee (1994 e 2009), un turno di elezioni regionali (2010, cui aggiungere quello del 2011 in Molise, anche se ormai si era in regime di "federalismo elettorale") e vari turni di elezioni amministrative (oltre che un paio di consultazioni referendarie, nel 2009 e nel 2011), ma mai le elezioni politiche, visto che non fu mai ministro dell'interno alla fine di una legislatura. Non si può però evitare di ricordare che fu proprio Roberto Maroni, in qualità di capo del "Governo provvisorio della Padania", a organizzare e gestire la "macchina elettorale" in vista dell'elezione del Parlamento della Padania tenutasi il 26 ottobre 1997 - giusto un quarto di secolo fa - nelle province del Nord (e in quelle di Toscana, Umbria e Marche) per indicare 200 membri (e 10 osservatori) dell'assemblea che, convocata Chignolo Po (Pv), avrebbe dovuto scrivere una Costituzione per la Padania, quale Federazione indipendente o confederata con l'Italia. 
Fu proprio Maroni, in particolare, a presentare il progetto di "legge elettorale" che si sarebbe applicata in vista del voto di fine ottobre nei gazebo (altro simbolo di una stagione leghista, quella più secessionista) e fu sempre lui a presentare ai giornalisti, il 22 settembre di quell'anno in una conferenza stampa Palazzo Donà a Venezia (sede del "Governo provvisorio"), i 63 simboli depositati per le "elezioni padane" (altri se ne sarebbero aggiunti nei giorni seguenti, più di uno non sarebbe finito sulle schede). C'era da restare a boccaperta davanti a quei cartoni verdi - il colore che andava per la maggiore in casa leghistallora - con incollati sopra i simboli in fila per quattro: c'era di tutto, dalla fiaccola spezzacatene dei Liberal Democratici alle spighe disposte a "Sole alpino" dei Democratici europei - Lavoro padano, fino alla colomba su spade intrecciate dei Cattolici padani e alla falce e martello rossa dei Comunisti padani (sì, proprio quelli in cui fu eletto Matteo Salvini), per non parlare delle formazioni più piccole e improbabili. Non è rimasto molto di quel rito elettorale di venticinque anni fa (oltre a Salvini, s'intende), ma la costanza delle persone - e non importa quante furono, le polemiche sui numeri qui non interessano - che si recarono ai gazebo a dispetto di un freddo scoraggiante non merita di essere consegnatall'oblio. Tra pochi giorni quell'esperienza sarà ricordata in un libro curato da chi scrive e concepito da tempo come iniziativa per festeggiare i dieci anni di vita di questo sito; sarà anche un'occasione, a questo punto, per ricordare una tappa rilevante della carriera politica di Roberto Maroni, anche attraverso le sue dichiarazioni. Per il momento, con il rispetto che caratterizza i #drogatidipolitica, sia lieve la terra Maroni, che si fece simbolo in un momento delicato dopo averne "tenuti a battesimo" molti, rendendo meno imprendibile una realtà che non esisteva.

martedì 29 marzo 2022

Prima l'Italia, le storie dello slogan che Salvini trasforma in simbolo

Non è certo passata inosservata la notizia della lista Prima l'Italia!, che la Lega e il suo segretario Matteo Salvini - secondo quanto detto nel consiglio federale tenutosi oggi a Roma, nella sede del partito di via delle Botteghe Oscure - intenderebbero lanciare a partire dalle prossime elezioni amministrative, iniziando l'esperimento a Palermo. L'attenzione dei più si è concentrata sul ruolo che quella lista potrebbe avere nel centrodestra locale, essendo in grado di accogliere sotto lo stesso emblema - privo di ogni traccia della statua tradizionalmente legata al personaggio di Alberto da Giussano - sensibilità diverse, civiche innanzitutto, ma con l'idea che anche buona parte della coalizione possa rientrarvi, ora o in seguito. 
Così, accanto alle parole del segretario siciliano della Lega (e indicato come maggior propulsore dell'operazione "Prima l'Italia!") Nino Minardo - per il quale la scelta è stata fatta "per aprirci al civismo, agli amministratori locali, ai movimenti civici regionali e provinciali. Ci sono tanti sindaci in cerca di collocazione politica, in cerca di un punto di riferimento. Amministratori che ancora non hanno scelto il contenitore più adatto a loro. Noi intendiamo lavorare così, sia in vista delle amministrative per Palermo, che in vista delle elezioni regionali" - occorre considerare l'intervista che lo stesso Salvini ha rilasciato a Mario Barresi del quotidiano La Sicilia: per lui Prima l'Italia! è "un progetto serio, ambizioso e vincente. Da tempo parliamo di federazione di centrodestra per valorizzare e rafforzare l’impegno e i valori della coalizione: sono convinto che il laboratorio Sicilia darà risposte importanti"; poiché la Lega "è il partito di centrodestra che tra amministrazioni locali, Parlamento ed Europa ha il maggior numero di eletti", avrebbe anche "l'onore e l'onere di suggerire soluzioni per tutta la coalizione", dunque una federazione con simbolo non connotato partiticamente, che possa diventare "una casa accogliente anche per tanti amministratori locali ed esponenti della società civile interessati a un progetto di buon governo".
Ora, si lascino perdere per un attimo i diversi gradi di accoglienza della proposta da parte delle forze del centrodestra (con le reazioni di Forza Italia e Udc più interessate e un discreto gelo da parte di Fratelli d'Italia e del presidente uscente, Nello Musumeci, che avrà proprio l'appoggio di Fdi): da queste parti, meglio concentrarsi sul simbolo che è stato presentato e diffuso online. Chi segue da tempo le campagne politiche della Lega e di Matteo Salvini non può certo stupirsi dell'uso anche elettorale dello slogan "Prima l'Italia!": esso era comparso già nella campagna verso le elezioni europee (e amministrative) del 2019 - e in particolare legato alla manifestazione di piazza Duomo a Milano del 18 maggio - accompagnato allo stesso elemento tricolore curvilineo su fondo blu (più chiaro e sfumato rispetto alla tinta scelta ora), unito all'ulteriore elemento testuale "Il buonsenso in Europa". 
Allo stesso modo, si chiamava "Prima l'Italia! - Bella, libera, giusta" una manifestazione svolta lo scorso anno il 19 giugno a Roma (piazza Bocca della Verità). La medesima grafica, sempre su fondo azzurro sfumato, si era vista poi in quello stesso 2021 alle elezioni amministrative nei capoluoghi di provincia della Campania, in particolare a Benevento, Caserta (ma con la grafica sulla parte bianca del simbolo) e Salerno (sia pure con una font diversa); doveva esserci anche a Napoli, ma la lista Prima Napoli (nessuna delle liste locali aveva il punto esclamativo) non era finita sulle schede delle elezioni comunali a causa di varie carenze nei documenti presentati. Il primo esperimento, dunque, era già stato fatto lo scorso anno, anche se in quell'occasione era più giusto parlare di liste organizzate soprattutto dalla Lega, pur senza il simbolo ufficiale; questa volta lo sguardo è più ampio e punta non solo alle prossime comunali, ma all'intero panorama nazionale (oltre che a un'area più ampia possibile del centrodestra).
Certo è che in ambito politico né Matteo Salvini, né la Lega hanno la primogenitura sull'espressione "Prima l'Italia", senza punto esclamativo: nessun problema o nessuna causa all'orizzonte per chi intende usarlo, ma è giusto ricordare che la politica italiana ha già assistito all'uso di quell'espressione. L'ultimo di una certa rilevanza risale al 2013, quando l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno fondò un suo movimento, chiamandolo appunto Prima l’Italia, con l'idea di "contribuire a costruire una nuova grande alleanza, nazionale e popolare, per salvare l'Italia": il simbolo era un cerchio incompleto, tracciato solo con due pennellate verdi e rosse (praticamente il simbolo dell'Italia di mezzo di Marco Follini pennellato e girato di 90 gradi in senso orario).
Si potrebbe allora essere tentati di ascrivere lo slogan "Prima l'Italia" al centrodestra - e già questo potrebbe non far piacere a Salvini, interessato sì a federare quell'area, ma a individuarla appunto come area del buonsenso - ma la tentazione va subito messa da parte. Perché proprio "Prima l'Italia" fu lo slogan usato da Pierluigi Bersani nel 2012 (ma l'impiego era iniziato anche prima) per le iniziative del Partito democratico verso le elezioni del 2013. E, volendo andare ancora più indietro, "Prima l'Italia" fu uno dei messaggi schierati dalla Democrazia cristiana nella campagna tra il 1991 e le elezioni politiche del 1992 (le ultime cui abbia partecipato): faceva bella mostra di sé su uno dei manifesti più noti di quegli anni, assieme al payoff "Fai vincere il tuo futuro", sormontato da uno scudo crociato tridimensionale e dal bordo tricolore; altre volte questi due elementi erano combinati con un altro testo molto famoso, diretto un po' contro il primo avversario di sempre (il Pci, ormai diventato Pds), un po' contro il disegno allora portato avanti dalla Lega Nord guidata da Umberto Bossi: "Vogliono disgregare l'Italia, insieme lo impediremo". 
Il contenuto del simbolo che si appresta a fare capolino a Palermo, dunque, non è nuovo, ma - come si è visto - non è nemmeno una novità. Non è dato sapere come mai proprio ora Matteo Salvini abbia proposto di presentare liste con questo simbolo, posto che avrebbe potuto farlo in qualunque altro momento. Qualcuno, però, forse ha ancora in mente quel che accadde tra il 2012 e il 2013. Negli ultimi mesi del 2012, infatti, la Lega Nord guidata da Roberto Maroni aveva utilizzato in varie occasioni - a partire dagli "Stati Generali" svolti al Lingotto di Torino dal 28 a 29 settembre - lo slogan "Prima il Nord!", con la scritta pennellata color verde scuro (lo stesso tono del Sole delle Alpi). Quando furono presentati i contrassegni in vista delle elezioni politiche del 2013, non sfuggì a nessuno la presenza, tra gli emblemi depositati nell'ultima giornata disponibile (21 gennaio) di un simbolo con la stessa espressione, ma proposta con una diversa pennellatura e in un'altra tonalità di verde, oltre che racchiusa in un cerchio. Tempo qualche manciata di ore e si seppe che la Lega Nord, mediante Roberto Calderoli, si era rivolta al Viminale per chiedere la bocciatura di quel simbolo depositato da altri soggetti (proprio perché lo aveva ritenuto ingannevole, rispetto all'uso fatto in precedenza di quell'espressione riprodotta con quello stile) ma il contrassegno era stato ammesso comunque; di più, si seppe che a presentarlo era stato Diego Volpe Pasini, già presentatore di Sos Italia (e animatore di altri emblemi, prima e dopo). Il Carroccio - attraverso l'allora delegato Gianni Fava - provò a opporsi di nuovo, rivolgendosi all'Ufficio elettorale centrale nazionale e argomentando in modo più approfondito le proprie tesi: i giudici della Corte di cassazione, tuttavia, risposero che i due contrassegni "ufficiali" erano molto diversi tra loro e che "Prima il Nord!", pur essendo stata usata in precedenza, non faceva parte del fregio elettorale leghista, dunque il partito di Maroni non poteva ottenere tutela. La decisione confermò dunque l'ammissibilità del simbolo "Prima il Nord!", che sarebbe tornato in bacheca nel 2018 ma non finì sulle schede nemmeno in quel 2013; in compenso, quando furono presentate le liste della Lega Nord, si scoprì che alla Camera in Emilia-Romagna al secondo posto della lista bloccata era stata inserita la friulana Sara Papinutto, che alcune voci - da lei smentite - avevano dato per candidata fino a pochi giorni prima con il Mir di Gianpiero Samorì. Papinutto, soprattutto, era ed è la moglie di Volpe Pasini. Se il centrodestra avesse vinto le elezioni e con queste il premio di maggioranza, il seggio sarebbe stato assicurato; il premio andò invece al centrosinistra e l'unico seggio emiliano-romagnolo per la Lega Nord andò al capolista di allora, Gianluca Pini: la candidatura di Papinutto, al centro di molte discussioni, non si era dunque trasformata in scranno parlamentare. 
Calderoli si ricordava bene quell'episodio e non ci si stupì neanche un po' nell'ascoltare un suo intervento in Senato a sostegno dell'emendamento ex Sposetti con cui si proponeva di esigere il deposito dello statuto "registrato" del partito insieme a quello del contrassegno elettorale: ricordò appunto le disavventure che gli era capitato di vivere nelle varie file davanti al Viminale e citò anche il caso del 2013, quando "ancora una volta sono stati depositati i simboli apocrifi della Lega, del Movimento 5 Stelle e dei Fratelli d'Italia, con l'apertura di una procedura di giorni per stabilire se due allegri compagnoni avessero solo portato un simbolo ovvero, come è capitato al nostro partito, se qualcuno avesse depositato un simbolo pretendendo che la moglie venisse candidata in un collegio con elezione sicura per accettare di ritirare il simbolo che aveva depositato" (tutto scritto nel resoconto stenografico, si può controllare). Quell'esperienza deve aver insegnato a Calderoli, alla (vecchia) Lega Nord e alla (nuova) Lega per Salvini premier che è meglio usare un simbolo in anticipo (anche solo come test) o almeno depositarlo quando è il momento, piuttosto che rischiare sorprese in seguito: sarà per questo che a Palermo sta per debuttare Prima l'Italia?

mercoledì 11 novembre 2015

E se qualcuno rubasse la ruspa a Salvini?

Il mondo dei simboli, alle volte, può presentare curiosità, stranezze e trabocchetti inimmaginabili, magari persino difficili da preventivare. Qualcuno, poi, a volte sembra studiare di notte per trovare la soluzione che consentirebbe di ottenere, più che una maggiore qualità grafica, qualche voto o vantaggio in più; talvolta, con grande sorpresa di qualcuno, qualche tentativo potrebbe anche riuscire, magari grazie a falle del sistema più o meno visibili. 
Per fare un esempio chiaro, prendiamo la "ruspa" evocata da Matteo Salvini e disegnata dal suo staff di comunicazione per la manifestazione di Bologna dello scorso fine settimana. Si tratta di un emblema indubbiamente efficace, cromaticamente ben leggibile e, a dispetto della forza dirompente richiamata dal mezzo meccanico, piuttosto armonico e studiato con attenzione. Cosa succederebbe, allora, se alle prossime elezioni comunali (ma anche qualora si tornasse a votare per il Parlamento) a qualcuno venisse in mente di utilizzare come contrassegno di lista proprio quella ruspa, riprendendo al 90% la grafica di "Liberiamoci e ripartiamo!" - tra l'altro già pensata in forma rotonda - sostituendo solo l'indicazione dell'evento bolognese con il nome del comune in cui i ribelli di turno volessero presentarsi? Ai rappresentanti leghisti locali probabilmente verrebbe un travaso di bile e, come è naturale, tenterebbero di appellarsi alla commissione elettorale competente, per bloccare la strada ai furbacchioni dell'automezzo; le loro lamentele, tuttavia, sortirebbero qualche effetto?
La risposta, senza alcun dubbio, è no. Potrebbe sembrare strano, addirittura ingiusto: perché mai un gruppo di persone dovrebbe potersi appropriare della grafica elaborata da un partito per la sua propaganda politica e utilizzarla come proprio contrassegno alle elezioni, senza avere condiviso il percorso politico che l'ha caratterizzata (o, magari, avendo lasciato quel movimento con una scissione)? Semplicemente perché, nove volte su dieci, la grafica elettorale, con i relativi slogan, non viene poi ricompresa nel contrassegno elettorale della forza politica che l'ha adottata: questo è molto importante, se si considera che la confondibilità tra simboli viene valutata solo in concreto, cioè solo tra gli elementi effettivamente inseriti in un emblema elettorale. Morale: se un partito non usa nel suo contrassegno slogan e parti grafiche adottate nella propria campagna di propaganda, non può lamentarsi se un'altra lista prende quelle insegne grafiche e le utilizza per sé.
La Lega, del resto, ha già fatto le spese di una situazione simile. Se qualcuno avesse dubbi, vada a leggersi la decisione dell'Ufficio elettorale centrale nazionale emessa nel 2013, sul caso "Prima il Nord!". Quando i rappresentanti del Carroccio si accorsero che Diego Volpe Pasini aveva fatto depositare il contrassegno con lo stesso claim che la Lega aveva utilizzato nei mesi precedenti per la propria attività politica, si erano opposti all'ammissione di quell'emblema, arrivando a lamentarsi anche davanti all'Ufficio elettorale della Cassazione. Ufficio che però aveva rigettato l'opposizione, precisando che, da una parte, gli emblemi di Prima il Nord e della Lega erano completamente diversi e, dall'altra, che la confondibilità va valutata in concreto, rispetto ai simboli effettivamente usati e non a quelli adottati in altre sedi
La ruspa, dunque, potrebbe finire sulle schede, senza essere riferibile al Carroccio. Unico modo di cautelarsi, per la Lega, sarebbe tentare di registrare la grafica politica come marchio, così che il Viminale o gli altri uffici elettorali interessati possano chiedere la sostituzione dell'emblema incriminato per l'uso indebito di un marchio (come testimonia, anche di recente, il caso di Forza Juve - Bunga Bunga). Qualche carta bollata in più, dunque, potrebbe servire a mettere in sicurezza la ruspa di Salvini.

sabato 26 gennaio 2013

Un simbolo in meno, una candidata in più

Rischio scongiurato per la Lega Nord. O, almeno, una grana da affrontare in meno, anche se la soluzione non è stata del tutto indolore. Ci erano rimasti veramente di sasso, Roberto Calderoli e gli altri esponenti del Carroccio, nel vedere che con il numero 188 nella bacheca del Ministero dell'interno era apparso il simbolo "Prima il Nord!". Con tanto di punto esclamativo, riprendeva interamente lo slogan che la Lega aveva utilizzato nella sua attività nei mesi scorsi, in particolare al congresso federale che ha portato Maroni alla guida del partito. Ritrovarselo lì, in bacheca, portato da altre mani, non era stato un bel colpo. Certo, non era scritto proprio come il disegno originale, "il" era minuscolo, la foggia delle lettere era diversa e a racchiuderle era un cerchio e non un rettangolo a timbro; lo stile, però, era sempre quello delle pennellate e il colore verde, appena più scuro rispetto alla versione "certificata", confondeva decisamente le carte.
I leghisti hanno provato a presentare un esposto al Viminale, perché il simbolo fosse ricusato, ma i funzionari l'hanno ammesso comunque; l'opposizione all'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di Cassazione non è andato meglio. Il pericolo emorragia era concreto: si era parlato persino di una candidatura di Vittorio Sgarbi come capolista sotto le insegne di "Prima il Nord", con il critico che assicurava che la parte più autentica dell'elettorato leghista avrebbe messo una croce lì sopra e non sull'Alberto da Giussano, come sempre.
Un rischio troppo grande da correre, probabilmente, per Maroni e per gli altri, soprattutto in una regione chiave come la Lombardia. Così, parallelamente si viene a sapere da alcuni giorni che "Prima il Nord" non si presenta, in compenso nelle liste della Lega in Emilia Romagna appare il nome di Sara Papinutto, friulana, peraltro in posizione di elezione certa. Il conto però torna: la Papinutto è la moglie di Diego Volpe Pasini, già uomo di riferimento del movimento "SOS Italia" e passato alla cronaca nei mesi scorsi come sedicente consulente di Berlusconi (con pronta smentita dell'interessato). Volpe Pasini, soprattutto, sarebbe il titolare del contrassegno che avrebbe potuto rubacchiare voti alla Lega Nord. Il rischio ora sembra scongiurato, anche se la base leghista non sembra aver preso molto bene la candidatura della signora Volpe Pasini, come pure un altro "paracadutato" suggerito da Tremonti, il calabrese Paolo Naccarato: stretto collaboratore di Francesco Cossiga - tra i pochi a potersi fregiare della cravatta dei Quattro Gatti - e in passato sottosegretario in un governo Prodi, ora sarà candidato con il Carroccio in Lombardia, ovviamente in posizione eleggibile. Prima il Nord, anzi, prima la ragion di partito (o di coalizione).