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venerdì 7 giugno 2019

Stop a Socialisti nazionali? Meglio Censurati (ed eletti) per Fascismo e libertà

Si è dato conto ieri del contenuto della sentenza del tribunale di Mantova sui Fasci italiani del lavoro, precisando che a dispetto dell'assoluzione dalle accuse di ricostituzione del partito fascista e di apologia di fascismo sarebbe stato ben difficile rivedere sulle schede il precedente simbolo con il fascio repubblicano. In sede elettorale, tuttavia, il metro di giudizio sembra essere diventato ancora più severo - soprattutto dopo il "caso Sermide", ma anche prima non scherzava - e la mannaia colpisce ormai anche altri emblemi, diversi dal fascio. Lo dimostra bene la vicenda del contrassegno del Partito socialista nazionale, non ammesso alle elezioni che si sono tenute il 26 maggio a Cellarengo, in provincia di Asti.
Chi pratica da tempo questo sito sa che quel nome - Psn - e quel simbolo, con aquila ad ali spiegate che ghermisce un sole nascente, sono una soluzione di ripiego per il Movimento Fascismo e libertà: lo statuto precisa che essi sono utilizzabili "per soli fini elettorali, qualora le condizioni lo rendessero consigliabile", ogni qual volta dunque non è possibile l'uso del simbolo originario con nome e fascio romano o le varianti che conservano il fascio, da solo o accompagnato alla sigla tricolore maiuscola Mfl o a quella - puntata - del Psn. Proprio nel 2014, il segretario nazionale del Mfl Carlo Gariglio si era candidato come sindaco di Cellarengo, presentando fin dall'inizio il simbolo del Partito socialista nazionale: in effetti cinque anni prima sua moglie, Roberta Fusco, aveva potuto correre regolarmente con il simbolo ufficiale del partito (anche se, con il suo 5,68%, non era entrata in consiglio), ma nel frattempo si erano succedute varie decisioni e sentenze che avevano sostanzialmente sbarrato la strada a simboli contenenti riferimenti anche non espliciti al fascismo o con la presenza del solo fascio, quindi aveva preferito non rischiare. Questo soprattutto perché, nel 2014, ci sarebbe stata solo un'altra lista sulla scheda (ovviamente espressione della comunità locale), quindi partecipare alle elezioni avrebbe automaticamente comportato, alla peggio, l'elezione di tre consiglieri di minoranza: così è stato, dunque la lista denominata "Partito socialista nazionale" ha raccolto l'11,35% (42 voti su 370 validi) e ha ottenuto tre consiglieri, compreso lo stesso candidato sindaco.
Quest'anno si è riprodotta la stessa situazione di due liste e Gariglio si è di nuovo proposto come primo cittadino ed è stato eletto: ha ottenuto 48 voti su 380 (il 12,63%) e ha confermato i tre seggi in consiglio. Il simbolo che è finito sulle schede, però, non era quello votato cinque anni prima, ma un semplice cerchio bianco con la parola Censurati scritta in Times New Roman Bold al centro. Un contrassegno evidentemente di protesta, presentato per segnalare che qualcosa di sgradevole e sgradito era nel frattempo avvenuto. Lo stesso Gariglio, sul suo profilo personale di Facebook, ha raccontato l'accaduto, di cui qui si cercheranno di riprendere i fatti, per inquadrare meglio la vicenda.


I fatti

Come nel 2014, Gariglio aveva preferito depositare già in prima battuta il simbolo, già ammesso cinque anni prima, del Partito socialista nazionale, sperando che non ci fosse bisogno di sostituirlo, ma non volendo compromettere la possibilità di cambiarlo qualora non fosse stato ammesso: probabilmente ricordava il caso delle elezioni comunali di Montelapiano (Ch), in cui una candidata del Mfl si era vista ricusare il simbolo ufficiale del partito e anche quello sostitutivo, con il fascio e la sigla tricolore, ma al nuovo tentativo di sostituire l'emblema si era sentita opporre un netto rifiuto dalla Sottocommissione elettorale circondariale di Atessa e il Tar Pescara (sent. n. 363/2012) aveva confermato che "con la presentazione del secondo simbolo, la ricorrente ha esaurito la possibilità concessa dalla legge e, pertanto, il terzo simbolo proposto (fascio e scritta PSN) non era comunque più proponibile". Piuttosto che cercare di far valere le ammissioni precedenti dei simboli col fascio (anche privi di altri elementi), era meglio puntare su qualcosa di sicuro.
La sicurezza, tuttavia, non aveva basi solide: lo stesso Gariglio è stato informato telefonicamente da un funzionario che il contrassegno con cui era stato eletto nel 2014 questa volta non era accettabile. Ciò a norma del paragrafo delle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature redatte dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno, in base al quale tra i compiti della commissione elettorale circondariale c'è la ricusazione dei "contrassegni in cui siano contenute espressioni, immagini o raffigurazioni che facciano riferimento, anche indirettamente, a ideologie autoritarie (per esempio, le parole 'fascismo', 'nazismo', 'nazionalsocialismo' e simili), come tali vietate a norma della XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della Costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645". 


Il precedente al Consiglio di Stato (rilevante?)

Quelle righe, tra l'altro, erano state aggiunte proprio nell'edizione delle Istruzioni del 2014, "proprio in nostro onore", come ha notato sarcasticamente Gariglio: in nota, infatti, il testo richiamava la sentenza n. 1354/2013 della quarta sezione del Consiglio di Stato, relativa nuovamente al caso della lista Mfl a Montelapiano. Per i giudici di Palazzo Spada (redattore risulta essere Francesco Caringella) il divieto di organizzazione del partito fascista limita il diritto di associarsi in un partito politico (art. 49 Cost.) e di accedere alle cariche elettive (art. 51 Cost.) e fissa "un'impossibilità giuridica assoluta e incondizionata". per cui "impedisce che un movimento politico formatosi e operante in violazione di tale divieto possa in qualsiasi forma partecipare alla vita politica e condizionarne le libere e democratiche dinamiche" e il precetto non può essere attuato solo sul piano penale, ma occorre che sia esteso "ad ogni atto o fatto che possa favorire la riorganizzazione del partito fascista". 
Anche se non è prevista espressamente per legge l'ipotesi di ricusazione di un contrassegno che violi la XII disposizione finale (e nemmeno il relativo potere ricusatorio), per il Consiglio di Stato le disposizioni sull'esame e l'ammissione delle liste si riferiscono "a situazioni in astratto assentibili sul piano della superiore normativa costituzionale senza fungere da garanzia per situazioni già vietate, in via preliminare e preventiva, dall'ordinamento costituzionale", per cui una commissione elettorale implicitamente può (e deve) escludere dalla competizione "i simboli attraverso i quali si persegue il fine originariamente vietato dall'ordinamento giuridico". A sostegno della tesi, i giudici citavano il parere del Consiglio di Stato n. 173/94, per il quale - lo si è ricordato ieri - è impossibile "che un raggruppamento politico partecipi alla competizione elettorale sotto un contrassegno che si richiama esplicitamente al partito fascista bandito irrevocabilmente dalla Costituzione".
Allora come oggi, Gariglio nutriva molti dubbi su quelle interpretazioni e sul passaggio delle Istruzioni che le riferiva (una "porcata scritta male e pensata peggio"). Innanzitutto notava - correttamente - che né la XII disposizione finale della Costituzione né la "legge Scelba" del 1952 facevano alcun riferimento al nazionalsocialismo (e lo si è detto già quando si è trattato, con ampiezza, il caso del partito Nsab); lamentava poi la mancata inclusione, tra le "ideologie autoritarie", del comunismo, con la conseguente ammissione di partiti comunisti di varia natura ("ad ogni elezione, si moltiplicano i criminali eredi degli assassini bolscevichi"). Se in questo senso potrebbe essere facile dire che falce e martello sono stati utilizzati ben prima che diventassero la bandiera dell'Unione sovietica, si deve ammettere che lo stesso discorso vale per il segno del fascio littorio, segno romano (e prima ancora etrusco) ben prima di essere adottato dalla Repubblica romana di Mazzini e, in seguito, dal fascismo. 
Già qui, insomma, si può vedere che c'è almeno un problema di coerenza interpretativa, non semplice da sanare. Al di là di questo, occorre ricordare che la sentenza del Consiglio di Stato del 2013 faceva riferimento a simboli ben precisi, contenenti un fascio e parole o sigle altrettanto precise: il simbolo di cui si discuteva in questo caso era diverso, mancando ogni riferimento letterale al fascismo e ogni riproduzione di un fascio, dunque il contenuto della sentenza non era automaticamente applicabile al nuovo emblema. Anzi, il fatto stesso che nel 2014 il simbolo del Partito socialista nazionale fosse stato ammesso anche se sulle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature era stata prevista la ricusazione per i simboli riferiti a ideologie autoritarie, con tanto di citazione della sentenza amministrativa del 2013, poteva far pensare che quel contrassegno avesse passato l'esame in presenza di quelle regole dettate non con legge, ma in via interpretativa ed esecutiva.


Le contestazioni

Come si è detto, a dispetto del "precedente" del 2014, nell'ultima consultazione amministrativa il contrassegno del Partito socialista nazionale non è stato ammesso. A quanto si apprende dal post del segretario e candidato sindaco Carlo Gariglio, sarebbe stata contestata innanzitutto la natura fascista del simbolo dell'aquila; secondariamente, il nome stesso del partito avrebbe rievocato troppo da vicino il nazionalsocialismo, "interdetto" dalle Istruzioni ministeriali; da ultimo, sarebbe stato messo in discussione l'uso del sole nascente in quanto emblema tipico del Partito socialista democratico italiano, dunque impiegato "senza titolo". 
L'ultima contestazione mossa è quella su cui è più facile esprimersi, se non altro per riconoscere che, in effetti, il sole nascente utilizzato nel simbolo del Psn è proprio identico a quello del Psdi: sono stati ritagliate la sigla del partito e la parola "socialdemocrazia", ma per il resto l'emblema è del tutto identico; non è poi vero che il Psdi non esiste più, come sostiene nel suo post Gariglio, perché - pur non presentandosi quasi mai alle elezioni ed essendo assente dalle Camere da molto tempo - il partito è tuttora esistente, guidato da Renato D'Andria e ancora alle elezioni politiche del 2018 ha depositato al Viminale il proprio simbolo, pur non avendo poi presentato candidature e ha diritto a non veder riprodotto il proprio emblema altrove, pur se microscopico e privato di alcuni elementi. Gariglio ha invece ragione quando ricorda che il sole nascente è uno dei simboli del socialismo: se avesse fatto ghermire all'aquila un sole nascente diverso nei colori e nella foggia, ben difficilmente se lo sarebbe visto contestare. 
Sulla questione del nazionalsocialismo, si è già detto (sempre parlando di Nsab) che nessuna norma costituzionale o primaria condanna esplicitamente il riferimento al nazionalsocialismo (men che meno sul piano elettorale), ovviamente quando questo non si traduca in comportamenti che costituiscono reato sotto altri profili (a partire da quelli riferiti all'odio razziale). 
Quanto alla questione dell'aquila, è vero che essa, come il fascio, fa parte dei simboli "usati anche dal fascismo, non esclusivamente fascisti", come scrive Gariglio. Anzi, si può citare per l'ennesima volta il parere del 1994 del Consiglio di Stato, in cui - oltre a dire che l'eventuale giudizio negativo su un partito che adotti un simbolo fascista riguarda solo l'uso elettorale di quell'emblema, "lasciando ad altra sede [...] ogni giudizio sulla questione se quel raggruppamento politico integri o meno gli estremi della ricostituzione del partito fascista" - si ammette il potere evocativo "fascista" del fascio, ma si riconosce che "non si può dire che quel simbolo, in sé e per se, abbia un significato unico ed univoco - e forse si dovrebbe anche distinguere a seconda delle varie elaborazioni grafiche, diversificate dalla forma della scure e dalla sua posizione rispetto alle verghe: solo alcune versioni, infatti possono dirsi tipicamente fasciste". Lo stesso discorso vale per l'aquila, regolarmente ammessa in più consultazioni: da ultimo, per dire, alle politiche del 2018 è stato ammesso il rapace nel simbolo di Rete liberale, non contestato da alcuno. 
Hanno subito un trattamento peggiore, invece, le aquile ad ali spiegate e con lo sguardo rivolto di lato, più simili a quella adottata dalla Repubblica sociale italiana (chiedere al Movimento riscatto nazionale, che sempre nel 2018 ha dovuto sostituire il simbolo togliendo, tra l'altro, l'aquila; qualcosa di simile è accaduto pure nel 2013, con il simbolo di Rsi Nuova Italia). Anche qui, dunque, sarebbe forse bastato rappresentare fin dall'inizio in un'altra foggia l'aquila per evitare gran parte delle contestazioni relative a quell'elemento.
Ovviamente le indicazioni sulle modifiche al nome, al sole e all'aquila si sarebbero potute considerare anche per sostituire l'emblema (anche se l'esperienza insegna che il metro in sede di sostituzione di solito è più rigido, per cui spesso occorre allontanarsi sensibilmente dalla soluzione grafica depositata in un primo tempo, mentre rendere dall'inizio meno marcate certe somiglianze o allusioni può consentire più facilmente di evitare ogni censura). Qualcosa di simile si può ritrovare anche nel post dello stesso Gariglio: alle sue espressioni di insofferenza contro "abusi e sabotaggi" che avrebbe ricevuto più volte dalle prefetture, il funzionario avrebbe risposto di volerlo aiutare e non sabotare, "basterebbe andare a trovarlo ad Asti, modificare il tipo di aquila, cambiare qualcosa nella dicitura e in chissà cos'altro". 


Soluzioni, spiegazioni (poco convincenti) e stratagemmi futuri

Gariglio alla fine ha scelto di non andare nella sede della commissione (per non fare decine di chilometri e farsi prendere... in giro), preferendo inviare un nuovo emblema via mail. Vale a dire il cerchio bianco con la parola "Censurati" (e chissà se l'accento è sulla "u" o sulla "a"...), poi regolarmente ammesso dopo il riesame. Naturalmente Gariglio non ha rinunciato a rinnovare la polemica contro la prefettura, che da parte sua ha risposto attraverso il funzionario Paolo Mastrocola: "Il simbolo presentato da Gariglio è stato escluso in quanto non conforme in base alle ultime sentenze emesse in questi anni su casi analoghi. Si tratta di sentenze successive al 2014 ed è per questo che allora fu accettato e ora no".
Una risposta simile scatena inevitabilmente la curiosità del giurista, che dunque si mette alla ricerca di tutti i "casi analoghi" successivi al 2014. Ed è inevitabile che, nel database delle sentenze e ordinanze amministrative (le uniche che possono essersi occupate del tema, senza peraltro potersi esprimere in alcun modo sulla "legalità" del Mfl o di qualunque altra associazione, spettando questa valutazione alla magistratura penale), si debbano innanzitutto cercare i riferimenti alle pronunce relative al Partito socialista nazionale, per cercare l'analogia più stretta possibile, evitando peraltro riferimenti a casi in cui è stato usato il simbolo che accostava la sigla Psn al fascio (emblema più ricollegabile al fascismo rispetto all'aquila). Ebbene, se si cerca la parola "socialista" tra le pronunce dei giudici amministrativi e si escludono ovviamente le molte sentenze relative al Psi (o all'uso della rosa labour da parte di Pensioni & Lavoro quest'anno), si scopre che - ovviamente salvo errore - le sole sentenze in cui è citato il Psn sono relative a casi in cui è stato impiegato il simbolo con il fascio (come ad esempio relativamente alle elezioni del 2017 a Campofelice di Fitalia, in provincia di Palermo): nessuna sentenza di un Tar o del Consiglio di Stato, dunque, fa riferimento al simbolo presentato nel 2014 e nel 2019.
Altre sentenze relative al partito Nsab (che dunque contengono la parola "socialista" e possono rilevare per il tema trattato qui) non rilevano quasi mai, perché respingono sì i ricorsi, ma lo fanno solo per ragioni di rito, senza valutare i casi nel merito (compreso quello relativo alla giurisdizione sul contenzioso legato alla ricusazione del contrassegno alle politiche del 2018). C'è giusto la sentenza n. 632/2018 della seconda sezione del Tar Piemonte, in cui si dice che sarebbe "paradossale impedire la partecipazione alle competizioni elettorali di formazioni che si ispirano al partito fascista, ma non di formazioni di ispirazione filonazista o simili": si aggiunge che le Istruzioni ministeriali che prevedono anche il divieto di riferimenti al nazionalsocialismo sono conformi ai principi dettati dal Consiglio di Stato "in un'ottica di interpretazione doverosamente evolutiva" e si precisa che non rileva il fatto che in precedenza emblema e liste siano stati ammessi, "stante la legittimità della ragione posta a fondamento della decisione impugnata".
Ma a quali decisioni del Consiglio di Stato ci si riferisce? Il riferimento appena visto è ancora alla sentenza n. 1354/2013 sulle elezioni di Montelapiano, emessa dunque prima del 2014; la stessa pronuncia, peraltro, fa riferimento pure alla sentenza del Tar Brescia n. 105/2018, già incontrata in questo sito. Si tratta, infatti, della sentenza relativa al "caso Sermide", a seguito dell'ammissione della lista Fasci italiani del lavoro, che aveva ottenuto un seggio al consiglio comunale di Sermide e Felonica. Di nuovo, dunque, siamo di fronte a un emblema che appare molto più "fascista" di quanto non possa dirsi per il Partito socialista nazionale. Un'altra sentenza citata (tanto dal Tar Brescia quanto dal Tar Piemonte, sempre nel 2018), ossia la n. 2575/2013 del Consiglio di Stato, relativa all'esclusione del Mfl-Psn dalle elezioni comunali di Tonengo, piccolo centro dell'astigiano, precisa che non rileva il fatto che nello statuto (lo stesso di allora per il partito) non siano enunciati principi antidemocratici, "a fronte del diverso e [...] inequivoco messaggio contenuto nei simboli offerti al voto": più dello statuto (che in teoria non potrebbe essere controllato), dunque, conterebbe il simbolo usato, ma allora togliere il fascio non è servito a nulla?
Sulla base di quest'analisi - che cerca di essere il più possibile completa, anche se non si può escludere l'errore - sembra di poter dire che, a ben guardare, dal 2014 a oggi non ci sono state decisioni dei giudici amministrativi su casi realmente analoghi a quello di Cellarengo che possano far parlare di un reale nuovo orientamento contrario al simbolo con l'aquila e il sole nascente. Qualcosa, in effetti, in questi anni è successo: il clamore mediatico suscitato dal "caso Sermide", infatti, ha suggerito al Ministero dell'interno di rendere molto più visibile il passaggio delle Istruzioni legato alle ideologie autoritarie, dedicandovi un paragrafo apposito, anche se non dice in sostanza nulla in più rispetto a quello che era scritto già nelle edizioni precedenti della guida. Ognuno, sulla base di quanto detto fin qui, valuti in proprio se ciò era sufficiente a far cambiare idea sul simbolo del Partito socialista nazionale.
Il diritto (delle leggi, delle interpretazioni e delle decisioni), come si sa, nasce dal fatto. Ed è sempre nel fatto che sorgono le necessità che, com'è altrettanto noto, possono aguzzare l'ingegno. Non stupisce dunque che, guardando al futuro e a potenziali nuovi fatti e conseguenti decisioni giuridiche, Carlo Gariglio abbia già escogitato uno stratagemma: questo ha le sembianze di un nuovo emblema, semplice come quello di quest'anno, che accorpa le sigle puntate Mlf e addirittura Pnf. Ma è lo stesso contrassegno a premurarsi di illustrarle, spiegando che significano "Mai farsi limitare" e "Per non fermarsi". La soluzione potrà far storcere il naso a qualcuno, ma certamente non si tratta di un simbolo affetto da profili di illegittimità. Chissà che faccia faranno nelle varie commissioni elettorali, quando si troveranno davanti un emblema del genere...

lunedì 7 gennaio 2013

Fascio sì, fascio no?


Quando è stato depositato per la prima volta alle elezioni politiche, nel 1992, probabilmente i funzionari del Ministero dell’interno non avranno tradito nessuna emozione particolare, ma certamente deve aver fatto loro impressione vedere, per la prima volta nella storia repubblicana, un simbolo con un fascio in bella vista. Per giunta, con la parola «Fascismo» altrettanto evidente nell’emblema, scritta col normografo o qualcosa di simile. Si trattava del «Movimento fascismo e libertà», che Giorgio Pisanò aveva fondato a luglio dell’anno prima: nel preambolo dello statuto si legge che il soggetto politico «si rifà solo e semplicemente al fascismo, quel Fascismo che nacque come Terza Via fra socialismo e destra liberale, e che seppe conciliare, grazie alla genialità del Duce, una pluralità di uomini provenienti dalle esperienze politiche e sociali più disparate».
Lo stesso Viminale, in realtà, conosceva già il movimento di Pisanò, se non altro per le denunce che in poco tempo ha accumulato dopo la sua costituzione (e, almeno in un caso, anche prima), con l’accusa di aver ricostituito il “disciolto partito fascista” o di aver fatto apologia di fascismo. Tutti i giudici intervenuti fino ad allora, tuttavia (come pure quelli chiamati a giudicare in seguito) hanno sempre archiviato le accuse o assolto Pisanò e gli altri: per la legge Scelba (n. 645/1952, attuativa della XII disposizione finale della Costituzione) sono punibili l’esaltazione o l’uso della violenza, la soppressione delle libertà democratiche o la denigrazione della democrazia, se presenti nel programma del partito o nella condotta dei suoi aderenti. Così non è per Fascismo e libertà, che nello statuto esclude espressamente ogni tipo di violenza e inquadra le sue azioni in un contesto pienamente democratico.
Per il Ministero, tuttavia, questo non basta: il simbolo, così com’è, non va per niente bene e deve cambiare. Pur di partecipare alle elezioni, Pisanò accetta di modificare l’emblema: dell’originale, però, resta ben poco. Via il fascio, via la parola «fascismo»: resta giusto la parola «libertà», scritta a mano e inserita in due circonferenze concentriche (una rossa e una verde). Il nome sulla bacheca è rimasto lo stesso, ma il marchio politico è del tutto irriconoscibile e non aiuta a raccogliere voti: alla Camera il partito prende lo 0,01%, al Senato poco di più. Pisanò, comunque, non si arrende e continua a partecipare ad altre elezioni, soprattutto a livello locale. O, per lo meno, ci prova. 
Già, perché quasi sempre le commissioni elettorali si mettono di traverso: non accade quasi mai che l'emblema sia accettato così com'è, qualche volta il contrassegno viene del tutto bocciato, più spesso se ne chiede solo la modifica. Alle elezioni comunali di Roma del 1993 (quelle da cui esce sindaco Francesco Rutelli), per dire, per la commissione il fascio può restare, ma la parola «fascismo» dev'essere sostituita e al suo posto c'è l'espressione «democrazia corporativa», che invece sembra non creare problemi. Altrove i tagli sono peggiori (riguardando sia il fascio, sia il riferimento al fascismo) e a volte il movimento non riesce nemmeno a presentare la propria lista. 
Alle elezioni politiche del 1994, per dire, Pisanò ci riprova, presentando una versione del contrassegno più curata graficamente. Il Viminale, tanto per cambiare, dà pollice verso, ma stavolta il Mfl si oppone: vuole usare il proprio simbolo integrale e si rivolge all'Ufficio elettorale nazionale presso la Cassazione. I giudici riconoscono che l'emblema non viola nessuna delle regole tassative previste per i contrassegni, ma per loro «la denominazione "fascismo" e il simbolo del fascio littorio, ponendosi in contrasto con la disposizione finale XII della Costituzione, giustificano e rendono dovuta l’esclusione del contrassegno dalle competizioni elettorali». Esclusione definitiva e niente da fare; ad altre elezioni amministrative, in cui le commissioni bocciano anche versioni sprovviste della parola «fascismo», il simbolo "depurato" viene invece riammessso dal Tar.
A questo punto il Viminale, per sicurezza, chiede un parere sull'ammissibilità anche al Consiglio di Stato, che si esprime sulla questione il 23 febbraio 1994. Anche per i giudici di Palazzo Spada «non è concepibile che un raggruppamento politico partecipi alla competizione elettorale sotto un contrassegno che si richiama esplicitamente al partito fascista bandito irrevocabilmente dalla Costituzione»; non è nemmeno accettabile, per questo, che nello stesso emblema siano contenuti contemporaneamente il fascio e la parola «fascismo». Se invece c'è solo il fascio, il discorso cambia. «Il fascio, usato nell’antica Roma come insegna dei magistrati elettivi dotati di potere di comando (imperium) - scrivono i giudici - ha assunto nel tempo il valore di simbolo della forma repubblicana dello Stato, e in particolare di una repubblica non oligarchica né aristocratica, ma retta dalla volontà popolare espressa mediante libere elezioni». Non a caso l'emblema (che pure in origine non è romano, come sostengono i magistrati, ma è etrusco) è stato adottato, tra l'altro, dalla Rivoluzione francese e dalla Repubblica romana: lo statuto del Mfl, del resto, parla di «fascio repubblicano di Mazzini»
Sanno bene, i giudici, che del fascio si è appropriato anche il Duce (come se il regime mussoliniano fosse davvero il continuatore della Roma repubblicana ed imperiale) e a chi vede il fascio viene in mente essenzialmente quel precedente, ma questo non basta a dare al segno un significato univoco. Morale, per i giudici del Consiglio di Stato, se il fascio romano è «disgiunto dalla parola "fascismo"», può stare su un contrassegno elettorale.
Da allora, in effetti, il Movimento fascismo e libertà riesce a partecipare più spesso alle elezioni, qualche volta addirittura col suo simbolo integrale, più spesso con la sua variante che agli elementi testuali sostituisce la sigla del partito (nera o a tinte tricolori) o quella del Partito socialista nazionale (altra parte della sigla), nei casi in cui persino la lettera "F" è considerata pari al termine "incriminato"; altre volte chi presenta gli emblemi copre con una "mascherina" grigia la parola «fascismo», magari scrivendo sopra «Censurato» in segno di protesta, oppure toglie ogni riferimento testuale, lasciando il solo fascio. Di solito, quei contrassegni vengono ammessi, per lo meno in seconda battuta, alle consultazioni locali.
Alle elezioni nazonali, invece, le cose continuano ad andare piuttosto male: il Viminale, infatti, continua a bocciare gli emblemi, sia pure presentati in modi e forme diverse, magari prive della parola «fascismo»: per loro, è lo stesso fascio ad essere impresentabile, nonostante il parere molto chiaro del Consiglio di Stato in senso opposto. L'unica volta in cui il deposito va a buon fine (e dopo la ricusazione del contrassegno con la sigla tricolore) è alle elezioni politiche del 2006, quando due mascherine grigie coprono non solo la parola già nota, ma anche buona parte del fascio, pur lasciando visibile (e riconoscibile) la lama dell'ascia. 
Da allora, tuttavia, Carlo Gariglio (segretario del movimento dal 2001) lamenta come in più casi le prefetture avrebbero ricevuto comunicazioni dal Ministero dell'interno, con allegato proprio il simbolo ammesso nel 2006, chiedendo che fosse utilizzato quello e non altri, magari col fascio in evidenza; dal Viminale, tuttavia, hanno sempre e prontamente smentito l'invio di qualunque comunicazione. Comunque siano andate le cose, sarebbe bene che chiunque, d'ora in poi, si uniformasse a quanto suggerito autorevolmente dal Consiglio di Stato: il fascio, se utilizzato da solo, non è illegittimo. Può non piacere e, in alcune persone, suscita sentimenti di disapprovazione comprensibili, ma non per questo si può ritenere scorretto ciò che, in base alle regole vigenti, non lo è. Se ne terrà conto, nei prossimi giorni?