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lunedì 4 febbraio 2013

Cambiare simboli come gli spazzolini

Una cosa è certa: una volta, ad avere anche solo l'idea di cambiare il simbolo di un partito, si poteva rischiare anche l'incolumità fisica; bene che andasse, ci si limitava a uno psicodramma collettivo. C'era da capirli, visto che allora ci credevano sul serio, a quelle immaginette rigorosamente in bianco e nero che crocettavano sulle schede, in quelle circonferenze larghe giusto 2 centimetri di diametro. Prendete i vecchi militanti del Pci, per dire, e pensate come l'hanno presa quando hanno sentito dire per la prima volta che avrebbero abbandonato l'emblema con cui erano cresciuti, facendosi uomini e donne del loro tempo: «Un martello e una falce - scrisse all'Unità un vecchio militante all'inizio degli anni '90 - portano alla mente sensazioni, esperienze, emozioni, martiri dal mondo del lavoro e per la libertà, posizioni di coscienza, valori e culture alternativi, ma soprattutto portano alla mente giustizia e libertà in tutti i momenti della nostra storia». Nientemeno.
Quando, il 3 febbraio 1991, il XX congresso del Partito comunista italiano a Rimini decise di cambiare definitivamente nome e simbolo del partito più importante della sinistra italiana, riducendo la falce e il martello a minuscola base per il tronco della quercia (che poi era genericamente "l'albero della sinistra", a sentire il grafico Bruno Magno che l'aveva concepito e disegnato), qualcuno aveva pianto. A lungo e magari non solo quel giorno, mentre altri non si erano arresi a quella "fine" e avevano scelto un'altra strada. Ma quattro anni dopo, a Fiuggi, il 27 gennaio 1995, tra i camerati del Msi non è andata in modo diverso: nel giorno in cui la creatura politica di Giorgio Almirante archiviò il suo passato sostituendolo con l'orizzonte di Alleanza nazionale, lasciando a testimonianza di una storia di quasi mezzo secolo una piccola fiamma tricolore, le lacrime non risparmiarono nessuno, mentre si metteva in scena l'ultimo canto corale dell'Inno a Roma e qualcuno già pensava di continuare altrove la storia del Movimento sociale italiano. 
Da allora sono trascorsi vent'anni, su per giù, eppure il mondo sembra essersi ribaltato. Ci sono partiti - vedere alle voci Mir, Samorì - che possono nascere a novembre, avere già cambiato un simbolo e mutarlo di nuovo sotto elezioni; altri - leggi Popolari di Italia domani - possono piazzare sulle schede un contrassegno che nessuno, a parte chi stava in Sicilia, ha mai visto prima, senza peraltro che nel sito web ce ne fosse traccia al momento del deposito al Viminale. Certi emblemi nascono e muoiono nel giro di un giorno - basta che un segretario o un funzionario facciano un'espressione schifata al grafico di turno - o passano di moda semplicemente quando c'è un'altra agenzia di comunicazione da interpellare o da accontentare. Un partito, insomma, può cambiare logo due volte in tre mesi come fosse uno spazzolino, ma non piange più nessuno; anzi, è più probabile che qualcuno non se ne sia nemmeno accorto, che è nato un fregio, che è stato tolto un nastro e così via. Forse, semplicemente, emozioni, sensazioni, esperienze e valori non abitano più in quei simboli ormai divenuti marchi: sono diventati più spaziosi e in molti hanno il terrore di lasciarli vuoti, ma al posto di un'emozione è più semplice metterci una sfumatura di azzurro o una spruzzata tricolore.

domenica 4 novembre 2012

Quando la lite si inFiamma - gli inizi

Quando, il 27 gennaio del 1995, “nasce” Alleanza Nazionale, cambiando il nome storico del Movimento sociale italiano, «Rauti Giuseppe detto Pino» si era già preparato a dovere. L’idea che si voltasse del tutto pagina, politicamente e anche nominalmente, proprio non gli andava giù, come non piaceva ad altri sodali di partito, da Raffaele Bruno a Silvio Vitale a Roberto Bigliardo: l’Msi non poteva sparire quasi senza colpo ferire, cancellando di fatto il percorso iniziato con Almirante nel 1946 (per chi aveva seguito Gianfranco Fini, ovviamente, non si cancellava un bel nulla, casomai si doveva parlare di evoluzione).
Detto, fatto: un atto notarile del 21 gennaio 1995 costituisce il «Movimento sociale italiano, nella continuità del Movimento sociale italiano - Destra nazionale», a condizione che al congresso di Fiuggi l’Msi di Fini avesse deliberato di sciogliere l’Msi o di trasformarlo in un altro soggetto politico. «Continuità un fico secco, gli eredi siamo noi, loro sono un partito nuovo» proclamano da Alleanza nazionale, che per mettere le cose ben in chiaro piazza nel suo contrassegno – lo stesso già usato alle elezioni del 1994, quando il Msi ufficialmente si chiamava ancora così e si dovette creare un’associazione ad hoc – la fiamma tricolore ultima maniera (sia pure con la sigla M.S.I bianca e non giallo-oro, sulla base rossa), giusto un po’ più piccola rispetto al passato ma ben evidente. Quella fiamma, però, la vuole anche Rauti, anzi, è convinto che spetti solo a lui e ai suoi: «Altro che cambio di nome, a Fiuggi è stato sciolto illegittimamente l’Msi e chi ha seguito Fini ha aderito ad An, che già c’era da un anno, quindi non possono rivendicare niente».
Tanto per cambiare, si finisce in tribunale, ma prima bisogna votare (il 9 aprile) alle elezioni suppletive di Padova – Emma Bonino è diventata commissario europeo e deve lasciare la Camera – e un simbolo va comunque presentato. Rauti fa un tentativo e fa depositare un emblema che richiami il più possibile quello del Msi: c’è solo la fiamma con la base rossa e la sigla bianca (proprio la stessa di An), inscritta perfettamente in un cerchio, tracciato in fretta a mina, con un compasso. Manco a dirlo, il Ministero dell'interno boccia l’emblema, perché è confondibile con quello di Alleanza nazionale visto che le fiamme sono uguali; ci sono giusto 48 ore di tempo per presentare un altro emblema e salvare la partecipazione alle elezioni.
Il partito propone alcune varianti e una, per il Viminale, va bene: il nuovo contrassegno contiene la dicitura maiuscola «Movimento sociale Fiamma tricolore» – il font utilizzato è stato appositamente disegnato dai grafici – con la parola «Fiamma» evidente in posizione centrale; la prima «A» (più grande rispetto alle altre lettere) nasconde parzialmente il disegno tradizionale della fiamma tricolore, stavolta senza basamento. An però non ci sta: «Quel simbolo è ancora troppo simile» tuona Ignazio La Russa, il partito ricorre all’ufficio elettorale presso la Cassazione, ma il ricorso è respinto e Rauti può utilizzare indisturbato il contrassegno alle elezioni del 1995.
Nel frattempo, la questione finisce davanti al tribunale di Roma: per i giudici, a parte qualche piccola differenza, il caso è la copia carbone di quanto avvenuto quattro anni prima, quando il Pci si era trasformato in Pds e aveva perso per strada gli agguerriti compagni di Rifondazione comunista, che volevano a tutti i costi il vecchio nome e il simbolo tradizionale della doppia bandiera, con falce e martello. In sostanza, da una parte c’è un partito che, nell’adottare una nuova linea politica, cambia nome e modifica radicalmente il contrassegno (pur senza rinunciare del tutto al vecchio); dall’altra c’è una formazione giuridicamente nuova (tant’è che viene costituita con apposito atto) che però si richiama integralmente alla vecchia linea politica e chiede di conservare i segni distintivi ad essa legati. In una situazione come questa, solo An può mantenere il nome e il simbolo del Msi, perché giuridicamente è lo stesso partito, anche se è molto cambiato: non c’è spazio, insomma, per chi può vantare una continuità solo ideale. Rauti per il momento incassa (il contenzioso in realtà continua e se ne darà conto), ma la sua nuova creatura politica – che tutti ormai chiamano Fiamma tricolore – è solo agli inizi: di strada da raccontare ce n’è ancora parecchia.