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mercoledì 6 maggio 2020

Craxi, pagine (simboliche e non) da sfogliare vent'anni dopo (2)

L'articolo dedicato il 19 gennaio ai libri appena pubblicati o ripubblicati su Bettino Craxi aveva permesso di fare una prima carrellata sui volumi rilevanti su una figura che, a vent'anni dalla morte, continua a destare dibattiti, riflessioni e ricerche (nonché polemiche, ma qui non interessano). Eppure quel percorso non aveva esaurito la schiera dei libri utili per tracciare un ritratto il più completo possibile dell'uomo politico su cui probabilmente la discussione non riesce ancora a essere - se non oggettiva - almeno realmente serena. Ecco dunque un nuovo itinerario di lettura, fatto di libri già editi, ma comunque rilevanti (per un verso o per l'altro) nella ricostruzione che si intende fare, e di nuove uscite che offrono punti di vista interessanti.
Tra queste rientra Un socialista a Palazzo Chigi, opera prima di Vincenzo Iacovissi, vicesegretario nazionale del Partito socialista italiano, pubblicata con la piattaforma Ilmiolibro. Spicca l'enorme garofano in copertina, in armonia con la filosofia di questo sito: "Il garofano - spiega Iacovissi - è da sempre il fiore che simboleggia il lavoro, la fiducia e la speranza. È anche il simbolo del Partito socialista guidato proprio dal segretario Bettino Craxi, che scelse di adottarlo come segno di svolta e innovazione del corso socialista, aprendo il partito a un approccio fieramente riformista. Ho ritenuto doveroso riprodurre il garofano nella copertina perché aiuta ad inquadrare efficacemente la stagione politica che racconto; in più, da socialista militante quale sono da circa venti anni, è anche un omaggio alla tradizione che guarda al presente e al futuro del socialismo italiano". 
Eppure, del fiore che Craxi volle come simbolo del Psi non si parla nel libro, ma non è una mancanza: il volume infatti ha scelto di indagare soprattutto il periodo dei governi guidati da Bettino Craxi, iniziato quattro anni dopo l'adozione del primo garofano (di Ettore Vitale) e terminato di fatto poco prima dell'apparizione del secondo (di Filippo Panseca). Altre opere si sono concentrate sulla biografia di Craxi, su aspetti personali o sull'ultima parte della vita passata ad Hammamet; finora non si era dedicata specifica attenzione ai governi guidati da Bettino Craxi, alla loro formazione e composizione, alla loro collocazione nelle vicende italiane e internazionali. Iacovissi l'ha fatto, prima che da militante, da studioso: laureato in Scienze politiche e Storia e società, tra le due lauree ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Teoria dello stato e Istituzioni politiche comparate. Nel 2013 la rivista giuridica Federalismi.it lanciò una call for papers sui governi italiani, con l'intento di analizzarli uno per uno dal punto di vista del diritto costituzionale: Iacovissi scelse i governi Craxi e l'articolo fu la base della ricerca ora diventata volume. 
"Ho realizzato il libro - continua l'autore - perché ritengo maturi i tempi di una riflessione storica e storiografica sulla stagione di governo interpretata dal leader socialista Bettino Craxi. A vent'anni dalla scomparsa e a quasi quaranta dalla nascita del primo esecutivo diretto da un esponente Psi, è utile e necessario aprire una riflessione sul tema. La mia vuole essere una ricerca monografica sui quattro anni di 'Craxi di Stato e di governo', che ho cercato di illustrare ricorrendo soprattutto alle fonti bibliografiche e giornalistiche di allora, studiando a fondo la stampa nazionale e di partito; ho poi inquadrato scelte, fatti, momenti, successi e occasioni mancate anche esaminando i lavori parlamentari, per individuare le ricadute sul sistema decisionale italiano. Il Governo più longevo della 'prima Repubblica' merita un autonomo spazio di considerazione, che spero potrà essere approfondito dagli studiosi".
Il primo avvicinamento al governo di Bettino Craxi, nel 1979 (con il primo incarico affidato a un socialista da un capo dello Stato socialista, Sandro Pertini, che pure detestava Craxi, come questi ricordò), era fallito per indisponibilità della Democrazia cristiana; nel 1983 - dopo una legislatura tormentata, ripercorsa da Iacovissi, e le elezioni chieste soprattutto dal Psi, per valutare il suo grado di maturità - la Dc di Ciriaco De Mita, arretrata di oltre 5 punti rispetto al 1979, acconsentì che guidasse il governo il segretario di un partito che aveva ottenuto un terzo dei suoi voti, ma era fondamentale per ogni soluzione parlamentare. Arrivò a Palazzo Chigi colui che in campagna elettorale aveva messo al centro "l'ottimismo della volontà", formando un governo con Dc, Pri, Psdi e Pli; i democristiani ebbero però tre posti di peso nel Consiglio di gabinetto, novità voluta da Craxi. 
L'autore passa in rassegna le numerose diffidenze e le poche aperture di credito che il governo ottenne dai commentatori sulla stampa e nella sua stessa coalizione. Era facile avere l'impressione che quel governo sarebbe durato poco (magari fino al 1985, con le regionali e un nuovo eletto al Quirinale), ma la storia avrebbe nettamente detto il contrario. Partito con un nutrito programma concordato su politica estera (con un ruolo pacifico e centrale per l'Italia), risanamento dell’economia e sviluppo del lavoro (combattendo l'inflazione e arginando la disoccupazione), politiche sociali, lotta alla criminalità e impegno sulla giustizia, "grande riforma" delle istituzioni (cui il segretario socialista pensava almeno dal 1981), il governo Craxi si era dato subito un orizzonte di legislatura, anche per sfuggire a richieste di "staffetta" a metà percorso; le Camere furono sciolte con un anno di anticipo, ma il leader socialista restò a Palazzo Chigi più dei suoi predecessori, incarnando la stabilità invocata dall'inizio, a dispetto di una maggioranza non proprio coesa e placida.
Può colpire che il primo governo Craxi abbia mirato innanzitutto all'accreditamento internazionale, specie con gli Stati Uniti e per procedere all'installazione degli euromissili (pur lasciando spazio ai negoziati tra Reagan e Gorbaciov), considerando che l'episodio più noto dell'epoca resta la "crisi di Sigonella" del 1985, che rischiò di compromettere il rapporto con gli americani, ma impose il capo del governo come protagonista (che superò in modo rocambolesco la crisi di governo di quei giorni). Sul piano interno, non mancarono gli incidenti, a partire dalla mancata conversione, alla prima uscita parlamentare, del decreto sul "condono edilizio" (impallinata dal voto segreto, cui allora i regolamenti parlamentari, secondo un modello consociativo, davano più spazio) e dalle polemiche craxiane contro la "lentocrazia" del Parlamento, senza trascurare la scaramuccia con la presidente della Camera Nilde Iotti sui decreti-legge reiterati. Si tagliò invece la "scala mobile", con una doppia decretazione d'urgenza (a prezzo di ampie tensioni sindacali e del peggioramento dei rapporti tra Psi e Pci) e si approvarono norme antievasione (stavolta con altri malumori interni alla maggioranza, aggirati con un nuovo ricorso a un decreto e al voto di fiducia); con meno travaglio si ottenne la revisione del Concordato tra Stato e Chiesa, paradossalmente arrivata con un presidente del Consiglio di fede garibaldina, ma determinato a conseguire il traguardo. Non andò in porto il citato disegno della "grande riforma", perseguito con la "commissione Bozzi" (il cui lavoro, peraltro, resta il più organico e interessante tentativo di revisione costituzionale generato nella storia repubblicana) e tradottosi in varie proposte di intervento sulla Costituzione non andate in porto, sempre per la diffidenza e distanza di interessi tra le forze politiche della coalizione di governo.
I socialisti uscirono rafforzati dalle elezioni del 1985 e lo stesso valeva per Bettino Craxi, che contò anche sulla vittoria del No al referendum sulla "scala mobile", anche se nei mesi precedenti la sua immagine era uscita provata dalla battaglia sull'etere televisivo, iniziata con i decreti dei pretori dell'autunno del 1984 in seguito ai quali Fininvest scelse di oscurare le sue trasmissioni e conclusa provvisoriamente con la conversione del "decreto Berlusconi-bis" dopo aspra battaglia parlamentare (è forse l'unica parte del volume troppo penalizzata dalla necessità di sintesi). La vicenda diede più peso alla Dc, che nel 1986 invocò di continuo la necessità dell'alternanza (per non allontanarsi troppo dal potere), fino alla fine dell'esperienza del primo esecutivo socialista nell'estate del 1986; nel frattempo Craxi, col ministro degli esteri Giulio Andreotti, era però riuscito a far avanzare il processo comunitario (forzando la mano al consiglio europeo di Milano del 1985). 
Il nuovo incarico a Craxi - dopo l'esplorazione di Amintore Fanfani, quella informale di Giovanni Spadolini e l'incarico fallito ad Andreotti - apri un secondo esecutivo a guida socialista, ma con una scadenza chiara (marzo 1987) e in una fase che per Iacovissi era "ancor più precaria e ricca di incertezze, che neanche la tenacia e l’autorevolezza del premier avrebbero potuto superare, secondo la logica del piano inclinato" che ormai portava alla fine della legislatura: l'autore riconosce al nuovo governo "la pressoché totale assenza di iniziativa politica, risultando per lo più immobilizzato dalle discussioni interne sulla sua permanenza in carica, circostanza che non gli fece mai assumere la spinta innovatrice e propulsiva" dell'esperienza precedente, proprio per l'ostilità tra Craxi e De Mita. Le nuove dimissioni di Craxi, il 3 marzo 1987, non arrivarono a sorpresa, ma posero fine con ritardo a "un'atmosfera politica che, da tesa qual era da tempo, ha finito con il divenire irrespirabile e nociva per tutti". La reputazione internazionale dell'Italia era decisamente migliorata, ma il "Craxi di Stato e di governo" era finito, suo malgrado, per questioni tutte interne (e non certo relative all'economia, visti gli esiti positivi sull'inflazione dello scontro sulla "scala mobile").
Il giudizio complessivo di Vincenzo Iacovissi sull'esperienza craxiana a Palazzo Chigi, sganciata dalla vicenda del Psi, tratteggia "uPresidente del Consiglio molto diverso dai suoi numerosi predecessori e simile ai Primi Ministri delle principali democrazie europee, pur senza gli stessi poteri di questi ultimi. Un Capo del Governo [...] che interpretò il proprio ruolo in modo netto e deciso. [...] Un Presidente forte dentro istituzioni deboli, che segnò con la propria azione un’intera stagione politica". Un giudizio condivisibile, sostanzialmente oggettivo, che va oltre i meriti o i demeriti dell'uomo di partito e non dev'essere visto attraverso le lenti della stagione di "Mani pulite". Che è esistita ed è indelebile, ma non è la sola da considerare per una visione davvero completa.


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Per allargare di nuovo lo sguardo, dopo essersi concentrati sull'esperienza dei governi Craxi, si può riprendere un volume ormai datato 2007, ma tuttora assai importante per chi cerca di "farsi un'idea" sulla figura di Bettino Craxi e sul suo ruolo nelle vicende politiche italiane. Si tratta di Craxi, una "biografia che è storia del nostro Paese" scritta da Luigi Musella, storico contemporaneista dell'università "Federico II" di Napoli e pubblicato da Salerno Editrice. Un lavoro corposo, che peraltro si apre con due pagine vergate da Giulio Andreotti, che ricordava il progetto craxiano di "sostituire i comunisti nella guida delle sinistre e sviluppare verso la DC un rapporto di colloquio competitivo": il sette volte presidente del Consiglio citava il CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), bollandolo come "fantasiosa estensione giornalistica" di un rapporto politico-personale che pure tra i tre ci fu (e negando, nel contempo, di essere mai salito sul celebrato camper dell'accordo), fino a citare la "morte patetica di un uomo che aveva conosciuto - della vita pubblica italiana - più la polvere che gli altari".
Rispetto alla monumentale biografia - analizzata nel primo articolo - di Massimo Pini, quella di Musella è scritta non con lo sguardo dell'amico, e collaboratore, ma con il piglio e l'attenzione dello storico, con un solido fondamento sui documenti in quel momento disponibili (non le carte dell'ex presidente del Consiglio, che ora invece sono in gran parte disponibili attraverso il sito della Fondazione Craxi) oltre che in una serie di interviste realizzate appositamente per quello studio. Il tutto nella consapevolezza che quella di Craxi è una storia politica "ancora molto presente nell'oggi e nell'oggi continua ad essere fonte di inesauribili battaglie e scontri" e che gli stessi media - che indubbiamente offrono una parte rilevante del materiale di cui tenere conto in una ricostruzione storica - hanno "finito per mettere in ordine i fatti secondo gerarchie, scale di rilevanza, ordini d’interesse, che nei misteriosi legami e fili tra i giornali e/o i mass media e i rispettivi lettori hanno finito per funzionare in base alla condivisione di opzioni politiche, scelte culturali, atteggiamenti di vita e prospettive di fondo".
In circa 400 pagine, il volume percorre tutte le tappe della vita (personale e politica) di Craxi, dalla prima esperienza in appoggio al padre alle elezioni del 1948 alla carriera da funzionario di partito (e proprio nelle vicende politiche nazionali del Psi Musella si sforza di contestualizzare il percorso del suo futuro segretario), fino all'incarico come responsabile di zona a Sesto San Giovanni e alla prima esperienza da assessore - della prima giunta di centrosinistra - a Milano dopo le amministrative del 1960, mentre il ruolo di Craxi cresceva anche nel partito, fino all'approdo alla segreteria milanese nel 1965. Proprio nella seconda metà degli anni Sessanta lo storico individua l'inizio di uno sforzo cospicuo del futuro presidente del Consiglio "in direzione della riaffermazione di una cultura riformista", benché il Psi si riconoscesse ancora "in una ideologia che rimaneva entro gli ambiti del marxismo": per lui invece i socialisti dovevano rifiutare "seccamente le tradizionali formulazioni frontiste propagandistiche e pseudo unitarie tipiche del comunismo togliattiano e posttogliattiano, ma promuovendo le chiarificazioni, le demistificazioni, sollecitando una presa di coscienza delle reali prospettive di trasformazione della società italiana". Ciò valeva in politica, come nel sindacato. Imperdibile, incidentalmente, la descrizione del "bunker milanese di piazza Duomo 19" (vero quartier generale craxiano a Milano), a dimostrazione che la storia non si fa - rendendola avvincente - solo con gli eventi e le carte.
Musella tratta con attenzione il cursus honorum craxiano verso la responsabilità nazionale, prima con l'elezione a deputato poi con l'approdo alla segreteria nel 1976 all'Hotel Midas, con la costruzione della squadra di collaboratori e la progressiva messa al margine di potenziali concorrenti alla guida del partito. In quel percorso, l'autore fa emergere l'impegno di Craxi per la costruzione di una nuova identità del partito e nell'opera rientra anche la "svolta simbolica" del congresso di Torino del 1978, raccontata con le parole di Walter Tobagi: "il simbolo del congresso non è il solito stemma, ma un disegno nuovo, dominato da un grande garofano rosso: il garofano è il simbolo di quel socialismo europeo, con cui il PSI ha cercato di stringere i rapporti negli ultimi due anni, guardando soprattutto al modello francese di Mitterrand. È un miraggio per i trentenni che sperano di cominciare, da Torino, una lunga marcia per avvicinarsi a quelle dimensioni elettorali (20 per cento) che il PSI riuscì a raggiungere solo nelle elezioni del 1946". 
Dopo le settimane drammatiche del sequestro Moro, l'opera identitaria continuò, di cui la pubblicazione del Vangelo socialista fu un tassello assolutamente rilevante. Musella analizza con attenzione la vicenda dell'incarico del 1979 a Craxi non andato a buon fine, così come gli anni che separano quell'incidente dall'arrivo - stavolta per davvero - del segretario socialista al governo, passando per tappe importanti come la conferenza programmatica riminese del 1982 (dal titolo Governare il cambiamento). Quanto al periodo di governo, non stupisce un intero, lungo capitolo dedicato a Sigonella, così come un altro incentrato sulle vicende mediorientali; in seguito la ricostruzione appare più rarefatta, alla pari del destino del Psi, mentre molte pagine sono incentrate sul disegno di "socialismo liberale" proposto e agito da Craxi, che tenesse conto della crescita e della modernizzazione. Gli ultimi otto anni di vita dell'ex presidente del Consiglio sono concentrati in tre brevi capitoli, uno sull'inchiesta milanese, uno sull'addio alla politica italiana (incentrato però su una riflessione sul rapporto tra politica e finanziamenti) e uno sulla "fine", tutti caratterizzati dalla prevalenza di interventi altrui, con le parole dello storico ridotte al minimo. Una scelta singolare e, in fondo, comprensibile: forse su questo di parole, anno dopo anno, ne erano state già dette davvero troppe.
Tra i volumi pubblicati negli anni scorsi se ne possono scegliere un paio, per un verso o per l'altro da considerare. Il primo, Bettino Craxi dunque colpevolepubblicato da Rubbettino nel 2013, è stato scritto da Nicolò Amato (avvocato, già magistrato e direttore dell'amministrazione penitenziaria). In copertina c'è anche il nome (anzi, il soprannome) del politico, anche perché lui "era Bettino, semplicemente Bettino", per gli amici veri che si identificavano in lui, per coloro che "desideravano esibire una qualche familiarità o contiguità con il mondo di potere e di successo che egli rappresentava" e per gli stessi avversari e nemici, che vedevano in lui "il Male assoluto, da sconfiggere, anzi, da distruggere". 
Amato fu procuratore nel processo legato al sequestro e all'assassinio di Aldo Moro e si disse colpito - pur non condividendolo - dall'atteggiamento di Craxi (sostenitore della linea della trattativa), riconoscendo in esso "una alta e acuta intelligenza politica" e "una vivissima sensibilità umana, assai rara nel mondo della politica", a dispetto della freddezza e della decisione visibili in superficie. Da allora, ha scritto Amato, tra lui e Craxi era nata un'amicizia che ha portato il secondo a nominare il primo come suo difensore, in parte dei processi cui era sottoposto. Anche sulla scorta di quella lunga esperienza, il libro si propone di cercare "un po' di verità per Bettino", attraverso gli occhi di chi è stato prima magistrato e poi avvocato, evitando in ogni passo di dare credito all'equivalenza tra "Craxi" e "colpevole" - che negli anni è stata ripetuta da più parti, come un mantra rassicurante - e domandandosi se il "male" sopravvissuto al suo ex cliente fosse la vicenda giudiziaria in cui era coinvolto o, piuttosto, l'essere stato coinvolto (indebitamente) in quella vicenda.
Il volume rappresenta ovviamente un punto di vista particolare sui fatti legati a "Mani pulite" (e sul filone processuale romano, quello appunto seguito da Amato), che ha avuto anche riflessi personali, come la volta in cui l'autore era stato individuato come possibile assessore della giunta guidata da Francesco Rutelli nel 1993, ma finì per rinunciare poiché gli era stato chiesto di rinunciare alla difesa di Craxi, cosa che lui rifiutò categoricamente ("piegandomi alla pressione e, in tal modo, calpestando la mia dignità e i valori nei quali avevo sempre creduto, io non avrei più avuto la forza di guardarmi allo specchio"). Così Amato analizza lo tsunami giudiziario che ha riguardato "Bettino" (e che forse lo aveva individuato/scelto espressamente come "il centro del malaffare"), ponendosi soprattutto domande sul momento in cui Craxi entrò davvero nell'indagine (basandosi sul contenuto di un'inchiesta della Stampa curata da Maurizio Molinari - fresco direttore della Repubblica - sui rapporti tra diplomazia americana e pool milanese, in parte richiamata anche nei libri di Mario Pacelli e Marcello Sorgi). 
Si passano poi in rassegna i discorsi di Craxi tra il 1992 e il 1993, pronunciati in Parlamento (a partire da quello della dichiarazione generale di correità della politica italiana, a Montecitorio il 3 luglio '92: il silenzio di tutta l'aula davanti alle parole di Craxi, per Amato, equivale a una "clamorosa confessione collettiva") e davanti ai magistrati, come dichiarazioni o interrogatori. L'autore ne è convinto: non erano confessioni di natura penale, ma "una denuncia politica e morale della devastante degenerazione del sistema politico-economico", che includeva Craxi stesso ma era inevitabilmente molto più ampio. Spettava però, sempre secondo Amato, alla politica e non alla magistratura combattere questo fenomeno, attraverso nuove norme e una nuova coscienza civile. Bettino Craxi, invece, divenne "il capro espiatorio della squallida vicenda di tangentopoli", senza che peraltro quel trattamento risolvesse in alcun modo il problema della corruzione, come nuovi fatti si sarebbero incaricati di dimostrare. I magistrati, secondo Amato, non colsero l'opportunità di avere da Craxi le informazioni di cui era in possesso, chiedendo lui solo "di essere prima ascoltato, poi giudicato, secondo verità e con il rispetto dovuto a ogni uomo"; l'atteggiamento della magistratura fu altro. Il giurista contesta alla radice l'idea che Craxi fosse qualificabile come latitante ("un marchio d'infamia"), spiegando la sua tesi in punto di diritto; allo stesso modo, passa in rassegna le condanne emesse nel tempo e ne mette in dubbio il fondamento, a partire dal teorema - non previsto dall'ordinamento - del "non poteva non sapere".
Quella di Bettino Craxi dunque colpevole è una lettura difficile, per molti versi. Un po' per lo stile enfatico dell'autore, ricco di appelli al lettore e di riferimenti letterari, un po' perché chi è stato ragazzo negli anni '90 fatica a spogliarsi del'idea che il tentativo di fare pulizia iniziato nel 1992 abbia contenuto più ombre che luci. Epperò ci si può basare, se non sulla prefazione di Vittorio Feltri ("Ho partecipato alla battuta di caccia al Cinghialone. Nel 1992 stavo al fianco di Antonio Di Pietro e di altre toghe. A Bettino Craxi ho dedicato i titoli più carogna della mia vita professionale al tempo dell'Indipendente [...] Non sono stato cinico, ma cieco"), su una frase detta nel 2011 dall'ex procuratore della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli, che pensando al degrado del "bunga-bunga" si scusava "per il disastro seguito a mani pulite. Non valeva la pena di buttare all'aria il mondo precedente per per cascare poi in quello attuale". Se non ricorda I reduci di Giorgio Gaber, poco ci manca.
Altro libro da considerare, più recente (è uscito nel 2017 per i tipi di Male Edizioni di Monica Macchioni), è I conti con Craxi, scritto da Paola Sacchi, giornalista di Panorama dopo un lungo lavoro all'Unità. Si tratta, in effetti, di un testo piuttosto breve, che raccoglie l'ultima intervista rilasciata dal politico alla giornalista a settembre del 1999, proprio nel periodo in cui scriveva per l'Unità (ma era un colloquio privato, destinato a un libro che lei intendeva scrivere sulla mancata unità a sinistra) e contornato da una serie di riflessioni della stessa Sacchi, anche con riferimento ad altre conversazioni tenute con l'ex leader socialista, e di altri articoli a firma sua (compreso un colloquio con Anna Moncini, moglie di Craxi). Già tre anni fa (e forse anche prima) l'autrice poteva scrivere che "è un fatto che l'Italia si trovi sempre più a fare i conti politici e storici con la figura di Craxi, la cui ombra si allunga ogni volta da Hammamet, per un verso o per l'altro, incombendo sulla nostra politica". Poteva valere per una via da dedicare a Bettino, come per un paragone più o meno appropriato con lui fatto per questo o quell'uomo politico. Pur trattandosi di un libro decisamente anomalo rispetto agli altri, lo si è scelto perché dà conto di come un'intervista sciolta dall'attualità da quotidiano possa andare a cogliere posizioni o dettagli fino a quel momento poco noti o valorizzati.
In quel dialogo, Craxi rifiutò categoricamente la voce in base alla quale si sarebbe personalmente arricchito, addebitava in qualche modo l'antisocialismo di Berlinguer alla rottura da questi consumata con il padre socialista, disse che l'unità socialista tentata nel 1990 era fallita perché Achille Occhetto non aveva accettato ("Gli dissi: Achille faccio prima a fare l’Unità socialista che a rubarti due milioni di voti. Lui tornò in Via del Corso e mi disse: 'Bettino, mi dispiace ma la maggior parte del mio partito preferisce un rapporto con la Dc'. Fu allora che Occhetto si alleò con quella parte del Psi che era contro di me") ed era convinto che Claudio Martelli avesse qualcosa a che fare con quella scelta. "Craxi ha provato seriamente a capire se ci fossero le condizioni perché si giungesse finalmente a realizzare un'alternativa di sinistra - ha scritto la figlia Stefania Craxi nella prefazione - tanto da aggiungere al simbolo del Psi, quello del garofano [...], la dicitura 'unità socialista'. Con la caduta del muro di Berlino pensò che la storia avrebbe condotto in modo naturale i post comunisti a compiere la svolta e a diventare socialisti, un nome che ancora oggi resta impronunciabile in una sinistra che si è inventata 'democratica' e oggi vagheggia di Ulivo 4.0 dopo essere passata negli anni da cose o cosette con numerazioni progressive e fallimentari".
Si diceva però di Claudio Martelli, datosi da molto tempo alla scrittura e già autore, tra l'altro, di Ricordati di vivere (Bompiani, 2013), autobiografia politico-personale che molto ha incrociato della militanza nel Psi e del rapporto di Martelli con l'allora segretario. In concomitanza con il ventesimo anniversario della scomparsa, La nave di Teseo ha pubblicato L'antipatico. Bettino Craxi e la Grande Coalizione.  Si tratta di un nuovo racconto, questa volta incentrato sulla figura di Craxi, sui suoi modi e sul modo in cui è stato trattato, anche attraverso gli occhi di chi gli è stato accanto a lungo (e non sempre facendosi apprezzare, come visto). Il risultato è, per usare le parole dello stesso Martelli, "la storia di un manifesto, politico e intellettuale, è la storia di programmi di governo, di coalizioni, di compromessi, di scelte fatte in un’epoca sfrenata e demonizzata da parte di un uomo enigmatico".
Il volume, insieme a quello che lo ha preceduto, merita di essere letto dando qui poche anticipazioni, proprio per la delicatezza del punto di vista e per lo status particolare e un po' imprendibile di Martelli, tuttora una delle figure più note e riconosciute di quel periodo, con le sue qualità e difetti. Nel lasciare a lettori e lettrici di questo spazio la possibilità di scoprire e approfondire direttamente le parole di Martelli, ci si limita a un assaggio di natura simbolica. 
In questo senso, era già interessante un passaggio di Ricordati di vivere rilevava più di altri: quando Martelli disse che all'inizio degli anni Ottanta "c'era attenzione anche per la nuova cura dell'immagine del partito, dei suoi congressi, delle federazioni rinnovate, dei circoli culturali accanto alle sezioni, ma soprattutto delle idee nuove, dei convegni creativi, provocatorii e glamour. A cominciare dal simbolo, dal garofano rosso che sostituì la falce e il martello, e poi gli arredi di via del Corso e dei congressi, il look e lo stile di vita dei dirigenti. Venivamo scoprendo la dimensione anche estetica della politica, la politica dell'immagine e, impreparati, sottovalutavamo i rischi di tanta esposizione pubblica".
Ecco invece il ritratto contenuto già nel prologo di L'antipatico
Era un politico moderno, consapevole che l’immagine - "Viviamo nella civiltà dell’immagine" - anche quella della politica, dei partiti e dei loro simboli, era diventata un mezzo di comunicazione più potente della parola. Ne diede prova con tante felici invenzioni, a cominciare dal garofano rosso che sostituì la falce e il martello come simbolo del partito, lanciando un messaggio più potente e duraturo di un congresso. Con quel cambio d’immagine di cui fu l’unico autore Craxi annunciava la fine della lunga, convulsa storia del PSI massimalista, confusionario e perciò subalterno all'egemonia ideologica del comunismo internazionale - così subalterno da adottarne i simboli e spesso il linguaggio. 'Chi non ha idee prende a prestito quelle degli altri', soleva dire, e ce l'aveva coi massimalisti di ieri e i superstiti di oggi. Con i primi perché avevano 'copiato' i comunisti, con i secondi perché si erano affezionati all'imitazione. Craxi di idee nuove ne sfornò davvero parecchie, sempre cercando di connetterle alla storia autonoma, originale, creativa del socialismo delle origini. Così, tolti i simboli e l’iconografia sovietizzanti, ecco riemergere dalla storia del PSI quel garofano rosso già presente nelle iconografie liberty d'inizio secolo e usato come coccarda infilata nell'asola della giacca dai lavoratori di varie nazioni nella festa del Primo Maggio. Quel simbolo floreale, gentile e primaverile, lontano dagli estremismi e dai duri connotati di classe, era a un tempo mezzo e messaggio. "Dillo con un fiore" furono le parole che accompagnavano il gesto di un Craxi sorridente nell’atto di porgere un garofano nel corso di una famosa intervista tv con Giovanni Minoli. Dunque sapeva essere gentile, e anche simpatico.
Epperò, messo da parte per un attimo il garofano, non ci si può sottrarre alle righe che nel libro vengono subito dopo, forse per smentire l'ultima frase (e concordare con l'immagine scelta come titolo), o forse per sottolineare che il codice craxiano non conosceva eccezioni, di nessuna sorta, nemmeno dai collaboratori più vicini:
Da un leader così moderno e così esperto nella comunicazione e nell'arte della persuasione non ti aspetteresti gaffe, scivoloni, gesti maldestri. Semplicemente, essendo un politico serio, prima di parlare si concentrava, rifletteva, come in quel momento a pranzo, seduto sotto il sole di Caprera al centro di una lunga, bianca tavolata di compagni intenti a rifocillarsi dopo il comizio. Così, quando Onofrio Pirrotta, il più devoto dei giornalisti socialisti del Tg2 e il più familiare in quanto sposo della sua segretaria, Serenella Carloni, senza ulteriore preavviso gli piazzò il microfono tra il piatto e il mento interrogandolo, accadde l’inevitabile: "Presidente, qual è l’attualità politica di Garibaldi?" E Craxi senza guardarlo - "senza degnarlo di uno sguardo", avrebbero poi infierito i colleghi cronisti - scansò il microfono, si girò verso il commensale alla sua destra e, sollevando il braccio, gli intimò: "Passami l'olio".
Gli avesse offerto un fiore (quel fiore), forse, sarebbe arrivato comunque al momento sbagliato. Chissà. [Chiosa di puntiglio: "Si può avere un po' d'olio?" Craxi lo disse dopo che un cronista col microfono gli aveva fatto notare che Cossiga avrebbe votato al referendum Segni sulla preferenza unica. E a dire quella frase non era stato Pirrotta, ma il giornalista del Tg3 Maurizio Santarelli. Poco cambia, nella sostanza, ma persino la memoria di Martelli non è perfetta].

domenica 19 gennaio 2020

Craxi, pagine (simboliche e non) da sfogliare vent'anni dopo

Gli anniversari, specie se tondi, sono un'ottima scusa (o un'occasione, a seconda dei punti di vista) per una marea di scopi. Ricordare sembra il minimo sindacale, approfondire è qualcosa di più; di solito però si preferisce celebrare, condannare, riabilitare, sentenziare, oltre a un campionario di altri verbi, ricchi di partecipazione a favore o contro una causa.
Non stupisce dunque che anche il ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi sia caratterizzato proprio da questa varietà di azioni e reazioni. Così come non stupisce che queste reazioni prendano spesso forma scritta e, non di rado, cartacea. Sono molti infatti i libri a tema Craxi che in queste settimane sono stati pubblicati o sono tornati in libreria, nella speranza che il desiderio di approfondire trovi un numero decente di persone disposte ad assecondarlo: anche se il dibattito maggiore in queste settimane è legato al film Hammamet di Gianni Amelio – film che non sarà commentato qui, anche perché chi scrive non l’ha (ancora) visto – è giusto dare in questo spazio maggiore attenzione agli spunti che provengono dai libri. 
L'opera compiuta più monumentale sulla figura dell’ex segretario socialista è Craxi. Una vita, un'era politica, oltre 700 pagine di Massimo Pini nel 2006, appena ripubblicate da Mondadori tra gli Oscar. Scomparso nel 2012, vicinissimo a Bettino Craxi (da maggio 1968 fino alla fine), Pini scelse di raccontare la storia di Craxi con i propri occhi e a partire dagli appunti presi in quegli anni (e il leader socialista lo sapeva: "Bettino - scrisse l'autore nel suo diario nell'ottobre 1982, prima che Craxi arrivasse a palazzo Chigi - ha ripetuto che io solo sono autorizzato a scrivere la sua biografia vera"), oltre che da documenti e testimonianze. 
Si parte dall'epilogo, con la morte in Tunisia dell'ex guida del Psi, le reazioni alla sua fine in esilio (secondo l'autore e i sostenitori di Craxi; in "latitanza" o contumacia, per i suoi critici) e alcune iniziative in sua memoria. Seguono l'infanzia (tra collegi, guerra e la Resistenza vissuta in casa), la scoperta dell'anticomunismo (nel 1948, dopo la mancata elezione alla Camera del padre Vittorio nelle liste del Fronte democratico popolare, "egemonizzate dal Pci")del socialismo (prima tessera nel 1951), la militanza nella goliardia (nel Nucleo universitario socialista, con la comparsa di Silvano Larini e la nascita del "rapporto problematico" con Marco Pannella), l'ingresso nel comitato centrale del Psi (1957) e l'approdo in consiglio comunale e in giunta a Milano (1960), dopo un periodo a Sesto San Giovanni come funzionario nella roccaforte operaia. 
Il libro ripercorre poi gli anni seguenti (con l'arrivo di Carlo Tognoli, Paolo Pillitteri, Claudio Martelli e Rino Formica), ricco di virgolettati e attento a collocare nel quadro nazionale e internazionale le vicende che hanno riguardato Craxi. Anni difficili, i Sessanta, per il Psi, che nel 1966 si unì ai socialdemocratici in quella che si rivelò una "opera di oligarchie" (definizione di Pini) e si esaurì dopo l'insuccesso elettorale del 1968: dopo quel voto, però, Bettino Craxi, segretario autonomista del Psi milanese, fu eletto per la prima volta alla Camera (prima dell'invasione sovietica di Praga), mentre in Italia la tensione cresceva, appesantendo gli anni Settanta. L'arrivo alla segreteria, dopo il comitato centrale svoltosi all'hotel Midas alla metà di luglio del 1976 (seguito alle dimissioni di Francesco De Martino) proiettò Craxi verso la notorietà nazionale. Per Pini - che ne tratteggiò anche la vita privata e le abitudini - guidò il partito da "oratore appassionato che sapeva trascinare l’uditorio con una voce profonda", ma che sapeva ascoltare (pure conversazioni a mezza voce); apparve "sospettoso e affatto fiducioso negli uomini", ma preparato per quel ruolo, da uomo caparbio e combattivo (oltre che "generoso e leale con gli amici, di memoria lunga contro i nemici. Corazzato di diffidenza, un po' umorale. Brusco di modi, e talvolta prepotente e tentato dalla vendetta", come scrisse Giampaolo Pansa).
Molta attenzione dedicò Pini alla lunga segreteria di Bettino Craxi, segnata dal problema dei pesanti debiti ereditati. Per il leader occorreva "non mettere mai il partito in condizione di dover mutare atteggiamento, o di non dover prendere la posizione che ritiene di dover prendere, per un condizionamento di ordine finanziario": per agire servivano soldi, bisognava chiederli, ma senza che ciò influisse sulle scelte del Psi. Tappe della segreteria furono i congressi, a partire da quello del 1978 (a Torino, in pieno sequestro Moro, col partito contrario alla "linea della fermezza"), in cui apparve il primo garofano, enorme rispetto a falce, martello, libro e sole: non era ancora il simbolo ufficiale, ma "Francesco De Martino protestò vivacemente [...] e Tristano Codignola ebbe uno scontro violento con Craxi". A Palermo (1981, prima dello scandalo P2) Craxi ottenne una modifica allo statuto del partito, per far eleggere il segretario direttamente dai delegati al congresso e non dalla direzione; a Verona (1984, assise seguente alla revisione del Concordato e al taglio della "scala mobile", ottenuti da presidente del Consiglio) fu acclamato senza concorrenti, cosa che gli costò l'accusa di cesarismo. Nel 1987, sotto il "tempio greco" di Rimini (dopo i "decreti Berlusconi", la crisi di Sigonella con fibrillazione di governo, gli sforzi per risollevare l'economia e le dimissioni da palazzo Chigi), ci fu un'evoluzione simbolica: "la grande novità era il garofano ridisegnato da Filippo Panseca con un tratto più slanciato di quello che al congresso di Torino, nel 1978, era stato elaborato da Ettore Vitale. Dal simbolo del Psi erano scomparse la falce e il martello". Il monumentale congresso del 1989 (a Milano), indigesto per De Mita, fece risuonare davanti alla piramide di Panseca il progetto di "unità socialista" riproposto nel 1991 (a Bari), dopo la vittoria dei "sì" al referendum sulla preferenza unica, a dispetto dei piani di Craxi, e col sistema in disfacimento. 
Ciò che venne dopo - inchieste, governo Amato, arresti, dichiarazioni in Parlamento sul finanziamento ai partiti, verbali pubblicati sui giornali, bombe d'estate, suicidi, Psi allo sbando, svalutazione della lira, avvisi di garanzia a Craxi, le dimissioni dalla segreteria, l'autorizzazione a procedere prima negata poi concessa, le monetine del Raphael, gli interrogatori e le deposizioni in aula, fino all'espatrio in Tunisia dopo la fine del mandato parlamentare - è cosa nota e puntualmente narrata da Pini (pur se con qualche incongruenza temporale). Della vita dell'ormai ex segretario socialista a Hammamet si occupa L'ultimo Craxi, di Andrea Spiri (già curatore di vari volumi legati all'attività politica dello stesso Craxi), appena pubblicato da Baldini + Castoldi. In poco più di cento pagine sono raccolti vari "diari da Hammamet", come recita il sottotitolo del volume: questi appunti, non proprio ordinati, raccontano alcuni aspetti di colui che, per l'autore, rappresenta "il personaggio più controverso della vicenda repubblicana, l'unico che suscita entusiasmi e risentimenti di portata così emozionale da travalicare il piano della politica" e che, nei vent'anni successivi alla sua morte, è stato oggetto di una sorta di "guerra civile" tra condannatori senz'appello e indulgenti riabilitatori. Di certo si è di fronte a un personaggio composito e complesso, come tale irriducibile "al suo traumatico sbocco conclusivo" (così lo chiama Spiri), sebbene sia forse quello più discusso, legato alle immagini più forti e maggiormente divisive e, sempre secondo l'autore e curatore del volume, rappresenti "l'emblema di un passato che continua a inseguire e a interrogare il nostro presente, di una transizione morale e politica incompiuta, di cui ancora oggi fatichiamo a individuare il punto di approdo". 
Se non è detto che vent'anni bastino a storicizzare ciò che per alcuni può essere ancora fatto di cronaca (e, come tale, foriero di reazioni più emozionali che oggettive), probabilmente un ventennio è - forse dev'essere? - sufficiente a far sorgere l'esigenza di completezza, di considerare ogni aspetto almeno della vicenda umana. Un atteggiamento che fa a cazzotti tanto con condanne indefettibili, quando con assoluzioni benevole, casomai motivate dalla consapevolezza di eccessi consumati da alcuni (ai quali magari si è perfino concorso in qualche modo). In questo modo acquista valore anche la quotidianità dell'uomo Benedetto Craxi, noto Bettino, da non derubricare come routine di un "latitante" o da non celebrare come mirabilia di un perseguitato: registrarla e offrirla ai lettori è come prendere atto che "anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare", per riprendere un verso tratto da Il cuoco di Salò di Francesco De Gregori (e nel 2006, cinque anni dopo questo brano e quattordici dopo l'anticraxiana Ballata dell'Uomo Ragno, in qualche modo proprio De Gregori riabilitò Craxi ritenendolo superiore a tanti politici contemporanei, ma questa è un'altra storia). 
All'inizio il libro ripercorre le vicende dell'ultimo anno e mezzo di Bettino Craxi in Italia (dal primo avviso di garanzia fino all'espatrio), in un clima di insulti, "brutture e convenienza dei rapporti" e "segnali di sfaldamento umano, alcune crepe nell'ambito della famiglia politica socialista", con il pensiero di "esplorare nuove strade", prima nella Francia di Mitterrand (ma il suicidio dell'ex primo ministro Pierre Bérégovoy "per delle accuse mai provate di corruzione" suggerì altre soluzioni), poi "verso la sponda sud del Mare Nostrum". "Le perizie effettuate in seguito sul passaporto certificano che Bettino si mette a fare la spola fra Roma e Tunisi, quattro volte in sei settimane", non si sa - ipotizza Spiri - se per "chiedere udienza a Silvio Berlusconi, [...] per cercare conforto" tra i socialisti eletti in Forza Italia o per saggiare la reazione di ex nemici che avrebbero potuto cessare le ostilità (la Lega Nord o Alleanza nazionale): Il tutto fino al 5 maggio, giorno del volo definitivo. "Napoleone vi morì, confinato sull'isola di Sant'Elena - scrive Spiri pensando alla data - mentre Craxi ricomincia a vivere. O forse no, anche lui, quel giorno, iniziò a morire un po'". 
Ripercorrendo l'azione politica di Craxi, l'autore richiama il compito che il leader si era assunto ("emancipare il socialismo italiano dalla condizione di parente povero di una sinistra maggioritaria che subisce [...] il fascino di Mosca, e definire il confronto con il partito cattolico muovendo da presupposti [...] della 'pari dignità'"), riconoscendogli il successo personale, anche se non riuscì a trasferirlo tutto sul partito. Ma se per molti Craxi fu "l'uomo che [...] tiene fede all'impegno di 'governare il cambiamento' e poi, nell'ultimo scorcio degli anni Ottanta [...] manca di esibire la giusta risolutezza grazie alla quale avrebbe potuto riempire di inchiostro la prima pagina di un paragrafo nuovo di storia politica nazionale", per Spiri il "dramma craxiano" si inserisce in una più generale "crisi del politico" che colpisce tutti, anche chi aveva "ostentato sicurezza e invocato fiducia", rispondendo ai "primi sintomi dell'antipolitica con una iniezione aggiuntiva di politica, rivendicandone l'autonomia e, soprattutto, il primato nella capacità di governare i fenomeni storici", pure quando il popolo riteneva che le inchieste dessero loro ragione nel sospettare dei politici. Una situazione in cui Craxi e Andreotti, accomunati nel destino da "girone dei dannatidopo avere scalato la hit parade del male", appaiono "uomini soli, disconosciuti da gran parte di coloro che li hanno vezzeggiati nel tempo". Craxi nel luglio 1993 scrisse ad Andreotti: "abbiamo il dovere di reagire in tutti i modi possibili. L'uso violento del potere giudiziario ha aperto la strada a un golpismo strisciante e variamente vestito, di fronte al quale c'è solo la paralisi, lo sbandamento e la viltà di tante forze democratiche". Andreotti, a differenza di Craxi, restò in Italia, si fece processare e - tra le polemiche - fu assolto, ma non dimenticò di invocare per Craxi la possibilità di farsi curare in Italia da uomo libero: "La vecchia volpe non finita in pellicceria - scrisse - prega il Signore perché aiuti l'antico cacciatore". 
Segue poi il racconto di "giornate che rischiano di trascinarsi stancamente, una uguale all'altra, lontane dalla frenesia e dai rumori del passato", tra litografie, conversazioni al telefono con il cognato Pillitteri, colloqui con avvocati, giornalisti, vecchi compagni o leader stranieri e la continua "battaglia di verità", attraverso appunti, pagine o scritti mandati a tribune non sempre interessate. "Non posso usare la spada, ma posso usare la penna. [...] Ora e ogni giorno, rifletto su ciò che devo e dovrò fare nel prossimo futuro, perché desidero rimanere in vita e non farmi né piegare né stroncare da questa aggressione e da questa ingiustizia". La penna scrive spesso dell'Italia, dei suoi cambiamenti e delle sue dinamiche viste da Hammamet. Non ci sono riferimenti al simbolo del Psi nel libro di Spiri, al di là della significativa identificazione del partito col "Garofano" (con la maiuscola), della scelta di Craxi di impegnarsi nell'opera "di aggiornamento del corredo identitario, per svecchiare riti e riferimenti - anche simbolici - di quell'universo che ancora non ha reciso i legami organici con l'interpretazione leninista del marxismo, passando per il recupero della tradizione riformista innervata di liberalismo", del giudizio duro sui tentativi di rimettere in piedi partiti socialisti poco consistenti ("Spezzoni e soprattutto leader della vecchia nomenclatura rincorrono, urtandosi tra loro, quello che non c'è") e dei garofani del giorno del funerale. Casomai, citando Giovanni Orsina, è lo stesso Craxi che della classe politica finita sul banco degli imputati "fu fin dall'inizio quintessenza e simbolo", con tutte le conseguenze note (che hanno fatto parlare di "capro espiatorio") e con la scelta di chi non ha voluto abbandonare la logica partitica e dalla politica attendeva una reazione: "Difendevo la politica - si legge in una pagina del 1997 -  ne difendevo l'autonomia, il valore, il potere. Una società politica, ridotta a un paravento di facciata, riduce in polvere la democrazia".
L'anniversario tondo della morte di Craxi può essere anche l'occasione per affidarsi alle memorie e alle ricostruzioni di chi ha osservato le vicende dall'interno dell'istituzione parlamentare e ne ha conosciuto molto bene il funzionamento e le dinamiche umane dei suoi componenti (miserie comprese). Per questo è utile leggere Ad Hammamet. Ascesa e caduta di Bettino Craxi, volume scritto da Mario Pacelli, già funzionario di lungo corso della Camera dei Deputati (proprio l'istituzione in cui l'ex segretario socialista sedette dal 1968 al 1994) e pubblicato da Graphofeel. 
Il libro inizia con la consapevolezza che l'inchiesta milanese sulle tangenti era stata solo l'ultimo atto di "una valanga - dai moti studenteschi al terrorismo, dalla P2 ai movimenti referendari - che distrusse il sistema politico (fortunatamente non anche quello istituzionale) della Repubblica italiana, nata dalla Costituzione del 1948 e rimasto fino a quel momento sostanzialmente inalterato". Riconosce Pacelli - di cui è nota la passione per la ricerca e la documentazione - che la corruzione in Italia ha radici antiche ("il primo episodio [...] risale addirittura al 1867, quando alla Camera dei deputati, che allora aveva sede a Firenze, fu denunciato lo scandalo delle Regia dei Tabacchi, che vide coinvolti molti uomini politici molto noti come Bettino Ricasoli"), ma alla fine del Novecento era divenuto un fenomeno endemico e trasversale, di cui fu protagonista "un sistema politico-istituzionale ormai deceduto, mantenuto artificialmente in vita perché nessuno era in grado di proporre (e tantomeno di fare valere) soluzioni alternative". Unica differenza per Pacelli tra Craxi e altri soggetti, tra cui i molti che tacquero davanti alle sue chiamate in correità nell'aula di Montecitorio? Lui "forse per troppa sicurezza in se stesso, non si era dotato [...] di un parafulmine adeguato". Di fronte alla magistratura, divenuta in fretta "espressione di una Italia profondamente delusa dalle forze politiche che, ormai da decenni, governavano un Paese ingabbiato dai partiti, dalla burocrazia, dai potentati economici e che voleva cambiare anche senza sapere esattamente come e con chi" (e come tale "legittimata", pur nei suoi errori, a provocare "una scossa sismica del sistema"), Craxi secondo l'autore pensò forse di arginare da solo il fenomeno, ma di certo si ritrovò da solo. 
Pacelli si è proposto di ricostruire in modo più completo - e meno legato tanto alle emozioni, quanto ai soli sguardi giornalistici - gli ultimi anni della vicenda craxiana, che si aprono per convenzione con l'arrivo di Craxi in Africa il 16 maggio 1994 ("ad attenderlo all'aeroporto di Tunisi c'era il vecchio fuoristrada Toyota, che insieme ad una Mercedes, pure lei con qualche anno d'età, costituiva il parco macchine della residenza tunisina dell'ex Presidente"), poche ore prima che il divieto d'espatrio gli fosse notificato. L'autore approfondisce innanzitutto la "pista francese", cioè del mancato asilo politico in Francia, paese in cui è probabile che l'ex leader socialista si sia recato più volte ("Parigi era una città che piaceva molto a Craxi, meta anche di brevi vacanze con gli amici più stretti: aveva trovato un piccolo albergo di lusso a Saint Germain de Pres, molto simile al romano Raphael e vi soggiornava volentieri. A Parigi aveva anche un ufficio per i contatti più riservati con uomini politici francesi"), la successiva scelta tunisina, per i rapporti con Ben Ali e per le clausole del trattato di estradizione Italia-Tunisia (che non prevedevano la consegna della persona per infrazioni politiche) e le ipotesi sui possibili movimenti di Craxi prima dell'arrivo a Tunisi (non disgiunti, secondo Pacelli, da quelli di chi maneggiava conti esteri per gestire fondi riferibili al Psi).
Attenzione è dedicata anche al fenomeno "Tangentopoli" ("a distanza di più di vent'anni, si è forse smarrito il ricordo delle sue proporzioni"), alle sue dinamiche e manifestazioni, nonché a un'analisi dei protagonisti di "Mani Pulite" (sottolineando "l'asprezza della dialettica tra i componenti del pool (o almeno tra alcuni di essi) e la tendenza serpeggiante tra i magistrati che lo costituivano ad attribuire anche un senso politico al loro lavoro"); l'autore parla poi delle ragioni alla base della scelta di difendersi "nel" processo o "dal" processo ("Craxi non colse in pieno la realtà in movimento del quadro politico interno ed internazionale [...]. La vicenda giudiziaria intervenne in un momento difficile della sua esistenza, causa forse non ultima dell’affievolirsi di quella energia che aveva dimostrato in mille occasioni di avere e che gli consentiva una lucida rappresentazione della realtà e della strada migliore, se necessario, per modificarla" e non va escluso "che avesse ricevuto autorevole assicurazione, che se si fosse allontanato dall'Italia, qualche mese dopo sarebbero stati ritirati i mandati d’arresto nei suoi confronti"), dei diversi destini delle forze politiche coinvolte, degli incontri tra Craxi e Di Pietro (interrotti dopo che i verbali furono passati alla stampa) e dei rapporti tra l'ex segretario e altre figure di rilievo del Psi, di cui spesso proprio lui aveva determinato la fortuna (interessante appare, per esempio, la testimonianza di Francesco Cossiga che nel 2004 dichiarò che "un disegno di legge elaborato nel 1991 per fermare lo spionaggio straniero in Italia era stato bloccato dal Ministro della Giustizia Martelli perché 'era il periodo in cui questi insieme ad altri dirigenti del partito socialista pensavano - e tradussero questo pensiero in atti - di poter trovare un accordo con il Partito comunista italiano'", mentre Craxi continuava a guardare alla Dc) o personaggi come Licio Gelli - sul quale Pacelli in parte si diffonde - e Silvio Berlusconi. 
Percorso il curriculum di Craxi (con alcune tesi circa la crisi di Sigonella e l'avvertimento italiano che permise a Gheddafi di salvarsi da un bombardamento Usa nel 1986) e ricordati i primi episodi di finanziamento illecito ai partiti, l'autore si sofferma sulla vicenda "Mani Pulite". Per Pacelli essa non era legata a "una collusione tra magistrati inquirenti e Pci, quasi che l’ideologia fra essi preminente fosse quella comunista o che comunque di quel partito essi volessero divenire strumento", benché il Pci sia uscito quasi indenne; egli parla invece di "esistenza di validi supporti all'azione della magistratura annidati anche nell'amministrazione pubblica, nella concorde volontà di provocare un ricambio della classe politica, rivelatasi non solo pervasa dalla corruzione ma anche incapace di fronteggiare la nuova realtà della fine dei blocchi politici ed economici che imponeva anche un modo diverso di fare politica"). L'attenzione passa poi alla vita di Craxi ad Hammmet: "una esistenza tutto sommato non dissimile da quella di un pensionato con buone possibilità finanziarie, con la sola (ma importante) differenza che nel caso di Craxi il pensionamento era forzato e assomigliava tanto ad un congedo con disonore" (e con una certa sorveglianza, forse chiesta dall'Italia per evitare l'espatrio in paesi da cui l'estradizione sarebbe stata impossibile). Tra le riflessioni finali, il fatto che il Psi non fosse per forza più coinvolto di altri partiti nel finanziamento illecito, mentre è certo per l'autore "il diverso e maggior rilievo dato dalla stampa italiana, di proprietà dei grandi gruppi industriali [...] al suo coinvolgimento nella vicenda stessa, insieme con la dissimulazione, per quanto possibile, dei comportamenti analoghi di esponenti di altri partiti", rendendo il Psi simbolo del sistema corruttivo. Per inciso, non ci sono riferimenti simbolici nel libro, tranne la citazione di Panseca (che ebbe "l'idea di inserire il garofano rosso nel simbolo del Partito Socialista al posto della falce e martello") e l'indicazione dei garofani del giorno del funerale. 
Era inevitabile, poi, che tra le nuove opere su Bettino Craxi ve ne fossero alcune scritte da giornalisti. Una di queste è Controvento, che Fabio Martini (storico commentatore politico per La Stampa) ha appena pubblicato con Rubbettino. Come il sottotitolo - La vera storia di Bettino Craxi - suggerisce, si tratta di una biografia sui generis del già leader socialista, che non ha mai ceduto al conformismo o all'intruppamento di comodo. Si inizia con la gavetta "lunga 24 anni" di colui che, "uno spilungone di 17 anni con i capelli neri e gli occhiali spessi", nel 1951 comunicò al padre Vittorio di aver chiesto la tessera del Psi e che - appunto - 24 anni dopo lo avrebbe guidato, arrivandoci controvento, certo aiutato dalla sua ambizione e decisione.  
Rispetto al volume di Pini, il racconto è più stringato, più distante (il che non è un male) e più "terzo", ma ugualmente efficace, tipico di chi da decenni racconta la politica e i politici ed è arrivato a conoscerli bene. "Tutto lascia immaginare - scrive Martini - che proprio negli anni dell'infanzia si depositi qualcosa che andrà a formare la psicologia del Bettino adulto, quel caratteraccio, quell'orgoglio ribelle, che a ben vedere sarà la molla del suo anticonformismo, ma anche di tante asperità, di tante aggressività". Così la scena di Craxi che, insieme al fratello Antonio, insultano un corteo di balilla o pigliano a sassate la casa del fascio è perfettamente in linea con quel profilo, non meno della volta in cui "si infila dove non potrebbe" e trova una Colt 38 che porta con se, segno che "Trasgredire, gli piace. E gli piacerà per tutta la vita". Quando all'odio precoce verso i comunisti, Martini più che alla bocciatura elettorale del padre lo riconduce alla disillusione ricevuta prima in un viaggio a Praga, a una conferenza di studenti socialisti e comunisti europei, nel rendersi conto (confrontandosi anche con Carlo Ripa di Meana) che da quelle parti non si stavano costruendo società socialiste, ma "un regime di polizia", poi in una spedizione in Cina nel 1958 che non avrebbe smentito quell'impressione.
Il disegno controvento proseguì con le prime campagne elettorali (con gettoni con il suo nome e altri gadget per farsi conoscere, foto affiancate a quella di Nenni) e con un comunicato di apprezzamento per l'elezione di John Kennedy, in un tempo in cui "per il Psi era inammissibile simpatizzare per un presidente americano", poi ancora con la reazione contro il movimento studentesco e i comunisti che lo appoggiavano (negando una "solidarietà indiscriminata" a un movimento in cui "fermentano umori che sono torbidi"); quando fu eletto deputato, si guardò bene dal dimettersi da segretario del Psi milanese. Rimase autonomista e controvento anche dopo l'autodeclassamento di Nenni in seguito al fallimento dell'unificazione con i socialdemocratici e con la prevalenza di altre correnti; colse l'occasione dell'esperienza nell'Internazionale socialista per stabilire contatti e acquisire conoscenze e punti di vista che tanti altri in Italia non avevano. Parlava e agiva come molti non facevano (anzi, consideravano disdicevole), da egocentrico (ma "non sarà mai esibizionista e neppure narcisista"), ma riuscì a diventare segretario al Midas nel 1976 - all'origine della politica degli albergoni, come sottolinea Martini - pur essendo ben più giovane di coloro che contavano davvero in quel Psi. Eletto anche perché ritenuto più debole di altri (indimenticabile Claudio Signorile: "Se non marcerà lo faremo fuori in tre mesi"), dimostrò subito ben altro piglio e ben altre intenzioni, senza però nascondere una certa ingenuità a fidarsi fin troppo di chi era esterno al partito e lo attraeva (una debolezza fotografata da Martini, senza il tono dolente e coinvolto sfoggiato a suo tempo da Pini).
"Cafone, ma anche sentimentale; sbrigativo, ma attento e preoccupato" secondo il ritratto offerto da Maria Punturieri (nota Marina Ripa di Meana), Craxi riuscì a mantenere il controllo del partito pure in condizioni difficili, spiazzando alleati e avversari (che non lesinarono apprezzamenti, da "avventuriero" di Berlinguer e Tatò a "scassacazzi" di De Martino). La sua stessa residenza romana, l'hotel Raphael, gestito per anni dall'amico (uno dei pochi) ed ex comunista Spartaco Vannoni, appare del tutto controvento: lì per Martini Craxi "si impasta[va] con un'umanità di eretici, di pragmatici, di irregolari, di personaggi antropologicamente diversissimi" dai dirigenti di Dc, Pci e dai vecchi capi socialisti. Un luogo che era "casa, mensa, salotto, corte, alcova e quartier generale" (definizione di Filippo Ceccarelli), dunque era affascinante. periglioso e un ottimo punto per osservare i fenomeni di rampantismo acuto e cronico tipici dell'epoca. La stessa ricerca del denaro per l'attività di partito, "come l'aria per respirare", fu occasione per Craxi di essere controvento, nel chiedere a Berlinguer i soldi delle cooperative e a Willy Brandt il denaro per i socialisti cileni, nel tentare (invano) di farseli dare dagli Stati Uniti, che li davano soprattutto alla Dc, mentre il Pci li riceveva da Mosca (persino in dollari) e i socialisti avevano smesso di vederli da tempo. E per farsi dare soldi, per Craxi - per sé parsimonioso ma non accumulatore - era importante "creare 'sodalizi' ed essere 'in qualche modo socio in certe imprese e attività economiche'" (citazione di Martelli), arrivando a creare due linee di approvvigionamento, una ufficiale legata al tesoriere e una in capo a lui stesso, basata su conti esteri (scelta dovuta al suo non fidarsi di nessuno, ma "che gli sarà fatale", chiosa Martini).
Controvento Craxi si mostrò anche nell'anticomunismo, in un'epoca in cui si preparavano la solidarietà nazionale e il compromesso storico: fresco segretario Psi, concepì con Carlo Ripa di Meana - su idea di Martelli - la Biennale di Venezia dedicata al dissenso nell'Est Europa per il 1977, con tanto di iniziative comuniste di boicottaggio; nel 1978, con il suo Vangelo socialista (col contributo fondamentale di Luciano Pellicani), si allontanò dalla linea "statalista, collettivista e liberticida della tradizione giacobina e leninista". E lo fece, come giustamente nota Martini, unitamente a un blitz simbolico, facendo inserire tra il 1978 e il 1979 il garofano rosso ("nel colore c'è la continuità con un passato dal quale non si vuole separare del tutto") nel simbolo, sacrificando i segni della tradizione bolscevica. E se vari intellettuali socialisti non erano stati con lui, Craxi seppe per un certo periodo attrarre "intellettuali disorganici", slegati da un'ortodossia, con risultati fecondi intorno alla rivista Mondoperaio (pur se di breve durata e, alla lunga, finì per sottovalutare il peso della "intellighenzia"). In tale quadro, risultarono controvento le iniziative craxiane per cercare di salvare Aldo Moro, come pure il sostegno socialista agli euromissili, la "battaglia impopulista" per il taglio della "scala mobile" e "la lunga notte di Sigonella". E in fondo furono controvento anche la cultura della "stabilità", "un bene prezioso" (come disse Craxi in uno dei famosi spot elettorali del 1987 realizzati con Giovanni Minoli) legato pure alla longevità del governo (il terzo per durata, battuto solo nel nuovo millennio da due esecutivi a guida Berlusconi), la passione per lo spettacolo (senza sconfinare nella spettacolarizzazione di sè) e la scelta di dare al Psi un'assemblea nazionale, che lo rese il capo indiscusso ma apparve come un consesso di "nani e ballerine" (Formica).
Se però solo dopo la tempesta degli anni Novanta si conobbe il ruolo - altrettanto controvento - di foraggiatore delle lotte contro regimi fascisti e comunisti nelle più diverse condizioni (il libro di Martini merita di essere letto soprattutto per mettere insieme tutti i pezzi), dal 1987 qualcosa iniziò ad andare storto sul fronte interno e anche sul piano della salute, con il diabete che aveva iniziato la sua opera di distruzione. E che, secondo Martini, non fece cogliere a Craxi "il treno di Cossiga", con la sua idea di riformare le istituzioni, e nemmeno quello dei referendum elettorali (forse nella speranza, delusa, di tornare a Palazzo Chigi), diventando così icona del vecchio sistema politico. E oggetto di quella "opzione giudiziaria" che il Pds Gerardo Chiaromonte aveva preannunciato a Craxi quasi alla fine del 1991, pochi mesi prima dell'arresto di Mario Chiesa. Le monetine tirate davanti al Raphael (di cui il libro ricorda la paternità: erano quelle del missino Teodoro Buontempo, che si era fatto cambiare una banconota da 10mila lire dopo che Delio Andreoli lo aveva avvertito di quanto stava per accadere) per Martini accelerano "un processo di accanimento personalizzato", per cui Craxi, incarnando la figura del capro espiatorio - come visto - diventa "unico colpevole per la degenerazione partitocratica e affaristica della vita pubblica italiana".       
Gli ultimi anni di Craxi, passati ad Hammamet "in solitudine, nel gorgo di due sentimenti diversi, la rabbia e l'impotenza, che vissuti assieme moltiplicarono lo stress" (così scrive Martini), furono trascorsi - anche prima che si arrivasse a una sentenza irrevocabile - in una condizione di presunta colpevolezza. E Presunto colpevole è il titolo del libro che Marcello Sorgi, editorialista della Stampa, ha pubblicato con Einaudi. "Perché non si è riusciti a portare Craxi in Italia con un corridoio umanitario, perché potesse curarsi e morire in patria?": questa domanda specifica, posta a Sorgi da Tony Blair tempo fa, ha generato questo libro tanto quanto un parallelo - proposto anche da Martini e, ancor prima, da Marco Damilano - tra il politico socialista e Aldo Moro, figure accomunate nella fine senza umanità, nel rifiuto dei funerali di stato e nella statura ("Sono ancora due giganti, per visione, per temperamento; artico l'uno, febbrile l'altro, entrambi con lo sguardo proteso così avanti che bisogna fare un passo indietro e ripensarli").
Come suggerisce il sottotitolo, il volume si occupa degli ultimi giorni di Craxi, in particolare dell'uomo che vide aggravarsi profondamente le proprie condizioni di salute dopo aver appreso dalla tv che, il 23 ottobre 1999, Giulio Andreotti era stato assolto dalle accuse mossegli dalla procura di Palermo (almeno in primo grado: in appello saranno in parte prescritte). "Ovviamente non è detto che il repentino peggioramento delle sue condizioni sia stato provocato dall'assoluzione di Andreotti e, simultaneamente, dall'aver capito di esser rimasto solo davanti ai giudici, che considerava più o meno alla stregua di un plotone di esecuzione pronto a finirlo, dopo averlo già abbattuto. Ma certo - scrive Sorgi - la notizia inattesa e imprevista influisce su uno stato di salute assolutamente non ottimale", peggiorato dalla sua natura di "malato indisciplinato" che nel corso del tempo si è ampiamente trascurato, anche sul piano alimentare. La scoperta di un tumore al rene destro non poté che peggiorare la situazione e fece ritenere necessaria l'operazione in Italia, anche per le condizioni inadeguate della struttura in cui Craxi è ricoverato (e lui scartò l'ipotesi di farsi trasferire altrove, visto che l'ospedale militare gli era stato messo a disposizione dal governo di Tunisi).
Iniziò lì il tentativo di trovare una soluzione che consentisse il ritorno in Italia di Bettino Craxi per curarsi, e comunque morire con dignità nel suo paese, senza che questo comportasse nemmeno per un attimo l'arresto o la reclusione per i processi già definiti e in corso: "in Italia tornerò solo da uomo libero o non tornerò mai più", aveva ripetuto migliaia di volte, anche mentre la sua salute peggiorava. Si intensificarono così i tentativi di trovare una soluzione politica alla questione o di valutarne la praticabilità, nelle forme dell'amnistia, della grazia o del corridoio umanitario: il libro di Sorgi spiega nel dettaglio perché tutte e tre le strade si esaurirono in fretta. La grazia, in particolare, non avrebbe risolto il problema dei mandati di cattura per i processi ancora in corso e comunque Craxi avrebbe dovuto chiederla, in qualche modo riconoscendosi colpevole (senza contare che Silvio Berlusconi infranse la discrezione con cui Andreotti si era mosso per ottenere quel risultato); l'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema aveva sondato la disponibilità della procura di Milano a non imporre l'arresto a Craxi nemmeno per un giorno, ottenendo un secco rifiuto e sentendosi semplicemente richiamare le disposizioni di legge (che avrebbero potuto prevedere anche il ritorno in carcere); per l'amnistia, infine, non c'erano i numeri e non c'era soprattutto il clima adatto (anche negli stessi Democratici di sinistra). Nemmeno l'ipotesi di un'operazione in Francia risultò fattibile: "l'arrivo di Craxi qui non è desiderabile", dichiarò Manuel Valls, portavoce del governo di Lionel Jospin.
Il libro dedica poi alcune pagine alle ipotesi che videro l'inchiesta "Mani Pulite" come legata in qualche modo alla Cia o comunque al potere americano. Ricorda Sorgi che l'ex ambasciatore americano in Italia dal 1993 al 1997, Reginald Bartholomew fu preferito da Bill Clinton a un qualunque finanziatore della sua campagna per capire cosa stesse succedendo in Italia: lui scoprì che "il suo predecessore Peter Secchia aveva consentito di gestire un legame diretto con il pool di Mani Pulite" (che poi cessò) e fece incontrare Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema, con vari magistrati italiani, e "nessuno obiettò quando Scalia disse che il comportamento di Mani Pulite, con la detenzione preventiva, violava i diritti basilari degli imputati". La testimonianza di un altro diplomatico mise in luce un altro aspetto: "I politici che cadevano, Andreotti, Craxi, Martelli erano nostri amici, e questo ci creava seri problemi, perché non sapevamo che futuro avrebbe avuto il Paese. Però non facemmo nulla per proteggerli. L’impressione generale era che fosse venuta l’ora di ripulire le cose. Tutti sapevano come andavano. Se la pulizia fosse avvenuta in maniera professionale non ci saremmo opposti"; di più, lo stesso funzionario nega che gli americani abbiano mai creato o manipolato l'inchiesta, ma in un rapporto scrisse che uno dei protagonisti di essa poteva sembrare "un pupazzo manovrato dagli Usa". Con l'occasione, Sorgi ricostruisce anche possibili o probabili influenze dei servizi americani nella politica italiana passata, compresa quella in cui aveva agito Craxi (compreso il più volte citato caso di Sigonella).      
Il libro - che si avvale delle testimonianze della vedova Anna e dei figli Stefania e Bobo - si conclude con il racconto degli ultimi giorni di Craxi: l'ultimo incontro con Francesco Cossiga, l'ultimo Natale, l'ultima mattina in cui un po' di energie sembravano tornate; eppure si trattava di un uomo molto diverso da quello che anche solo dieci anni prima leggeva a fondo le pagine politiche "e se ha dubbi o annotazioni da fare - ricorda Sorgi - chiama il direttore, raramente chi ha firmato l'articolo. Strane, le telefonate. Non dice 'pronto', non saluta prima di chiudere. Parla svelto, urla, sbraita quel che ha da dire e butta giú". Nonostante ciò, e nonostante la stanchezza, aveva ascoltato con rinnovato interesse Cossiga che era venuto a parlargli della sua nuova creatura politica (l'Udr, poi Upr, noto anche come partito dei Quattro Gatti), con cui ha permesso al governo D'Alema di nascere e che forse farà parte di un cartello con i socialisti (di centrosinistra) dello Sdi e i repubblicani, avendo "
già pronto nome e simbolo: si chiamerà 'Trifoglio'". Si tratta, curiosamente, dell'unico riferimento simbolico del libro, mentre non si parla mai dei due garofani che hanno connotato quasi l'intera segreteria craxiana e certamente hanno rappresentato un passaggio importante nella storia del partito. Per questo, la loro storia merita di essere approfondita con gli autori di quei simboli; tempo qualche giorno e lo si farà.