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mercoledì 19 dicembre 2012

Un'Intesa popolare in salsa (neo)democristiana

Non c'è che dire: essere «popolare» è decisamente popolare (si perdoni l'ignobile bisticcio), soprattutto nelle ultime settimane. Mentre Berlusconi e Monti litigano sul Ppe, Alemanno e soci si convocano sotto il nome di «Italia popolare» e Gerardo Bianco e Alberto Monticone (che quella denominazione l'avevano coniata e usata anni prima) cercano di impedirglielo a costo di intraprendere azioni legali, qualcuno ha già iniziato a muovere i primi passi e ha già sfoderato un emblema, aggiungendolo al ginepraio che già popola la vita politica italiana attuale. 
La sigla è la stessa valida per Alemanno, Ip, che stavolta è l'acronimo di «Intesa popolare»: a simboleggiarla, la sagoma azzurrina di una famigliola al completo (rigorosamente eterosessuale, con padre, madre e due figli di età diverse) che si tiene per mano, a rafforzare il concetto di "intesa"; sullo sfondo, l'immancabile tricolore e tre case stilizzate che si stagliano, con una incomprensibile prospettiva (al punto che potrebbero sembrare rilievi o la facciata di una chiesa progettata da un architetto in preda alla gastrite). L'idea delle silhouette legate all'idea di «popolare», del resto, non è certo nuova: di recente se n'erano serviti, tra gli altri, i movimenti «Rinascita popolare - Rifondazione Dc», «Rinnovamento popolare cristiano» e, prima di loro, l'«Associazione popolare italiana della verità».
Non si tratta, a rigore, di un nuovo partito, ma di un'esperienza federativa che riunisce varie sigle tra movimenti e associazioni politiche. Le agenzie ne dettano alcune: Al servizio del cittadino, Circoli de La Discussione, Cristiani Democratici Italiani, Il Tulipano, Lega Cristiana, Movimento Italiani Giovani Europei e Partito della Terra; si sarebbe unita anche Alleanza democratica, che non è la formazione di Bordon degli anni '90 ma quella di Giancarlo Travagin (ex Rinascita della Democrazia cristiana) e nientemeno che dell'ex portiere azzurro Stefano Tacconi.
Il portavoce, peraltro, è una vecchia conoscenza dei lettori attenti delle cronache parlamentari: si tratta infatti di Giampiero Catone, di cui questo blog si è già occupato tempo fa, essendo stato il deputato che ha ridato rappresentanza parlamentare alla Democrazia cristiana (o, per lo meno, alla formazione con quel nome guidata da Gianni Fontana), dopo aver militato nel Ccd, nell'Udc, nella Dca di Rotondi, nel Pdl e aver attraversato come una meteora l'area di Fli. Catone ottiene l'incarico di portavoce nazionale mantenendo la guida dei Circoli de La Discussione e la direzione politica della testata che fu di De Gasperi, ma ora in Parlamento ha preferito usare come insegna quella nuova nuova di Intesa popolare. La federazione vedrà riunirsi tra due giorni la direzione nazionale e ha tutta l'intenzione di partecipare alle elezioni di febbraio: si definiscono "partito dei volontari della buona politica" e puntano all'esercizio di una finanza più democratica, con un'equa ripartizione fiscale. Riusciranno a farsi capire?

lunedì 16 luglio 2012

Ri-Forza Italia


Passa un giorno e tocca ancora parlare di lui. Possibile che l’aquilone fosse un falso allarme (o una «fantasia», per dirla con Cicchitto) o, magari, un fine depistaggio per preparare la sorpresa, direttamente dalla una testata della Germania di frau Merkel. E se l’aquilone tricolore su fondo blu non era poi così nuovo come poteva sembrare, è l’esatto opposto della novità il ritorno al nome e al simbolo di Forza Italia.
Qualcuno, in questo giorni, ha avuto la tentazione di parlare di «nuovo partito» del Cav., ma nel caso sarebbe un errore. Qualora fosse confermato infatti il “ripescaggio” dei vecchi segni distintivi di Fi, non ci sarebbe alcun bisogno di fondare una nuova formazione politica. Che i simboli, come i partiti, fossero «duri a morire» lo si era già detto qualche giorno fa, dunque non dovrebbe stupire sapere che Forza Italia, come partito e come soggetto giuridico, esiste ancora. Doveva per forza esistere fino allo scorso anno, quando ha ricevuto gli ultimi rimborsi elettorali relativi alla XV legislatura (finita nel 2008, ma non per le casse dello Stato), ma non risulta che sia stato sciolto nei mesi successivi.
Se dunque Forza Italia esiste ancora, non dovrebbe essere un problema per gli iscritti del Pdl iscriversi nuovamente al partito da cui in gran parte provengono; certo, ci sarebbe il problema degli ex An non confluiti in Fli. Che a La Russa, Matteoli, Gasparri e compagnia non piaccia l’idea di essere etichettati come “forzisti” è noto, così come difficilmente raggiungerebbero Fini. Così, se davvero i tanti fedelissimi di Berlusconi dovessero “tornare a casa”, gli ex An potrebbero seriamente pensare di tenersi il Pdl e lo farebbero a ragion veduta, visto che in quel caso sarebbero loro a continuare la vita politica del partito, mentre i rinnovati forzisti sarebbero trattati da “scissionisti” che hanno esercitato il loro diritto di recesso.
Se per Galan la situazione sarebbe il male minore («Sai che problema…» dichiara sui giornali di oggi), è tutto da vedere che ai pidiellini aennini – comprensivi tra l’altro di Francesco Pontone, tuttora tesoriere di An e, come tale, probabilmente titolare del simbolo – convenga tenersi quell’emblema. Nel caso, non andrebbe certo buttato: è pronto a farsi assegnare il “rottame” Gianfranco Rotondi, cofondatore del Pdl, per fare «un partito intestato al popolarismo di ispirazione cristiana e liberale». Lo stesso Rotondi, per capirci, che nel 2004 era riuscito a farsi autorizzare dal “dormiente” Ppi all’uso della denominazione «Democrazia cristiana», utilizzata per il proprio partito fino al 2008, sia pure con il correttivo «per le autonomie» (subentrato a fine 2005). Come a dire: se qualcun altro ha simboli di cui sbarazzarsi, li scarichi a Rotondi che non li butta di sicuro.

giovedì 12 luglio 2012

Cronaca di un Registro mai nato

A volte, per scegliere un simbolo, c’è chi si mette proprio d’ingegno: per tanti anni il lavoro era appannaggio soprattutto di cervelli (che sceglievano il tema del disegno) e mani (che, a matita o a china, davano forma all’idea, spesso con grande attenzione ai dettagli); negli ultimi anni le mani sono passate dall’impugnare pennini a digitare comandi su una tastiera e muovere il mouse per spostare un elemento, ingrandirlo o rimpicciolirlo (ma qualche sacca di disegnatori compulsivi rimane, dura a morire). Restano i cervelli, che in qualche caso esercitano poco la fantasia, in altri la sollecitano a ritmi di lavoro degni di un direttore creativo d’avanguardia in ambito pubblicitario.
Eppure trovare il proprio simbolo e dargli una forma non dovrebbe essere così difficile. Nel 2007, il senatore dei Verdi Natale Ripamonti (assieme al collega repubblicano Antonio Del Pennino) presentò un emendamento alla Finanziaria per chiedere l’istituzione di un «Registro speciale per la tutela dei simboli e dei contrassegni di partito», così che a nessuno venisse più in mente di scopiazzare i segni già rappresentati in Parlamento: protestarono un po’ tutti, perché inserire una norma così all’interno di una Finanziaria sembrava assurdo (d’accordo, per ogni deposito di simbolo lo Stato incassava 5mila euro, ma per alcuni non bastava), in Senato però i sostenitori del Registro non fecero nulla per nascondersi. Sta di fatto che Mauro Cutrufo, barbuto esponente della Democrazia cristiana per le autonomie e non ancora vicesindaco di Roma, prima che il microfono si spegnesse per sforamento dei tempi, riuscì a sentenziare: «Sono disponibili in tutto il Paese circa 50 milioni di simboli». Come a dire: con tutti gli emblemi ancora da sfruttare, vorrete mica clonare proprio i nostri?
Essì, qualcuno che voleva farlo c’era. E lo ha fatto, prima di quella norma (ci avevano rimesso, guarda caso, i Verdi, ma anche la Lega Nord, che difatti quel Registro lo voleva eccome) e anche dopo. Già, perché l’emendamento che istituiva quel Registro, per toglierlo da quella collocazione innaturale, fu stralciato dalla Finanziaria e divenne un disegno di legge a parte. Che lì si arenò, affettuosamente abbandonato ai flutti di una legislatura che sarebbe finita in anticipo e a un inevitabile insabbiamento. Per la gioia, ovvia, dei guastatori e clonatori di professione.