martedì 29 giugno 2021

L'Alternativa c'è, il simbolo pure, la componente (grazie a Ingroia) anche

Giusto una settimana è trascorsa da quando L'Alternativa c'è, progetto-contenitore politico fondato da parlamentari elette ed eletti del M5S che non avevano dato il loro appoggio al governo Draghi, ha ottenuto la possibilità di costituire una componente politica all'interno del gruppo misto anche al Senato. Si tratta dell'epilogo di un percorso lungo varie settimane e ricco di momenti di tensione, decisioni discusse e anche qualche colpo di scena: l'esito della vicenda, peraltro, è stato permesso grazie all'intervento di Antonio Ingroia, che ha messo a disposizione le facoltà spettanti alla Lista del Popolo per la Costituzione, almeno secondo l'ultima posizione della Giunta per il Regolamento (formalizzata lo scorso 11 maggio).
La nascita della nuova componente parlamentare consente ai suoi aderenti, pur, nei limiti delle norme vigenti a Palazzo Madama, di emergere con il proprio nome all'interno delle aule, ponendosi come compagine di opposizione (insieme a Fratelli d'Italia e a +Europa - Azione). Il percorso verso una più facile identificazione, in realtà, era iniziato già alla fine di aprile, con l'adozione di un simbolo per il progetto politico. Il 26 aprile sulla pagina ufficiale Facebook de L'Alternativa c'è è stato pubblicato un post che spiega nel dettaglio l'emblema scelto. Vale la pena riportare il testo per intero, non essendo frequente che un soggetto politico spieghi direttamente il significato di una scelta che non è mai solo grafica (o, per lo meno, non dovrebbe esserlo). 
- L’Alpha
"Alpha" è la prima lettera dell’alfabeto greco, corrisponde alla "a" italiana di "alternativa".
Il rimando alla Grecia è un tempo il richiamo alla culla della democrazia (peraltro diretta) e al fallimento di certe politiche europee contemporanee.
L'"alpha" greco all'inizio delle parole è un prefisso con significazione "privativa", ossia si pone di contro e in opposizione a ciò che segue. Una parola con davanti l'alpha è l'alternativa opposta alla parola stessa.
L'"alpha" greco è la prima lettera della parola greca ἀλήθεια (aletheia), che vuol dire "verità". L’etimologia di questa parola si muove su due fronti, derivando a un tempo dalla somma di alpha privativo e la parola λήθη (lethe) e il verbo λανθάνω (lanthano). La parola "aletheia", "verità", viene così a significare tanto "non-dimenticare" quanto "non-nascondere", "disvelare". Ed è il compito di buona politica che L’alternativa c'è si propone.
- Il giallo-arancione
Siamo in un momento storico in cui la green economy è spesso già considerata superata dalla blue economy: la green era basata sul concetto di spendere di più per inquinare di meno, rendendo l’ecologia un lusso per i ricchi. Superandola, la blue sottolinea la necessità di rendere sostenibili tanto l'impatto ambientale che lo sforzo economico che vi si affianca, puntando più sui sistemi circolari, sul recupero e sul riuso che sull’implementazione di costosi sistemi sostenibili, e sottolinea l'importanza dell’economia legata al mare.
Il colore giallo-arancione è un passo ulteriore: ci ricorda che tutto sul nostro pianeta fa parte di un sistema chiuso, incluso il mare, ed il ciclo dell'acqua, che non possiamo accelerare per inseguire il suo crescente uso industriale: già enormi masse di denaro vengono investite scommettendo sul crescere del costo dell'acqua a livello globale nei prossimi anni. Progettare la crescita significa ricordarci che tutto nel nostro sistema è circolare, e ci ritorna, come il problema di un rifiuto o la risorsa di un materiale riutilizzabile, e non possiamo sprecare nulla: unica eccezione è il sole, che ogni giorno fornisce energia ulteriore al nostro ciclo, per il resto completamente chiuso. Quel colore giallo-arancione, solare, rappresenta quanto è preziosa quella consapevolezza
Il testo ha spiegato gli elementi più "anomali" (rispetto ai simboli già in circolazione) dell'emblema; non ha ritenuto necessario spiegare, ovviamente, la scelta di inserire un segmento tricolore nella parte inferiore del fregio. Forse la font adottata non è la migliore possibile (non sembra perfettamente intonata con il resto dell'immagine, anche se oggettivamente si legge bene: un corsivo o un carattere con le grazie sarebbe stato meno opportuno) ma nel complesso non è certo un simbolo inespressivo, anche se la comprensione non è immediata. Va detto, per la cronaca, che esiste un'altra pagina Fb (con il nome Alternativa c'è) con pochi post pubblicati ma attiva anche negli ultimi giorni, che mostra una ruota dentata con una stella all'interno: non si tratta certo di una pagina ufficiale, ma è utile ricordare che il 23 febbraio scorso l'Adnkronos aveva pubblicato un lancio di Antonio Atte in cui si parlava di "una ruota dentata con all'interno una stella tricolore". Può essere che qualcuno abbia cercato di "visualizzare" quell'immagine; in ogni caso, le scelte grafiche in seguito sono state diverse.
Dunque da tempo coloro che, eletti nel MoVimento, non hanno condiviso gli ultimi passaggi politici con il sostegno a Draghi, si sono dati un simbolo e ora dispongono di una componente del gruppo misto in entrambe le Camere. Quest'operazione, non andata in porto a marzo per il venir meno delle condizioni per un progetto comune con l'Italia dei valori guidata da Ignazio Messina, è stata possibile questa volta - come si diceva - grazie all'intervento di Antonio Ingroia. Se alla Camera i deputati che si riconoscono in L'Alternativa c'è (15 per ora) hanno potuto costituire la componente senza grossi problemi, visto che non esistono requisiti particolari per le compagni di almeno dieci persone, al Senato com'è noto la situazione è diversa: pur in mancanza di norme scritte (per cui le componenti sono citate una sola volta dal regolamento, ma non normate), in passato si erano sempre permesse le componenti-etichetta (senza altro valore o prerogativa), anche di una sola persona, ma le ultime modifiche al regolamento del Senato in materia di gruppi - che vincolano il sorgere di un gruppo, anche in corso di legislatura, alla rappresentanza di un gruppo partecipante alle ultime elezioni e con almeno un eletto - avevano portato la Giunta per il regolamento e la stessa Presidenza del Senato a un atteggiamento meno permissivo. 
Nella citata seduta della Giunta dell'11 maggio si era approvato un parere, in base al quale - mediando tra varie posizioni emerse nell'organo - si sarebbero potute costituire componenti nel gruppo misto purché rappresentassero "partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali" e purché i senatori richiedenti fossero autorizzati "a rappresentare il partito o movimento politico detentore del contrassegno presentato alle elezioni, mediante dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante di tale formazione politica".
Ora, la Lista del Popolo per la Costituzione ha effettivamente partecipato alle elezioni politiche del 2018 (pur se in un numero assai limitato di circoscrizioni, visto l'obbligo di raccogliere le firme) e coloro che intendevano costituire la componente sono espressamente stati autorizzati a rappresentare quel partito da Antonio Ingroia, che della Lista del Popolo per la Costituzione è il rappresentante legale e il titolare del contrassegno elettorale, in base a quanto risulta dalla dichiarazione di trasparenza depositata appunto al Viminale prima delle ultime elezioni politiche. Così, in ossequio al citato parere della Giunta per il regolamento, è nata la componente del gruppo misto del Senato "L'Alternativa c’è - Popolo per la Costituzione", ad ora costituita da Bianca Laura Granato, Luisa Angrisani, Margherita Corrado e Mattia Crucioli. Nel post ufficiale sulla pagina, il 22 giugno, si legge che la nascita della componente dovrebbe essere il primo passo di "un percorso già in atto per costruire un’alleanza costituzionale molto più ampia e larga che rappresenti una terza via, un'aggregazione che si candida a governare il Paese e di cui si sente sempre più forte e vitale la necessità e l'urgenza". Un'alternativa al governo Draghi, ma soprattutto "ai due poli oggi imperanti, la destra nazionalista e il polo moderato, che insieme oggi sgovernano il Paese. Una sponda popolare e costituzionale che dia voce ai cittadini onesti, ai discriminati e delusi dell’attuale classe politica governativa", come pure alternativa "ai governi delle banche della finanza e dei potentati, alle politiche sempre più subalterne ai grandi interessi multinazionali, di lobby nazionali e transnazionali, che ostacolano una vera sovranità democratica e costituzionale".  
Il 24 giugno, nella conferenza stampa in Senato, i membri della componente hanno confermato "un'affinità politica progettuale" con Ingroia, che a sua volta ha detto di avere "messo a disposizione convintamente il simbolo" (ricordando anche Giulietto Chiesa, con cui aveva condiviso quel progetto elettorale e scomparso il 26 aprile dello scorso anno) avendo riscontrato "davvero tantissime affinità, anzi, anche identità" tra i propri programmi e obiettivi con quelli de L'Alternativa c'è. A partire dal fatto che "c'è una voglia di opposizione nel Paese, che chiede un'alternativa e che in questo momento di fatto non è adeguatamente rappresentata dentro i Palazzi della politica": mettere a disposizione il simbolo - o meglio, le prerogative consentite dall'aver partecipato alle ultime elezioni con quel simbolo - per Ingroia significa lavorare ancora per "costruire un Polo che sia alternativo a quelli che hanno governato, anzi, sgovernato il Paese fino ad oggi", facendosi strada tra i delusi e puntando a "una vera, reale, effettiva e non finta applicazione della Costituzione, mentre è in corso una eversione di fatto dei principi costituzionali".
Ingroia auspica la nascita di veri gruppi parlamentari, anche se ciò sarebbe possibile solo alla Camera (ove almeno altre cinque persone elette si unissero), non anche al Senato perché occorrerebbe un eletto con il simbolo della Lista del Popolo per la Costituzione, che invece non c'è stato. Nel frattempo, in dottrina non mancano le perplessità di chi - come Salvatore Curreri, non senza ragioni - ritiene che, con il parere della Giunta per il regolamento che ha consentito la nascita della componente "L'Alternativa c'è - Popolo per la Costituzione", di fatto si sia innovato il regolamento del Senato senza rispettare la Costituzione, vale a dire l'art. 64 che prevede (al comma 1) che il regolamento di ciascuna Camera sia adottato "a maggioranza assoluta dei suoi componenti", il che vale anche per le sue modifiche. Senza contare che quella modifica di fatto consente qualcosa di analogo a ciò che avviene alla Camera, cioè la nascita di una componente del gruppo misto "eterocostituita", i cui membri non siano parte della forza politica che ne consente il sorgere. Sul piano politico evidentemente si è dato il benestare a questa operazione; sul piano giuridico-scientifico, con altrettanta evidenza, i dubbi continueranno. Intanto, però, almeno alla nuova componente corrisponde il suo simbolo. Anzi, due.

lunedì 14 giugno 2021

Scudo (in)crociato, ecco perché tutti i tentativi di rifare la Dc falliscono

Non serviva conferma, ma una lunga, continua sequenza di episodi rafforza una convinzione: la diaspora della Democrazia cristiana appare infinita e irrimediabile. Lo sa chiunque abbia la ventura di leggere le comunicazioni periodiche di coloro che credono di proseguire legittimamente - ciascuno secondo il suo percorso - la vita giuridica del partito nato nel 1942 e sparito dalla politica italiana nel 1994, o anche solo parte della "garbata" corrispondenza via e-mail o sui social network tra soci e simpatizzanti dell'uno o dell'altro tentativo di rimettere in campo la Dc e il simbolo dello scudo crociato. Davanti agli scritti di chi prende la situazione (e si prende) dannatamente sul serio, spesso con
 toni accesi, a volte provocatori o insultanti, non si può non sgranare gli occhi anche dopo anni di studio..
I numerosi tentativi di riportare in attività la Democrazia cristiana hanno finora richiesto venticinque anni di tempo, sforzi organizzativi non irrilevanti (meno intensi nella seconda metà degli anni '90, con impegno crescente negli "anni zero", fino alle energie profuse dopo la famigerata sentenza del 2010 della Corte di cassazione a sezioni unite) e - aspetto venale, ma non trascurabile - un fiume di denaro speso in pubblicazioni, annunci, convocazioni, manifesti e una marea di spese legali. Sforzi da ammirare in astratto: c'è chi ha creduto o crede davvero di riottenere il partito che per anni ha governato (bene o male) l'Italia. Il risultato finale, però, è di tante campagne tentate o annunciate, varie manciate di liste presentate (con travaglio e simboli mutevoli), poche persone elette (e nessuna in posti di rilievo), a fronte di una mole imprecisata di soldi spesa in questo quarto di secolo dalle persone coinvolte, senza che alcun tentativo abbia dato buoni frutti e sia stato condotto senza contestazioni
Più di un "democristiano non pentito", nei momenti di sconforto in cui si guarda indietro, ammette che il raccolto finora è stato proprio magro; molti però, anche quando dicono "questo è l'ultimo tentativo, se fallisce mi arrendo", non riescono a perdersi d'animo, sostenuti pure dal dogma dell'eternità dei democristiani, del resto varie storie personali sono pronte a suffragarlo. C'è poi chi parla con convinzione di complotti per non far tornare la Dc (dei "poteri forti" o, forse, di coloro che avrebbero gestito il patrimonio e non vorrebbero che quelle vicende fossero messe in discussione); i più pessimisti, invece, imputano difficoltà e fallimenti all'avverarsi della "maledizione di Aldo Moro", pensando alla frase che il presidente della Dc avrebbe scritto in una sua missiva dal suo "carcere" ("Il mio sangue ricadrà su di loro").
La questione, ovviamente, va posta in altro modo e occorre un'analisi obiettiva. I tanti, forse troppi documenti letti nel corso degli anni - ammesso che per i #drogatidipolitica valga il concetto di "troppo" - hanno portato a una conclusione tanto netta, quanto sgradevole per chi si è impegnato finora per il "risveglio" della Dc: nessun tentativo fatto per far tornare la Dc poteva funzionare e nessuno potrà funzionare, salvo due ipotesi improbabili. Ciò non dipende da complotti (ininfluenti, anche se ci fossero) o dalla scarsa volontà politica di riportare in vita la Dc (in parte è vero, ma solo in parte), bensì dal diritto. Tra poco si chiarirà perché nessuna strada seguita finora poteva/può essere fruttuosa, avendo però chiaro che i primi nemici del ritorno della Dc sono alcuni tra gli stessi "democristiani non pentiti".
Tutte le strade seguite hanno difetti, più o meno grandi, comunque sufficienti per essere sbarrate con facilità (si vedrà come). Nessun tentativo sarebbe fallito però se tutti fossero stati concordi nei passaggi da compiere, senza portare contestazioni in tribunaleLa prima via fruttuosa verso la Dc - per assurdo che appaia - sarebbe (stata) quella della concordia: lasciando da parte i difetti dei vari percorsi scelti, pur senza poterli cancellare, il cammino poteva e potrebbe continuare. Vari "democristiani non pentiti", in realtà, lo sanno bene: spesso in molti hanno fatto discorsi simili a "abbiamo fatto sicuramente degli errori, tra noi diciamolo pure, ma se davvero volete che la Dc torni, per favore, non contestateci: fateci riattivare la Dc e poi staremo tutti di nuovo in pace nel partito".
Quella pace, tuttavia, manca ogni volta: qualche contestazione, spesso in carta bollata, è arrivata sempre, da chi portava avanti alcuni tentativi contro chi aveva seguito altre vie, oppure da persone di seconda o terza fila che presentavano ricorsi. Già, perché se c'è chi crede che alcune azioni legali o tentativi diversi dal proprio siano (stati) sostenuti da ex-democristiani che hanno interesse a mandare tutto all'aria, una cosa è chiara: uno dei problemi dei "democristiani non pentiti" è che alcuni di loro hanno idee ben diverse su come riattivare il partito e sono fermamente convinti che il loro percorso sia giusto e che gli altri, essendo scorretti o comunque inefficaci, portino solo disturbo o confusione. 
Qui si è già ripercorsa - in tre puntate (1994-2002, 1996-2010, dopo il 2010) - la storia di ciò che è avvenuto dal 1994 in poi: a questa si può fare riferimento, per non perdersi in una vicenda a dir poco intricata. Di seguito dà conto dei difetti delle singole iniziative più recenti, abbinandole - inevitabilmente, per capirci qualcosa - ai nomi più noti di chi le porta avanti:
  • La Dc di Renato Grassi e Alberto Alessi (già di Gianni Fontana): si tratta del partito che opera sulla base, oltre che della sentenza di Cassazione del 2010 - nella convinzione che questa abbia sostenuto che la Dc non è mai stata sciolta e il suo destino è nelle mani degli ultimi iscritti di allora - del procedimento iniziato con la richiesta al tribunale di Roma di disporre la convocazione dell'assemblea dei soci, sulla base della richiesta del 10% degli iscritti risultanti dall'elenco consegnato allo stesso tribunale, come previsto dall'art. 20 del codice civile.
    Il giudice del tribunale di Roma Guido Romano, a dicembre del 2016, ha effettivamente disposto tale convocazione per il 26 febbraio 2017, peraltro senza riconoscere con questo la legittimità della richiesta: in effetti avrebbe potuto non fare nemmeno quello, visto che l'elenco in questione era quello seguito alla ripresa delle attività nel 2012, con un "consiglio nazionale" che lo stesso giudice Romano nel 2014 aveva dichiarato nullo. L'assemblea del 2017 si è effettivamente svolta (con l'elezione di Gianni Fontana alla presidenza), come pure il XIX congresso il 14 ottobre 2018 (con l'elezione di Renato Grassi alla segreteria), atti che - come sottolineano con veemenza alcune persone che partecipano a questo tentativo - non sono stati dichiarati nulli o annullati da alcun giudice. Il che per ora è vero, ma non è assolutamente vero che quegli atti non siano stati contestati: risultano ancora pendenti, infatti, i giudizi relativi all'assemblea del 2017 e al congresso del 2018 (anche se questo si avvia verso la chiusura, forse con la cessazione della materia del contendere), presentati da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni per contestare la correttezza delle convocazioni e dello svolgimento delle riunioni. Senza contare, nel frattempo, che altre persone hanno scelto vie diverse per contestare la validità del congresso del 2018.
  • La Dc di Nino Luciani: si tratta del percorso portato avanti dal bolognese Nino Luciani, che nel 2016 era stato incaricato di convocare l'assemblea del 26 febbraio 2017 (e ne aveva presieduto le prime fasi, fino a quando era stato sostituito). Dopo che però nel 2018 sono state mosse dure critiche alla conduzione del congresso, mettendone in dubbio la validità (con tanto di provvedimenti disciplinari in risposta), Luciani nell'estate 2019 ha esibito una lettera di Fontana (che dopo il congresso era diventato presidente del consiglio nazionale, ma nel frattempo si era dimesso dalla carica) che, in qualità di presidente dell'assemblea dei soci eletto nel 2017, lo delegava a riconvocare quegli stessi soci, volendo così proseguire sui binari tracciati dal codice civile. In questo modo, i soci convocati per il 12 ottobre 2019 avrebbero deciso di revocare gli atti congressuali dell'anno precedente ritenendoli viziati, con l'idea di ripetere il congresso in seguito. Quel percorso, decisamente complicato dall'insorgere della pandemia, si sarebbe concluso online il 24 ottobre 2020, con la ricelebrazione via Skype del XIX congresso e l'elezione di Nino Luciani a segretario politico.
    Quel percorso è stato contestato da alcuni soggetti legati alla Dc-Grassi, anche se in tribunale la tesi non ha avuto fortuna. Il problema alla base, però, è che quando Gianni Fontana avrebbe incaricato Luciani di convocare l'assemblea dei soci in base al percorso iniziato nel 2016, quel percorso si era in realtà già chiuso ed esaurito con la celebrazione del congresso del 2018 (anche se era proprio l'esito di quel congresso che si voleva rimuovere), dunque bisognava seguire lo statuto del partito e non la via codicistica (e Fontana non aveva più il potere di proseguire quel cammino). In più, è evidente che se il tribunale di Roma dovesse dichiarare nulla l'assemblea del 2017, temporalmente e logicamente antecedente rispetto all'iter visto sin qui, anche l'elezione di Luciani verrebbe meno.   
  • La Dc di Emilio Cugliari: problemi quasi identici affliggono il tentativo guidato ora da Emilio Cugliari. Questo condivide gran parte del percorso con quello, appena visto, legato a Nino Luciani, ma se ne distanzia nettamente a partire dal 2 luglio 2020, quando a un'assemblea convocata a Roma da Luciani questo sarebbe stato sfiduciato e sostituito - come presidente facente funzione - proprio da Cugliari, il quale sarebbe tuttora al vertice del partito, nell'attesa di celebrare di nuovo il XIX congresso (essendo stato revocato il precedente).
    Chiaramente, se Cugliari è ben deciso a far partecipare la Dc alle prossime elezioni amministrative, Luciani (che si ritiene segretario per il percorso ricordato) non riconosce per nulla la correttezza del percorso rivendicato da Cugliari. Al di là di queste contestazioni, i difetti esaminati prima per la Dc-Luciani valgono anche per la Dc-Cugliari.
  • La Dc di Raffaele Cerenza e Franco De Simoni: se Luciani il 12 ottobre 2019 aveva convocato l'assemblea dei soci per far revocare il congresso del 2018, lo stesso giorno (già prima) Raffaele Cerenza e Franco De Simoni avevano convocato - con tanto di avviso sulla Gazzetta Ufficiale - un'assemblea costituente della Democrazia cristiana, ritenendo che la famigerata sentenza della Cassazione del 2010 legittimasse l'assemblea degli ultimi iscritti a rappresentare il partito (essendo frattanto decaduti tutti gli organi) e anche ad autoconvocarsi. Dopo quell'assemblea, il percorso sarebbe proseguito fino alla celebrazione - stavolta in presenza, a Roma - del XIX congresso il 12 settembre 2020, che avrebbe eletto segretario politico e segretario amministrativo rispettivamente Franco De Simoni e Raffaele Cerenza (vicepresidente e presidente dell'associazione iscritti alla Dc del 1993, che già dal 1999 aveva cercato la via migliore per riportare in attività il partito (credendo che potesse rappresentarlo Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo, primo tesoriere del Ppi e ancora con voce in capitolo sul patrimonio ex Dc).
    In questo caso, è in qualche modo discutibile che, se si considerano decadute le cariche del partito del 1994 per il decorso del tempo, si ritenga invece ancora valida l'iscrizione alla Dc, che in base allo statuto è annuale e richiede il pagamento di una quota (che certamente nessuno ha potuto chiedere in questi anni, ma è comunque necessaria). In più, come si vedrà poi, è soprattutto discutibile l'idea che esista ancora - e che sia stata la Corte di cassazione a svelarlo - una Dc "dormiente", autonoma da ogni altro soggetto e che attende solo di essere "svegliata".
  • La Dc di Angelo Sandri: si tratta probabilmente del tentativo più longevo ancora in atto di rimessa in moto della Dc. Questo, in particolare, trae le sue origini dall'attività con cui nel 2001 Alessandro Duce aveva cercato di riattivare il partito: lui si era fermato dopo le prime decisioni sfavorevoli dei giudici, il friulano Angelo Sandri e altri avevano continuato, portando avanti il partito (di cui nel 2002 Sandri divenne segretario) e contribuendo in modo determinante ad avviare il cammino processuale che nel 2010 avrebbe portato alla famigerata sentenza di Cassazione. Persa la segreteria in favore di Giuseppe Pizza nel 2003, nel 2004 Sandri sarebbe tornato alla guida della Dc (dopo la sfiducia allo stesso Pizza), rimanendone segretario in tutti i congressi successivi (in particolare a quello di Perugia del 2013, il primo celebrato dopo la Cassazione del 2010, con inviti a tutti coloro che, a detta del segretario, avrebbero avuto diritto di partecipare in base a quella sentenza) e presentando in vari comuni liste con il simbolo dello scudo crociato (sia pure spesso con risultati assai ridotti).
    Qui i problemi vengono soprattutto dai difetti emersi nel 2001-2002 (se il tentativo di Duce era stato riconosciuto privo di fondamento e bloccato, iniziative gemmate da questo avrebbero dovuto avere lo stesso destino), ma anche da quelli del 2013 (non bastava certo invitare al nuovo congresso "ricostituente" tutti coloro che sembravano averne diritto per "sanare" i difetti preesistenti). Benché questa Dc sia riuscita a esistere molto più di altre (per le tante elezioni, anche in piccoli comuni, cui ha partecipato), i problemi restavano e restano.
Come si è visto, tutti questi tentativi avevano e hanno difetti; lo stesso potrebbe dirsi di altri percorsi che nel corso del tempo si sono incontrati. Alla radice di tutto, in ogni caso, c'è un ulteriore problema, creato - ancora una volta - dagli stessi "democristiani non pentiti", non tanto alcuni ma praticamente tutti: forse scoraggiati dalla montagna di carte che dovrebbero avere letto per riuscire a districarsi nel ginepraio dello scudo crociato, si limitano a citare in modo quasi fideistico alcuni documenti "fondamentali" del percorso compiuto finora, in particolare alcune sentenze, senza però averli letti a dovere in ogni loro parte.
Questo è accaduto e continua ad accadere soprattutto con la sentenza n. 25999/2010 delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, sulla quale generalmente si basa l'idea che la Dc non sia mai morta, ma possa essere riattivata e rappresentata solo dai suoi iscritti dell'ultimo tesseramento (del 1993 o, secondo altri, del 1992). Prima delusione: la sentenza della Cassazione non dice affatto questo. Quel documento, per nulla entusiasmante, non tratta quasi nessuna questione sul piano del merito, ma si limita a spiegare perché quasi tutti i ricorsi - della Dc-Pizza, del Cdu, della Dc-Sandri e dell'Udc - contro la precedente sentenza della Corte d'appello di Roma (la n. 1305/2009) sono inammissibili e perché l'unico ammissibile - quello del Partito popolare italiano - è infondato e quindi va respinto. Era stata la citata sentenza di secondo grado, del 2009, a decidere che il cambio di nome della Democrazia cristiana in Partito popolare italiano, effettuato nel gennaio 1994, in mancanza di un congresso (unico organo del partito a potersi esprimere sul cambio di nome, in quanto parte dello statuto) era stato deliberato da organi incompetenti, dunque era viziato al punto da essere inesistente. Ha per caso detto la Corte d'appello di Roma che la Dc, mai sciolta, era sopravvissuta ma era rimasta "dormiente" dal 1994 e che il suo destino era nelle mani dei suoi iscritti? Assolutamente no, né avrebbe potuto dirlo.
La spiegazione del perché non avrebbe potuto dirlo è legata alla seconda, cocente delusione per chi ha riposto e continua a riporre speranze nella famosa e famigerata sentenza della Cassazione del 2010. Quasi tutti coloro che parlano di quella decisione, infatti, sembrano inspiegabilmente avere saltato le ultime tre pagine delle sedici totali (non le hanno lette? Non le hanno capite?): sono quelle riferite al ricorso del Ppi. Questo partito - tuttora rappresentato dall'ultimo tesoriere Pierluigi Gilli e dall'ultimo direttore generale Nicodemo Oliverio - aveva impugnato la sentenza d'appello del 2009, grado al quale aveva chiesto di intervenire (visto che si discuteva appunto del cambio di nome da Dc a Ppi), ma l'intervento era stato dichiarato inammissibile: secondo gli avvocati, la sentenza era stata sbagliata perché aveva di fatto dichiarato nullo (anzi inesistente) un suo atto senza che il Ppi - ex Dc avesse potuto difendersi nel processo. Sul punto la Cassazione è chiarissima: è vero che la Corte d'appello di Roma ha detto che il cambio di nome da Dc a Ppi del 1994 era viziato, ma si è espressa sul punto solo per decidere una controversia tra altri soggetti (in questo caso, la Dc-Pizza e il Cdu), senza per questo avere "demolito" quegli atti, che rimangono tuttora validi. Solo in questo senso, dunque, era accettabile che il Ppi non partecipasse al processo (per cui il suo ricorso è stato respinto dalla Cassazione).
Se le cose stanno così, la conclusione che se ne può trarre è una soltanto: non solo nessuno ha sciolto la Dc (perché l'idea, giuridicamente, era solo di cambiarle il nome), non solo la Dc esiste ancora, ma questa coincide perfettamente con il Ppi, dal quale nel corso del tempo si sono staccate varie parti (nel 1994 il Ccd e i Cristiano sociali, nel 1995 il Cdu e in seguito altri pezzi), ma ha mantenuto la stessa identità giuridica. La Cassazione, in effetti, confermando la sentenza della Corte d'appello del 2009, ha anche confermato il passaggio sui vizi nel cambio di nome, ma è stata chiara nel precisare che le delibere con cui il nome della Dc è stato cambiato in Ppi non sono state dichiarate nulle e valgono ancora: non c'è stato quindi alcun "distacco" del Ppi dalla Dc per il cambio di nome fatto male: il soggetto è lo stesso, solo che è ancora la Dc anche se ritiene di chiamarsi correttamente Ppi.
Certo, l'aver detto che quegli atti erano così viziati da essere inesistenti è pesante e qualcuno potrebbe avere voglia di chiedere al Tribunale di Roma di trarre le conseguenze delle affermazioni della Corte d'appello, dichiarando nullo il cambio di nome. Potrebbe anche riuscirci (all'esito di un processo nel quale, ovviamente, il Ppi avrebbe tutto il diritto di difendere le proprie ragioni); anche in quel caso, però, l'unica conseguenza che si otterrebbe sarebbe che il Partito popolare italiano riprende il vecchio nome di Democrazia cristiana, rimanendo però rappresentato dalle stesse persone che lo rappresentano ora (cioè dagli ultimi dirigenti del Ppi, il cui segretario politico era Pierluigi Castagnetti).
Tutto questo comporta che solo il Ppi potrebbe rifare la Dc - con nome e simbolo storici - in piena legittimità (e anche, va detto, in sfregio all'intenzione di "girare pagina" manifestata nel 1994). Chiunque, tuttavia, può facilmente capire che si tratta di un'eventualità davvero improbabile: quel nome era stato lasciato da parte per non usarlo più e tanto gli accordi di Cannes del 1995, tanto un'ulteriore transazione del 1999 tra i rappresentanti di Ppi e Cdu avevano precisato che nessuno avrebbe più dovuto usarlo. 
Se si esclude che proprio il Ppi voglia riprendere ad agire, con nome e simbolo della Dc (quando preferirebbe che questi fossero "consegnati" all'Istituto Sturzo perché lì riposino per sempre, cosa che i "democristiani non pentiti" vogliono invece evitare), si deve dire che resta solo un'altra via praticabile: quella, già citata, per cui tutti i soggetti interessati si accordino - senza eccezioni, senza contestazioni - per riattivare la Dc in un solo modo, cui partecipi chiunque sia interessato. Ovviamente, anche qui è fondamentale che il Ppi non si opponga, altrimenti non si può fare assolutamente nulla: se l'Udc scegliesse di cambiare il proprio nome in Democrazia cristiana, abbinandola allo scudo crociato che usa dal 2002, il Ppi avrebbe pieno titolo per mettersi di traverso e i giudici gli darebbero ragione.
Al di fuori di queste vie (l'iniziativa del Ppi e la strada della concordia senza contestazioni), non c'è altro modo di tornare correttamente alla Dc e tutti i tentativi sono destinati a fallire. Chi ne vuole portare avanti la storia e i valori può ovviamente farlo, ma con un altro nome e un altro simbolo: prima lo si capisce, meglio è.

martedì 8 giugno 2021

Lo scudo di Coraggio Italia: niente Dc, ma un ripescaggio di Biancofiore

Non hanno aspettato un minuto le testate online, due giorni fa, a dare la notizia che Luigi Brugnaro, per la sua creatura politica Coraggio Italia, aveva depositato - stavolta personalmente, 
non più attraverso l'associazione "Un'impresa comune" - un nuovo marchio, "con un chiaro richiamo grafico allo scudo crociato, storico emblema della vecchia Dc". Aveva scritto così l'Adnkronos, in un pezzo - a firma di Vittorio Amato e Antonio Atte - in cui si dava conto del deposito in data 3 giugno, dopo quello del simbolo "tondo" già visto a maggio. 
A dire il vero, quando la notizia è uscita (appunto due giorni fa), l'unico indizio che poteva trovarsi sulla grafica era la descrizione del marchio riportata nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi. Il testo, in particolare, indicava che il marchio consisteva in "una impronta raffigurante la dicitura Coraggio Italia, in caratteri di fantasia, essendo la dicitura Coraggio posta superiormente alla dicitura Italia di dimensioni maggiori, essendo il tutto racchiuso entro una impronta evocante uno scudo nella cui parte inferiore sono presenti tre fasce verticali". Un marchio, questo, depositato per ben sette classi di prodotti o servizi: 16 (carta, cartone, stampati, adesivi, materiale per l'istruzione o l'insegnamento), 24 (tessuti e loro succedanei), 35 (pubblicità), 36 (assicurazioni; affari finanziari, monetari e immobiliari), 38 (telecomunicazioni), 41 (educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (servizi giuridici, servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui, servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali).
Potrebbe essere così...
In più, anche in questo caso (come in quello precedente), non è stato rivendicato nessun colore, così da poterli rivendicare tutti. Da una manciata di ore, tuttavia, nel sito dell'Ufficio italiano brevetti e marchi è apparsa anche la grafica legata alla domanda di marchio: questa è stata presentata in toni di grigio ma - proprio come la prima versione tonda - si ha la tentazione di colorarla, nel modo che sembra più congeniale per il progetto messo in campo da Brugnaro (che, come si sa, alla Camera ha già il suo gruppo parlamentare, alimentato anche da coloro che facevano riferimento a Cambiamo! di Giovanni Toti e da oggi conta tra i suoi membri anche l'ex M5S Emilio Carelli). Così, nella parte delle tre fasce verticali, viene facile mettere il tricolore, mentre la parte superiore che ospita il nome potrebbe tingesti di fucsia, come già era stato per il centro del simbolo circolare di Coraggio Italia.
Ora, basterebbe già questo per escludere in modo categorico che lo scudo di cui si parla sia effettivamente un riferimento alla Democrazia cristiana (e forse è un bene, con tutti quelli che se lo contendono da quelle parti...) o anche alla Lega, visto che non somiglia affatto allo scudo di Alberto da Giussano. L'appartenente alla categoria dei #drogatidipolitica che abbia buona memoria, però, ha l'impressione di avere già visto quella grafica. E l'impressione è assolutamente corretta: nell'ottobre 2019, infatti, Pietro De Leo del Tempo aveva dato la notizia del logo di Squadra Italia, potenziale emblema politico (poco elettorale, bisogna dirlo) per il centrodestra dopo la fine del primo governo Conte, commissionato nel 2016 prima da Michaela Biancofiore soprattutto per usi legati all'abbigliamento e depositato come marchio dal creative editor Marco Scorza. Avendolo davanti, si capisce che il nuovo emblema di Coraggio Italia sembra la sua copia carbone: stessa forma, stesso tricolore, stesso carattere usato per il nome. Il fatto che Biancofiore faccia parte del gruppo parlamentare di Coraggio Italia a Montecitorio spiega probabilmente perché questa grafica sia tornata fuori (ed è probabile che i colori da adottare siano quelli originali, non quelli ipotizzati qui per gioco). In molti, però, non se ne ricordano, forse perché allora non l'avevano nemmeno visto (o l'avevano dimenticato in fretta...). Difficile, in ogni caso, che quell'emblema finisca sulle schede: ha più probabilità la versione rotonda, ma c'è ancora tempo per ritoccarla...

sabato 5 giugno 2021

Il "secondo tempo" del MoVimento 5 Stelle: nuovo statuto, e il simbolo?

Un mese e mezzo fa si era annunciata l'ormai prossima separazione delle strade tra MoVimento 5 Stelle e l'Associazione Rousseau. Ora può dirsi che quel distacco sia quasi del tutto completato, dopo che Giuseppe Conte ha comunicato, attraverso i suoi canali social, l'inizio del "secondo tempo" del M5S, dopo l'annuncio della consegna dei dati degli iscritti al 
MoVimento da parte dell'associazione Rousseau, con cui sarebbe stato raggiunto un accordo.
L'esatto contenuto di questo non è stato esplicitato (al di là di determinate voci divulgate dai media, al di là al presumibile patto di riservatezza stipulato tra le parti). Ci si deve limitare a quanto scritto sul profilo di Conte: "Dopo tanti anni di collaborazione era giusto che tutto si concludesse con un accordo. [...] Mi sono direttamente confrontato con Davide Casaleggio e abbiamo trovato una soluzione, che consentisse la partenza di questa nuova fase, mettendo fine alle varie pendenze e onorando i pagamenti. Le strade si dividono ma con pieno rispetto da parte nostra. Casaleggio è un nome che evocherà sempre la storia del Movimento e chi non rispetta la propria storia non rispetta se stesso. È stato un lungo confronto, ma sono contento di poter dire che ogni parola, ogni telefonata e discussione avuta in queste settimane è una pietra che poggiamo alla base del nuovo progetto politico. Ringrazio in particolare Vito Crimi, con cui abbiamo concordato un cronoprogramma e che in questo periodo non si è mai risparmiato". 
In concreto, ciò significa che i dati sono stati consegnati (o almeno è iniziata la consegna), ma naturalmente ciò non avverrà gratuitamente, bensì a fronte del pagamento di una parte del denaro che l'associazione Rousseau ritiene di dover ricevere dal MoVimento e (soprattutto) dai suoi portavoce, necessario anche per pagare i fornitori dell'associazione stessa (e dopo il pagamento, se la consegna dei dati finora fosse stata parziale, potrebbe così essere completata).
Naturalmente Conte nelle sue parole non manca di sottolineare che l'accordo è motivato anche dalla decisione che il Garante per la protezione dei dati personali ha preso il 1° giugno, a partire dalla segnalazione presentata da Vito Crimi in qualità di legale rappresentante del M5S il 12 maggio (e integrata una settimana dopo). Quel provvedimento ha ingiunto all'associazione Rousseau, "responsabile del trattamento dei dati degli iscritti al Movimento 5 Stelle", di consegnare al M5S - che invece del trattamento di quei dati è il titolare: entrambe le posizioni sarebbero state indicate da Grillo il 25 aprile 2016 - i dati personali dei suoi iscritti (senza più trattarli in seguito, salvo "l'ulteriore trattamento dei dati personali di quegli iscritti rispetto ai quali l’Associazione Rousseau sia al contempo autonomo titolare del trattamento") entro cinque giorni.
In effetti Crimi aveva chiesto anche, attraverso l'avvocato del M5S Francesco Cardarelli, di ottenere subito la disponibilità dei domini dei siti movimento5stelle.it e tirendiconto.it; in compenso, la persona responsabile della protezione dati di Rousseau ha detto di aver ricevuto due richieste di trasferimento dati da parte di persone diverse che si ritenevano legittimate (una è Crimi, l'altra è probabile che sia Silvio Demurtas, che il tribunale di Cagliari a febbraio aveva nominato curatore speciale del M5S all'interno di una causa legata al provvedimento di espulsione di Carla Cuccu, salvo poi revocarlo a fine maggio perché - appunto - avrebbe voluto farsi autorizzare a chiedere i dati degli iscritti per farli votare su Cuccu, cosa ritenuta oltre i suoi compiti). Il M5S, nel ribadire la propria richiesta, aveva anche precisato di aver nominato nuovi responsabili del trattamento dei dati e di ritenere che le questioni patrimoniali (i debiti non ancora onorati dagli eletti del M5S verso Rousseau) non facessero venire meno l'obbligo di restituire tutti i dati a richiesta del titolare del trattamento; Rousseau aveva ribadito di non essersi rifiutata di consegnare i dati, avendo invece chiesto di avere istruzioni da "un soggetto effettivamente munito della capacità di esprimere la volontà dell’Associazione titolare dei dati" (e rivendicando come legittimo l'invio di mail agli eletti per sollecitarli al pagamento del contributo alle spese sostenute per i servizi erogati, in quanto rientrante "nell’ambito del servizio 'Tirendiconto' che l'Associazione Rousseau eroga ai singoli parlamentari e/o consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle", un rapporto che l'associazione avrebbe avuto con gli eletti in maniera autonoma rispetto al trattamento legato all'adesione al M5S).
Per il Garante Privacy - in particolare, il suo presidente, che ha adottato il provvedimento in via di urgenza - non sono emersi "profili di illiceità" del trattamento dei dati da parte di Rousseau, ma  dei trattamenti medesimi; in compenso, essendo "circostanza incontestata che il Movimento sia il titolare del trattamento", questi ha "diritto di disporre dei dati personali degli iscritti per utilizzarli, limitatamente al perseguimento delle proprie finalità", dunque tali dati dovevano essere consegnati nelle forme richieste dal M5S.
In effetti non è d'accordo con il provvedimento del Garante Privacy Davide Casaleggio: in un post di oggi sul Blog delle Stelle (dall'inequivocabile titolo Il fu MoVimento 5 Stelle) ha parlato di "premesse che ritengo errate"; con riguardo all'individuazione del legale rappresentante del M5S cui consegnare i dati, ha voluto sottolineare che, invece che seguire la strada di un nuovo "voto democratico" per individuarlo e legittimarlo, "in questi giorni gli organi politici del MoVimento 5 Stelle ed il Garante della privacy hanno deciso, prendendosi ovviamente anche la piena responsabilità di tutte le conseguenze, di indicare chi fosse", evidentemente senza il passaggio da lui auspicato. "Se si cerca legittimazione politica in un tribunale, vuol dire che la democrazia interna è fallita" ha aggiunto, annunciando che "al completamento del passaggio dei dati, mi disiscriverò dal MoVimento 5 Stelle come tanti hanno deciso di fare negli ultimi mesi. Questo non è più il MoVimento e sono certo non lo avrebbe più riconosciuto nemmeno mio padre". Colui che, come ha ricordato in altre occasioni, aveva disegnato il simbolo del MoVimento 5 Stelle.
Ora, se è chiaro che - come lo stesso Conte ha precisato - il nuovo corso del MoVimento 5 Stelle avrà bisogno di "un'altra piattaforma telematica, che terrà vivo il filo diretto con i nostri attivisti", al momento si sa solo che saranno presto (entro il mese?) resi noti il nuovo testo dello statuto del M5S e la Carta dei principi, che poi saranno sottoposti al voto (prima ancora che ci si pronunci sulla nuova leadership). Al di là delle riflessioni concrete che il caso appena ricordato può generare - in particolare: è opportuno, prima ancora che legittimo, che un soggetto diverso dal partito o da un suo organo sia responsabile del trattamento dei dati personali degli iscritti a un soggetto politico? Certamente ora la situazione è assai più complessa rispetto ad alcuni anni fa e magari il partito non è in grado di fare tutto da sé, ma la domanda è importante - è giusto chiedersi anche se il "secondo tempo" (ammesso che non sia già il terzo o il quarto) del MoVimento 5 Stelle avrà effetti anche sul suo simbolo
Il fatto che sia stato Gianroberto Casaleggio a concepirlo - e sarebbe interessante che Davide spiegasse come: si è provato in alcune occasioni a chiedere un'intervista per saperne di più, finora senza successo - non può costituire ovviamente un titolo di proprietà: il marchio attuale - con la dicitura ilblogdellestelle.it - è stato registrato a novembre 2018 e depositato all'inizio di quell'anno dal M5S (avendo come rappresentante l'avvocato Andrea Ciannavei); naturalmente in precedenza Beppe Grillo aveva depositato il marchio con il suo sito all'interno. Il nucleo del simbolo dunque potrebbe non mutare, mentre è assai probabile che cambi il riferimento al sito, anche per dare un taglio netto con un dominio che non appartiene direttamente al MoVimento. Naturalmente, però, è sempre possibile che Conte intenda imprimere un mutamento più corposo, che conservi qualche dettaglio di connessione con l'esperienza politica che lo ha portato a Palazzo Chigi tra il 2018 e l'inizio del 2021, ma marchi nettamente il "secondo tempo". 
Probabilmente tra qualche giorno se ne saprà di più, anche se è probabile che il MoVimento, la V di fantasia e le stelle restino al loro posto, almeno per un po'. Già che ci si è, peraltro, vale la pena di notare che, se su alcuni aspetti Giuseppe Conte si è già espresso (a partire dalla questione dei limiti al numero dei mandati, ritenendo opportuno affrontarla più in là), non ha ancora detto nulla sull'eventualità che, sotto la sua guida, il MoVimento 5 Stelle possa darsi caratteristiche statutarie che gli permettano di iscriversi al Registro dei partiti e dei movimenti politici, cosa che consentirebbe di accedere tanto alla contribuzione agevolata, quanto alla ripartizione del 2 per mille. Non se ne è parlato, bisogna dargliene atto, ma non lo si può escludere del tutto: si tratterebbe ovviamente di un passaggio non indolore, che produrrebbe altre fratture, ma trasformerebbe il M5S in un partito a tutti gli effetti, integrandolo in pieno nel quadro politico. Per qualcuno sarebbe un tradimento, per altri il segno che il MoVimento è diventato adulto o si appresta a diventarlo. Questione di punti di vista, volendo.